“Tutto lo scibile umano è la grande arte di eludere la temibile esperienza terrena”. Sullo scisma tra carne e intelletto che ha disfatto l’Occidente

Si narra che la poesia sia più antica della civilizzazione e, in epoche assai remote, imbrigliava la follia del mondo nel modo più potente e fertile, esaltandone la linfa. Poi tutto mutò…

In origine la scena del mito, dove si presentavano dèi, uomini e cose, era la natura; la quale evocò negli uomini un ordine fondato sul disordine originario dei fenomeni del mondo, che fino ad allora aveva consentito di assimilare per analogia il reale, senza ucciderlo o disprezzarlo. La complessità della rugosa realtà da stringere era ancora onorata, benché temuta.

E infine accadde l’irrimediabile frattura.

Un mirabile storico delle idee racconta che il razionalismo mistico dell’antichità, il pensiero greco a Eleusi, disprezzava la carne e cercava di sostituire la creazione divina con qualcosa di proprio. All’alba della ragione autonoma, il razionalismo filosofico si spinse oltre e fu un pallido surrogato di quello mistico, giacché predicò la fiducia nelle sole proprie forze, ossia in un universo costruito con la logica, la geometria, la chimica.

Jacob Taubes, a sua volta, aggiunse che tendenzialmente i filosofi moderni oltrepassano l’ambito ontologico della filosofia classica greca, che, comunque intesa, girava ancora intorno a un’elaborazione del concetto di natura; concetto nel quale perfino la teologia cristiana era inclusa, poiché essa separava l’ambito naturale da quello sovrannaturale, cogliendo dunque l’ambito sovrannaturale attraverso concetti naturali. Il principio gnostico era già presente, ma le categorie meta-fisiche, allora, erano ancora fisiche, determinate dalla norma della physis.

La categoria universale della filosofia moderna al contrario non fu più rappresentata dalla natura, ma da un sistema di riferimento totalmente nuovo: lo spirito autonomo e i suoi corollari – interiorità, mente, intelletto. Le categorie della filosofia moderna furono trascendentali, non metafisiche. La sua norma non era la natura, ma ciò che veniva prodotto esclusivamente dall’uomo, da colui che si voleva superiore alla natura. La matematica moderna, infatti, non parlava più la lingua della natura. Venne così meno ogni costitutiva mondanità, la simbolica del mondo esteriore, che, rispetto al passato, si tradusse in mera allegoria, vuota idealità e vuota trascendenza di un io artificiale. Se la dissacrazione ebbe origine con la filosofia greca, e proseguì con la rivelazione monoteistica – poiché, “più netto della linea di separazione posta dalla filosofia pagana tra l’ambito divino e quello mondano, tra forma originaria e materia, fu il confine tra Dio, il creatore, e le sue creature, posto dalla rivelazione monoteistica” –, con l’affermarsi del metodo moderno delle scienze della natura il cerchio infine si chiuse, e l’interpretazione simbolica della natura, il mistero delle corrispondenze, persero ogni valore. Furono smascherate come mistificazioni. L’immaginazione, l’analogia e le corrispondenze, prive di un correlato mondano, presero la strada dell’allegoria, che rappresentò la vittoria della coscienza demitizzata sulla coscienza mitica.

Anche il Romanticismo non sfuggì a tale schema: “i collegamenti romantici e post-romantici tra ordinamenti ed esplorazioni di corrispondenze non abbattono i ponti esistenti tra la fantasia soggettiva e il mondo oggettivo, ma restano fatalmente esiliati nell’interiorità soggettiva”. Con una cesura quasi manichea tra mondo e uomo, analogie e metafore mutarono in prodotti dell’immaginazione individuale, interiore, privi di un correlato esteriore. In fuga dal reale. Le corrispondenze, da allora, ebbero origine solo nel più profondo dell’anima, in un ritiro nel proprio essere.

Se la coscienza mitica in origine non conosceva alcuna separazione tra ambito divino, mondano e umano, in seguito vi furono i molti secoli, il cui retaggio ancora oggi domina, nei quali l’accento venne posto sull’interiorità del soggetto, e la verità dell’analogia fu esiliata nell’ambito chiuso, contemplativo, della poesia, con la relativa nascita del concetto dell’arte, surrogato e conseguenza di una frattura originaria: l’estinzione del mito. Era il rivolgimento dell’istinto dall’esterno all’interno. Una forma di contrasto della vitalità reale, impura, per sublimarla a un livello superiore, astratto, in un universo poetico chiuso, al riparo da quel che troviamo là fuori. Solo in quanto impulso poetico chiuso, interiore, si rivelò, da allora, il divino, l’assoluto, l’eterno, il non-mondano, l’infinito.

È un mutamento profondo dello schema mitologico dell’antichità.

Io e mondo furono separati, e il desiderio di esistere, da allora, fu una colpa, un peccato. Si scatenò così quel processo di interiorizzazione della sofferenza, della stessa colpa della nascita e del desiderio di esistere, che neutralizzava e riassorbiva la carne della volontà.

L’impulso creativo, da allora, privo di un correlato mondano, fu questa stessa trascendenza interiore del soggetto, irrelata, storica, profana, autonoma. In preda a un dualismo gnostico, quasi manicheo, immaginammo una trascendenza che mutò nell’oltremondano, nel contro-mondano. In un contro-principio che si stagliava di fronte al mondo esteriore. Da una parte, la psiche, le potenze mondane, la vita naturale, che nella redenzione gnostica bisognava lasciarsi alle spalle; dall’altra, il pneuma, l’idea di un Sé non-mondano, centro trascendente e acosmico dell’io, interiorità ultima e irrelata, che nella gnosi corrisponde al Dio oltremondano. Un’antica idea di libertà, che si propaga per osmosi attraverso i secoli, e che, nella modernità, unisce pensatori anche diversissimi tra loro. Valéry e Proust, per esempio, furono dei pneaumatici che si rifugeranno nell’extra-mondanità dell’arte, in un particolare surnaturalisme – il loro unico aldilà, e assoluto, a cui si aggrapperanno con tutte le loro forze, sarà infatti la parola, considerata quale trascendenza in sé, in cui riaffiora intatto l’antico sigillo: “In principio fu il Verbo”. Una agognata perfezione caratterizzata dall’indipendenza dalla natura e dalla mondanità.

