Leonardo da Vinci incarna da sempre l’idea dell’artista totale: inventore, pittore, anatomista, architetto, visionario. Nei suoi studi sul volo, raccolti nel celebre Codice sul volo degli uccelli (1505), l’arte e la scienza si fondono nel sogno di superare la gravità, di sfidare il limite, di “camminare sulla terra guardando il cielo”. Un approccio all’arte concepito come tensione verso l’alto, desiderio di un sapere volto ad unire mano, occhio e mente. Quella stessa spinta visionaria e quella irrequietezza creativa saranno il cuore di “In Alis Artis” – “Sulle ali dell’arte”, la mostra collettiva internazionale che sarà inaugurata sabato 29 novembre 2025 al MAS Museo D’arte e Scienza di Milano. L’esposizione celebrerà l’inquietudine, la libertà e la profonda curiosità che contraddistinguono l’artista contemporaneo, oggi come nel Rinascimento.
Il codice sul volo degli uccelli è un manoscritto di Leonardo da Vinci conservato presso la Biblioteca Reale di Torino.
L’interesse per il volo si manifesta in Leonardo fin dagli anni giovanili trascorsi a Firenze, ma è dopo il suo trasferimento a Milano, intorno al 1482, che il tema comincia ad assumere in lui un’importanza particolare. L’osservazione degli uccelli lo convince che il volo non ha in sé nulla di misterioso – a differenza di quanto pensano gli scienziati dell’epoca – e che è un fenomeno puramente meccanico.
Il fatto che l’aria sia comprimibile ed eserciti quindi una resistenza in grado di sostenere un corpo, costituisce una delle intuizioni fondamentali di Leonardo, portandolo a concludere la possibilità anche per l’uomo di volare. Una delle sue più famose applicazioni di quest’intuizione è il progetto del Grande Nibbio, una macchina costruita in legno con un meccanismo ad imitazione del volo battente. Il nome dell’invenzione riprende l’animale da cui Leonardo aveva tratto ispirazione per la sua realizzazione, appunto il Nibbio.
Per volere di Leonardo da Vinci un numero di codici imprecisato venne ereditato da Francesco Melzi che nel 1523 tornò a Milano portando con sé le carte. Alla morte del Melzi i manoscritti, conservati nella villa di Vaprio d’Adda, furono affidati al figlio Orazio e successivamente presero strade diverse a causa di sottrazioni e cessioni.
Grazie a una breve cronaca lasciata da Giovanni Ambrogio Mazenta, è possibile ricostruire, anche se in modo vago, le vicende di parte dei testi. La famiglia Melzi aveva come insegnante Lelio Gavardi d’Asola, che attorno al 1587 sottrasse 13 libri di Leonardo per portarli a Firenze al granduca Francesco. Essendo però morto il granduca, il Gavardì si trasferì a Pisa insieme con Aldo Manuzio il Giovane, suo parente; qui incontrò il Mazenta, al quale lasciò i libri affinché li restituisse alla famiglia Melzi. Il Mazenta li riportò a Orazio Melzi, che però non si interessò del furto e gli donò i libri; il Mazenta li consegnò al fratello.
L’assenza di un tema imposto per le opere esposte è una precisa volontà curatoriale di restituire centralità alla voce individuale dell’artista. Come accadeva nei codici di Leonardo, dove coesistevano ingegno tecnico, sensibilità estetica e libertà immaginativa, il pensiero leonardesco diviene così per l’artista un orizzonte simbolico, invito ad un “volo” senza restrizioni.
Le opere selezionate per l’evento, tra media e tecniche differenti, abiteranno dunque questo “cielo aperto” con visioni introspettive, sociali, concettuali o formali, evidenziando quanto l’arte contemporanea sia polifonica, fluida, in divenire.
L’evento vedrà la partecipazione di artisti di varie nazionalità con opere di pittura, scultura, arte digitale, AI e fotografia.
Dal 18 al 30 ottobre 2025, la CathArt Gallery di Varese ospita la mostra bipersonale “DIS’ART MANTE. L’arte come resistenza poetica e disarmo interiore”, un intenso dialogo visivo tra Francesca Thermes e Cristiano Emanuele Ranghetto (C.R.E.!),a cura di Carla Pugliano.
L’inaugurazione è prevista per sabato 18 ottobre alle ore 18:00, con la partecipazione del critico e giornalista Andrea Barretta, figura di rilievo nel panorama artistico contemporaneo.
Nata da una riflessione condivisa sull’impotenza e lo smarrimento che attraversano il nostro tempo, la mostra si presenta come una dichiarazione di intenti.
“DIS’ART MANTE” nasce da una riflessione condivisa sull’impotenza e lo smarrimento che attraversano il nostro tempo. Un titolo che diventa parola-simbolo: l’arte come disarmo, come gesto empatico e rigenerante, come luogo di resistenza sensibile contro l’indifferenza e la violenza.
