Laura Villani. La cacciatrice metafisica

Andare oltre l’apparenza fisica della realtà, al di là dell’esperienza dei sensi, rappresentare il mistero, evocare una potenza muta prima del Logos, che abbiamo perduto in una solitudine esistenziale, dove molto spesso sono le cose a rubare il posto alle figure umane, le quali, probabilmente mal sopportano che un oggetto possa sopravvivere alle loro vite. In questi momenti si articola il processo creativo dell’artista pavese Laura Villani; la sua carriera è nata con le incisioni; la pittura arriva nel 1993 con la partecipazione al premio San Carlo Borromeo al Museo della Permanente di Milano. Cinque anni più tardi partecipa al Tokyo International Print Triennal e al Print Internacional de Cadaqués (luogo caro a Salvador Dalì). Espone a Parigi, Roma, Firenze e Venezia e, nel frattempo, allestisce tre mostre personali.

Non ci sono figure umane, eppure è come se esse fossero appostate da qualche parte e se ne avvertisse l’inquietudine. D’altronde l’artista è la prima a supervisionare questo microcosmo fatto di oscurità e, parafrasando Gustav Mahler, è come una cacciatrice nella notte: non sa se colpire e cosa colpire. Laura Villani riflette sul rapporto spazio-tempo e Uomo-Natura, avvalendosi del buio per rappresentare la dimensione interiore ed eterna dell’essere umano: l’oggetto sembra stregare il soggetto diventando immobile e assoluto, gli angoli creano spaesamenti e smarrimenti ma sembrano suggerire anche a cercare un nuovo tipo di contatto con la Vita, mentre si sta in silenzio e si attende una nuova germinazione. Quello di Laura Villani è un universo innocente, pieno di spazio, dove l’artista riesce a trovare un tempo assoluto. E se l’uomo è assente è perché, ancora troppo preso dal possesso materiale, non è ancora pronto a ricevere questo dono immenso. Effettivamente le opere di Laura Villani richiamano alla mente il poemetto profetico dello scrittore inglese Eliot, La terra desolata, dal quale l’artista ha tratto la dimensione onirica e la cifra simbolista (più medievale che ottocentesca), per superare la desolazione e approdare a una rinascita e a una nuova visione del mondo partendo dalla conoscenza del nostro passato, della nostra storia, della nostra memoria.

Laura Villani

 

Quando ha iniziato a interessarsi di arte? Ricorda la sua prima opera?
Direi fin da piccola. Osservavo mio padre disegnare. Bravissimo e instancabile utilizzava tante tecniche, ma la sanguigna e i pastelli erano le mie preferite. Potevo usare i suoi meravigliosi pastelli a olio e questo mi dava un grande piacere. Avevo sempre a disposizione fogli di carta su cui sbizzarrirmi con forme e colori. Inventavo paesaggi dai cieli coloratissimi. E poi trascorrevo le ore a osservare le opere dei grandi maestri sui libri d’arte che in casa abbondavano. Penso che la passione per la pittura risieda in me da sempre.

Cosa pensa dell’arte contemporanea? Quali artisti stima di più?
Troppo globale uniformante, onnivora onnicomprensiva. Troppo tesa a sorprendere, troppo legata alla velocità (di creazione e di fruizione), troppo vincolata ai mercati alle mode. Insomma troppo di tutto. In questo caos vorticoso è facile perdere il contatto con la storia, con le radici, con la propria identità. Apprezzo gli artisti che, rimanendo loro stessi, riescono a esprimere il proprio sentire e a emozionare con il loro lavoro e il loro intento poetico.

Considera la sua arte pre-civiltà o post-apocalittica?
Non saprei dire. Questo è un quesito che consegno allo spettatore. Sicuramente rappresento un mondo sospeso, svuotato dal tempo che ci appartiene. Sono alla ricerca di un mondo innocente. Un mondo pieno di spazio. Abitato da un tempo infinito, che dalla soglia del nostro presente ci riconnetta al candore arcaico dei lontani primordi, e dalle profondità del passato, ci rifletta possibili scenari futuri. E in questo universo quasi eliotiano riesco a trovare un tempo assoluto, dove l’uomo non compare. Non è ancora pronto a ricevere questo dono immenso. Al suo posto introduco le cose, i suoi oggetti, i simbolici custodi di queste terre immortali. Dialogano con il paesaggio in un silenzio proteiforme. Ci suggeriscono forse un nuovo tipo di contatto, più ampio e più profondo, con la natura e con la vita.

Come nasce una sua opera? Da un’ispirazione? Osservando la realtà? Da un desiderio nascosto?
Nasce sempre da una visione che affiora dal mio immaginario. La fermo sulla carta con un piccolo disegno e poi la traduco in pittura.

Trova che l’arte di oggi abbia dimenticato l’aspetto metafisico, anagogico?
In generale probabilmente sì ma, soprattutto in ambito pittorico, ci sono molti artisti che si esprimono evocando un altrove filtrato dalla loro personale visione.

Quale domanda dovrebbe porsi l’arte? Dato che per molto tempo si è pensato che fosse bellezza, e che fosse semplice…
Penso che in questo preciso momento l’arte abbia più che mai il compito di stimolare una riflessione più profonda sul destino dell’uomo, suggerendo una dimensione più alta.

La sua arte intende penetrare l’animo umano per farlo emergere dall’ombra. Secondo lei l’essere umano è corrotto fin dalla nascita o è tendenzialmente buono?
Secondo me l’uomo ha incentrato, oltre misura, la sua esistenza sul possesso materiale. Da qui nasce gran parte della sua corruzione.

L’artista è quasi sempre in dialogo con sé stesso e con le domande assolute che valgono in ogni tempo? Lei si sente in questa condizione?
Penso di sì, per me è così. La mia ricerca mi porta a riflettere sull’esistenza, sul valore del tempo in relazione allo spazio e sul rapporto tra uomo e natura.

 

Quale tecnica predilige?
La pittura a olio.

La sua arte vuole dare qualche risposta o cerca di confondere e allo stesso tempo affascinare avvalendosi del mistero?
Con la pittura potrei riuscire a stimolare interrogativi sul mondo in cui viviamo, suggerire magari nuove connessioni, ma dare delle risposte sarebbe un po’ difficile. Vorrei rivelare un mondo possibile oltre la nostra realtà visibile, aprire un piccolo varco.

Quale esibizione le ha dato maggiore soddisfazione?
Anche se non è ancora avvenuta, so che sicuramente sarà Le cose di Vincent a cura di Marco Goldin.

Ci parli del suo ultimo progetto Van Gogh. I colori della vita e soprattutto della sua personale nell’ambito di questa collettiva. Si sente in qualche modo vicina al grande artista olandese?
Si tratta appunto della mostra Van Gogh. I colori della vita, curata da Marco Goldin. Presentata a gennaio di questo anno al Kröller Müller Museum di Otterlo in Olanda e inaugurata in ottobre, al Centro Altinate San Gaetano di Padova. Insieme a questa grande esposizione dedicata a Vincent Van Gogh (sono presenti in mostra novanta sue opere tra dipinti e disegni) Goldin ha ideato undici personali per undici pittori contemporanei, che saranno allestite nella stessa sede della monografica riservata al grande artista olandese. Io faccio parte degli undici artisti invitati. A ognuno di noi è stato chiesto di interpretare una tematica tratta dal mondo pittorico di Van Gogh. A me Marco Goldin ha assegnato gli oggetti, intitolando la mia personale: Le cose di Vincent. Ho così scelto e studiato gli oggetti che potessero avvicinarsi di più al mio mondo, cercando di interpretarli attraverso la mia visione. È stato un lavoro intenso ed estremamente stimolante. Di Van Gogh mi piace molto l’aspetto visionario della sua pittura, l’originalità e l’unicità del suo linguaggio espressivo. Amo il suo periodo olandese, la sua tavolozza dai colori bruni e muscosi. Da essa emergono gli echi della pittura del Seicento per la quale io ho una grande predilezione, da Caravaggio a Georges de La Tour a Rembrandt, Zurbaran. Le loro ombre, le loro luci collegano l’emotività alla percezione.

