La legge come arma di uno stato autoritario: siamo tutti colpevoli!

Per chi viene scritta la Legge? E be’: per tutti, no? Se la Legge è uguale per tutti, allora è ovvio che viene scritta per tutti. Passiamo per un attimo sopra questa sottile ipocrisia, dal momento che sarà pure vero che la Legge è uguale per tutti, però l’abbiamo visto tante volte che non tutti sono uguali di fronte alla Legge (qualcuno, al solito, è più uguale degli altri, e qualcuno molto meno).

Consideriamo invece la domanda: per chi viene scritta la Legge? Qual è la persona che ha in testa il Legislatore – figura mitologica, mezzo anonimo Licurgo e mezzo onorevole di provincia che risponde agli ordini del suo Partito – quando redige un testo di legge? Uno può rispondere: ma non deve avere in testa nessuno in particolare, se non il cittadino qualunque!

Quello che una volta era l’uomo della strada e che adesso è l’uomo e/o donna divanato davanti a piccì o tivvù, dipende dall’età. Se la Giustizia è bendata (e quindi cieca) quando giudica, figuriamoci allora se il Legislatore ci vede quando scrive una legge!

In realtà, non è proprio così. Consideriamo un esempio tutto sommato noto di Legislazione: Dio affida a Mosè le Tavole della Legge. Un modello legislativo che ha anche avuto qualche fortuna, nei secoli.

Lì sta scritto che, date le premesse (ovvero la fonte della Legge: Io sono il Signore Dio tuo), ci sono cose non devono essere fatte (Non rubare, Non uccidere), e cose che invece devono essere fatte (Onora il padre e la madre). E c’è pure qualche utile suggerimento su come condursi nel tempo libero (Ricordati di santificare le feste).

E se a qualcuno, con l’aria che tira, può sembrare un vetusto testo antifemminista e sessuofobo (e quindi prossimamente punibile), risponderemo che rappresenta piuttosto l’esatto contrario: è l’uomo che non deve desiderare la donna d’altri – la donna può evidentemente fare quel che vuole, quindi è molto più libera.

Insomma, nelle Tavole della Legge il destinatario dei precetti era una persona qualunque, la quale veniva avvisata del confine tra lecito e illecito. Un po’ nebbiose le conseguenze, d’accordo: ma sapere quando l’Altissimo non sarebbe stato contento, in ogni caso, era più che sufficiente.

In Italia questo modello non vale – il Legislatore ci vede benissimo e sa a priori che siamo tutti colpevoli. Mafiosi. Corrotti e corruttori. Evasori totali. E scrive le leggi partendo da questa indubitabile premessa. Arrivando poi a esiti discutibili.

Italia campione d’Europa: il volto della vittoria

Le gesta dei campioni sono previste dai tratti del viso, dall’ego del corpo. Naturalmente non fanno eccezione i ragazzi della Nazionale d’Italia, campioni d’Europa dopo più di 60 anni, per la seconda volta il cui volto e corpo raccontano molto.

Il viso è la nostra impronta digitale, il corpo non è il carcere dell’anima ma il suo stampo, non una protesi ma l’ipotesi con cui perforiamo il cerbero del giorno.

Per questo, cerchiamo, a volte, di contraffare le sembianze, di mascherarci, di dotare il viso di un destino ulteriore. Sfasciare un viso significa insistere sulla sorte e sulla fama di chi lo indossa: si mira al volto perché quello è il cuore dell’uomo; si boxa per ridurre in poltiglia la sorte dell’avversario.

A Bisanzio, alla sconfitta politica seguiva la tortura del viso: si cominciava segando il naso, poi mozzando le orecchie, infine cavando gli occhi. Diventare irriconoscibili, cioè: abitare la morte, orfani di futuro. Il ricorso, costante, alla chirurgia estetica mira anche a questo: camuffare la sorte.

Un viso può essere, per istanti miracolosi, costituito dalla somma di più volti. Nell’Italia che ha vinto gli Europei, ad esempio, nessun viso spicca con ineluttabile potenza: forse quello di Federico Chiesa, ampio, anomalo, spavaldo, ricorda quello di Alessandro Magno nel mosaico della Casa del Fauno. Il viso da scugnizzo e il corpo minuto ma agile di Lorenzo Insigne.

Pur avendo un volto tipizzato, scaltro, poco appariscente, Insigne è capace di colpi micidiali, ma estemporanei: così regna il fato. Lionel Messi ha la faccia di un tonto ed è il più grande calciatore del pianeta; anche lui, come Michael Johnson, muta fattezze giocando, si accende, brucia di una nobiltà irrequieta.

Di Chiellini è leggendario il cranio ciclopico, un titano; di Jorginho l’azzardo facciale di un Peter Pan; dagli occhi stretti, felini, di ‘Gigio’ Donnarumma qualcuno avrebbe potuto intuire che a 22 anni sarebbe stato una ‘certezza’ della Nazionale italiana – ma lui ha mani più significative dello sguardo.

Più interessante la trasfigurazione di Roberto Mancini: di lui si rammenta il naso, deciso, il ciuffo, la mascella, un volto nostalgico e scaltro, rapito dalla noia, eroe della dissipazione e del ‘bel gesto’; ora è spigoloso, lucido, perfino fosforescente, in estasi per la strategia, eroico nel calcolo. Il genio della Nazionale è proprio lì: nell’assenza di un volto che primeggia, di una prima donna, di un prim’attore. Insieme, tutti, compongono il volto della vittoria.