Nelle opere dei due artisti, la pittura si trasforma in atto di compassione e testimonianza, in un linguaggio che non cerca di cambiare il mondo ma, come ricordava Ernst Fischer, di renderlo “meno disumano”.
La mostra nasce così dall’incontro di due visioni, unite da un’urgenza comune, quella di restituire attraverso l’arte una voce al silenzio, un senso al disorientamento del nostro tempo.
Francesca Thermes, artista autodidatta con formazione in architettura e design, porta in galleria un linguaggio intimo e meditativo, costruito su fondi blu e oro attraversati da segni netti e strutture fluttuanti. Le sue opere evocano paesaggi interiori e memorie sospese, restituendo una pittura che diventa luogo di ascolto, consolazione e leggerezza.
Nel suo lavoro, materiali quotidiani e oggetti di recupero si trasformano in elementi poetici, in frammenti che respirano una nuova vita artistica. Come spiega lei stessa, “nella pittura il mio lavoro è un’esplosione, da cui nascono immagini frammentate come note”.
Di diversa matrice, ma affine nello spirito, è la ricerca di Cristiano Emanuele Ranghetto (C.R.E.!), pittore, scultore e poeta formatosi all’Accademia di Brera. Artista visionario e spirituale, Ranghetto è ideatore del Multivisionismo, uno stile che invita lo spettatore a ruotare le opere, scoprendo volti, simboli e figure mutevoli.
Per lui l’arte è “atto profetico e pedagogico”, strumento di risveglio e partecipazione: “chi osserva diventa partecipe e, in un certo senso, artista”, afferma. In mostra anche le sue sculture in terracotta corrosa, metafora delle ferite inflitte dall’uomo alla Terra, in un linguaggio che intreccia denuncia e spiritualità.
Il dialogo tra Thermes e Ranghetto diventa così un percorso di catarsi e speranza Le loro opere, pur nate da sensibilità diverse, convergono nel bisogno di restituire centralità all’umano, di trasformare il dolore in gesto poetico e la fragilità in testimonianza. In un’epoca segnata da conflitti e disuguaglianze, “DIS’ART MANTE” si offre come spazio di riconciliazione e di ascolto: un invito a riaccendere la coscienza attraverso la bellezza condivisa.
La mostra è curata da Carla Pugliano, artista di fama internazionale e fondatrice della CathArt Gallery, spazio nato a Varese per favorire il dialogo tra arte, spiritualità e contemporaneità. Pugliano, già insignita del Leone d’Oro alla Triennale di Venezia e presente alla 60ª Biennale di Venezia, dal 2026 sarà consulente artistico per l’Atlante dell’Arte Contemporanea (Giunti), destinato alla presentazione al MoMA di New York.
All’inaugurazione sarà presente Andrea Barretta, giornalista, scrittore e critico d’arte, recentemente curatore della mostra “Il tempo di Warhol e la Pop Art” al Museo della Stampa di Soncino. Con una carriera costellata da collaborazioni con artisti come Warhol, Baj, Rotella e Schifano, Barretta porterà un contributo critico di rilievo, arricchendo l’apertura con una riflessione sull’arte come resistenza poetica e testimonianza del presente.
L’iniziativa è sostenuta dal media partner L’ArteCheMiPiace, piattaforma dedicata alla promozione dell’arte contemporanea e alla diffusione della cultura visiva.
“Dialoghi dell’Anima, tra Materia e Spirito” è il titolo della rassegna che mette in luce le opere di Matteo Chiarelli e Carla Pugliano, due artisti unici nel loro genere, riuniti in un evento che celebra resilienza, ispirazione e creatività. L’esposizione si terrà presso la CathArt Gallery di Varese, con inaugurazione venerdì 30 maggio 2025 alle ore 18:30.
Una mostra che esalta il valore intrinseco dell’arte e del dialogo creativo, offrendo una riflessione profonda sul ruolo dell’espressione contemporanea come strumento di consapevolezza, connessione umana e trasformazione interiore.
È un percorso che si muove in silenzio, tra la superficie e la sostanza, tra la pelle e il corpo, tra ciò che si mostra e ciò che attraversa lo spazio invisibile del sentire. Un cammino lungo una sottile zona di frontiera, dove pittura e scultura si incontrano, si tendono la mano, e il visibile si piega all’interiorità.
Attraverso una ricerca orientata all’autenticità e alla profondità espressiva, la mostra restituisce all’arte la sua funzione originaria: essere luogo di rivelazione, di unione e di trasformazione.
