Nei contesti urbani di Francia e Regno Unito sta emergendo un fenomeno virale guidato da influencer musulmani sui social media: la sistematica esclusione della letteratura classica e occidentale, bollata come eticamente incompatibile con l’Islam, a favore di un’editoria rigorosamente “halal”. Attraverso piattaforme come TikTok, il genere del “romanzo rosa halal” colleziona milioni di visualizzazioni. Si tratta di narrativa sentimentale epurata da qualsiasi contatto fisico o legame prima del matrimonio, focalizzata su relazioni regolate dai principi islamici e vicende legate a matrimoni combinati.
Per questa nuova platea di lettori non si tratta di una preferenza di genere, ma di una censura preventiva dettata dal dogma religioso: le opere letterarie vengono ammesse solo se conformi a rigidi criteri morali. Le case editrici e le piattaforme digitali si stanno già adeguando, offrendo cataloghi specificamente calibrati sulla sensibilità islamica.
La critica al patrimonio letterario occidentale si spinge oltre la dimensione morale, dipingendo la letteratura classica come una struttura “bianca, borghese e occidentale”, estranea alla loro identità. Come evidenziato dall’antropologa Florence Bergeaud-Blackler, questo fenomeno trascende la moda commerciale per rivelarsi una vera e propria strategia di secessione culturale.
Rinunciando ai valori delle democrazie liberali, una generazione punta a costruire una società parallela facendo leva sui beni di consumo. Si tratta di un’opera di penetrazione ideologica e islamizzazione progressiva promosso dagli ambienti del salafismo e dei Fratelli Musulmani, ideata per captare chi è ancora al di fuori del raggio d’azione dell’islamismo radicale.
Perché il fenomeno della “Letteratura Halal” può essere pericoloso per la cultura occidentale
La trasformazione dell’arte e della letteratura in un prodotto sottomesso al timbro della conformità religiosa non rappresenta soltanto una bizzarria dei social network, ma un attacco frontale alle basi storiche ed epistemologiche dell’Occidente.
La riduzione dell’arte viene ridotta a catechismo: La letteratura è, per sua natura, esplorazione della complessità umana, della fragilità, del dubbio, della contraddizione e della passione. Ridurre la narrativa a un prontuario di norme comportamentali (“nessun contatto prima del matrimonio”) trasforma il romanzo in propaganda o manualistica morale, annullando il valore estetico e artistico dell’opera.
Pretendere inoltre che un testo debba riflettere unicamente la propria nicchia identitaria e la propria fede dimostra un’incapacità critica di confrontarsi con la diversità e l’alterità. Si passa dalla letteratura come strumento per dilatare la mente all’uso della lettura come “bolla di sapone” rassicurante e anestetizzata.
Qualificare la grande letteratura europea (da Flaubert a Jane Austen, da Dante a Shakespeare) come incompatibile o “troppo borghese e bianca” non è una semplice critica sociologica, ma un tentativo di cancellazione culturale (cancel culture su base confessionale). L’Occidente si fonda sul libero esame e sul confronto anche con idee scomode.
Secessione culturale e auto-ghettizzazione. L’Islamismo del mercato
Come evidenzia l’antropologa Florence Bergeaud-Blackler, la letteratura halal è una forma di “secessione comunitaria”. Quando un gruppo di cittadini smette di condividere il patrimonio culturale del Paese in cui vive per consumare solo prodotti religiosamente approvati, si infrange il patto di integrazione democratica.
Il rischio più strisciante risiede nella penetrazione graduale dell’ideologia islamista (ispirata dai Fratelli Musulmani o dalle correnti salafite) attraverso il capitalismo di consumo. Senza bisogno di atti violenti, l’ideologia normata e puritana penetra nella quotidianità della gioventù occidentale tramite algoritmi, trend di TikTok e strategie di marketing, normalizzando l’idea che la religione debba vagliare ogni aspetto della vita civile e culturale.
Questo fenomeno svela la fragilità di un Occidente che rischia di tollerare, in nome del relativismo culturale, la sistematica smantellazione dei propri valori fondanti: la libertà creativa, la secolarizzazione e il libero pensiero.
La parola e l’algoritmo: l’evoluzione della narrazione nel XXI secolo
Il Novecento ci ha lasciato in eredità il compito di decifrare la complessità, di dare un ordine al caos attraverso il potere della parola. Da Joyce a Calvino, la letteratura ha esplorato le possibilità infinite della struttura narrativa, insegnandoci che ogni testo è, in ultima analisi, un labirinto costruito con cura.
Oggi, in un’epoca dominata dalla rapidità del flusso digitale, ci interroghiamo su quanto sia cambiato il nostro modo di leggere, di interpretare e, soprattutto, di interagire con il mondo. Non siamo più spettatori passivi di una pagina che resta ferma nel tempo; siamo diventati parte di un’architettura in continua mutazione, dove la narrazione si adatta costantemente al mezzo che la trasmette.
L’estetica della precisione digitale
Questa metamorfosi non riguarda solo la letteratura in senso stretto, ma tocca l’intero sistema dei nostri linguaggi. Quando ci interfacciamo con le nuove tecnologie, non stiamo solo compiendo un atto tecnico, ma stiamo partecipando a una nuova forma di scrittura, fatta di icone, di percorsi logici e di gerarchie visive che cercano, spesso con successo, di mimare la chiarezza di una pagina ben composta.
In questa ricerca di equilibrio tra contenuto e forma, alcuni portali web sono riusciti a elevare il design delle proprie interfacce a una vera e propria estetica della consultazione. Pensiamo, per esempio, all’architettura informativa diNetBet.it, che riesce a declinare una grande mole di dati in un ambiente di navigazione estremamente pulito e coerente; qui, la precisione del linguaggio grafico diventa il presupposto necessario per una fruizione serena, trasformando l’atto della consultazione in un’esperienza ordinata, quasi come se fossimo di fronte a un indice ben redatto che ci guida senza ambiguità attraverso i contenuti.
Il lettore contemporaneo tra carta e pixel
Il lettore di oggi non è che il discendente diretto di quello che analizzava il flusso di coscienza nel secolo scorso. La differenza risiede nella velocità: il Novecento ci ha dato il tempo per la riflessione, il XXI secolo ci impone la rapidità della comprensione. Eppure, il desiderio di fondo resta identico: trovare un ordine capace di sostenerci.
La tecnologia, quando è progettata con intelligenza, non cancella questa necessità, ma la supporta. Saper distinguere tra un ambiente digitale approssimativo e uno progettato con rigore è una competenza fondamentale per chiunque voglia continuare a vivere la cultura con consapevolezza, senza farsi sopraffare dal rumore di fondo che la rete, spesso, genera.
Verso un nuovo umanesimo tecnologico
Non dobbiamo temere questo passaggio alla dimensione digitale. Laletteratura stessa, nelle sue forme più sperimentali, ha sempre anticipato il bisogno di interattività, il desiderio di uno spettatore che diventi co-autore. Se oggi navighiamo su portali che rispondono ai nostri comandi con estrema reattività, stiamo solo realizzando, su scala tecnologica, ciò che gli avanguardisti avevano solo potuto immaginare.
La sfida, per chi ama la cultura, è quella di restare vigili, di non farsi sedurre dall’automatismo fine a se stesso. L’umanesimo, in fondo, consiste proprio nel saper dare un senso ai mezzi che utilizziamo, non nel lasciarci guidare passivamente da essi.
La continuità della ricerca
In conclusione, la nostra ricerca di significato non si ferma davanti allo schermo di un computer. Anzi, forse è proprio lì che essa si rigenera, cercando nuove forme espressive. La qualità del design, la cura nella scelta dei termini, l’attenzione per la struttura: sono questi gli elementi che continuano a fare la differenza tra il valore e l’effimero.
