‘La voce del crepaccio’, il thriller nordico dell’alto-atesino Matthias Graziani

Seducente e misterioso, La voce del Crepaccio, l’ultima fatica letteraria dello scrittore altoatesino Matthias Graziani (edito da Mursia), e tra i migliori thriller italiani del 2022 che si avvia alla conclusione, conferma la prestigiosa parentela artistica tra Graziani e Dennis Lehane e la straordinaria capacità di Graziani di distinguersi tra la massa di proposte editoriali noiose e banali.

La voce del crepaccio è ambientato nel 1989 in Alto Adige e vede come protagonista la voce del Gletschamm, creatura del crepaccio, un uomo sanguinario che conosce perfettamente le montagne dell’Alto Adige e cerca sempre di colpire qualche vittima. Forse, è proprio lui il colpevole della morte di un giovane uomo di nome Mirko Tries e forse, responsabile anche della scomparsa della sua fidanzata, ex Miss Tirolo. Ad indagare su questo caso, ci sono il commissario Lara Broschi, una donna di cinquantacinque anni che per la prima volta affrontare un caso così complicato. Fortunatamente, però, non sarà sola: verrà aiutata dalla guardia forestale che è una leggenda vivente del posto di Bergfeld: Karl Kastner, un uomo dai capelli folti, snello e in ottima forma fisica. Ma, i protagonisti principali non finiscono qui: troviamo anche un giovane adolescente, Julian Spitaler. Il ragazzo ha una dote particolare: sente le voci che provengono dalla montagna e per questo motivo non viene visto di buon occhio dalla popolazione, ma, grazie al suo dono riesce ad essere d’aiuto per le indagini che stanno conducendo il commissario e la guardia forestale.

Quando il Gletschmann torna a colpire, il commissario avrà bisogno di tutte le forze in gioco per poter fermare un assassino che è uscito dalle leggende e che sembra davvero inarrestabile. Nel nuovo libro di Graziani, leggende, thriller e fantasy si fondono per scandagliare nell’orrore e nelle relazioni umane, restituendo al lettore un’opera descrittiva ma che non lesina la dimensione introspettiva. Ne risulta un ritmo narrativo incalzante ed elegante che spinge continuamente chi legge a chiedersi come andrà a finire la storia.

Tra montagne e misteri, Graziani coglie l’occasione per realizzare un romanzo anche di formazione e d’avventura che tocca il cuore, che commuove e rende il lettore empatico con Julian, il ragazzo che sente le voci della montagna:

«E quella sera, mentre Julian sta osservando la pioggia dal camper, nei boschi di Feldberg qualcosa di molto pericoloso è tornato a vivere. Fuori il sole muore in lontananza, tingendo di rosso fuoco le Dolomiti, mentre il banco di nubi si dirada.»

Graziani sa trasformare un personaggio in una persona in carne e ossa, un luogo ed in particolare le Dolomiti in una emozione, una descrizione in un brivido. Caratteristiche che fanno dello scrittore altoatesino, tra i più talentuosi narratori italiani di oggi.

Come Lehane, Graziani riesce a creare ritratti di una precisione cristallina e di calarli nel lato più oscuro e inquietante della vita. La voce del crepaccio è un libro imperdibile per gli appassionati del genere, per chi ama le contaminazioni letterarie, doppie trame e viaggi originali dal sapore country, in luoghi, a volte, di oscura bellezza e fascino nordico:

L’Alto Adige è zona di cowboy, o meglio dei Kuahhuabn nel dialetto locale, i ragazzi delle mucche, con cappelli, stivali, cinture con grosse fibbie, mucche al seguito e cavalli, soprattutto haflinger. (…) il cielo era di un azzurro intenso, ma da settentrione una striscia insanguinata di nuvole stava lentamente divorando tutto il sereno. I rossi gerani in fiore brillavano alla luce del sole morente.

 

Matthias Graziani (1979) vive a Bolzano, lavora come insegnante e giornalista. La Stirpe del Vento (2010) segna il suo esordio nell’editoria. Sottopelle (2016) è il suo primo thriller ed è stato apprezzato dal maestro del noir Andrea G. Pinketts. Con Quel che resta del peccato (2018) tinge di noir la sua Bolzano. Con un racconto, nel 2020, vince il primo premio conferito dall’Accademia della Scrittura.

 

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‘Pericolo sulle cime’, la raccolta poetica di Gary Snyder, l’ultimo superstite della Beat Generation

Pericolo sulle cime dello scrittore statunitense Gary Snyder, edito da Elemento 115, inizia con l’ascesa al Mt. St. Helens compiuta dall’autore nell’agosto 1945 quando, venuto a conoscenza delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, giura di combattere per il resto della sua vita un potere “tanto crudele e devastante”.

Praticando una sorprendente varietà di stili, Danger on Peaks costruisce un ponte tra quelle giovanili esperienze e le poesie successive concernenti quella che lo stesso autore definisce una dimensione di vita “immediata, intima, di piccoli fatti e intuizioni”. Ne scaturisce la raccolta più personale di Gary Snyder e l’esempio di come la poesia si possa coniugare ad una spinta di liberazione, non solo individuale. Con testo a fronte, questa è la prima traduzione italiana della raccolta di Snyder.

La natura incontaminata e selvaggia è al centro del pensiero di Gary Snyder, il mondo selvaggio celebrato nelle sue opere che avvicinato con generosità, umiltà e rispetto diventa il galateo della libertà. Per il poeta e saggista nordamericano, ambiente, economia e cultura sono viste come un tutto interrelato e inter-reagente. Per questo la crisi del modello di vita occidentale è la conseguenza del processo di civilizzazione che ha provocato la rottura della sacra e antica alleanza fra Uomo e Natura, celebrata ed evocata per millenni dalle antiche culture tradizionali.

