Il mercato della massa a Washington DC tra Whitman, Faulkner e Canetti, che avevano previsto tutto

All’inizio sembrava una gita, rocambolesco assalto tra violenza e selfie. Nei video vediamo uomini in costume, un tizio a torso nudo, con le corna; molti sorridono. Alcuni sventolano bandiere, i più sventolano i cellulari. Nell’androne che porta verso il Senato alcuni sono intimiditi, sorridono storto: hanno la consapevolezza di ‘fare la Storia’, ma pare, in fondo, che siano lì, impacciati, a fare una visita guidata nel ‘cuore della democrazia americana’. Fotografia emblematica: un tizio entra nell’ufficio di Nancy Pelosi, presidente della Camera, ride, mette il piede sinistro sulla scrivania. Ha il cellulare in mano. Il Congresso degli Stati Uniti, come si sa, è a Washington DC, al Campidoglio (Capitol): il legame con la tradizione ‘romana’ – insieme repubblicana e imperiale – è un fato, un segno.

Nel Congresso il potere politico si fonde con quello religioso, il Tempio di Giove Capitolino con la massima istituzione di Roma. Sfondare il Congresso e invaderlo è sfidare la sacralità del potere democratico americano: come se assalissimo il Vaticano, rovesciandone la statuaria. Il Congresso è lì, sferico, immane placenta politica: entrarvi, in assetto da gita più che da assalto, significa rinascere, ambire al nuovo parto. Le gerarchie sono scisse, la fede – perché parecchi milioni di uomini dovrebbero obbedire a un manipolo di pochi? –, che si regge su una idea, su una sacralità, è trafugata, trafitta.

In termini assoluti, la Storia si fa per irruzione: chi sta comodamente assiso nel dibattito politico accarezza la Storia, la contempla. Nessuna sommossa è stata vista, fotografata, raccontata come quella accaduta il giorno dell’Epifania al Congresso degli Stati Uniti: eppure, pur in tale prossimità mediatica c’è una tale distanza dalla comprensione dei fatti. Mob Incited by Trump Storms Capitol, titola il “NYTimes”, snocciolando una infinita serie di dichiarazioni di senatori, governatori, politici. Democracy under siege urla il “Daily Telegraph”. Più interessante il “Daily Express”, di taglio conservatore: Anarchy in the Usa. Il paradosso è esplicito: il Paese che ‘esporta la democrazia’ in ogni angolo del globo ha una democrazia – rivelazione nel giorno della Rivelazione – tarlata, fragilissima.

Già, ma cosa significa democrazia? Che esiste un popolo democratico e una banda, una massa, una plebaglia di rivoltosi? Non sono anche loro parte popolo americano? Lo sono, per certi versi, all’eccesso, per eccesso di eccitazione. Ma chi risponde, ora, di quei morti, quattro – per ciò che ne sappiamo, ora – a Capitol Hill? Quali sono i loro nomi, le loro vite, taciute, forse, per non essere santificate nell’agiografia sanguinaria della ribellione civile? Ashli Babbit, la donna uccisa dalla polizia in Campidoglio, durante i tumulti, viveva nei pressi di San Diego, ha prestato servizio nell’Air Force per quattordici anni, nelle fotografie divulgate in rete sorride, è bella, fa il segno della vittoria.

Non c’è bisogno di squadernare libri ‘maledetti’ come The Turner Diaries di William Luther Pierce, alias Andrew Macdonald, “la bibbia del razzismo di destra e della sua rivolta” (era il 1978, è edito in Italia da Bietti come La Seconda Guerra Civile Americana): quanto accaduto in Campidoglio, nella sua eccezionalità, è inscritto nella storia americana.

Ed era prevedibile. Pochi giorni fa Daniel Mallock, uno storico – nel 2016 ha pubblicato Agony and Eloquence, uno studio che si focalizza su John Adams e Thomas Jefferson – ha scritto, dalla “New English Review”, un articolo tonante fin dal titolo, An American Coup. Alcuni passi sono utili:

“Studiosi rispettabili, nel nostro paese e nel resto del mondo, stanno cercando di dare un senso a ciò che accade negli Stati Uniti. Questo è molto difficile perché il 98% della stampa americana è fuorviante, incline a confondere e a ostacolare, se non a mentire. Setacciare la verità in mezzo alla propaganda riversata sul pubblico ogni giorno non è facile. Negli Stati Uniti è in corso un colpo di stato. Il presidente Donald Trump ha vinto le elezioni in maniera schiacciante, proprio come afferma”.

Mallock procede nella sua analisi – “Il processo di tabulazione e comunicazione dei voti la notte delle elezioni era del tutto impreciso”; “Chi sapeva, prima di queste elezioni, che così tante persone nate il primo gennaio del 1900 votano per i democratici?”: immagine, questa, che rimanda alle Anime morte di Gogol’, al mercimonio delle identità defunte –, profila alcuni momenti della storia elettorale americana, scaglia accuse contro il sistema corrotto della stampa americana. Parole tendenziose, stravolte, stralunate? Può darsi. Sarebbe un errore, però – come è stato fatto – non considerarle, denigrarle.

C’è poi qualcosa di connesso all’anima americana, di inestricabile, più profondo di ogni analisi di Alexis de Tocqueville. La sovranità dell’individuo che sovrasta il giogo istituzionale. Walt Whitman, il cantore della democrazia americana, si scaglia contro i presidenti dem, James Buchanan, Millard Fillmore, Franklin Pierce, stigmatizzandone la corruzione e la pochezza, “uomini deformi, mediocri, piagnucolosi, inaffidabili, dal cuore falso”, li dice, incapaci di adempiere le promesse elettorali.