Che si tratti di un saggio letterario o di un’infrastruttura digitale, ciò che conta è l’intenzione dietro l’opera, la volontà di creare un ponte tra l’idea e chi la riceve. Continueremo a riflettere su queste trasformazioni, con la certezza che, finché ci sarà la volontà di ordinare il pensiero, la tecnologia non sarà che un nuovo, affascinante palcoscenico su cui mettere in scena la nostra infinita voglia di comprendere il mondo.
L’attivista russa Daria Kryukova è nata e cresciuta a Dubna, città scientifica nella regione di Mosca, dove ha conseguito la laurea in sociologia, per poi costruire una carriera come product manager nel settore IT.
L’Italia l’aveva già nel cuore prima di arrivarci: ci era tornata molte volte come turista, attratta dalla cultura, dalla lingua, dalle persone. Nel 2022 si è trasferita qui definitivamente. Ha conseguito una laurea magistrale in Business Administration all’Università di Bologna e oggi vive e lavora a Milano.
Nel tempo libero ama viaggiare, fare trekking e hiking, andare in palestra, pedalare e guardare serie tv di qualità. Parla tre lingue — e conta di non fermarsi qui. Considera la libertà il valore più importante della vita — e la conoscenza delle lingue la ricchezza più grande che si possa avere.
Daria è molta attiva sui social che usa per informare sulla reale condizione di vita dei russi.
Quando sei scappata dalla Russia per venire in Italia?
Sono partita dalla Russia il 7 marzo 2022 e sono arrivata in Italia l’8 marzo — Festa della donna, una data che non dimenticherò. All’inizio di marzo erano entrate in vigore le leggi sulla censura militare, e qualcuno mi aveva già denunciata alle autorità. Ho deciso di non aspettare.
Sono arrivata con venti euro in tasca — non perché fossi povera: in Russia avevo un buon lavoro nel settore IT e una vita stabile. Il problema era che le carte Visa e Mastercard russe avevano smesso di funzionare all’estero da un giorno all’altro. Cambiare i rubli in euro era impossibile: nelle prime settimane di guerra i russi avevano svuotato tutti i cambiavalute nel panico, e fisicamente non c’erano più euro disponibili. Ho racimolato quello che avevo.
C’è qualcosa di simbolico in quei venti euro. La guerra e le sanzioni hanno colpito simultaneamente — i cittadini russi comuni da un lato, e dall’altro le stesse persone che quella guerra non la volevano. Non ero una vittima del sistema occidentale: ero una vittima del mio stesso governo, rimasta intrappolata nelle conseguenze di decisioni che non avevo mai condiviso.
I primi tempi ho vissuto da amici straordinari — russi che avevano aperto la loro grande casa fuori Roma ai rifugiati ucraini, e anche a me. Poi ho fatto domanda all’università e mi sono trasferita a Rimini.
Come hai reagito quando hai constatato che anche qui in Italia ci sono molti fan di Putin?
È stato uno shock, e in un certo senso lo è ancora. Quando sento qualcuno che, sapendo che sono russa, mi dice che Putin è un grande leader e che la Russia è una grande potenza — non so ancora bene come reagire. L’ho notato già nei primissimi giorni di guerra; col tempo i sostenitori di Putin hanno smesso persino di nascondersi.
Lo spiego con tre dinamiche. La prima è storica: italiani e russi si sono sempre sentiti vicini. In Russia, fin dai tempi sovietici, il cinema e la musica italiana fanno parte dell’immaginario collettivo. E gli italiani ricambiano — per ragioni culturali, turistiche, e qualcosa di più difficile da definire. L’ho vissuto sulla mia pelle: anche alla questura, nella primavera del 2022, vedendo il mio passaporto russo mi hanno trattata con gentilezza e simpatia. Altrove molti russi cercavano di nascondere le proprie origini per evitare ostilità. In Italia no. Ma questa stessa apertura ha un rovescio: si tende a confondere Putin con la Russia.
Ed è importante capire che questa confusione non è accidentale. È il risultato di decenni di lavoro deliberato del Cremlino. Putin ha costruito sistematicamente l’equazione: io sono la Russia, la Russia sono io. Criticare Putin significa — nella logica di questa narrativa — odiare la Russia e i russi. È una trappola retorica, e molti in buona fede ci cadono.
La seconda dinamica è la propaganda. Pochi paesi in Europa hanno permesso alla propaganda russa — incluso RT — di operare così iberamente, sia prima che dopo l’invasione.
La terza è ideologica: in Italia c’è una forte tradizione anti-americana e anti-NATO, e una parte della sinistra nutre ancora nostalgia per l’URSS. In questo contesto Putin viene percepito come un’alternativa al mainstream occidentale, paradossalmente persino come figura anti-imperialista — come se l’imperialismo fosse sinonimo esclusivo degli Stati Uniti. Ho capito una cosa: in Italia basta dire che “la Russia ha sconfitto e umiliato gli USA/NATO/UE” e il giorno dopo ti invitano in tutti i talk show come esperto.
3 Qual è l’aspetto della propaganda russa più trascurato?
La propaganda russa funziona come ogni buona propaganda: prende un frammento di verità e ci costruisce attorno un edificio di menzogne.
L’errore più comune è pensare che la propaganda russa funzioni convincendo. Non è così. Il suo obiettivo principale non è far credere qualcosa di specifico — è distruggere la capacità stessa di distinguere il vero dal falso. Quando tutto sembra propaganda, quando ogni fonte sembra di parte, le persone smettono di cercare la verità e si rifugiano in ciò che già credono. È lì che il Cremlino vince.
In questo senso, la cosa più trascurata non è un singolo messaggio, ma un’infrastruttura: quella della sfiducia sistematica. RT non esiste per informare i suoi spettatori — esiste per convincerli che non esiste informazione affidabile.
Il secondo aspetto sottovalutato riguarda i canali. La propaganda russa non raggiunge il suo pubblico in Italia attraverso i nazionalisti di destra — li raggiunge attraverso l’anti-americanismo della sinistra, attraverso un riflesso culturale profondo e legittimo che viene però strumentalizzato. È una judo ideologico: si usa la forza dell’avversario contro di lui.
C’è poi qualcosa di ancora più concreto e quasi invisibile: il reclutamento dei bambini. L’Anti-War Committee of Russia ha documentato come lo Stato russo organizzi campi estivi — anche per minori russi e stranieri — che sono in realtà strumenti di indottrinamento sistematico. Nessuno ne parla abbastanza.
E infine: la contro-narratzione occidentale ha contribuito al problema. Rispondere con “i russi sono tutti orchi, una civiltà perduta” non è analisi — è un altro tipo di propaganda. E in paesi come l’Italia, dove l’opinione pubblica è sensibile alla retorica della demonizzazione e ai russi, questo approccio non convince nessuno. Peggio: delegittima le voci russe critiche, quelle che potrebbero essere i veri alleati dell’Occidente in questa guerra.
4 Quali sono le maggiori difficoltà in Russia per una ragazza come te?
Prima della guerra, la difficoltà principale era l’impossibilità di partecipare alla vita politica — né come candidata, né come elettrice per chi avrei voluto. Chi governava la Russia non mi ha mai rappresentata.
L’annessione della Crimea nel 2014 fu uno shock. Ma uno shock ancora più grande fu la reazione di quasi tutte le persone che conoscevo: erano contente. Fu lì che cominciai a capire quanto fossi sola in quella visione del mondo.
La guerra ha diviso la mia vita in un prima e un dopo. Restare in Russia avrebbe significato firmare ogni giorno un compromesso con la propria coscienza. Tacere quando si vorrebbe urlare. In molti lo fanno — e li capisco. Ma per me sarebbe stato insopportabile.
Quello che voglio però sottolineare è che la mia storia non è eccezionale. È la storia di centinaia di migliaia di russi che hanno lasciato il paese nel 2022 — intellettuali, professionisti, giovani — non per opportunismo, ma per una scelta morale precisa. È una frattura generazionale che la Russia porterà con sé per decenni: il paese ha espulso, o costretto ad andarsene, esattamente le persone di cui avrebbe bisogno per ricostruirsi.
