La voce pacata e intensamente intima di “Devozione”, romanzo di Charlotte Wood, tradotto per la prima volta in Italia per Fazio Editore, è una commovente e originale raccolta di una biblioteca di romanzi confessionali che riflette sui temi di colpa, perdita, perdono, ritiro dal mondo. Il settimo romanzo dell’autrice australiana è ambientato in un monastero nel suo paese d’origine durante la pandemia.
Accolto dalla critica internazionale in maniera entusiastica, finalista al Booker Prize, tra i migliori dieci libri dell’anno per «The New York Times» e «The Washington Post», Devozione è un romanzo che scorre calmo come la superficie di un fiume, ma che del fiume possiede la profondità, le correnti e i vortici. Intenso e commovente, è il libro fondamentale di una scrittrice di rara potenza, che si domanda cosa significhi ritirarsi dal mondo e quale sia l’effetto prolungato del dolore sull’animo umano.
Stanca e bisognosa di solitudine, una donna di mezza età abbandona il marito, gli affetti e il lavoro in una fondazione animalista senza avvertire nessuno. Fugge da Sydney per riavvicinarsi ai luoghi in cui è cresciuta e si rifugia in un piccolo convento di suore cattoliche nascosto nelle aride pianure dell’Australia rurale. Non crede in Dio, e si ritrova a vivere questa strana esistenza solitaria quasi per caso. Nonostante ciò, il suo bisogno di pace e la sua ricerca di qualcosa di più grande che non sa ben definire la portano a scegliere di condurre proprio questa vita. Le giornate assumono una cadenza lenta, scandite da piccoli rituali e gesti ripetuti. Mentre il tempo si dilata, gli avvenimenti del passato si riaffacciano alla memoria: fatti vissuti e rimasti incompresi che, finalmente, si dischiudono. Mossa dalla strenua ricerca di un miglioramento personale e dall’ambizione di diventare una persona buona, la donna si troverà però a dover affrontare una serie di eventi sconvolgenti che minaccia di interrompere la sua ritrovata quiete.
Avvalendosi di uno stile che si basa su dislocazione, giustapposizione ed elisione, Wood, pensando a Emily Dickinson, suggerisce turbamento e risoluzione spirituale alla propria protagonista che tenta di capire cosa significa essere buoni. Ne risulta un romanzo che persuade e che coinvolge il lettore nella ricerca umana attraverso una piccola storia che diviene universale.
“Potrebbe esserci una parola in un’altra lingua per ciò che mi ha portato in questo luogo, per descrivere il mio particolare tipo di disperazione in quel periodo”, scrive la protagonista. “Ma non ho mai sentito una parola per esprimere ciò che sentivo e ciò che il mio corpo sapeva, cioè che avevo un bisogno, un bisogno animale, di trovare un posto in cui non ero mai stato ma che fosse comunque, in qualche modo innegabile, la mia casa”.
Lo stile di Wood rispecchia il paesaggio e la vita monastica. È elementare, spoglio e austero. Emblematica la scoperta e la sepoltura di ossa e topi, metafora della sepoltura del proprio passato. Solo ai margini della comprensione, nonché del mondo, si può dare vita a un romanzo bizzarro, cumulativo, privo di orpelli e al contempo profondo che ci lascia scoprire il mistero dell’emozione: la cognizione, in altre parole, è un processo affettivo per Wood, che percepisce l’emozione come una sorta di pensiero
Ilaria Palomba, tra le voci poetiche contemporanee più pure e autentiche del panorama letterario italiano, torna con una nuova raccolta, ‘’Restituzione’’. In questa silloge poetica edita Interno Libri, la scrittrice pugliese consegna ai lettori una delle sue opere più vibranti e adamantine; il risveglio che attraversa la rovina, la parola che diventa corpo, si trasforma in poesia e, infine, in cura. Restituzione è un viaggio interiore dove l’anima dell’autrice scende nel proprio Io adombrato per poi risorgere nel fulgore. Tutta la struttura del testo è, infatti, legata a un filone metamorfico; con un linguaggio materico ed etereo la voce di Palomba si frantuma, si ricompone, si avvicina, si interroga e scandaglia la propria identità senza tuttavia offrire la poesia come orpello vuoto.
