Beneficenza, filantropia, carità, marketing. “Per fare il bene, bisogna conoscerlo”, diceva Manzoni

«Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari di ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso vanno come possono». Il monito di Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi, è inequivocabile: il bene bisogna conoscerlo, non deve mai essere in coincidenza con i singoli propositi; nello specifico, Donna Prassede con il suo ‘far il bene’ si propone di raggiungere altri scopi.

Infatti, la sua nobile missione sarebbe quella di raddrizzare il cervello e mettere sulla buona strada Lucia. Di Lucia la nobildonna pensa: «Non che in fondo non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire: Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o rispondere secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee». Nel suo proposito di far il bene, Donna Prassede parte da un’idea negativa di Lucia che le comporta una distorsione della realtà dei fatti, con conseguenziale agire non verso il bene ma verso il male. Difatti, è convinta che Lucia si sia messa su una brutta storia e non perde occasione per cercare di far dimenticare alla donna quel ‘partito sconveniente’ di Renzo.

Molti personaggi contemporanei, vip e influencers somigliano a Donna Prassede. Sono accomunati dall’esibizionismo e dalla presunzione:

«Le accadeva, quindi, o di proporsi per bene far più di quel che avrebbe diritto».

L’ultimo ironico sigillo al giudizio di Manzoni sulla mediocrità di donna Prassede è il seguente: «Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto‘.

Manzoni è molto abile a dare un ritratto impietoso di Donna Prassede, prototipo della falsità, dell’ipocrisia e dell’immoralità che non sarà mai inattuale. La caratterizza la vanità aristocratica, l’assenza di moderazione e un formalismo esteriore in aderenza ad una religione di facciata, non conosce la carità sincera. Ella si sente calata nei panni dei giusti e assume un atteggiamento ben lontano dal cuore. Il suo errore  umano è di pensare di essere nel giusto, ma così non è, i suoi pregiudizi alterano la realtà e si discosta enormemente dalla Morale.

Tuttavia è bene sottolineare che carità, filantropia e beneficenza non sono sinonimi, anche se parlano ambedue del medesimo oggetto, e cioè l’uomo e la donna nel bisogno, tenendo presente la vasta tipologia di bisogni e di povertà nelle diverse condizioni di vita. Conoscendo la forza dell’egoismo, per il quale è l’io che si pone al centro dell’attenzione ignorando l’altro, avvertiamo quanto sia difficile uscire da noi per correre in aiuto dell’altro.

Immaginiamo se poi chi dice di praticare la beneficenza, possa addirittura truffare e mettere in piedi un sistema di comunicazione nebulosa atto a far capire e al contempo a non far capire che chi compra quel prodotto griffato, spendendo il triplo, aiuta chi ne ha più bisogno, come i bambini. Poca chiarezza (deliberata) come modus operandi per pararsi il didietro e guadagnare sempre di più, consolidare il proprio status economico-sociale e ostentando ricchezza e volgarità. Si chiama marketing ma viene spacciato per beneficenza da chi si pone come modello per i giovani di oggi.

Perlopiù è la compassione che ci fa accorgere dell’altro e ci fa sensibili alle sue esigenze e ai suoi bisogni; nasce allora dal cuore quella filantropia (= amore per l’uomo), che ci porta a fare anche belle cose in aiuto di chi è nel bisogno. Tale filantropia è già da sola un grande contrassegno dell’umanità dell’uomo, e merita di essere in ogni caso incoraggiata e sviluppata. Il cristiano fa altrettanto e ancora di più, perché sa di trovarsi non solo dinanzi ad un suo fratello per fede e per destinazione, ma dinanzi ad una presenza “mascherata” del suo Dio. .

Per questo una delle caratteristiche della comunità cristiana delle origini era la perseveranza nella carità e nella comunione dei beni (At 2,44-45).

Concetto sicuramente estraneo a chi, dopo essere stato beccato, pensa di poter riacquistare credibilità. parlando di errore di comunicazione, quando si è le regine dei social, e donando un milione di euro ad un ospedale. Guardiamo allo “star basso” di Lucia, non alla superbia, all’ignoranza e all’altezzosità di chi non si “accontenta” di fare milioni grazie al disagio e alla superficialità giovanile (e non solo), ma che entra a gamba tesa anche su questioni politiche avventurandosi in pistolotti moralistici indigesti e slogan mo’ di maestro di vita.

 

Donna Prassede, per fare il bene bisogna conoscerlo – Elio Ria | Scrittore Salentino

Il mondo tradizionale di Tolkien e i maestri censori della mostra a lui dedicata

Pochi giorni fa si è inaugurata la mostra su Tolkien e il giudizio dei Maestri Censori oscilla tra questi due anatemi.
Molti si formarono sul Signore degli Anelli, basti pensare agli impresari e divulgatori del tolkenismo nostrano; a partire da Alfredo Cattabiani che lo pubblicò da Rusconi, Elémire Zolla che lo propose, Gianfranco De Turris che ne è il vicario nostrano e Oronzo Cilli che ha curato la mostra.

Negli anni ’50-’60, Il Signore degli Anelli era una specie di Bibbia favolosa per i giovani di destra in libera uscita dalla storia; ma era anche un nuovo libro Cuore per la formazione dei ragazzi al tempo degli anni di piombo. Era un breviario per la gioventù tradizionalista, che piaceva sia ai cattolici che ai neopagani; quei ragazzi si allontanavano dalla mitologia fascista per abbracciare una nuova mitologia fuori dalla storia e dall’ideologia. Una mitologia mite, ecologista, nutrita di boschi e di pacifici hobbit, creature piccole, buffe, inoffensive. Certo, poi c’erano i maghi che erano la trasposizione in fiaba degli Evola e dei Guénon, c’erano i guerrieri che lottavano con la Compagnia dell’Anello.