Gary Snyder (San Francisco, 1930) è l’ultimo superstite della Beat Generation. A lui è ispirato Japhy Ryder, il personaggio ne I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac. Studioso di lingue e culture orientali, ha soggiornato dal 1956 al 1968 in Giappone studiando il buddhismo zen e
vivendo in monasteri e comunità. Dagli anni ’70, Snyder è divenuto un punto di riferimento per il suo impegno nella difesa dell’ambiente. Teorico dell’ecologia profonda, docente e attivista, è considerato una delle voci più rilevanti della poesia americana (Premio Pulitzer, 1975). Vive in California, nella Sierra Nevada.

Paolo Allegrezza (1962). Insegna lettere in un liceo. Collabora a “Mondoperaio”, “Frequenze poetiche”, “TerradelFUOCO. Lab-Oratorio Poietico”. Ha tradotto e curato L’ascesa di Moses, di S. D. Selvon (Pungitopo, 1991) e Breve storia d’Inghilterra, di G. K. Chesterton (Rubbettino, 2011).

 

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Lo scrittore Anthony Horowitz contro le (noiose) accuse di sessismo su James Bond

Anthony Horowitz ha dichiarato di essere “felice di difendere Bond” e che il personaggio immaginario è “un uomo degli anni ’50 e ’60” che vive secondo un “codice morale diverso da quello attuale”.

Lo scrittore britannico Horowitz, 67 anni, creatore della spia adolescente Alex Rider, ha scritto tre romanzi su James Bond, l’ultimo dei quali è stato pubblicato nel maggio di quest’anno.

Ma l’autore, che è stato nominato CBE nella lista degli onorificenze per il nuovo anno 2021, dove è stato riconosciuto per i servizi resi alla letteratura, ha detto che l’ultimo titolo, With A Mind To Kill, sarà il suo ultimo per il franchise.

Quando scrivo i libri sento sempre Sean Connery e vedo Daniel Craig. Sono perfettamente felice di difendere Bond. È un uomo degli anni ’50 e ’60, quindi vive secondo un codice morale diverso da quello attuale.

Rifiuto l’idea che sia maschilista, sessista o misogino

“Penso che nei libri tratti molto bene le donne e che abbia un grande rispetto per loro, ma ammetto che ha alcuni atteggiamenti che oggi non celebreremmo nel XXI secolo, ma questo perché i libri sono stati scritti nel XX secolo. Erano altri tempi”, ha affermato lo scrittore

James Bond fa parte della storia del cinema britannico, con 26 film che abbracciano gli ultimi 56 anni, ma alcuni spettatori che guardano le prime uscite di 007 per la prima volta hanno avuto da ridire sui contenuti “inappropriati” dei film.

Alcuni spettatori troppo giovani per vedere in azione al cinema Bond del passato come Roger Moore, Sean Connery, Timothy Dalton e persino Pierce Brosnan hanno espresso il loro shock per i contenuti “sessisti” e “razzisti” dei film in un contesto moderno.

I vecchi film di Bond possono aver superato la prova del tempo agli occhi dei veri devoti dell’eroe di Ian Fleming, ma coloro che si avvicinano al franchise con occhi nuovi dicono che le azioni sessualmente aggressive della spia sono inaccettabili.

In particolare, il James Bond di Sean Connery – l’attore scozzese ha interpretato il ruolo principale in sette film di Bond tra il 1962 e il 1983 – è stato descritto dagli spettatori moderni come un “picchiatore sessista”, un “bastardo” e uno “stupratore”. James Bond, tra l’altro, è molto popolare anche nello slot di scommesse.netbet.it, provare per credere.

L’attore Craig, 54 anni, ha interpretato per l’ultima volta l’agente dei servizi segreti britannici in Non c’è tempo per morire, l’anno scorso, e il suo successore non è ancora stato nominato.

Horowitz è stato incaricato dalla proprietà del creatore di 007 Ian Fleming di produrre una serie di romanzi di James Bond

Il suo primo libro, Trigger Mortis, è stato pubblicato nel 2015 e dopo il suo successo gli è stato chiesto di produrne un altro, un prequel di Casino Royal intitolato Forever And A Day nel 2018, seguito dalla pubblicazione di With A Mind To Kill nel maggio di quest’anno.

Ora ho finito con Bond. Ne ho fatti tre: Trigger Mortis, che è stato a metà carriera; Forever And A Day è stato l’inizio della carriera e il nuovo, With A Mind To Kill, è la fine della carriera, quindi ritengo che sia una bella trilogia conclusa”, ha dichiarato.

L’autore è noto anche per la sua narrativa per giovani adulti e ha scritto per il cinema, la televisione e il palcoscenico nel corso di una carriera pluridecennale.

Una delle sue opere di maggior successo è la serie di 12 romanzi di Alex Rider, con l’omonimo adolescente che viene involontariamente trascinato nel mondo dello spionaggio internazionale.

Il primo romanzo della serie, Stormbreaker, è stato adattato in un film nel 2006, con Alex Pettyfer, e uno speciale di Amazon Prime Video è andato in onda nel 2020.

Attualmente lo scrittore sta promuovendo il suo 56° libro

The Twist Of A Knife (pubblicato da Century), un mistero a porte chiuse e quarto della serie Hawthorne e Horowitz, in cui Horowitz appare nei panni di se stesso, accusato di aver ucciso un critico teatrale che aveva recensito male la sua nuova opera, Mindgames (che in realtà era un’opera scritta da lui).