Con delle qualificazioni che aprirono le porte a una gamma di strumenti per depotenziare il contesto reale dei fenomeni della natura, di fronte al soggetto che tentava di spogliarsi non solo della natura ma anche dell’impura soggettività mondana della sua umanità, l’essere umano fu evocato come apertura sul possibile più che sul reale, come potenza immaginale che reagiva al piatto realismo, alla “falsa realtà dell’esperienza”, per evadere nel sogno e imbarcarsi nell’irreale. Così da proiettare l’Uomo al di là delle proprie condizioni biologiche, per spezzare “il sistema chiuso dei bisogni fisiologici, in cui sono prigioniere le altre specie animali”, e fare di lui una creatura alata, superiore. Colui che non spiccava tale volo spirituale era considerato alla stregua di un ominide. E non ingannatevi! Anche la celebre distinzione di Valéry, tra “spirito” nell’accezione metafisica – sia essa di natura filosofica, religiosa o iniziatica, ch’egli ripudiava – e la sua nozione di “spirito”, a cui attribuisce un significato strettamente funzionale: “di potenza trasformatrice che si oppone ad una realtà data, per proiettarsi oltre, verso un possibile che ancora non è, ma che, tuttavia, è in grado di prefigurare, sognare e, soprattutto, di costruire”, è vana, poiché le due nozioni sono unite da un comune e letale scopo: sdegnare il reale.

Da allora, paradossalmente, sottrarsi, sprezzanti, alla ciclicità dei processi naturali diventa un merito, un progresso, e non il vile privilegiare una fuga dal reale, un temibile idealismo originario, un’umiliante astrazione intellettuale in seno a una wasteland… una terra desolata. Spirito, mente, pensiero sono tutti avatar che indicano una fuga da un disordine naturale – tutto ciò che è naturale, infatti, venne sempre stigmatizzato come disordine – per costruire un ordine artificiale. Un ordine per sé, a partire da un disordine per sé, in cui l’Animale, questo scioccante singolare generale, mutò nel nostro più intimo rimosso.

L’Occidente e l’Europa, di conseguenza, furono questa fabbrica di sapere intellettuale senza pari, poiché nati da un modello intellettuale incorruttibile, quello pagano, “in cui per la prima volta si è effettuato il passaggio decisivo dal linguaggio comune, per natura empirico e approssimativo, al ragionamento universale, astratto”. Grazie al quale l’Occidente valicò ogni confine geografico, riuscendo a imporre le proprie conquiste intellettuali nel mondo intero, al punto da diventare “la parte preziosa dell’universo terrestre, la perla della sfera, il cervello d’un vasto corpo, una prodigiosa macchina civilizzatrice”, afferma con orgoglio lo stesso Valéry. Al di fuori di tale astrazione: l’arcaico, il barbaro, il non illuminato. L’indotto.

È la cultura che, fin dagli albori, privilegerà il Tempo, il culto superstizioso per la Storia e l’Uomo, per ripudiare lo spazio. Ne farà una divinità, a danno della carne – l’Occidente, il teatro dell’immortalità nella conoscenza.

Tutto lo scibile umano è la grande arte di eludere la temibile esperienza terrena.

 

Emanuel Lukovskij

 

‘Ukraina- Stranieri amori alle soglie della guerra’ di Gabriele Lanci. L’Ucraina degli ultimi 10 anni

“Ukraina- Stranieri amori alle soglie della guerra”, edito dall’associazione culturale Il Foglio Letterario a fine agosto del 2022, è stato scritto da Gabriele Lanci. È un romanzo di narrativa contemporanea, le cui vicende narrative sono costruite facendo riferimento a eventi politici che hanno riguardato fatti politici e sociali dell’Ucraina negli ultimi dieci anni.

Il romanzo racconta inoltre un’altra tematica intrinsecamente legata alla storia narrativa, è relativa alla realtà delle agenzie matrimoniali ucraine per stranieri a cui si rivolgevano donne del luogo e uomini provenienti dall’Occidente opulento, spesso in età matura e con uno o due matrimoni falliti alle spalle, che speravano di incontrarvi una donna disposta a sposarli ed a seguirli nel loro paese.

L’autore Gabriele Lanci ha dichiarato: “Sotto il profilo della realizzazione estetica, ho impiegato sei anni per scrivere il libro, mi sono dedicato con estrema cura al linguaggio, mirando a conferire evidenza plastica, sensibile all’oggetto della mia narrazione.  Il testo è stato sottoposto ad una revisione capillare tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022”.

L’intreccio vede il protagonista, Luigi Perlini, combattuto nella scelta tra due donne. Sceglie Olya, la più giovane tra le due, una ragazza ventunenne affetta da alcuni anni dal morbo di cron. Con Olya il protagonista dà corso ad un progetto matrimoniale che naufraga mentre si svolgono gli eventi della Rivoluzione arancione nell’inverno del 2004 a Kiev che sono descritti nel primo capitolo.  Tuttavia, nonostante l’impegno assai sostenuto nel perseguire l’obiettivo di sposare la ragazza, il protagonista continua ad avere un’oscillazione sentimentale che si risolve in una relazione di amicizia con l’altra donna, la venticinquenne Irina, madre divorziata di una bambina di 5 anni e dirigente di un’agenzia dove lavora con molta assiduità all’organizzazione di viaggi di trasferimento verso i paesi occidentali per poveri emigranti del suo paese.  Il protagonista, sostenuto psicologicamente dall’amica Katya, proprietaria dell’agenzia matrimoniale che col tempo finisce per affezionarglisi, dopo due anni, ormai esausto, si risolve ad abbandonare la sterile relazione con Olya per legarsi responsabilmente ad Irina.

Il penultimo capitolo, ambientato ad Odessa agli inizi di Marzo del 2014, vede Luigi avere una vita familiare stabile al fianco di Irina e con la responsabilità della figliastra di 15 anni e del figlio di quasi 3 anni che la moglie gli ha dato alcuni anni dopo il matrimonio. Nel giorno in cui è ambientato il capitolo si descrivono gli eventi tragici verificatisi a Kiev attorno al 20 Febbraio, ancora assai recenti rispetto all’attualità della narrazione.  Inoltre, attraverso soprattutto l’episodio di un meeting sotto il palazzo dell’Oblast di Odessa dei filorussi, viene posta in rilievo la forte tensione ed il deciso contrasto tra le forze di Euromaidan, che avrebbero assunto stabilmente il governo del paese, e le forze filorusse in crescita nella città e nell’Est del paese che si stavano organizzando e già premevano per ottenere referendum volti a conquistare l’autonomia dal governo centrale ucraino per le proprie regioni.