Cristo non sfilerebbe mai al Pride. Se ‘Dio è morto’, l’uomo insieme a lui, tra le mode anticlericali

Ed ecco, di nuovo, il Pride. Noioso come un gioco di ruolo di tre generazioni fa, variazione sul tema di guardie e ladri da giocarsi tra finti indignati e finti tolleranti. Non parliamone troppo, ché l’irrilevanza dell’evento si potrebbe riassumere nelle stesse due righe che bastano alla trama di una qualsiasi puntata di Don Matteo.

Oltre alla polvere, però, il Pride condivide con la geriatrica fiction Rai anche la teologia: lo stesso cristianesimo scemo e zuccheroso, ma rivoltato al contrario. Ovvero, una blasfemia scema e zuccherosa, senza idee, che si riduce ogni volta alle stesse ovvie trovate. Gesù coi tacchi, insomma, e altri imbarazzi del genere.

Veniamo da due secoli di straordinaria, potente blasfemia, abbiamo letto Nietzsche proclamarsi l’unico Dio e tutti gli altri dèi nei biglietti della follia, possiamo ubriacarci di Bataille fino al vomito, e anche da noi almeno un superficiale Inno a Satana o uno sforzato Totò che visse due volte si trovano. Ma Gesù coi tacchi no, e soprattutto non da giustificare col solito glitterato catechismo LGBT+.

Mettiamo le cose in chiaro: Cristo non sfilerebbe affatto al Pride, ma non perché ci sono gli omosessuali. Perché il Pride, per quando legittimo in certe sue rivendicazioni, non è una battaglia per i deboli, per gli ultimi. Ce lo raccontano ancora, ma è falso da un pezzo: tra le sex worker unico lascito formativo dell’Erasmus ad Amsterdam e le prostitute di Galilea c’è un abisso sociologico – forse non esistenziale, ma adesso stiamo facendo politica.

E c’è anche fra i gay di Stonewall e i gay di oggi. In mezzo alla spaghettata di assi di oppressione che l’intersezionalità ci offre, quello che attraversa l’orientamento sessuale nell’Occidente contemporaneo sembra sottilissimo di fronte a povertà ed esclusione sociale.

Brutalmente: fra i manifestanti del Pride c’è tanta gente che sta benissimo; gli operai che scioperavano davanti al Lidl di Biandrate, invece, stavano tutti male. Cristo crocifisso accanto a Adil Belakhdim, il sindacalista ucciso, avrebbe avuto senso. Cristo arcobaleno no.

Ma questa pretesa vittimistica assomiglia, dopotutto, a quella di certi cristiani da combattimento, stile Adinolfi, che di mestiere annunciano la fine dei tempi, laddove famiglia e religione stanno mutando, come sempre, in nuove forme di normalità borghese. Due squadre speculari di privilegiati mediatici intenti a scambiarsi volée di chiacchiere – ma Dio non gioca a dadi e nemmeno a tennis.

D’altra parte, non è che ci si possa indignare davvero se qualcuno deride ancora l’uomo della Croce: è un elemento fondamentale della sua narrativa, dai tempi del ladrone miscredente – la scala dei santi si sale fra gloria e scherno, scrive T.S. Eliot.

Quindi la riflessione si riduce alla perplessità: se la blasfemia non sensibilizza nessuno, non offende nessuno, non fa arte, allora a che serve? Serve, come tutto l’attivismo progressista, a vantarsi in pubblico. E basta. Qualche early millennial può ancora ricordare l’epoca in cui dichiararsi anticlericali a scuola suonava vagamente trasgressivo – atei per assenza d’opinioni in merito, invece, lo erano già tutti.

Figure bonariamente caratteristiche, letterarie alla maniera di Stefano Benni, si presentavano con la maglietta di Marilyn Manson o equivalente e ciarlavano di come la religione avesse provocato tutti i mali del mondo. Altri, invece, andavano in palestra per farsi gli addominali, altri ancora derapavano senza casco col motorino.

L’anticlericalismo, però, ha il vantaggio di valere come posizione politica prêt-à-porter, venduta in pratici kit del depensante da associazioni che hanno già pensato al posto degli iscritti, UAAR su tutte.

Insomma, quando c’è da scegliere un mulino contro cui sprecare la propria esistenza, la Chiesa è un’opzione invitante. Innanzitutto perché concettualmente, alla buona, è nemica della scienza (falso), e la scienza piace alla gente che piace.

Poi perché sembra un’istituzione potente, se si ignora l’ininterrotto tracollo dal Rinascimento in poi. Quel relativo poco di potere che resta è oltremondano, ma non nel senso delle chiavi di Pietro. Piuttosto, come i dinosauri di Magrelli: “orfani del futuro, tristi animali da congedo, belve della malinconia”.

La struggente dolcezza di questa lunga estinzione dovrebbe emergere molto più che i lagnosi dibattiti sull’IMU e le scuole paritarie: ma i progressisti, si sa, non hanno senso estetico. In effetti, quando Fedez chiede di abolire il Concordato non si tratta tanto di una persona stupida che esprime un’opinione stupida, quanto di una cosa brutta perché ammuffita: fa un po’ schifo e un po’ ridere questo anticlericalismo coi baffi a manubrio, pre-breccia di Porta Pia, è fastidiosa questa tendenza a invocare lo stato laico come soluzione, quando invece è l’inizio di un problema fondamentale.