5 Come funziona il mercato del lavoro in Russia?
Prima della guerra, il mercato del lavoro russo — almeno a Mosca — assomigliava per certi versi a quello americano: dinamico, competitivo, con una mobilità reale. Sapevo che se avessi perso il lavoro, ne avrei trovato un altro in poco tempo. Quella certezza è sparita.
Dopo il febbraio 2022 il mercato ha attraversato tre fasi distinte. La prima è stata una scarsità improvvisa: circa un milione di russi sono emigrati, decine di migliaia sono andati al fronte — e continuano ad andarci. Il mercato del lavoro si è ritrovato letteralmente svuotato. Le imprese militari, inondate di commesse statali, hanno cominciato a offrire salari altissimi per attrarre manodopera, e i salari nominali sono cresciuti in tutti i settori.
Ma — ed è qui il punto cruciale — i redditi reali disponibili non sono cresciuti. Lo sappiamo da un dato semplice e brutale: la quota di spesa alimentare sul reddito delle famiglie russe è rimasta costante al 39%. Secondo la legge di Engel, quando i redditi reali aumentano, questa percentuale scende, perché le persone possono permettersi altro. Se è rimasta ferma o persino cresciuta, significa che la crescita salariale è stata interamente divorata dall’inflazione. I russi guadagnavano di più sulla carta e vivevano peggio nella realtà.
La seconda fase, nel 2025, è stata l’inversione. La domanda si è contratta, la produzione ha rallentato, e il mercato è passato da una scarsità a un eccesso di offerta. Ma in Russia questo non si manifesta nella disoccupazione ufficiale — si manifesta nel sottoccupato: settimane lavorative ridotte, orari tagliati, ferie forzate non retribuite. Lo stesso meccanismo usato durante il Covid. Secondo i dati della Banca Centrale russa, nel 2025 circa cinque milioni di lavoratori sono stati collocati in regime di occupazione parziale. Oggi, stando ai principali portali di lavoro, ci sono nove candidati per ogni posto vacante.
C’è poi una terza storia, parallela e più inquietante: la risposta dello Stato alla crisi demografica. La Russia è in una trappola demografica profonda — anni di bassa natalità, emigrazione di massa, perdite al fronte. E la risposta del governo non è investire nel capitale umano: è estrarne il più possibile, il prima possibile. Si abbassano le barriere all’ingresso nel mercato del lavoro per i minori: oggi si può assumere a quattordici anni senza il consenso dei genitori in alcuni casi, con norme ampliate sul lavoro nei weekend e nei giorni festivi. L’ombudsman per l’infanzia di Mosca ha recentemente proposto di abbassare ulteriormente l’età a dodici anni.
In parallelo, si scoraggia l’istruzione superiore: università ridotte, facoltà tagliate, rette aumentate, accesso ristretto. Il messaggio implicito è: nove anni di scuola, poi la formazione professionale, poi subito al lavoro. Per i medici è già obbligatorio un periodo di servizio assegnato dallo Stato dopo la laurea — anche per chi ha studiato a proprie spese. Si parla di estendere questo modello ad altre professioni.
Si incentivano i pensionati a restare attivi — le pensioni dei lavoratori anziani vengono ora indicizzate, cosa che prima non avveniva. E si importa manodopera, in particolare dall’India.
È la fotografia di un paese che non sta gestendo la propria economia: sta saccheggiando il proprio futuro demografico per sostenere una guerra nel presente.
6 Cosa sogni per la Russia?
Sogno una Russia libera. Non è una risposta retorica — è la risposta più concreta che esista, perché la libertà è esattamente ciò che manca e ciò attorno a cui tutto il resto dipende.
I sondaggi lo dicono da decenni: la libertà è il valore più importante per i russi. Eppure non ha mai definito il paese. C’è qualcosa di tragico in questo: una nazione che vuole la libertà e non riesce ad averla. Non perché i russi non siano capaci di democrazia — questa è una narrazione che respingo — ma perché ogni volta che si è aperto uno spazio, qualcuno lo ha chiuso.
Sogno una Russia che sia davvero una federazione — con regioni autonome, non satelliti del Cremlino. Un parlamento reale, con partiti reali. Un potere diviso e decentralizzato. Un paese dove il dissenso, la creatività, il pensiero critico non vengano puniti ma considerati una risorsa.
E sogno qualcosa di più semplice, e forse più difficile di tutto: che la Russia venga governata da persone che la amano davvero. Non che la usino, non che la temano, non che la considerino un patrimonio personale. Che la amino. Non accade da più di un secolo. È il sogno più lungo che abbiamo.
A più di 50 anni da quando le fallimentari politiche economiche e sociali di Mao gettarono il suo paese nella povertà, nella carestia e nel caos, qualsiasi sua immagine, qualsiasi riferimento a lui, è ancora venerato. Il Pensiero di Mao Zedong, la sua versione del comunismo, costituisce ancora il fondamento della Costituzione cinese.
Né la carestia, né il caos, né i tentativi di colpo di stato riuscirono a rovesciare il regno di Mao in Cina. Cosa potrebbe mai minacciare il potere e l’eredità di un uomo – e di un’ideologia – elevato a uno status quasi divino?
La risposta, secondo il Partito Comunista, è Dio stesso.
Appoggiata alla porta d’ingresso della casa di Grace e Bill Drexel a Washington, D.C., c’è una mazza da baseball di metallo.
“Siamo in allerta”, ha affermato Bill. Ha aperto la porta d’ingresso e ha indicato la cucina giocattolo di plastica di suo figlio in giardino. “Ha una telecamera puntata sulla strada”, ha aggiunto.
Negli ultimi sei mesi, i loro computer sono stati hackerati e strane auto si sono aggirate davanti alla loro casa. La madre di Grace, Chunli “Anna” Liu, che vive a Wheaton, Illinois, racconta di aver trovato un giorno le gomme della sua auto misteriosamente tagliate mentre era parcheggiata in garage.
Sono convinti che la responsabilità sia del governo cinese.
Il 10 ottobre 2025, la polizia cinese ha arrestato una trentina di pastori e membri di chiese cristiane in un’operazione coordinata a livello nazionale. Secondo i testimoni, gli agenti sono intervenuti nel cuore della notte, a volte strappando i giovani genitori dai loro figli, portando via anziani in manette e interrompendo temporaneamente la fornitura di energia elettrica nelle case.
Il padre di Grace, Ezra Jin, 57 anni, è stato uno degli arrestati. È il pastore principale della Chiesa di Sion, una delle più grandi chiese clandestine in Cina.
“Il governo cinese cerca di intimidire chi si esprime apertamente“, ha detto Grace, “e vuole dimostrare che non c’è un posto sicuro per te in nessun luogo del mondo, nemmeno se pensi di essere in un paese come l’America”.
Insieme ad almeno altri 17 pastori, Jin si trova in una prigione della Cina meridionale. Il clero è accusato, tra le altre cose, di diffusione illegale di informazioni online. I loro veri crimini sono stati l’aver fondato chiese clandestine, aver ospitato funzioni religiose e aver tenuto sermoni al di fuori della stretta autorità del Partito Comunista. In Cina, qualsiasi segno di deferenza verso un’autorità superiore a quella del Partito può renderti un nemico dello Stato.
Si stima che in Cina vivano circa 160 milioni di cristiani, molti dei quali praticano la propria fede in chiese clandestine.
“È una dimostrazione lampante di come lo Stato non tolleri il libero arbitrio”, ha affermato Bill. “Non tollera alcun senso di significato, autorità spirituale o morale che esuli da ciò che il Partito vuole”.
La storia di Ezra Jin non riguarda solo un uomo o una famiglia. È la storia dell’ultima repressione del governo cinese contro il cristianesimo e un agghiacciante monito su quanto il regime sia disposto a spingersi oltre per soffocare il dissenso.
“Un governo passa dall’autoritarismo al totalitarismo quando vuole infiltrarsi e controllare gli aspetti più intimi di una persona, della sua comunità, della sua famiglia“, ha detto Bill.
