Conferenza mondiale “Crisi globale. Questo già riguarda tutti noi” online il 24 luglio 2021 organizzata dal Movimento Internazionale Allatra

Sarà trasmessa in diretta streaming su più di 1000 canali di piattaforme multimediali di tutto il mondo e in circa 60 lingue diverse la conferenza dal titolo “Crisi globale. Questo già riguarda ognuno di noi” il 24 luglio prossimo che vedrà, tra i protagonisti, personalità internazionali che si confronteranno su tematiche fondamentali per la nostra esistenza.

La conferenza, organizzata dal Movimento Allatra IPM, nata nel 2011 come associazione no profit e apartitica di volontari che aspirano a mettere in atto le proprie qualità al servizio dell’umanità mettendo quest’ultima in cime alla scala dei valori.

Uno degli obiettivi di Allatra è quello di creare una base di distribuzione di informazioni di rete senza precedenti nella storia su migliaia di canali multimediali su piattaforme multiple e tradotte in più lingue per concretizzare l’idea di Società Creativa.

Tra le iniziative che si prefissa la Società Creativa vi sono le conferenze e senza dubbio quella che riguarda la crisi globale non può lasciarci indifferenti. Tra i nomi che prenderanno parte a questo importante dibattito vi sono il filosofo ungherese Ervin Laszlo, nominato due volte al Premio Nobel per la Pace (2004-2005), considerato il fondatore della teoria generale dei sistemi e attualmente consulente del Direttore Generale dell’UNESCO, oltre ad essere membro dell’accademia ungherese delle scienze e autore di libri fondamentali come L’uomo e l’universo, La mente immortale e Obiettivi per l’umanità; Thomas Straub, professore svizzero di gestione internazionale presso la Graduate School of Economics and Management dell’Università du Ginevra e Avraham Loeb, fisico israelo-americano che si occupa anche di astrofisica e cosmologia.

Loeb è professore di scienze naturali presso l’Università di Harvard, è stato a lungo presidente  del dipartimento di astronomia di Harvard, fondatore e direttore della Harvard Black Hole Initiative e direttore dell’Istituto per la teoria e il calcolo presso l’Harvard-Smithsosian Center for Astrophysics.

Questi sono solo tra i nomi illustri che parteciperanno alla conferenza online organizzata dai volontari di tutto il mondo che vogliono essere responsabili della propria vita e di quella delle generazioni future puntando anche sulle nostre capacità creative come propulsori alla formulazione di risposte mirate e strutturate a problemi di cui si parla da decenni ma ai quali ancora non abbiamo dato soluzioni serie quali: il rapporto lavoro-ambiente, il sovrapopolamento, la povertà, la politica monetaria, le lobby, le diseguaglianza, l’ingegneria sociale, ecc…

Tutte tematiche connesse tra loro, le quali saranno affrontate in questa ed in altre conferenze internazionali organizzate da queste nuova realtà che si propone seriamente di capire quali sono le falle della nostra società e di migliorarla partendo dall’individuo e dal suo senso di bellezza (che coincide con l’etica) insito in lui.

Il tema della creatività è centrale per questo Movimento, non a caso ha attratto intellettuali, filosofi, scienziati fin dall’antichità. Il concetto di creatività ha subito nei secoli tante modifiche, migliorando e accrescendo le conoscenze a riguardo, anche grazie alla sempre maggiore
specializzazione delle scienze.

Tutto questo però non è servito ad arrivare ad una sua definizione univoca. Ancora oggi c’è chi illustra il problema della creatività come qualcosa di inspiegabile. Fino al I Secolo a. C. veniva usato il concetto di “genio”, associato a forze spirituali, misteriose e da cui hanno origine qualità, attitudini particolari e fortuna.

Platone descriveva i poeti come soggetti sotto influenza di pazzia divina capace di portarli fuori dai propri sensi. All’epoca di Aristotele, invece, la creatività veniva associata alla follia dell’ispirazione, concetto ripreso più avanti nel Medioevo, ma il filosofo e scienziato macedone aveva intuito che le idee creative fossero il risultato di una sorta di processo mentale che metteva in moto, per associazioni, le
conoscenze dell’individuo.

La creatività è una caratteristica del pensiero umano che riflette la capacità di risolvere un problema in un modo nuovo e originale e di produrre opere che siano nuove, opportune e che abbiano un valore sociale ed è proprio questa una delle mission del Movimento, il quale propone l’atteggiamento creativo come espressione dell’attività umana, che possiamo individuare in molti campi di esplorazione.

È un comportamento umano complesso che coinvolge utilità, bellezza e innovazione.

Come scrisse Henrì Poincarè, matematico, fisico e filosofo naturale, in “Scienza e metodo” (1905) «creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili».

In questa direzione, creatività artistica e creatività scientifica non si differenziano molto, e ai massimi livelli di ricerca contribuiscono ad indicare la strada per scenari futuri come negli intenti di Allatra e nello specifico dell’iniziativa Società Creativa.

 

 

Contatti

Coordinatrice del Progetto Società Creativa negli U.S.A. Olga Schmidt, mail to conferences@allatrunites.com, cell. +1 (650) 381-9499

Coordinatrice del Progetto Società Creativa in Italia, Irina Bezverhni, Cell: +39 3290794082

info@allatraunites.com

 

Per maggiori info: www.allatraunites.com

https://allatraunites.com/global-crisis-this-already-affects-everyone

 

 

Prof. Antonio Giordano: i nuovi vaccini ad RNA sarebbero facilmente modificabili, il problema restano i tempi di produzione e somministrazione

Il professor Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Philadelphia e rappresentante del Ministero dell’Ambiente italiano, è un’eccellenza italiana che a Filadelfia ha fondato un centro che si occupa di ricerca in ambito oncologico, monitorando l’espressione e le relative  conseguenze del male del secolo. Ciò consente di migliorare il successo di una terapia e di offrire ai pazienti strategie di terapia personalizzata, di precisione, con la consapevolezza che la ricerca scientifica debba essere incentivata e accompagnata da cultura e profonda umanità. Giordano fa anche il punto della situazione sull’emergenza Covid, sulle varianti e sui vaccini.

 

1_Professor Giordano, come vede la situazione Covid in Italia?

Nonostante i progressi scientifici l’epidemia è in corso. I vaccini sono efficaci ma a causa di una loro lenta distribuzione e somministrazione, rimangono necessarie tutte le misure di mitigazione.

 

2_ E negli States, dove lei vive?

Vale il medesimo discorso. La pandemia ha stravolto la vita dell’intero pianeta e, ad oggi, oltre casi isolati come l’Israele, la situazione continua ad essere grave. La stessa Inghilterra, pur essendo riuscita a ridurre notevolmente il numero dei positivi è stata comunque messa a dura prova da lunghi periodi di lockdown.