Nel 1860, il poeta si rivolge in versi al Presidente, “Dici che dall’America penzolano illusioni/ non hai imparato nulla dalla natura della politica/ non conosci ampiezza, rettitudine, imparzialità”. Di Pierce – quattordicesimo presidente americano, che sistemò economicamente Nathaniel Hawthorne – il poeta aveva una idea pessima: “Mangia escrementi tutto il giorno e gli piacciono così tanto da volerli imporre con forza agli stati e ai cittadini”. Nel 1955 William Faulkner, già nobilitato dal Nobel, scrive un corrosivo saggio, On Privacy, in cui ragiona sui rapporti, corrosi fino alla lotta, tra individuo privato e ingerenza pubblica:

Il punto è che oggi in America qualsiasi gruppo o organizzazione, per il semplice fatto di operare sotto la copertura di una espressione come libertà di stampa o sicurezza nazionale o lega anti-sovversione, può postulare a proprio favore la completa immunità riguardo alla violazione dell’individualità. La privacy individuale senza la quale l’individuo non può più essere tale e senza la quale individualità egli non è più nulla che valga la pena essere o continuare a essere… Chi è abbastanza individuo da esigerla [la privacy] anche soltanto per cambiarsi la camicia o fare il bagno, verrà bollato da un’unica, universale voce americana come sovversivo del sistema di vita americano e della bandiera americana.

Ma questi sono dati colti, intellettuali, aurei, che aiutano, semmai, a capire la turbolenza civile connaturata in terra americana. Il fatto profondo, al netto delle esasperazioni – di radical chic, di politicamente corretto, di canoni stravolti e di tradizioni impagliate e defunte si parla da almeno cinquant’anni, come con imbarazzante ricorrenza si parla delle ‘tante’ americhe, inconciliabili e autistiche – si chiama mass market.

No. Non il mercato ‘di massa’. Il mercato delle masse. A chi fa comodo, in effetti, la sgargiante massa di insorti che con clamorosa facilità ha fatto ingresso al Congress? Quella massa – irrisoria rispetto al popolo americano ma pur sempre una sua rappresentanza – ha il marchio ISBN addosso. Ha un prezzo. Donald Trump la userà – la ha usata –, quella massa, per i suoi scopi; i Repubblicani per i propri; Joe Biden & i suoi per i loro.

La massa è plastica, informe, senza nome. Utile. La massa serve ai fini democratici – è massa elettorale – ma è serva di chi domina per scopi che la portano al massacro. La massa diventa popolo quando si coalizza intorno a un morto, quando acquista una identità diversa da chi pretende di guidarla. Chi guida la massa, in effetti, ne è terrorizzato: al potere di incendiare una massa deve bilanciarsi quello di saperla sedare e sciogliere – per non esserne travolto. L’ideologia felice del popolo promossa da Tolstoj in Guerra e pace qui non ha ambito: la massa fa paura, è rigurgito d’ira, coagulo di occhi, denti, mani, rissa che si autoalimenta, desiderio di morte, “volgo disperso che non ha nome”, come scrive Tacito nelle Historiae. Tutto era previsto, prevedibile, assassino.

La massa aizzata si forma in vista di una meta velocemente raggiungibile. La meta le è nota, precisamente designata, e vicina… La massa aizzata è antichissima; essa risale alla più remota unità dinamica conosciuta fra gli uomini… La massa aizzata che ha avuto la sua vittima si disgrega in modo particolarmente rapido. I potenti minacciati sono ben coscienti di questo fatto. Per fermare la crescita della massa, essi le gettano una vittima. Molte esecuzioni politiche sono state ordinate solo per tale scopo. Elias Canetti.

Massa e potere è il libro fondamentale di questo tempo, scritto da un genio, Elias Canetti, negletto, forse, per troppa lungimiranza. Nel caso specifico, la massa aizzata negli Usa è vittima di se stessa, si è involuta divorandosi. Di essa già stanno facendo pasto i paladini dell’ordine pubblico, i politici di buon senso, di qualsiasi fazione. D’altronde, hanno denti addestrati.

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Sostiene Canetti. Si vuole vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo
conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno
può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro. La paura dello scassinatore non si riferisce soltanto alle sue intenzioni di rapinarci, ma è anche timore di qualcosa che dal buio, all’improvviso e inaspettatamente, si protende per agguantarci. La mano configurata ad artiglio è usata continuamente come simbolo di quel timore.

Molto di questo concetto è entrato nel duplice significato della parola “angreifen” (protendersi per prendere, per toccare). Vi si trovano insieme sia il contatto innocuo sia l’aggressione pericolosa, e qualcosa di quest’ultima è sempre presente anche nel primo. Nel sostantivo “Angriff” (aggressione) è però rimasto soltanto il significato negativo.

La ripugnanza d’essere toccati non ci abbandona neppure quando andiamo fra la gente. Il modo in cui ci muoviamo per la strada, fra molte persone, al ristorante, in treno, in autobus, è dettato da quel timore. Anche là dove ci troviamo vicinissimi agli altri, in grado di osservarli e di studiarli bene, evitiamo per quanto ci è possibile di toccarli.