La raccolta poetica si divide in sette sezioni – Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica – in cui l’autrice si immerge in un percorso spirituale e animistico che la porterà a un rifiorire perpetuo dopo aver riaccolto la propria identità e ritrovato la propria essenza. Nel viaggio poetico e spirituale di Ilaria Palomba, nella tensione fra l’inconscio e la luce che attraversa i versi, le ferite non diventano spettacolarizzazione del trauma ma occasioni per scandagliare, riflettere e rifulgere.
Palomba analizza e indaga – attraverso una scrittura lucida e presente – le memorie, l’infanzia, le sofferenze e i desideri. Quello che colpisce nel corso della lettura della silloge è l’abilità dell’autrice di trasformare il personale in archetipico. Figure antiche e mitologiche aleggiano nei versi di Restituzione, un mito che crea solennità fra i versi senza però cedere il passo a un simbolismo lezioso o astratto: la poesia di Palomba si interroga, cerca risposte e le dona non temendo la vulnerabilità della scoperta, lo squarcio del Velo di Maya.
Eremo sospeso tra grazia e vuoto,
luminoso, l’abbaglio delle Janare,
paesi abbandonati alla memoria.
Le dune addormentate delle case
di spettri e finestre divelte vuote
e radici disserrate tra i vespri
del Sannio, plenilunio della terra.
Tra pochi passi serpeggia il rito,
le braccia spalancate alla quiete.
(Ilaria Palomba, da ‘Memoria’ in ‘’Restituzione’’)
Discorso mitopoietico e investigazione psico-esistenziale
Un testo basato sulla triade classica catabasi–crisi–anabasi, articolato da un movimento figurativo e letterario dove l’Io lirico si immerge e trapassa una condizione liminale in cui corpo, parola, linguaggio, poesia e identità si ritrovano in un primo momento in un processo di dissoluzione apparente che, tuttavia, nel corso della lettura riacquista una concretezza e un significato. La struttura letteraria del libro si configura come una stratificazione di essenza e interiorità accompagnata, quasi, dal sostegno della parola-luce che diviene strumento di indagine del percorso esistenziale.
In un certo senso, si assiste a una sorta di ‘’Viaggio dell’Eroe’’ poetico, in questo caso, dove l’intimità stratificata in tutta la sua purezza attraverso i versi muta, divenendo in potenza: in trasformazione verso quel bagliore cantato alla fine della silloge. L’atto poetico, in questo viaggio interiore dell’Eroe-Autore, diventa possibilità e rito di passaggio per rifiorire. L’indagine psico-esistenziale che l’autrice fa nei suoi componimenti non solo è delicata e candida, ma anche incredibilmente acuta e minuziosa.
Ilaria Palomba riesce a tradurre le immagini in sensazioni: ogni verso conduce alla visualizzazione delle percezioni, in una sinestesia dirompente e caleidoscopica. La mitopoiesi è presente in modo vivido nella raccolta; il simbolismo che attinge dal patrimonio mitologico e dalle figure archetipiche si dirama attraverso la presenza di immagini sacrali, femminili e liminari rievocando un archetipo primordiale di morte e rigenerazione: in questo senso la narrazione intima assume un’aurea collettiva che, tuttavia, non è mai compiacimento ma conoscenza attraverso il mito inserito nella silloge non come mero ornamento ma come strumento per sfuggire a quella che è una narrazione lineare, che non coglie sfumature o particolari.
Il simbolismo si integra nel linguaggio e si accosta al trauma vissuto per permettere di restituire una sorta di complessità al narrato. L’archetipo Morte-Rigenerazione presente nella raccolta si avvicina alla concezione di Eterno Ritorno di Nietzschiana memoria: l’immagine della circolarità dell’uroboro riprende la concezione della vita che si ripeterà all’infinito attraverso cicli e passaggio, in modo imperituro.