Gli artisti
Matteo Chiarelli (classe 1947) ha intrapreso un percorso artistico unico e sorprendente. Dopo un incidente in montagna nel 2006 che lo ha lasciato paralizzato, ha sfidato ogni previsione medica, recuperando miracolosamente e trovando nuova ispirazione nella sua arte. Il pellegrinaggio lungo il Cammino di Santiago nel 2010 ha segnato una svolta profonda: da allora ha completato ben ventun cammini, che hanno lasciato un’impronta significativa nella sua produzione.
Le sue opere spaziano dalla scultura in legno, marmo e ferro all’utilizzo di materiali innovativi come la vetroresina, riflettendo una profonda connessione con la spiritualità. Tra le sue creazioni più emblematiche spicca la “Venere con le Rose”. Una delle sue opere è entrata permanentemente a far parte del Borgo del Sacro Monte di Varese, Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Altre installazioni pubbliche includono un rospo in legno donato al Comune di Cuasso al Monte, collocato davanti alle scuole della frazione di Cavagnano. Attualmente è in fase di progettazione una nuova opera lungo il sentiero “La Linea della Pace” (Cuasso al Monte, VA).
Il fulcro della sua poetica è la figura del pellegrino, raffigurata con cappa, zoccoli e cappello alla maniera antica, sostenuto da un bastone: stanco e affaticato, ma spinto da un’energia misteriosa. Cammina attraverso paesaggi rurali, tra cavalli andalusi e contadini baschi, sulle strade per Santiago un cammino compiuto più volte e riflesso anche nelle sue opere dedicate alla figura femminile, alla maternità, alle nature morte e alla fotografia.
Carla Pugliano, artista contemporanea varesina di riconoscimento internazionale, è apprezzata per la sua capacità di fondere classicismo e sperimentazione, creando opere che oscillano tra figurazione e astrazione. La sua ricerca indaga temi universali attraverso corpi e volti evocativi, intrecciati a rappresentazioni concettuali di emozioni profonde.
Sostenuta da critici come Vittorio Sgarbi, Daniele Radini Tedeschi e Andrea Barretta, ha esposto in luoghi simbolo del patrimonio varesino (Sacro Monte, Villa Recalcati) e in contesti di rilievo internazionale: la 60ª Biennale di Venezia, la Triennale di Venezia (dove ha ricevuto il Leone d’Oro) e la XIV Florence Biennale. Le sue opere si trovano in permanenza in sedi istituzionali e museali, e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.
Nel 2025 ha aperto il suo atelier CathArt Gallery, uno spazio espositivo che è anche luogo di dialogo tra diverse espressioni artistiche, nato con l’intento di offrire un’esperienza immersiva, trasformativa e di incontro emotivo e sensoriale, capace di generare connessioni autentiche tra opere, artisti e visitatori.
Sarà presente Francesco Gemmo, storyteller, portraiter e digital creator attivo nel settore turistico. Dal 2023 realizza contenuti dedicati a Varese e dintorni, unendo fotografia e narrazione del territorio. Collabora dal 2025 al progetto “Quel che non sai di Varese”, ideato da Samuele Corsalini.
Sabato 10 maggio 2025, la Varese la Cathart Galleryospita l’artista internazionale Maurizio D’Andrea in un evento di grande intensità, arricchito dalla presenza straordinaria del noto Critico e Storico dell’Arte Daniele Radini Tedeschi, voce tra le più autorevoli del panorama artistico contemporaneo, nonché curatore di sei edizioni alla Biennale di Venezia.
L’artista D’Andrea presenta la sua nuova performance-mostra dal titolo “Il riscatto della brutta psiche”, un atto unico che fonde teatro, arte visiva e psicoanalisi, portando il pubblico in un viaggio emozionale dentro i meandri più oscuri e autentici dell’inconscio umano dove “L’Io non è mai padrone a casa sua”.
Sarà Daniele Radini Tedeschi ad aprire ufficialmente la mostra personale offrendo al pubblico una lettura penetrante del progetto artistico e del linguaggio visivo di Maurizio D’Andrea. La sua presenza alla Cathart Gallery rappresenta un’occasione unica per approfondire le implicazioni psicologiche ed estetiche della mostra attraverso lo sguardo critico di uno dei massimi esperti d’arte del nostro tempo.
La serata si apre con “Elogio dell’Imperfezione Psichica”, un breve monologo teatrale scritto dallo stesso D’Andrea e interpretato dall’attore Giulio Prosperi, voce e corpo vibranti di una psiche che reclama ascolto e verità. Il testo, crudo e lirico al tempo stesso, invita gli spettatori ad abbandonare le maschere dell’armonia e del bello per confrontarsi con ciò che viene taciuto: la bruttezza dell’anima, il caos interiore, le ombre che ci abitano. L’intero evento sarà documentato e registrato grazie alla sensibilità visiva del videomaker Francesco Barone, che immortalerà ogni dettaglio dell’azione performativa e della mostra.