Il problema della teologia politica, misteriosamente perso per strada: “tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”, dice Carl Schmitt.

Facciamola breve, però: l’intervento della Chiesa è stato legittimo e inutile, ugualmente legittime – effetti collaterali della libertà di espressione – e inutili le fanfare di tutti questi bersaglieri in ritardo.

Dunque non ci arrischiamo a rispondere alle domande complesse che emergono, quali per esempio: può uno stato essere davvero laico, senza fondare il potere sovrano sulla metamorfosi del sacro? No; oppure: il ddl Zan andrebbe approvato? Nemmeno.

Sul fondo del Pride, la questione è un’altra: bestemmiare, oggi, non serve a niente come non serve a niente pregare, credenti a parti ovviamente. Ecco i due fuochi nell’ellisse del nichilismo: la morte dell’uomo e la morte di Dio.

Ma tanti supergiovani opinionisti non hanno ancora ammesso la fine dell’essere umano, decostruito dal post-strutturalismo, divenuto incidente della storia.

Ci credono ancora, come le vecchie vedove che parlano alla foto del marito, e fra le conseguenze del delirio c’è la feroce caccia al prete di questi giorni.

La sinistra progressista è tale solo rispetto all’età vittoriana, calendario fisso al 1901 e da lì la retorica apocalittica, che non cambia mai: i gay sono sempre a un passo dal triangolo rosa, l’Italia dalla sovversione fascista e i liberi pensatori dai processi del Santo Uffizio.

Verrebbe da dire che, se siamo ancora ridotti così, potevano risparmiarsi un secolo di fatica. Ma non è vero, perché ci sono state battaglie necessarie, una volta.

Adesso sono finite, ed è cambiato anche il concetto di battaglia politica: i gay non sono discriminati, ma il mondo moderno li inchioda all’ipervisibilità, li totemizza come animali araldici della democrazia; il razzismo è diventato l’influenza coloniale del mercato sulle culture marginali; la religione è ridotta al cratere del Cristianesimo e all’incomunicabilità con l’Islam.

Avremmo bisogno di una sinistra che non viva di rendita, se fosse possibile. Almeno, avremmo bisogno che i ribelli sbattezzati non fossero così anacronistici. Perché, ricorda Sergio Quinzio, “il nichilismo l’abbiamo già alle spalle, di fronte abbiamo il nulla”.

 

Claudio Chianese

Sylvia Plath, all’asta i suoi cimeli. Uccidono la poetessa preferendole la casalinga tormentata e tradita

C’è qualcosa di morboso e mortifero riguardo a quello che sta accadendo intorno alla figura della poetessa Sylvia Plath. Il pubblico di vampiri che non si limita a succhiare la vita altrui – gargarismo infame – ma a insistere sui morti, a mordere gli spettri, a masticarli, a leccarli, in un incestuoso incrocio di crudeltà, viltà, denaro.

La notizia è stata data con fioritura di trombe dai tromboni dell’informazione: il 9 luglio prossimo Sotheby’s batte un mucchio di “oggetti intimi” di Sylvia Plath, la grande poetessa morta suicida, con la testa nel forno (particolare non trascurabile per chi smercia in agiografie), nel febbraio del 1963.

Il catalogo di Sotheby’s, allestito con un titolo ornamentale, “Your Own Sylvia”, manco fosse uno show, è ghiotto, grasso per iene. Quasi tutti gli oggetti fanno riferimento alla relazione tra Sylvia e Ted Hughes, futuro “Poet Laureate”, poeta straordinario, marito fedifrago, forse violento, sciamanico.

All’asta i cimeli di Sylvia Plath

Così, va all’asta il ritratto a penna che Sylvia ha fatto a Ted, di rude bellezza, stimato tra gli 11 e i 17mila euro; un amuleto raffigurante il dio egizio Horus che Ted ha regalato a Sylvia (base d’asta: mille euro); un ritratto fotografico di Ted & Sylvia, realizzato da David Bailey (tra i mille e i 1400 euro); naturalmente, ci sono anche alcune lettere battute a macchina da Sylvia a Dearest love Teddy… (quella del 5 ottobre 1956 ha un valore stimato tra i 17.200 e i 23.300 euro).

Chi è particolarmente famelico si può comprare gli anelli di matrimonio di Sylvia & Ted, stimati tra i 7 e i 9mila euro: emblema, invero, di una unione funestata dalla mania e dal tradimento.

Il mercimonio suo cadaveri eccellenti prosegue. Che strano mondo quello in cui si decapitano le statue e ci si installa nella biografia di un poeta, lo si pone sul piedistallo, si officia il rito agiografico, inchiodando ceri fasulli nell’ossario del caro estinto.

C’è qualcosa di sinistro, di obliquo, di insano in questo scisma del cadavere: la necessità di aspirare la tragedia altrui, di respirarla, traendone un diabolico beneficio.

Passione necrofila

Già, perché di Sylvia Plath, poetessa eccellente, adoriamo quello: la vita tormentata, l’amore sbagliato con un poeta titanico, il catrame caratteriale, la sessualità ferina, lei, spuria icona femminista, un po’ Medea, un po’ Arianna, un po’ regina delle Amazzoni, di cui sappiamo tutto, abbiamo sarchiato tutto, i diari, le lettere, il fottio di pettegolezzi.