L’ultimo capitolo riguarda una situazione conflittuale tra Luigi ed Irina, dovuto alla decisione della donna di iscriversi all’organizzazione filorussa dell’Odeskaja druscina, gli episodi relativi al 2 maggio 2014 culminati con la strage di Odessa e la decisione condivisa dai due coniugi di trasferirsi nel giorno successivo in Italia per evitare di farsi coinvolgere negli eventi drammatici che sono ancora in corso.

 

Sinossi

“Ukraina – stranieri amori alle soglie della guerra” è un romanzo che si riferisce a personaggi e ad eventi reali, di cui l’autore ha fatto esperienza e su cui si è scrupolosamente documentato, relativi all’epoca che intercorre tra la Rivoluzione arancione del 2004 e i fatti che hanno interessato il paese fino agli inizi della guerra nel Donbass e la Strage di Odessa del 2 Maggio 2014. L’intreccio è basato su una contrastata vicenda erotica che ha a protagonisti Luigi Perlini, un albergatore riminese che si avventura in terra ucraina alla ricerca di una compagna, e due giovani donne che egli conosce in un’agenzia matrimoniale di Odessa tramite la titolare sua cara amica.

 

Biografia dell’autore

Gabriele Lanci è nato nel 1958 a Sant’Apollinare, un paesino agricolo nel Comune di San Vito Chietino, nell’ Abruzzo adriatico. Ha conseguito la maturità al Liceo Classico    V. Emanuele II di Lanciano. Si è laureato in Lettere alla Facoltà G. D’Annunzio di Chieti con una tesi su Guido Morselli (relatori Giacinto Spagnoletti ed Umberto Russo). Dal 1982 inizia ad esercitare la sua professione di insegnante di lettere alle scuole superiori in Piemonte risiedendo in varie località (Domodossola, Novara, Omegna, Torino).

Nel 1989 si trasferisce a Riccione, dove prende la cittadinanza nel 1994, e dove insegna al Liceo artistico Fellini e successivamente al Liceo Giulio Cesare di Rimini. Nel 2007 contrae matrimonio ad Odessa con Ludmilla, cittadina ucraina di origine russa, da cui nell’anno successivo ha l’unico figlio Mario. Nel 2008 si trasferisce con la famiglia a Lanciano, in Abruzzo, dove continua l’attività di insegnamento all’Istituto Fermi – De Titta. Nella città frentana è stato socio e poi presidente dell’associazione culturale Rus – Abruzzo, a cui sono state iscritte persone provenienti da paesi dell’ex Unione Sovietica insieme a cui ha promosso varie manifestazioni tese alla diffusione della cultura russa cui sono intervenute autorevoli personalità del mondo dell’università e del lavoro.  Ha pubblicato nel 2009 il libro di narrativa Internet Stories per l’Editrice Maremmi di Firenze e saggi e recensioni accurate di libri per riviste letterarie e culturali di vari editori. Ha curato inoltre l’introduzione a due libri di poesie (Tracce di Roberto Mancini e Malessere sommerso di Mario Micozzi).

‘Mezzogiorno moderno’. Il saggio necessario di Aurelio Musi

La battaglia politico-culturale contro ogni tentativo di introdurre in Italia un federalismo ‘squilibrato’ – al di fuori cioè di un rigoroso quadro normativo nazionale che disciplini con chiarezza le ulteriori e specifiche competenze da trasferire alle Regioni conferendo ad esse le risorse con cui gestirle e senza un fondo perequativo in favore del Mezzogiorno – sta cercando di impedire una frattura fra un Nord più sviluppato che vorrebbe trattenere il suo surplus fiscale e un Sud con una ricchezza prodotta inferiore che verrebbe a perdere gran parte dei trasferimenti di risorse perequative provenienti dalle Regioni settentrionali.

Tale battaglia è al centro del dibattito politico-culturale da molto tempo, anche se ultimamente si è affievolito o lo so affronta in modo superficiale e pregiudiziale. Il Sud che produce, compete, esporta, innova e non vuole confondersi con il vecchio Sud accattone e parassita: è il Mezzogiorno moderno pertanto che vuole allearsi sempre di più con il Nord più avanzato per competere insieme nel mondo, di cui parla Aurelio Musi nel saggio Mezzogiorno moderno. Dai Viceregni spagnoli alla fine delle Due Sicilie (Salerno editrice), il quale offre a lettore una sintetica ma rigorosa ricostruzione e un’interpretazione complessiva delle vicende del Mezzogiorno dal periodo spagnolo fino all’unificazione politica dell’Italia. La piena integrazione nella storia italiana ed europea e, al tempo stesso, l’originalità di una via napoletana, di una via siciliana e di una via sarda allo Stato e alla società moderni costituiscono il filo rosso del racconto che risulta fresco e mai pesante.

Per la prima con questo saggio viene presentata una storia del Mezzogiorno italiano moderno comprensivo della Sicilia e della Sardegna che, pur con i loro caratteri specifici, ne hanno fatto e ne fanno parte integrante: una storia ricchissima storia ricca compresa fra l’eredità medievale,– il catalano-aragonese, lo spagnolo, l’asburgico, il napoleonico, il borbonico, il sabaudo, – la fine del Regno delle Due Sicilie, l’ingresso nell’Italia unita.

Aurelio Musi distingue tre strade verso la modernità all’interno della storia del Mezzogiorno: una via napoletana, una via siciliana, una via sarda. Si tratta di tre vie che non contraddicono la relativa unità di caratteri del Mezzogiorno d’Italia come comunità economica, sociale, politica e culturale, differente rispetto alle altre due aree del paese, quella centrale e settentrionale. La relazione fra caratteri napoletani, sardi e siciliani, ha profondamente segnato la modernità dell’Italia centro-settentrionale.

L’autore ha giustamente osservato che in tutti e tre i regni meridionali appartenenti alla Spagna la Corona è stata il soggetto politico protagonista del passaggio alla modernità, in quanto dato vita allo Stato, la forma di organizzazione politica più moderna; la disciplina, cioè il rapporto fra capacità di comando di chi governa e disponibilità all’obbedienza, alla fedeltà da parte dei sudditi, grazie all’adozione di strumenti di equilibrio fra dominio e consenso; ha favorito un processo di riassetto dei ceti sociali; ha stimolato lo sviluppo di forme di contrattazione tra le istituzioni monarchiche e i ceti a vario titolo rappresentati. Tali processi erano comuni ai tre Regni.