Ancora a proposito di Van Gogh: in una lettera al fratello Theo del 1882, Vincent dice: “Artista significa cercare sempre senza mai riuscire a trovare del tutto”… È d’accordo?
Assolutamente sì. È un cammino che si snoda e prende forma per stratificazioni. Procede e si evolve con lentezza, a volte a fatica a volte con slanci improvvisi. E quando pensi di aver trovato ciò che stavi cercando, un altro pensiero ti assillerà di nuovo…

Il suo più grande sogno?
Esporre, esporre e viaggiare molto per esporre.

 

Laura Villani. La cacciatrice metafisica

Chun Kwang Young. Aggregazioni di Vita

Un ricordo d’infanzia può diventare una parte importante di un’opera d’arte? A quanto pare per l’artista sudcoreano classe 1944 che vive e lavora a Seul, Chun Kwang Young, tra i più interessanti e quotati del momento, la risposta è più che affermativa. Nel suo caso il ricordo d’infanzia è rappresentato da carta Mulberry che, tinta col tè o con altri pigmenti naturali, gli consente di unire pittura e scultura in superfici animate da miriadi di pacchettini di questa carta di gelso coreana. Quello che a prima vista si percepisce guardando un’opera di Kwang Chun sono grandi e complesse sculture generate dalla tessitura di migliaia di minuscoli pacchetti triangolari colorati che ricordano le immagini della superficie lunare, come se l’arte di Kwang Chun fosse un qualcosa che ancora pochissimi hanno scoperto, capito e apprezzato.

L’universo dell’artista sudcoreano mette in scena opposti (ricchi e poveri, oriente e occidente, tradizione e modernità) che lottano per il predominio fino a ricomporsi in un’armonia cosmica che diviene anche storica e sociale. L’assemblaggio espressionista di Chun Kwang Young, che si ispira ad artisti come Pollock, Beuys, Rothko e altri, è intriso di riferimenti alla cultura sudcoreana e alla filosofia del Confucianesimo, la quale prevede la sacralizzazione del secolare, aspetto che emerge dalle opere di Kwang Young che si fanno mondo per raffigurare organicamente le relazioni intra-umane, espressioni del trascendente e di conseguenza della natura morale dell’uomo.

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Grazie all’abilità di Chun di integrare i materiali tradizionali e soprattutto il confucianesimo nel contesto contemporaneo internazionale, questo artista che vede armonia anche in questo mondo così frenetico, è presente con le sue opere-evento in numerose collezioni pubbliche, tra cui The Rockefeller Foundation e le Nazioni Unite (New York), il Woodrow Wilson International Center for Scholars (Washington, D.C.), il Philadelphia Society Building (Pennsylvania), il Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Seoul) e il Museo d’Arte di Seoul, la National Gallery of Australia, (Canberra), il Victoria and Albert Museum e il British Museum di Londra e il Museo Nazionale delle Belle Arti di Malta, in collezioni di prestigiose università americane come la Yale University Art Gallery e la Columbia University of Law.

Come e quando hai iniziato a interessarti all’arte?
Chun Kwang Young: Mentre studiavo negli Stati Uniti tra i 20 e i 30 anni nel 1970-82 e mi sono integrato in quella società, ho sentito un senso di differenza in quasi tutto, inclusa la mia cultura, le mie esperienze e il valore della vita. Quindi, piuttosto che fare un nuovo lavoro creativo, ho capito che se non parlavo di qualcosa di mio, non avrebbe avuto senso e volli tornare in Corea e condividere i miei pensieri. Penso che la mia sia un’arte vera e non importa se tutti lo capiscano, io comprendo il valore della mia esistenza quando mi dicono che faccio qualcosa di “unico”.

Come definirebbe artisticamente il momento storico che stiamo vivendo?
K. Y.: Un’epoca piena di caos. Prima di discutere di arte in questo modo, abbiamo la sensazione di essere fuori dalla categoria in cui dobbiamo preoccuparci. L’arte dovrebbe sedurci, essere stimolante, irritante e persino infantile.

Quali artisti hanno influenzato di più la sua produzione creativa?
K. Y.: Joseph Beuys, Jackson Pollock, Gerhard Richter, Nam June Paik, Mark Rothko.

Com’è lo stato di salute dell’arte sudcoreana?
K. Y.: Anche se eravamo un paese piccolo e povero circa 100 anni fa, c’erano opere d’arte che sono oggi ammirate nei musei d’arte di tutto il mondo per la loro straordinaria cultura, permeata di pensieri confuciani e spirito accademico. Durante il periodo coloniale e la grande guerra, i valori di questa cultura sono stati distrutti e di conseguenza la cultura e le arti sono state a lungo trascurate, mentre l’economia si è sviluppata notevolmente. Ci sarebbe piaciuto avere il mecenatismo dei Medici. Tuttavia, sono grato e orgoglioso che una manciata di artisti che stimo stia ancora ricevendo attenzione in tutto il mondo, e credo che il futuro sarà luminoso.

Cosa ne pensa dell’arte europea e in particolare dell’arte italiana?
K. Y.: Ci sono stati numerosi artisti meravigliosi soprattutto grazie allo sviluppo del Cristianesimo e alle commissioni religiose, e come prova di questo, ci sono molte tracce d’arte che il mondo oggi invidia; adesso che la forma e il metodo sono cambiati, io vorrei proseguire un nuovo valore della bellezza all’avanguardia.

Cosa disprezza o la infastidisce di più dell’arte contemporanea?
K. Y.: “Ascesa e caduta”. Ogni volta che c’è un momento di prosperità, come un periodo di declino, ognuno si vanta dell’arte del passato. Il passato è passato e ora viviamo in un mondo caotico e in un’epoca di declino. La dignità del valore originario dell’arte scompare, dovrebbe essere sensazionale e stimolante far vedere le nostre condotte malsane, il nostro brutto sulla scena dell’arte, giustificandolo schermando il tempo del cambiamento come se fosse la cosa giusta, e renderlo un argomento di discussione. Come artista, mi sento scettico riguardo la mia vita selettiva.

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Il mondo è per lei una sorta di collisione di informazioni che crea confusione e instabilità?
K. Y.: Lavoro nella speranza di poter trasmettere i miei pensieri che rimarranno in conflitto anche nel futuro, in quanto posso andare per la mia strada senza essere spazzato via dalla situazione attuale anche se le mie azioni non dovessero ricevere attenzione.

Sente un senso di pace quando rappresenta il ​​caos sulle sue tele o forse il caos non esiste?
K. Y.: Cerco di non lasciare tracce di confusione nel mio lavoro. Pertanto, sono sempre felice quando lavoro per la mia arte. Pertanto, mi sento libero e in pace mentre lavoro, e sono grato e felice che Dio mi abbia sempre dato un mondo di espressioni uniche nelle mie opere.

Perché ha scelto l’espressionismo astratto per i suoi lavori?
K. Y.: Sono nato nel mondo, e non sento il bisogno di metterlo su tela in un oggetto che avrebbe le stesse qualità di tutti oggetti naturali del mondo. Chiunque può godersi la natura aprendo la finestra, così lascio tracce dei miei pensieri nelle mie forme. Proprio come uno chef cucina meravigliosamente piante naturali colte dal campo e le mette sul tavolo, io registro il mio mondo raffinando tutti i pensieri che avevo sperimentato e pensato a modo mio.