 

3_ Cosa ci può dire delle varianti in relazione al vaccino?

In relazione al vaccino possiamo dire che i prodotti Pfizer e Moderna sono diretti contro la proteina spike, per cui fino a quando non si verificheranno importanti mutazioni in quest’ultima, non dovrebbero esserci riduzioni di efficacia. In ogni caso, l’utilizzo dei vaccini per contrastare le varianti è in corso di valutazione. In aggiunta, i nuovi vaccini ad RNA sarebbero facilmente modificabili, il problema rimane sempre lo stesso: tempi di produzione e di somministrazione andrebbero rivisti, accelerati.

 

4_ Ci si può fidare della Russia e della Cina, di quello che dicono sui loro vaccini?

Non ho nulla contro i prodotti russi o cinesi. Tuttavia, e’ d’uopo riporre la massima fiducia nelle agenzie deputate ad elargire le approvazioni: EMA ed FDA (rispettivamente europea ed americana) che seguono regole estremamente rigide nel sottoporre i dati oggetto di sperimentazione ad un rigoroso controllo. Mi auguro che Russia e Cina forniscano, al più presto, i dati scientifici in loro possesso in modo che le popolazioni di altri Stati possano usufruire anche dei loro prodotti.

 

5_ Secondo lei ci siamo rilassati troppo duranti determinati periodi?

Parlare a posteriori è sempre più semplice. Il virus è nuovo per tutti, ed in effetti, in alcuni periodi aveva illuso i cittadini circa la sua remissione. Così non è stato e, quindi, possiamo solo imparare dai nostri errori e non abbassare la guardia.

 

6_ Quando pensa ne usciremo?

Al momento non è possibile fare previsioni, troppe le variabili. Certamente le campagne di vaccinazione massiva rappresentano un’arma potente contro il virus e finche’ non avremo vaccinato l’80% della popolazione dovremo continuare ad assumere atteggiamenti estremamente rigorosi.

 

7_ Si dice che la scienza non è democratica, non si può contestare. Come mai allora ci sono state e ci sono posizioni diverse da parte dei virologi?

La scienza si basa su evidenze, su dati certi e ripetutamente testati. Un’infezione così giovane, studiata da meno di un anno non può ancora fondarsi su solide basi scientifiche. Ciò potrebbe creare qualche confusione nella comunicazione. Il mio consiglio è che i medici diffondano solo informazioni validate e che la stampa si attenga a quelle nella fase di divulgazione.

 

8_ La cosa più importante che le ha insegnato la scienza?

Mi ha confermato l’importanza della ricerca scientifica che dovrebbe essere implementata ed incentivata.

 

9_ Ci parli del suo centro di ricerca a Filadelfia. Come funziona nello specifico la ricerca negli States e cosa dovremmo apprendere da loro?

Principalmente ci occupiamo di ricerca in ambito oncologico. Oggi, grazie all’indubbio miglioramento del progresso scientifico abbiamo la possibilità di studiare migliaia di geni in contemporanea e di monitorarne l’espressione e le relative  conseguenze. Siamo, quindi, in grado di migliorare il successo di una terapia e di offrire ai pazienti strategie di terapia personalizzata, di precisione. Per aumentare il successo di una terapia è necessario diagnosticare quanto più precocemente possibile la neoplasia, individuare caratteristiche peculiari del tumore che lo rendono responsivo o meno a determinati trattamenti. L’incidenza delle patologie neoplastiche, inoltre, è in forte aumento e, di pari passo, è sempre più evidente la stretta correlazione che lega la trasformazione neoplastica ai fattori ambientali. Il cancro oggi è definito: una “malattia genetica di origine ambientale” estremamente eterogenea, multifattoriale, in cui interagiscono fattori genetici e fattori ambientali (chimici, fisici e biologici). Quindi tutti gli studi sono interconnessi tra loro.

Inoltre, oggi, sappiamo che l’alterato equilibrio tra uomo-ambiente è responsabile di svariate problematiche. Soffermandoci sulla pandemia possiamo affermare che un alto tasso di inquinamento dell’aria può aver contribuito come fattore peggiorativo dell’epidemia. Per “ambientale”, tuttavia, non bisogna solo intendere esposizioni ad eventuali inquinanti chimici, fisici e biologici, ma anche fattori psicologici. Bisogna considerare vari aspetti dei pazienti oncologici, ad esempio: la loro malattia li obbliga ad affrontare eventi traumatici, pertanto, è importante, in questo momento, gestire la doppia fatica di questi malati che devono affrontare sia l’ansia della loro specifica patologia sia quella collegata alla pandemia.

 

10_ Miti da sfatare sul cancro in relazione all’alimentazione?

L’incidenza delle patologie neoplastiche è in forte aumento e, di pari passo, è sempre più evidente la stretta correlazione che lega la trasformazione neoplastica ai fattori ambientali. Se si guarda agli studi sulla migrazione si scopre che, persone che migrano da una zona di alto rischio di cancro ad una zona di basso rischio di cancro, o viceversa, nel loro corso della vita assumono i tassi di cancro del paese verso il quale si muovono, rendendo chiara la connessione tra cancro e ambiente.

Oltre l’inquinamento, gli stili di vita e la corretta alimentazione costituiscono una ulteriore e fondamentale arma di prevenzione contro lo sviluppo di tumori. Una alimentazione sana è rappresentata dalla ormai famosissima “Dieta Mediterranea” i cui effetti positivi sulla nostra salute sono ormai noti a tutti. Un ulteriore aspetto da tenere sotto controllo è riuscire a mantenere stabili i livelli di glicemia, scegliendo con attenzione i cibi da mangiare. Elemento principe della dieta mediterranea è, ad esempio, il pomodoro, alimento ricco di carotenoidi, tra cui il licopene, che è il più potente tra gli antiossidanti. In virtù di queste sue caratteristiche, il gruppo di ricerca da me coordinato studia le proprietà di alcuni tipi di pomodoro in relazione allo sviluppo di tumori. In un lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Cellular Physiology nel 2018, abbiamo dimostrato che il trattamento con estratti totali di due varietà di pomodoro inibisce la crescita e le caratteristiche maligne delle cellule di cancro gastrico, aprendo la strada a studi futuri mirati all’identificazione di buone abitudini alimentari non solo come strategia di prevenzione antitumorale, ma anche come possibile sostegno alle terapie convenzionali.

Quindi non c’è nulla da sfatare ma educare ad una sana alimentazione per implementare le attività di prevenzione necessarie ed utili a qualsiasi età.