Tutte e tre le parti del Mezzogiorno hanno poi sviluppato, nel corso dei secoli e con le proprie peculiarità, un ruolo di primaria importanza nel Mediterraneo, contribuendo, come ha rilevato Musi, a fornire un’indicazione non solo storica, ma anche di prospettiva geoeconomica e geopolitica. Se infatti inquadrate nell’ottica presentata da Musi, le vicende del Regno di Napoli, di Sicilia e di Sardegna dal tardo Medioevo alla prima metà dell’Ottocento, appaiono meno un’anomalia nella storia italiana e più un modo particolare di vivere un’esperienza storica su scala europea, impossibile ad essere vissuta sul piano dell’autonomia e dell’indipendenza.

Nell’Italia meridionale sono presenti tantissimi gruppi industriali settentrionali ed esteri che collaborano con cluster diffusi di aziende locali: insieme, costituiscono punte di eccellenza della competitività italiana nel mondo: è questo allora il Sud che è necessario anche al Nord, assicurandogli mercato, materie prime e beni intermedi. Questa unità nella modernità allora bisogna difenderla e proteggerla da dibattiti fuorvianti e faziosi, semmai arricchirli, partendo proprio dallo studio del saggio di Aurelio Musi.

 

Lo scrittore Anthony Horowitz contro le (noiose) accuse di sessismo su James Bond

Anthony Horowitz ha dichiarato di essere “felice di difendere Bond” e che il personaggio immaginario è “un uomo degli anni ’50 e ’60” che vive secondo un “codice morale diverso da quello attuale”.

Lo scrittore britannico Horowitz, 67 anni, creatore della spia adolescente Alex Rider, ha scritto tre romanzi su James Bond, l’ultimo dei quali è stato pubblicato nel maggio di quest’anno.

Ma l’autore, che è stato nominato CBE nella lista degli onorificenze per il nuovo anno 2021, dove è stato riconosciuto per i servizi resi alla letteratura, ha detto che l’ultimo titolo, With A Mind To Kill, sarà il suo ultimo per il franchise.

Quando scrivo i libri sento sempre Sean Connery e vedo Daniel Craig. Sono perfettamente felice di difendere Bond. È un uomo degli anni ’50 e ’60, quindi vive secondo un codice morale diverso da quello attuale.

Rifiuto l’idea che sia maschilista, sessista o misogino

“Penso che nei libri tratti molto bene le donne e che abbia un grande rispetto per loro, ma ammetto che ha alcuni atteggiamenti che oggi non celebreremmo nel XXI secolo, ma questo perché i libri sono stati scritti nel XX secolo. Erano altri tempi”, ha affermato lo scrittore

James Bond fa parte della storia del cinema britannico, con 26 film che abbracciano gli ultimi 56 anni, ma alcuni spettatori che guardano le prime uscite di 007 per la prima volta hanno avuto da ridire sui contenuti “inappropriati” dei film.

Alcuni spettatori troppo giovani per vedere in azione al cinema Bond del passato come Roger Moore, Sean Connery, Timothy Dalton e persino Pierce Brosnan hanno espresso il loro shock per i contenuti “sessisti” e “razzisti” dei film in un contesto moderno.

I vecchi film di Bond possono aver superato la prova del tempo agli occhi dei veri devoti dell’eroe di Ian Fleming, ma coloro che si avvicinano al franchise con occhi nuovi dicono che le azioni sessualmente aggressive della spia sono inaccettabili.

In particolare, il James Bond di Sean Connery – l’attore scozzese ha interpretato il ruolo principale in sette film di Bond tra il 1962 e il 1983 – è stato descritto dagli spettatori moderni come un “picchiatore sessista”, un “bastardo” e uno “stupratore”. James Bond, tra l’altro, è molto popolare anche nello slot di scommesse.netbet.it, provare per credere.

L’attore Craig, 54 anni, ha interpretato per l’ultima volta l’agente dei servizi segreti britannici in Non c’è tempo per morire, l’anno scorso, e il suo successore non è ancora stato nominato.

Horowitz è stato incaricato dalla proprietà del creatore di 007 Ian Fleming di produrre una serie di romanzi di James Bond

Il suo primo libro, Trigger Mortis, è stato pubblicato nel 2015 e dopo il suo successo gli è stato chiesto di produrne un altro, un prequel di Casino Royal intitolato Forever And A Day nel 2018, seguito dalla pubblicazione di With A Mind To Kill nel maggio di quest’anno.

Ora ho finito con Bond. Ne ho fatti tre: Trigger Mortis, che è stato a metà carriera; Forever And A Day è stato l’inizio della carriera e il nuovo, With A Mind To Kill, è la fine della carriera, quindi ritengo che sia una bella trilogia conclusa”, ha dichiarato.

L’autore è noto anche per la sua narrativa per giovani adulti e ha scritto per il cinema, la televisione e il palcoscenico nel corso di una carriera pluridecennale.

Una delle sue opere di maggior successo è la serie di 12 romanzi di Alex Rider, con l’omonimo adolescente che viene involontariamente trascinato nel mondo dello spionaggio internazionale.

Il primo romanzo della serie, Stormbreaker, è stato adattato in un film nel 2006, con Alex Pettyfer, e uno speciale di Amazon Prime Video è andato in onda nel 2020.

Attualmente lo scrittore sta promuovendo il suo 56° libro

The Twist Of A Knife (pubblicato da Century), un mistero a porte chiuse e quarto della serie Hawthorne e Horowitz, in cui Horowitz appare nei panni di se stesso, accusato di aver ucciso un critico teatrale che aveva recensito male la sua nuova opera, Mindgames (che in realtà era un’opera scritta da lui).

La sua vasta lista di crediti include anche l’incarico da parte dell’eredità di Conan Doyle di scrivere due romanzi di Sherlock Holmes, The House Of Silk e Sequel Moriarty, pubblicati rispettivamente nel 2011 e nel 2014.

È anche responsabile della creazione e della scrittura di diverse serie televisive britanniche famose, tra cui Foyle’s War e Midsomer Murders. Horowitz è rincuorato dal fatto che i libri che ha scritto 35 anni fa siano ancora in stampa, e ritiene che se ci fossero stati contenuti offensivi in essi, qualcuno glielo avrebbe detto.

Horowitz ha inoltre dichiarato: “Ci sono pochissime cose di cui mi pento – forse cose strane come prendere in giro i vegetariani, cosa che ho fatto circa 30 anni fa. Ora mangio a malapena carne. Gli atteggiamenti cambiano, ma poiché mi sono sempre concentrato sull’intrattenimento delle persone piuttosto che sul tentativo di turbarle, non c’è nulla di cui mi penta nei miei libri”.

Il politicamente corretto è sempre più noioso.