Quel viaggio fantastico tra gli Hobbit disarmava l’egoismo, la brama di potere, la volontà di potenza. Una teologia primordiale e puerile, una specie di scoutismo eroico e magico, dove si intrecciano elementi celtici e pagani ed elementi cristiani, e dove si contrappongono in modo netto le forze del bene e le forze del male. Con gli hobbit e l’eroic fantasy molti giovani di destra cercavano la loro rivincita dal regno storico dei vinti.

La sinistra reputava il tolkenismo di destra un’oasi di ricreazione del nazismo, quasi l’asilo nido per la militanza fascista.
Anche chi non ama particolarmente gli Hobbit, trova piacevole il ripiegamento nella dimensione fiabesca del fantasy e dei mezzi uomini dai piedi pelosi: una fuga dalla realtà, frutto dell’incapacità di affrontare il mondo, preferendo rifarsi delle sconfitte storiche rifugiandosi nei castelli della fantasia. Tolkien dava una rappresentazione fiabesca del Mondo della Tradizione; quasi un rifugio in un mondo magico di eroi, maghi e demoni e la realtà della vita quotidiana. Tolkienismo, malattia infantile del tradizionalismo.

Ma gli hobbit e gli elfi nel frattempo hanno colonizzato l’immaginario globale, sono esplosi al cinema e tra le masse. Quei giovani sognatori di Frodo erano gli ignari precursori di un bisogno profondo, diffuso e insoddisfatto. Come può una saga priva di storie d’amore, di sesso, priva di storia, di modernità, perfino priva di scarpe, suscitare una così accesa passione planetaria? C’è qualcosa che sfugge alle contabilità del nostro tempo.

La fuga dal presente cresceva anche a sinistra, ma anziché inseguire tempi favolosi e medioevi dello spirito, come facevano i ragazzi di destra, inseguivano miti esotici e rivoluzioni premoderne, ondeggiando tra Mao, Hochimin e il Che. L’altrove della destra era fuori dal tempo; l’altrove della sinistra rivoluzionaria era fuori dallo spazio capitalistico-occidentale. Gli uni a cavallo, gli altri in bicicletta. L’unico Medioevo che si affacciò poi a sinistra fu quello del Nome della rosa; ma il loro Tolkien era l’Eco dell’illuminismo e del progressismo. A destra, Tolkien ridava invece fiato all’immaginario simbolico del Graal, di Re Artù e perfino alla Divina Commedia col suo cammino iniziatico dagli inferi al cielo.

Il sacro si incontrava con il santo, il mito con la storia sacra, e gli elfi apparivano un po’ angeli e un po’ déi, tra fate e madonne in una rappresentazione infantile e manichea della lotta tra il Bene e il Male. Nessuno più ricorda i libri di culto della sinistra giovanile negli anni settanta mentre è ancora vivo oggi il librone che piaceva ai ragazzi di destra. Come mai la colta sinistra ha ceduto il Libro all’incolta destra dei boschi? Perché il bisogno di coltivare mondi ulteriori, di viaggiare in dimensioni fantastiche, di passare dall’inferno al paradiso, ce lo portiamo dentro di noi, sempre.

Il Signore degli Anelli è un romanzo d’eccezione, al di fuori del tempo: chiarissimo ed enigmatico, semplice e sublime. Esso dona alla felicità del lettore ciò che la narrativa del nostro secolo sembrava incapace di offrire: avventure in luoghi remoti e terribili, episodi d’inesauribile allegria, segreti paurosi che si svelano a poco a poco, draghi crudeli e alberi che camminano, città d’argento e di diamante poco lontane da necropoli tenebrose in cui dimorano esseri che spaventano solo al nominarli, urti giganteschi di eserciti luminosi e oscuri; e tutto questo in un mondo immaginario ma ricostruito con cura meticolosa, e in effetti assolutamente verosimile, perché dietro i suoi simboli si nasconde una realtà che dura oltre e malgrado la storia: la lotta, senza tregua, fra il bene e il male. Leggenda e fiaba, tragedia e poema cavalleresco, il romanzo di Tolkien è in realtà un’allegoria della condizione umana che ripropone in chiave moderna i miti antichi.

Il mito abita dentro la nostra anima, e niente può sfrattarlo; il senso del sacro è una dimensione radicale, costitutiva del nostro essere uomini. Possiamo figurarlo in modi diversi, ma non sopprimerlo. Da quando il mondo ha scoperto di essere dentro un’unica dimensione globale, si avverte ancor più il bisogno di abitare un’altra città non dominata dalla tecnica e dall’economia. Una città dell’anima e dei sogni, dove abitano i desideri e le pulsioni, i sentimenti e i valori negati nella realtà: è il bisogno di connettersi a un’altra dimensione, la necessità di trascendere il nostro io piccino e quotidiano, il nostro presente meschino e profano. Non sappiamo vivere senza un aldilà.

Oltre la fisica cerchiamo una metafisica. Anche puerile, anche impraticabile, e fantasiosa; ma ne abbiamo bisogno come il pane; anzi il lembas, il pane degli elfi, indigesto alla sinistra e a certi giornali che parlano di Tolkien di Stato. Polemiche che probabilmente rivelano una determinata propensione da parte della sinistra ad etichettare tutto ciò che non appartiene alla loro cultura, come estrema destra o fascista.

Tolkien è riuscito intelligentemente a dare ad ogni archetipo una profondità e una solidità fuori dal comune, raccontando per ognuno di loro una storia che è rappresentativa del clan a cui appartiene. Il passato di Aragorn, ad esempio, parla non solo di lui ma di tutti i Raminghi.

