Revolver dei Beatles: Il sacrario del pop

"Revolver"- Parlophone-1966
“Revolver”- Parlophone-1966

Da bambino chiesi a mio padre (beatlesiano ortodosso e presente all’epoca dei fatti): “Papà qual è il disco più bello dei Beatles?”

Lui, senza pensarci un momento, rispose: “Revolver”

Io, li per li, non dissi niente.

Ma come Revolver? E Sgt. Pepper allora? Il White Album? Abbey Road?

A più di vent’anni da quella domanda e dopo innumerevoli ascolti dell’intera produzione beatlesiana, posso dire che aveva ragione. Il disco più bello dei Beatles è Revolver. Meno unitario del precedente Rubber Soul ma più caleidoscopico e sperimentale, quest’album rappresenta il momento esatto in cui i Fab Four prendono la volgare canzonetta e la innalzano ad opera d’arte.

Nel 1965 al gruppo accadono due cose fondamentali: cessano di esibirsi dal vivo ed esplorano tutte potenzialità che offre lo studio di registrazione. Ormai lontani dall’isteria dei fans e dallo stress delle tournèe, i Beatles si chiudono negli studi EMI di Londra e danno sfogo a tutta la loro creatività: il classicismo di Paul McCartney, il misticismo di George Harrison, la psichedelia di John Lennon, l’ironia di Ringo Starr si amalgamano in un coacervo incredibile di stili, tendenze e musicalità diverse. Il risultato è sorprendente.

«Dal giorno in cui uscì, Revolver cambiò per tutti il modo in cui si facevano i dischi. Nessuno aveva mai udito niente di simile.» (Geoff Emerick-tecnico del suono)

 

The Bealtles-1965

L’arguta critica sociale di Taxman, la dolente bellezza di Eleanor Rigby, gli umori acidi di She Said She Said, l’allegria di Yellow Submarine, la sperimentazione pura di Tomorrow Never Knows, elevano Revolver al rango di capolavoro assoluto e manifesto di un’intera generazione. Perfino la copertina (straordinario collage creato dall’amico di vecchia data Klaus Voorman) cessa di essere una mera fotografia per diventare parte integrante del disco. Arte visiva e musicale, oriente ed occidente, pop e musica colta, amore e filosofia, i Beatles alzano il tiro, spingendo “oltre” la loro ambizione e la loro consapevolezza. Ormai fanno terribilmente sul serio. Si sbarazzano dello spettro di Bob Dylan (che aveva caratterizzato gli album precedenti) e dell’etichetta di “phenomenal pop combo” per raggiungere lo status di guru della musica moderna.

Aiutati anche da un crescente consumo di LSD e da possibilità economiche pressoché illimitate, i Favolosi Quattro recepiscono ogni sentore di mutamento, ogni minima vibrazione socio/musicale, ogni tensione rivoluzionaria e li trasformano in splendide melodie realizzando idee assolutamente inconcepibili fino a quel momento. Riescono nell’impresa di diventare il gruppo più innovativo del mondo e, nello stesso tempo, il più commerciale. Revolver, infatti, raggiunge, nel suo anno di pubblicazione, la vetta delle classifiche sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti ed è, successivamente, inserito ai primi posti in quasi tutte le liste dei migliori album mai pubblicati.

Anche dal punto di vista lirico e poetico quest’album rappresenta un punto di svolta. Sono lontane le semplici parole d’amore di Michelle, She Loves You, Love Me Do e You Won’t See Me. Qui trovano spazio la solitudine e la tristezza, la satira politica e la filastrocca, le droghe ed il “Libro Tibetano Dei Morti”. L’impatto sul mondo musicale è enorme. Un terremoto vero e proprio. Le tecniche di registrazione, i testi criptici ed ermetici, i nastri suonati al contrario, il sitar e la tambla, gli archi e gli ottoni, i rumori di fondo, tutto, ma proprio tutto, viene studiato e ripreso da gruppi contemporanei e successivi (inclusi gli stessi Beatles). Pink Floyd, Who, Byrds ma anche U2 e Chemical Brothers hanno fatto un punto d’onore riprendere e cercare di superare Revolver. Si tratta di un disco rivoluzionario sotto ogni punto di vista. Lontano eppure attualissimo tanto da continuare a lasciare tracce visibilissime a quasi cinquant’anni dalla prima pubblicazione. Dopo Revolver, nulla sarà più come prima. La via era stata indicata ed il solco tracciato. Il mondo era ormai pronto per Sgt. Pepper.