“Quello che stiamo vedendo ora”, ha continuato, “è un rinnovato desiderio da parte dello Stato, sotto la guida del presidente Xi, di manipolare le anime”.
Grace, incinta di otto mesi del suo terzo figlio, non è riuscita a parlare con suo padre da quando è stato incarcerato, ma da quanto ha saputo dal suo avvocato, è stato rinchiuso in una cella da solo per un periodo, dormendo su una panca di cemento senza coperte. Gli è stato negato l’accesso ai farmaci prescritti per tenere sotto controllo il diabete. La sua cella ha una finestra aperta, il che lo espone al freddo e alle intemperie. Quando la nonna di Grace è andata in prigione per portare a Jin la sua Bibbia, le autorità si sono rifiutate di consegnargliela. Ad alcuni degli avvocati che difendono i pastori incarcerati è stata sospesa la licenza dal governo.
L’unico messaggio che Grace ha ricevuto da suo padre è arrivato tramite una lettera che lui le ha fatto recapitare dal suo avvocato. “Non preoccuparti per me”, ha scritto Jin. “Credo che Dio ci stia mettendo alla prova anche questa volta… Dio non ci abbandonerà”.
Wang Yi, pastore della Chiesa dell’Alleanza della Prima Pioggia a Chengdu e critico schietto della repressione governativa contro i cristiani, fu arrestato e accusato di incitamento alla sovversione del potere statale. È tuttora in prigione.
Un mese dopo l’interrogatorio di Long, la polizia si presentò alla Chiesa di Sion a Pechino e chiese a Jin di installare telecamere per il riconoscimento facciale all’interno della navata. “È davvero inquietante”, disse Long, “proprio come nel romanzo 1984 di George Orwell, il Grande Fratello ti osserva ovunque”. Jin si rifiutò di obbedire. Il governo chiuse la chiesa.
Nel pieno di questa nuova ondata di repressione, Bill Drexel, allora venticinquenne, arrivò a Pechino dagli Stati Uniti. Ufficialmente, era lì per studiare i concetti cinesi di privacy presso la prestigiosa Università Tsinghua. In realtà, voleva indagare sulla sorveglianza statale cinese delle minoranze religiose, compresa la repressione delle chiese domestiche.
Bill incontrò un gruppo di membri della Chiesa di Sion, che nel frattempo si riunivano in piccoli gruppi per il culto in tutta la città. Seduta a poche file dietro di lui c’era Grace.
Grace lo notò subito. “Si distingueva”, disse ridendo, indicando i capelli castano-rossicci e la carnagione chiara del marito. I due iniziarono a parlare dopo la funzione e, alla fine, Bill si fece coraggio e la invitò a pranzo.
Ma stare insieme sembrava impossibile. La famiglia di Jin era considerata una minaccia per la sicurezza nazionale e le era stato vietato di lasciare il paese. Bill lasciò la Cina pochi mesi dopo il loro incontro. Innamorato, cercò di escogitare un piano per aiutare Grace a fuggire, in modo che potessero stare insieme, arrivando persino a pensare di farla imbarcare clandestinamente su una nave mercantile libica, un piano che ora ammette essere stato folle.
Ma poi, nel gennaio 2020, poco prima che la pandemia colpisse la Cina, gli agenti della polizia di frontiera permisero a Grace di imbarcarsi su un aereo diretto in Corea del Sud. Ancora oggi non sa perché il governo cinese l’abbia lasciata andare, ma Grace era sfuggita alla morsa del partito.
Un nuovo genere letterario rimodella le rovine di Gaza in una cupa parabola politica con un villain familiare: la Gazologia. Da storico abitante delle librerie nei paesi occidentali, sapevo che quasi ogni negozio avrebbe venduto qualche titolo sui mali del sionismo e di Israele, un genere venerabile nella sinistra marxista. Ma questa volta ho visto un cambiamento: la guerra di Gaza aveva ispirato una proliferazione di questi titoli così intensa che ora occupavano gran parte di uno scaffale. Ho notato lo stesso fenomeno in altre librerie di altre città, dove improvvisamente sembravano c’erano più libri su “Gaza” e “Palestina” che libri sul resto del mondo arabo messi insieme. L’umanità ora abitava una nuova era, secondo un titolo, Il Mondo Dopo Gaza. Secondo un altro, La distruzione della Palestina è la distruzione della Terra. C’è stato Gaza: La storia di un genocidio, e Palestine e liberazione femminista,e molti altri esempi nello stesso stile, con altri che saranno presto pubblicati. Era nato un nuovo genere letterario.
La guerra di Gaza è stata combattuta a due ore di macchina da casa mia a Gerusalemme da persone che conosco, e ha causato la morte di diversi di loro. Per me, leggere le copertine posteriori di questi libri mi ha lasciato l’impressione di un genere legato al territorio reale di Gaza, così come i romanzi di Dune sono legati al vero programma spaziale della NASA. Allo stesso tempo, non era un lavoro marginale. Tra i professionisti vi erano autori che hanno recentemente vinto un National Book Award, il Premio Pulitzer e altri riconoscimenti.
Dopo aver letto altri nei mesi successivi, ho iniziato a considerare il genere come “Gazologia”. Con questo termine non intendo lo studio del vero territorio di Gaza, né la terribile tragedia umana causata dall’offensiva di Hamas del 7 ottobre e dalla risposta israeliana nella guerra che seguì—vaste aree di Gaza distrutte, decine di migliaia di civili uccisi insieme a decine di migliaia di combattenti, e scosse di assestamento in tutto il Medio Oriente. La Gazologia non è reportage, e la maggior parte dei suoi praticanti non si trova né a Gaza né nei dintorni di Israele. Questo è un genere letterario occidentale con le sue regole, i suoi cliché e i suoi obiettivi.
È probabile che gran parte della cultura, del giornalismo e della politica occidentale nei prossimi anni saranno a valle di questi libri e dell’ideologia che li sostene. Studenti di discipline che vanno dall’antropologia alla medicina riceveranno questi lavori e saranno invitati a vedere i problemi del mondo attraverso la lente di “Gaza.” Per questo motivo, il genere è importante. Segue un’analisi di cinque campioni rappresentativi dei volumi in questione, nel tentativo di delineare i contorni di questo corpo di scrittura in espansione e di comprendere cosa intenda dire.
La memorabile copertina del titolo più popolare del genere, e la prima che ho letto, mostra una ragazza stilizzata con una bomba che sta per cadere sulla sua testa. L’autore, Omar El Akkad, è nato in Egitto ed è immigrato in Canada, dove ha lavorato come reporter per TheGlobe and Mail prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Ora è cittadino americano e vive in Oregon.
Nelle pagine di One Day, Everyone Will Have Always Been Against This, El Akkad osserva lo svolgimento della guerra a Gaza attraverso rappresentazioni televisive e online, descrivendola come un male che definisce un’epoca e che alla fine la gente dichiarerà di aver combattuto, come i crimini dei nazisti o dei conquistadori. La guerra risuona per lui come qualcuno che vive con lo sfollamento della propria migrazione dal mondo islamico da adolescente, con una sensibilità crescente al razzismo e con il disagio costante di un uomo musulmano che vive in Nord America.
Lo scrittore El Akkad si lamenta del razzismo da parte delle autorità al confine tra Stati Uniti e Canada, delle difficoltà della vita dello scrittore e degli investimenti israeliani immorali di persone che una volta gli hanno dato un premio canadese per il libro di 100.000 dollari, che non menziona di aver restituito. “Una volta ho assistito a un’intervista di un tour del libro estremamente scomoda dopo aver scherzato dicendo che scrivo tutti i miei romanzi in arabo e poi li faccio passare su Google Translate, e l’intervistatore mi ha creduto,” ci racconta. Dovremmo deridere questo pregiudizio e simpatizzare con la sua vittima, ma perché l’intervistatore non dovrebbe credergli? E perché un autore che afferma di aver scoperto il male che definisce l’epoca sembra preoccuparsi principalmente di se stesso? All’inizio era confuso, ma leggendo più a fondo la Gazologia, ho capito che questo approccio è una caratteristica del genere: in questi libri, Gaza non è un soggetto ma un palcoscenico.