Probabilmente la più grande impresa di Tolkien è quella di aver scritto un romanzo epico che sembra del tutto pertinente alla realtà dell’epoca in cui viviamo. Quando leggiamo storie medievali del medesimo genere, per quanto piacevoli le possiamo trovare, siamo talvolta tentati di domandare al Cavaliere Errante: la tua missione è così importante? Ma forse la sinistra mal tollera le storie medievali scritte da un cattolico, da un conservatore, perdipiù caratterizzate da uno spiccato ambientalismo (sano).

 

Perché Tolkien ammaliò i ragazzi di destra  

Cattivi maestri. A Scienze Sociali bocciano il documento di condanna del terrorismo di Hamas

Con un vile attentato terroristico lo scorso 7 ottobre, Hamas ha colpito bambini, ragazzi, civili inermi intenti a ballare, a lavorare, a vivere la loro quotidianità. L’Occidente si è schierato, senza tentennamenti al fianco di Tel Aviv e nel 99% dei casi si sono levate parole dure nei confronti dell’atto. Eppure, Napoli, è accaduto qualcosa che sta ancora lasciando sgomenti. Il sociologo, giornalista, conferenziere e professore universitario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Luigi Caramiello, più volte protagonista del dibattito cittadino, aveva presentato nei giorni scorsi al consiglio del Dipartimento Scienze Sociali dell’Università Federico II, la richiesta di votazione per una mozione che condannava duramente l’accaduto.

Con l’approvazione della mozione, inoltre, il Dipartimento avrebbe ribadito “la sua ripulsa assoluta di razzismo e antisemitismo, in qualsiasi forma essi si manifestino”, il diritto all’esistenza dello stato di Israele, il rilascio degli ostaggi nelle mani dei terroristi islamici, un tavolo negoziale per il cessate il fuoco e la speranza che si sviluppi nell’immediato un processo di pace come racchiuso nella formula “due popoli, due Stati”.

Prof. Luigi Caramiello

Insomma, una proposta di buon senso che si poteva sottoscrivere senza fare troppo torto alla personale coscienza degli intellettuali seduti al tavolo, si immagina tutti sconcertati dall’orrore derivante dall’azione terroristica e preoccupati dalla rappresaglia israeliana, pronti a dare una mano anche sé solo con un pubblico atto istituzionale. Invece, no.

In quattro hanno contestato la ricostruzione proposta da Caramiello e si sono opposti alla sua approvazione, nessun altro ha parlato e non c’è stato dibattito, probabilmente la pensavano allo stesso modo dei loro colleghi e avrebbero nel caso votato contro, pertanto non c’era bisogno di intervenire.

Forse non gli importava nulla e sarebbe grave, o forse obiettivamente non si erano formati ancora un’opinione, capita, anche se non dovrebbe alle menti più brillanti delegate a formare le classi dirigenti del futuro nazionale. Ma tant’è, la direttrice del Dipartimento, Dora Gambardella ha tolto tutti dall’imbarazzo decidendo di non mettere la mozione ai voti.

C’è da capire la scelta di Gambardella, gli atenei italiani e non solo, sono in subbuglio, d’altronde nemmeno il Rettore della sua università ha preso finora posizione, perché avrebbe dovuto schierarsi, proprio lei, apertamente in una maniera o nell’altra, assumendosene conseguenze e responsabilità?

In fondo la storia è sempre la stessa, quarant’anni fa come adesso, una frangia di studenti politicizzati uniti in primis, dall’odio antiamericano, protesta e si indigna portandosi dietro un po’ di giovani cui non par vero di fare casino e sentirsi di esistere, contare qualcosa, nell’ignoranza e faziosità totale. D’altronde pochi giorni fa a Milano hanno sfilato un grottesco movimento politico insieme a borghesi annoiati, islamici e ragazzotti depensanti in favore di Hamas, urlando slogan disgustosi contro Israele.

Viene anche da chiedersi: quanto è vivo (e perché) l’antisemitismo in Italia, a prescindere dall’odio antiamericano e antioccidentale? Quanto davvero conoscono la storia e la geopolitica i nostri ragazzi e prima di loro gli insegnanti? Non c’è da meravigliarsi se molti ragazzi non sanno davvero cosa avvenga nella Striscia di Gaza e che Hamas usa i palestinesi come scudi umani.

 

Immobiliare Procida è una delle prime agenzie in Italia ad usufruire dell’intelligenza artificiale

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale ha rivoluzionato molti settori, e l’immobiliare non fa eccezione. L’agenzia immobiliare Procida di Michele Talesco è all’avanguardia, e ha abbracciato questa innovazione utilizzando il Chat GPT (Generative Pre-trained Transformer), un potente modello di intelligenza artificiale, per migliorare l’esperienza dei nostri clienti e trasformare il ruolo tradizionale dell’agente immobiliare.

Grazie ai professionisti che ogni giorno si dedicano allo studio del mercato immobiliare procidano per offrire il miglior servizio ai propri clienti.

L’agenzia garantisce:

1. Assistenza immediata e continua:
L’integrazione di Chat GPT ci consente di offrire un’assistenza immediata e continua ai nostri clienti. I chatbot basati su questa tecnologia sono in grado di rispondere alle domande dei clienti in tempo reale, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ciò significa che i potenziali acquirenti o venditori possono ottenere risposte immediate alle loro domande senza dover aspettare l’orario d’ufficio.