Inutile giocare alle belle statuine di sale: di Sylvia più che l’opera – l’unica cosa che interessava a lei, che della propria meridiana quotidianità scrive crocefissa dal dolore – interessa la vita, lo scempio, il fallimento, il suicidio.

Pubblico di livide iene, come quello che si accalca intorno a un incidente stradale, cellulare in mano – la fotografia-monile –, famelico di sangue, urla, morte.

Lasciamo in pace la vita privata di Sylvia Plath

Aneliamo la morte dell’altro, anulare d’argento, non c’è altro da dire, meglio se famoso; il suo oggetto intimo, il suo privato, è la cadaverica testimonianza della nostra vittoria sul regno dei morti, ammantata da studi, beneficienza, portafogli (d’altronde, solo i ricchi pacchiani e gretti si possono comprare le anime morte, e relegarle nel recinto delle regalie, nella gabbia degli spettri che non muoiono mai, condannati dai vivi a replicare in eterno la propria pena).

A forza di speculare sulla sua esistenza, hanno finito per ammazzare la Plath; a furia di scavare nei meandri della sua intimità, ficcandosi nel letto nuziale della Plath, spiando le vergogne, sgusciando tra gli umori appestati, facendo sesso col morto, rivelando l’osceno e il dolore, hanno ucciso la poetessa preferendo la casalinga tormentata.

Proponiamo invece una delle sue poesie più belle, Il colosso

 

Tu forse ti consideri un oracolo,

portavoce dei morti, o di chissà quale dio.

Sono trent’anni ormai che mi affatico

per cavarti la melma dalla gola.

E ne so quanto prima.

Mi arrampico su per scale a pioli con barattoli di colla e di lisolo,

striscio come formica in lutto

sugli acri della tua fronte invasi dalle erbacce

per riparare le immense placche del tuo cranio e ripulire

i bianchi tumuli vuoti dei tuoi occhi.

Un cielo azzurro uscito dall’Orestea

s’incurva su di noi. Oh padre mio, tutto solo

sei essenziale e storico come il Foro Romano.

Tiro fuori il mio pranzo su una collina di cipressi neri.

Le tue ossa incise e i capelli d’acanto sono sparsi

fino all’orizzonte nell’antica anarchia.

Ci vorrebbe ben altro che un fulmine

per creare tanta rovina.

Di notte mi accoccolo nella cornucopia

del tuo orecchio sinistro, al riparo dal vento,

e conto le stelle rosse e quelle color prugna.

Il sole sorge da sotto la colonna della tua lingua.

Le mie ore sono sposate all’ombra.

Non tendo più l’orecchio per sentire il raschio di una chiglia

sulle pietre nude dell’approdo.

 

Fonte Davide Brullo

Conferenza mondiale “Crisi globale. Questo già riguarda tutti noi” online il 24 luglio 2021 organizzata dal Movimento Internazionale Allatra

Sarà trasmessa in diretta streaming su più di 1000 canali di piattaforme multimediali di tutto il mondo e in circa 60 lingue diverse la conferenza dal titolo “Crisi globale. Questo già riguarda ognuno di noi” il 24 luglio prossimo che vedrà, tra i protagonisti, personalità internazionali che si confronteranno su tematiche fondamentali per la nostra esistenza.

La conferenza, organizzata dal Movimento Allatra IPM, nata nel 2011 come associazione no profit e apartitica di volontari che aspirano a mettere in atto le proprie qualità al servizio dell’umanità mettendo quest’ultima in cime alla scala dei valori.

Uno degli obiettivi di Allatra è quello di creare una base di distribuzione di informazioni di rete senza precedenti nella storia su migliaia di canali multimediali su piattaforme multiple e tradotte in più lingue per concretizzare l’idea di Società Creativa.

Tra le iniziative che si prefissa la Società Creativa vi sono le conferenze e senza dubbio quella che riguarda la crisi globale non può lasciarci indifferenti. Tra i nomi che prenderanno parte a questo importante dibattito vi sono il filosofo ungherese Ervin Laszlo, nominato due volte al Premio Nobel per la Pace (2004-2005), considerato il fondatore della teoria generale dei sistemi e attualmente consulente del Direttore Generale dell’UNESCO, oltre ad essere membro dell’accademia ungherese delle scienze e autore di libri fondamentali come L’uomo e l’universo, La mente immortale e Obiettivi per l’umanità; Thomas Straub, professore svizzero di gestione internazionale presso la Graduate School of Economics and Management dell’Università du Ginevra e Avraham Loeb, fisico israelo-americano che si occupa anche di astrofisica e cosmologia.

Loeb è professore di scienze naturali presso l’Università di Harvard, è stato a lungo presidente  del dipartimento di astronomia di Harvard, fondatore e direttore della Harvard Black Hole Initiative e direttore dell’Istituto per la teoria e il calcolo presso l’Harvard-Smithsosian Center for Astrophysics.