Al termine della performance, il pubblico sarà invitato a un secondo tempo espressivo: la mostra di pittura, in cui le opere – inizialmente coperte – verranno svelate come parte di un rito collettivo. Ogni tela è una finestra sull’abisso, un riflesso inquieto dell’inconscio.
Dietro ogni gesto pittorico di Maurizio D’Andrea si cela un percorso interiore e formativo profondo, come quello che l’artista ha intrapreso attraverso la Mindfulness: un cammino fatto di consapevolezza, ascolto, visualizzazione e accettazione dell’inconscio. Ogni colore che utilizza, ogni materia che plasma, nasce da un lavoro sul suo mondo interiore. Non si tratta solo di espressione istintiva, ma anche di un continuo studio, indagine psicologica ed esplorazione della mente. L’artista insiste spesso sull’importanza di ciò che c’è dietro le sue opere, poiché è lì che risiede il senso più autentico del suo fare arte. Maurizio D’Andrea desidera che ogni visitatore, osservando le sue opere,
possa percepire la ricerca, il dubbio, la tensione, il silenzio e la verità che le hanno generate.
L’artista
Maurizio D’Andrea è sostenuto costantemente dalla critica sia italiana che estera, così dice di lui Shannon Permenter, Storica Contemporanea dell’Arte – Stati Uniti “Invisibile all’occhio ma visceralmente percepibile, l’opera di Maurizio D’Andrea rappresenta una sintesi potente tra psicologia, filosofia e astrazione visiva, incarnando il viaggio della trasformazione interiore.
Attraverso le sue ampie composizioni astratte, D’Andrea invita lo spettatore a esplorare i territori inesplorati dell’inconscio, trascendendo la rappresentazione convenzionale per creare esperienze immersive che conducono nel labirinto della psiche umana. Le sue opere, con la loro simbologia e la loro energia viscerale, fungono sia da specchi che da portali, riflettendo le nostre frammentazioni interiori mentre ci invitano alla trasformazione. Ridefinendo magistralmente l’atto del guardare, l’artista ci chiede non solo di vedere, ma di sentire, di elaborare, di prendere parte all’esperienza del divenire.”
Nato ai piedi del Vesuvio e laureato con lode in Scienze Geologiche con specializzazione in vulcanologia, Maurizio D’Andrea è pittore, scrittore e performer. Le sue opere attraversano i territori dell’inconscio, fondendo le teorie di Jung, Freud e Lacan con l’astrattismo lirico-informale. Nel 2022 ha fondato il Movimento Artistico Introversico Radicale, una corrente che pone al centro dell’atto creativo la tensione psichica e il riscatto dell’imperfezione. Tra i suoi numerosi riconoscimenti, spicca il Leone d’Oro per la Pittura alla Triennale Internazionale di Venezia nel 2024.
Ha esposto in tutto il mondo con mostre collettive e personali, riscuotendo premi e notevoli successi. Oggi vive e lavora ad Alba (Cn), nel suo laboratorio “Orizzonti Impossibili”, dove continua a esplorare, con coraggio e coerenza, il linguaggio dell’anima.
Enrico Dedin, ventottenne originario di San Donà di Piave (VE) e residente a Fossalta di Piave (VE), media artist e art director nel settore comunicazione, è stato incluso nel volume “L’arte del XXI secolo. Temi, linguaggi, artisti” di Viviana Vannucci, docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera e curatrice internazionale. L’autrice del libro vanta un’esperienza consolidata nel panorama artistico globale, avendo curato per tre edizioni il Padiglione Nazionale della Repubblica Popolare del Bangladesh alla Biennale d’Arte di Venezia.
L’obiettivo di “L’arte del XXI secolo. Temi, linguaggi, artisti”è fornire una visione d’insieme sul panorama artistico contemporaneo attraverso un approccio innovativo rispetto ai tradizionali manuali e saggi d’arte. Piuttosto che concentrarsi su correnti, movimenti o strumenti tecnologici, il volume esplora i principali temi dell’arte del Duemila e le modalità con cui gli artisti li affrontano. Adottando un linguaggio che unisce rigore scientifico e taglio giornalistico, il testo propone un excursus tra le esperienze post moderniste attuali, studiando le principali tematiche del momento e le modalità con cui esse vengono trattate dai protagonisti della scena artistica internazionale nelle prime due decadi del terzo millennio.
Senza trascurare il confronto tra maestri affermati e le nuove generazioni, questa ricerca prende in esame la fenomenologia degli anni Duemila, esplorando i focus, l’estetica dei linguaggi e tra i più significativi progetti artistici dell’ultima stagione postmoderna.