Per essere un grande artista, pensa che si debba sempre indagare oltre i confini del conosciuto?
K. Y.: Non credo che sia così. Sono interessato a com’è il mondo di un bambino perché in me vedo le tracce delle sensibilità di un bambino di 6 o 7 anni. L’artista deve avere un modo chiaro di spiegare il proprio mondo agli altri ed essere fedele alle proprie visioni.

La mostra più bella che ricorda?
K. Y.: Le mie mostre del cuore sono: una personale all’Aldrich Contemporary Art Museum (Connecticut, USA) quella al Brooklyn Museum (New York, USA) e, naturalmente, ci sono state molte altre belle mostre che mi hanno toccato il cuore, tra cui Joseph Beuys, Jean Michel Basquiat e Mark Rothko, Egon Schiele, Vincent Van Gogh. Penso che gli artisti che ho menzionato abbiano trasmesso la loro arte in modo unico.

Prossimi impegni?
K. Y.: Sono ancora in buona forma, quindi continuerò sempre a lavorare su nuove opere con gioia e felicità come ho sempre fatto.

Gonnelli Casa d’Aste di Firenze. Stampe, Disegni e Dipinti – Libri, Manoscritti e Autografi, dal 1 al 3 dicembre

Dal 1° al 3 dicembre 2020 appuntamento con la Gonnelli Casa d’aste di Firenze con un’asta online dedicata a libri e grafica antica e moderna. Nelle tre giornate d’asta saranno posti all’incanto oltre 1000 lotti suddivisi in tre sessioni d’asta.

 

Stampe, disegni e dipinti antichi e moderni all’asta Gonnelli

Gli oltre 200 lotti che comprendono questa sezione saranno messi all’incanto martedì 1° dicembre dalle ore 10.00.

Tra questi segnaliamo vari fogli di Albrecht Dürer, tra i quali Cristo si congeda dalla madre, xilografia dall’edizione del 1511 con il testo latino, de La Vita della Vergine (base d’asta 900 euro), la Cattura di Cristo da La grande passione su legno, in un’ottima impressione della variante Meder b (base d’asta euro 1200). Un album contenente 9 dei Paesaggi con la Fama di Ercole Bazzicaluva (base d’asta euro 1500). Ancora fogli di Rembrandt quali Il ritorno del figliuol prodigo (base d’asta euro 1200) e Re David in preghiera (base d’asta euro 1000).

Da segnalare anche un rarissimo esemplare del frontespizio delle Carceri piranesiane in I stato, dalla I tiratura della I edizione (base d’asta euro 3000). Di Francisco Goya sono presenti un bel foglio dalla II edizione di Los Caprichos (base d’asta euro 480), una tavola della Tauromachia (base d’asta euro 400) e la serie completa e omogenea di Los Proverbios nella II edizione su 9, stampata nella Calcografia per la Real Academia nel 1875 (base d’asta euro 5000).

Tra i disegni un foglio attribuito a Giovan Battista Tiepolo per le Tentazioni di Sant’Antonio (base d’asta euro 1200), un altro per la Vergine col Bambino sulle nuvole riferito a Giandomenico (base d’asta euro 380) e un album giovanile di Francesco Baratta (base d’sta euro 800).

Tra i dipinti antichi una piccola Crocefissione su rame di Marcello Venusti (base d’asta euro 800) e, tra i dipinti moderni, una Madonna, raro saggio giovanile di Silvestro Lega risalente al periodo purista (base d’asta euro 1200), opere di Mariano Fortuny y Madrazo e Domenico Induno (Vecchia paesana e sua figlia, base d’asta euro 3800). Inoltre tre preziosi dipinti su vetro di fattura sartoriana ispirati a La morte del cervo di D’Annunzio (base d’asta 1500 euro).

Lotto 54, Giovanni Battista Piranesi, invenzioni capric di carceri all acqua forte datte in luce da Giovani Buzard in Roma Mercante al Corso, 1749-50

 

Stampe e disegni moderni

 Nel pomeriggio di martedì 1° dicembre, dalle 14, spazio agli oltre 300 lotti che compongono la sezione dedicata a Stampe e Disegni Moderni.

Tra questi segnaliamo incisioni di autori italiani come Umberto Brunelleschi, Felice Casorati, Fortunato Depero, Giovanni Fattori, Renato Guttuso, Gino Severini, Adolfo Wildt e molti altri. Tra le opere grafiche di artisti stranieri spiccano la cartella completa Katarsis di Magdalena Abakanowicz (base d’asta euro 2000), Il bacio di Peter Behrens (base d’asta euro 1000), Eva, il diavolo e il peccato di Otto Greiner (base d’asta euro 1200), una rara puntasecca erotica di Frantisek Kupka (base d’asta 1200 euro) e l’Odissea di Sigmund Lipinsky (base d’asta euro 2200). Di quest’ultimo sono presentate anche varie incisioni singole, tra cui la ricercatissima Calma marina, in esemplare unico di primo stato (base d’asta euro 1300).

Nella sezione disegni si segnalano una composizione di Fortunato Depero (base d’asta 4800 euro) e un sensazionale pastello, Sorriso infernale del 1919, di Alberto Martini (base d’asta euro 4000).

 

Manoscritti – Autografi – Fotografie – Documenti musicali

La giornata di mercoledì 1° dicembre sarà dedicata interamente ai 240 lotti che compongono questa sezione.

Tra i manoscritti segnaliamo una eccezionale pergamena, lunga oltre 7 metri, relativa alle vertenze tra alcuni monasteri benedettini in Umbria e Marche (datata 1330). Top lot della sezione uno splendido libro d’ore del XV secolo realizzato a Cremona miniato nella Firenze rinascimentale (base d’asta 18.000).

La sezione autografi comprende oltre 100 lotti con importanti nomi italiani e stranieri: Napoleone I, Paul Valéry, Hermann Hesse, Prampolini, Mino Maccari (con disegni), Victor Hugo, Alessandro Manzoni, ecc.

Una corposa parte è dedicata a Gabriele D’Annunzio, all’impresa di Fiume e al volo su Vienna (con lettere, manifesti, fotografie ecc.) E a documenti della dittatura nazista e fascista (lettere autografe di Mussolini, Hitler, Rommel ed esponenti di spicco di quegli anni).

La sezione fotografica contiene, tra l’altro, nudi di Wilhem von Gloeden (basi d’aste 300-400 euro), alcuni celebri scatti realizzati da August Alfred Noack raffiguranti zone della Liguria, una interessante raccolta di fotografie di moda degli anni ʼ20-ʼ40 (basi d’aste 100-500 euro), una raccolta di fotografie della Grande Guerra, un album di fotografie di Dresda di inizio ‘900, fotografie di Napoli di fine XIX secolo ecc.

La sezione musicale comprende una raccolta di arie manoscritte del XVII secolo, la maggior parte delle quali sconosciuti, un documento con firma autografa di Atto Melani (uno dei più celebri castrati del ‘600 e spia alla corte di Luigi XVI. La sua vita avventurosa ha ispirato molti romanzi).

 

Libri dal XV al XX secolo, Scienze tecniche e matematiche, Libri d’artista

 La sezione include oltre 300 lotti che verranno messi all’incanto nella giornata di giovedì 3 dicembre.

Tra i top lot una splendida copia in coloritura dell’Atlas coelestis del 1742 di Doppelmayr (base d’asta euro 15000), le prime tre parti (relative alle popolazioni native americane) delle Collectiones Peregrinationum in Indiam Orientalem et Indiam Occidentalem di Theodor De Bry (base d’asta euro 13000) e una raccolta di oltre 200 vedute delle piazze, fontane e territori di Roma eseguita da Giovanni Battista Falda, Marco Saedeler, Giovanni Maggi e Francesco Villamena (base d’asta euro 6500).