2. Consulenza personalizzata:
Chat GPT ci aiuta a fornire consulenza personalizzata ai nostri clienti. Il modello di intelligenza artificiale è stato addestrato su una vasta quantità di dati immobiliari, consentendogli di comprendere le esigenze specifiche dei clienti e di fornire suggerimenti mirati. Grazie a questa tecnologia, possiamo offrire una consulenza personalizzata, suggerendo proprietà in linea con le preferenze dei nostri clienti e fornendo informazioni dettagliate su ogni immobile.

3. Analisi dei dati e previsioni:
L’intelligenza artificiale ci consente di analizzare grandi quantità di dati immobiliari e di fornire previsioni accurate sul mercato. Il Chat GPT è in grado di elaborare informazioni provenienti da diverse fonti, come prezzi delle case, tendenze di mercato, tassi di interesse e altro ancora. Queste analisi ci aiutano a prendere decisioni informate e a fornire ai nostri clienti informazioni dettagliate sul mercato immobiliare.

4. Automazione delle attività ripetitive:
L’automazione delle attività ripetitive è un altro vantaggio dell’utilizzo di Chat GPT. Ad esempio, il modello di intelligenza artificiale può gestire le richieste di appuntamento per visite alle proprietà, generare automaticamente documenti contrattuali e inviare promemoria ai clienti. Ciò consente agli agenti immobiliari di concentrarsi su attività più strategiche, come la negoziazione e la consulenza personalizzata.

Conclusione:
L’integrazione di Chat GPT nell’ambito immobiliare ha trasformato radicalmente il ruolo degli agenti immobiliari. Grazie a questa tecnologia, siamo in grado di offrire un’assistenza immediata e personalizzata ai nostri clienti, analizzare i dati di mercato e automatizzare molte attività ripetitive. Questa innovazione ci permette di fornire un servizio di alta qualità, migliorando l’esperienza complessiva nell’acquisto o nella vendita di una proprietà. Siamo orgogliosi di essere una delle prime agenzie immobiliari ad abbracciare questa rivoluzione e guardiamo con entusiasmo al futuro dell’immobiliare supportato dall’intelligenza artificiale.

 

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“Tutto lo scibile umano è la grande arte di eludere la temibile esperienza terrena”. Sullo scisma tra carne e intelletto che ha disfatto l’Occidente

Si narra che la poesia sia più antica della civilizzazione e, in epoche assai remote, imbrigliava la follia del mondo nel modo più potente e fertile, esaltandone la linfa. Poi tutto mutò…

In origine la scena del mito, dove si presentavano dèi, uomini e cose, era la natura; la quale evocò negli uomini un ordine fondato sul disordine originario dei fenomeni del mondo, che fino ad allora aveva consentito di assimilare per analogia il reale, senza ucciderlo o disprezzarlo. La complessità della rugosa realtà da stringere era ancora onorata, benché temuta.

E infine accadde l’irrimediabile frattura.

Un mirabile storico delle idee racconta che il razionalismo mistico dell’antichità, il pensiero greco a Eleusi, disprezzava la carne e cercava di sostituire la creazione divina con qualcosa di proprio. All’alba della ragione autonoma, il razionalismo filosofico si spinse oltre e fu un pallido surrogato di quello mistico, giacché predicò la fiducia nelle sole proprie forze, ossia in un universo costruito con la logica, la geometria, la chimica.

Jacob Taubes, a sua volta, aggiunse che tendenzialmente i filosofi moderni oltrepassano l’ambito ontologico della filosofia classica greca, che, comunque intesa, girava ancora intorno a un’elaborazione del concetto di natura; concetto nel quale perfino la teologia cristiana era inclusa, poiché essa separava l’ambito naturale da quello sovrannaturale, cogliendo dunque l’ambito sovrannaturale attraverso concetti naturali. Il principio gnostico era già presente, ma le categorie meta-fisiche, allora, erano ancora fisiche, determinate dalla norma della physis.

La categoria universale della filosofia moderna al contrario non fu più rappresentata dalla natura, ma da un sistema di riferimento totalmente nuovo: lo spirito autonomo e i suoi corollari – interiorità, mente, intelletto. Le categorie della filosofia moderna furono trascendentali, non metafisiche. La sua norma non era la natura, ma ciò che veniva prodotto esclusivamente dall’uomo, da colui che si voleva superiore alla natura. La matematica moderna, infatti, non parlava più la lingua della natura. Venne così meno ogni costitutiva mondanità, la simbolica del mondo esteriore, che, rispetto al passato, si tradusse in mera allegoria, vuota idealità e vuota trascendenza di un io artificiale. Se la dissacrazione ebbe origine con la filosofia greca, e proseguì con la rivelazione monoteistica – poiché, “più netto della linea di separazione posta dalla filosofia pagana tra l’ambito divino e quello mondano, tra forma originaria e materia, fu il confine tra Dio, il creatore, e le sue creature, posto dalla rivelazione monoteistica” –, con l’affermarsi del metodo moderno delle scienze della natura il cerchio infine si chiuse, e l’interpretazione simbolica della natura, il mistero delle corrispondenze, persero ogni valore. Furono smascherate come mistificazioni. L’immaginazione, l’analogia e le corrispondenze, prive di un correlato mondano, presero la strada dell’allegoria, che rappresentò la vittoria della coscienza demitizzata sulla coscienza mitica.

Anche il Romanticismo non sfuggì a tale schema: “i collegamenti romantici e post-romantici tra ordinamenti ed esplorazioni di corrispondenze non abbattono i ponti esistenti tra la fantasia soggettiva e il mondo oggettivo, ma restano fatalmente esiliati nell’interiorità soggettiva”. Con una cesura quasi manichea tra mondo e uomo, analogie e metafore mutarono in prodotti dell’immaginazione individuale, interiore, privi di un correlato esteriore. In fuga dal reale. Le corrispondenze, da allora, ebbero origine solo nel più profondo dell’anima, in un ritiro nel proprio essere.