La sua vasta lista di crediti include anche l’incarico da parte dell’eredità di Conan Doyle di scrivere due romanzi di Sherlock Holmes, The House Of Silk e Sequel Moriarty, pubblicati rispettivamente nel 2011 e nel 2014.

È anche responsabile della creazione e della scrittura di diverse serie televisive britanniche famose, tra cui Foyle’s War e Midsomer Murders. Horowitz è rincuorato dal fatto che i libri che ha scritto 35 anni fa siano ancora in stampa, e ritiene che se ci fossero stati contenuti offensivi in essi, qualcuno glielo avrebbe detto.

Horowitz ha inoltre dichiarato: “Ci sono pochissime cose di cui mi pento – forse cose strane come prendere in giro i vegetariani, cosa che ho fatto circa 30 anni fa. Ora mangio a malapena carne. Gli atteggiamenti cambiano, ma poiché mi sono sempre concentrato sull’intrattenimento delle persone piuttosto che sul tentativo di turbarle, non c’è nulla di cui mi penta nei miei libri”.

Il politicamente corretto è sempre più noioso.

 

Fonte https://www.dailymail.co.uk/news/article-11138101/Anthony-Horowitz-denies-007-sexist-insists-simply-man-50s-60s.html

‘Viaggiatore solitario’: il beat, sentimentalismo e il mito hollywoodiano secondo Tondelli

Viaggiatore solitario. Interviste e conversazioni 1980-1991 di Pier Vittorio Tondelli, pubblicato postumo nel 2021 dalla Bompiani, si apre con il “giovane scrittore” Tondelli. con la sua altezza di 1,93, timido, dinoccolato e miope, che si destreggia nelle interviste con la sua aria comica e dalla parlata ricercata, usando anche delle citazioni di Rilke e Botho Strauss, senza però, definirsi “intellettuale”.

Non è un intellettuale questo viaggiatore emiliano, semmai è “uno scrittore. punto e basta”. Il suo è un lavoro che lo porta a incubarsi nella sua solitudine, a stare con i suoi personaggi e la sua musica, non ci lavora tutti i giorni però, come Moravia. Conoscere Tondelli significa entrare nella sua sfera privata con la sua scrittura, del suo rapporto intimo con essa, l’unico oggetto che fa da scenografia durante la sua composizione, è la musica di Lou Reed, Leonard Cohen e gli Smiths.

Tondelli e l’omaggio a Kerouac

Il titolo del romanzo un caro omaggio all’On the road di Kerouac: il scrittore emiliano, autore di racconti e di romanzi, scabrosi e turbolenti, come Altri libertini, che gli è costato un sequestro per turpiloquio e poi assolto, un libro rivolto ai giovani degli anni sessanta, gli anni del sesso, rock and n’roll e dell’ omosessualità. Parla ai giovani, il neolaureato al DAMS di Bologna, entra nelle loro vite e li fa protagonisti di una vita spericolata con un linguaggio hard.

Il beat e il sound

Il linguaggio hard lo ritroviamo anche nel suo secondo romanzo, Pao Pao, incentrata sui giovani e il loro modo di adattarsi per 12 lunghi mesi alla vita militare: male o bene? Tondelli in questo romanzo sostiene che poteva andare peggio, ma anche bene, a seconda di come si prendeva la vita e in quel posto niente mutava, era sempre la tua vita precedente, con la differenza che non stavi fuori, ma all’interno di un cameratismo maschile, dove mancano le donne. L’evoluzione della sintassi e dello stile tondelliano, avviene pari passi con la sua crescita anagrafica e intellettuale, rispetto ai suoi primi due romanzi: Altri libertini (1980) e Pao Pao (1982), Rimini e Camere Separate, presentano un linguaggio più maturo e tematiche quali la solitudine e il lutto che fanno pensare ai romanzi polifonici alla Bachtin.

La scrittura di Tondelli è frenetica, movimentata, ma anche ritmata: il senso del ritmo, causato dalle parole rimate e il suo repertorio musicale, è onnipresente insieme ai suoi personaggi.

La Realtà e Finzione del ribelle emiliano sono concetti “antropologici”, lo scrittore indaga sui giovani, parla di loro, priva di quella spia dei genitori, che entrano senza bussare alla porta, (i genitori non sono mai presenti nei suoi libri) nell’epoca degli anni ’60, per poi stoppare, darci un taglio, agli albori degli anni ’80, per rivolgersi a un pubblico adulto, ai trentenni, sempre, trattando però, dell’amore, del sentimentalismo, vidimato in Rimini (1985) e Camere Separate (1989). La sua vita potrebbe sembrare cinematografica come i romanzi che ha scritto, ma non lo è. Tondelli infatti si trattiene dal farsi scoprire, ma allo stesso tempo esce fuori, si fa portatore delle sue generazioni, ci parla, rende possibile che nei suoi romanzi, i giovani, trovino sé stessi.

Questo è il viaggio secondo Tondelli: la ricerca sull’interiorità, trovare un proprio posto, che sia Rimini con le sue luci al neon alla Fitzgerald con il suo “The Great Gatsby”, dove si cerca con ossessione, il successo, il mito italiano, di quegli anni, la Rimini Hollywoodiana; o Camere separate, viaggiando per l’Europa, evitando però, di spostarsi più in là, a seguito di un lutto, simile al “ A Single Man” di Christopher Isherwood, la solitudine che prende sopravvento, che culmina con la morte.