Si segnalano inoltre la prima, rarissima edizione con dedica autografa di Montale di Ossi di seppia, uno dei più importanti libri del Novecento italiano (base d’asta euro 2800), una bella edizione del 1749 dell’Histoire naturelle di Buffon in legatura coeva (base d’asta euro 4500) e la prima edizione italiana del 1548 della Geografia tascabile di Tolomeo (base d’asta euro 6000).

Top lot della sezione Scienze tecniche e matematiche la più importante opera di Daniel Bernoulli, Hydrodynamica del 1738 (base d’asta euro 1600), considerato il padre della moderna idrodinamica e Méchanique analitique di Joseph Louis Lagrande del 1788 (base d’asta euro 2000), entrambe in prima edizione.

Inoltre il curioso Théorie de la double réfraction de la lumière dans les substances cristallisées di Etienne Louis Malus (base d’asta euro 2400).

La sezione Libri d’artista accoglie riviste d’arte (Derriere Le Miroir, xxe Siècle) arricchite da litografie e illustrazioni originali di Miró, Tal-Coat, Palazuelo, Giacometti, Chagall, Kandinsky, Braque.

Tra i top lot numerose opere illustrate da Salvador Dalì: i 24 temi del surrealismo, con splendide illustrazioni originali (base d’asta euro 3000); una Biblia del 1967 con 105 tavole (base d’asta euro 4600) e la celebre Divina Commedia del 1964, qui proposta sia nella versione in tre volumi con la legatura sbalzata (base d’asta euro 2200) che in sei volumi e brossura (due copie, cadauna euro 1600). Ancora L’Odyssée illustrata da André Masson (base d’asta euro 1000) e lo splendido Souvenirs et portaits d’artiste per Mourlot, con le illustrazioni dei più importanti artisti del XX secolo: Picasso, Miró, Cocteau, Chagall, Buffet solo per citarne alcuni (base d’asta euro 480).

 

 

Matteo Lucca. L’opera d’arte come rivelazione

Pane, nutrimento, accoglienza, Terra, Uomo, sono queste le parole chiave della ricerca artistica di Matteo Lucca, nato a Forlì nel 1980 e laureato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca, che mira a stabilire un dialogo tra Uomo e Terra, si esprime attraverso diversi materiali, ma negli ultimi anni l’artista si è concentrato sull’uso del pane, realizzando sculture e installazioni per diversi contesti tra i quali: 2016 l’installazione “uomini di pane” nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi; 2017 presso Isorropia Home Gallery, Milano e Magazzeno Art Gallery di Ravenna; 2018 un ciclo di mostre presso i musei diocesani.

L’arte di Matteo Lucca è sacrale e rituale, e in tal senso l’opera finita va letta come una parte della Terra che abitiamo e di cui ci nutriamo: noi siamo pane, nutrimento per gli altri ma anche esseri umani piccolissimi di fronte alla maestosità e potenza della Natura, la cui voce si perde tra le nostre frenesie, ossessioni ed egoismi. Lucca si pone con delicatezza nei confronti della Terra e della sua opera da realizzare, perché sa di trovarsi a casa sua e sa che nella Natura c’è tutta la poesia di cui ha bisogno per sentirsi ispirato.

Le sculture di pane, ceramica, creta e terracotta ci ricordano che la Terra può essere anche un luogo da abbandonare e in cui perdersi, un vaso non perfettamente plasmato per noi umani che ci sentiamo padroni del mondo. Per Matteo Lucca invece la Terra è una casa accogliente da preservare senza lasciarsi troppo trascinare dagli slogan ecologisti e ambientalisti. La sua è un’arte primitiva e ancestrale che trasmette calore, da toccare con mano per riscoprire quanto il pane, anche se mangiato tutti i giorni, non stanca mai perché è sempre nuovo e ci riporta indietro nel tempo, all’origine di ogni cosa, ai primi due chicchi di grano che si sono abbracciati per formare il primo pane, il nostro cibo, la nostra rivelazione di fronte alla quale possiamo scoprirci fragili e impreparati; la cifra dell’essere umano.

Matteo Lucca

Lei realizza corpi umani con il pane. Come è nata quest’idea? Pensa che luomo sia così fragile o è solo una trovata artistica?
Il mio lavoro sul pane nasce come un naturale processo di ricerca che sento profondamente legato al mio vissuto personale. La necessità è stata quella rispondere alla domanda: come posso essere nutrimento per l’altro? Questo mi ha portato alla terra, al pane e all’uomo. Per diversi aspetti mi ha condotto verso un’origine simbolica e archetipica legata ai materiali, ai significati, e verso riflessioni sull’essere umano e sul corpo. Dal punto di vista pratico ho realizzato un mio calco in terracotta, ho costruito un forno a legna e lì dentro ho iniziato a cucinare le mie figure di pane. Inizialmente volevo fossero cotte bene perché dovevano essere opere da mangiare (e così è stato) ma non è sempre facile riuscire in questo intento in quanto il mio forno, fatto di bidoni, mattoni e lamiere, insieme al fuoco ingestibile, ha reso le cose difficili. Così, fin dalle prime volte ne sono uscite alcune figure troppo cotte. L’incidente si è fatto rivelatore di qualcosa che ha ampliato le prospettive e le riflessioni fin dall’inizio. Il mio approccio in questo lavoro è quello di essere una guida che interviene il minimo indispensabile: la mia funzione è quella di creare le condizioni affinché si inneschi un processo creativo e pormi piuttosto come accompagnatore di quell’evoluzione che è tendenzialmente autonoma. Il pane dentro allo stampo lievita e si cuoce, dove incontra la forma del corpo la calca, dove trova spazio fuoriesce e cresce liberamente seguendo un suo naturale processo di lievitazione. Il fuoco è l’elemento principale che dà vita a tutto questo. Il mio incontro con l’opera corrisponde alla rivelazione di qualcosa di sempre nuovo e sconosciuto, ma che mi è anche familiare e mi pone domande. A volte quell’incontro è profumato, mi porta in casa ed è denso di vita; altre volte mi porta a dover incontrare e accogliere il qualcosa che mi turba. Penso che questo turbamento abbia a che fare con la fragilità. Sì, penso che l’uomo sia fragile ed è una ricchezza immensa. È quando la fragilità si manifesta che la bellezza si svela o trova la via per esprimersi. È in relazione alla fragilità e al senso di finitezza delle cose che cerchiamo di evolvere. Negare la fragilità significherebbe perdere una parte di noi che ci rende capaci di emozionarci e amare. Significherebbe negare una verità che ci rende autentici e umani.  Quella fragilità vive nelle mie opere perché parlano di vita. Sta nelle crepe, nelle bruciature e nelle parti chiare, sta nelle parti mancanti e prese a morsi o consumate, nelle parti commestibili e non commestibili. Ritengo di avere grande rispetto per l’arte e l’essere umano, e di aver sempre mosso la mia ricerca artistica per soddisfare qualcosa di profondo. La trovata artistica la lascio ad altri con altri bisogni e con un altro senso etico.

Preferisce lavorare il pane o la ceramica?
Attualmente non so fare una scelta tra i due, li sento entrambi necessari, sia per gli aspetti simbolici sia per il diverso rapporto che stabiliscono con il corpo.  Nel pane il corpo è rappresentato ed è veicolo di contenuti. Nel lavoro con il pane, la terracotta è a servizio dell’opera, ma centrale nel processo. Diversamente quando utilizzo l’argilla come media principale, allora la rappresentazione del corpo scompare e diventa centrale l’azione e la relazione diretta del mio corpo sull’argilla. Sento che entrambi i materiali hanno un forte legame tra loro e con me, ma il pane non potrebbe esserci senza la terra.