 

Fonte https://www.dailymail.co.uk/news/article-11138101/Anthony-Horowitz-denies-007-sexist-insists-simply-man-50s-60s.html

‘Falcone e Borsellino. Storia di amicizia e coraggio’, il libro divulgativo di Fabio Iadeluca

Fabio Iadeluca, sociologo e criminologo da sempre impegnato nel dibattito sulle mafie, con Falcone e Borsellino. Storia di amicizia e coraggio. realizza un agilissimo libro di divulgazione indirizzato direttamente ai ragazzi e pubblicato dall’editore Curcio nella collana Curcio Young. Coltivare la memoria è un’operazione tanto onerosa quanto fondamentale, soprattutto nell’anno in cui il 23 maggio ricorre l’anniversario della strage di Capaci. Il libro si apre con il discorso che Sergio Mattarella tenne a Palermo in occasione dell’anniversario delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio nel 1992. Ecco dunque che anche il Presidente citando Antonino Caponnetto sottolineava: «La mafia, teme la scuola più della Giustizia, l’istruzione toglie l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa».

L’ On. Rosy Bindi, già presidente della commissione parlamentare antimafia, firma la prefazione al libro. In questo suo breve scritto militante ricorda la profonda fiducia nelle istituzioni di due uomini eccezionalmente unici e straordinariamente umili. Il loro sacrificio è ricordato attraverso il Maxiprocesso, attraverso la legge Rognoni La Torre che ha introdotto il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, attraverso il loro lavoro di sezione chirurgica all’interno delle maglie oscure della criminalità. A loro e alla loro convinzione che la mafia poteva essere sconfitta, anche quando questa sembrava rinascere dalle sue stesse radici non svelte, dobbiamo tutto. Abbiamo un debito che forse possiamo solo ripagare coltivando la memoria

Il corpo centrale del libro si divide in quattro parti. La prima e la seconda raccontano la vita di Falcone e Borsellino, la terza e la quarta si concentrano sulla presenza della mafia a Palermo, nella sua provincia e nelle altre province della Sicilia negli anni delle stragi di Capaci e di via Mariano D’Amelio. Attraverso un racconto appassionante le parti biografiche iniziano con l’infanzia e gli studi dei magistrati. Successivamente per Falcone si parla dell’incarico a Trapani, del trasferimento a Palermo, delle minacce subite. Prima di arrivare alla costruzione del Pool antimafia è citata la spesso trascurata strage di via Federico Pipitone nel luglio 1983, dove perse la vita il giudice Rocco Chinnici (fondatore dello stesso pool). La congiunzione di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e degli altri magistrati Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta permette l’avvio dei lavori e la costituzione effettiva del Pool.

Di importanza capitale nella lotta alla mafia è stata la collaborazione del “super-pentito” Tommaso Buscetta. Come scrive lo stesso autore: «[…] la vera chiave di svolta è Tommaso Buscetta. Per la mafia è un colpo mortale». Don Masino arriva in Italia dopo essere stato estradato dal Brasile nel 1984. Buscetta è un mafioso di lungo corso, traffica stupefacenti e ha numerosi rapporti oltremare. Viene per questo definito “il boss dei due mondi”. Da parte degli avversari corleonesi, la fazione mafiosa più sanguinaria con a capo Totò Riina, subisce l’assassinio di sei parenti, tra i quali due suoi figli. Grazie alle testimonianze di Buscetta che Falcone raccoglie, diventa possibile decifrare e unire i frammenti di informazione che prima non fornivano una costruzione di senso. Il racconto della vita di Falcone offre all’autore anche l’occasione di riflettere sulle dinamiche tipiche di cosa nostra come il giuramento, lo status di uomo d’onore, l’obbligo di omertà.

Su queste premesse e sulle acquisizioni frutto dell’avanzamento delle indagini si basa il Maxiprocesso che ha inizio il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone di Palermo. Falcone e Borsellino, seppur sottoposti a gravosissime pressioni e minacce, riescono a redigere il documento fondamentale dell’accusa contro Cosa Nostra che consta di 8000 pagine e 40 volumi. In questi ciascuno dei 475 imputati al processo è schedato e viene chiarita la sua posizione all’interno dell’organigramma mafioso. Il maxiprocesso che stabilisce il riscatto dello Stato e della Sicilia commina pene detentive per anni totali 2665 di reclusione.

Prima di parlare della strage di Capaci ricostruendone le dinamiche, l’autore si sofferma sulla mancata nomina di Giovanni Falcone a capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, sulle lettere “del corvo”, sull’attentato all’Addaura e sull’incarico al Ministero della giustizia.

La seconda parte introduce la vita di Paolo Borsellino. Le vicende biografiche si intrecciano inevitabilmente con quelle del collega. L’autore racconta senza riserve il dolore per la morte dell’amico fraterno Giovanni. Chiude questa parte biografica la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) preceduta dai tentativi pregressi da parte di Cosa Nostra di uccidere il giudice Borsellino.

La terza e la quarta parte ricostruiscono analiticamente e con schemi dettagliati, talvolta fornendo anche liste nominative, la presenza della mafia sul territorio Palermitano e in generale su tutto il territorio siciliano.

Fabio Iadeluca riesce, con uno scritto agile e divulgativo, a semplificare il complicato groviglio delle mafie così che possa essere chiara la comprensione del fenomeno criminale. Conoscere è il primo passo che tutti noi possiamo compiere per coltivare la memoria e rendere onore a chi ha combattuto per gli ideali di libertà e giustizia.

 

 

Guerra in Ucraina. È sul fronte dell’informazione la battaglia che tutti dobbiamo combattere

I russi non conoscono la realtà della tragedia ucraina; molti italiani hanno idee sbagliate sulla crisi climatica. Censura e fake news distorcono la percezione, vanno contrastate con la conoscenza e la partecipazione.    

Lo hanno scritto in molti: l’invasione russa dell’Ucraina ha scatenato una doppia guerra. La prima si combatte sul campo, la seconda sui mezzi di informazione. La propaganda ha da sempre accompagnato i conflitti, ma in questo caso colpisce la sproporzione delle condizioni. Nei Paesi liberi abbiamo accesso a tutte le notizie e le dichiarazioni diffuse da entrambe le parti. In Russia, il Cremlino mantiene un ferreo controllo: nonostante i terribili eccidi che le sue truppe compiono in Ucraina e le sconfitte sul campo, Vladimir Putin non sta affatto perdendo il suo supporto tra la popolazione russa. È facile spiegare che questo si deve al totale dominio sui mezzi di comunicazione di massa: social media bloccati, stampa di opposizione chiusa, televisione completamente controllata dal regime.