La macchina mediatica del fango contro il Dott. Ascierto

Non ha bisogno di avvocati difensori. Il suo curriculum parla da solo. Così come la sua reputazione. Paolo Ascierto, medico e professore, è uno dei punti di forza della ricerca italiana. Tra le eccellenze mondiali nell’ambito oncologico.
Basterebbe questo a zittire chi negli ultimi giorni a provato a minarne la professionalità. Ma chi fa parte di questa categoria, ovvero quella dei giornalisti, non può restare in silenzio rispetto a ciò che sta accadendo.

Il Dott. Paolo Ascierto ha subito degli attacchi indegni, contro i quali è obbligatorio alzare gli scudi. Certo, proveremo a mantenere il rispetto e l’educazione che Ascierto è stato in grado di esprimere, ad esempio, dopo l’affondo (meglio definirlo una vera e propria caduta di stile) messo a segno dal collega Massimo Galli – Direttore della divisione malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano – durante la trasmissione Carta bianca condotta da Bianca Berlinguer su Rai3.

Parole, quelle di Galli, che hanno distrutto in pochi minuti lo spirito di Unità (ci piace scriverla con la U maiuscola!) nazionale che si è creata riguardo l’emergenza causata dal coronavirus. Il tutto avvenuto nel totale silenzio da parte della ‘padrona di casa’, ovvero la Berlinguer. Attacco al quale Ascierto ha risposto: “Non pensiamo ai primati ma a sconfiggere il covid19″. Quest’articolo potrebbe anche chiudersi qui.

Ma poi è arrivata la vergogna del servizio mandato in onda da Striscia la Notizia. Davvero una macchina del fango che ha provato a macchiare (senza riuscirci) la figura di Ascierto e con la sua quella di tutti i medici, ricercatori e sanitari italiani che nelle ultime settimane stanno lavorando senza sosta per fronteggiare il virus, offrendo sostegno e assistenza ai malati.

Eventi che non possono restare nella totale indifferenza. L’opinione pubblica, Napoli, la regione Campania, i colleghi, i social si sono già mobilitati per Ascierto. Una mobilitazione spontanea a difesa del lavoro svolto grazie alla collaborazione tra il Pascale e il Monaldi. Partenership, avvenuta insieme con alcuni ricercatori cinesi, che ha consentito di sviluppare il tocilizumab farmaco che cura l’artrite e che nel capoluogo partenopeo è stato somministrato sui pazienti affetti da polmonite severa causata dal coronavirus. Con tanto di protocollo dell’Aifa.

Qui non si tratta più della banale rivalità tra Nord e Sud o di una competizione tra dottori. Qui, come giustamente ha ricordato il Direttore di VocediNapoli.it in un precedente editoriale, si tratta di una cosa molto più importante: stiamo parlando della verità. È quest’ultima che è stata messa in discussione.

Per questo rivolgiamo un appello all’Ordine dei Giornalisti che ci rappresenta e all’intera comunità medico-scientifica. Al primo chiediamo di sanzionare con decisione i colleghi che stanno propagando notizie false su questa vicenda. Una scoperta che dovrebbe unirci tutti nella gioia per aver trovato un farmaco che combatte il coronavirus. E alla seconda chiediamo di schierarsi senza se e senza ma con Paolo Ascierto. Perché oggi è toccato a lui, domani chissà, potrebbe toccare a qualcun altro e a quel punto sarà troppo tardi e nessuno potrà far finta di nulla.

 

La vergognosa campagna mediatica contro Ascierto, si mobiliti la comunità medico scientifica

Covid-19, tra previsioni e cure. Parla l’oncologo e genetista Prof. Antonio Giordano

Fare previsioni sui futuri scenari, in questo momento, è molto complicato. È impossibile dire quando si verificherà il picco della pandemia da Covid-19, in quanto, ad oggi non esistono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Tutto dipende da quanto velocemente i governi adotteranno misure tese ad arrestare il contagio; in questo senso, è essenziale agire rapidamente ed in maniera decisa. Come ci dimostra l’esperienza della Cina e del Giappone.

“I modelli matematici ci sono, ma sono proiezioni, non sappiamo quanto siano affidabili perché non conosciamo a fondo questo virus e i dati riportati spesso non sono uniformi. Tracciare curve realistiche relative ai contagi non è possibile perché esistono molti casi asintomatici, che sono comunque infettivi, e infetti con sintomi lievi o individui immuni al Covid-19 non registrati dalle statistiche ufficiali”

L’evoluzione nel tempo del contagio prevede una fase di crescita iniziale, il raggiungimento di un picco e poi una fase finale di progressiva decrescita.
In questo momento, l’epidemia è ancora in fase di piena espansione, quindi siamo ancora nella fase esponenziale.
Il picco si calcola sulla base del valore di “R con zero”, che è il “tasso di contagiosità” che per questo virus abbiamo visto sta tra 2,5 e 3, secondo modelli basati su quanto si è già verificato.

Questo valore dipende non solo dalle caratteristiche biologiche del virus (dall’attitudine del virus a diffondersi, dalla durata dell’infezione) ma anche dal numero di contatti di una persona e dal livello di densità della popolazione.

“La diffusione del contagio può essere rallentata, nella misura in cui le persone praticheranno il ‘distanziamento sociale’, evitando gli spazi pubblici e limitando i loro movimenti.

Serve a poco fare delle previsioni; piuttosto che cercare di prevedere quando la curva raggiungerà il picco, bisogna agire per modificare attivamente l’andamento di quella curva, come sta facendo l’Italia. Non bisogna minimizzare perché significherebbe favorire dei comportamenti irresponsabili e aumentare la probabilità che le persone si ammalino e muoiano; al contrario bisogna promuovere la responsabilità personale e sociale .

Fare previsioni sui futuri scenari, in questo momento, è molto complicato. È impossibile dire quando si verificherà il picco della pandemia da coronavirus, in quanto, ad oggi non esistono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Tutto dipende da quanto velocemente i governi adotteranno misure tese ad arrestare il contagio; in questo senso, è essenziale agire rapidamente ed in maniera decisa. Come ci dimostra l’esperienza della Cina e del Giappone.

I modelli matematici ci sono, ma sono proiezioni, non sappiamo quanto siano affidabili perché non conosciamo a fondo questo virus e i dati riportati spesso non sono uniformi. Tracciare curve realistiche relative ai contagi non è possibile perché esistono molti casi asintomatici, che sono comunque infettivi, e infetti con sintomi lievi o individui immuni al Covid-19 non registrati dalle statistiche ufficiali.