Questi sono solo tra i nomi illustri che parteciperanno alla conferenza online organizzata dai volontari di tutto il mondo che vogliono essere responsabili della propria vita e di quella delle generazioni future puntando anche sulle nostre capacità creative come propulsori alla formulazione di risposte mirate e strutturate a problemi di cui si parla da decenni ma ai quali ancora non abbiamo dato soluzioni serie quali: il rapporto lavoro-ambiente, il sovrapopolamento, la povertà, la politica monetaria, le lobby, le diseguaglianza, l’ingegneria sociale, ecc…

Tutte tematiche connesse tra loro, le quali saranno affrontate in questa ed in altre conferenze internazionali organizzate da queste nuova realtà che si propone seriamente di capire quali sono le falle della nostra società e di migliorarla partendo dall’individuo e dal suo senso di bellezza (che coincide con l’etica) insito in lui.

Il tema della creatività è centrale per questo Movimento, non a caso ha attratto intellettuali, filosofi, scienziati fin dall’antichità. Il concetto di creatività ha subito nei secoli tante modifiche, migliorando e accrescendo le conoscenze a riguardo, anche grazie alla sempre maggiore
specializzazione delle scienze.

Tutto questo però non è servito ad arrivare ad una sua definizione univoca. Ancora oggi c’è chi illustra il problema della creatività come qualcosa di inspiegabile. Fino al I Secolo a. C. veniva usato il concetto di “genio”, associato a forze spirituali, misteriose e da cui hanno origine qualità, attitudini particolari e fortuna.

Platone descriveva i poeti come soggetti sotto influenza di pazzia divina capace di portarli fuori dai propri sensi. All’epoca di Aristotele, invece, la creatività veniva associata alla follia dell’ispirazione, concetto ripreso più avanti nel Medioevo, ma il filosofo e scienziato macedone aveva intuito che le idee creative fossero il risultato di una sorta di processo mentale che metteva in moto, per associazioni, le
conoscenze dell’individuo.

La creatività è una caratteristica del pensiero umano che riflette la capacità di risolvere un problema in un modo nuovo e originale e di produrre opere che siano nuove, opportune e che abbiano un valore sociale ed è proprio questa una delle mission del Movimento, il quale propone l’atteggiamento creativo come espressione dell’attività umana, che possiamo individuare in molti campi di esplorazione.

È un comportamento umano complesso che coinvolge utilità, bellezza e innovazione.

Come scrisse Henrì Poincarè, matematico, fisico e filosofo naturale, in “Scienza e metodo” (1905) «creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili».

In questa direzione, creatività artistica e creatività scientifica non si differenziano molto, e ai massimi livelli di ricerca contribuiscono ad indicare la strada per scenari futuri come negli intenti di Allatra e nello specifico dell’iniziativa Società Creativa.

 

 

Contatti

Coordinatrice del Progetto Società Creativa negli U.S.A. Olga Schmidt, mail to conferences@allatrunites.com, cell. +1 (650) 381-9499

Coordinatrice del Progetto Società Creativa in Italia, Irina Bezverhni, Cell: +39 3290794082

info@allatraunites.com

 

Per maggiori info: www.allatraunites.com

https://allatraunites.com/global-crisis-this-already-affects-everyone

 

 

Il bestiario del DDL Zan a partire da Draghi l’incommensurabile. Una cronaca grottesca

Facciamoci del male. A ravanare tra i pensieri spericolati di questa tre-giorni-di-paura Vaticano versus Ddl Zan, c’è quasi da rimpiangere i bollettini in diretta del Comitato Tecnico-Scientifico. Ma il rispetto per l’intelligenza, unico partito cui sentiamo di dover immeritatamente iscriverci, ci impone l’improbo lavoro di decrittazione. Armiamoci e armatevi di coraggio.

Draghi, per gli amici Pilato. Il nostro primo ministro, finora conosciuto come l’Infallibile, dopo aver ricordato che l’Italia è uno Stato laico, ha precisato che la laicità “non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso”, ma “tutela del pluralismo e delle diversità culturali”, e che fra le norme costituzionali a garanzia dell’indipendenza rispetto alla Chiesa di Roma c’è il Concordato, che in effetti figura nell’articolo 7 della Carta, non in fondo, nelle transitorie e finali.

“Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare”, ha concluso l’Incriticabile. Peana da sinistra: Draghi salvatore della patria laica (e antifascista, non guasta mai). Applausi da destra: Draghi difensore delle fede contro i laicisti mangiapreti. Sveglia: l’Incommensurabile se n’è solo lavato le mani, chiudendo subito qui la rogna e passando il cerino alla commedia delle parti, anzi dei partiti, in Senato dove è fermo il disegno di legge Zan in seguito al via libera della Camera, il 4 novembre scorso. Non sarà un politico in senso stretto, l’Inscalfibile, ma è più furbo del politicante medio. È uomo della finanza.

Murgia as usual. “La principale preoccupazione vaticana è che, se la legge viene approvata, le scuole cattoliche non saranno esentate dal dover insegnare il rispetto per le persone, quale che sia la loro condizione e il loro orientamento. Ma perché mai dovrebbe essere diversamente? Perché per una parte del sistema scolastico finanziato dallo Stato dovrebbero valere leggi diverse da quelle che valgono per tutti gli altri?” (La Stampa, 24/6).

Non ci duole sottolineare che la scrittrice inventrice del “fascistometro”, genialata senza pari, come al solito non ha capito granché. Proprio lei che fa parte della schiera di feticisti della Costituzione sembra ignorare che il Concordato, erede dei Patti Lateranensi del 1929 e revisionato nel 1984, sta appunto dentro la Costituzione.