Se la coscienza mitica in origine non conosceva alcuna separazione tra ambito divino, mondano e umano, in seguito vi furono i molti secoli, il cui retaggio ancora oggi domina, nei quali l’accento venne posto sull’interiorità del soggetto, e la verità dell’analogia fu esiliata nell’ambito chiuso, contemplativo, della poesia, con la relativa nascita del concetto dell’arte, surrogato e conseguenza di una frattura originaria: l’estinzione del mito. Era il rivolgimento dell’istinto dall’esterno all’interno. Una forma di contrasto della vitalità reale, impura, per sublimarla a un livello superiore, astratto, in un universo poetico chiuso, al riparo da quel che troviamo là fuori. Solo in quanto impulso poetico chiuso, interiore, si rivelò, da allora, il divino, l’assoluto, l’eterno, il non-mondano, l’infinito.

È un mutamento profondo dello schema mitologico dell’antichità.

Io e mondo furono separati, e il desiderio di esistere, da allora, fu una colpa, un peccato. Si scatenò così quel processo di interiorizzazione della sofferenza, della stessa colpa della nascita e del desiderio di esistere, che neutralizzava e riassorbiva la carne della volontà.

L’impulso creativo, da allora, privo di un correlato mondano, fu questa stessa trascendenza interiore del soggetto, irrelata, storica, profana, autonoma. In preda a un dualismo gnostico, quasi manicheo, immaginammo una trascendenza che mutò nell’oltremondano, nel contro-mondano. In un contro-principio che si stagliava di fronte al mondo esteriore. Da una parte, la psiche, le potenze mondane, la vita naturale, che nella redenzione gnostica bisognava lasciarsi alle spalle; dall’altra, il pneuma, l’idea di un Sé non-mondano, centro trascendente e acosmico dell’io, interiorità ultima e irrelata, che nella gnosi corrisponde al Dio oltremondano. Un’antica idea di libertà, che si propaga per osmosi attraverso i secoli, e che, nella modernità, unisce pensatori anche diversissimi tra loro. Valéry e Proust, per esempio, furono dei pneaumatici che si rifugeranno nell’extra-mondanità dell’arte, in un particolare surnaturalisme – il loro unico aldilà, e assoluto, a cui si aggrapperanno con tutte le loro forze, sarà infatti la parola, considerata quale trascendenza in sé, in cui riaffiora intatto l’antico sigillo: “In principio fu il Verbo”. Una agognata perfezione caratterizzata dall’indipendenza dalla natura e dalla mondanità.

Con delle qualificazioni che aprirono le porte a una gamma di strumenti per depotenziare il contesto reale dei fenomeni della natura, di fronte al soggetto che tentava di spogliarsi non solo della natura ma anche dell’impura soggettività mondana della sua umanità, l’essere umano fu evocato come apertura sul possibile più che sul reale, come potenza immaginale che reagiva al piatto realismo, alla “falsa realtà dell’esperienza”, per evadere nel sogno e imbarcarsi nell’irreale. Così da proiettare l’Uomo al di là delle proprie condizioni biologiche, per spezzare “il sistema chiuso dei bisogni fisiologici, in cui sono prigioniere le altre specie animali”, e fare di lui una creatura alata, superiore. Colui che non spiccava tale volo spirituale era considerato alla stregua di un ominide. E non ingannatevi! Anche la celebre distinzione di Valéry, tra “spirito” nell’accezione metafisica – sia essa di natura filosofica, religiosa o iniziatica, ch’egli ripudiava – e la sua nozione di “spirito”, a cui attribuisce un significato strettamente funzionale: “di potenza trasformatrice che si oppone ad una realtà data, per proiettarsi oltre, verso un possibile che ancora non è, ma che, tuttavia, è in grado di prefigurare, sognare e, soprattutto, di costruire”, è vana, poiché le due nozioni sono unite da un comune e letale scopo: sdegnare il reale.

Da allora, paradossalmente, sottrarsi, sprezzanti, alla ciclicità dei processi naturali diventa un merito, un progresso, e non il vile privilegiare una fuga dal reale, un temibile idealismo originario, un’umiliante astrazione intellettuale in seno a una wasteland… una terra desolata. Spirito, mente, pensiero sono tutti avatar che indicano una fuga da un disordine naturale – tutto ciò che è naturale, infatti, venne sempre stigmatizzato come disordine – per costruire un ordine artificiale. Un ordine per sé, a partire da un disordine per sé, in cui l’Animale, questo scioccante singolare generale, mutò nel nostro più intimo rimosso.

L’Occidente e l’Europa, di conseguenza, furono questa fabbrica di sapere intellettuale senza pari, poiché nati da un modello intellettuale incorruttibile, quello pagano, “in cui per la prima volta si è effettuato il passaggio decisivo dal linguaggio comune, per natura empirico e approssimativo, al ragionamento universale, astratto”. Grazie al quale l’Occidente valicò ogni confine geografico, riuscendo a imporre le proprie conquiste intellettuali nel mondo intero, al punto da diventare “la parte preziosa dell’universo terrestre, la perla della sfera, il cervello d’un vasto corpo, una prodigiosa macchina civilizzatrice”, afferma con orgoglio lo stesso Valéry. Al di fuori di tale astrazione: l’arcaico, il barbaro, il non illuminato. L’indotto.

È la cultura che, fin dagli albori, privilegerà il Tempo, il culto superstizioso per la Storia e l’Uomo, per ripudiare lo spazio. Ne farà una divinità, a danno della carne – l’Occidente, il teatro dell’immortalità nella conoscenza.

