Il padre del green pass? L’imperatore Decio!

Di chi parlava il grande ideologo Gramsci? Chi intendeva quando scrisse che l’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari? Quali alunni aveva in mente? Noi, forse? Probabile. Quelli che si fecero traghettare dall’altra sponda del Lete, irretiti dallo skyline della Metropolis del Capitale.Smemorati che non sanno più granché dei valori che il sangue aveva infuso nell’anima.

Quelli delle partite online a PES e delle tredici sfumature di Iphone, dei matrimoni senza promessa e dei gel ritardanti, dei fantasmini salvapiedi e delle creme antiage. Noi e non altri, quelli che facevano sega alle lezioni che la Magistra vitae dava a titolo gratuito, confidando nel Lucignolo di turno, pupazzi di Collodi.

“Lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, figurati che le vacanze d’autunno cominciano col primo gennaio e finiscono con l’ultimo di dicembre”.

E la Storia, guardandoci, non può che far spallucce. Quinto Decio fu un orco affamato. Al suo estro devono essersi ispirati il Drago e la claque dei dragoncelli, quando pescavano dal cilindro la perla nera, altroché verde, del gran pass. Execrabile animal, (bestia esecrabile), per Lattanzio. Restitutor sacrorum (restauratore delle cose sacre) per gli adulatori. È così che riporta l’epigrafe funeraria di Decio, dissotterrata nel ’52. Poiché – consolazione imperitura – qualsiasi onnipotenza umana, alfine, porta la sua deadline.

Essendo Decio il trentaseiesimo, in ordine di successione imperiale, e poi non così tonto come l’espressione sul suo busto farebbe ipotizzare, aveva tutti gli elementi per comprendere un fatto. E cioè che più questi cristiani li si attaccava platealmente, con ogni accorgimento scenico del caso – le damnationes ad bestias o le esecuzioni in serie sulle vie consolari – più gli si faceva un favore. Di contro, l’autorità imperiale ne usciva con un colpo per l’immagine. Le opposte prospettive di un Tertulliano e un Tacito, menti sopraffine, una cristiana, l’altra pagana, colgono all’unisono il nocciolo della situazione. Il sangue [dei martiri] è il seme dei cristiani, fa il primo. Mentre il secondo precisa come

“benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, dato che venivano uccisi non per il bene comune, quanto per la ferocia di un singolo uomo”.

Così Decio, ponderati i suggerimenti, raccolse attorno ai triclini la sua corte di tirapiedi e leccaculo ad ampio range politico, e con quello sguardo a mezz’asta più del rettile che non del romano, propose l’idea d’un libellus. Un che? – dovettero chiedergli col rispetto dovuto all’autorità di un sovrano.

Libellus, documento da rilasciare a ogni singolo civis romanus, onde certificarne la fedeltà allo Stato – spiegò lui. E per attenersi alla forma, nonostante il potere assoluto del quale disponeva, la cosa fu varata a mezzo di un editto. Correva l’anno 250 dopo Cristo, ma, come in un wormhole, quel lembo del tempo s’è connesso con il nostro.

Nel Ddl dei cari antenati si ordinava ai cittadini dell’Impero di presentarsi davanti a una commissione per officiare un sacrificio propiziatorio, in gergo supplicatio. Il rifiuto a presentarsi, nei giorni delle udienze della commissione, siglava un’ammissione di colpa da pagare dapprima col carcere e la tortura. Poi, se renitenti, con la pena di morte. Gesto di buona volontà con cui onorare gli dèi, sia quelli da sempre ritenuti celesti, sia quelli che i loro meriti abbiano posti in cielo, Ercole, Libero, Esculapio, Castoro, Polluce, Quirino – come riporta Cicerone nel “De legibus”.

Bastava che ti mettessi in fila per un hub sacrificale, offrissi incenso all’Imperatore, arrostissi un piccione o un coniglio sul braciere sacro, ne mandassi giù un boccone ed il pass ti veniva rilasciato. Lapsus, il libellus.

“Io, sempre, senza interruzione sacrificai agli dei e adesso alla vostra presenza, in conformità con quanto prescrive l’editto, ho fatto un sacrificio della carne della vittima sacrificata”.

Così riportava la pergamena che ti saresti messo in tasca. Così, con il libellus, avevi accesso alle terme, al teatro, allo stadio, alla popina. E perfino al lavoro. A proposito di lapsus, erano propriamente detti lapsi (dal verbo labi, scivolare) quanti fra i cristiani cedevano al ricatto e, per sopravvivenza civile, onoravano gli dèi pagani. Cosa che si sarebbe riproposta nel Giappone del secolo XVII, coi kirishitan dagli occhi a mandorla costretti a calpestare le loro immagini del Messia, della Vergine, dei Santi, per giuramento al divino Imperatore.

 

Alessandro Busa

Convegno ‘Sclerosi Multipla’. Una giornata dedicata all’informazione sulla sclerosi multipla il 13 novembre a Casoria

Casoria, 13/11/21– Il Convegno “Sclerosi Multipla a 360°” sarà aperto a tutta la cittadinanza ed è un importante appuntamento di informazione e confronto interamente dedicato a conoscere la sclerosi multipla, malattia tra le più gravi del sistema nervoso centrale, che colpisce soprattutto i giovani e le donne.

Per rispettare la normativa Covid-19 l’accesso ai locali sarà possibile solo con Green Pass e sarà necessaria l’iscrizione all’evento entro il giorno 10/11/21.
Per iscriversi basterà mandare una mail ad Infonapoli@aism.it oppure chiamare il numero 081 592 2936.