Secondo Tondelli, bisogna trasferire il parlato nella scrittura, nella macchina da scrivere. L’estraniamento in Tondelli è possibile? È possibile vederlo attuato in Altri libertini, in una scena che lo trascinò al Tribunale, non solo per l’uso del turpiloquio, ma anche per quella scena, che poteva portare il lettore a masturbarsi o a distaccarsene, creando uno shock, proprio come nel film surrealista Chien Andalou (1929) di Luis Buñuel.

“Alla fine, uno dei due fa la dose sul pene dell’altro, perché non trova delle vene intatte. È molto violento, molto emozionale. Queste pagine hanno fatto sequestrare il libro ma ho vinto il processo e ne ho vendute ventimila copie”.

 

Fonti

Silenzio, si scrive, Marisa Rusconi

Tanto Rock’ n’Roll, Natalia Aspesi

I ragazzi di Tondelli, Olivier Mauraisin

‘Paura e disgusto a Las Vegas’ di Hunter S. Thompson. Tra i massimi esempi di gonzo journalism

Fear and Loathing in Las Vegas” è un romanzo rimasto alla storia come uno dei massimi esempi di gonzo journalism. Il suo autore, Hunter S. Thompson (1937-2005), è diventato leggenda per aver concepito un nuovo stile narrativo e per aver interpretato il ruolo del giornalista in modo completamente nuovo, sensazionale e lisergico.

Hunter S. Thompson, il gonzo journalist

Esponente di spicco del “Nuovo Giornalismo Americano”, Hunter S. Thompson aveva pubblicato il suo primo libro nel 1967, intitolato “Hell’s Angels”. L’opera era dedicata alla celebre banda di biker americani, motociclisti accusati dall’opinione pubblica americana di vivere ai confini della legalità, se non proprio criminalmente. Il giornalista aveva trascorso con loro intere giornate e lunghe nottate, tra bevute, risse e fatti assurdi di ogni sorta. Per la rivista Scanlan’s Monthly scrive un articolo che passa subito alla storia, ovvero “The Kentucky Derby Is Decadent and Depraved”. Racconta di una celebre corsa di cavalli di Louisville, descrivendo in ogni dettaglio l’atmosfera degradata, corrotta e festosa dell’evento, non tanto la corsa in sé. Questo articolo viene definito da Bill Caroso, giornalista del Boston Globe, come primo esempio di gonzo journalism. La parola gonzo veniva usata dagli irlandesi per designare l’ultimo uomo che resta in piedi dopo una lunga notte di bagordi. Hunter S. Thompson continua a scrivere e pubblica nuovi libri come “La grande caccia allo squalo”, “Meglio del sesso”, “Cronache del rum” e “Screwjack”.

 

Paura e disgusto a Las Vegas

Tuttavia, il libro che più di ogni altro gli darà gloria sarà “Paura e disgusto a Las Vegas, pubblicato in due puntate sulla rivista Rolling Stone nel 1971. Il testo viene tradotto in Italia per la prima volta nel 1978 da Alberto Gini per i tipi di Arcana Editrice. È intitolato “Paranoia a Las Vegas” e non ottiene grande successo né di pubblico, né di critica. Viene ritradotto molti anni dopo, nel 1996, da Sandro Veronesi per Bompiani. Questa nuova edizione vedrà l’aggiunta in appendice di una “Piccola Enciclopedia Psichedelica”, che contiene un glossario di voci e di spiegazioni sui luoghi e i personaggi che compaiono nel libro.

 

Welcome to Las Vegas, pic by Lindsay Scott, Pixabar

 

 

“Scovare il sogno americano”

Come già accennato, “Paura e Disgusto a Las Vegas” si basa su fatti realmente accaduti. Hunter S. Thompson tra il 21 e il 23 marzo del 1971 era partito veramente alla volta di Las Vegas insieme all’avvocato di origine messicana Oscar Zeta Acosta. Hunter S. Thompson stava raccogliendo materiale per scrivere un articolo sulla morte del giornalista messicano-americano Rubén Salazar per mano della polizia di Los Angeles durante le proteste contro la guerra in Vietnam.

L’avvocato Oscar Zeta Acosta era un attivista messicano e Thompson voleva incontrarlo per approfondire la questione. Tuttavia, in città la situazione era molto tesa, così il giornalista decide di invitarlo a Las Vegas. Perché proprio a Las Vegas? In primo luogo perché in quei giorni la rivista Sports Illustrated aveva ingaggiato Thompson per seguire la Mint 400, una corsa motociclistica che si tiene ancora oggi a Las Vegas. In secondo luogo, perché Thompson aveva un obiettivo preciso, ovvero quello di “scovare il Sogno Americano”. Las Vegas all’epoca era già un’icona del sogno americano con tutte le sue luci e tutte le sue ombre. Era una città in cui tutto era possibile, dove in una notte si poteva realizzare ogni cosa. Si potevano trovare i migliori posti al mondo dove giocare a poker, casinò, locali notturni, discoteche e molto altro ancora. Si potevano incontrare persone di ogni tipo. Lì ci si apriva a ogni possibilità, anche alle più improbabili e tutto poteva accadere.

 

Il viaggio di Raoul Duke e del Dr. Gonzo

I personaggi di questo viaggio prenderanno i nomi letterari di Raoul Duke (alter-ego del giornalista) e del Dr. Gonzo, avvocato samoano. Il viaggio dei due è allucinato, esilarante e grottesco allo stesso tempo. Viaggiano a bordo di una Chevrolet decappottabile rossa. Hanno a disposizione 300 dollari in contanti e un bagaglio pieno di sostanze psicotrope di ogni tipo. La corsa motociclistica passa immediatamente in secondo piano, anzi, molto presto viene proprio dimenticata. Emerge un’America grottesca, kitsch. Siamo appena all’inizio degli anni Settanta, ma si percepisce già un senso di disillusione pervadente.