Un riconoscimento che riempie di soddisfazione Dedin: «essere citato, pur nel mio piccolo, a poche pagine di distanza da maestri del calibro di Michelangelo Pistoletto e Antoni Muntadas, da artisti internazionali che mi hanno sempre ispirato come Aram Bartholl e Jon Rafman, e solo qualche riga prima di leggende della videoarte come Bill Viola e Nam June Paik, sinceramente fa un certo effetto».
L’opera di Dedin inclusa nel volume è “Fungi-Fi”, descritta nel capitolo “L’era della nuova comunicazione digitale”. Si tratta di un progetto cross-mediale che sta ottenendo crescente attenzione internazionale e aprendo nuove conversazioni su tecnologia, ambiente e Antropocene. Dopo installazioni e proiezioni a Bangkok, Bergamo, Bogotà e Venezia, e l’ingresso nell’archivio dell’Harddiskmuseum, l’opera è attualmente in mostra a Berlino.
Presentata come un brevetto rivoluzionario, tramite il tipico storytelling pubblicitario, Fungi-Fi immagina un futuro (forse non così lontano) in cui le big tech si appropriano dell’intelligenza naturale della rete micorrizica per creare una nuova forma di connessione wireless, non senza conseguenze.
La ricerca artistica di Dedin esplora infatti l’impatto delle tecnologie digitali sulla percezione della realtà e sulle trasformazioni sociologiche contemporanee. Le sue opere incentivano la riflessione e la contemplazione, affrontando tematiche come il “deficit di natura”, il consumo compulsivo di immagini, l’iper-connessione, i social media e la dissoluzione dell’identità nell’era post-digitale. La sua produzione artistica
spazia dalla videoarte all’installazione multimediale, dall’arte digitale alla fotografia.
L’inclusione in questo prestigioso volume rappresenta un ulteriore passo nella carriera di Dedin, confermandone il ruolo nel panorama dell’arte contemporanea. Un traguardo che si aggiunge a una serie di recenti successi, tra cui la selezione per il XVI Annuario della Videoarte Italiana, curato da un comitato accademico di rilievo, e l’invito a rappresentare l’Italia alla prima storica Biennale d’Arte Contemporanea di Durazzo.
Inoltre, Dedin è stato recentemente intervistato da MuseumWeek, la settimana internazionale dei musei supportata dall’UNESCO. Attivo dal 2013, con la prima mostra a soli 17 anni, oggi Dedin conta oltre 70 esposizioni in 16 nazioni, tra cui Venezia, Roma, Torino, Berlino, Barcellona, Valencia, Alicante, Seoul, Los Angeles, New York e Caracas. La prossima tappa lo vedrà protagonista al Cairo, in un prestigioso festival all’ombra delle piramidi
Andreas Kalvos (1792-1869) è considerato uno dei più importanti poeti del romanticismo greco, ma anche patriota che dedicò molte sue opere alla causa dell’indipendenza della Grecia, ma il suo volto è rimasto sconosciuto fino a pochi mesi fa, quando il Professor Giorgio Andreiomenos, dopo lunghe ricerche, ha scoperto all’interno di una collezione privata greca, il ritratto del grande poeta, eseguito a Firenze, nell’abitazione di Ugo Foscolo, del quale fu molto amico e che ammirava profondamente.
Ma andiamo con ordine. Nato, come Foscolo, sull’isola di Zante, ma nel 1802 seguì il padre a Livorno; nel vivace clima della città labronica, dove rimase fino al 1811, imparò la lingua e la cultura italiana, e respirò anche una certa aria di cospirazione, in un periodo in cui, sia in Italia sia in Grecia, si cominciava a parlare di unità nazionale. Nel 1812 si recò a Firenze dove fece di tutto per conoscere Ugo Foscolo, poeta del quale ammirava lo stile ma anche l’impegno patriottico. Foscolo sarebbe diventato la sua guida e il suo iniziatore al neoclassicismo, ai modelli arcaici e al liberalismo politico. Nel 1813 Kalvos, sotto l’ombra di Foscolo, scrisse tre tragedie in italiano: Teramene, Danaidi e Ippia. A Firenze, Kalvos conobbe anche Francesco Benedetti, poeta e carbonaro, con cui rimase in lunghi rapporti, testimoniati dalle lettere ritrovate nell’archivio dell’italiano. Entrato nella carboneria, fu perseguitato politicamente e costretto a lasciare l’Italia nel 1821; riparato a Ginevra, qui entrò nella massoneria, precisamente nella loggia Les Amis Sincères, fondata nel 1806 da Filippo Buonarroti. Come lo stesso Foscolo, soggiornò in più città europee, Londra compresa, prima di ritornare in Grecia, a Corfù, dal 1826 al 1852, dove insegnò anche all’Accademia Ionica. Poi, scelse di tornare in Inghilterra, dove rimase fino alla scomparsa nel 1869.