Bread woman 2017

In un certo senso lei cuoce lessere umano nei forni. Cosa non le piace dellUomo?
È tutt’altro che così. Se si perde di vista il simbolo perdiamo il senso di ciò che realmente accade e si rischia di interpretare male. Nel forno non si cuoce l’essere umano ma vi prende vita. Il forno è simbolicamente inteso come ventre materno dentro il quale si genera la vita. Tutto il processo di panificazione è legato al tema della maternità e del femminile, tanto che anticamente in certe società solo le donne potevano fare il pane perché solo loro hanno confidenza col dare la vita e con l’atto di nutrire. Nonostante le mie opere risultino spesso scomode o inquietanti, tutto il mio lavoro parte dalla vita ed è inevitabile che, ricercando una verità, si presenti nel lavoro che faccio anche la morte perché entrambe parte della stessa cosa.

Qual è il valore sociale della sua arte?
Il valore sta nel tentativo di essere il più onesto e autentico possibile in ciò che faccio, l’arte non è che lo specchio di questo. Cercare di essere veri con sé stessi e di conseguenza con la propria arte è già un valore importante che si consegna alla società.

Cosa significa per lei offrire il proprio corpo come nutrimento per gli altri, quando per molti il corpo è solo un accessorio da portare in giro, da spettacolarizzare, da mercificare?
Per me è una direzione non facile, ma che guida le mie scelte. Essere nutrimento significa esserci per l’altro. Ciò mi mette spesso in contrasto tra il mio tentativo di voler riuscire nell’intento e il non riuscire perché in conflitto con i miei limiti e demoni. La differenza la fa il: “nonostante tutto esserci”.  Una riflessione che a volte ho fatto sul mio lavoro è stata proprio questa: le mie sculture, nonostante le loro parti non commestibili, le loro spaccature e spesso il loro aspetto poco invitante, sono fatte di pane e la loro condizione di esistenza è quella di essere cibo. Esserci, nonostante tutto come nutrimento. Questo aspetto mi fa pensare molto alle relazioni e a come costantemente ci inducono a fare i conti con noi stessi.  Quando il corpo diventa accessorio, spettacolarizzazione e merce perdono il valore di quell’esserci e di vivere quell’incontro. Forse anche questo è una risposta alla fragilità. A volte però è una scelta inevitabile o qualcosa di imposto, allora si apre un altro capitolo di riflessione.

Come ha vissuto e sta vivendo lemergenza Covid-19? Come pensa debba riorganizzarsi anche il sistema arte?
Come per tutti non è stato semplice vivere quel periodo. Non rientro nella categoria degli artisti che hanno avuto bisogno di produrre. Piuttosto è stato per me un momento per fare spazio e raccogliere. Ritengo che da questo punto di vista sia stato utile per me riuscire a fare questo, ci sono stati anche momenti belli e ricchi di intuizioni.  Riguardo il sistema dell’arte non saprei come si dovrebbe riorganizzare. In questo momento si vive il tentativo di rimanere aggrappati “al come è sempre stato” e al timore di muovere passi verso qualcosa di nuovo che rappresenta l’incognita e la paura di fallire. Sicuramente si dovranno riconsiderare i valori di base su cui si poggia la cultura e muoversi in funzione di quelli. Chi avrà il coraggio di fare scelte di senso e contenuti sarà ripagato in futuro, almeno, è ciò che auguro.

Mani, scultura in pane

Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni?
Premesso che ogni mostra è per me una grande soddisfazione, forse la prima in classifica è quella che ha segnato l’inizio della mia stagione del pane. È stata nel 2016 nel cuore delle Foreste Casentinesi in un altopiano del parco chiamato San Paolo in Alpe. In quell’area avevo collocato 12 opere immerse nella natura. L’unico modo per arrivare era percorrere per mezz’ora un sentiero in mezzo al bosco per poi trovarsi in quello scenario nel quale si trovano ruderi di vecchie abitazioni contadine e di una chiesa. Era molto forte la relazione tra le mie figure, i ruderi ed il paesaggio. Senza parlare dell’odore del pane di quando si stava sotto vento. A quel primo evento ne sono seguiti altri, fra cui la prima mostra fatta con Isorropia Homegallery che ha rappresentato un altro momento decisivo della mia crescita.

Progetti in cantiere?
Per ora due mostre in Cina, per le quali spedirò a breve le opere, e un progetto teatrale nel quale sarà in scena un mio lavoro.

Si sente per certi versi un artista ambientalista?
Mi piacerebbe, ed esserlo di più. Diciamo che rappresenta un obiettivo e che ancora non mi sento di definirmi tale. Ma se osservo alcuni aspetti del mio lavoro nei materiali e nei contenuti allora posso essere tra gli ambientalisti. Non in una maniera diretta come potrebbe fare un attivista, ma in un modo in cui la riflessione che faccio sull’uomo va in una direzione naturale in cerca di un’autenticità della vita.

Riparte la mostra ‘Divisionismo. La rivoluzione della luce’ al Castello Visconteo Sforzesco di Novara

La grande mostra Divisionismo La rivoluzione della luce- programmata originariamente dal 23 novembre 2019 sino al 12 aprile 2020 e chiusa anticipatamente per l’emergenza sanitaria – riapre domani sino al 24 gennaio 2021, nella magnifica cornice del Castello Visconteo Sforzesco di Novara.

Per dare risposta alle attese di oltre trentamila persone che avevano prenotato e avrebbero dovuto vedere la mostra durante i due mesi in cui è stata sospesa dal lockdown e a coloro che avevano manifestato il desiderio di rivederla, l’Associazione METS Percorsi d’arte si è prodigata, con l’appoggio della curatrice Annie-Paule Quinsac, tra i massimi esperti di Divisionismo italiano, per riottenere le opere, al fine di proporre una rassegna che corrispondesse al progetto scientifico originale: raccontare la storia del Divisionismo italiano, rivoluzione della luce, in diciotto artisti, sessantasette opere, otto sale.

Il successo nell’ardua impresa di rewind si deve in gran parte alla straordinaria generosità dei prestatori, privati e museali – inclusi i due musei svizzeri – che hanno creduto fino in fondo alla ripresa. Grazie alla loro dedizione, su sessantasette opere soltanto sei non sono presenti all’appello, un’assenza imposta da ragioni di conservazione che, dando luogo a importanti sostituzioni, ha permesso di approfondire alcuni aspetti del racconto espositivo. Tra i dipinti assenti, l’unico non rimpiazzato è la monumentale Maternità di Previati, fragilissimo e di difficile movimentazione, in assoluto insostituibile, rappresentato da una riproduzione di stessa misura (175,5 x 412,5 cm) collocata all’ingresso, dove si trovava all’inizio della mostra, nell’apparato didattico che spiega la storia e l’importanza dell’opera. Negli altri casi, invece, si è scelto di far subentrare dipinti che avessero lo stesso peso dei precedenti e potessero illustrare aspetti diversi delle problematiche affrontate in questa esposizione.

Divisionismo. La rivoluzione della luce: le sale e le cinque nuove opere

Il percorso espositivo si snoderà in otto sale:

-Sala 1. Il Prologo;

Sala 2. 1821 La I Triennale di Brera. Uscita ufficiale del Divisionismo;

– Sala 3. L’affermarsi del Divisionismo;

-Sala 4. Pellizza da Volpedo. Tecnica e simbolo;

– Sala 5. Il colore della neve;

-Sala 6. Previati. Verso il sogno;

-Sala 7. Segantini. Il gioco dei grigi

-Sala 8. Il nuovo secolo. L’evolversi del divisionismo

 

Cinque sono le nuove opere esposte:

al posto della grande tela di Sottocornola Fuori di porta (Le sorelle), si presenta un capolavoro di Segantini, Petalo di rosa (1890), che in un primo momento l’artista aveva pensato di notificare alla Triennale. La tela illustra un aspetto del simbolismo di Segantini, e la presenza di alcune microfotografie di analisi non invasive, che documentano l’uso dei metalli, permette di introdurre una riflessione sulla sua tecnica polimaterica. L’intero procedimento si coglie in modo più immediato grazie al confronto con il dipinto stesso.