Ciò che dà vita alla massa dunque è la scarica: essa elimina ogni differenza tra gli uomini, li rende uguali eliminando le distanze. La massa sopravvive se la scarica continua su nuovi uomini che vi si aggiungono altrimenti si arriverà alla disgregazione. La massa è poi animata da un impulso di distruzione, ogni cosa viene distrutta, soprattutto ciò che è ostile.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

Giornata mondiale del libro: origine, leggende e festeggiamenti

Oggi ricorre la 25esima Giornata mondiale del libro e de diritto d’autore. Ad istituire questa festa l’Unesco. Dal 1996, infatti, ogni anno, il 23 Aprile tutto il mondo festeggia questa ricorrenza. Una manifestazione culturale per celebrare il mondo dei libri e della letteratura. Un appuntamento importante per riscoprire il piacere della lettura e aggiungere nuovi appassionati alla cerchia dei lettori.

 

La leggenda di San Giorgio e la Giornata mondiale del libro e della rosa

La giornata mondiale del libro e del diritto d’autore è conosciuta anche come la Giornata mondiale del libro e delle rose. Ma perchè si chiama così e perché è stato scelto proprio il 23 Aprile?

Il 23 Aprile si festeggia San Giorgio. La storia della vita di San Giorgio è ricca di leggende.

Una della più celebri è contenuta nella Legenda Aurea, una raccolta di biografie angiografiche del medioevo scritta in latino dal vescovo Jacopo da Verazze.

In essa si racconta che in una città della Libia di nome Selem vi fosse uno stagno di grandi dimensioni in cui si nascondeva un drago che, con il suo fiato, era in grado di uccidere chiunque. Per placare la sua ira e sopravvivere gli abitanti del posto erano soliti offrirgli due pecore ogni giorno; ben presto, però, i capi di bestiame iniziarono a diventare pochi, e così il popolo decise che l’offerta quotidiana dovesse essere composta da una pecora e un giovane estratto a sorte.

Un giorno, a essere estratta fu la principessa Silene, la giovane figlia del re Silene. Ella mentre procedeva incontro al suo infausto destino si imbatté in Giorgio, un giovane cavaliere che promise alla ragazza di salvarla.

Disse, quindi, alla principessa di avvolgere al collo del drago la sua cintura, senza timore: e, in effetti, così facendo la fanciulla riuscì a convincere la bestia a seguirla verso la città. La popolazione fu sorpresa nell’osservare il drago così vicino, ma ci pensò Giorgio a infondere loro fiducia, riferendo che era stato Dio a mandarlo ivi per sconfiggere l’ira del drago: il mostro sarebbe stato ucciso solo se gli abitanti avessero abbracciato il cristianesimo e si fossero fatti battezzare. Così avvenne: la popolazione si convertì, e anche il re; il cavaliere Giorgio uccise il drago, il quale fu trascinato da otto buoi e portato fuori dalla città.

Le gesta del cavaliere non sono rintracciabili solo nell’angiografia. Un’altra leggenda risale al XVI secolo ed è ambientata a Mont Blanc, nel medievo.

Questa versione è molto simile a quella della vita del santo. La storia si conclude in maniera diversa: il cavaliere salva la principessa , uccidendo il drago. Dal suo sangue nasce un roseto. Il cavaliere raccoglie una rosa e la dona alla principessa.

Da questa antica e romantica leggenda, traggono origine le festività dedicate a San Giorgio, San Jordi, a Barcellona, ed in tutta la la Catalogna. San Jordi diventa la festa degli innamorati : in origine gli uomini erano soliti regalare alle proprie amate delle rose rosse, insieme ad una spiga, simbolo di fecondità.

E i libri che c’entrano? Un libraio di Barcellona, Vincent Clavel Andrés, nel 1923, afferma che il 23 Aprile non poteva essere celebrata solo per festeggiare l’amore, ma anche la letteratura. Perché in quella data sono venuti a mancare due collossi della letteratura: Miguel de Cervantes e William Shakespeare.

Da allora il 23 Aprile si festeggia in tutta la Catalogna la giornata mondiale del libro e della rosa. Inizialmente gli uomini regalano una rosa e le donne rispondono con un libro.

Oggi invece ci si scambia vicendevolmente libri e rose. Anche i librai donano il fiore per ogni libro venduto durante la festa.

Dalla Giornata del libro e delle rose alla Giornata mondiale del libro e dei diritti d’autore

Nel 1930 la 28a sessione della conferenza generale dell’Unesco decide di portare a livello internazionale l’idea di Clavel e proclama il 23 Aprile come la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore. In più aggiunge altri nomi all’elenco di scrittori legati alla data del 23 aprile: Inca Garcilaso de la Vega e Josep Pia, morti in quella data ma anche le nascite Maurice Druon, il russo Vladimir Nabokov, il colombiano Manuel Mej ía Vallejo e il premio nobel islandese Halldór Laxness.

Oggi a causa dell’emergenza del coronavirus, i festeggiamenti per celebrare la ricorrenza potranno essere solo virtuali. Una Maratona di interventi critici, letture e analisi di alcuni dei passi più belli della letteratura è stata organizzata dal Miur e dalla Fondazione de Sanctis. Una staffetta per giovani e adulti, un tributo al libro e agli autori. Perché come scriveva Inge Feltrinelli “I libri sono tutto. I libri sono la vita” 

 

‘Gelsomina in quarantena’ di Salvatore Puzella, un racconto per aiutare le strutture sanitarie del Sannio

Un racconto per regalare un sorriso ai lettori e raccogliere fondi destinati alle strutture sanitarie del Sannio, impegnate a gestire la lotta al Covid-19. Questo il progetto che sta portando avanti Salvatore Puzella, scrittore sannita, con Gelsomina in quarantena: una bambina di dieci anni che si ritrova, suo malgrado, a vivere una lunga convalescenza. L’esperienza, affrontata inizialmente con atteggiamento passivo, si rivelerà un episodio non privo di risvolti positivi. Sarà per Gelsomina un momento di crescita personale, un’occasione per scoprire nuove passioni e ritrovare l’affetto dei suoi cari.