Cronica, imprevedibile, spesso invalidante, colpisce una persona ogni 3 ore e viene diagnosticata per lo più tra i 20 e i 40 anni, nel periodo della vita più ricco di progetti per il futuro, anche se esistono casi in età successiva e casi di SM pediatrica, più raramente in bambini sotto i 10 anni. Le cause della sclerosi multipla sono ancora sconosciute, probabilmente legate a una combinazione tra predisposizione genetica e fattori ambientali. Ad oggi non esiste una cura definitiva per questa malattia.

AISM stima che in Italia vi dovrebbero essere circa 130.000 persone con SM, 12.000 nella nostra regione e 6000 nella sola provincia di Napoli. Per l’incidenza si stima che ogni anno in Italia vi siano oltre 3.600 nuovi casi.

Il convegno è organizzato dalla Sezione AISM di Napoli in collaborazione con:
I e II Clinica Neurologica Luigi Vanvitelli rispettivamente con il Prof. Gallo ed il Prof. Luss, il Centro SM dell’ospedale Cardarelli con la Dott.ssa Maniscalco, la dott.ssa Lanzillo del Centro SM della Federico II, il Dr. Sinisi del centro SM San Paolo (ASL NA 1) e con il Dr. Ronga del centro clinico CTO.

Parteciperà anche il presidente nazionale AISM, Francesco Vacca, il presidente della conferenza delle persone con SM e responsabile sezione AISM di Napoli Gianluca Pedicini ed il direttore della I clinica Neurologica A.O.U “L.Vanvitelli” e past president della SIN (Società Italiana di Neurologia).
L’evento informativo si svolgerà a Casoria presso la Struttura Competence Center di Via Gran Sasso 21, (incrocio con Viale degli Appennini), dalle ore 9.30 alle ore 13.

I temi trattati riguarderanno gli aspetti  riabilitativi nella SM, la maternità, la SM Pediatrica, la diagnostica, la sicurezza ed efficacia dei vaccini in soggetti colpiti da SM e parleremo del pronto soccorso dedicato alla SM situato nel CTO.

Nella nostra città una  SEZIONE AISM sempre aperta:

La sede della Sezione AISM di Napoli è situata in Via Farnese 54 Napoli (zona Colli Aminei) garantisce molti servizi alle persone con sclerosi multipla del territorio. Tra questi: segreteria sociale, aiuto domiciliare, attività ricreative e di socializzazione, assistenza ospedaliera, servizi di supporto alla mobilità con automezzi attrezzati, supporto psicologico, supporto alla gestione di pratiche relative alla SM ed all’accertamento INPS. Per contattare la sezione è possibile chiamare il numero 081 592 2936 o scrivere ad aismnapoli@aism.it

 

Per informazioni rivolgersi a:
Sezione AISM di Napoli:

Infonapoli@aism.it

 

La ludicità provocatoria di Luca Ricolfi e il delirio ipocrita di Michela Murgia

«In Italia, che io ricordi, solo Natalia Ginzburg ebbe il coraggio e la lucidità di notare, fin dai primi anni ’80, l’ipocrisia e la natura anti-popolare di questa svolta linguistica, che non solo preferiva cambiare il linguaggio piuttosto che la realtà, ma creava una frattura fra linguaggio pubblico e linguaggio privato, fra l’élite dei virtuosi utenti della neo-lingua e i barbari che continuavano a chiamare le cose come si era fatto per secoli e secoli senza che nessuno si offendesse». Questa è una delle considerazioni di carattere storico contenute nel primo editoriale che il sociologo Luca Ricolfi, fresco collaboratore del quotidiano “la Repubblica”, ha piazzato come una mina sotto i temi controversi della correttezza politica, delle lotte per i diritti di genere e delle minoranze, e di altre questioni che da sempre sono care alla tradizione del giornale romano.

Il subbuglio suscitato nelle aree intellettuali “sinistrorse”, a cominciare da quella interna, è stato notevole: fra le reazioni acide e scomposte all’editoriale si segnalano lo sprezzo velenoso di Gad Lerner (lo immaginiamo mentre agita i pugni, rischiando di perdere il Rolex) e il tweet da antologia di Michela Murgia, mentre l’articolo in risposta su Repubblica della “consociata” Chiara Valerio – tanto precipitoso quanto fumoso e inutile – ha cercato di razionalizzare la questione, mostrando il volto rassicurante di quella repressione di stampo neo-femminista che da qualche tempo si sta cercando di attuare.

Molto si è detto e ironizzato in questi giorni sul “piccolo terremoto” provocato da questo esordio, per cui preferiamo sorvolare sulle considerazioni spicce e analizzare la questione in modo più mirato, focalizzando le devianze che sono emerse. Così inizia l’editoriale di Luca Ricolfi:

«Quando, esattamente, sia nato il “politicamente corretto” nessuno lo sa. Sul dove, invece, siamo abbastanza sicuri della risposta: negli Stati Uniti. La sinistra americana, un tempo concentrata – come la nostra – sulla questione sociale, ossia sulle condizioni di lavoro e di vita dei ceti subalterni, a un certo punto, collocato tra le fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, ha cominciato a occuparsi sempre più di altre faccende, come i diritti civili, la tutela delle minoranze, l’uso appropriato del linguaggio. Lo specifico del politicamente corretto delle origini era proprio questo: riformare il linguaggio».