Tutto lo scibile umano è la grande arte di eludere la temibile esperienza terrena.

 

Emanuel Lukovskij

 

‘Ukraina- Stranieri amori alle soglie della guerra’ di Gabriele Lanci. L’Ucraina degli ultimi 10 anni

“Ukraina- Stranieri amori alle soglie della guerra”, edito dall’associazione culturale Il Foglio Letterario a fine agosto del 2022, è stato scritto da Gabriele Lanci. È un romanzo di narrativa contemporanea, le cui vicende narrative sono costruite facendo riferimento a eventi politici che hanno riguardato fatti politici e sociali dell’Ucraina negli ultimi dieci anni.

Il romanzo racconta inoltre un’altra tematica intrinsecamente legata alla storia narrativa, è relativa alla realtà delle agenzie matrimoniali ucraine per stranieri a cui si rivolgevano donne del luogo e uomini provenienti dall’Occidente opulento, spesso in età matura e con uno o due matrimoni falliti alle spalle, che speravano di incontrarvi una donna disposta a sposarli ed a seguirli nel loro paese.

L’autore Gabriele Lanci ha dichiarato: “Sotto il profilo della realizzazione estetica, ho impiegato sei anni per scrivere il libro, mi sono dedicato con estrema cura al linguaggio, mirando a conferire evidenza plastica, sensibile all’oggetto della mia narrazione.  Il testo è stato sottoposto ad una revisione capillare tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022”.

L’intreccio vede il protagonista, Luigi Perlini, combattuto nella scelta tra due donne. Sceglie Olya, la più giovane tra le due, una ragazza ventunenne affetta da alcuni anni dal morbo di cron. Con Olya il protagonista dà corso ad un progetto matrimoniale che naufraga mentre si svolgono gli eventi della Rivoluzione arancione nell’inverno del 2004 a Kiev che sono descritti nel primo capitolo.  Tuttavia, nonostante l’impegno assai sostenuto nel perseguire l’obiettivo di sposare la ragazza, il protagonista continua ad avere un’oscillazione sentimentale che si risolve in una relazione di amicizia con l’altra donna, la venticinquenne Irina, madre divorziata di una bambina di 5 anni e dirigente di un’agenzia dove lavora con molta assiduità all’organizzazione di viaggi di trasferimento verso i paesi occidentali per poveri emigranti del suo paese.  Il protagonista, sostenuto psicologicamente dall’amica Katya, proprietaria dell’agenzia matrimoniale che col tempo finisce per affezionarglisi, dopo due anni, ormai esausto, si risolve ad abbandonare la sterile relazione con Olya per legarsi responsabilmente ad Irina.

Il penultimo capitolo, ambientato ad Odessa agli inizi di Marzo del 2014, vede Luigi avere una vita familiare stabile al fianco di Irina e con la responsabilità della figliastra di 15 anni e del figlio di quasi 3 anni che la moglie gli ha dato alcuni anni dopo il matrimonio. Nel giorno in cui è ambientato il capitolo si descrivono gli eventi tragici verificatisi a Kiev attorno al 20 Febbraio, ancora assai recenti rispetto all’attualità della narrazione.  Inoltre, attraverso soprattutto l’episodio di un meeting sotto il palazzo dell’Oblast di Odessa dei filorussi, viene posta in rilievo la forte tensione ed il deciso contrasto tra le forze di Euromaidan, che avrebbero assunto stabilmente il governo del paese, e le forze filorusse in crescita nella città e nell’Est del paese che si stavano organizzando e già premevano per ottenere referendum volti a conquistare l’autonomia dal governo centrale ucraino per le proprie regioni.

L’ultimo capitolo riguarda una situazione conflittuale tra Luigi ed Irina, dovuto alla decisione della donna di iscriversi all’organizzazione filorussa dell’Odeskaja druscina, gli episodi relativi al 2 maggio 2014 culminati con la strage di Odessa e la decisione condivisa dai due coniugi di trasferirsi nel giorno successivo in Italia per evitare di farsi coinvolgere negli eventi drammatici che sono ancora in corso.

 

Sinossi

“Ukraina – stranieri amori alle soglie della guerra” è un romanzo che si riferisce a personaggi e ad eventi reali, di cui l’autore ha fatto esperienza e su cui si è scrupolosamente documentato, relativi all’epoca che intercorre tra la Rivoluzione arancione del 2004 e i fatti che hanno interessato il paese fino agli inizi della guerra nel Donbass e la Strage di Odessa del 2 Maggio 2014. L’intreccio è basato su una contrastata vicenda erotica che ha a protagonisti Luigi Perlini, un albergatore riminese che si avventura in terra ucraina alla ricerca di una compagna, e due giovani donne che egli conosce in un’agenzia matrimoniale di Odessa tramite la titolare sua cara amica.

 

Biografia dell’autore

Gabriele Lanci è nato nel 1958 a Sant’Apollinare, un paesino agricolo nel Comune di San Vito Chietino, nell’ Abruzzo adriatico. Ha conseguito la maturità al Liceo Classico    V. Emanuele II di Lanciano. Si è laureato in Lettere alla Facoltà G. D’Annunzio di Chieti con una tesi su Guido Morselli (relatori Giacinto Spagnoletti ed Umberto Russo). Dal 1982 inizia ad esercitare la sua professione di insegnante di lettere alle scuole superiori in Piemonte risiedendo in varie località (Domodossola, Novara, Omegna, Torino).