Ora, gli accordi fra Stato italiano e Santa Madre Romana Cattolica Apostolica eccetera eccetera, da sempre vengono contestati dai laici (quelli veri, non ad annate alterne), perché consistono in un privilegio legislativo inammissibile in un ordinamento giuridicamente normale, il quale non dovrebbe riconoscere trattamenti speciali a questa o a quella religione, anche questa dovesse rappresentare il 99% di chi ha traffici spirituali con qualche Dio.

Rileva poco, qui, che il cattolicesimo faccia sempre meno presa nella vita quotidiana degli italiani; quel che importa è che, fino a quando il favoritismo concordatario non sarà stato abolito, le garanzie previste sono uno scudo che non si capisce perché mai la Chiesa beneficiaria non dovrebbe poter sfruttare, per salvaguardare scuole in cui, sic stantibus rebus, preti e suore hanno tutto il diritto di insegnare la loro dottrina.

Il finanziamento statale alle ‘paritarie’ (in teoria “senza oneri per lo Stato”: sì, come no) diventa scandaloso solo se si presuppone di denunciare quel benedetto Concordato e riscrivere la legislazione religiosa, per intero e daccapo.

Altrimenti, è la solita litania che ogni tanto riciccia fuori dal dimenticato fondo di un certo anticlericalismo di maniera, che suona grottesco in bocca agli sfegatati fan del Papa ambientalista, pro-migranti e, almeno così pareva, filo-lgbt (“Chi sono io per giudicare?”).

Cirinnà, facce ride. “Un prete potrà tranquillamente dire cos’è per la Chiesa la famiglia, se invece dovesse invitare i fedeli a prendere a botte le coppie gay commetterebbe un reato. Chiaro no?” (Il Manifesto, 25/6).

L’autrice di questa perla è Monica Cirinnà, senatrice del Pd la cui fama si deve alla legge d’introduzione delle unioni civili che porta il suo nome. Secondo il diritto, l’ignoranza della legge non salva il reo.

La Cirinnà dimostra di non sapere che se chiunque, non un prete ma proprio chiunque, dovesse esortare qualcuno a usare violenza contro qualcun altro, finirebbe, almeno si spera, davanti a un giudice.

E già oggi, ora, nunc, non grazie al Ddl Zan. A parziale e insufficiente compensazione, la brillante Cirinnà rivela almeno che “se la vecchia maggioranza del Conte 2 tiene senza defezioni, i numeri ci sono”. Leggi: se Renzi e i cattolici del Pd non fanno scherzi, Zan passa. Quanto meno un’informazione utile e sensata l’ha fornita, la neo-ripetente in giurisprudenza.

Verità est una (ma anche no). Nella nota informale, come da gergo diplomatico è chiamata la comunicazione consegnata dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, Paul Gallagher, al nostro Ministero degli Esteri, si legge: “Ci sono espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina”.

Non ci si può stupire che il Papa faccia il Papa, e che il suo magistero “autentico” rimarchi la totale contrarietà a qualsivoglia concezione diversa dalla Verità rivelata, che essendo tale è fissata per sempre, punto e basta.

La leggenda di un Bergoglio aperto e riformatore al punto da rinnegare i fondamenti stessi del cattolicesimo è, appunto, una leggenda.

Funzionale ai suoi detrattori diciamo di destra (che dal punto di vista teologico, le loro ragioni ce le hanno) e ai suoi adoratori diciamo di sinistra (che neanche sanno, nella loro crassa fatuità, di essere stati preceduti da un certo Tolstoj e da un meno noto, ma forse ancor più grande e acuto Elull, grandi eretici in quanto contestatori di tutto ciò che è venuto dopo Cristo, ovvero l’intera Chiesa con annesso armamentario di divieti, sessuofobia e moralismi assortiti).

Il fatto è che nella modernità relativista le verità si scrivono con la minuscola e si declinano al plurale, e piaccia o no questa non è un’interpretazione, è un dato fattuale. Anche eventualmente da combattere, sia chiaro, ma comunque inaggirabile.

Il che dovrebbe indurre gli scatenati adepti del decostruzionismo gender al senso del relativo e, di conseguenza, al rispetto della libertà di professare anche l’idea considerata più retrograda, purché non intacchi la libertà di professare quella altrui. Altrimenti è uno scontro fra asserzioni assolute e dogmi di fede.

Decisamente non un passo avanti ma indietro. Molto indietro. Diciamo alle guerre di religione con cui si affacciò all’onor del mondo la modernità.

Parola di Parolin. Il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, intervistato da Vatican News il 26 giugno ha smorzato la polemica: “Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare la legge. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è”.

Detto che nel conquibus il prelato ha ragione, perché un povero giudice avrà la sua bella gatta da pelare quando dovrà stabilire il confine fra ciò è ammesso sostenere e ciò che non lo è, l’impressione è che il pontefice, ben nascosto dietro le quinte da consumato comunicatore quale è (ah, i gesuiti, che lenze), abbia mandato avanti il fido Parolin per dire una parola di distensione che riduce molto la forma, ma non la sostanza della contesa. Ci sarà pure una ragione, d’altronde, se la Chiesa bene o male dura da duemila anni.

Lucetta dei nostri occhi. Ebbene sì, una mente illuminata che l’ha messa giù bene, piana, semplice e incontrovertibile, c’è. È cattolica, ma anche un miscredentaccio uscito dal tunnel postmodernista potrebbe tranquillamente sottoscrivere.