Il racconto è ambientato nel Sannio, terra di cui è originario l’autore, otto anni dopo la pandemia da coronavirus che ha messo in ginocchio il mondo nel 2020. La scrittura è diretta, scanzonata e con incursioni dialettali che colorano il testo. Poco più di venti pagine che regalano un sorriso e un messaggio di speranza. Oltre ad aiutare chi ci aiuta.

Gelsomina è una bambina di 10 anni che si ritrova, suo malgrado, a vivere una quarantena forzata a causa di uno sfortunato incidente, che la costringe a letto per un mese intero. In questo periodo, le sue giornate sono occupate dalla noia e dal tentativo di combatterla attraverso il cellulare e i social network.

È sua sorella Angela, diciannovenne intelligente e carismatica, a fornirle un efficace antidoto e a raccontarle una storia che Gelsomina, per la sua tenera età, non può proprio ricordare: quella di un’altra quarantena che, qualche anno prima, ha costretto a casa ben più di una bambina e ha avuto conseguenza nefaste per la popolazione mondiale. È in quel momento così complicato che Angela, rinchiusa tra quattro mura per via dell’emergenza Covid-19, ha letto il suo primo libro e si è innamorata della letteratura. Come a voler continuare una tradizione familiare, consiglia a Gelsomina di leggere quello stesso romanzo. La protagonista intraprende, così, un’esperienza totalmente sconosciuta sino a quel momento, ma che si rivela, ben presto, un punto di svolta per la sua crescita personale.

Uno sguardo innocente, dunque, sull’emergenza che stiamo vivendo, e che mai avevamo conosciuto prima che potrebbe essere anche il nostro in modo tale da farci scoprire nuovo orizzonti e riassaporare cose che pensavamo di aver dimenticato durante questa quarantena.

Al termine della lettura, Gelsomina fa proprio il messaggio della storia e lo rielabora, con il candore e la vivacità che la contraddistinguono, riuscendo, così, ad aiutare e a consigliare Angela, e dimostrando, ancora una volta, quanto sia trasversale e fluido il potere della letteratura.

Gelsomina in quarantena è pubblicato da Amazon sulla piattaforma Kindle Store ed è disponibile al prezzo di € 2,99, in versione eBook, e € 5,19, in versione cartacea (qui il link). Le royalty dell’autore saranno devolute agli ospedali che stanno contrastando il coronavirus nel Sannio.

 

 

La macchina mediatica del fango contro il Dott. Ascierto

Non ha bisogno di avvocati difensori. Il suo curriculum parla da solo. Così come la sua reputazione. Paolo Ascierto, medico e professore, è uno dei punti di forza della ricerca italiana. Tra le eccellenze mondiali nell’ambito oncologico.
Basterebbe questo a zittire chi negli ultimi giorni a provato a minarne la professionalità. Ma chi fa parte di questa categoria, ovvero quella dei giornalisti, non può restare in silenzio rispetto a ciò che sta accadendo.

Il Dott. Paolo Ascierto ha subito degli attacchi indegni, contro i quali è obbligatorio alzare gli scudi. Certo, proveremo a mantenere il rispetto e l’educazione che Ascierto è stato in grado di esprimere, ad esempio, dopo l’affondo (meglio definirlo una vera e propria caduta di stile) messo a segno dal collega Massimo Galli – Direttore della divisione malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano – durante la trasmissione Carta bianca condotta da Bianca Berlinguer su Rai3.

Parole, quelle di Galli, che hanno distrutto in pochi minuti lo spirito di Unità (ci piace scriverla con la U maiuscola!) nazionale che si è creata riguardo l’emergenza causata dal coronavirus. Il tutto avvenuto nel totale silenzio da parte della ‘padrona di casa’, ovvero la Berlinguer. Attacco al quale Ascierto ha risposto: “Non pensiamo ai primati ma a sconfiggere il covid19″. Quest’articolo potrebbe anche chiudersi qui.

Ma poi è arrivata la vergogna del servizio mandato in onda da Striscia la Notizia. Davvero una macchina del fango che ha provato a macchiare (senza riuscirci) la figura di Ascierto e con la sua quella di tutti i medici, ricercatori e sanitari italiani che nelle ultime settimane stanno lavorando senza sosta per fronteggiare il virus, offrendo sostegno e assistenza ai malati.

Eventi che non possono restare nella totale indifferenza. L’opinione pubblica, Napoli, la regione Campania, i colleghi, i social si sono già mobilitati per Ascierto. Una mobilitazione spontanea a difesa del lavoro svolto grazie alla collaborazione tra il Pascale e il Monaldi. Partenership, avvenuta insieme con alcuni ricercatori cinesi, che ha consentito di sviluppare il tocilizumab farmaco che cura l’artrite e che nel capoluogo partenopeo è stato somministrato sui pazienti affetti da polmonite severa causata dal coronavirus. Con tanto di protocollo dell’Aifa.

Qui non si tratta più della banale rivalità tra Nord e Sud o di una competizione tra dottori. Qui, come giustamente ha ricordato il Direttore di VocediNapoli.it in un precedente editoriale, si tratta di una cosa molto più importante: stiamo parlando della verità. È quest’ultima che è stata messa in discussione.