La poesia di Kalvos combina il drammatico con l’idilliaco, il pagano con il cristiano , i modelli greci antichi con l’attualità rivoluzionaria contemporanea, il puritanesimo con l’erotismo latente, il rigore, la malinconia, la forma classicista con il contenuto romantico. Di questo personaggio, però, fino a ieri era sconosciuto il volto; poi, dopo lunghe ricerche, il Professor Giorgio Andreiomenos si è imbattuto in un ritratto di giovane “letterato”, realizzato “nella prima metà del secolo XIX”, che sul retro recava “illeggibile iscrizione in italiano (probabilmente scritta a penna)”, effigie del Sig. And. Calvo, “e nient’altro che possa aiutare a un’ulteriore identificazione”. Poiché, però, circolano diversi ritratti di fantasia del poeta – realizzati nel tempo sull’onda del fascino dei suoi componimenti, ma non corrispondenti alla realtà del suo volto – la cautela del Professore era massima.
È stato quindi necessario incrociare le descrizioni del suo volto, reperibili sul passaporto rilasciatogli il 24 giugno 1826 dal consolato britannico a Marsiglia, e scoperto qualche anno fa dal compianto Spyros Asdrachas (1933-2017); Kalvos è descritto come “avente un’altezza di cinque piedi e sei pollici (cioè poco meno di un metro e settanta centimetri), capelli neri, fronte nuda, sopracciglia nere, naso piccolo e grosso, occhi castani, bocca media, mento rotondo, viso ovale e carnagione naturale (cioè bianca)”. A questa descrizione il ritratto in questione risponde perfettamente; e si presume che sia stato realizzato a Firenze, negli anni Dieci dell’Ottocento, nell’abitazione dello stesso Ugo Foscolo.
Una lunga ricerca che ha dato finalmente un volto a uno dei poeti ancora oggi più amati di Grecia e che ebbe profonde relazioni anche con l’Italia.
Roma si prepara ad accogliere un nuovo appuntamento con l’arte contemporanea. Dal 26 aprile al 3 maggio, la Galleria d’Arte “IL LEONE”, a pochi passi dal Colosseo, ospiterà la prima edizione della Rassegna d’Arte Internazionale “Everland Art – Percorsi di Ricerca, un evento che promette di trasformare la capitale in un crocevia di creatività e sperimentazione.
Curata dall’associazione Athenae Artis sotto la direzione artistica di Maria Di Stasio, la rassegna vedrà la partecipazione di 43 artisti selezionati, tra nomi affermati e talenti emergenti. Pittura, scultura e fotografia saranno protagoniste di un’esposizione che abbraccia linguaggi e sensibilità diverse, offrendo uno spaccato autentico delle tendenze artistiche contemporanee.
La selezione ha un respiro internazionale: oltre agli artisti italiani, saranno presenti rappresentanti da Stati Uniti, Francia, Grecia, Spagna e Israele, a testimonianza della vocazione globale della manifestazione.
Durante l’evento saranno esposte 58 opere, tra pittura, scultura e fotografia, creando un percorso espositivo eterogeneo e stimolante. L’esposizione avrà una dimensione fisica, ma includerà anche artisti che parteciperanno con video proiezioni, offrendo così una varietà di linguaggi visivi e arricchendo ulteriormente l’esperienza dei visitatori. Un mosaico di tecniche, materiali e linguaggi visivi guiderà i visitatori in un autentico viaggio sensoriale e intellettuale, dove ogni opera diventa occasione di emozione, riflessione e dialogo con il presente. Temi sociali, visioni collettive e interpretazioni personali si intrecciano, offrendo uno spaccato potente e significativo dell’arte contemporanea.
Maria Di Stasio, curatrice dell’evento, racconta così il senso di questa rassegna:
“L’arte rappresenta una delle forme di comunicazione più antiche e universali al mondo, ma allo stesso tempo risulta spesso complesso descriverla appieno. È un intreccio di esperienze sensoriali che ti travolgono come un turbine, trascinandoti nel loro nucleo più profondo. È uno specchio attraverso il quale possiamo percepire noi stessi nella nostra essenza più autentica.