 

 

Led Zeppelin II: Il martello degli dei

Il secondo album è sempre il più difficile. Non sempre e non per tutti. In questo caso il dirigibile più famoso del rock si stacca da terra e prende il volo. Dopo un ottimo debutto, nel 1968, con l’album omonimo, i Led Zeppelin, nati quasi per caso dalle ceneri degli Yardbirds, smettono di essere una buona band per vestire i panni di demiurghi dell’hard rock. E come fanno? Semplice, elevando il blues all’ ennesima potenza. Distorcono le chitarre, accelerano i ritmi, sporcano i suoni, ispessiscono il basso e ingigantiscono le percussioni. Il risultato è una miscela esplosiva su cui si innesta una voce stridula e acuta che non esita a dissertare su temi considerati tabù, uno su tutti: il sesso. Led Zeppelin II è carne e sangue, amore e sesso, vita e morte fusi in un tutt’ uno solido come una roccia.

Dall ’indiavolato balbettio di Jimmy Page in Whole Lotta Love, al rombo tonante di John Bonham in Moby Dick, passando per l’incandescente riff di Heartbreaker”, la sorprendente tenerezza di Thank You”, o gli incredibili fraseggi di John Paul Jones in Lemon Song”, il gruppo non fa sconti. Registrato in tour, nei ritagli di tempo tra una data e l’altra, è un album che fa dell’immediatezza il suo punto di forza. Non è il cervello, infatti, ad essere colpito, ma lo stomaco e l’anima di chiunque ne entri in possesso. C’è poco da capire o da decifrare. Bisogna ascoltarlo più col cuore che con la testa. E’ necessario lasciarsi trasportare dal ritmo travolgente e dall’ululato selvaggio di Robert Plant, per entrare definitivamente nel fantastico mondo degli Zep.

I Led Zeppelin nel 1969

Considerato immediatamente “un classico”, Led Zeppelin II mise immediatamente d’accordo pubblico e critica arrivando a scalzare dai primi posti in classifica nientemeno che Abbey Road”, l’ultimo grande capolavoro dei Beatles. Agli inizi del 1970, ne furono vendute tre milioni di copie solo negli Stati Uniti. L’immenso successo di un album così decisamente in controtendenza con le mode musicali del momento (siamo nel 1969, l’anno di Woodstock, della psichedelia e del flower power), dimostra, senza ombra di dubbio, il suo valore intrinseco, capace di trascendere rigide classificazioni stilistiche e gusti musicali. Le sue eco, infatti, sono ovunque.

La Gibson Les Paul di Page o la batteria mastodontica di Bonham sono, ormai, delle vere e proprie icone. Il look e lo stile di Plant hanno contribuito a concettualizzare e definire il termine rockstar. Da questo momento in poi, decine di gruppi hanno cercato, per tutta la vita, di somigliare, anche solo lontanamente ai Led Zeppelin. AC/DC, Van Halen, Bon Jovi, Guns ‘N’ Roses, Aerosmith e Iron Maiden, solo per citarne alcuni, hanno a più riprese ammesso l’enorme importanza che quest’album ha avuto per le loro carriere. Page & Co. in futuro non scriveranno più pezzi così eccitanti e travolgenti. Certo, scriveranno altri capolavori ma non avranno la stessa furia e lo stesso suono delle tracce contenute nel loro secondo disco. E’ considerato il lavoro più duro e “virile” della band, ma nel contempo il più seminale e influente.

Qui, d’altronde, c’è già tutto: le radici blues, i sentori psichedelici, le divagazioni tolkeniane, i richiami folk, le love ballad,  perfettamente amalgamati ed eseguiti con tecnica stupefacente ed incredibile potenza. In altre parole la rabbia, gli istinti animaleschi, i punti deboli e l’energia dei Led Zeppelin catturati da un microfono e distillati in nove magnifici brani. E’ il manifesto programmatico di gran parte del rock che verrà negli anni successivi; “le  tavole della legge” per una intera corrente musicale che da quel momento prenderà il nome di hard rock per evolversi, poi, in heavy metal (e suoi derivati). Negli anni, schiere di ascoltatori e di musicisti si sono confrontati con gli standard zeppeliniani qui contenuti cercando di riprodurne i riff funambolici ed i vocalizzi inarrivabili, a dimostrazione che, a trentaquattro anni dallo scioglimento, gli Zep continuano a solcare cieli talmente alti che solo il loro dirigibile è in grado di raggiungere.

 

 

 

 

“The dark side of the moon”: il vaso di Pandora del rock

 

“The dark side of the moon”- album

Cervellotico. Raffinato. Difficile. Ma anche dannatamente bello ed incredibilmente commerciale. The Dark Side Of The Moon”, opus magnum dei Pink Floyd datato 1973, è un concentrato di filosofia e sperimentazione musicale allo stato puro.

“The Dark Side of the Moon” era un’espressione di carattere politico, filosofico e umanitario che doveva essere comunicata” (Roger Waters). I Pink Floyd avevano bisogno di dare una svolta sostanziale alla loro carriera, scrollandosi definitivamente di dosso quel clichè di band psichedelica dovuto agli anni passati sotto l’egida del folle membro fondatore Syd Barrett.