Accanto agli indispensabili aiuti all’Ucraina che combatte, sarebbe importante riuscire a perforare questa barriera offrendo alla popolazione russa una informazione credibile e alternativa. Lo si è fatto durante la Guerra fredda con Radio free Europe, che trasmetteva al blocco sovietico in una ventina di lingue. I comunisti contrattaccavano con Radio Tirana, anche in italiano, che trasmetteva musiche balcaniche, come cantava Franco Battiato, ma anche tanta propaganda, udibile persino in Africa e in Sud America. Radio free Europe esiste ancora, e diffonde anche istruzioni per bypassare il blocco delle trasmissioni voluto da Mosca, ma evidentemente non basta per raggiungere la popolazione russa. Oggi certamente esistono mezzi più sofisticati, ma non mi sembra che a questo tema si dedichi adeguata attenzione.

In un contesto che (per fortuna) è totalmente diverso, la distorsione delle informazioni riguarda anche l’Italia. È sconfortante apprendere dalla ricerca “Media e fake news”, svolta da Ipsos per Idmo (Italian digital media observatory) e segnalata da “Media e dintorni”, la bella rubrica di Radio radicale, che il 39% degli italiani ritiene “la comunità scientifica molto divisa sul tema del cambiamento climatico”. Si tratta della percentuale più alta, tra le affermazioni scelte dagli intervistatori per verificare le posizioni nella categoria “Accordo con fatti falsi”. E si abbina, nella categoria “disaccordo con fatti veri”, con le affermazioni “L’acqua del rubinetto è salutare quanto quella in bottiglia” (30% che non ci crede) e “L’Italia è il Paese con la percentuale più alta di riciclo dei rifiuti in Europa” (29% che lo nega).

Pochi giorni dopo la diffusione della ricerca, è stata pubblicata la terza parte del rapporto Ipcc, dedicata alla mitigazione. Accanto alla precedente pubblicazione sulle politiche di adattamento, mostra che tra gli scienziati c’è invece un larghissimo consenso, su un messaggio complessivo di grande drammaticità: se vogliamo mantenere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura entro 2°C, meglio ancora 1,5°C, le emissioni devono diminuire già dal 2025, altrimenti il mondo si avvia verso un aumento di oltre i 3 gradi a fine secolo. Si stima che per raggiungere il limite di 1.5°C i flussi finanziari per la transizione energetica devono aumentare di sei volte entro il 2030; di tre volte, invece, se intendiamo restare al di sotto di 2°C; obiettivi non impossibili, vista la quantità di denaro liquido disponibile sul mercato, con effetti positivi anche su economia e occupazione.

Anche quanto si sta facendo per l’adattamento, cioè per fronteggiare le conseguenze comunque inevitabili del cambiamento climatico, non è sufficiente a proteggere le popolazioni. Questo vale soprattutto per i più poveri, per quel 50% della popolazione mondiale responsabile (ricorda l’Ipcc) solo del 15% delle emissioni, mentre possiamo immaginare che il 10% più ricco e che emette il 40% dei gas serra troverà il modo di proteggersi meglio.

Anche se molti hanno idee sbagliate, la gente è preoccupata per la crisi climatica. Gli Stati Uniti certamente non sono all’avanguardia nella battaglia per la transizione ecologica: il loro livello di consumi, se imitato in tutto il mondo, brucerebbe ogni anno le risorse prodotte da cinque pianeti, rispetto alla media mondiale di 1,7, ci dice l’Earth overshoot day. Eppure la popolazione americana è tutt’altro che insensibile: un recente sondaggio Gallup ci informa che da sette anni il 45% degli statunitensi si dice “molto preoccupato” e una altro 27% “abbastanza preoccupato” per le condizioni dell’ambiente.

Analoghe ricerche in Italia ci danno indicazioni simili, anche se alla preoccupazione non corrispondono adeguate conoscenze e disponibilità ad agire. C’è poco da stupirsi: il Risk report che fornisce ogni anno, per conto del World economic forum, un sondaggio sui più gravi timori di mille leader mondiali, colloca sistematicamente, in testa a tutte le altre, le preoccupazioni per l’ambiente. Anche quando infuriava il Covid, i timori per la pandemia erano solo al sesto posto, mentre restavano in cima alla classifica l’allarme per la mancanza di accordi sul clima, per la perdita di biodiversità e per i fenomeni meteorologici estremi. Insomma, tutti si preoccupano per il clima, anche i big delle imprese e della politica, ma pochi hanno chiaro che cosa bisogna fare, o hanno il coraggio e la disponibilità a mettere in atto le ricette che pure esistono.

Torniamo all’Italia. Il rapporto Ipcc ha avuto un’ampia copertura su stampa e televisioni, compatibilmente con il prevalente e comprensibile orientamento dell’attenzione verso la crisi ucraina, ma penso che, anche se avesse avuto più spazio, non avrebbe inciso significativamente sull’atteggiamento dell’opinione pubblica e tanto meno su quello dei politici. Si pone dunque la domanda: se la diffusione dei fatti attraverso i media tradizionali non basta, che cosa dobbiamo fare per promuovere un salto di consapevolezza degli italiani sulle misure necessarie per fronteggiare una crisi come quella del clima, incombente e gravissima, che potrebbe compromettere il futuro delle nuove generazioni se non anche il nostro?

Certo, annunci politici condivisi che sensibilizzino sulla gravità della situazione e sulla necessità di fare whatever it takes per combattere la crisi climatica potrebbero raggiungere lo scopo. Gli italiani sono anche pronti a sacrifici e a cambiare idea se necessario, come rivela il sondaggio Ipsos – Repubblica a seguito della crisi ucraina, presentato in un articolo di Concetto Vecchio:

Quasi nove italiani su dieci (86,6 per cento) si dicono disposti a ridurre i propri consumi in caso di una crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina. Quasi sei su dieci (58,5 per cento) sono pronti ad accettare l’utilizzo del carbone e il 51,3 per cento si dichiara disponibile a discutere l’ipotesi di un’Italia che torni a investire nel nucleare.

Questo però avviene solo per temi sui quali l’opinione pubblica è stata fortemente sensibilizzata e sui quali avverte una sostanziale unità di buona parte della leadership politica. Non è così sulle misure per il clima, dove si verifica un circolo vizioso: gli italiani sono poco informati su quello che si dovrebbe fare veramente per la mitigazione e l’adattamento; i politici per timore di perdere consenso non si espongono se non con affermazioni generiche. Non informano e non decidono.