L’arte è un rifugio, una salvezza che ci abbraccia con il coraggio: il coraggio di affrontare e accogliere le nostre emozioni, soprattutto quelle più oscure. Richiede però ancor più ardimento trasformare dolore e traumi in qualcosa di bello. Questa trasformazione, quasi alchemica, è ciò che rende l’arte così potente e umana. La bellezza e le emozioni che l’arte riesce a evocare arricchiscono l’esistenza, offrendoci momenti di introspezione e contemplazione. Inoltre, essa ha il dono straordinario di creare un senso di appartenenza e identità culturale, permettendo alle persone di condividere esperienze comuni e di sentirsi più connesse alla propria comunità. È un linguaggio universale che trascende le parole, capace di unire e dare voce a sentimenti collettivi. L’arte è, in definitiva, una forma di espressione umana unica, attraverso la quale pensieri ed emozioni prendono vita nei più svariati stili e linguaggi visivi. Nello stile scelto dall’artista per dare corpo alle sue opere risiede, forse, la vera essenza dell’arte: la capacità di materializzare ciò che si prova, pensa e percepisce in qualcosa di tangibile. Le cinquanta opere visive, ognuna con il proprio linguaggio unico, tracciano percorsi personali attraverso impatti materici e simbolici.
Gli artisti partecipanti sono:
Giovanni Vano, Inbal Kristin, Marco Eracli, Carmela Tulino, Donato Stabile, Silvia Orlandi, Alessandra Croce, Andrea Scardigli, Adriana Finazzi, Umberto Falvo, Danilo Calò, Teresa Saviano, Anna Matrosova, Katrien Vanderkelen, Maria Sturiale, Khanh Nguyen, Stefania Botta, Roberta Baldassano, Maria Flora Cocchi, Fabrizio Ceci, Christine Selzer, Lorenzo Trombino, Gabriella Zanchi, Enza Cotugno, Benedetta Dell’Uomo, Giuseppina Irene Groccia, Tommaso Garofalo, Riccardo Furlanetto, Paolo Lelli, Fabio Tolu & Rachele Cialdini, Rita Maurizi, Fabrizio Gentilini, Stefania Tagliabue, Sara Asquini, Simona Carbone, Patrizia Nigro, Giovanni Fasano, Lemma Patrizia, Antonio Iovine, Antonio Panella, Raffaele Di Stasio, Alessandro Rinaldoni & Francesca Ghidini.
Il 26 aprilealle ore 17:30 si terrà il vernissage inaugurale, segnando l’inizio della prima edizione di questo prestigioso evento d’arte.
A guidare la presentazione sarà Maria Di Stasio, affiancata dalla critica e storica dell’arteMariangela Bognolo, che offrirà un’approfondita lettura critica delle opere esposte.
Nel corso della serata, Bognolo analizzerà il lavoro di ciascun artista, fornendo spunti di riflessione e chiavi di lettura che accompagneranno il pubblico alla scoperta delle diverse espressioni artistiche. Sarà un momento di grande valore, in cui gli artisti avranno l’opportunità di raccontare in prima persona il significato delle proprie creazioni, svelando ispirazioni, percorsi e visioni artistiche.
Il dialogo tra l’analisi critica e le testimonianze dirette darà vita a un confronto stimolante e coinvolgente, arricchendo l’esperienza dei presenti e offrendo una prospettiva più profonda sulle opere in mostra.
A distinguersi tra i riconoscimenti dedicati agli artisti vi sono premi di prestigio, ciascuno pensato per esaltare un aspetto specifico dell’eccellenza creativa, valorizzando talento, ricerca artistica e innovazione espressiva.
Durante il vernissage, avrà luogo la cerimonia di premiazione, con l’assegnazione delle targhe agli artisti vincitori nelle seguenti categorie:
Premio Rete Top 95, a testimonianza dell’impegno nel promuovere il dialogo tra diverse generazioni e stili.
Premio della Critica, un tributo alla visione artistica capace di connettere pubblico e critica.
Premio EtereArt, che valorizza il rigore concettuale e l’originalità delle opere.
Premio ContempoArte, dedicato alle espressioni artistiche più innovative e sperimentali.
In qualità di Media Partner, l’associazione L’ArteCheMiPiace di Giuseppina Irene Groccia, avrà l’onore di assegnare il Premio ContempoArte.
Questo prestigioso riconoscimento verrà attribuito all’artista che si sarà distinto per l’approccio più innovativo e sperimentale, accompagnato da una pubblicazione esclusiva sul Magazine ContempoArte.
Oltre alla premiazione, il Blog L’ArteCheMiPiace sosterrà ogni artista partecipante attraverso un supporto mediatico dedicato. Ad ogni artista partecipante sarà dedicata uno spazio di pubblicazione sul Blog con un’ intervista personalizzata in cui raccontare il proprio percorso e presentare le opere esposte alla rassegna.
Un progetto di comunicazione integrata
L’Associazione Athenae Artis affianca alla qualità curatoriale della mostra un impegno senza precedenti nella comunicazione. Attraverso il suo ufficio stampa, e la Media Partnership con L’ArteCheMiPiace si assicura una gestione impeccabile dei rapporti con i media, la diffusione capillare dei comunicati e la documentazione dell’intera rassegna stampa.