Secondo alcuni critici “Paura e disgusto a Las Vegas” è un’opera segretamente modellata sul Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Il romanzo viene ricalcato sia nei temi, che nel ritmo. D’altronde, si dice che da ragazzo Thompson per esercizio avesse ribattuto a macchina tutto il libro di Fitzgerald nella sua interezza.

Paura e disgusto a Las Vegas” ritornerà in auge grazie al cinema. Negli anni Ottanta, il libro verrà portato sul grande schermo dal regista Art Linson, che ingaggerà Bill Murray e Peter Boyle per un film che sarà intitolato “Where the Buffalo Roam”. La pellicola è un flop, ma nel 1998 Terry Gilliam ci riprova e dirige una nuova versione di “Fear and Loathing in Las Vegas”. Sullo schermo troviamo Johnny Depp e Benicio del Toro, il successo è mondiale.

Fonte Rawpixel

‘Cella’, i rapporti ossessivi secondo Gilda Policastro

“Cella” (Marsilio, 2015) di Gilda Policastro implica prima di tutto una riflessione attenta sul linguaggio, sulla narrazione, sulla struttura del libro.

In poesia recentemente l’ italianista si è distinta per le eavesdropping da cui ha ricavato le cosiddette “epifanie del quotidiano”. Allo stesso tempo la sua poesia è poesia di ricerca e un nuovo tipo di poesia aforistica.

Perché il titolo “Cella”? La protagonista a tale riguardo così si è espressa: “Perché mi chiamano Cella, chiedo al cane. Forse perché sto chiusa in casa, perché non vado al di là del cancello, tranne che per la spesa, le necessità. O forse perché amo un uomo che in cella, in effetti, dovrebbe finirci, anche se nessuno ha ancora trovato il modo. La colpa non coincide con la punizione quasi mai. Sarebbe bello se la sofferenza avesse quel risarcimento. Lui mi ha lasciata e ora paga. Invece a rimanere dentro, sconfitta, sono io. Cella».

In verità come afferma Giulio Mozzi il romanzo può essere interpretato in vari modi: 1) come la storia di una donna sottomessa ad un medico potente. L’intera storia è lo sfruttamento sessuale di questa donna 2) come il racconto di una ex brigatista, che viene curata dal medico. La storia tratta della competizione con un’altra donna, ovvero l’amante ufficiale del dottore. Gilda Policastro ha dichiarato nell’intervista a Mozzi che i brani attribuibili con certezza all’ex brigatista sono stati scritti anni prima rispetto al resto del romanzo 3) come la storia di una donna, inventata da Giovanni Principe, amante della protagonista.

Il risvolto di copertina descrive il romanzo secondo la prima interpretazione. La Policastro gioca con il lettore e con i critici. L’io narrante non fa altro che aprire e chiudere parentesi, saltare da una età all’altra o da un luogo all’altro. Si perde in digressioni, in flashback impietosi, in aneddoti. Tutto questo va a costituire il suo vissuto. Non le importa sapere se la sua storia interesserà qualcuno oppure no. Non le importa sapere se ciò può essere più o meno insignificante. Vuole comunque raccontarsi, anche se forse è bugiarda. Forse alcune bugie le dice a fin di bene, cioè per stare meglio con sé stessa. Ma non è questo l’importante.

L’importante è il senso complessivo del suo racconto, il quale, frase dopo frase ci confessa che dal suo quotidiano scaturiscono noia e mancanza dell’amato. La donna ci racconta che è stata torturata sia dalla vita che dai suoi amanti. Con questo romanzo la Policastro ha analizzato le dinamiche psicologiche che sottostanno ad un particolare tipo di relazione di tipo sadomasochista.

Il sadomasochismo non è fisico (se così fosse il dolore sarebbe anche l’anticamera del piacere e ci sarebbe almeno un rilascio di endorfine da parte della sottomessa). L’amante è un sadico dal punto di vista psicologico. Potremmo classificarlo come un narcisista perverso. Non prova empatia per gli altri, che tratta come oggetti.

La Policastro tratta del sesso, ma non ne è ossessionata come molte altre scrittrici odierne, né affronta questo tema per vendere di più, secondo il modello delle tre s (sesso, sangue, soldi), né ammiccando al mercato, ai mass media. L’autrice non brama un posto nei talk-show.

La scrittrice non può esimersi dalla descrizione dei rapporti sessuali per far capire al lettore il tipo di relazione instaurato tra la protagonista e il medico. Quello che interessa mettere in luce alla Policastro forse è la forma di potere che viene esercitato sulla “reclusa”. Il sesso è solo uno degli aspetti per porre l’accento sul rapporto ossessivo che lega i due.

La protagonista è asessuata e allo stesso tempo anaffettiva. Per lei sua figlia è un’estranea. La donna è dipendente dal suo amante. La Policastro qui non si lascia mai prendere dal sentimentalismo, memore della lezione sanguinetiana sull’eccesso di effusioni nella letteratura moderna. La scrittrice non sarà mai una Liala postmoderna, in quanto non rientra certamente tra quelle che vengono definite “pornoromantiche”.

Non è infatti mai pornografica e neanche romantica. La sua reclusa non è una patita del sesso né del sadomaso. La protagonista non vorrebbe una relazione come quella. Non ha un bisogno inconscio di essere punita. Non prova piacere nel dolore fisico e neanche si compiace della sua sofferenza. Semplicemente sopporta tutto perché non ha avuto ottimi esempi da parte dei genitori. Suo padre è stato un “tiranno buono”. Ha lasciato la moglie. Si è indebitato per comprare una villetta. Sua madre ha lasciato fare, pur sapendo che il dentista presso cui lavorava la figlia le metteva continuamente le mani addosso.