L’evoluzione nel tempo del contagio prevede una fase di crescita iniziale, il raggiungimento di un picco e poi una fase finale di progressiva decrescita.
In questo momento, l’epidemia è ancora in fase di piena espansione, quindi siamo ancora nella fase esponenziale.
Il picco si calcola sulla base del valore di “R con zero”, che è il “tasso di contagiosità” che per questo virus abbiamo visto sta tra 2,5 e 3, secondo modelli basati su quanto si è già verificato.
Questo valore dipende non solo dalle caratteristiche biologiche del virus (dall’attitudine del virus a diffondersi, dalla durata dell’infezione) ma anche dal numero di contatti di una persona e dal livello di densità della popolazione.

La diffusione del contagio può essere rallentata, nella misura in cui le persone praticheranno il “distanziamento sociale”, evitando gli spazi pubblici e limitando i loro movimenti.

Serve a poco fare delle previsioni; piuttosto che cercare di prevedere quando la curva raggiungerà il picco, bisogna agire per modificare attivamente l’andamento di quella curva, come sta facendo l’Italia. Non bisogna minimizzare perché significherebbe favorire dei comportamenti irresponsabili e aumentare la probabilità che le persone si ammalino e muoiano; al contrario bisogna promuovere la responsabilità personale e sociale .

Anche il professor Enrico Bucci dello Sbarro Institute della Temple University di Philadelphia dichiara in un suo post che diversi modelli sono stati smentiti nell’ultima settimana e che nelle attuali condizioni, prevedere picchi o flessi non ha molto senso. Il professor Bucci invita a diffidare di modelli e previsioni a più di tre giorni e a concentrarsi sui nostri medici ed infermieri, veri gli eroi di questa guerra
Più che fare previsioni possiamo utilizzare le conoscenze acquisite sul virus sulla scorta dei dati già registrati che ci consentono considerazioni sensate. Ad esempio è importante creare strutture appropriate per curare un numero di pazienti che per qualche settimana potrebbe restare nell’ordine di attuale grandezza.

Antonio Giordano

Fonte: http://www.juorno.it/

Clair Patterson, il geologo che calcolò l’età della Terra, indagò sulle cause delle contaminazione di piombo mettendosi contro le lobbies petrolifere

Perché l’essere umano si distingue così nettamente dalle altre specie animali? Solamente per la ragione? Forse no, probabilmente a volte è qualcosa che risulta assolutamente non nobilitante per l’uomo, a volte è la sua indole devastatrice a imporsi e a renderlo una minaccia per sé e per il pianeta. L’uomo è forse l’unico animale a contrastare a volte l’istinto di sopravvivenza, a giocare con le regole della selezione naturale e a beffarsi della legge che governa questo mondo. Clair Patterson fu un uomo di scienza che, grazie all’ intelletto che purtroppo non tutti gli scienziati hanno, si oppose fermamente a queste logiche deleterie. Patterson fu un geologo americano la cui professionalità e la cui etica si rivelarono inattaccabili di fronte a quel sistema capitalista senza remore odierno che prendeva largamente piede già nella seconda metà del secolo scorso. Clair Patterson lavorava al California Institute of Technology e gli venne commissionato un compito importantissimo dal punto di vista biologico, chimico, fisico, matematico, insomma era l’opportunità di lasciare il segno nel mondo scientifico. Nonostante il progresso nel 1948 ancora non era chiara l’età della Terra e il compito di Patterson era proprio quello di determinarne l’età, attraverso i processi di decadimento che riguardano gli atomi in determinati intervalli di tempo. Patterson doveva misurare le minuscole quantità di uranio decaduto e trasformatosi in piombo in rocce antichissime. Fu durante queste ricerche che venne fuori l’amara scoperta di Patterson: il piombo presente nelle rocce terrestri era enormemente superiore a quello che ci si sarebbe aspettato. Un margine di errore era prevedibile, ma non certamente di quelle dimensioni, infatti la quantità plumbea risultava ben 200 volte sopra la misura che si prevedeva. Immaginando che le rocce fossero state contaminate da qualche fattore esterno Patterson costruì un laboratorio completamente sterile, ma i risultati ancora non cambiavano. Ripeté quindi il procedimento su meteoriti che non presentavano questa contaminazione ma che si sapeva dovessero avere circa la stessa età del nostro pianeta. Patterson raggiunse quindi questo grande traguardo scientifico: era riuscito a calcolare l’età della Terra che ammonta a 4,5 miliardi di anni.

Oltre a questo successo nel mondo della scienza Patterson ha il merito di aver partecipato a una delle grandi battaglie ambientali dell’ultimo secolo. Il geologo indagò sulle cause di quella forte contaminazione di piombo e suppose che fosse dovuta alle emissioni automobilistiche. Infatti era dagli ’30 che nel carburante si aggiungeva piombo tetraetile, questo il nome del composto, il quale agiva da antidetonante nella benzina; inoltre il piombo era un elemento largamente diffuso, anche a livello domestico: era presente nelle vernici e veniva utilizzato anche in campo alimentare. Il piombo si riversava però nell’atmosfera, con tutti i relativi rischi per la salute umana e non solo. Notando l’indagine di Patterson le lobby petrolifere cominciarono a finanziare le sue ricerche. Non vi era nessuno scopo umanitario naturalmente, l’ intenzione era quella di tagliare i fondi appena i risultati sarebbero diventati spinosi per la lobby. In una ricerca sui fondali oceanici lo scienziato rilevò che la quantità di piombo in profondità era rilevantemente inferiore rispetto a quella superficiale. Immediatamente Patterson capì che ciò poteva essere dovuto solo all’immissione umana di piombo nell’atmosfera.

Ecco allora che il sistema lobbistico entrò in azione. Dopo vari tentativi di corruzione e di persuasione ad insabbiare i suoi studi, a Patterson vennero tagliati i fondi. Le compagnie petrolifere tentarono di farlo emarginare dal mondo accademico, facendo passare i suoi studi per ridicoli. Il mondo accademico era inoltre legato, e lo è tutt’oggi, ai finanziamenti di imprese che raramente perseguono scopi umanitari o l’amore puro per la ricerca. L’integrità morale del geologo fu messa a dura prova ma non venne scalfita né in quella occasione né in seguito. Indipendentemente organizzò una spedizione al Polo Nord per misurare il piombo nei ghiacci e dimostrare una volta per tutte la sua teoria, che effettivamente si rivelò fondata. Iniziò così l’attività ‘ambientalista’ legata alle affermazioni di Patterson . La preoccupazione dello scienziato era solo quella di diminuire l’immissione di piombo, una richiesta che segue la logica della sopravvivenza, della preservazione e anche i più basilari principi dell’intelligenza. Sarebbe bello se anche il resto del mondo seguisse questi valori, ma le uniche leggi che regolano l’esistenza non sono più naturali, sono artificiali, perverse e ingiuste. Sono le leggi del mercato senza etica, del consumismo e del capitalismo sfrenato.