Venduta! (1897) di Morbelli, dal linguaggio divisionista raffinato quanto quello di Riflessioni di un affamato di Longoni, dipinto che sostituisce, è stato scelto perché nel corpus di quest’ultimo non esistono altre opere di denuncia che possano avvicinarsi in potenza alla tela divenuta icona del coinvolgimento sociale dell’artista. Venduta!, terzo dipinto dedicato da Morbelli alla prostituzione minorile, è un assoluto capolavoro che traduce un messaggio paragonabile in forza a quello di Longoni, anche se di implicazione morale diversa;

 

La sostituzione di due opere, La processione (1892-1895) e Tramonto (1900-1902), e la necessità di mantenere l’ordine cronologico, hanno conferito alla piccola sezione un carattere di testimonianza dell’evoluzione dell’artista maggiore di quanto avesse nella versione originale. La piazza di Volpedo (1888), dipinta a Firenze sotto l’influenza di Fattori, è esposta sulla stessa parete di Il ponte (1892 circa), primo tentativo di divisone del colore, e ciò permette di capire l’evoluzione dalla pittura ad impasto al divisionismo. Rimasta identica è la parete centrale dedicata al monumentale Sul fienile (1893-1894), esito maestoso del simbolismo naturalista dell’artista. Sulla parete a sinistra invece permane, a conclusione della presenza di Pellizza in mostra, il paesaggio Nubi di sera sul Curone (1905-1906), preceduto, in contraltare, da Il ritorno dei naufraghi al paese (L’annegato) del 1894 che accentua, in stato d’animo e linguaggio pittorico, l’impatto di Sul Fienile. 

 

Alba domenicale di Morbelli (1915) è stata sostituita con Per sempre (1906), l’ultima delle due tele dedicate al “mal sottile”, la tubercolosi, flagello che allora falciava esseri giovani con una frequenza tale da tradursi nel morboso fascino ottocentesco del “fior reciso”, celebrato in memorabili poemi, liriche, dipinti e sculture. Proprio in quella tematica il dipinto chiude un’era, ma l’artista evita un pathos scontato grazie alla magia del linguaggio divisionista spinto all’intensità estrema, uno dei più puri esempi del divisionismo di Morbelli in cui le particelle di colore polverizzate sulla tela rendono in vibrazione luminosa la dicotomia eternità della natura – caducità della vita umana.

Promossa e organizzata dal Comune di Novara, dalla Fondazione Castello Visconteo Sforzesco di Novara e dall’Associazione METS Percorsi d’arte, in collaborazione con ATL della provincia di Novara, BIG Ciaccio Arte e Fondazione Circolo dei Lettori,  con i patrocini di Commissione europea e Provincia di Novara, con il sostegno di Banco BPM (Main Sponsor), Regione Piemonte, Esseco s.r.l, Fondazione CRT,  l’importante supporto di Enrico Gallerie d’arte e Gallerie Maspes, si avvale nuovamente della curatela, più che mai attiva e partecipe, di Annie-Paule Quinsac.

Accompagnano l’esposizione il catalogo scientifico pubblicato in occasione della prima mostra, con il saggio della curatrice corredato dalle schede biografiche degli artisti, le schede critiche delle singole opere affidate agli specialisti di riferimento e gli apparati bibliografici ed espositivi. E una pubblicazione più agile dedicata alle novità della mostra riproposta.

Una mostra sempre di grande respiro, un percorso ricco e affascinante tra le opere più significative dei maestri divisionisti italiani in un luogo, l’imponente Castello Visconteo Sforzesco, ricco di storia e ristrutturato a regola d’arte per una vocazione museale. Un’esposizione che merita di essere vista e rivista.

 

Per info e costi: https://www.ilcastellodinovara.it/event/divisionismo-la-rivoluzione-della-luce/

L’eco-artista Anne de Carbuccia, la natura dell’arte e l’arte della natura

Fin da piccola l’artista ambientalista franco-americana Anne de Carbuccia, ideatrice del progetto One Planet, One future, che raccoglie i suoi lavori, ha cercato e trovato l’arte nella natura e la natura dell’arte coniugando Arte e Scienza senza troppi sensazionalismi e allarmismi. Quando si pensa all’Ecologia, di solito si fa riferimento a tutte quelle misure ambientali necessarie, perché utili all’uomo, come la riduzione dell’inquinamento e la salvaguardia di specie animali e vegetali in via d’estinzione. Di fatto, tali proposte sono solo un accorgimento finalizzato alla conservazione della realtà contemporanea, industriale e materialista.

Anne de Carbuccia

La concezione antropocentrica del mondo, che vede nell’essere umano il dominatore del Pianeta, continua ad alimentare una crisi, prima che economica, filosofica ed esistenziale. Ecco perché sarebbe più opportuno parlare di “Ecologia profonda”: non si parla più di piccole modifiche dal punto di vista umano, ma di una vera e propria rivoluzione culturale, che segna il passaggio da una prospettiva antropocentrica a una eco-centrica. Tuttavia un discorso di questo tipo fa della Terra una divinità pagana, la dea Gaia alla quale si deve sacrificare persino l’uomo, visto come virus da debellare, quando dovrebbe essere in comunione con la Natura, per dirla alla maniera francescana.

In tal senso, Anne de Carbuccia non sembra (lo si spera) andare nella direzione ambientalista- ecologista di stampo materialista e riduzionista, consapevole del fatto che accanto a un’ecologia ambientale, serve perciò quell’ecologia umana, fatta del rispetto della persona, per cui noi siamo i custodi della Natura, non i padroni assoluti. L’auspicio è che non ci si approcci all’ecologia come se fosse una religione, e si parli di uno sviluppo sostenibile per tutti, non solo per chi può permetterselo, ascoltando magari anche altre voci autorevoli del mondo scientifico, meno apocalittiche e decisamente fuori dal coro. Anche l’Arte ne gioverebbe.

L’artista franco-americana racconta delle storie a metà strada tra contemplazione della bellezza della Natura e visioni sinistre che incombono su questa bellezza incontaminata, come dimostra il progetto TimeShrine, mentre la serie Paintings è il risultato di un collettivo di artisti che unisce le opere della serie TimeShrine di Anne con la scrittura di graffiti. Anne ha viaggiato in tutto il mondo per diversi anni documentando l’evoluzione del pianeta e l’impatto dell’intervento umano sull’ambiente. Per la 75esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ha presentato il documentario One Ocean, accolto con moderato interesse 2 anni fa e oggi tradotto in 4 lingue. Un sentore di simbolismo permea la sua produzione artistica, che sembra inseguire i barlumi di uno splendore da preservare, facendo della fotografia uno strumento di testimonianza dell’autodistruzione di un intero pianeta, dove però l’Uomo non può rimanere isolato in quanto parte integrante di quel sistema.

Carnet Voyage, Sacred Lake II, 2015

 

L’arte ambientalista sembra essere molto di moda e cavalcata anche da coloro che effettivamente hanno scarsa sensibilità e conoscenza in merito alle questioni prettamente scientifiche. Quanti di questi cavalcano l’onda in modo furbo e quanti invece sono in buona fede secondo lei?
Ce ne sono molti di entrambe le parti diciamo, è normale. L’arte è un campo che in parte rispecchia le nostre società. In questo momento, ovunque, in tutti i campi ci sono molti tentativi di “lavaggio ecologico” e un desiderio profondo di cambiare il nostro approccio all’ambiente. Probabilmente verranno filtrati con il tempo o ancora meglio i cosiddetti “green washers” si convertiranno davvero in una prospettiva più moderna e pratica. Si spera che invece di comunicarlo inizieranno a dare l’esempio attraverso le proprie azioni e attività personali. Avere un forte senso di conoscenza universale fattuale è la chiave per il futuro. C’è uno straordinario potenziale creativo nelle nuove alleanze tra Scienza a Arte.