La poetica della restituzione, il frammentato che diventa armonia
Il centro del libro è predominato dal concetto di ‘’trauma’’ che, tuttavia, non è punto di arresto né di blocco ma una sorta di metaforica soglia verso una dimensione – a tratti – primordiale. Riconnettersi con il proprio essere atavico e collegarsi all’immaginazione: in questo contesto l’essere, il corpo, l’identità diventano insieme campi di battaglia da custodire, poiché ‘’in trasformazione’’. Dalla ferita sgorga la misticità che non è trascendenza divina ma terrestre; la tensione mistica è quel corpo, quell’’Io, che sopravvive alle macerie e si reinventa, nonostante il trauma. A tal proposito, la sezione conclusiva del progetto poetico chiarisce il primario concetto di Restituzione che non collima con una ricomposizione perfetta e senza macchia dell’identità quanto, invece, con l’accettare la frammentazione della propria natura. Il frammentato diventa quindi armonia in quanto la rinascita coincide non con un ritorno alle origini ma con il raggiungimento di un nuovo equilibrio che prevede la consapevolezza dell’interrotto, del discontinuo.
Il ritorno nell’antico
si fa strada in ogni canto.
Resta la piega dello spazio
il tempo a ritroso inverte il corso.
(Ilaria Palomba, da ‘Dissolvenza’ in ‘’Restituzione’’)
La vulnerabilità e la memoria ferita si traducono, nella scrittura di Ilaria Palomba, in forma poetica. L’autrice analizza un Io lirico che non è statico bensì sfaccettato e molteplice e, seppur attraversato dalla sofferenza, volto alla metamorfosi.
Tutto il viaggio è un ritorno,
un ritorno alla rosa di nessuno.
L’avrai vista sfiorire tra le foglie,
invetriarsi cava, pietrificarsi.
È rifiorita – i petali strappati
dal vento feroce di marzo –
muore e si fa bocciolo, rifiorisce.
Nella calma del tempio,
prigionieri del bianco,
ne scalderemo le ceneri.
(Ilaria Palomba, da ‘Dissolvenza’ in ‘’Restituzione’’)
Il corpo poetico di Palomba non è omogeneo ma dedito a processi di disgregazione e ricomposizione. Una dinamica che rimanda alla tradizione novecentesca dell’identità scissa: si pensi per esempio a Rilke secondo cui l’identità non è un nucleo compatto ma un divenire continuo. Nelle Lettere a un giovane poeta, secondo l’autore, l’individuo “diventa se stesso” non attraverso un’essenza stabile ma accettando la pluralità e la frammentarietà dell’esistenza terrena.
Questo concetto di scissione è più evidente ne I quaderni di Malte Laurids Brigge: per Rilke la scissione è condizione fondamentale dell’essere umano che accogliendo il difficile e il transitorio deve trasformare la frammentazione attraverso la consapevolezza e la forza creatrice, volgendosi a una forma di eternità: l’identità è quindi pluralità, non unità armonica. Tuttavia la declinazione fatta da Palomba, invece, si pone sul piano del simbolismo; il trauma non è esperienza biografica ma luogo e condizione di confine che permette l’emergere di un altro linguaggio e di un nuovo equilibrio.
In Restituzione il trauma non è limite ma soglia. Lo spazio poetico posto da Palomba diviene area di transito in cui la disgregazione è sinonimo di rigenerazione. Il messaggio dell’autrice è autentico e adamantino perché non cede alla retorica della guarigione; non si tratta di riaccogliere l’origine ma di costruire una identità sul post-trauma: non lineare, forse discontinua, ma consapevole e matura oltre che fulgidamente aderente al proprio essere rinnovato. Una Restituzione, appunto, di un equilibrio nascente che interroga e indaga la relazione fra soggetto, trauma e linguaggio germogliando e rifiorendo, donandosi a un rinnovato percorso esistenziale.