Da qui si è creato «un fossato fra la sensibilità dei ceti istruiti, urbanizzati, e tendenzialmente benestanti, e la massa dei comuni cittadini, impegnati con problemi più terra terra, tipo trovare un lavoro e sbarcare il lunario. Fu così che venne bandita la parola “negro” (sostituita con nero), e per decine di altre parole relativamente innocenti (come spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio), vennero creati doppioni più o meno ridicoli, ipocriti o semplicemente astrusi: operatore ecologico, collaboratore scolastico, diversamente abile, collaboratrice familiare». Col tempo, in evoluzioni successive, «il politicamente corretto si è trasformato in qualcosa di radicalmente diverso, e assai più pericoloso per la convivenza democratica». Di fatto ha subìto mutazioni progressive: Ricolfi ne individua cinque, che sintetizziamo.

La prima mutazione: l’arrivo di internet e la creazione dello spazio pubblico dei social, «dove imperversano volgarità e offese alla grammatica, (…) perfetto brodo di coltura delle suscettibilità individuali». La seconda: «l’espansione della dottrina del “misgendering”», ovvero «chiamare qualcuno con un genere che non gli va, ad esempio maschile se è o si sente una donna (o viceversa); o plurale maschile (cari colleghi) se ci si riferisce a un collettivo misto».

La terza mutazione porta alla cosiddetta cancel culture, di cui molto si sta parlando e che è superfluo spiegare. La quarta mutazione cambia marcia, e spinge alla «discriminazione nei confronti dei non allineati. Professori, scrittori, attori, dipendenti di aziende, comuni cittadini perdono il lavoro, o vengono sospesi, o vengono sanzionati, non perché abbiano commesso scorrettezze nell’esercizio della loro professione, ma perché in altri contesti, o in passato, hanno espresso idee non conformi al pensiero dell’élite dominante». E infine si arriva alla quinta mutazione: la cosiddetta identity politics:

«Un complesso di teorie, filosofie, rivendicazioni, secondo cui quel che conta veramente non è che persona sei ma a quale minoranza oppressa appartieni. Da qui derivano le idee più strampalate, ad esempio che per tradurre un romanzo di una autrice nera tu debba essere nera (è successo). Che per parlare di donne tu debba essere donna; per parlare di omosessualità essere omosessuale; per parlare dell’Islam essere islamico; per parlare dell’Africa essere africano. Se osi parlare di qualcosa senza essere la cosa stessa sei accusato di “appropriazione culturale”».

Ecco, fin qui possiamo dire che la ricostruzione di Ricolfi (che invitiamo a leggere integralmente) appare ineccepibile, salvo precisazioni o disaccordi di metodo, tutti da valutare. Sta di fatto che l’assalto più brutale al sociologo è arrivato subito da Michela Murgia, che con la solita aggressività tronfia e maleducata – tutta funzionale a ottenere risonanza sui media – ha sentenziato via twitter:

«Leggo Ricolfi e non posso fare a meno di pensare che il clitoride ha 8000 terminazioni nervose, ma ancora non è sensibile quanto un editorialista italiano maschio bianco eterosessuale quando sente minacciato il suo privilegio».

Un vero attacco da bulla della rete, fedele ai suoi metodi, che stavolta si è risolto – purtroppo per lei – in una doppia zappata sui piedi. La prima: tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il sostantivo clitoride è femminile: la clitoride. È vero che, specialmente nell’ultimo secolo, nell’uso è andata prevalendo la declinazione al maschile, ma questo non significa che il termine sia diventato maschile: esso è rimasto e rimarrà femminile. Quindi, paradossalmente, la leader più ingombrante della lotta contro i dannati maschi-italiani-bianchi-eterosessuali, l’agitatrice che di questa lotta fa bandiera trasformandola in fonte di guadagno e di prestigio e strumento di prevaricazione, colei che pretende di neutralizzare i termini maschili con l’imposizione di una neo-lingua senza senso che favorisca la sfera femminile e transgender, ecco, questa persona cosa fa? Salita sul pulpito per colpire l’avversario, prende una parola femminile, che pertiene alla sessualità femminile, e la volge al maschile in maniera plateale, senza fare una piega. Uno svarione inaccettabile, che a qualunque attivista oltranzista costerebbe l’ignominia con messa in punizione, mentre a Michela Murgia fa un baffo, ovviamente, perché “il capo” non si può mettere in discussione.

La seconda zappata: se Luca Ricolfi ha una sensibilità superiore a quella della gloriosa clitoride, allora quanto può misurare la sensibilità di una “Maschia Italiana Bianca Eterosessuale” (il perché lo scopriamo dopo) come Michela Murgia? Di una leader che istruisce tribunali speciali nelle radio, che gode di ospitate televisive continue, che ha imperversato nella tv di Stato facendo addirittura stroncature letterarie, facoltà mai concessa ad alcuno e che mai verrà concessa perché è una materia ritenuta tabù; che lavora per il Gruppo Gedi (ovvero Fiat) con un ruolo primario, che gode del privilegio di avere i propri libri promossi in modo permanente dai giornali dello stesso Gruppo che le dà lo stipendio, e beneficia di una visibilità totale, assoluta e indiscutibile? In pratica, quanto può essere sensibile la scrittrice italiana più privilegiata di tutti i tempi se vede minacciata la sua montagna di privilegi che non ha eguali? Quante clitoridi bisognerebbe mettere insieme per misurarlo?