Quando e perché ha iniziato ad appassionarsi all’arte?
Sono cresciuta con molta arte e molta natura, quindi ho sempre visto la natura nell’arte e l’arte nella natura. Erano due cose che conoscevo e amavo e che hanno fatto parte di me sin da quando ero bambina. Quando ho iniziato a cogliere l’importanza della crisi ambientale e sociale è stato naturale per me rivolgermi all’arte per dare voce a tutto ciò.

Cos’è per lei la Natura?
La natura è tutto quello che riguarda noi esseri umani.

Il suo cortometraggio One Ocean è stato presentato alla 75esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Cosa spera di aver trasmesso allo spettatore?
Cerco di trasmettere un senso di consapevolezza facile e positivo, per dimostrare che siamo parte di qualcosa di più grande di noi. E più di ogni altra cosa voglio dare un’idea migliore di quanto siano importanti le scelte che facciamo oggi, soprattutto come individui. È stato interessante notare che One Ocean è stato accolto con moderato interesse due anni fa e oggi è stato tradotto in quattro lingue. Il film non è cambiato ma il pubblico sì, questo mi dà speranza.

Lei è franco-americana: quali differenze nota tra il modo di concepire e trattare l’arte tra gli States e l’Europa?
Con la globalizzazione, gli approcci si sono mescolati molto e sembrano più universali. Tutto è diventato più fluido e meno distintivo tra Stati Uniti ed Europa. Trovo il lavoro artistico più caratterizzato in altri continenti come l’Africa e il Sud America. Ci sono contenuti profondi che vengono pubblicati su entrambe le sponde dell’Oceano, ma sono meno sotto i riflettori. C’è un bisogno ricorrente di un ritmo più veloce, esperienze coinvolgenti e immagini che funzionino meglio con i social media o affermazioni che hanno un impatto immediato. Un sacco di arte è lì per piacere a te.

Mustang Journey, Upper Mustang, 2015

Quale tecnica preferisce per dare una forma, un senso, un significato a ciò che ha visto?
Ho iniziato con la creazione di installazioni nella natura che poi ho fotografato, aveva un senso con il nostro tempo. Cento anni fa probabilmente li avrei dipinti. Il lavoro riguardava il nostro pianeta, ciò che avevamo, ciò che stavamo perdendo, ciò che avevamo già perso. Le nostre scelte. Ho viaggiato ovunque, ho imparato tanto e incontrato persone incredibili. Ho visto il buono e il cattivo. Attualmente sto finendo un documentario su quella storia. Il film è uno strumento potente. Da più di un anno ho iniziato a spostare l’arte per le strade, sia con i murales e sia con le installazioni. Sento che ora è il momento di condividere l’arte in mostre pubbliche a causa del forte cambiamento negli stili di vita e nell’approccio agli spazi privati ​​e pubblici. Ho iniziato a usare le parole nelle mie creazioni. Come i mantra. Per me le città sono ora il punto di impatto più importante sia per aiutare a salvare il nostro pianeta come lo conosciamo sia per portare conforto agli abitanti. Vedo musei che si estendono fino alle strade. Durante il primo blocco causato dall’emergenza COVID mi sono concentrata molto sull’amore e sul soft power. Questo probabilmente sarà il seme del mio nuovo lavoro. Ho appena iniziato a lavorare su opere più tranquille e contemplative che spaziano dalla scultura al collage e alla luce a Led. Penso che mi sposterò presto in una zona di riflessione dove creerò da un’unica posizione, non sono sicuro che sia un bisogno crescente di ritirarmi e meditare mentre le nostre società entrano in congiunture globalizzate più stringenti.

L’obiettivo delle sue esplorazioni è ottenere qualcosa. Toccarne i limiti o in un certo senso tornare all’origine dell’arte, della Vita, dell’essenziale?
Sì, negli ultimi dieci anni la mia produzione artistica è stata molto incentrata su un obiettivo. Curiosamente ho sentito un senso di liberazione nel dare uno scopo al lavoro. Mi ha liberato da molte delle mie ansie come essere umano. Aver studiato antropologia ha aiutato. Avere un senso dell’origine, di come è iniziato tutto, perché è iniziato tutto. Per poter ricominciare da capo, come è il caso delle nostre società oggi, è utile conoscere le tue radici, le tue origini. Negli ultimi anni ho cercato di concentrarmi su ciò che era più essenziale. Penso che molto nella genesi dell’arte sia legato allo scopo.

Non crede che, in assenza di posizioni univoche, si rischi di far diventare l’ecologia una religione, un’ideologia che contempla solo sé stessa, lasciando l’Uomo fuori da questo progetto?
È un rischio, in realtà sempre più attivisti si stanno spostando in quella direzione. Sentono di non essere ascoltati e le cose non si muovono abbastanza velocemente. C’è un forte senso di ingiustizia nelle giovani generazioni quando si parla di ecocidio. Penso che molti degli artisti più giovani faranno parte di quel movimento. La mia generazione non ha mai dovuto mettere in discussione il futuro come hanno fatto loro. A volte è necessario andare un po’ all’estremo per portare avanti il ​​cambiamento necessario. Sono stata criticata durante l’emergenza Covid per non aver sottolineato il miglioramento della salute ambientale con il blocco delle attività umane. Ma questa è una conseguenza e non una soluzione. Non ha mai riguardato veramente il pianeta. Il pianeta è un essere vivente straordinario e ce la farà. In quale forma è un’altra domanda. Il vero problema, almeno per la nostra specie, è se ce la faremo o chi ce la farà. Che ci piaccia o no, abbiamo tutti un punto di vista antropomorfo. Il mio lavoro riguarda più lo spostamento della nostra prospettiva dal metterci in cima a una piramide all’essere parte di un cerchio.

Di quale lavoro è più orgogliosa?
Ognuna delle mie creazioni è una parte di me a cui tengo profondamente. Certamente il fatto che mi abbiano permesso di avere una voce anche nel sistema educativo è qualcosa di cui sono molto orgogliosa. Il mio progetto educativo è gestito dalla mia fondazione pubblica 501 (c) 3 e lavora con la generazione più giovane (dai 5 ai 25 anni) e con una grande varietà di progetti in tutto il mondo. Ora, con le sfide della Pandemia, stiamo creando contenuti video per le lezioni online.

Secondo lei, quale delle sue opere è quella che meglio rappresenta l’Universo come insieme indivisibile e armonioso e non come una macchina perfetta dove i componenti lavorano perfettamente insieme?
Penso che la mia immagine Birth descriverebbe al meglio l’immediatezza di questo concetto. Gran parte del lavoro che creo si basa su quell’idea e sull’interconnettività.

Prossimi impegni?
Sono nel bel mezzo dell’editing del mio documentario One Planet One Future che dovrebbe uscire nel 2021 – esporrò anche alcune delle mie parole del mantra specchiate in diverse città – Una mostra a Palermo, in Italia, nell’estate del 2021 dovrebbe essere confermata se la situazione pandemica migliora. Tengo le dita incrociate!

 

Fonte

Anne de Carbuccia. La natura dell’arte e l’arte della natura

‘Frida Kahlo. Il caos dentro’, in arrivo alla Fabbrica del Vapore a Milano dal 10 ottobre al 28 marzo 2021

Dal 10 ottobre la Fabbrica del Vapore a Milano ospita una mostra straordinaria dedicata a Frida Kahlo. Un percorso sensoriale altamente tecnologico e spettacolare che immerge il visitatore nella vita della grande artista messicana, esplorandone la dimensione artistica, umana, spirituale.