Per questo rivolgiamo un appello all’Ordine dei Giornalisti che ci rappresenta e all’intera comunità medico-scientifica. Al primo chiediamo di sanzionare con decisione i colleghi che stanno propagando notizie false su questa vicenda. Una scoperta che dovrebbe unirci tutti nella gioia per aver trovato un farmaco che combatte il coronavirus. E alla seconda chiediamo di schierarsi senza se e senza ma con Paolo Ascierto. Perché oggi è toccato a lui, domani chissà, potrebbe toccare a qualcun altro e a quel punto sarà troppo tardi e nessuno potrà far finta di nulla.

 

La vergognosa campagna mediatica contro Ascierto, si mobiliti la comunità medico scientifica

Covid-19, tra previsioni e cure. Parla l’oncologo e genetista Prof. Antonio Giordano

Fare previsioni sui futuri scenari, in questo momento, è molto complicato. È impossibile dire quando si verificherà il picco della pandemia da Covid-19, in quanto, ad oggi non esistono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Tutto dipende da quanto velocemente i governi adotteranno misure tese ad arrestare il contagio; in questo senso, è essenziale agire rapidamente ed in maniera decisa. Come ci dimostra l’esperienza della Cina e del Giappone.

“I modelli matematici ci sono, ma sono proiezioni, non sappiamo quanto siano affidabili perché non conosciamo a fondo questo virus e i dati riportati spesso non sono uniformi. Tracciare curve realistiche relative ai contagi non è possibile perché esistono molti casi asintomatici, che sono comunque infettivi, e infetti con sintomi lievi o individui immuni al Covid-19 non registrati dalle statistiche ufficiali”

L’evoluzione nel tempo del contagio prevede una fase di crescita iniziale, il raggiungimento di un picco e poi una fase finale di progressiva decrescita.
In questo momento, l’epidemia è ancora in fase di piena espansione, quindi siamo ancora nella fase esponenziale.
Il picco si calcola sulla base del valore di “R con zero”, che è il “tasso di contagiosità” che per questo virus abbiamo visto sta tra 2,5 e 3, secondo modelli basati su quanto si è già verificato.

Questo valore dipende non solo dalle caratteristiche biologiche del virus (dall’attitudine del virus a diffondersi, dalla durata dell’infezione) ma anche dal numero di contatti di una persona e dal livello di densità della popolazione.

“La diffusione del contagio può essere rallentata, nella misura in cui le persone praticheranno il ‘distanziamento sociale’, evitando gli spazi pubblici e limitando i loro movimenti.

Serve a poco fare delle previsioni; piuttosto che cercare di prevedere quando la curva raggiungerà il picco, bisogna agire per modificare attivamente l’andamento di quella curva, come sta facendo l’Italia. Non bisogna minimizzare perché significherebbe favorire dei comportamenti irresponsabili e aumentare la probabilità che le persone si ammalino e muoiano; al contrario bisogna promuovere la responsabilità personale e sociale .

Fare previsioni sui futuri scenari, in questo momento, è molto complicato. È impossibile dire quando si verificherà il picco della pandemia da coronavirus, in quanto, ad oggi non esistono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Tutto dipende da quanto velocemente i governi adotteranno misure tese ad arrestare il contagio; in questo senso, è essenziale agire rapidamente ed in maniera decisa. Come ci dimostra l’esperienza della Cina e del Giappone.

I modelli matematici ci sono, ma sono proiezioni, non sappiamo quanto siano affidabili perché non conosciamo a fondo questo virus e i dati riportati spesso non sono uniformi. Tracciare curve realistiche relative ai contagi non è possibile perché esistono molti casi asintomatici, che sono comunque infettivi, e infetti con sintomi lievi o individui immuni al Covid-19 non registrati dalle statistiche ufficiali.

L’evoluzione nel tempo del contagio prevede una fase di crescita iniziale, il raggiungimento di un picco e poi una fase finale di progressiva decrescita.
In questo momento, l’epidemia è ancora in fase di piena espansione, quindi siamo ancora nella fase esponenziale.
Il picco si calcola sulla base del valore di “R con zero”, che è il “tasso di contagiosità” che per questo virus abbiamo visto sta tra 2,5 e 3, secondo modelli basati su quanto si è già verificato.
Questo valore dipende non solo dalle caratteristiche biologiche del virus (dall’attitudine del virus a diffondersi, dalla durata dell’infezione) ma anche dal numero di contatti di una persona e dal livello di densità della popolazione.

La diffusione del contagio può essere rallentata, nella misura in cui le persone praticheranno il “distanziamento sociale”, evitando gli spazi pubblici e limitando i loro movimenti.

Serve a poco fare delle previsioni; piuttosto che cercare di prevedere quando la curva raggiungerà il picco, bisogna agire per modificare attivamente l’andamento di quella curva, come sta facendo l’Italia. Non bisogna minimizzare perché significherebbe favorire dei comportamenti irresponsabili e aumentare la probabilità che le persone si ammalino e muoiano; al contrario bisogna promuovere la responsabilità personale e sociale .

Anche il professor Enrico Bucci dello Sbarro Institute della Temple University di Philadelphia dichiara in un suo post che diversi modelli sono stati smentiti nell’ultima settimana e che nelle attuali condizioni, prevedere picchi o flessi non ha molto senso. Il professor Bucci invita a diffidare di modelli e previsioni a più di tre giorni e a concentrarsi sui nostri medici ed infermieri, veri gli eroi di questa guerra
Più che fare previsioni possiamo utilizzare le conoscenze acquisite sul virus sulla scorta dei dati già registrati che ci consentono considerazioni sensate. Ad esempio è importante creare strutture appropriate per curare un numero di pazienti che per qualche settimana potrebbe restare nell’ordine di attuale grandezza.