In coda, vogliamo concludere con una considerazione che il professor Simone Pollo dell’Università di Roma La Sapienza, ha espresso recentemente nel suo spazio social:

«Quando si esamina il dibattito su questioni come l’intersezionalità, lo schwa, la cancel culture ecc. (ma è solo un esempio e la nota vale per qualsiasi tema “caldo” nel dibattito pubblico) non bisogna mai dimenticare un fatto. Il fatto è che in quel dibattito, oltre alle grandi questioni di principio, si giocano sottotraccia anche carriere accademiche e/o politiche, visibilità nel sistema culturale, contratti per scrivere libri, collaborazioni con quotidiani, inviti a festival ed eventi culturali vari, interviste nei vari mezzi di informazione eccetera».

 

Paolo Ferrucci

Il bersaglio del momento: lo storico Alessandro Barbero

Alessandro Barbero è genericamente antipatico. Divulgatore, ha il tono del grillo parlante, del giullare di corte: sorride, pieno di sé, fiero del successo popolare. Incomprensibile. Affari suoi: basta cambiare canale. Nell’era dei vili, questa, invece, siamo in attesa che l’uomo di successo cada. Le mani che un attimo prima, becere, hanno applaudito, per mero riflesso, sono le stesse che inaugurano la lapidazione.

La frase pronunciata da Alessandro Barbero, per la cronaca, è questa:

“Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendano a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda”.

La domanda posta da Barbero è tradotta in affermazione: il titolo con cui l’intervista realizzata da Silvia Francia è stata pubblicata su “La Stampa” suona così: Le donne secondo Barbero “Insicure e poco spavalde così hanno meno successo”. Eppure, Barbero non ha detto proprio così. L’intervista è nata intorno a un pretesto, un ciclo di lezioni del prof Barbero sulle “Donne nella storia”, presso il grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino: si parte da Caterina la Grande, si chiude con Nilde Iotti. Del resto, l’intervista è piuttosto modesta, soprattutto per le domande poste.

Sul punto espresso da Barbero – banale, per altro – ciascuno può pensarla come vuole: dargli ragioni, stare nel suo interrogativo o fottersene, credendo che quell’uscita sia una cretinata come un’altra. D’altronde, il prof – di norma carino, coccoloso, di sinistra (a Torino ha votato per Angelo d’Orsi, “autentica candidatura della sinistra”) – non è un legislatore, non è neanche un politico, non rappresenta altro che la propria opinione. Invece. Intorno alle opinioni – in forma interrogativa – di Barbero è montato un ‘caso’, di varia casistica, fomentato da femministe salottiere e mercanti del perbenismo.

Già, perché questo è il tempo in cui un po’ tutti gli intellettuali d’antan pigliano posizione – a novanta – contro la cancel culture, che coraggio, per promuovere però, dal seggio dei giornali di vaglia, il conformismo più allucinato. Così, per dire, Massimo Gramellini, ha fatto l’acido simpatico: “Non pensa, Barbero, che il titolare di una cattedra universitaria farebbe meglio a non frequentare il Bar Sport della battuta a tema libero…?”. Prima pagina del “Corriere della Sera”.

“La Stampa”, va da sé, non avendo evidentemente altro da dire ai suoi lettori, intorno alla frase di Barbero – pronunciata nell’ambito di un’intervista occasionale, non certificata in saggio né saggiata da uno studio o tradotta in legge – ha impalcato una specie di imbarazzante ‘inchiesta’ giornalistica, invitando alla lapidazione pubblica del prof un florilegio di firme, sussiegose, sottomesse al regno dell’egolatria. Secondo Dacia Maraini, per dire, a causa della frase di Barbero Rischiamo il razzismo di genere e di dimenticare secoli di oppressione.

Questo è il titolo del suo commento, che rischia, piuttosto, di offendere la nostra intelligenza, dimenticando secoli di logos, quando attacca con la solita pippa che “esiste una cultura dominante che ha sempre escluso le donne dai luoghi delle decisioni importanti, colpevolizzandole e denigrandole”.

Se Barbero dice delle cose odiose, non fatela troppo lunga: leggete altro. Un personaggio pubblico non esiste per pettinare le opinioni del pubblico pagante, non esita, piuttosto, a sconcertarle, a sconvolgerle, per essere un segno di contraddizione e di scandalo.

Le questioni dominanti, qui, sono due.

Primo. Non abbiamo più nulla da dirci. La notizia giornalistica si è ridotta a chiacchiera, ogni pretesto è buono per far chiasso, facciamo teologia su un’unghia rotta, impalchiamo inchieste intorno a una minchiata. Il senso delle altezze è del tutto scomparso, mirare alto dà vertigine: l’aristocrazia dei fatti – cosa conta e cosa no –, la potenzialità degli effetti, la curiosità di sfondare l’ignoto al posto di fecondare sempre e soltanto le solite quattro idee rifritte, rifatte. Basta vagabondare nella Rete, basta uscire di casa, passeggiare, sentire, il sentore della meraviglia è ovunque.

Secondo. Siamo circondati dagli avvoltoi del rancore. Incapaci di vedere la gloria, aneliamo, con ansia da sanguisughe, alla caduta, al macello. Siamo tutti piccoli cecchini che mirano all’errore altrui, al minimo inciampo, al microscopico difetto. Miseri giudici, ci attacchiamo alle miserie degli altri, le succhiamo, avidi, smistiamo giudizi, calcoliamo le frattaglie di un cadavere, comminiamo condanne, siamo concupiti dalla colpa, ci masturbiamo al cospetto del fallimento altrui.