Udite e gioitene tutti: avversare la filosofia ispiratrice del Ddl Zan non è “istigazione all’odio contro gli omosessuali, o i transgender o quanti vogliono essere classificati come fluidi, ma solo libertà di dire che gli esseri umani, tranne una minoranza esigua, nascono o donne o uomini. Dire questo non significa ovviamente che non si possa poi scegliere il comportamento sessuale, anche in opposizione all’appartenenza biologica. Significa solo poter affermare una verità che è sotto gli occhi di tutti, sostenuta anche da laici e da una parte delle femministe. Significa dire che i desideri trovano un limite nella realtà, e dobbiamo tenerne conto se non vogliamo entrare in una confusione pericolosa e sterile”: Lucetta Scaraffia (Il Giorno, 24/6).

Andate in pace, che non è ancora tempo di svaticanamenti.

 

Alessio Mannino

‘Il buon selvaggio’: perché l’uomo post-moderno non può riscoprirsi uomo primitivo

La figura del “buon selvaggio” è stata oggetto di moltissimi studi da parte di filosofi e letterati che hanno cercato di comprendere chi fosse realmente l’uomo primitivo protagonista del Romanticismo e dell’Illuminismo, e quale fosse il suo ruolo all’interno della società.

Il buon selvaggio, in estrema sintesi, è l’espressione vivente di un’umanità senza civiltà, e dunque felice, i cui tratti caratterizzanti sono la generosità, l’innocenza, il vivere in armonia con la natura e la saggezza spontanea. L’uomo primitivo nasce buono, conduce un’esistenza senza impedimenti e non conosce le catene della morale e i lacciuoli del progresso che tutto corrompe.

Tuttavia questo idillio, che prende il nome di stato di natura, verrà messo in discussione con la nascita della società: l’uomo d’ora in avanti non potrà più tendere all’autoconservazione ma dovrà necessariamente confrontarsi con i suoi simili all’interno di un perimetro sociale. A cosa porterà tutto ciò?

Arrivati a questo punto, filosofi e letterati si dividono: per Thomas Hobbes l’essere umano, che vive a contatto con la natura, è mosso dai più biechi istinti poiché l’unica legge esistente è quella (tacita) del più forte, e perciò è obbligato a combattere contro i propri simili per la sopravvivenza.

L’unico modo per superare il “bellum omnium contra omnes” è sottomettersi a una guida sociale e politica forte: il Leviatano. Di tutt’altro parere Rousseau, che invece esalta lo stato di natura dove libertà e uguaglianza convivono insieme, una sorta di Eldorado in Terra che però non esiste più.

Ora l’uomo “è ovunque in catene”, metafora delle costrizioni della morale e della civilizzazione di cui fa parte il progresso, e l’unico modo per spezzarle passa attraverso l’adesione a un patto sociale che lo porterà a divenire membro di quel corpo politico, fatto di persone, che sarà per lui garante di massima libertà e prenderà il nome di “volontà generale”.

La figura del buon selvaggio: l’insegnamento di Voltaire e di Sun Tzu

Anche Voltaire, autore conosciuto dal grande pubblico per l’opera intitolata “Candido”, racconto filosofico e romanzo di formazione che tratta anche tematiche disimpegnate come l’amore platonico tra il protagonista Candido e Cunegonda e il ruolo della Fortuna, si interroga su chi sia realmente il buon selvaggio arrivando alla conclusione che egli è semplicemente l’uomo libero anche se non civilizzato.

Tale considerazione lo avvicina molto a Rousseau, che può essere considerato alla stregua di un padre putativo del mito del buon selvaggio. Il contributo di quest’ultimo, come abbiamo visto, è fondamentale nel raccontare ed esaltare una figura di uomo molto lontana da quella occidentale-illuminista dei suoi tempi, dove il progresso, che tutto corrompe, è la vittoria della ragione.

Sono passati più di 200 anni dall’età dei lumi e la società odierna è molto diversa da quella di allora, eppure a distanza di così tanto tempo varrebbe comunque la pena di interrogarsi, come fecero Hobbes, Rousseau e Voltaire, sul buon selvaggio.

Dopo aver compreso il pensiero di questi grandissimi autori, ovviamente non gli unici a porsi domande fondamentali sull’uomo – per esempio Sun Tzu nella sua celeberrima opera “L’arte della guerra”, ancora oggi attualissima, descriveva l’uomo quale essere illuminato solo se consapevole della sua natura e della natura della contingenza  – è giunto il momento di vedere se c’è spazio per il buon selvaggio anche ai giorni nostri.

La società post-moderna dell’incertezza e del rischio

photo by Pixabay

L’uomo dei giorni nostri nasce e cresce all’interno di quella che potremmo definire la “società post-moderna dell’incertezza e del rischio”, i cui squilibri socio-economici lo spingono verso un’”alienante individualizzazione”, che si traduce in un isolamento forzato che lo porterebbe a desiderare di vivere un eterno passato utopico frutto della sua (fervida) immaginazione.

In questo clima di generale insicurezza, che interessa la quasi totalità degli ambiti dell’esistenza umana, dal lavoro passando per l’amore e l’amicizia, ognuno pensa solo a sé stesso, e tutto ciò è acuito da quel processo di disembedding, ovvero di sradicamento dei rapporti sociali che vengono ricostruiti lungo archi spazio-temporali indefiniti e globali, che genera ancor più smarrimento. Se questa, in breve, è l’odierna condizione dell’uomo, oggi può esistere un buon selvaggio?