L’autore non dà alcun segno di aver mai messo piede a Gaza o in Israele, e quando parla di aver assistito agli eventi, la frase ricorrente è “Guardo filmati.” Alcuni eventi vengono “testimoniati” in questo modo—cioè attraverso immagini soggette alla censura e intimidazione di Hamas a Gaza, spesso curate da attivisti occidentali che praticano il giornalismo come agitprop, e poi amplificate dalle varie campagne informative qatari, cinesi e russe che piegano i nostri algoritmi online.
Altri eventi non vengono testimoniati ma ignorati per quanto possibile, in particolare il massacro del 7 ottobre che diede inizio alla guerra. In quella che si rivela essere un’altra caratteristica del genere, El Akkad evita la carneficina di quel giorno basandosi su una storia falsa diffusa dopo l’attacco su neonati israeliani decapitati o messi in forno. Non è successo. Ma un lettore non scopre cosa è successo: ovvero, un massacro premeditato commesso da squadre di terroristi che hanno attraversato le comunità israeliane, bruciato famiglie nelle loro camere da letto, rapito di bambini piccoli e nonni, e ucciso più di 350 giovani durante un festival musicale. Per chi legge questo libro, la motivazione dietro l’attacco rimane misteriosa. Sebbene sia stato realizzato dal Movimento di Resistenza Islamica, noto con l’acronimo arabo Hamas, le parole Islam o Islam appaiono in tutto il libro un totale di quattro volte. La parola genocidio, invece, appare più di 40 volte.
In questi libri, Gaza non è un soggetto ma un palcoscenico
Questa parola è fondamentale per questo libro e per l’intero genere Gazologia: il genocidio è l’equivalente dell’acqua in Dune, la sostanza che fa avanzare la trama. Se gli ebrei hanno commesso genocidio, tutti gli altri possono finalmente smettere di pensare al genocidio commesso contro di loro, possono rivoltarsi senza senso di colpa contro lo stato che ha permesso agli ebrei di proteggersi per la prima volta, e possono sprofondare con sollievo nei modelli di pensiero pre-Olocausto—perché commettendo il male supremo, gli ebrei hanno finalmente dimostrato che quei modelli di pensiero erano corretti. L’accusa giustifica la violenza contro gli israeliani, inclusa, retroattivamente, la violenza del 7 ottobre, rendendoli così responsabili di una guerra scatenata dai palestinesi. Il “genocidio di Gaza” può essere una falsità evidente, ma è una storia irresistibile.
Dopo due anni e mezzo di una guerra brutale combattuta da Israele contro un nemico che si rende indistinguibile dai civili per sua progettazione, la popolazione di Gaza è viva. Le stesse statistiche di Hamas indicano le vittime militari e civili—una distinzione che il gruppo non fa—a poco più del 3 percento della popolazione prebellica, e la popolazione di Gaza è in gran parte sfollata e soffre, ma è aumentata di numero dall’inizio della guerra. L’accusa di genocidio non è un’analisi delle operazioni israeliane, ma uno strumento progettato per distogliere l’attenzione dalle persone che hanno iniziato la guerra e costruito il campo di battaglia distorto su cui si sarebbe combattuta, e per produrre in massa un’arma verbale che possa essere usata per anatematizzare gli avversari e oscurare le loro preoccupazioni. Usare il termine è un modo per non pensare, ad esempio, alle reali opzioni disponibili per un ufficiale israeliano che si avvicina a una città di Gaza che contiene 15 miglia di tunnel di Hamas, 1.000 jihadisti vestiti da civili e diverse decine di ostaggi israeliani vivi o morti in luoghi sconosciuti.
El Akkad, che guarda su internet dall’Oregon, è convinto di assistere a “un massacro totale di un popolo” e a “una delle più grandi serie di omicidi di musulmani nella storia recente.” La pratica dell’inversione, ho scoperto, è un’abitudine degli autori di questo campo, che spiega la seguente frase: “Di tutti gli effetti successivi degli anni della Guerra al Terrore, il più spesso sottovalutato è il crescente squilibrio del linguaggio con lo scopo di sanificare la violenza.”
The Destruction of Palestine Is the Destruction of the Earth di Malm, sostiene un legame speciale tra Israele e il degrado ambientale globale. La tesi dell’autore ruota attorno all’anno 1840, quando l’Impero Britannico utilizzò per la prima volta battelli a vapore armati nel Levante, dimostrando la supremazia del carbone e anche innescatendo i primi lampi di sionismo cristiano tra gli aristocratici britannici. “Ecco il primo momento di articolazione: il momento che accese la globalizzazione del vapore, attraverso il suo impiego in guerra, fu anche il momento che concepì il progetto sionista.” Il vapore può ovviamente essere collegato a quasi ogni sviluppo storico sulla Terra dalla sua invenzione, e il legame unico con il sionismo rimane sfuggente al lettore nonostante la passione dell’autore, espressa in frasi come: “Per quanto potenti possano essere, i lobby dei combustibili fossili e sionisti sono escrescenze epifenomenali da strutture profonde che hanno operato per una lunghissima durata.”
L’aspetto ironico della tesi di Malm è che fino a pochi anni fa Israele non aveva combustibili fossili di cui parlare, a differenza dei suoi nemici tradizionali, tra cui i più grandi produttori mondiali di petrolio. Rispondendo a un collega che sembra averlo fatto notare educatamente, l’autore ammette che la questione riguarda meno i combustibili fossili che chi li utilizza. Quando l’Unione Sovietica usava le entrate del petrolio per sconfiggere il fascismo o per finanziare i propri eroi del FPLP, era una cosa positiva. Il petrolio è anche buono quando la dittatura petrolio-islamica del Qatar utilizza i proventi per finanziare il suo canale di propaganda Al Jazeera, che l’autore descrive come la “unica fonte di sanità mentale duratura nel panorama mediatico globale.”
Dal suo posto di comando nella sala docenti di Lund, l’autore invoca spargimenti di sangue. “Limitare, fermare, invertire la distruzione della Palestina e del pianeta richiede quindi, come condizione logicamente inattaccabile, la distruzione delle infrastrutture a combustibili fossili e delle colonie razziali,” scrive; tuttavia, “non necessariamente la loro distruzione fisica; ma necessariamente la loro radiazione e riutilizzo, nei casi in cui ciò è possibile e dove no, sulla via verso la loro abolizione, sì, la loro distruzione fisica.”
Gazologia. Il mondo dopo Gaza
Uno studioso di Gazologia scopre non solo che gli ebrei stanno commettendo un grande peccato, che cercano di nascondere, ma che queste azioni esistono al cuore dell’epoca. Ancora una volta, si scopre che potrebbe essere necessaria una certa “distruzione fisica” per salvare il mondo da loro. Come ha recentemente detto la scrittrice irlandese Sally Rooney a un pubblico, riecheggiando il titolo del libro di Malm, “Sostenendo la Palestina, stiamo imparando a lottare per la vita sulla Terra.” O, nelle parole di un’altra scrittrice di lingua inglese, la scrittrice americana Susan Abulhawa, riferendosi alla “vile colonia” di Israele: “L’unico modo in cui l’umanità ha una possibilità di combattere per un futuro morale è se questo cancro viene eliminato dalla nostra realtà politica, morale e sociale.” Questa convinzione è condivisa da figure apparentemente divergenti come Candace Owens, la popolare podcaster americana, che questo mese ha detto ai suoi seguaci che “Non ci sarà mai pace nel mondo finché Israele esisterà”, e il ministro della difesa pakistano, che ha scritto su X che “Israele è malvagio e una maledizione per l’umanità.”