Sfigati calvinisti, dimentichi che ogni ascesa è possibile come esito di molteplici cadute, che la gloria passa per l’assassinio delle opinioni condivise, è la conquista dell’autoritarismo dell’autorevolezza, spacchiamo il capello in quattro al posto di praticare lo scalpo, lanciamo anatemi sulle sciocchezze, confondiamo l’indimenticabile con il dimenticato. Che civiltà satura di avventatezza, insipida, quella che si fa grande sulle infermità del prossimo, invidiosa, grigia per eccesso di ricchezza, che non sa discernere il genio dall’infimo.

E poi, terzo, diciamocelo, c’è chi occupa indegnamente le prime pagine dei giornali che contano – che, effettivamente, non contano più nulla da tempo. Sul “Corriere della Sera”, per dire, giganteggiano i nani, i Gramellini, i D’Avenia – che al confronto di Gramellini è un Tommaso d’Aquino.

Gente lì per bonificare le tenebre, per placare le masse, a propalare rubriche che fungono da lassativo, per lassisti dell’intelletto, la candida cretinata come lasciapassare per la carriera. Il solito Pier Paolo Pasolini, ormai amuleto dei conformisti, su quello stesso giornale, qualche decennio fa, scriveva che

“I giovani italiani nel loro insieme costituiscono una piaga sociale forse ormai insanabile: sono o infelici o criminali (o criminaloidi) o estremistici o conformisti… I miei colleghi intellettuali si dichiarano quasi tutti convinti che l’Italia, in qualche modo, sia migliorata. In realtà, l’Italia è un luogo orribile”.

L’intellettuale è lì a dire l’orrore e l’orribile, non a titillare il rancore, a sostenere le ipocrisie rasoterra, vili. Il resto – le frasette estorte da Barbero, l’estorsione delle idiozie di chi si professa tutore delle diversità di massa – sono tutte cazzate.

 

L’intellettuale dissidente

Elogio dei Giochi Paralimpici, uno schiaffo all’edonismo e al narcisismo

L’estate è ai titoli di coda, e con essa tanti avvenimenti, più o meno curiosi, più o meno importanti in ogni campo sociale, economico, politico, scientifico, culturale e finanche sportivo. A seguito del campionato di calcio europeo che ha visto trionfare l’Italia dopo un digiuno di 53 anni e la splendida olimpiade di Tokyo 2020 – record di medaglie, con, tra gli altri, Tamberi, Jacobs e la staffetta 4×100 che hanno inciso a fuoco per sempre il nome del Belpaese nella storia – questi ultimi giorni e settimane ci hanno portato in dote i Giochi Paralimpici, che si svolgono tradizionalmente sempre dopo la fine dei Giochi Olimpici “tradizionali”.

Felice intuizione dei tempi recenti – a onor del vero una delle poche – i Giochi Paralimpici rappresentano l’equivalente dei Giochi Olimpici per atleti con disabilità fisiche e motorie. Nel 1960 sono nati quelli estivi, mentre nel 1976 si registra la prima edizione di quelli invernali, nel rispetto delle molteplicità degli sport e delle discipline riconosciute.

Sessanta anni fa, quindi, si è promossa la brillante e per certi versi rivoluzionaria idea di attribuire finalmente allo sport in generale quel carattere di universalità e inclusività da tutti sulla carta riconosciuto rispondendo a un tale semplice quesito: per quale motivo anche chi viene definito diversamente abile non può misurarsi in gare, Giochi e competizioni?

Questa domanda ha mosso fin da subito personalità e comitati organizzatori che hanno contribuito in modo decisivo alla nascita delle Paralimpiadi così come le conosciamo oggi; non sempre si è trattato di un percorso facile, non sempre si è trattato di un percorso privo di ostacoli e fraintendimenti.

Quello più aggrovigliato, perché più difficile da districare, è stato – ed è tutt’ora – quello legato ad una improbabile e poco proponibile competizione mediatica tra Giochi Olimpici e Giochi Paralimpici, su chi ha diritto a più visibilità rispetto a che cosa, sullo stabilire se la medaglia dell’atleta paralimpico sia da far risplendere di più rispetto a quella dell’atleta normodotato o viceversa. Mettere in competizione le due manifestazioni, significa non perseguire lo spirito con cui sono nate, oltre che voler livellare ad ogni costo trofei e medaglie, con parametri aprioristici e magari, vista la loro popolarità attraverso codici numeri e statistiche.

Le Paralimpiadi hanno la stessa dignità delle Olimpiadi, pur in condizioni e contesti diversi, non sono né da considerarsi inferiori, né superiori, magari sotto il mal celato velo di qualche atteggiamento di ipocrita compassione.

I giochi paralimpici rappresentano una risorsa in più, mostrabile a tutti, di cosa sono capaci di fare uomini e donne quando fiducia, passione, coraggio, intraprendenza, solidarietà, rispetto e spirito di sacrificio vengono a galla, in tutta la loro meravigliosa potenza e indipendentemente da qualsiasi condizione di partenza.

Ciò non significa, è evidente, che differenza e peculiarità non esistano e che siano da abbattere. Diversità e omogeneità sono due facce della stessa medaglia, due ricchezze non in contraddizione le une con le altre, nello sport come nella vita pubblica o politica: si deve amare la propria Patria come si rispetta e si riconosce la Patria altrui. Così nello sport: si ama il gesto atletico di Filippo Tortu che per un battito d’ali consegna all’atletica leggera italiana la medaglia più importante, allo stesso tempo della staffilata di Bebe Vio, che dopo Rio 2016 si ripete a Tokyo 2020 con un’impresa leggendaria.