C’è dunque una grande battaglia da combattere sul fronte della informazione e in buona parte andrà condotta sui social mediaanche perché l’indagine Ipsos – Idmo già citata ci informa che

La stragrande maggioranza degli italiani (7 su 10) si informa esclusivamente tramite fonti gratuite o solo 1 su 4 è disposto a pagare per accedere ad informazioni di cui si fida.

social, però, spesso contribuiscono a consolidare convinzioni sbagliate, anche perché gli utenti tendono a scambiarsi informazioni tra persone con le stesse idee, creando conventicole contrapposte. La soluzione, come dice la stessa indagine, è il debunking, cioè lo “sfatamento”, l’attività di distinguere il vero dal falso attraverso un adeguato fact checkingNell’indagine si afferma che “il 90% degli italiani dichiara di fare almeno un’attività di controllo davanti a un’informazione trovata online”, ma sulla efficacia di questa attività si possono avere dubbi, se si considera che

il 60% degli italiani ritiene che una notizia sia più affidabile quando condivisa da tante persone (quota più alta tra i più giovani e i meno istruiti) e il 55% (ben più di 1 cittadino su 2) ritiene che sia più affidabile se condivisa da un amico molto attivo suisocial (quota che sale tra i più giovani e tra i meno istruiti, mentre scende nella fascia d’età 31-50 anni e tra i più istruiti).

Insomma, anche le chiacchiere da bar, se sono condivise, tendono a essere considerate vere.

Per contrastare questo effetto si devono impostare battaglie ben precise e mirate, basate su informazione e coinvolgimento. È urgente, ad esempio, promuovere la sensibilizzazione delle comunità locali sulla necessità di accelerare l’installazione delle energie rinnovabili, operazione resa ancor più importante dalla scelta di liberarci per quanto possibile dalla dipendenza dal gas russo. I progetti ci sono, ma spesso sono paralizzati dall’“effetto nimby” (not in my backyard – non nel mio cortile), che in molti casi nascono dalla mancanza delle informazioni necessarie per compiere una adeguata valutazione costi – benefici. Abbiamo scritto più volte che sono necessari interventi governativi (peraltro parzialmente avviati) per snellire gli iter burocratici che condizionano le autorizzazioni. Ma difficilmente l’obiettivo di un grande sviluppo delle rinnovabili entro il 2030 potrà essere raggiunto senza un adeguato impegno sul fronte della informazione e della partecipazione locale. I cittadini devono sentirsi partecipi delle decisioni: di questo tema, “La costruzione partecipativa delle città del domani”, si è parlato il 7 in un webinar di QN città future, organizzato con la collaborazione dell’ASviS.

Un aiuto alla transizione energetica, elemento determinante della protezione ambientale, è arrivato all’inizio di quest’anno dalla modifica dei principi fondamentali della Costituzione che ha introdotto appunto “la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, tra i principi della Carta. Se n’è discusso in un evento dell’ASviS il 5 aprile, arrivando anche in questa sede a una conclusione che ci impegna per il futuro: gli strumenti per la transizione ecologica ci sono, ora più che mai, ma adesso bisogna farli conoscere e agire di conseguenza.

 

Fonte dell’immagine: industryview/123rf

 

Donato Speroni

La potenza di un piccolo gesto: 3Bee ferma il suo e-commerce per sensibilizzare sui consumi energetici

3Bee, startup innovativa che sviluppa sistemi intelligenti di monitoraggio e diagnostica per la salute delle api e che ha fatto della sostenibilità il suo cavallo di battaglia, ha preso posizione nei confronti della situazione attuale. Dal 26 febbraio, per cinque giorni, la startup delle api ha deciso di fermare l’e-commerce di “Adotta un alveare”, con oltre 200 mila utenti al mese, e di ridurre al minimo le funzioni dei suoi server, lasciando attivi solo i servizi essenziali di monitoraggio degli alveari tecnologici.

Con questo piccolo gesto, 3Bee mostra vicinanza in un momento così difficile e lancia una campagna di sensibilizzazione per ridurre la dipendenza dal gas naturale. A tutti gli utenti che atterrano sul sito di 3Bee verrà mostrato un manifesto per ridurre i consumi nel breve e lungo termine.

Questa decisione è stata presa all’unanimità da tutti i membri del team 3Bee, a seguito di una lettera virtuale inviata da Niccolò Calandri, CEO e Co-Founder di 3Bee. In un momento così buio, post-pandemico, in cui abbiamo imparato a vivere, lavorare e passare il nostro tempo secondo nuovi paradigmi, ora, ci troviamo alle porte di una minaccia nuova: la guerra ci mette davanti a delle scelte. Dobbiamo ridurre i nostri consumi, riducendo le necessità energetiche, importanti oggi più che mai non per il solo motivo ecologico, ma una dipendenza funzionale che ci sta mettendo in una condizione problematica.

Niccolò Calandri afferma: “Noi di 3Bee vogliamo lanciare un messaggio. Semplice. Ridurre i consumi si può. Da sabato 26 febbraio il sito di 3Bee è offline tutti gli utenti che atterrano nella homepage si ritrovano davanti a un muro. Un manifesto che racconti che ridurre le dipendenze è possibile.  Dobbiamo essere noi, tutti, persone civili, a farlo.”

 3Bee è la startup agri-tech fondata nel 2017 da Niccolò Calandri e Riccardo Balzaretti per preservare le api dal rischio di estinzione e migliorarne la qualità di vita. La startup ha sviluppato HiveTech, un alveare 4.0 che consiste in una rete di sensori IoT, i quali, posizionati all’interno dell’alveare, monitorano il benessere delle api permettendo agli apicoltori di ridurre i trattamenti, diminuire le visite nell’apiario. Dalla sua nascita 3Bee ha sviluppato una rete di oltre 3.000 apicoltori in tutta Italia in cui ha installato i propri sensori e ha dato vita all’iniziativa “Adotta un Alveare” dedicata a privati e imprese. Per queste ultime ha ideato un programma di Corporate Social Responsibility (CSR) – Pollinate the Planet” – che dal suo lancio ha permesso di proteggere 150 milioni di api.