Nato ad Arequipa, in Perù, il 28 marzo 1936, Vargas Llosa è scomparso oggi, all’età di 89 anni. A soli otto anni scrisse la ‘Lettera a Gesù Bambino. Il rapporto difficile con il padre, incontrato quando aveva 10 anni, lo segnò profondamente e influenzò il suo lavoro. Fu su sua insistenza che entrò in una scuola militare, la Leoncio Prado di Lima, dove subì una dura disciplina che si rifletté in ‘La città e i cani (1963), romanzo bollato come “comunista”. Finì la scuola superiore alla scuola San Miguel di Piura. Nel 1953, all’età di 17 anni, tornò a Lima, dove studiò Letteratura e Giurisprudenza all’Università Nazionale di San Marcos e si laureò in Filosofia e Letteratura. Due anni dopo, a 19 anni, sposò la zia acquisita Julia Urquidi, di dieci anni più grande di lui, dalla quale si sarebbe separato nel 1964.
Mario Vargas Llosa tenne un discorso a Stoccolma il 7 dicembre 2010 in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura. Questo discorso si tiene presso l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia a Stoccolma.Ci si sofferma, in primo luogo, sul titolo del discorso. La prospettiva in cui lo scrittore sudamericano si pone è quella del lettore, egli infatti parla di lettura e non di letteratura. Questo titolo contiene un’endiadi (=termine della retorica classica, si usa per indicare un concetto unitario espresso attraverso l’uso di due sostantivi). Ciò che ci dice è che egli è diventato uno scrittore per la passione nutrita nei confronti della letteratura.
Il termine “finzione”, il suo corrispondente italiano sarebbe “invenzione”. Si può citare, a questo proposito, lo scritto di Alessandro Manzoni sullo stimolo del giudizio di Goethe sui Promessi Sposi.
Goethe aveva letto la prima edizione (1827) e la aveva molto elogiata, sollevando alcune obiezioni sul troppo peso della parte storica. Manzoni pubblica nel 1850, all’interno della raccolta Opere varie, questo saggio intitolato Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e di invenzione. Con questo titolo si intendono una serie di componimenti che abbinano fatti realmente accaduti a fatti inventati dalla fantasia del romanziere. Il termine finzione ha molto successo anche per la somiglianza con il termine inglese “fiction”. La fiction si distingue, in inglese, dalla non-fiction. Quest’ultimo termine indica una categoria che comprende opere di carattere
storico, biografico, documentario. Tutto quello, quindi, che non si fonda sulla creazione dell’immaginazione. Il termine fiction, invece, tende a significare “narrazione” in generale.
“Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita, così come scrivere. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e forse senza neanche saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto. E che dovrebbe essere migliore”.
Il discorso si apre con Vargas Llosa che parla di come abbia imparato a leggere all’età di cinque anni, nella classe di fratel Justiniano, nel Colegio de la Salle, a Cochabamba in Bolivia. Si pone insistenza su questo evento antichissimo, in quanto MVL lo definisce come la cosa più importante che gli sia mai successa nella vita. Llosa sostiene che i libri hanno arricchito la sua esistenza, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio.
I ricordi dell’infanzia possono essere considerati di secondo grado: non ci si ricorda tanto dei fatti in sé ma, più che altro, dei racconti su di essi (es. i fatti che riguardano la nostra infanzia tendiamo a ricordare maggiormente i racconti dei nostri genitori circa alcuni episodi
che ci sono accaduti da bambini). Un esempio in favore di questo riguarda i ricordi della mamma, la quale ha raccontato a Vargas Llosa che da bambino cambiava i finali dei racconti che leggeva perché gli dispiaceva che finissero o per cambiargli il finale. Il lettore desidera, in questo senso, farsi autori, collaborare alla creazione. Tra i libri che da bambino hanno arricchito la sua esistenza cita:
Ventimila leghe sotto i mari (Jules Verne), I tre moschettieri (Alexandre Dumas), I miserabili (Victor Hugo). Mentre per quanto riguarda la madre, dice che ella era solita commuoversi leggendo Amado Nervo e Pablo Neruda.