La risposta è no: il buon selvaggio come definito da Hobbes, Rousseau e Voltaire oggi non esiste più, e se anche esistesse assomiglierebbe più che altro a un asceta in grado di reggere sulle proprie spalle il peso di un mondo complesso e a tratti incomprensibile. Difficile. Come è lontana l’età dell’oro in cui l’uomo aveva a che fare con la libertà!

 

Lo Zan, Fedez e il tiro all’opinione

Tra Fedez e Pillon, tutti a grugnire intorno alla proposta di legge del deputato PD. In democrazia, più si rispetta la diversità, meglio è. Nella finta democrazia liberale, invece, funziona come nella Fattoria degli animali di Orwell: c’è sempre qualcuno che vuol essere più uguale degli altri.

Il diritto liberale funziona così: ogni minoranza deve poter chiedere e, prontamente, da parte della maggioranza esserle dato. Norme, soldi (4 milioni di euro per centri di assistenza a vittime delle violenze di genere), visibilità, riconoscimento sociale. Si sviluppa ad abundantiam, per proliferazione.

Non è una critica, è una constatazione. Tutto quel saltare di nervi, poi, per gli incontri nelle scuole abbinate a una futura Giornata nazionale contro le varie fobie, pare, suvvia, un tantinello sfasato: con tutta l’orgia di materiali di varia natura di cui un ragazzino può ingozzarsi quando gli pare e piace, guardando una qualunque serie su Netflix, o navigando solitario in cameretta sul telefonino (che certi disastrati genitori gli danno in mano quando ancora non sa la differenza fra il coso e la cosina), il terrore che imparino dalla maestra la legittima esistenza degli omosessuali o dei trans suona, diciamo, leggerissimamente fuori dal mondo.

Secondo i seguaci di Fedez, la proposta (già passata alla Camera, bloccata in commissione al Senato dalla Lega) non mette affatto a rischio la libertà di manifestare un’opinione diversa o critica su matrimonio gay o utero in affitto, anche perché è stata munita di un’aggiunta, la cosiddetta “clausola salva-idee”, che salvaguarda la libera espressione di punti di vista purché non vengano “a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

L’ambiguità, in effetti, c’è. Ma come in tutte le pandette, del resto, specie in Italia. Sarà ulteriore lavoro per i giudici nonché per i giornalisti, ghiotti di casi dell’offeso di turno che schizza in tribunale non appena sente un prurito alla propria personale fobia.

Ora, posto che non è in discussione punire chi discrimina un qualsivoglia cittadino a prescindere dalla categoria o dall’appartenenza (se dimostro, per esempio, che pur avendo i titoli mi scarti al lavoro perché non gradisci con chi mi accompagno, vai sanzionato per violazione della basilare uguaglianza, non per altro), specificare, settorializzare, parcellizzare reati di comportamento che dovrebbero valere per tutti è una battaglia che non dovrebbe sfiorare nemmeno un’aula di giustizia, perché è culturale e politica.

Tramite il Dl Zan i promotori intendono far avanzare la loro linea, e ci sta. Ma qua il problema non è il singolo comma del dettato legislativo, è che non dovrebbero proprio esistere i reati di opinione. Chiunque dovrebbe poter sostenere la propria, fosse anche la più indecente, a patto che non agisca per imporla a nessuno.

Si poteva benissimo pensare a giornate celebrative o centri anti-violenza o a inasprire le aggravanti, senza alimentare la dinamica opinionicida dell’iper-regolamentazione fobica.

La legge Zan non proteggerà nessuno, con buona pace di Fedez che non sa nemmeno di cosa parla. Al meglio, non cambierà niente; al peggio, rafforzerà le parti politiche che li discriminano. La legge introduce aggravanti, cioè pene appesantite per reati che già esistono. L’idea che inasprire le pene faccia diminuire il crimine è una delle numerose credenze intuitive ma false, ormai ampiamente smentite dagli studi. Per amor di brevità, citiamo solo la posizione del National Institute of Justice, l’agenzia di ricerca del Dipartimento di Giustizia americano:

“Le leggi pensate per ridurre il crimine concentrandosi principalmente sull’inasprimento della pena sono inefficaci, in parte perché i criminali non conoscono le sanzioni specifiche per i crimini. Pene più severe non correggono i condannati, e il carcere può aumentare la recidiva”.

Inoltre, tralasciando l’ipocrisia e la pochezza intellettuale di alcuni politici che dicono di “stare” con il rapper (fatto che ci dice che la politica ormai è quasi deceduta), il paladino dei trans e dei lavoratori Fedez, “dimentica” quelli di Amazon, multinazionale di cui è sponsor, come dimentica quella canzone in cui ironizzava sull’outing di Tiziano Ferro (uno che sa cantare), o le sue bordate sui carabinieri. L’impressione è che al cantante munito di autotune non interessino davvero i diritti civili, ma consolidare la sua immagine pubblica di influencer, magari sollecitato dalla moglie che ha brandizzato la propria famiglia, facendosi ulteriore pubblicità e “dimostrando” di non essere solo un artista (?) ma un artista impegnato, come si conviene oggi.

 

Fonte  Alessio Mannino

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