Il sistema lobbistico però si infiltra dappertutto e non lascia certo venire alla luce la verità, lo scopo è quello: occultare tutto ciò che va contro i propri interessi, non importa se a risentirne sono miliardi di persone e se ne risentiranno i loro figli e nipoti; l’importante è che il dio denaro sia venerato, e per questo dio qualche sacrificio va fatto.

Durante la campagna per la rimozione del piombo tetraetile dai carburanti la Ethyl corporation rispose anch’essa con degli studi che definire scientifici risulterebbe offensivo all’intelligenza umana. I risultati degli studi comportarono ovviamente la completa innocuità del piombo tetraetile. Numerosi dottori e medici furono letteralmente comprati affinché conducessero le ricerche nel modo più consono ai fini delle compagnie petrolifere. Furono effettuati test sulle urine e feci di volontari esposti al piombo tetraetile per determinare quanto effettivamente i valori fossero sopra la media. Quello che venne fuori dai test fu manipolato dal quel circolo di denaro e interessi in maniera a dir poco vergognosa. Non risultava quantità sopra la media, non perché non ci fosse, ma semplicemente perché il piombo non si espelle dalle urine, si lega alle ossa e al sangue. I test non proseguirono, ma per fortuna non fu necessario. I dati raccolti da Patterson nei ghiacci polari e anche su degli scheletri antichi (in cui la quantità di piombo era molto minore rispetto a quella dei contemporanei) furono sufficienti a convincere il governo statunitense a emanare il Clean Air act nel 1970, per limitare l’utilizzo del piombo tetraetile.

La lotta di Patterson ebbe successo alla fine. Il geologo non si arrese di fronte ai meccanismi del sistema che tagliano fuori chiunque la pensi diversamente, le sue ricerche si diffusero tra gli attivisti ambientalisti e per una volta il sistema lobbistico ha fallito. Quel successo è nulla in confronto alla storia delle lobby, non solo petrolifere, ma è il segno di qualcosa che non si può estinguere, di quella minoranza che le spietate regole capitaliste non le vuole seguire. Patterson non ha ceduto e non si è fatto comprare. Forse non è molto conosciuto, e se lo è non è di certo per essersi battuto con i mostri petroliferi, ma d’altronde perché idealizzare qualcuno che al sistema è risultato scomodo? Perché diffondere l’icona di uomini come lui che con l’umiltà propria dei veri eroi rappresentano la controparte delle vere istituzioni che tengono i fili del corrotto sistema con temporaneo? I modelli da seguire vengono manipolati e calati dall’alto e questa ne è l’ennesima prova.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

Perché mente e coscienza non sono un epifenomeno come sosteneva Huxley, ma rispettivamente un tribunale recondito e flusso degli stati vissuti da un Io

È quasi impossibile trovare oggi in un articolo di biologia termini come mente o coscienza, al cui posto leggeremo: neuroni, proteine, sinapsi e così via…, donde d’improvviso – con un salto dalla prosa scientifica alla poesia immaginifica – la mente è spiegata come “ciliegina sulla torta” (E. Boncinelli) o “fischio della locomotiva” (A.G. Cairn-Smith). Il termine ufficiale usato dal conformismo riduzionista è “epifenomeno” (un’invenzione del “mastino di Darwin”, T.H. Huxley), che significa “fenomeno derivante da un altro”: siccome però nel mondo tutti i fenomeni derivano da altri (proprio nello studio delle loro concatenazioni causali consistono le scienze) e “poiché là dove mancano i concetti, s’offre, al momento giusto, una parola” (J.W. von Goethe, “Faust”), il termine serve solo, secondo il diavolo, a celare la mancanza d’ogni concetto a riguardo di cosa sia la mente.

La paroletta di Huxley non è tanto un’ovvietà, ma uno sproposito, perché la mente non è un fenomeno. Fenomeno (dal greco “fàinomai” = mostrarsi) è tutto ciò che ci appare davanti, manifestamente: l’alternarsi del giorno e della notte, le fasi della luna, l’evaporare dell’acqua all’aria e l’abbronzarsi della pelle al sole, lo sbocciare dei fiori a primavera e la caduta delle foglie in autunno, ecc. È un fatto però, che di nessuno la mente ci appare. La mente piuttosto è il tribunale recondito davanti a cui tutti i fenomeni compaiono: i fenomeni sono gli oggetti delle apparizioni, la mente è il soggetto invisibile che li vede e giudica. Tanto è potente e allo stesso tempo misteriosa la caratteristica dell’uomo da far dire ad Euripide: “La mente in ciascuno di noi è un dio”.

La coscienza pure non è un fenomeno, ma consiste nel flusso degli stati vissuti da un Io. Neanche nell’intimità dell’amore appare all’amante la coscienza dell’amata– che cosa le frulli per la testa, le passi nel cuore o ella provi nei sensi –, e l’uno si deve accontentare (dei fenomeni esteriori) delle parole e dei gesti dell’altro. Nello stato detto “autocoscienza” la coscienza appare a sé, non come oggetto esterno, ma ancora come un particolare stato vissuto dall’Io. C’è dell’altro che questi super-semplificatori mostrano d’ignorare. Per loro, le neuroscienze spiegano la mente come un fenomeno della struttura biologica e dell’organizzazione fisiologica del sistema nervoso centrale; i livelli biologici e fisiologici si spiegheranno, “molto presto” annunciano da cent’anni, con reazioni chimiche; e queste, si sa, si spiegano già in fisica con le interazioni delle cortecce elettroniche degli atomi.

La fisica però non si ferma agli atomi e ai quark, ma tira in ballo anche i campi quantistici e l’osservatore. Ogni sistema atomico, infatti, vi è descritto con una distribuzione (questo è un campo) di tutti i valori delle grandezze fisiche e solo l’esecuzione di una prova ne determina i valori attuali – l’autostato, che è relato alla coscienza (collettivamente elaborata) del team controllante l’apparato sperimentale –. Un evento fisico è inseparabile dal campo quantistico in cui è immerso e dall’interferenza dell’osservatore intelligente che, approntandone la preparazione ed osservandone l’evoluzione, lo fa iniziare in un autostato e precipitare infine in un altro. “Non è possibile una formulazione coerente della meccanica quantistica che non faccia riferimento alla coscienza” (E. Wigner, Nobel 1963 per la fisica). Così la mente, declassata dal semplicismo riduzionista a fenomeno secondario delle attività cerebrali, è promossa dalla scienza fondamentale a statuto primario di tutti i fenomeni. Il loro tribunale, appunto. Come avanziamo, allora, nello studio della mente se non con un’introspezione di come l’Io di ognuno appare a Sé?