 

www.3bee.com

La guerra civile ucraina del 1917-21 vista dallo scrittore Bulgakov. Il caos di Kiev

Durante la guerra civile che imperversò in Ucraina tra il 1917 e il 1921 – ribattezzata dagli studiosi Ukranian-Soviet War – le sorti dei soldati, fossero essi “rossi”, “bianchi” o nazionalisti ucraini, erano nelle mani degli ufficiali medici che seguivano le eterne avanzate e ritirate di tutti gli schieramenti: alcuni di questi medici erano volontari, altri erano obbligati a servire per l’una o l’altra parte pena la morte. È quanto accadde allo scrittore Michail Afanas’evič Bulgakov nel 1919: com’è stato possibile che i Volontari arruolassero uno
scrittore? Come è possibile far coincidere la figura dell’autore del romanzo Il Maestro e Margherita con quella del medico reazionario dei Volontari di Denikin?

La più completa biografia su Michail Bulgakov uscì nel 1988 ad opera di Marietta Čudakova che vi lavorò incessantemente dal 1966, anno della prima pubblicazione sovietica de Il Maestro e Margherita. L’interesse e l’entusiasmo che seguirono alla pubblicazione del romanzo resero palese la totale mancanza di informazioni riguardo il suo autore: non solo non era conosciuto come letterato ma non si sapeva nemmeno chi fosse, dove fosse nato o cosa avesse fatto nella vita.

L’anonimato in cui visse e morì – nel 1940 – Michail Bulgakov affonda le sue radici negli anni ’30 del Novecento, anni turbolenti e pericolosi in un’Unione Sovietica alle porte delle purghe staliniane: in quel periodo, a seguito di numerosi problemi con la censura, Bulgakov scrisse una lettera al Governo dell’URSS chiedendo che gli fosse concesso di vivere pienamente e di scrivere – quindi di espatriare per poterlo fare – oppure che gli fosse dato un lavoro con cui sostentarsi, costringendosi di fatto al silenzio. Stalin stesso rispose a questa lettera con una telefonata, con la quale concesse al letterato un lavoro presso il Teatro dell’Arte di Mosca. Da quel momento in poi, Bulgakov sarebbe caduto nell’oblio fino al 1966.

Riscoprendo la biografia di Michail Bulgakov – nonostante i tentativi sovietici di presentarlo come uno scrittore in linea con il partito
– in aggiunta ad ulteriori opere che sono andate ad arricchire le pagine della letteratura russa e mondiale, sono venuti alla luce stralci
di una vita fuori dall’ordinario.

Il ritrovamento del primo articolo dichiaratamente “bianco” – pubblicato dallo scrittore nel 1920 – e delle Lettere al Governo dell’URSS (1930), ci possono far finalmente apprezzare appieno l’originale pensiero bulgakoviano, inserendolo nel giusto
contesto storico-politico; grazie inoltre alla ripubblicazione del suo primo romanzo La Guardia Bianca – dai tratti autobiografici – è stato possibile comprendere il caos che imperversò a Kiev negli anni tra il 1917 e il 1920.

Attraverso questi scritti è possibile illustrare la Guerra Civile Europea da un punto di vista inedito ma altrettanto vero poiché essi, nonostante siano il contraltare degli scritti rivoluzionari, giacché usciti dalla penna di un intellettuale “bianco” e quindi vinto, descrivono una realtà “diabolica” e mostruosa quanto quella descritta dai vincitori.

Il soggiorno a Groznyj portò con sè l’occasione per Michail Bulgakov di pubblicare su un giornale locale il suo primo articolo. Quest’ultimo cadde nell’oblio ancor prima del suo autore – e per mano di esso – dal momento che, trionfando la Rivoluzione, uno scritto estremamente anti-rivoluzionario avrebbe condannato definitivamente Bulgakov al confino o alla morte.

Egli stesso cercò in ogni modo di nascondere l’articolo reazionario alla vista dei commissari del popolo e agli occhi della polizia segreta: le ricerche della sua biografa, però, l’hanno riportato alla luce negli anni ’70, grazie alle testimonianze di un suo amico e della sua prima moglie che ben ricordavano lo scritto. L’articolo era rimasto sepolto e conservato nella Biblioteca Scientifica dell’Archivio di Stato che aveva tra il materiale raccolto tutti i numeri del giornale su cui era stato pubblicato.

L’articolo, pubblicato il 26 Novembre 1919 e firmato M.B., sintetizza crudamente gli ultimi due anni di guerra civile e il titolo – “Prospettive Venture” – non può che suonare come un ossimoro poiché, non solo l’articolo guarda al passato e alle disgrazie accadute – come fa l’Angelus Novus di Klee nelle tesi di Walter Benjamin – ma non esprime alcuna speranza per un futuro incerto nel quale le colpe dei padri ricadranno sui figli che dovranno pagare “[…] tutto con onestà [e serbare] eterna memoria della rivoluzione sociale!”.

Il testo è un’analisi lucida e consapevole della disgrazia occorsa all’Impero Russo, una catastrofe talmente grande “[…] che viene voglia di chiuderli, gli occhi e dalla quale non ha scampo nemmeno il futuro poiché – secondo Bulgakov – il popolo russo dovrà combattere
ancora per riconquistare tutte le città andate perse nello scontro con i bolscevichi: “Palmo a palmo gli eroici Volontari strappano la terra russa dalle mani di Trockij”, scrive Bulgakov per il quale nessuna delle parti in lotta è legittima se non quella dei “bianchi”.

Egli, infatti, abborre la “rivoluzione sociale” (“la nostra patria sventurata ha toccato il fondo nel baratro della vergogna e della sciagura nelle quali l’ha costretta la grande rivoluzione sociale”) e, allo stesso modo, non può appoggiare i nazionalisti ucraini colpevoli – forse ancor più dei bolscevichi – di voler staccare Kiev, la madre delle città russe, dall’Impero.

Bulgakov è russo e non può tollerare che un’insensato nazionalismo trionfi sull’ancestrale legame che tiene insieme Kiev e la Grande Russia. Non è disposto a compromessi nel momento in cui scrive:

“Ma dovremo combattere, e molto sangue scorrerà, giacché dietro a Trockij si accalcano i pazzi armati che ha accalappiato, e la nostra non sarà vita, ma uno scontro mortale./ Dobbiamo combattere. […] Pazzi e canaglie verranno cacciati, dispersi, annientati. / E la guerra finirà”.

Queste parole riportano alla mente quelle di un altro russo dalla parte opposta del fronte, il rivoluzionario Victor Serge, che nel suo Ville en danger – pubblicato anch’esso nel 1919 – descrive i meccanismi di questo “annientamento del nemico”:

“Guerra a morte senza ipocrisia umanitaria, in cui non c’è Croce Rossa, in cui non sono ammessi i barellieri. Guerra primitiva, guerra di sterminio, guerra civile. […] La legge è: uccidere o essere uccisi”.

 

Caterina Mongardini

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