Il Mondo Dopo Gaza è il contributo di Pankaj Mishra, uno scrittore nato in India e che vive in Gran Bretagna. In linea con il genere, il soggetto del libro non è Gaza. Parla di letteratura, e in particolare di letteratura ebraica, e più specificamente di quella ebraica legata all’Olocausto. Le parole Olocausto o Shoah appaiono più di 250 volte in The World After Gaza, quattro volte più volte della parola Gaza.
Il libro inizia con una raffica di citazioni di scrittori ebrei come Hannah Arendt e Sigmund Freud, prima di proseguire con Isaac Babel e, infine, su cinque intere pagine su un romanzo di Saul Bellow. Un lettore ha l’impressione che gli scrittori ebrei vengano impilati qui come sacchi di sabbia, contro il sospetto che l’autore possa essere impegnato in qualcosa di diverso da un’analisi onesta quando descrive la guerra israeliana a Gaza come “un atto di male politico”, una “serie di omicidi di massa trasmessa in diretta” e un genocidio che rivaleggia con l’Olocausto. Ci sono altre tragedie sulla Terra, senza dubbio: “Eppure nessun disastro si può paragonare a Gaza—nulla ci ha lasciato un peso così insopportabile di dolore, perplessità e malcoscienza.”
Una volta che un lettore di Gazologia si rende conto che l’obiettivo non è un’analisi di una vera guerra a Gaza, inizia la ricerca del vero uso a cui viene data la parola a “Gaza”. Il progetto di Mishra, per quanto posso capire, è sostituire il genocidio degli ebrei nella mente occidentale con un genocidio da parte degli ebrei, e poi sostituire gli scrittori ebrei che l’autore ammira con—beh, con se stesso. Ritorna ripetutamente al celebre romanziere italiano e sopravvissuto all’Olocausto Primo Levi, menzionato decine di volte in un libro che ha “Gaza” nel titolo, in cui il nome Yahya Sinwar non viene menzionato nemmeno una volta. Mishra sembra voler essere Primo Levi, e anche se capiamo che ciò è impossibile—perché Levi è dotato e Mishra no, perché Levi è testimone e Mishra è un voyeur, perché l’Olocausto di Levi era reale e quello di Mishra è una fantasia ideologica—si trova comunque qualcosa di autentico e lamentoso in questo desiderio.
La scorrevolezza del libro di Mishra mi ha fatto sentire la mancanza dello svedese che si identifica come commando del PFLP, e che almeno dice ciò che intende. Mishra si rammarica che i palestinesi siano stati superati in astuzia da “sionisti connessi e ingegnosi a livello internazionale.” Vede “il razzismo insidioso che aveva contribuito a dare priorità agli interessi della nazione scelta dall’Occidente in Medio Oriente, sminuendo al contempo la sofferenza palestinese agli occhi occidentali.” Interpretare il razzismo insidioso e la nazione scelta in una frase è, percepisce il lettore, ciò che lui considera audace. Cita Roald Dahl: “Mai prima d’ora una razza di persone aveva generato tanta simpatia in tutto il mondo e poi, nell’arco di una vita, era riuscita a trasformare quella simpatia in odio e ripugnanza.” Mishra definisce Dahl un “antisemita” e sembra essere d’accordo con lui.
Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza
A differenza degli altri libri, Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza: Un conto si prende la briga di descrivere e umanizzare alcune delle vittime ebraiche del 7 ottobre. Ma l’autore pensa che i tiratori di Hamas siano simili ai ribelli anticolonialisti ad Haiti o ai Mau Mau del Kenya—cioè che le loro azioni siano un effetto, non una causa, e che il loro rancore sia giustificato. L’odio verso gli ebrei che vivono fuori Israele è bigottismo e una caratteristica della destra politica, spiega Beinart. L’odio verso gli ebrei in Israele è razionale.
Il progetto di questo particolare libro “Gaza” è trovare un posto per gli ebrei in una sinistra occidentale sempre più presa da cospirazioni anti-sioniste, offrendo allo stesso tempo ad altri sinistri una rassicurazione ebraica che la loro attuale preoccupazione per gli ebrei non è collegata alla preoccupazione storicamente ricorrente per lo stesso gruppo di persone. Il coro “dal fiume al mare”, che è un appello a sostituire lo stato ebraico unico con uno stato a maggioranza musulmana, esprime una “visione democratica”, scrive, quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi a meno che non si opponga alla democrazia. Sostiene l’idea che la parte ebraica della recente guerra debba essere al centro della comprensione mondiale dell’ingiustizia: “Nella sua crudeltà incontrollata e nel suo dolore insopportabile, la distruzione di Gaza è un simbolo della nostra epoca.”
Sfollati a Gaza: Storie del “genocidio” di Gaza
L’ultima categoria sulla piattaforma di Gaza è diversa dalle altre. Consiste in testimonianze di persone effettivamente a Gaza, piuttosto che nei pensieri di stranieri energizzati da questa tragedia. Displaced in Gaza, ad esempio, introduce 27 civili palestinesi rimasti senza casa durante la devastazione della guerra. Una donna di nome Aisha Osama Abu Ajwa racconta un racconto straziante di essere stata in movimento sotto il fuoco con sei bambini, vivendo in rifugi: “Vogliamo solo che la guerra finisca e torni alle nostre vite prima della guerra.” Un altro racconto è di Fidaa Fathi Abu Yousef, madre di quattro figli: “Temevo per i miei figli a causa del bombardamento intenso. Le forze di occupazione hanno fatto esplodere diverse case adiacenti a noi, e decine di nostri amici, vicini e persone care sono stati martirizzati.” Suo figlio Odai viene ucciso.
La risposta corretta a queste persone sofferenti è la compassione. Nessuno vorrebbe essere al loro posto. Un osservatore può solo indicare ciò che non c’è in nessuna delle testimonianze: Hamas, il gruppo che ha governato Gaza per due decenni, che ha iniziato la guerra, l’ha prolungata per due anni e mezzo e l’ha combattuta dentro e sotto le case delle persone nel libro. Sia per coercizione che per simpatia ideologica, questi gazawi non ammettono di aver visto nessuno dei decine di migliaia di combattenti armati del gruppo, né uno dei migliaia di ingressi di tunnel in tutta Gaza. Non hanno visto gli ostaggi e i cadaveri israeliani sfilati per le loro strade il 7 ottobre, né si sono trovati tra le folle in festa.
La scomparsa di Hamas è la tattica chiave per far apparire Israele irrazionale o maligno
In Displaced in Gaza la parola Hamas non appare nemmeno una volta. Lo stesso vale per un recente saggio del New York Times scritto da Ghada Abdulfattah nello stesso stile, “Le macerie di Gaza è la tomba del nostro futuro”, e lo stesso vale per la maggior parte dei resoconti in prima persona provenienti da Gaza rivolti al pubblico occidentale. Nel messaggio di Hamas rivolto al pubblico mediorientale, al contrario, come i discorsi dei leader del gruppo e i video virali con triangoli rossi che segnano i bersagli israeliani, si dice che i coraggiosi combattenti della Resistenza Islamica colpiscano il nemico sionista con il sostegno di una popolazione impegnata nella vittoria e nel martirio.
La scomparsa di Hamas dai ragionamenti è la tattica chiave per far apparire Israele irrazionale o maligno. È come descrivere la guerra americana nel Pacifico senza menzionare il Giappone, o descrivere tutti i giapponesi su ogni isola del Pacifico come civili. Se capisci che in una casa c’è un comandante di Hamas, ad esempio, è possibile percepire la ragione dietro l’attacco aereo che distrugge la casa, anche se pensi che le vittime civili siano tragiche o immorali e provi simpatia per madri come Aisha Osama Abu Ajwa. Se non c’è Hamas, lo sciopero è solo un massacro.