Per dirla alla Jung il suo è un caso di ombra rimossa. Non riesce in questo senso a lavorare sul suo passato e neanche sulla sua parte oscura. La protagonista non riesce, nonostante gli sforzi, mai ad affrontare veramente sé stessa. Una vera relazione sadomaso per essere tale implica il consenso da parte di entrambi. Qui la vittima è obbligata alla sottomissione per fare in modo di non perdere l’amato ed è costretta a sottostare ai rituali di sottomissione e ai codici di autorità. Il suo amante vuole il controllo.

Non è un caso che quando la scrittrice descrive una delle sessioni di sesso estremo con il professore (non con il medico, suo amato) in realtà descrive soprattutto il doppio legame, cioè i messaggi contraddittori e l’ostilità del professore. Ancora una volta il senso di questa descrizione è quella che gli psicologi chiamano “la falsa autorità” insita nel doppio legame di Bateson.

I messaggi contraddittori generano incongruenza interna: sono dei cosiddetti “inquinanti” della psiche. Per Bateson esistono due modalità di comunicazione verbale: il discorso vivente ed il discorso morente. Il discorso vivente è caratterizzato da relazioni sociali autentiche, partecipazione attiva, reciproca comprensione. Nel discorso morente invece il linguaggio è imposto ed ogni partecipante è controllato e controllante. Il discorso morente crea un clima ricattatorio ed ostile.

Questo tipo di linguaggio porta all’abuso delle persone. Il discorso morente significa potere, controllo, obbedienza, prevaricazione. Il dito viene sempre messo nella piaga. Le critiche sono fatte ad arte per far perdere fiducia alla vittima. L’obiettivo a lungo termine in molti casi è quello di distruggere l’identità altrui. In questi caso c’è solo discorso morente ed alla protagonista non resta altro che subire. Lo psicologo del lavoro Spaltro, scrisse in un suo libro che “il conflitto non è una patologia relazionale, ma è la relazione in se stessa”.

In fondo la psiche può molto. La psiche può molto (sia nel bene che nel male). È statisticamente provato ad esempio che muoiono meno persone per le festività rispetto agli altri giorni ed anche che ci sono meno viaggiatori durante i disastri aerei o ferroviari (sesto senso? Forse. Ci sono comunque in quei giorni più persone che perdono il treno o l’aereo). Questi sono casi in cui la psiche è determinante nel bene.

Ma può avvenire anche il contrario. La psiche può molto anche nel male. In questo romanzo tutti fanno del male psicologicamente alla protagonista, che però commette un peccato comune a molti attualmente: quello di perdere la sua individualità e la sua autostima per raggiungere una parvenza di amore. Lo stesso Freud a riguardo scriveva che “l’amore è il passo più vicino alla psicosi”.

La Policastro fa dire al suo personaggio principale che “l’amore è sofferenza”. Infatti in questo caso è anche rinuncia, umiliazione, abbandono, perdita. Anche il linguaggio può molto. Esistono le terapie della parola. La parola può anche essere un’arma.

Probabilmente Gilda Policastro vuole descrivere questo particolare tipo di relazione ossessiva per evidenziare la conflittualità inevitabile presente in ogni relazione amorosa e il sadomaso diviene solo uno specchietto per le allodole, e magari portarci nell’inferno della comunicazione. La sua forse è una catabasi della parola e della relazione umana.

La stessa autrice ha dichiarato che voleva raffigurare l’amore come una prigionia. Inoltre la comparsa della brigatista rossa non è un modo per trattare della rivoluzione mancata o della resistenza tradita, ma è un espediente per sottolineare ancora una volta le conseguenze estreme di un rapporto ossessivo. Senza ombra di dubbio il legame tra la protagonista e il medico non può essere considerato una risorsa relazionale. Il medico è un donnaiolo impenitente, che usa e getta le sue amanti.

Quando si accorge di essere amato ecco allora che abbandona la donna.

Cella è anche il racconto di un corpo sottomesso, sfruttato e umiliato. Alla Policastro è sempre interessato il tema della corporeità. Ogni vita in fondo è storia di un corpo, dalla sua nascita al suo declino inarrestabile.

La scrittrice inoltre descrive anche il rapporto tra la “reclusa” e la figlia, che si potrebbe sintetizzare ricordando con le sue stesse parole che il dovere di una madre è quello di tacere e sopportare. Molto realistica è la descrizione degli adolescenti dei giorni nostri, che si filmano in ogni momento ed in ogni cosa che fanno. Molto divertente e parodistico è l’utilizzo da parte della protagonista del linguaggio psicologico.

La Policastro si avvale dell’uso del monologo interiore continuo, di un flusso di coscienza intriso di psicosi e psicologismi. È la storia di un soggetto senza nome e allo stesso tempo del sacrificio di una donna.

Gilda Policastro potrebbe anche scrivere un romanzo senza trama ed essere ugualmente avvincente. Ogni sua parola è ponderata. Il suo è un romanzo sperimentale e per nulla commerciale.