Antonio Giordano

Fonte: http://www.juorno.it/

L’Art blogger Mariano Cervone: “promuovo l’arte come modus vivendi”

In un drammatico momento storico come quello che stiamo vivendo, dove arte, musei, bellezza ci sono preclusi per una doverosa necessità collettiva, c’è bisogno più che mai di persone che sappiano diffondere anche ottimismo. Tra queste vi presentiamo Mariano Cervone, il quale, con il suo sito parla di arte, musei, mostre eventi, ma anche viaggi e luoghi da scoprire: «Mi definisco un “Lifestyle Art Blogger”» dice. Coordinatore di un polo museale partenopeo rimasto chiuso per il coronavirus, Mariano continua a parlare di arte attraverso il suo blog e i suoi canali social.

Appassionato di fotografia, di arte, di design di viaggi: «Faccio confluire le mie passioni in un unico luogo» ha detto Mariano Cervone, blogger napoletano di Scampia che da qualche tempo ha creato il sito www.bloginternettuale.it dove scrive di Arte e Lifestyle.

«Mi definisco un “Lifestyle Art Blogger” e provo, attraverso i social, a promuovere l’arte non solo come mera sequela di eventi culturali da seguire, ma come vero e proprio modus vivendi al pari della moda».

A proposito del periodo difficile che stiamo vivendo Cervone cita Friedrich Nietzsche, il quale alla fine del XIX secolo filosofeggiava sull’“eterno ritorno dell’uguale”, teorizzando che l’universo rinasce e muore in base a cicli temporali già fissati e necessari. Eppure nessuno poteva prevedere che nel Terzo Millennio ci saremmo ritrovati a vivere l’esperienza di una epidemia, di cui la nostra generazione ha letto solo sui libri di storia e letteratura.

Mariano Cervone

Prosegue Cervone: <<Fenomeni come la peste o il colera ci sono stati raccontati tutt’al più dai nostri nonni, e ritrovare oggi persino i passi de “I Promessi Sposi” così spaventosamente attuali, è qualcosa che sfugge alla nostra concezione. Viviamo un clima di guerra, dove, per il nostro stesso bene certo, ci è precluso di uscire. Sono stati chiusi quelli che oggi sono considerati semplicemente “luoghi di assembramento”: gallerie d’arte, mostre, musei, eventi culturali e musicali. Ma ho grande fiducia nell’operato del Governo che sta gestendo questa difficile situazione, ed è per questo motivo che, rigorosamente da casa, continuo a parlare di arte, cultura, bellezza con grande riscontro di chi, anche in questo momento, non vuole perdere la speranza, e trova nella cultura la forza di guardare ancora avanti>>.

Sul sito di Cervone non mancano però consigli sui trend del momento o sul personal care: «Ma lungi da me l’essere considerato un fashion-blogger – dice – nei miei canali la moda, il beauty, i consigli sul prendersi cura di sé stessi, fanno parte di un’espressione artistica della persona, dell’essere me stesso, di questo lavoro che ho deciso di intraprendere che è fatto anche, e forse soprattutto, di immagine, e dunque è un modo come un altro per essere un vero esteta del sé e del mondo».

In poco più di un anno il suo sito web ha totalizzato già oltre 123.000 contatti, con oltre 10000 followers su instagram, e quasi 2000 su twitter.

«Comunico soprattutto attraverso la parola scritta, ma anche l’immagine, e credo sia forse naturale curare maggiormente i canali che mi permettono di esprimermi in queste direzioni. Ma non escludo che in futuro mi dedichi con maggior attenzione anche alle mie pagine facebook, che generano comunque 120.000 visualizzazioni».

«Tutto ha avuto inizio dall’Expo Milano 2015, il mio primo viaggio a Milano, poi per professione e passione mi sono ritrovato a viaggiare molto di recente, l’Italia soprattutto: Como, Roma, Ravenna, Firenze, Forlì, Castrocaro, il Gargano, il Salento ma anche, e soprattutto, Napoli: Gli stessi napoletani non conoscono le tante meraviglie di questa nostra città, è per questo che provo a raccontarla anche solo attraverso uno scatto su instagram, perché è il luogo dove viviamo, il nostro patrimonio, e dovremmo tutelarlo e conoscerlo. Sempre».
Chi mi segue sa che i miei viaggi sono sempre una via di mezzo tra arte, archeologia, food: «Credo che anche il cibo sia una delle bellezze della vita e, se un posto mi piace, amo parlarne, condividerlo e consigliarlo ai miei lettori».

PERCHÉ INTERNETTUALE? «È la crasi tra la parola internet e intellettuale. Oggi tutto, per fortuna purtroppo, passa dal web, e viviamo in un mondo di sapere falsato che proviene da una ricerca on-line. Il mio sito vuole riproporre questa parola sotto una nuova luce, e essere un incontro tra l’intelletto e internet e, così come Alberto Angela fa in televisione, io provo con molta umiltà a divulgare l’arte e la cultura che conosco attraverso il mio blog».

Originario di Scampia, non vede la periferia come una difficoltà da superare, ma come una vera e propria opportunità: «Crescere in un luogo come Scampia, in un modo o nell’altro, ti segna: entri a contatto con realtà diverse, non sempre facili, e ciò contribuisce alla formazione di una sensibilità diversa, e ad un diverso modo di guardare il mondo. Certo, è difficile emergere da un luogo come questo, che tutti identificano solo come Gomorra, ma vorrei mostrare anche che ci sono persone diverse da quelle che si ostinano a mandare in onda in televisione, persone che guardano il mondo con occhi nuovi».