Il genere che ho chiamato Gazologia solleva tre affermazioni centrali. Innanzitutto, che la guerra a Gaza non è una risposta all’attacco del 7 ottobre, che è stato o poco importante o giustificato, e in ogni caso non ha nulla a che fare con la fede e l’ideologia degli aggressori o con le centinaia di milioni di persone che li sostengono in tutto il mondo islamico. In secondo luogo, che non è richiesta esperienza diretta, competenze linguistiche, conoscenze militari o nemmeno vicinanza per un autore che lavora nel genere, perché tutti i fatti rilevanti sono incontroveribili e disponibili online. E infine, e soprattutto, Gazology si basa sull’idea che la guerra di Gaza non sia solo colpa di Israele, una cattiva decisione o addirittura un crimine, ma la porta d’ingresso verso i meccanismi oscuri del mondo.
È proprio nell’ultimo punto che il lettore intravede la batteria che alimenta il genere. La Gazologia è una letteratura sul male ebraico. Le sue origini non risiedono nel giornalismo o nell’indagine accademica, ma nelle pseudoscienze che sono sorte nel corso dei secoli per spiegare i problemi dell’umanità con storie sulla malevolenza di un gruppo di persone.
Da una ventina d’anni a questa parte si parla con insistenza di “femminilizzazione del diritto”, mettendola in relazione con il boom delle laureate in Giurisprudenza avviato negli anni Ottanta, e soprattutto con l’aumento delle donne avvocato e magistrato, che dagli anni Novanta sembra davvero inarrestabile. Un dato quantitativo che – come notava anni fa Paola Ronfani a proposito dell’avvocatura – in sé non dice molto, poiché quello qualitativo – la collocazione delle donne nelle gerarchie interne alla professione – era ed è ancora oggi poco incoraggiante.
Conosciamo la retorica femminista spesso incapace di accettare che la donna possa compiere una libera scelta anche quando sceglie di occuparsi della famiglia e di non lavorare, di non fare carriera, trattando la questione “parità di genere” a volte prescindendo dalla meritocrazia dei singoli individui. In tal senso, il libro testimoniale di Ilaria Iannuzzi, Storie di giuriste che hanno cambiato il mondo, (Ed. Le Lucerne, 2026) passa agilmente in rassegna figure di donne di legge che hanno fatto la storia del diritto. Ortensia, Fatima al-Samarqandi, Giustina Rocca, Olympe de Gouges, Belva Lockwood, Soumay Tcheng, Eleanor Roosevelt, Gisèle Halimi, Simone Veil, l’italiana Tina Lagostena Bassi, Ruth Bader Ginsburg e altre, sono tra le protagoniste della storia del diritto, attive in tutte le parti del mondo, unite dalla tenacia con la quale hanno portato avanti le proprie idee e combattuto battaglie determinanti per rimodellare l’impianto legislativo dei loro Paesi.
In momenti decisivi della storia, le donne protagoniste del libro di Iannuzzi hanno osato fare la cosa più sovversiva di tutte: prendere la parola davanti alla legge. Dall’antica Roma alla Samarcanda medievale, dalla Cina rivoluzionaria ai tavoli delle Nazioni Unite, Storie di giuriste che hanno cambiato il mondo mostra come la determinazione, la preparazione, il talento e il coraggio di singole donne abbiano fatto del diritto uno strumento di trasformazione e libertà. Voci impertinenti, rigorose, libere, che hanno messo in discussione le regole secondo cui girava il mondo. E, così, lo hanno cambiato per sempre.
Il vivido resoconto di Iannuzzi chiude con Shirin Ebadi, avvocato iraniano Premio Nobel per la Pace 2003 e figura quantomai attuale di questo momento storico. Ebadi infatti si è dedicata alla difesa dei diritti umani, rappresentando spesso gratuitamente dissidenti politici, donne e bambini vittime di abusi e ingiustizie. A causa delle sue posizioni critiche verso il regime islamico, Ebadi ha subìto intimidazioni, arresti e la confisca dei beni di famiglia. Dal 2009 vive in esilio a Londra, dove continua la sua attività di attivista e scrittrice, senza mai rinunciare alla lotta per la democrazia e la giustizia in Iran. Iannuzzi, con piglio cinematografico, invita il lettore a ragionare su come sia la letteratura a svelare quel percorso umano e istituzionale che porta all’affermazione della dignità della persona.
Si può appassionare il lettore alla vicenda di un uomo che non ce l’ha fatta? Ad una storia dove il protagonista non esce vincitore, o perlomeno come nel modo in cui siamo abituati un personaggio vincente, eroe. “Le due vite di Andrii Rosliuk” (Arkadia Editore, 2026), di Olivia Crosio, è la storia «allegra e piena di vita» di un uomo che non ce l’ha fatta. È anche un romanzo, voluto dal suo protagonista. Andrii Rosliuk e sua madre Nataliia lasciano l’Ucraina a causa della guerra e della malattia di lui. Vengono caricati su un autobus e portati in Italia, a Milano, dove lui tenterà un trapianto di midollo. Si lasciano dietro famiglia, amici, progetti e speranze, ma anche le polpette preferite di Andrii, la sua auto rossa con il cambio automatico e una certa bottiglia di whisky.
A Milano iniziano una seconda vita, popolata di angeli. Nataliia, che si credeva una donna concreta, ne vede ovunque e, come se non bastasse, inizia ad avere sogni premonitori. E poi tram, metropolitana, tram. Con la sua energia, «il piccolo folletto ucraino» s’impadronisce di cuori e cucine. Intanto Andrii lotta. La continuità con la loro vita precedente è data dai frequenti battibecchi, che lasciano ogni volta piccata lei, pentito lui. La sera Andrii, che è un informatico di successo e continua a lavorare nonostante tutto, riceve telefonate da amiche e amici rimasti in Ucraina. Tutti lo aspettano, non vedono l’ora di bere con lui quella certa bottiglia di whisky. E i colpi contro il muro stanno a significare che Iryna e Myla, nella stanza accanto, hanno la cena pronta anche per lui. Le cure di Andrii procedono fino a un ennesimo ricovero. E allora lui decide che, prima di addormentarsi, forse è meglio incaricare qualcuno di scrivere la sua storia, perché «comunque vada a finire, sarà stato bellissimo».
Un viaggio non solo geografico ma esistenziale e psicologico, scevro dalla retorica stucchevole sulla guerra e sulla malattia che ti rende solo buono e mansueto. Il protagonista è entusiasta della vita perché consapevole che la malattia di cui è affetto lo ha potenziato nello spirito e nell’intelletto; non è una figura da compatire, strumento di sensibilizzazione alla causa ucraina per chi legge, ma un uomo di successo, pieno di vita, simbolo di resistenza totale. E Andrii sa bene che ogni giorno di resistenza in Ucraina è un giorno di speranza. Dal romanzo di Crosio, emerge come si senta la mancanza da parte dell’Ucraina della giusta fierezza della propria memoria storica e linguistica. A volte si ha la sensazione che troppi ucraini vogliano chiudere la propria identità in un concetto nazionale stretto e limitato, di carattere locale e folklorico, o – peggio ancora – in teorie variamente arcaizzanti o mistiche. Nel contempo, l’Ucraina, soprattutto da quando è iniziata l’invasione russa, vuole stabilire una vera e propria identità linguistica.
Quentin Deranque, era un cattolico devoto, cantava nel coro e serviva alla mensa dei poveri. Assai riduttivo presentarlo come «nazionalista». Legato inizialmente al gruppo monarchico Action Française sarebbe poi divenuto un simpatizzante del gruppo Audace di Lione. Studente di Matematica e Data Science si era convertito al cattolicesimo tradizionale e frequentava la parrocchia di Saint Georges, ed e coinvolto nel gruppo Saint-Martin che distribuisce pasti per i più poveri. Allegro, partecipe, mai violento.
Tuttavia essere cattolici praticanti non di sinistra potrebbe costituire apologia di fascismo, per qualche cervello indottrinato che si definisce antifascista e per cui è consentito togliere la vita a chi non la pensa come loro, in barba alla lezione di Pasolini che invece con i fascisti cercava un dialogo.