Che cos’è il mio Io? Qual è il mio nocciolo duro, se c’è, al netto del mio corpo? Sfoglio un album di vecchie foto in bianco e nero e mi vedo a 6 anni nella bottega di papà, che ora non c’è più, in uno scatto fatto da Callisto, il postino di paese; a 7 anni, con la mia bellissima mamma, sul cui viso oggi è scolpito il disincanto: posiamo sorridenti lungo un viale alberato per la gioia di Fai, un eccentrico personaggio locale; ecc., ecc. Non conosco parole per descrivere il flusso nostalgico di tenerissimi ricordi che mi avvolge, stringendomi il cuore, arrossandomi il viso ed inumidendomi gli occhi. Riconosco a fatica vaghi lineamenti di me in quelle foto ingiallite e mi chiedo ancora: in che cosa consiste la sostanza dell’Io, che permea ogni fibra del mio corpo? Essa certo non coincide con i 10^27 atomi di turno che lo compongono: al mio corpo sono affezionato anche nei difetti perché è comunque parte di me, ma non posso identificare una parte di me col mio Io intero. So bene che l’Io dipende in tutto dal corpo, a cominciare dalla sua stessa esistenza. Però, se un organo non vitale mi venisse a mancare, o uno vitale diverso dal cervello mi fosse trapiantato da un donatore, non per ciò ammetterei che non sono più io, anche se non mi riconoscerei identico a prima.

E il cervello? in che rapporto sta con l’Io? Il confronto tra un uomo ed un computer forse mi aiuterà a procedere. Tutto il mio corpo è hardware, compreso il cervello che svolge i due ruoli che nel calcolatore hanno il disco per la conservazione dei dati ed il processore per la loro elaborazione. E cosa corrisponde in me al software, senza cui un computer è più inutile di un ferro vecchio? Il software è una sequenza di operazioni matematiche (infine, un numero), che indica al processore come elaborare i dati salvati nel disco o inseriti dall’esterno. Esso è memorizzato nel disco, o nel cloud che è comunque un server da qualche parte. D’acchito mi verrebbe d’identificare la componente volitiva dell’Io con un software, perché è l’Io che ordina al cervello come elaborare le informazioni conservate nella memoria o che gli stanno provenendo dai sensi. Proseguendo nell’analogia dovrei riconoscere che, come il software d’un pc sta in un disco, così la mia Volontà è basata nell’encefalo. Ma il paragone è miserrimo, perché ogni software è un puro numero: non vive, né sa di essere; non pensa; è stato scritto dall’Io d’un programmatore umano e nelle stesse circostanze ripete le operazioni che gli sono inscritte.

Il mio Io, invece, respira la vita; pensa; pensa di pensare; non è stato programmato (da alcun super-Io) e sa di godere di arbitrio libero, pur se condizionato dal corpo e dall’ambiente. L’Io è vivente, cogitante, autocosciente e dotato di una volontà che avverte l’imperativo morale altro da Sé, mentre nessun software è l’ombra di ciò! La parola che si usa da sempre per denotare l’insieme di quelle facoltà è: anima (dal sanscrito “atman” = soffio vitale). Ecco il nucleo del mio Io dal concepimento: è l’unità indissolubile di un corpo e di un’anima.

Nei primi anni di vita la Volontà della mia anima era scandita esclusivamente dall’istinto alla soddisfazione dei bisogni del corpo, ma col tempo l’interscambio tra il suo mondo interno ed il mondo esterno (il latte materno, l’educazione familiare, il contesto sociale, ecc.) l’ha forgiata in scelte, fatte inizialmente su valori e sensi parziali, che con gli anni sono cresciuti ad una matura, integrale Weltanschauung. Il mio Io è cresciuto sulla spinta di questa Volontà ed oggi gli appartengono la memoria delle cose apprese e delle esperienze fatte ed il bene e il male derivati anche per mia responsabilità alle persone che ho influenzato. Le mie decisioni hanno concorso a costruire l’Universo attuale al posto d’infiniti altri universi potenziali: chi può sapere che cosa di buono il mondo ha perso per i miei errori ed omissioni, e perdonarmi per essi? Ora, durante questa mia auto-analisi, pensiamo che un neuroscienziato abbia osservato con un sistema di sonde tutti i campi e le reazioni chimico-fisiche del mio corpo e dalle loro misure abbia calcolato con un modello matematico i pensieri della mia anima. Ammessa l’omologia della teoria impiegata – ma se ogni traduzione da una lingua all’altra è infedele in significato e stilemi; se la descrizione data dal mio stesso racconto è stata carente, può un numero, qual è la risposta d’un apparato osservativo, rappresentare isomorficamente una catena di pensieri ed emozioni? –, in ogni caso la fisica misurata sul mio corpo non è la stessa cosa dei pensieri vissuti dalla mia anima: ciò che ho vissuto pensando quei pensieri appartiene al mio Io interno ed è altro ontologicamente dalle grandezze fisiche osservate dall’Io (a me esterno) del neurologo.

L’alterità tra stati psichici e grandezze fisiche vale nei due versi e, come vieta il cortocircuito del riduzionismo materialistico, così nega quello inverso del riduzionismo idealistico contemporaneo – della filosofia analitica e del neopositivismo, per intenderci – secondo cui gli oggetti fisici “hanno lo stesso fondamento degli dèi di Omero (W.V. Quine, filosofo ad Harvard), essendo solo i costrutti mentali delle percezioni dimostratisi più utili in ogni epoca, al punto che “noi sappiamo, per dimostrazione, che la Luna non è più là quando non la osserviamo” (N.D. Mermin, fisico alla Cornell). Resta la terza via del buon senso, un realismo che prende atto dell’esistenza sia di oggetti fisici che di stati dell’anima, e della loro alterità irriducibile fatta salva la loro coesistenza nell’essere umano. Io so anche che il mio Soggetto interno è intravisto come oggetto esterno dagli altri Io (quelli delle persone con cui entro in relazione), e viceversa: la coesistenza e l’ambiguità ontologica falsificano il dualismo cartesiano, secondo cui l’alterità implica una radicale separazione (che infine, per il ruolo guida assegnato alla “res cogitans” sulla “res extensa”, si traduce in monismo spiritualistico). Come potrebbe la mia Volontà ordinare al deltoide di sollevare il braccio, se l’anima ed il muscolo appartenessero a mondi disgiunti? Forse inserendo un ponte tra i due, cioè con un terzo mondo, e così via all’infinito?! “Il corpo non è unito in modo accidentale all’anima, perché il più profondo essere dell’anima è lo stesso essere del corpo, e dunque un essere comune ad entrambi” (Tommaso d’Aquino, “Quaestio disputata de anima”). Insomma la realtà di questo mondo è una, una sola, ma è molto diversa da come ce la raccontano i riduzionisti delle due scuole; e la sua trama è molto, molto più complessa di quanto speculino oggi anche i fisici più creativi.