Vargas Llosa definisce la scrittura come “passione, vizio e meraviglia”. Si può notare, a tal proposito, come nei discorsi si ricorre spesso alla cadenza ternaria (= utilizzo di tre parole), in quanto conferiscono al discorso una particolare incisività. Il termine “passione” è un termine ambivalente: deriva dal verbo patire infatti significa anche “sofferenza”. Lo stesso termine però può anche essere utilizzato come sinonimo di “amore”. Lo scrittore in questo caso, utilizza il termine soprattutto come un impeto, un trasporto. Il termine “vizio”, invece, ha di solito una valenza negativa. Nella migliore delle ipotesi è una cattiva abitudine, un difetto o una debolezza. Alla luce di queste considerazioni, i due termini utilizzati congiuntamente possono significare qualcosa che eccita, che esalta le facoltà ma che allo stesso tempo ha un risvolto di debolezza.
Il termine “meraviglia” deriva del verbo mirare, cioè guardare. Si prova meraviglia di fronte a ciò che stupisce e incanta. Questo è il miracolo di trasformare “il sogno in vita e la vita in sogno”. Llosa celebra la capacità della letteratura di trasformare la nostra percezione della realtà attraverso l’esercizio della fantasia, così da rompere i vincoli di tempo e spazio. La letteratura è magia che traduce le parole in immagini. Attraverso l’immaginazione, accesa dal testo che si legge, la vita si arricchisce. La letteratura crea quindi una vita parallela dove rifugiarsi dalle avversità. Fa diventare “normale ciò che è straordinario e straordinario ciò che è normale”. Ci sono due cose da notare: la letteratura come rifugio, come tregua rispetto alla vita quotidiana che evidentemente è spesso fonte di delusioni, frustrazioni, sofferenze, ecc. e poi c’è la letteratura come volo fantastico.
La finzione è l’inizio dello spirito critico. “Leggere è protestare contro le ingiustizie della vita”. Llosa evidenza l’esistenza di un nesso fra l’invenzione letteraria e lo spiritico critico. Tutto questo si può cogliere nel fatto che i regimi dittatoriali instaurano sempre controlli, censure, reprimono la libertà espressiva. Come lo spirito critico si sviluppa? La risposta che emerge da questa conferenza può così essere sintetizzata: l’invenzione letteraria, la finzione (e solo essa), rappresenta realtà diverse da quella che ci circonda, ci fa vivere mondi immaginari.
Ma se è possibile immaginare mondi diversi è possibile anche modificare la realtà esistente. Il pregio insostituibile della finzione è
quello di introdurre nella nostra coscienza la dimensione della possibilità. Per cui la realtà così com’è non è scontata né necessaria e inevitabile. È soltanto una delle possibilità esistenti, ma ne esistono anche altre. È possibile non accontentarci del mondo così com’è. La letteratura, sostiene lo scrittore peruviano, è una rappresentazione fallace della vita che però ci aiuta a capirla meglio e ci aiuta a orientarci. Il discorso sul valore della finzione è svolto all’inizio e alla fine della conferenza.
La letteratura, inoltre, tende ponti tra diverse persone: al di là delle lingue, del credo, degli usi e dei costumi, dei pregiudizi. La letteratura, in questi termini, crea una sorta di fratellanza all’interno della diversità umana ed eclissa le barriere erette dall’ignoranza, dalle ideologie, dalle religioni e lingue altre.
Si considera il pregio e il carattere delle opere letterarie che ad un certo punto finiscono, sono delimitate, e questo ci consente di interpretarle. Rispetto alla nostra vita, dove siamo attraversati da un flusso costante di emozioni, parole e stati d’animo, i romanzi che leggiamo sono storie chiuse e il fatto che ci sia una fine ci permette di poter fare una riflessione. Quello che noi impariamo leggendo delle storie inventate è il dare senso agli avvenimenti. Questa propensione la possiamo applicare anche alla vita reale. Leggendo, alle volte, ci succede di incontrare delle parole che sembrano scritte appositamente per noi. I grandi romanzieri riescono a dire di noi cose che
nemmeno noi stessi saremmo in grado di dire.