 

‘Crossroads’, il nuovo (e già letto) romanzo di Franzen

Di Jonathan Franzen (Western Springs, 1959), considerato, insieme a Colson Whitehead, Dave Eggers, Nathan Englander e Jonathan Safran Foer, fra gli esponenti di punta americani contemporanei, è appena uscito Crossroads, romanzo dal taglio moderno, dall’approccio naturalista che ha come sfondo il Midwest americano dove si dipanano le vicende e la dissoluzione di una famiglia.
Sebbene Franzen prenda una certa distanza dagli altri autori citati, quantomeno una distanza anagrafica considerato che è più anziano di loro di una decina d’anni o poco più, si direbbe che anche egli appartenga al cosiddetto movimento del nuovo romanzo americano. Eppure non tutto ciò che brilla è oro e nonostante Franzen sia noto per un eccellente marketing che gli ha permesso di raggiungere numeri considerevoli, la realtà sembrerebbe essere che egli con i suoi ultimi i più grandi successi cerchi di ripetere il grandioso affresco di Pastorale Americana (Philip Roth) senza tuttavia averne la forza stilistica né la visione profonda.
Crossroads si allinea ai precedenti romanzi di Franzen, primo libro di una recentemente annunciata trilogia, interessante ma ancora una volta incapace di raggiungere i grandi romanzieri americani cui aspira.
Per gli appassionati di Franzen – sono tanti come però sono tanti anche i detrattori di questo autore – il tema non è nuovo, in qualche modo presente in maniera sempre più sostanziale nei suoi romanzi più importanti Le Correzioni, Libertà, Purity. Ma questa volta il nuovo romanzo dell’autore americano apre dichiaratamente una trilogia, denominata “A Key to All Mythologies” che si muove attraverso le generazioni.
Gli Hildebrandt, i protagonisti borghesi di un sobborgo fittizio di Chicago, sono gli esponenti e i protagonisti di una famiglia e partecipano alla vita di una congregazione. Se da un lato il pastore Russell e sua moglie Marion devono affrontare i vari aspetti di una crisi coniugale, d’altra parte i fatti si svolgono in una ben più ampia crisi spirituale che coinvolge gli Stati Uniti agli inizi degli anni Settanta. I tre figli della coppia dovranno così affrontare le inevitabili contraddizioni fra una famiglia devota, immersa nella dimensione religiosa e un ambiente sempre più libertino e aperto alla sperimentazione come quello della fine degli anni Sessanta.
In Franzen si trova così una certa introspezione e il tentativo di affrescare un’epoca. La modalità narrativa, già sperimentata dallo scrittore americano in romanzi come Le Correzioni e i temi affrontati, certamente possono attrarre il grande pubblico seppure più che affrescare un’epoca tendono a dipingere vicende della provincia e non americana, quasi si trattasse di romanzi di genere, feuilletons, per intenderci, capaci di incuriosire ma lontani dal grande respire di romanzieri più importanti.
Resta il fatto che il romanzo ha alle spalle la grande macchina promozionale americana, capace di portare alla ribalta i propri scrittori come forse nessun altro sa fare, così capace da passare a volte in secondo piano la differenza con grandi scrittori come Philip Roth per citarne uno, la cui portata letteraria è chiaramente diversa da quella di Franzen. Tuttavia bisogna riconoscere al mondo anglosassone e agli americani in particolare un coraggio editoriale che ad altri paesi, Italia in prima fila, manca sebbene quest’ultima disponga di grandi scrittori di primo ordine come Davide Amante.
“Il fatto di avere una forte vena populista nel mio personaggio aiuta, e quindi non ho paura della suspense. Sono antichi piaceri della narrazione, e perché non approfittarne, soprattutto in un’epoca in cui il romanzo è in ritiro e la gente cerca ragioni per non dover leggere un libro”;
ha dichiarato una volta l’autore. Il New York Times dice di lui che si è reso conto con riluttanza, che la TV era dove si dirige l’attenzione delle persone ora, che i grandi momenti culturali coinvolgono più spesso gli schermi televisivi che i libri, il che, secondo lui, è il modo in cui funziona l’evoluzione.
Insomma un pensiero che tende ad adattarsi al mondo più che cercare di cambiare il mondo, una diplomazia dello scrittore dalla noncuranza di molti grandi scrittori d’altri tempi come Philip Roth appunto o di questa epoca come i già citati Davide Amante o Colson Whitehead. Una noncuranza e una ostinazione che alla fine l’evoluzione la fanno davvero ma attraverso la parola scritta e portando nuova linfa agli schermi grandi e piccoli piuttosto che farsi trasportare da essi adattandosi alle loro esigenze.
La newyorkese Susan Golomb, agente di Franzen, è garanzia di relazioni e marketing elevato. Se poi si aggiunge che Franzen mantiene un certo tradizionale riserbo circa la propria posizione di scrittore, l’interpretazione del suo successo inevitabilmente si complica. Grande scrittore o grande artista dell’adattamento al mercato e del marketing?
Vende copie, questo è certo e seppure i suoi numeri sono in calo già dai tempi di Purity, persiste intorno a Franzen un’aura di mistero o forse una particolare capacità di creare un equilibrio unico nel suo genere.
Crossroads è un titolo particolarmente azzeccato per lui ma il vero bivio è quello di fronte al quale si trovano i suoi lettori, combattuti fra una letteratura prevedibile e verbosa seppur di buon livello l’imprevedibilità e il linguaggio innovativo che contraddistinguono i grandi scrittori contemporanei e di tutte le epoche.
Jonathan Franzen ha scritto sei romanzi (La ventisettesima città, Forte movimento, Le correzioni, Libertà, Purity e Crossroads), quattro raccolte di saggi (Come stare soli, Più lontano ancora, La fine della fine della terra e E se smettessimo di fingere?), e l’autobiografia Zona disagio. Ha annotato un compendio di saggi di Karl Kraus nel volume Il progetto Kraus. Inoltre ha pubblicato racconti e saggi su «The New Yorker» e su «Harper»

Irène Némirovsky, tra i casi letterari più potenti degli ultimi decenni

Le sembrò tutto ambiguo, una fatalità, forse, ordita da un romanziere sadico. Il 2 febbraio del 1939 Irène Némirovsky si era fatta battezzare presso l’Abbazia di Sainte-Marie, l’anno dopo veniva censita come ebrea.