Chi prima delle equazioni di Maxwell (1861) e degli esperimenti di Hertz (1886) avrebbe immaginato la realtà dei campi, quando per i materialisti di allora tutto era solo atomi e moto? Chi prima della sintesi di Einstein (1915), quando spazio e tempo erano universalmente considerati contenitori inerti dei fenomeni (due “forme a priori” della mente, per gli idealisti di allora), avrebbe pensato lo spazio-tempo come una struttura dinamica reale, che ordina alla materia come muoversi ed è da essa ordinata come incurvarsi? Quando ho scritto che l’auto-interazione del campo di Higgs crea il bosone omonimo, un lettore mi ha obiettato: “Ma di che è fatto il campo, se non delle medesime particelle? […] è come se Lei ci dicesse che un oceano interagendo con se stesso determina le molecole di cui è costituito”, testimoniando la persistenza anche in ambienti colti (e religiosi) di un pregiudizio materialistico e meccanicistico, di cui la fisica s’è liberata 150 anni fa. Quando si prenderà atto che l’evidenza dell’esistenza di un oggetto non è data in fisica dalla sua osservabilità (qualcuno ha mai “visto” un quark top?), ma coincide con l’efficacia delle sue proprietà matematiche a predire regolarità di Natura altrimenti giudicate accidentali?

A sciogliere il problema del sinolo dell’Io, di questa unità tanto oggettivamente materiale se vista da fuori quanto soggettivamente mentale se vissuta da dentro, non saranno né la biologia molecolare, né le neuroscienze, e neanche la fisica ultima dell’altisonante “Teoria del Tutto”…, che poi è la geometria delle stringhe e del multiverso, ovvero una cinematica di cordicelle e tamburini vibranti in uno spazio (“bulk”) a 10-11 dimensioni: questo esercizio è condannato fin dall’inizio a fallire il bersaglio, perché carica la complessità dell’essere non sulla struttura matematica degli oggetti (ipoteticamente fondanti il “Tutto” comprensivo della mente), bensì sulla topologia super-dimensionale del bulk che ne ospita i giochi. No, per tentare la scalata alla montagna dell’Io – alla sua parete fenomenica, almeno – ci occorrerà una scoperta altrettanto eversiva di quelle del campo elettromagnetico e della relatività, e più probabilmente un cambio del paradigma epistemologico che superi la “vecchia”, a ciò visibilmente impotente, rivoluzione scientifica.

Giorgio Masiero, fisico.

Lo Scienziato Antonio Giordano: “E’ fondamentale investire nella ricerca, fare prevenzione può salvare la vita”

Antonio Giordano è un oncologo, patologo, genetista, ricercatore e professore universitario di fama mondiale. Direttore dello Sbarro Health Research Organization a Philadelphia. Professore ordinario di Anatomia  ed istologia patologica presso l’Università degli studi di Siena, coordinatore  di una linea di ricerca al  Centro di  Ricerche di Mercogliano-Pascale : sono solo alcuni degli incarichi che fregiano il suo curriculum. Eppure la veste in cui è più spesso ritratto è il camice bianco, in laboratorio: per fare ricerche per  la cura dei tumori. Fautore di scoperte notevoli e instancabile scienziato è sempre in prima linea in questa battaglia dura ma senz’altro proficua per il presente e per il nostro futuro.

 

Professore Antonio Giordano, oggi Lei è una persona affermata e la sua carriera professionale è costellata da innumerevoli successi ma, chi o cosa lo ha spinto a studiare Medicina e diventare un oncologo?

E’ innegabile che sia stato fortemente influenzato dalla professione di mio padre che e’ stato un affermato anatomo patologo, anche se la mia prima passione e’stata la chirurgia.Confesso che solo dopo aver trascorso un periodo negli Stati Uniti ho considerato la genetica. Senza voler togliere alcun merito agli ottimi colleghi chirurghi intuii che la tecnologia avrebbe conquistato uno spazio, sempre maggiore, in questa professione.

Durante il suo Dottorato negli Stati Uniti, è stato allievo del premio Nobel James Dewey Watson, Quale insegnamento fondamentale ha ereditato?

Sicuramente il rigore lavorativo e scientifico, ma anche l’arte della competizione. Cold Spring Harbour mi ha insegnato molto sotto questo profilo. Non solo venivo dall’Italia,ma anche dal Sud e affermarmi non e’ stato semplice.

Nel 1993 si è distinto per una pregevole scoperta: il gene oncosopressore RB2/p130. In cosa consiste questo gene? Quanto ha influito sulle diagnosi e sulle terapie dei pazienti affetti da cancro?

Si tratta di un gene oncosoppressore che, introdotto attraverso un retrovirus, in alcuni modelli animali e’ in grado di ridurre la crescita tumorale. La ricerca su questo gene e sulle sue applicazioni e’ ancora molto attiva.

Dal Suo lavoro di ricerca si evince quanto in Campania l’insorgenza di tumori sia fortemente legata agli ambienti inquinati. Cosa ha significato per un napoletano come Lei prenderne coscienza?

In realtà’, successivamente alla morte di mio padre, sono andato a rileggere i suoi studi e mi sono reso conto della loro attualità. Mio padre e il suo team di ricerca, con incredibile lucidità’, era riuscito a prevedere la situazione ambientale che si sarebbe realizzata da li’ ai 40 anni successivi. Quindi, più’ che prendere coscienza ho voluto aggiornare scientificamente quella mappa della nocività’ che mio padre aveva tracciato quando ero ancora un ragazzo.

Preziose sono le Sue pubblicazioni divulgative: Monnezza di Stato.La terra dei fuochi nell’Italia dei veleni e Campania, terra dei fuochi, dossiers che raccontano il disastro ambientale. Quanto è stato rilevante portare alla luce questi dati?

E’ necessario contestualizzare gli eventi. Quando ho incominciato ad interessarmi della questione “rifiuti tossici” sono stato molto scoraggiato per non dire avversato da alcuni tra i miei stessi colleghi. Allora si parlava ancora poco dell’argomento. Solo successivamente i pentiti della camorra hanno confermato quanto a livello scientifico si andava dimostrando. Ritengo importante per un cambiamento di rotta portare all’attenzione dell’opinione pubblica, ma soprattutto dei giovani la reale situazione ambientale. Solo smuovendo le coscienze potremo sperare in un futuro più’ pulito.