A livello mediatico e comunicativo, tuttavia, le Paralimpiadi – è innegabile – pur con evidenti passi in avanti e miglioramenti, non hanno avuto le migliori fortune delle “classiche” olimpiadi: il livello di attenzione, seppur alto, è minore, curiosità e seguito non sono costanti come ci si potrebbe legittimamente aspettare. Colpa o demerito di tutti noi, video-telespettatori interessati.

Al netto dei nostri impegni imperanti, del nostro lavorare 40 (o 50?) ore settimanali per avere un mese all’anno di ferie e del poco tempo a disposizione per svagarci e allietarci, le Paralimpiadi ci mettono davanti ad una realtà che in tanti, troppi facciamo finta di non vedere.

In una società giunta al suo massimo stadio di edonismo e di narcisismo, in cui selfie e foto-ritocchi contano di più della sostanza dei rapporti interpersonali, oberata da un culto individuale fine a se stesso, le immagini degli atleti paralimpici ci infastidiscono, perché ci ricordano quanta sofferenza e quanta difficoltà esiste proprio lì, a due passi da noi.

E non è solo l’aspetto fisico, la disabilità, le menomazioni: riguarda anche fragilità e debolezze di cui ognuno di noi soffre. Guardare le gare di questi atleti ci dovrebbe spingere a vedere l’altro da sé come una forza viva, a renderlo mai fuori posto ma dentro il cerchio tracciato del vivere civile, anche a discapito di una vita tranquilla e priva di scossoni.

Basta poco. Un gesto, un saluto, un sorriso, qualcosa che dica di noi agli altri di più del nostro conto in banca o dell’ultima macchina sportiva che abbiamo festosamente comprato.

Le Paralimpiadi in definitiva interrogano la nostra coscienza, la nostra sensibilità, ci costringono a misurarci con una realtà considerata distante, per poi magari averla a due passi da casa senza accorgersene.

Dovrebbero insegnarci che non con grandi avventure in pompa magna, ma con gesti silenziosi e concreti si costruisce una società più equa, dove quando si intraprendono opere buone “la mano destra non deve sapere ciò che fa la sinistra” con limiti, doveri ed equilibri saldi e ben individuabili.

 

Filippo Massetti

‘Il tradimento dei chierici’ di Benda. Quando intellettuale vuol dire cialtrone

La gracilità del pensiero, la sua debolezza, consiste soprattutto nell’acritica uniformità al reale, nella resa incondizionata al sopruso del presente. La sua inanità si palesa col grido strozzato per convenienza e opportunismo, per quello che la vile bruzzaglia chiamerebbe il “tirare a campare”. In questo tempo in cui finanche stringere la mano di un amico è considerato un atto sconveniente, in cui il contagio virale sembra aver avvolto ogni cosa di ombre o da un precoce crepuscolo, l’intellettuale ha adeguato la sua retorica all’innocenza e le sue esibizioni allo spensierato passatempo; lo scienziato ha vestito la livrea del lacchè per fare inchini e salamelecchi in programmi televisivi di terz’ordine e lo scrittore, infine, ha condito delle solite facezie i libercoli che si vanta di presentare a questa o a quell’altra fiera estiva della vacuità.

Il chierico, invece, ossia l’intellettuale, colui che con accanito sprezzo della modernità e disgusto per la gregaria dipendenza dall’accolita dei tromboni, purtroppo appartiene a un evo lontano. Questo guerriero che un tempo si serviva delle asprezze del pensiero come testuggini lanciate contro la mediocrità dell’imbelle marmaglia, oggi, come direbbe Julien Benda, ha tradito il suo mandato e si è seduto alla ricca mensa del compromesso. Il chierico, scriveva Max Weber in La politica come professione,

“[…] era estraneo alla dinamica dei normali interessi politici ed economici e non cadeva nella tentazione di aspirare per sé e per i suoi discendenti a un potere politico autonomo di fronte al signore, come invece avveniva nel caso del vassallo feudale”.

Il chierico, insomma, non lustrava le scarpe ai potenti, né blandiva gli scranni della politica. Egli si piegava, sì, ma soltanto a colpi di frusta o a beveroni di cicuta. Il suo perenne stato di avversione per la mostruosa canea di coloro che si azzannavano per un titolo o una prebenda, lo proteggeva come un’impenetrabile armatura.

L’intellettuale dei nostri tempi, un uomo da corvée dominato da meschine passioni, si concede invece a qualsiasi tribuna o arena in cui, per lo più, ogni amena conversazione sfocia in lite o nel volgare tafferuglio da trivio. Per un vitalizio, una pubblicazione o una cattedra invaderebbe la Polonia.

Dove un tempo Erasmo si difendeva dalle lusinghe dei suoi adulatori con il concedo nulli, il motto che era diventato la sua panoplia, e Michelangelo bruscamente ordinava al papa di uscire dalla Sistina nella quale disturbava il suo lavoro o Spinoza rifiutava con garbato sdegno la cattedra di filosofia offertagli dall’Elettore del Palatinato, questi miserabili figuri non aspettano altro che qualcuno schiocchi le dita per dare prova del loro infimo giullarismo. Uno spettacolo indegno, una mostruosità assoluta.

La vile trahison perpetrata dai chierici che hanno abdicato al loro ruolo di fustigatori di coscienze, di assoluti servitori dell’intelletto e dello spirito, di accusatori dell’ignominia e del sopruso, per sedersi invece dalla parte degli oppressori, dei malfattori, ruffiani e malversatori, sarà ricordata come la pagina più triste di questo periodo di contagiosa ossessione pandemica.