Prodotta da Navigare con il Comune di Milano, con la collaborazione del Consolato del Messico di Milano, della Camera di Commercio Italiana in Messico, della Fondazione Leo Matiz, del Banco del Messico, della Galleria messicana Oscar Roman, del Detroit Institute of Arts e del Museo Estudio Diego Rivera y Frida Kahlo, la mostra è curata da Antonio Arèvalo, Alejandra Matiz, Milagros Ancheita e Maria Rosso e rappresenta una occasione unica per entrare negli ambienti dove la pittrice visse, per capire, attraverso i suoi scritti e la riproduzione delle sue opere, la sua poetica e il fondamentale rapporto con Diego Rivera, per vivere, attraverso i suoi abiti e i suoi oggetti, la sua quotidianità e gli elementi della cultura popolare tanto cari all’artista.

La mostra, dopo una spettacolare sezione multimediale con immagini animate e una avvincente cronistoria raccontata attraverso le date che hanno segnato le vicende personali e artistiche della pittrice, entra nel vivo con la riproduzione minuziosa dei tre ambienti più vissuti da Frida a Casa Azul, la celebre magione messicana costruita in stile francese da Guillermo Kahlo nel 1904 e meta di turisti e appassionati da tutto il mondo: la camera da letto, lo studio realizzato nel 1946 al secondo piano e il giardino.

Segue la sezione I colori dell’anima, curata da Alejandra Matiz, direttrice della Fondazione Leo Matiz di Bogotà, con i magnifici ritratti fotografici di Frida realizzati dal celebre fotografo colombiano Leonet Matiz Espinoza (1917-1988). Matiz, considerato uno dei più grandi fotografi del Novecento, immortala Frida in spazi di quotidianità: il quartiere, la casa e il giardino, lo studio.

Al piano superiore la mostra prosegue con una sezione dedicata a Diego Rivera: qui troviamo proiettate le lettere più evocative che Frida scrisse al marito. E una stanza dedicata alla cultura e all’arte popolare in Messico, che tanta influenza ebbero sulla vita di Frida, trattate su grandi pannelli grafici dove se ne raccontano le origini, le rivoluzioni, l’iconografia, gli elementi dell’artigianato: gioielli, ceramiche, giocattoli. Esposti alcuni esempi mirabili di collane, orecchini, anelli e ornamenti propri della tradizione che hanno impreziosito l’abbigliamento di Frida. Nella sezione seguente sono esposti gli abiti della tradizione messicana che hanno ispirato ed influenzato i modelli usati dalla Kahlo: gonne ampie e coloratissime, scialli e camiciole, copricapo e collane.

Il focus sulla tradizione messicana procede con la sezione dedicata ad alcuni dei più conosciuti murales realizzati da Diego Rivera in varie parti del mondo: saranno proiettati nella loro interezza e in alcuni dettagli i ventisette pannelli murali che compongono il Detroit Industry Murals (Detroit, 1932), il Pan American Unity Mural (San Francisco, 1940) e Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central (Città del Messico).

Nella sezione Frida e il suo doppio sono esposte le riproduzioni in formato modlight di quindici tra i più conosciuti autoritratti che Frida realizzò nel corso della sua carriera artistica, tra cui Autoritratto con collana (1933), Autoritratto con treccia (1941), Autoritratto con scimmie (1945), La colonna spezzata (1944), Il cervo ferito (1946), Diego ed io (1949). Il modlight è una particolare forma di retroilluminazione omogenea, in cui ogni dipinto, precedentemente digitalizzato, viene riprodotto su uno speciale film mantenendo inalterate le dimensioni originali.

A conferma della grande fama globale di cui la pittrice messicana gode, la mostra prosegue con una straordinaria collezione di francobolli, dove Frida è stata effigiata, una raccolta unica con le emissioni di diversi stati.

Il percorso comprende anche l’opera originale di Frida del 1938 Piden Aeroplanos y les dan Alas de Petate – Chiedono aeroplani e gli danno ali di paglia e sei litografie acquerellate originali di Diego Rivera.

Lo spazio finale è riservato alla parte ludica e divertente dell’esposizione: la sala multimediale 10D combina video ad altissima risoluzione, suoni ed effetti speciali ed è una esperienza sensoriale di realtà aumentata molto emozionante, adatta a grandi e piccoli.

Georges de La Tour in mostra a Milano fino al 27 settembre: la natura noir del Seicento francese

È la luce che vuole far la protagonista, vuole diventare un fantasma di scena, vuole parlarci: è la luce che si rivela. I colpi di luce staccano dalla composizione, si ergono in rilievo, strappano un pezzo di verità alla scena e lo rendono immortale, ma è solo un dettaglio, la punta di un diamante. Come i gioielli preziosi, alla fine, le tele di Georges de La Tour , si offrono prismatiche, caleidoscopiche, con gerarchie di luci al dettaglio nel mappare categorie sociali corrispondenti.

La luce ruba la natura del gesto e la svela al mondo; e il pittore francese illumina ogni dettaglio da gran detective dell’anima, della meschinità umana in scene di una cattiveria raccapricciante. I temi di fatto gotici dell’esposizione delle emozioni umane, sottolineano l’inevitabile tenebrosità scabra delle scene; e nel dare questa impostazione, l’artista mostra una compiaciuta soddisfazione nell’esporli di fronte a una luce viva, tridimensionale, e giudice.

Il percorso espositivo della mostra si snoda sui flashes del noir francese classico. È un’umanità giudicata dalla luce. Noi non possiamo farci più niente.

Quello che colpisce dell’allestimento è la provenienza dei prestiti: National Gallery of Art Washington D.C.; J. Paul Getty Museum, Los Angeles; Frick Collection, New York; San Francisco Fine Art Museum; Chrysler Museum, Norfolk e la National Art Gallery, Lviv. E la realtà museale che va in scena è quindi prettamente di ricerca; come di ricerca e indagine è l’impostazione del catalogo col colossale apparato di testi.

Quello di cui stiamo parlando è a conti fatti una mostra, una mostra di opere prevalentemente del de La Tour; una mostra che si tiene a Milano fino al 27 settembre 2020 – ma questa è una mostra particolare.

St. Joseph, the Carpenter

Doveva di fatto terminare il 7 giugno, ma il disastro COVID19 ne ha impedito il normale e regolare svolgimento e le date sono slittate tutte in avanti. Questa per cui è una mostra post lockdown che come tanti eventi altri nel mondo si svolge con determinate regole aggiuntive. E queste sono le norme del distanziamento sociale.

Innanzitutto, quindi, sono spariti tutti i servizi di biglietteria e tutto si svolge online non più on site. Per cui per prenotare l’ingresso, per prendere un biglietto, come nei più consumati musei per evitare la coda, ci si deve registrare su un sito, in questo caso su VivaTicket, e selezionare uno slot di tempo per l’ingresso, impostare un orario di entrata.

Fatto questo ci verrà consegnato o un biglietto elettronico con QR Code da far validare con lettura ottica tramite il telefono o un file da stampare e far validare sempre all’ingresso – ma in ogni caso la procedura è tutta online.

Poi si entra uno alla volta e si sta larghi. La sala contiene meno persone. Ma nel complesso la rappresentazione della streetlife del seicento francese, la stridente bagarre di sensazioni forti dovute al noir quotidiano che impazza su queste tele francesi, rimane un universo di emozioni borderline che non ha trovato ancora pace; e come profughi, ancora maledetti dalle stesse storie, i personaggi delle tele del de La Tour ancora si animano e vagano per le sale di Palazzo Reale in cerca della tridimensionalità di un piccolo raggio di luce per l’eternità.

Ci si deve arrendere a de La Tour. Primo mese di riapertura dell’era covid19 per la mostra a Milano, Palazzo Reale, dal titolo L’Europa della luce, sul pittore francese Georges de La Tour, in linea con Goya e Caravaggio, se non altro, ma con intuizioni e lampi già postmoderni.