Per far ciò abbandonano le lunghe digressioni strumentali ed i versi onirici per concentrarsi su tematiche più concrete e soluzioni armoniche più immediate. Le improvvisazioni catatoniche di Ummagumma, Oscured By Clouds e Middle spariscono per far spazio ad un nuovo progetto sonoro.

Le vendite mostruose ed il plauso unanime della critica confermano che la direzione intrapresa è quella giusta. I suoni inseriti quasi casualmente (tintinnio di monete, battiti cardiaci, ticchettii di orologi) colpiscono gli ascoltatori e, nel contempo, rendono i brani immediatamente riconoscibili. La perizia tecnica della band fa il resto. L’assolo lancinante di David Gilmour in Time”, il fantastico vocalizzo (ad opera di un’oscura corista) di “The Great Gig In The Sky”, il basso sghembo di Roger Waters in Money”, le liquide tastiere di Richard Wright in “Us & Them”, sono entrati di diritto nell ’immaginario collettivo. Ogni traccia, poi, è collegata alle altre in una sorta di continuum musical/temporale di estatica bellezza ed immensa efficacia. Il colpo di genio, poi, è l’assoluta riproducibilità dei brani nonostante l’evidente complessità. Al contrario di molti grandi gruppi (Beatles e Beach Boys su tutti), che avevano pesanti difficoltà nel presentare dal vivo i loro capolavori a causa degli imponenti arrangiamenti orchestrali e degli accorgimenti usati in sala d’incisione, i Pink Floyd riescono nell ’impresa di portare “The Dark Side Of The Moon” in giro per il mondo imbarcandosi in un tour durato quasi un anno.

Perfino la copertina, un prisma attraversato da un fascio di luce su sfondo nero, è una delle più celebrate e riconoscibili mai prodotte. La valenza storica e culturale dell’album è evidente. I numerosi omaggi, richiami e rifacimenti (“Dub Side Of The Moon” degli Easy Star All-Stars o “The Not So Bright Side of the Moon” degli Squirrels) ne fanno, tutt’ora, una delle opere più studiate ed ammirate di sempre. La sua permanenza in classifica Billboard 200 per 741 settimane, dal 1973 al 1988, non lascia spazio a dubbi circa l’importanza e l’impatto presso il grande pubblico. A più di quarant’anni di distanza, questo disco risulta assolutamente refrattario allo scorrere del tempo grazie alla capacità di aprire orizzonti nuovi ed inesplorati ad ogni ascolto. Lo sanno bene quelle milioni di persone che, anno dopo anno, restano affascinati dal lato oscuro della luna.

Il secolo d’oro

Bob Dylan

Gli ultimi cento anni del millennio appena conclusosi sono stati, senza dubbio, i più prolifici per la storia dell’uomo (nel bene e nel male). Enormi balzi in avanti sono stati fatti in ogni campo. Lo sbarco sulla luna, le guerre mondiali, la bomba atomica, la penicillina, l’automobile, l’elettricità, cose oggi abbastanza scontate ma che erano pura fantascienza soli 150 anni fa. La cultura non ha potuto rimanere insensibile a cambiamenti di tale portata. La musica, in particolar modo, ha subito dei mutamenti epocali grazie all’avvento dei mezzi di comunicazione di massa (o mass media). Il nastro magnetico, il giradischi, le musicassette, la televisione ma soprattutto la radio, hanno ridisegnato confini e competenze dell’ ambito musicale. L’invenzione di Guglielmo Marconi ha sdoganato l’arte dei suoni dagli ambienti colti in cui era relegata nell’ 800 (teatri, salotti e quant’altro) portandola in tutte le case e rendendola popolare. Da passatempo per pochi, pochissimi eletti a fenomeno globale. La possibilità di raggiungere gli ascoltatori in ogni angolo del globo ha aperto degli scenari inimmaginabili fino a qualche anno prima. Milioni di persone hanno potuto conoscere il messaggio poetico e rivoluzionario di Bob Dylan, la magnificenza dei Beatles, la rabbia dei Nirvana, la depressione dei Cure, il blues dei Rolling Stones o le oniriche visioni dei Pink Floyd. E’ stato possibile scuotere coscienze e stimolare avvenimenti importanti come accadde per il Festival di Woodstock del 1969, i concerti sull’Isola di Wight del 1970, il Concerto per il Bangladesh del 1971 o, più recentemente, il Live Aid. L’avvento della radio ha fornito a tutto l’universo musicale la concreta possibilità di cambiare il mondo attraverso la creazione di miti, leggende, sogni e passioni, contribuendo, così, a forgiare l’identità collettiva del XX secolo.