Il loro vergognoso silenzio, la colpevole afasia, l’incomprensibile balbettio, accenderà una luce di lugubre vergogna sui loro pensierini vaccinati, sulle azioni sterilizzate, sui loro libriccini innocui, sulle loro esistenze inutili e parassitarie. L’urlo di quei pochi esempi di resistenza intellettuale, invece, è vox clamantis in deserto.

Intanto, il discorso para-sanitario, come una ciarla, domina le nostre giornate angustiate dai bollettini medici e dai protocolli di sicurezza. Del metodo della scienza, ossia ciò che fece di Cartesio e di Galileo i padri putativi della modernità, si sono perse le tracce. Oggi, così ci viene detto, “della scienza bisogna avere fiducia” perché la sua verità è nei dati, nelle statistiche, nei risultati. Eppure, si dimentica facilmente ciò da cui Benda nel Il tradimento dei chierici ci mise in guardia:

“[…] il valore morale della scienza non è nei risultati, che possono fare il gioco del peggiore immoralismo, ma nel metodo, proprio perché questo insegna l’esercizio della ragione in spregio a ogni interesse pratico”, giacché “[…] la scienza è un valore clericale solo nella misura in cui cerca la verità per se stessa, prescindendo da ogni considerazione pratica”.

 

Vincenzo Liguori

Come sarà il nostro domani? I temi affrontati nella tavola rotonda post-conferenza del 24 luglio organizzata da Allatra

Il mondo è scosso da crisi e disastri climatici. Abbiamo fiducia che saremo aiutati quando essi diventeranno la nostra realtà? Siamo preparati per loro arrivo? Come sarà il nostro domani? Con l’aiuto dei media, le persone hanno la convinzione che tutto sia sotto controllo, che tutto vada bene, che ci sono strutture competenti che possono risolvere questi problemi e se si verifica una situazione critica, si prendono cura di noi. Ma è davvero così?

Il 24 luglio 2021 ha avuto luogo una conferenza internazionale online intitolata “Crisi globale. Questo  già riguarda tutti”, dove oratori di fama mondiale, specialisti IT, economisti, scienziati, climatologi, ambientalisti hanno dato voce alla VERITÀ. È stata data una panoramica completa dei fattori esterni e interni della crisi globale che è in rapido peggioramento e che colpirà tutti nei prossimi anni. Non sarà più il problema di un paese o di un continente.

Ecco le crisi globali che l’umanità dovrà affrontare:

La quarta rivoluzione industriale e la minaccia della disoccupazione di massa.

Crisi ambientale. L’esaurimento intensivo delle risorse del pianeta e le sue conseguenze.

Il cambiamento climatico globale e le sue cause.

La possibilità di cambiare rotto è nell’unificazione di tutta l’umanità e nella costruzione di un nuovo modello di relazioni, una Società Creativa, dove il valore più alto sarà la vita di ogni Essere Umano. Di questo e delle tappe di costruzione di una Società Creativa è stato detto anche alla conferenza del 24 luglio.

Solo insieme possiamo superare con dignità tutte le prove e le sfide del nostro tempo. Solo insieme possiamo costruire un bel mondo, trasformando la nostra Terra in un giardino fiorito. Solo insieme possiamo fare un passo nel millennio d’oro.

Tale unificazione è possibile, e sta già avvenendo. Le persone sono capaci di grandi slanci, quando si rendono conto del significato e della gravità di ciò che sta accadendo e la conferenza “Crisi globale. Questo già riguarda tutti”  ne è stata una chiara prova.

L’evento è stato organizzato da volontari di tutto il mondo sulla piattaforma del Movimento Internazionale Sociale “ALLATRA” ed è stato trasmesso su migliaia di piattaforme Internet in 180 paesi con traduzione simultanea di questo evento unico in 72 lingue.

La conferenza “Crisi globale. Questo già riguarda tutti” ha ottenuto un’enorme risposta nella società. La conferenza ha avuto un continuo tramite tavole rotonde, in cui i temi sollevati durante la conferenza sono stati trattati dagli specialisti in modo ancora più approfondito.

Il 24 luglio ha avuto luogo un evento globale. Ora, dipende da chi comprende l’importanza e la gravità della situazione senza cadere nel catastrofismo, quanto velocemente tutta l’umanità venga a conoscenza dei rischi e delle prospettive per lo sviluppo della società. La sopravvivenza e il futuro di tutta la nostra civiltà dipendono da questo.

 

 

‘Némésis Médicale’ di Ivan Illich. “L’eliminazione del dolore, dell’infermità, delle malattie e della morte è un obiettivo nuovo che fino ad ora non aveva mai servito come linea di condotta per la via di una società”

L’umanità è la sola specie vivente i cui membri hanno coscienza di essere fragili, parzialmente infermi, soggetti a dolore e votati alla cessazione radicale, ovvero alla morte. Solo l’uomo può soffrire ed essere malato.

La capacità d’essere cosciente del dolore fa parte di quella adattazione autocritica all’ambiente che chiamiamo la salute dell’uomo. La salute è la sopravvivenza in un ben-essere che sappiamo relativo ed effimero. È la possibilità di vita [viabilité] dell’animale sprovvisto d’istinto, possibilità che deve essere mediata dalla società.

Questa salute suppone la facoltà di assumersi una responsabilità personale di fronte al dolore, all’inferiorità, all’angoscia e infine alla morte. Essa è in rapporto con il significato attivo dell’individuo nel corpo sociale: e in questo senso la “salute” del feto o del lattante somiglia ancora a quella di un coniglio o di un gatto.