 

 

Solo Assad può salvare Erdogan

Beirut. Giornalisti e intellettuali col ditino puntato, prima di scrivere o parlare dell’assedio di Idlib, per onestà intellettuale, hanno il dovere di spiegare a lettori e auditori tre questioni fondamentali. Primo. Chi occupa il territorio e tengono in ostaggio i civili sono gruppi terroristici in passato legati a Jabhat al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda, nemici di Assad e anche dei curdi. Secondo. La presenza militare della Turchia, membro della Nato, in quel territorio è una violazione del diritto internazionale oltre che della sovranità della Siria. Terzo e ultimo punto. La Turchia, membro della Nato, protegge gruppi terroristici in passato legati a Jabhat al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda, nemici di Assad e anche dei curdi, che tengono in ostaggio milioni di civili. Se mancano questi elementi qualsiasi narrazione che sentirete o leggerete è dunque parziale, sensazionalistica o ideologica, di conseguenza, falsa.

La realtà sulla vasta provincia di Idlib ci dice che di “ribelli moderati” non se ne vedono più da un pezzo. La maggior parte dei suoi combattenti siriani provengono dalle zone riconquistate negli ultimi anni dall’Esercito Arabo Siriano, Hama, la Ghouta Orientale, Aleppo, senza contare tutti gli stranieri già presenti sul posto prima dell’attuale assedio. Persino gli Stati Uniti per bocca dell’inviato Brett McGurck sono stati costretti ad ammetterlo definendolo “il più grande santuario di Al Qaeda dopo l’Afghanistan”.

Non a caso proprio lì si trovava, protetto probabilmente dall’intelligence turca, il Califfo dello Stato Islamico Abu Bakr Al Baghdadi, prima di essere ucciso, pare, da un raid americano. Ecco perché gli appelli strappalacrime di ONG e influencer su Idlib lasciano il tempo che trovano. Non perché le vite dei civili valgano poco, anzi, bensì perché chi vuole ricordarli oggi, da morti, avrebbe dovuto farlo in questi otto anni di guerra quando erano vivi, imprigionati, presi in ostaggio, usati come scudi umani dai gruppi jihadisti.

Quanto accade in questi giorni in Siria, nella provincia di Idlib, rientra nella diplomazia muscolare russo-turca, per cui ha il diritto di sedersi al tavolo delle negoziazioni solo chi ha il coraggio di sacrificare militari operativi sul campo. Turchia e Russia non arriveranno allo scontro diretto perché non è nell’interesse di nessuno.

Da un lato Putin, oggi, è l’unico amico rimasto a Erdogan in Medio Oriente, sempre più isolato nella Nato, e nemico giurato della “Nato araba”, il quale allo stesso tempo alza la posta con l’Europa con la minaccia migratoria per avvicinarla ai suoi interessi allontanandola da quelli atlantici; dall’altro Putin, che non scaricherà Assad per nessuna ragione al mondo, soprattutto ora che gioca la partita parallelamente anche sul fronte libico, ha lanciato un avvertimento al suo interlocutore diretto su un territorio che appartiene al governo siriano, occupato da gruppi terroristici, illegalmente da soldati turchi, e che nella realtà, giorno per giorno, sta per essere riconquistato dall’Esercito Arabo Siriano (a molti è sfuggito che di recente la principale via di comunicazione del Paese, l’autostrada M5 che collega le quattro principali città del Paese, Damasco, Homs, Hama e Aleppo, è stata liberata e riaperta). Insomma, Russia e Turchia, e di rado l’Iran, non possono perdere la più grande occasione che hanno per dettare l’agenda di Nordafrica e Medio Oriente.

E l’Italia in questa vicenda internazionale ha la possibilità di replicare e applicare con forza la strategia adottata col dossier libico, e inserirsi anche in quello siriano come mediatore nella diplomazia muscolare tra Putin e Erdogan, e tutelare i suoi interessi strategici nazionali, vale a dire, riconoscere la legittimità di Bashar Al Assad, riaprire per primi in Europa la nostra ambasciata a Damasco, e partecipare con le nostre aziende alla ricostruzione del Paese.

Per riuscire in questa impresa occorre però ridimensionare l’interventismo di Erdogan e farli rispettare i patti. Nessuno vuole assolverlo, soprattutto dopo aver approfittato della destabilizzazione della Siria per indebolire un suo vecchio amico, leader del mondo arabo, Bashar al Assad, e rafforzare il suo disegno neo-ottomano. In questi anni la frontiera turco-siriana è stata una vera e propria “autostrada della Jihad” nonché una retrovia strategica per i gruppi terroristici, pertanto la Turchia, dal fallito colpo di Stato in poi si è progressivamente allontanata dagli Usa, esclusa dalla “dottrina Trump”, e riavvicinata a Russia e Iran, tanto da entrare nei colloqui di Astana, rendendosi disponibile a modificare strategia, disarmare i gruppi jihadisti, ritirarsi dal Paese che oggi occupa illegalmente, in cambio di una ricollocazione dei rifugiati siriani ed ex combattenti siriani nell’area a maggioranza curda, di preciso in quella cintura temporanea di sicurezza, profonda 30 chilometri, collocata nella parte nord orientale. Tutto questo non è impossibile perché il presidente turco, oltre ad essere isolato sul piano internazionale, potrebbe essere il prossimo a finire sulla black list occidentale (soprattutto dopo che Bashar Al Assad se l’è scampata). E i russi, che lo hanno salvato già una volta nel 2016, quando fallì il golpe, non lo faranno una seconda. Soprattutto se gli accordi di Astana non verranno rispettati.