Nel 1989 si trasferisce a Riccione, dove prende la cittadinanza nel 1994, e dove insegna al Liceo artistico Fellini e successivamente al Liceo Giulio Cesare di Rimini. Nel 2007 contrae matrimonio ad Odessa con Ludmilla, cittadina ucraina di origine russa, da cui nell’anno successivo ha l’unico figlio Mario. Nel 2008 si trasferisce con la famiglia a Lanciano, in Abruzzo, dove continua l’attività di insegnamento all’Istituto Fermi – De Titta. Nella città frentana è stato socio e poi presidente dell’associazione culturale Rus – Abruzzo, a cui sono state iscritte persone provenienti da paesi dell’ex Unione Sovietica insieme a cui ha promosso varie manifestazioni tese alla diffusione della cultura russa cui sono intervenute autorevoli personalità del mondo dell’università e del lavoro.  Ha pubblicato nel 2009 il libro di narrativa Internet Stories per l’Editrice Maremmi di Firenze e saggi e recensioni accurate di libri per riviste letterarie e culturali di vari editori. Ha curato inoltre l’introduzione a due libri di poesie (Tracce di Roberto Mancini e Malessere sommerso di Mario Micozzi).

‘Mezzogiorno moderno’. Il saggio necessario di Aurelio Musi

La battaglia politico-culturale contro ogni tentativo di introdurre in Italia un federalismo ‘squilibrato’ – al di fuori cioè di un rigoroso quadro normativo nazionale che disciplini con chiarezza le ulteriori e specifiche competenze da trasferire alle Regioni conferendo ad esse le risorse con cui gestirle e senza un fondo perequativo in favore del Mezzogiorno – sta cercando di impedire una frattura fra un Nord più sviluppato che vorrebbe trattenere il suo surplus fiscale e un Sud con una ricchezza prodotta inferiore che verrebbe a perdere gran parte dei trasferimenti di risorse perequative provenienti dalle Regioni settentrionali.

Tale battaglia è al centro del dibattito politico-culturale da molto tempo, anche se ultimamente si è affievolito o lo so affronta in modo superficiale e pregiudiziale. Il Sud che produce, compete, esporta, innova e non vuole confondersi con il vecchio Sud accattone e parassita: è il Mezzogiorno moderno pertanto che vuole allearsi sempre di più con il Nord più avanzato per competere insieme nel mondo, di cui parla Aurelio Musi nel saggio Mezzogiorno moderno. Dai Viceregni spagnoli alla fine delle Due Sicilie (Salerno editrice), il quale offre a lettore una sintetica ma rigorosa ricostruzione e un’interpretazione complessiva delle vicende del Mezzogiorno dal periodo spagnolo fino all’unificazione politica dell’Italia. La piena integrazione nella storia italiana ed europea e, al tempo stesso, l’originalità di una via napoletana, di una via siciliana e di una via sarda allo Stato e alla società moderni costituiscono il filo rosso del racconto che risulta fresco e mai pesante.

Per la prima con questo saggio viene presentata una storia del Mezzogiorno italiano moderno comprensivo della Sicilia e della Sardegna che, pur con i loro caratteri specifici, ne hanno fatto e ne fanno parte integrante: una storia ricchissima storia ricca compresa fra l’eredità medievale,– il catalano-aragonese, lo spagnolo, l’asburgico, il napoleonico, il borbonico, il sabaudo, – la fine del Regno delle Due Sicilie, l’ingresso nell’Italia unita.

Aurelio Musi distingue tre strade verso la modernità all’interno della storia del Mezzogiorno: una via napoletana, una via siciliana, una via sarda. Si tratta di tre vie che non contraddicono la relativa unità di caratteri del Mezzogiorno d’Italia come comunità economica, sociale, politica e culturale, differente rispetto alle altre due aree del paese, quella centrale e settentrionale. La relazione fra caratteri napoletani, sardi e siciliani, ha profondamente segnato la modernità dell’Italia centro-settentrionale.

L’autore ha giustamente osservato che in tutti e tre i regni meridionali appartenenti alla Spagna la Corona è stata il soggetto politico protagonista del passaggio alla modernità, in quanto dato vita allo Stato, la forma di organizzazione politica più moderna; la disciplina, cioè il rapporto fra capacità di comando di chi governa e disponibilità all’obbedienza, alla fedeltà da parte dei sudditi, grazie all’adozione di strumenti di equilibrio fra dominio e consenso; ha favorito un processo di riassetto dei ceti sociali; ha stimolato lo sviluppo di forme di contrattazione tra le istituzioni monarchiche e i ceti a vario titolo rappresentati. Tali processi erano comuni ai tre Regni.

Tutte e tre le parti del Mezzogiorno hanno poi sviluppato, nel corso dei secoli e con le proprie peculiarità, un ruolo di primaria importanza nel Mediterraneo, contribuendo, come ha rilevato Musi, a fornire un’indicazione non solo storica, ma anche di prospettiva geoeconomica e geopolitica. Se infatti inquadrate nell’ottica presentata da Musi, le vicende del Regno di Napoli, di Sicilia e di Sardegna dal tardo Medioevo alla prima metà dell’Ottocento, appaiono meno un’anomalia nella storia italiana e più un modo particolare di vivere un’esperienza storica su scala europea, impossibile ad essere vissuta sul piano dell’autonomia e dell’indipendenza.

Nell’Italia meridionale sono presenti tantissimi gruppi industriali settentrionali ed esteri che collaborano con cluster diffusi di aziende locali: insieme, costituiscono punte di eccellenza della competitività italiana nel mondo: è questo allora il Sud che è necessario anche al Nord, assicurandogli mercato, materie prime e beni intermedi. Questa unità nella modernità allora bisogna difenderla e proteggerla da dibattiti fuorvianti e faziosi, semmai arricchirli, partendo proprio dallo studio del saggio di Aurelio Musi.