La salute dell’uomo ha sempre un tipo di esistenza definita socialmente. In generale, essa s’identifica alla “cultura” di cui tratta l’antropologia: ovvero quel programma di vita che assegna ai membri di un gruppo la capacità di porsi di fronte alla loro fragilità e affrontare, sempre nella provvisorietà, un ambiente circostante composto di cose e di parole più o meno stabili.

“Un dolore non costituisce sofferenza che nel momento in cui è integrato a una cultura.” La sofferenza è dunque, nel lessico di Illich, l’atto di provare dolore associato a una certa cultura, quindi interpretato secondo un certo sistema simbolico: per questo afferma che l’uomo è il solo animale capace di soffrire

Identificando la “cultura” a un programma di salute, occorre evitare le insidie di un’antropologia per cui tutte le culture siano al servizio di una specie umana immutabile, come pure le insidie di quella per cui ogni cultura dia una definizione arbitraria dell’uomo.

Non esiste essere umano che non sia trasformato dalla società nella quale si ritrova – proprio come non esiste una società che si fondi sull’autonomia con cui i suoi membri partecipano al programma che lei stabilisce. La cultura è il “bozzolo”, il “nido” che permette all’essere cosciente di riconciliarsi con la nicchia dell’universo in cui la sua specie si è evoluta e che è stata resa ostile attraverso l’impiego dei suoi strumenti.

Per essere sicuri di comprendere in che senso la cultura è un “nido” necessario alla sopravvivenza, è necessario andare al di là delle sue manifestazioni apparenti e concentrarci sulla sua funzione.

Vediamo allora che la cultura non è un mero complesso di modelli di comportamento concreti come costumi, usi, tradizioni, abitudini… ma che è un insieme di meccanismi, di progetti di regolazione codificati, di piani, regole e istruzioni. In quanto animale affrancato dal determinismo genetico dei suoi istinti, l’uomo ha bisogno, estremo bisogno, di una regolazione che gli sia esteriore, e senza la quale non potrebbe mantenere l’equilibrio vitale di fronte al fallimento.

In altri termini: ogni cultura è una delle forme possibili della vitalità umana, la Gestalt della salute caratteristica di un gruppo. Essa non si aggiunge all’animale cosciente e già effettivamente completo, né tantomeno rimpiazza la sua coscienza. Essa è il modo di produzione dell’animale umano: essa determina il modo in cui la vita deve essere organizzata, nonché le categorie disponibili per dare forma alle emozioni.

Sottomettendosi alla regolazione di un programma mediato sul piano simbolico, l’essere umano porta a compimento il suo destino biologico. Con l’orientarne il comportamento, la cultura determina la salute: ed è solo con l’edificazione di una cultura che l’uomo trova la salute.

Per ogni uomo la cultura è il programma di una lotta che termina nell’agonia. La cultura è il regolamento della lotta con la natura e con il vicino. In questo combattimento l’uomo è spesso solo, ma le armi, le regole del gioco e lo stile di combattimento sono forniti dalla cultura nella quale è stato elevato. Ogni cultura elabora e definisce una maniera particolare d’essere umano e d’essere sano, di gioire, di soffrire e di morire.

Ogni codice sociale è coerente con una costituzione genetica, una storia, una data geografia e la necessità di confrontarsi con le culture limitrofe. Il codice si trasforma in funzione di questi fattori, e con lui si trasforma la “salute”. Ma ad ogni istante il codice serve da matrice all’equilibrio esterno e interno di ogni persona – genera la cornice in cui s’articola l’incontro dell’uomo con la terra e con i suoi vicini, così come il senso che l’uomo dà alla sofferenza, all’infermità e alla morte.

È ruolo essenziale di ogni cultura viva quello di fornire delle chiavi per l’interpretazione di queste tre minacce, le più intime e fondamentali che vi siano. Più questa interpretazione rinforza la vitalità di ogni individuo, più reale la pietà verso l’altro una possibilità reale, più si può parlare di una cultura sana.

Questo potere generatore di salute, inerente ad ogni società tradizionale, è profondamente minacciato dallo sviluppo della medicina contemporanea.

L’istituzione medica è una impresa professionale, ha per matrice l’idea che il ben-essere esiga l’eliminazione del dolore, la correzione di ogni anomalia, la sparizione delle malattie e la lotta contro la morte. Essa rinforza gli aspetti terapeutici di altre istituzioni del sistema industriale e assegna delle funzioni igieniche sussidiarie alla scuola, alla polizia, alla pubblicità e addirittura alla politica. Il mito alienante della civilizzazione medica cosmopolita riesce a imporsi ben al di là dell’ambito in cui l’intervento del medico si manifesta.

L’eliminazione del dolore, dell’infermità, delle malattie e della morte è un obbiettivo nuovo che fino ad ora non aveva mai servito come linea di condotta per la via di una società.

È il rituale medico e il suo mito corrispondente che hanno trasformato dolore, infermità e morte da esperienze essenziali, a cui ognuno deve adattarsi, in una serie di scogli che minacciano il ben-essere e che obbligano ciascuno a ricorrere incessantemente a un consumo di prodotti la cui produzione è monopolizzata dall’istituzione medica.

L’uomo, organismo debole ma munito di una capacità innata di recupero, diviene un meccanismo fragile sottomesso a una continua riparazione. Da qui, la contraddizione che oppone la civilizzazione medica dominante a ogni cultura tradizionale con la quale si trovi confrontata quando irrompe, in nome del progresso, nelle campagne o in paesi cosiddetti sottosviluppati.

 

https://www.lintellettualedissidente.it/pangea/ivan-illich-salute/

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