La lettera inviata al maresciallo Pétain – “Inutile dire che non mi sono mai occupata di politica, avendo scritto opere puramente letterarie… mi sono impegnata al massimo per far conoscere e amare la Francia” – non aveva sortito effetto.

Eppure, Irène Némirovsky, donna audace, d’intransigente bellezza, cruda, era tra gli scrittori più noti, in Francia. Da David Golder, uscito nel 1929 per Grasset, era stato tratto un film di successo – passato, in Italia, come “La beffa della vita” – girato da Julien Duvivier.

Irène Némirovsky, la femme fatale della letteratura francese

Nel 1931 Robert Brasillach ne aveva esaltato l’afflato lirico, “così toccante e così vero”. Era nata a Kiev, l’11 febbraio del 1903: il papà era banchiere, ebreo non praticante, la madre impediva che si parlasse yiddish o russo, in casa vigeva la legge grammaticale del francese.

La Rivoluzione, ovviamente, ruppe l’idillio: Irène e mammà, vestite da contadine, fuggono, miracolosamente, in Finlandia; insieme al padre approdano a Stoccolma, infine, nel ’19, si stabiliscono a Parigi. Irène si sente francese: pubblica libri di successo – Il ballo, I cani e i lupi, Jezabel, La preda – ma le viene negata la cittadinanza.

Poco gliene importa, ebbra di fama. Ancora nel luglio del 1942, arrestata dai gendarmi di Vichy, non crede nell’inevitabile, e scrive al marito: “Amore mio, in questo momento sono seduta alla gendarmeria dove ho mangiato ribes in attesa che venissero a prendermi. Soprattutto, sta’ tranquillo, sono certa che sarà questione di poco… Copri di baci le mie adorate bambine… Se poteste mandarmi qualcosa… Libri, per favore, e se possibile anche un po’ di burro salato”.

La deportazione ad Aushwitz

Deportata ad Aushwitz, muore il 6 novembre di quell’anno, in una camera a gas. La resurrezione accade, col criterio del prodigio, nel 2004, quando Denoël pubblica Suite francese, il manoscritto dell’ultimo romanzo della Némirovsky, nascosto in una valigia che conteneva diversi effetti personali.

Il successo, la seconda volta, è più clamoroso della prima: sulla scia di Adelphi, non c’è editore italiano che non abbia la propria traduzione di Suite francese – vincitore di un Prix Renaudot postumo –, da cui è tratto un film di dubbia bellezza, con Michelle Williams e Kristin Scott Thomas. La straordinaria storia del manoscritto, insieme alla pubblicazione del “capitolo ritrovato di Suite francese”, è il cuore di un libro, Re di un’ora (Edizioni Ares, 2021), che allinea diversi inediti – il più importante è quello che dona il titolo al testo – e mostra un poco la virtuosa attività pubblicistica della Némirovsky (aveva sintonia con Pearl S. Buck, le piaceva Il postino suona sempre due volte).

L’ebraismo di Irene

A curare il volume, Cinzia Bigliosi, traduttrice di platino – per Bompiani ha appena licenziato la sua versione de Il rosso e il nero; per Feltrinelli ha tradotto Guy de Maupassant, George Sand, Alexandre Dumas –, con una propensione ‘affettiva’ per la Némirovsky (ha tradotto Suite francese per Feltrinelli, La nemica per Astoria, ha curato il libro di Élisabeth Gille, Mirador. Irène Némirowsky mia madre).

Secondo Cinzia Bigliosi il mondo ebraico di Irène Némirovsky è la matrice di un immaginario con il quale la scrittrice intratteneva un rapporto molto forte, anche se fino a poco prima dell’Anschluss, sarebbe rimasto quasi esclusivamente un tema letterario.

Nella vita di Irène l’ebraismo ha agito come una negazione primordiale che partecipò probabilmente all’inconsapevolezza del pericolo nazista da parte di Irène che non ricordava più la propria origine e che ha guardato fin quasi alla fine a quello che le capitava intorno come a un fatto che non potesse riguardarla fino in fondo.

Re di un’ora, il libro più importante di Némirovsky

Re di un’ora è il testo fondativo e fondamentale nell’opera di Irène Némirovsky, per diversi motivi. Prima di tutto l’idea di fondo che nel 1934 sfocerà in questo breve trattato fisiologico, nello stile di Balzac, è ossessiva e il “macher”, ossia il faccendiere di origine levantine sul quale si concentra e che ha molti tratti in comune, se volessimo scivolare nel freudismo, con il padre, è protagonista della maggior parte dei suoi scritti narrativi, in primis David Golder.

Inoltre l’analisi alla quale si abbandona Irène nello scavare tra esempi a lei contemporanei la spinge senza che se ne accorga nella costruzione di un vero e proprio tipo, e in questo modo il “macher” diventa, letto con lo sguardo di oggi, un modello modernissimo di affarista nel quale potremmo riconoscere molti dei personaggi che infestano la vita pubblica e politica, e qualche cella carceraria, affaristi non solo italiani che, giunti dal nulla, salgono in cima a montagne di denaro e di successo per crollare nel vuoto poco dopo, e ricominciare da capo, senza soluzione di continuità.

 

 

Fonte

Davide Brullo

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