Tra gli assassini di Quentin, anche un paio di assistenti parlamentari della France Insoumise che sappiamo coccolano gli islamisti, contro i quali le femministe di destra hanno protestato. Tutto infatti è iniziato con una conferenza organizzata da Rima Hassan, eurodeputata di La France Insoumise, il partito di Mélenchon, presso Sciense Po a Lione. Fuori dall’evento si è svolta una protesta pacifica del collettivo femminista identitario Némèsis presieduto da Alice Cordier con uno striscione con lo slogan “Fuori gli islamo-sinistrorsi dalle nostre università” .
I nostri media dipingono Quentin come un simpatizzante dell’estrema destra, un neofascista, persino un monarchico. Chi era veramente Quentin Deranque e perché i media tendono a presentarlo come un estremista?
Quentin era uno studente di matematica di 23 anni all’Università di Lione II, convertito al cattolicesimo. Aveva persino convertito la sua famiglia. Appassionato di filosofia ed etica, i suoi cari lo descrivono come un ragazzo calmo, devoto ai poveri, un missionario del cuore piuttosto che un agitatore. Fu attivo in movimenti identitari e nazionalisti, dopo un periodo con Action Française, ma non aveva precedenti penali e difendeva le sue idee senza ricorrere alla violenza.
I media lo dipingono come “neofascista, monarchico o suprematista” per un semplice motivo: minimizzare il crimine commesso dagli aggressori di sinistra.
Demonizzandolo, invertono i ruoli, trasformando la vittima in un mostro e i carnefici in “combattenti della resistenza”.
È una tattica vecchia quanto la guerra: diffamare il nemico per giustificare lo spargimento di sangue. Ma la verità è che lui era lì per proteggere le femministe nazionaliste durante una manifestazione pacifica, non per seminare il caos.
C’è molta tensione in Francia in questi giorni? Cosa potrebbe succedere?
Sì, le tensioni politiche sono elevate nel febbraio 2026, segnate dalla violenza tra gruppi di estrema sinistra ed estrema destra. L’affaire Deranque fa parte di una serie di scontri, in particolare a Lione, con risse e aggressioni segnalate negli ultimi mesi.
Recenti sondaggi indicano che più della metà della popolazione francese percepisce un aumento della violenza politica mortale tra l’estrema destra e l’estrema sinistra.
Nel breve termine, manifestazioni e tributi (come quello del 21 febbraio a Lione, che ha attirato circa 3.200 persone secondo la prefettura) rimangono sotto stretta sorveglianza della polizia per prevenire ulteriori incidenti.
Nel lungo termine, con le imminenti elezioni comunali e presidenziali, queste tensioni potrebbero intensificarsi.
Il giornalista francese Jon De Lorraine
Chi sono le famiglie degli estremisti di sinistra che hanno ucciso Quentin?
Le informazioni pubbliche sulle famiglie dei sospettati rimangono limitate, poiché l’indagine giudiziaria tutela l’anonimato e l’omissione di dati personali irrilevanti. Tuttavia, sui social media e su alcuni media sono circolate voci e fake news, che suggeriscono origini sociali diverse, spesso esagerate o infondate, come legami con personaggi influenti o circoli privilegiati. Fonti attendibili indicano che diversi sospettati sembrano provenire da famiglie importanti, con background educativi o familiari che suggeriscono un certo grado di integrazione in circoli consolidati, sebbene nulla sia stato confermato ufficialmente. Sette uomini, di età compresa tra 20 e 26 anni, sono stati incriminati (sei per omicidio colposo volontario e uno per complicità). Tra i nomi citati dalla stampa ci sono: Jacques-Élie Favrot (25 anni, ex assistente parlamentare del deputato LFI Raphaël Arnault, co-fondatore della Jeune Garde Antifasciste a Lione nel 2018, gruppo sciolto nel giugno 2025 per incitamento alla violenza), Adrian Beysseyre (25 anni, altro recente collaboratore del team di Arnault, accusato di omicidio colposo volontario) e Robin C. (24 anni, assistente parlamentare di Arnault con lo pseudonimo di Robin Michel, sospettato di aver protetto un criminale per aver aiutato un altro sospettato a sottrarsi alla giustizia). Anche Adrian Beysseyre aveva completato un tirocinio con Arnault prima di diventare assistente. Tra gli altri sospettati figurano Dimitri V., Alexis C., Paul L. e Jules P., tutti descritti come associati o membri della Jeune Garde (Giovane Guardia), che contava diverse decine di membri attivi a Lione prima del suo scioglimento. Almeno quattro dei sospettati erano affiliati a questo gruppo, noto per le sue azioni antifasciste. L’indagine continua a far luce sui loro ruoli esatti, ma non sono stati resi pubblici ulteriori dettagli sulle famiglie.
I tre profili più importanti:
Jacques-Élie Favrot (25 anni):
Assistente parlamentare del deputato di LFI (La France Insoumise) Raphaël Arnault. Membro di spicco della Jeune Garde Antifasciste (Giovane Guardia Antifascista), fondata a Lione nel 2018 da Raphaël Arnault. Il gruppo è stato effettivamente sciolto nel giugno 2015 (per incitamento alla violenza e utilizzo di metodi considerati violenti). È stato accusato di complicità in omicidio volontario per istigazione (e non di omicidio diretto, poiché non avrebbe inflitto i colpi mortali) e posto in custodia cautelare. Il deputato del LFI Arnault ha annunciato di aver avviato un procedimento per la risoluzione del suo contratto a seguito del suo arresto.
Adrian Beysseyre (25 anni):
Un altro stretto collaboratore/recente collaboratore del team di Raphaël Arnault (ha lavorato nel team fino a poco prima dei fatti; aveva anche precedentemente completato un tirocinio con Arnault). Accusato di omicidio colposo volontario, in custodia cautelare.
Robin C. (24 anni):
Assistente parlamentare
Quale reazione ha dato l’opinione pubblica francese alla premier italiana Giorgia Meloni?
Giorgia Meloni ha definito la morte di Quentin Deranque “una ferita per tutta l’Europa”, denunciando un clima di odio ideologico legato all’estremismo di sinistra. L’opinione pubblica è divisa: tuttavia, non c’è dubbio che si esprima chiaramente come una legittima espressione di solidarietà; altri, al centro e nel disastro, la percepiscono come un’ingerenza o una manipolazione politica.
Percepisce la sua posizione e la sua parola contro l’estremismo sinistro sempre più radicale, e non crede alla reazione di Macron.
Sarà fatta giustizia?
Il processo procede velocemente: una volta che la persona è stata arrestata e il suo stato è stato formalmente incriminato (sei di omicidio volontario e una di complicità per istigazione, ovvero Jacques-Élie Favrot, pour la quale la pena massima è di 30 ans de inclusione). Il procuratore di Lione ha chiesto la custodia cautelare per sei di loro a causa del rischio di disordini pubblici, collusione e fuga, et cinque sono attualmente in custodia cautelare. Gli indagati negano per lo più l’intenzione di succidere, alcuni ammettendo violenza non correlata alle morti, ma riconoscendo la loro presenza sur la scena. L’accusa classifica gli atti come omicidio volontario con circostanze agitanti (commesso da un gruppo, con improvvisate come bastoni e bottiglie), che potrebbe portare a fino a anni de reclusione per gli imputati principali, o all’ergastolo se l’accusa di omicidio da parte di un gruppo organizzato viene confermata. Referti medici (per confermare un trauma cranico mortale), video di conoscenza e testimonianze (incluse confessioni parziali) supportano la tesi dell’accusa. Altre quattro persone sono in stato di pericolo, il mio compagno deve essere citato in tribunale per offrire una difesa penale. Il Ministro dell’Interno e il Governo hanno invitato alla calma e hanno promesso una risposta chiusa alla violenza politica, con una possibile estensione ad altre idee ideologiche. In questo caso, la procedura rimane seguendo il suo normale iter legale; dipende dalla procedura e dalla lastra viene raccolta.