La strategia di promozione si estende ai social network, con contenuti curati, dirette video e foto reportage che coinvolgono il pubblico in tempo reale, rendendolo parte attiva dell’evento. Questa sinergia tra comunicazione tradizionale e digitale punta a massimizzare l’impatto di EVERLAND ART, trasformandolo in un’esperienza condivisa e amplificata da una rete globale.
EVERLAND ART crede fermamente che ogni artista debba essere supportato non solo attraverso l’esposizione delle proprie opere, ma anche grazie a un sistema di promozione che valorizzi la sua individualità e il suo messaggio. In questa visione, i premi e la visibilità rappresentano il coronamento di un percorso che mette l’artista al centro, come protagonista di un evento concepito per supportare il talento in tutte le sue forme.
Questo evento rappresenterà un’occasione importante per valorizzare sensibilità artistiche diverse, mettendo in luce poetiche e visioni provenienti da contesti eterogenei. Una vetrina d’eccellenza che non sarà solo un riconoscimento al talento, ma anche un importante spazio di dialogo, confronto e crescita culturale, dove l’arte diventa terreno di scambio e ispirazione.
“EVERLAND ART”
Percorsi di Ricerca
Expò Internazionale d’Arte Contemporanea
Dal 26 aprile al 3 maggio 2025
Organizzata e Promossa da: Associazione Culturale “ATHENAE ARTIS”
Con la collaborazione di: GALLERIA D’ARTE “ IL LEONE”
Art Curator: Maria Di Stasio
Critico e Storico dell’Arte: Mariangela Bognolo
Media Partner: L’ArteCheMiPiace
Vernissage sabato 26 Aprile ore 17.00
Info e comunicazioni: athenaeartis@libero.it
Orario mostra: Dal lunedì al sabato : 10.00 – 13.00 / 15.00 – 19.00
L’artista Matteo Mauro reinterpreta il sacrificio di Cristo alla luce di eventi recenti come guerre e pandemie. L’opera ricorda in alcuni tratti l’iconografia della sacra sindone, ma se ne discosta profondamente per il significato.
A fine anni ’60 Guccini cantava la provocatoria “Dio è morto”, canzone di denuncia che raccontava il senso di sfiducia in una società che stava cambiando e si stava mettendo in discussione. Un sentimento che in molti sentono ancora molto attuale, e che Matteo Mauro, artista contemporaneo, tra i massimi esponenti italiani di arte generativa a livello mondiale, ha reso tangibile nell’opera “God is Dead”, Dio è Morto, una scultura realizzata in marmo di Carrara, iniziata nel 2021 e terminata nel 2025, e fotografato da Nicola Majocchi, che lavorò come assistente del leggendario fotografo Irving Penn a New York.
Una vera opera monumentale, con misure imponenti: 185 x 68 x 40 cm. Scolpita a mano, utilizzando le macchine solo per la sgrossatura, la rappresentazione allude ad un Cristo non più vitale ma in uno stato di decadimento ed erosione. Non più ricoperto da una pelle ancor fresca sotto la sindone, ma un uomo che, morto, rivela la sua eredità ossea. Crolla l’immagine del Dio.
L’opera potrebbe essere accostata al Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, di cui ricorda non solo il soggetto, ma anche i panneggi, le trasparenze del velo sul volto e la posizione. Se, però, Sanmartino con questa scultura guardava alla salvezza e al riscatto dell’umanità attraverso la sofferenza di Cristo, nel lavoro di Matteo Mauro troviamo disillusione per il futuro della società, che si allontana sempre più dalla fede per scivolare verso la brutalità, l’odio e l’indifferenza.
Negli anni della sua creazione, anni di pandemie, guerre ed una continua perpetrazione del concetto dell’odio sociale, l’artista vive un continuo processo di perdita della speranza di benevolenza e di una umanità che si muove verso la sua redenzione. Il sacrificio di Cristo quindi è vano, insieme al suo messaggio, il suo sogno di rinascita. Un’attesa risurrezione, che qui non avviene, ma che è sostituita da una decomposizione.
La scultura si posiziona, secondo l’artista, in una società che sempre più si distacca, non dal Dio, ma dalla sua parola, ed anche dove questa persiste, in modo formale, al contrario si nega nella realtà delle azioni pratiche. Un mondo quindi non positivamente secolare, ma negativamente perso nella sua brutalità. Un mondo lontano dall’ambita provvidenza.
L’opera evidenzia il problema e le implicazioni di una società in cui la frase “Dio è morto” risuona con inquietante rilevanza. Affrontando la profonda solitudine e l’isolamento in assenza di intimità divina, offre una potente critica della visione moderna della vita, dei comportamenti sociali e della falsa spiritualità dell’uomo e del potere contemporaneo.