 

Perché il film “La grande bellezza” non può esserci estraneo

Paolo Sorrentino

Molti si chiederanno perché  Novecento Letterario  abbia deciso di trattare un film invece  di un romanzo, seppur non si tratti di un film qualsiasi ma del  film italiano che ha trionfato nella notte degli Oscar lo scorso 2 marzo 2014, “La grande bellezza” del regista napoletano Paolo Sorrentino. La risposta è molto semplice:  crediamo che  questa vittoria possa essere da sprone per riuscire sempre di più, con impegno e passione, in questo progetto culturale. Già, la cultura, la tanto osannata cultura che tutti menzionano ma  sulla quale in pochi vogliono puntare davvero, Novecento Letterario cerca di fare proprio questo: valorizzare la cultura e i talenti, far conoscere giovani scrittori, i romanzi del ‘900 ( celebri e meno celebri),  i loro autori, i più grandi critici letterari,  e tanto altro  ai nostri  lettori. Sorrentino ha portato sul podio più alto la nostra cultura, il nostro Paese invitandoci ad essere ottimisti e a mettere la cultura al primo posto con un film dall’altissimo valore tecnico-artistico, fotografando una città che pullula di cultura, di storia, di arte, quale è Roma. E proprio grazie al film di Sorrentino, Roma è presa d’assalto dai turisti che vogliono ripercorrere le tappe del protagonista del film, scoprendo luoghi meno conosciuti. Fare cinema è produrre cultura,  proprio  come scrivere un libro.

“La grande bellezza” è un film ambiguo, fluido, controverso che non può non dividere e far discutere. Ma quello che sorprende negativamente sono certe prese di posizione a prescindere, soprattutto di chi non ha mai visto un film di Sorrentino e lo ha stroncato gratuitamente e di chi non perde occasione per far valere il detto”l’erba del vicino è sempre più verde”. Dovremmo essere più nazionalistici, sbarazzandoci dell’eccessiva esterofilia che ci contraddistingue ed  essere capaci di gioire se un film italiano dopo 15 anni torna a vincere un Oscar. Ma non solo perché è made in Italy. “La grande  bellezza” è un film bellissimo, potentissimo dal punto di vista visivo che ricorda il miglior Fellini (non tanto “La dolce vita” come si è spesso detto e scritto, ma “Otto e mezzo”). Un affresco umanistico megalomane, dilatato, fatto di rilanci narrativi, e  soprattutto lungo; è stato liquidato da alcuni come “noioso” (e lo ha dichiarato lo stesso Sorrentino)ma come non può essere a tratti noioso un film che parla della noia e della decadenza? Sorrentino ha osato, nel raccontare il nostro smarrimento, tralasciando la politica (scandalizzando i più radical chic) e concentrandosi soprattutto su certe categorie sociali (ricordando la crisi dell’intellettualismo che Ettore Scola ha raccontato nel film “La terrazza”); onore al merito. Tra canti gregoriani che si mescolano con Antonello Venditti e Raffaella Carrà, e aforismi che ci vengono propinati con cinismo dallo scrittore e giornalista fallito Jep Gambardella (uno strepitoso Tony Servillo), l’autenticità e una certa consapevolezza di quello che siamo diventati è facilmente trovabile in spogliarelliste in crisi piuttosto che in cardinali evasivi e che prediligono l’arte culinaria alle questioni spirituali. E come non può essere trasfigurata anche Roma stessa, che sembra una diva morta ma affascinante e suggestiva, attraverso gli occhi disincantati del protagonista?

Non bisogna smarrire la strada che conduce alla grande bellezza che per Sorrentino è rappresentata, secondo me, dalla giovinezza e dalla purezza perdute, da un tempo che non torna più (ma il regista napoletano racconta giù un tempo che non c’è più) e dalla spiritualità e dalla tenerezza incarnata dalla commovente suora in ciabatte che verso la fine della pellicola dirà “che le radici sono importanti”.

A dispetto di chi sostiene che gli Oscar sono una cafonata mercificante e che non contano nulla, a dispetto di chi pensa che sia stato un successo dato dal marketing  (e non è un reato) per compiacere un pubblico becero, poiché un prodotto targato Medusa (con la  Indigo Film) di Berlusconi non può risultare “artistico” e “culturale”,  il successo  e la vittoria de “La grande bellezza”è dovuto in primis dalla straordinaria capacità da parte del suo autore di saper puntare sullo shock emotivo (lontano dalla pietas che Fellini aveva per i suoi personaggi) concetto cinematografico per eccellenza e di assemblare metapersonaggi (Verdone e Ferilli), il grande e il piccolo, il gusto per il  cafonal e la fustigazione dei suoi costumi, ossessione e autocompiacimento. E in fondo Sorrentino ha parlato proprio di quelli che criticano il suo film.Tuttavia all’interno di questo grande e variegato “arsenale”, pare che tutti abbiano ragione.

Ripartiamo dalla bellezza.

 

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