 

Lo scrittore Anthony Horowitz contro le (noiose) accuse di sessismo su James Bond

Anthony Horowitz ha dichiarato di essere “felice di difendere Bond” e che il personaggio immaginario è “un uomo degli anni ’50 e ’60” che vive secondo un “codice morale diverso da quello attuale”.

Lo scrittore britannico Horowitz, 67 anni, creatore della spia adolescente Alex Rider, ha scritto tre romanzi su James Bond, l’ultimo dei quali è stato pubblicato nel maggio di quest’anno.

Ma l’autore, che è stato nominato CBE nella lista degli onorificenze per il nuovo anno 2021, dove è stato riconosciuto per i servizi resi alla letteratura, ha detto che l’ultimo titolo, With A Mind To Kill, sarà il suo ultimo per il franchise.

Quando scrivo i libri sento sempre Sean Connery e vedo Daniel Craig. Sono perfettamente felice di difendere Bond. È un uomo degli anni ’50 e ’60, quindi vive secondo un codice morale diverso da quello attuale.

Rifiuto l’idea che sia maschilista, sessista o misogino

“Penso che nei libri tratti molto bene le donne e che abbia un grande rispetto per loro, ma ammetto che ha alcuni atteggiamenti che oggi non celebreremmo nel XXI secolo, ma questo perché i libri sono stati scritti nel XX secolo. Erano altri tempi”, ha affermato lo scrittore

James Bond fa parte della storia del cinema britannico, con 26 film che abbracciano gli ultimi 56 anni, ma alcuni spettatori che guardano le prime uscite di 007 per la prima volta hanno avuto da ridire sui contenuti “inappropriati” dei film.

Alcuni spettatori troppo giovani per vedere in azione al cinema Bond del passato come Roger Moore, Sean Connery, Timothy Dalton e persino Pierce Brosnan hanno espresso il loro shock per i contenuti “sessisti” e “razzisti” dei film in un contesto moderno.

I vecchi film di Bond possono aver superato la prova del tempo agli occhi dei veri devoti dell’eroe di Ian Fleming, ma coloro che si avvicinano al franchise con occhi nuovi dicono che le azioni sessualmente aggressive della spia sono inaccettabili.

In particolare, il James Bond di Sean Connery – l’attore scozzese ha interpretato il ruolo principale in sette film di Bond tra il 1962 e il 1983 – è stato descritto dagli spettatori moderni come un “picchiatore sessista”, un “bastardo” e uno “stupratore”. James Bond, tra l’altro, è molto popolare anche nello slot di scommesse.netbet.it, provare per credere.

L’attore Craig, 54 anni, ha interpretato per l’ultima volta l’agente dei servizi segreti britannici in Non c’è tempo per morire, l’anno scorso, e il suo successore non è ancora stato nominato.

Horowitz è stato incaricato dalla proprietà del creatore di 007 Ian Fleming di produrre una serie di romanzi di James Bond

Il suo primo libro, Trigger Mortis, è stato pubblicato nel 2015 e dopo il suo successo gli è stato chiesto di produrne un altro, un prequel di Casino Royal intitolato Forever And A Day nel 2018, seguito dalla pubblicazione di With A Mind To Kill nel maggio di quest’anno.

Ora ho finito con Bond. Ne ho fatti tre: Trigger Mortis, che è stato a metà carriera; Forever And A Day è stato l’inizio della carriera e il nuovo, With A Mind To Kill, è la fine della carriera, quindi ritengo che sia una bella trilogia conclusa”, ha dichiarato.

L’autore è noto anche per la sua narrativa per giovani adulti e ha scritto per il cinema, la televisione e il palcoscenico nel corso di una carriera pluridecennale.

Una delle sue opere di maggior successo è la serie di 12 romanzi di Alex Rider, con l’omonimo adolescente che viene involontariamente trascinato nel mondo dello spionaggio internazionale.

Il primo romanzo della serie, Stormbreaker, è stato adattato in un film nel 2006, con Alex Pettyfer, e uno speciale di Amazon Prime Video è andato in onda nel 2020.

Attualmente lo scrittore sta promuovendo il suo 56° libro

The Twist Of A Knife (pubblicato da Century), un mistero a porte chiuse e quarto della serie Hawthorne e Horowitz, in cui Horowitz appare nei panni di se stesso, accusato di aver ucciso un critico teatrale che aveva recensito male la sua nuova opera, Mindgames (che in realtà era un’opera scritta da lui).

La sua vasta lista di crediti include anche l’incarico da parte dell’eredità di Conan Doyle di scrivere due romanzi di Sherlock Holmes, The House Of Silk e Sequel Moriarty, pubblicati rispettivamente nel 2011 e nel 2014.

È anche responsabile della creazione e della scrittura di diverse serie televisive britanniche famose, tra cui Foyle’s War e Midsomer Murders. Horowitz è rincuorato dal fatto che i libri che ha scritto 35 anni fa siano ancora in stampa, e ritiene che se ci fossero stati contenuti offensivi in essi, qualcuno glielo avrebbe detto.

Horowitz ha inoltre dichiarato: “Ci sono pochissime cose di cui mi pento – forse cose strane come prendere in giro i vegetariani, cosa che ho fatto circa 30 anni fa. Ora mangio a malapena carne. Gli atteggiamenti cambiano, ma poiché mi sono sempre concentrato sull’intrattenimento delle persone piuttosto che sul tentativo di turbarle, non c’è nulla di cui mi penta nei miei libri”.

Il politicamente corretto è sempre più noioso.

 

Fonte https://www.dailymail.co.uk/news/article-11138101/Anthony-Horowitz-denies-007-sexist-insists-simply-man-50s-60s.html

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