Napoli ormai da anni è declassata a terra dei fuochi. Su quali risorse può contare secondo Lei per scrollarsi da questo epiteto e ritornare a risplendere come una delle più belle regioni d’Italia?

A mio modo di vedere Napoli e’ stata una città’ che ho scoperto più’ di altre il vaso di Pandora anche grazie al lavoro dei comitati locali che si sono andati costituendo man mano che l’emergenza crescevaIn realtà’, come apprendiamo quasi quotidianamente, dagli organi di informazione, i siti inquinati dai rifiuti tossici sono presenti in Italia, ma più in generale nel mondo intero. Addirittura l’oceano e’ invaso da quintali di plastica. 

Grazie all’impegno dei ricercatori e dei medici, il cancro  oggi viene sempre più debellato e il tasso di sopravvivenza è aumentato notevolmente. Quanto è importante investire sulla ricerca e promuovere una sensibilizzazione sociale?

E’ fondamentale continuare ad investire nella ricerca scientifica e nella prevenzione per comprendere meglio i meccanismi alla base della malattia e per meglio curarla. Anche la prevenzione pero’ ha un ruolo determinante: un intervento tempestivo può’ salvare la vita.

Professore Giordano un mese fa ha siglato con l’ospedale di Marcianise un accordo per la creazione di un centro studi e ricerche contro il cancro. Quanto è significativo disporre anche in Italia di questi centri?

Premesso che l’Italia e’ un Paese all’avanguardia nelle cure del cancro, ritengo che in qualsiasi parte del mondo siano auspicabili collaborazioni di studio che consentano lo scambio di conoscenze scientifiche.

Quale consiglio si sente di dare a tutti i ricercatori e coloro che intendono intraprendere questa missione?

Consiglio di essere onesti con se stessi e di intraprendere questo lavoro per passione. Si tratta di una professione nella quale si e’ costretti ad affrontare molteplici sacrifici non ultimo quello di lasciare anche il proprio Paese per delle esperienze più o meno lunghe all’estero. In Italia, la situazione dei ricercatori e’ difficile e la maggior parte emigra all’estero.

Se trovasse una lampada e sfregandola avesse la  possibilità di esprimere tre desideri, quale esprimerebbe?

E’ molto complicato risponderLe. Probabilmente, provvederei alle bonifiche dei territori inquinati, migliorerei le condizioni lavorative dei giovani italiani (soprattutto dei giovani ricercatori) e, per me stesso,chiederei di poter lavorare ancora per molti anni.

 

Terza laurea honoris causa internazionale per l’astrofisico Massimo Capaccioli, oggi 7 dicembre

La terza laurea honoris causa internazionale nell’Università che vanta tre premi Nobel. Cresce sempre più la bacheca dei riconoscimenti accademici di Massimo Capaccioli, professore emerito dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ormai campano d’adozione da quasi trent’anni.

Stasera alle 21 a Napoli da “Amico Bio Mergellina” la festa in suo onore tra arte e astronomia per celebrare l’ultimo riconoscimento che è arrivato in Ucraina dall’Università Statale Karazion di Kharkiv, molto nota a livello internazionale per aver avuto nel suo corpo docenti ben tre premi Nobel: Élie Metchnikoff per la medicina nel 1908, Simon Kuznets per l’economia nel1971, ma soprattutto Lev Landau (nel 1962 per la Fisica), uno dei più grandi fisici del ‘900. Il che per Capaccioli rende ancor più speciale la laurea honoris causa in Astrofisica a Kharkiv, ricevuta dalle mani del Rettore, Vil Bakirov, e alla presenza del direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Astrofisica, Filippo Zerbi, del viceambasciatore italiano a Kiev, Joel Melchiori e del presidente della Società astronomica ucraina, Jaroslav Yatskiv.

Maremmano di Castel del Piano (Grosseto), classe 1944, Massimo Capaccioli, è stato per anni il faro accademico degli studi di astronomia all’Università di Padova, fino agli inizi degli anni ’90, quando ha eletto la Campania a sua dimora adottiva guidando per tredici anni l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte e trasferendo il suo insegnamento di professore ordinario di astronomia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove oggi è professore emerito.

Già artefice, tra le sue tante imprese scientifiche, della realizzazione del più potente telescopio del mondo all’interno dell’Osservatorio astronomico cileno del Paranal, in seno all’Unione Astronomica Internazionale, all’Agenzia Spaziale Europea, al Centro italiano di Ricerche Aerospaziali e alla Società Astronomica Italiana, che ha presieduto per oltre un decennio, i suoi studi sono divenuti celebri in tutto il mondo fino al tributo speciale ricevuto in Russia. Prima, nel 2010, con la laurea honoris causa in Astrofisica nella prestigiosa “Lomonosov Moscow State University” e poi con il “bis” concessogli nel 2016 dall’Università di Dubna, la città della fisica, celebre in tutti il mondo per gli studi sull’atomica ed in particolare in Italia per l’adozione del fisico Bruno Pontecorvo, allievo di Enrico Fermi, Premio Stalin nel 1953 per lo studio sui neutrini e membro della prestigiosa Accademia delle Scienze dell’URSS.

Massimo Capaccioli e il legame speciale con la Campania

Dopo la direzione dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, che è stata anche la sua casa per oltre dieci anni ricchi di animazione scientifica e culturale della città, Massimo Capaccioli ha scelto negli ultimi anni come sua dimora quella che lui ricorda essere la “città di Spartaco e di Annibale”, Santa Maria Capua Vetere, dove vive a due passi dall’Anfiteatro Campano, impegnato spesso prima persona in numerose attività di valorizzazione di uno dei siti archeologici più belli del mondo.

A tributare il proprio omaggio a Massimo Capaccioli, domani sera da “Amico Bio Mergellina”, ci saranno, tra gli altri, il Sindaco di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Mirra, l’assessore alle Politiche giovanili del Comune di Napoli, Alessandra Clemente, il Pro Rettore dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, Rosanna Cioffi, il direttore del Museo di Arti Sanitarie, Gennaro Rispoli, l’astronomo Massimo Dall’Ora, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, Bella Takushinova, docente di Lingua russa al Centro Pushkin dell’Università della Campania, e il filosofo Gennaro Carillo, coordinatore scientifico della rassegna “Fuoriclassico” al Museo Archeologico Nazionale di Napoli che anche quest’anno avrà tra i suoi protagonisti Massimo Capaccioli (mercoledì 13 dicembre alle 17.30).

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