 

Sebastiano Caputo

Gli editori italiani al tempo del self publishing

Nonostante le statistiche e i numeri forniti da alcune associazioni di editori che riportano una crescita complessiva delle vendite, il mercato del libro sta soffrendo un crollo epocale che non riguarda soltanto il calo dei lettori, ma la crisi dell’oggetto-libro in quanto media, che oggi deve competere con videogiochi, televisione, film, Facebook, Instagram, Wikipedia, Netflix, siti di informazione gratuiti e una sterminata serie di altre realtà. Non è un caso se in questi ultimi tempi assistiamo alla decimazione delle nostre librerie.

Insieme alle librerie di catena (nell’ultimo anno due Feltrinelli hanno chiuso i battenti nella Capitale), ogni anno chiudono centinaia di librerie storiche, come è il caso della Libreria del Viaggiatore in via del Pellegrino a Roma, o quello ancora più recente della torinese Paravia, che aprì per la prima volta la saracinesca nel 1802.

Questa emorragia viene però annualmente offuscata sia dai risultati di affluenza di pubblico ai grandi eventi fieristici inerenti al libro, che dai dati di crescita (+ 2% del fatturato nel 2019, sic!) riportati dall’AIE (Associazione Italiana Editori), senza contare però che c’è un calo esponenziale dei lettori forti e che ogni nuovo nato è un consumatore digitale e non di carta stampata. Ma a chi possiamo imputare la colpa di questa crisi, che ha portato le librerie a perdere nell’arco di un decennio il 10% delle vendite del mercato, passando dal 79% nel 2007 al 69% nel 2018?

Da un lato c’è chi dà la colpa alla “gente che non legge più”, quindi a quello che i più colti chiamano analfabetismo di ritorno, un problema legato ad una crisi di cittadinanza, al fallimento del nostro sistema culturale ed educativo. C’è chi invece dà la colpa ad Amazon, ai prezzi troppo competitivi che si può permettere questa piattaforma (eliminando di fatto l’intermediario librario dalla filiera) e ai vantaggi fiscali che il suo sterminato potere gli concede di fronte alle pressioni, anch’esse deboli, dei governi. Chi dà la colpa ai distributori, che si mangiano fette enormi dei proventi sul libro. E c’è chi, in definitiva, dà la colpa ai librai stessi, incapaci di gestire la libreria come si farebbe con una qualsiasi altra impresa. Qualcuno invece dovrebbe dare la colpa agli editori, che invocano la crisi permanente elencando i motivi sopracitati ma senza mai soffermarsi sul problema ontologico che riguarda la loro stessa professione.

A cosa serve, oggi, un editore? Oggi che esiste il selfpublishing, e che ognuno può pubblicare i propri contenuti online, oggi che il lettore è diventato un prosumer, un creatore di contenuti, prima che un suo fruitore? Oggi che ci sono più scrittori che lettori? Oggi che il 90% dei libri immessi sul mercato editoriale vende meno di 100 copie? Se questo “dannato” prodotto libro non si vende più, perché obsoleto, costoso, di scarsa qualità, perché non competitivo rispetto ad altri media, o per qualsiasi altro valido motivo, la colpa è anche, e in misura maggiore, dell’editore, il produttore stesso di quel bene che sul mercato trova sempre meno posto.

Non è forse l’offerta editoriale italiana a essere in crisi? Sicuramente questo mercato soffre di una crisi di sovraccumulazione. In Italia, rispetto alle percentuali di lettori (solo il 60% della popolazione legge almeno un libro all’anno), si pubblicano troppi libri. E pochissimi superano le centinaia di copie vendute.

Questa discrepanza genera un turnover incessante nelle librerie, che ogni settimana vengono stravolte dall’immensa mole di novità che immediatamente si perde negli scaffali fino a sparire una volta arrivato il carico di novità successive. L’ampiezza sterminata dell’offerta spaventa il cliente che entra in libreria per comprare un libro per scopi ludici, di intrattenimento, oppure a scopi culturali, ed esce più spaesato e scoraggiato di prima.

E se il problema fosse anche la scarsa qualità dell’offerta? Se in questa immensa mole di pubblicazioni gli editori non riuscissero ad intercettare e selezionare qualcosa di veramente valido che susciti un reale interesse sul mercato? A parte i casi isolati di best-seller (citiamo ad esempio la Ferrante) che da soli hanno contribuito a mettere il segno positivo sulle vendite di libri degli ultimi anni, questo gioco a ribasso dell’editoria, che insegue il trend di impoverimento culturale della popolazione, non è forse un cane che si morde la coda?

Gli editori, oggi, per competere con le altre piattaforme digitali summenzionate, non cercano strade alternative, ma vanno dietro ai loro nuovi competitor. Non si cerca di incentivare una lettura forte, solitaria, ma una lettura interconnessa, frammentaria e interstiziale, come se il libro fosse un videogioco o una serie TV, questo perché come scritto dal rapporto dell’AIE, i più giovani preferiscono
storie brevi o contraddistinte da trame e personaggi forti e facilmente riconoscibili, ritmi narrativi veloci e l’immagine rispetto alla parola scritta. La dimensione del mercato deve confrontarsi con un altro indicatore: il nostro Paese si colloca all’ultimo posto per il livello di comprensione dei testi.

 

Lorenzo Vitelli