Noi abbiamo bisogno di dare un senso a tutto quello che ci succede. L’insensato ci disorienta e ci mette ansia. Usiamo le parole per umanizzare il mondo e la letteratura rientra in questa fenomenologia. Giacomo Debenedetti scrisse che la letteratura serve a battezzare le contingenze esistenziali, serve a dare un nome a nodi di vita. Si può pensare, a tal proposito, quanti nomi di personaggi sono poi diventati comuni: da Boccaccio, boccaccesco; da Kafka, kafkiano (=neologismo che indica una situazione paradossale e in genere angosciante. Si usa di solito per descrivere una situazione in cui non ci si riconosce e dove non si capisce ciò che sta succedendo).
Purgatorio è il nuovo libro della scrittrice Ilaria Palomba, edito Alter Ego Edizioni. Una storia di rinascita, espiazione e purificazione. La scrittrice attraverso il titolo evoca la dimensione del Purgatorio dantesca dove le anime, prima di bearsi della gioia celeste dovuta alle divine visioni, dovevano scontare la pena per giungere a Dio in stato di grazia e purificate. Quello che racconta Ilaria Palomba è una condizione espiante e di transizione che non ha a che fare con l’ultraterreno, bensì con la fragilità dell’inconscio e la concretezza brutale della realtà. La nozione di Purgatorio appare già in alcuni scritti antichi di Platone ed Eraclide Pontico chiamato con l’appellativo di Ade Celeste, diverso tuttavia dall’Ade infernale descritto da Omero ed Esiodo.
L’Ade Celeste, similare alla concezione di Purgatorio giunta in epoca moderna, era un luogo di attesa dell’anima dopo la morte; un momento intermedio di purificazione affinché l’anima ne uscisse fuori limpida e candida per poi passare a un luogo superiore o per reincarnarsi, nuovamente, sulla terra. Secondo lo storico Jacques Le Goff, la concezione del Purgatorio come luogo fisico nasce fra il 1170 e il 1200. Oggi, nell’immaginario comune, la struttura del Purgatorio come stato dell’anima e luogo è accompagnata dalla narrazione dantesca e dalle illustrazioni di Gustave Doré. Il custode del Purgatorio – per Dante Alighieri – è Catone l’Uticense, e le funzioni specifiche di questo luogo di transizione sono espiazione, riflessione e pentimento le tre condizioni che tracciano il cammino verso la luce per aspirare alla redenzione.
«E canterò di quel secondo regno dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno.» (Dante, Purgatorio I, 4-6)
Il cammino delle anime descritte da Dante è un pellegrinaggio, così come il Purgatorio raccontato da Ilaria Palomba che è un pellegrinaggio interiore, uno scalpitare in un corpo esistente ma trasparente, un viaggio in una condizione mediana dove tempo e pensieri sembrano accartocciarsi su loro stessi per lasciare spazio a voragini che inghiottiscono, masticano e sputano brandelli di vita sopravvivente, il tutto in un eterno ritorno punteggiato da domande, flashback interiori, visioni e un linguaggio lirico, evocativo e poetico a cui il lettore non riesce a sottrarsi.
L’autrice scrive nel libro una frase emblematica:
‘’L’amore che ho dato agli altri è stato superiore all’amore che avevo per la vita’’.
Il testo parte da una vicenda personale, un tentativo di suicidio e il cammino verso una rinascita possibile. Se prima tutto sembrava pesante, adesso a quelle elucubrazioni si aggiunge la prigionia di un corpo che si trascina e che deve imparare, nuovamente, a esser vivo. Il dolore mentale dell’autrice si sovrappone a quello fisico e porta il lettore nei suoi momenti di resistenza, sofferenza, e nei suoi desideri di autodistruzione. I mesi trascorsi in unità spinale dopo il gesto sono raccontati con lirismo e poesia, da cui traspare il senso di impotenza della protagonista ma anche la sottile fragilità della condizione umana. Il peccato delle anime purganti di Dante vive insieme alla loro sofferenza, addolcita dalla speranza di salvezza e di luce. Così l’autrice deve confrontarsi con il suo passato e con una nuova vita: il luminare della psichiatria, la clozapina, le pazienti in unità spinale, i pensieri ossessivi, il senso di impotenza, le persone del suo passato e gli uomini di un tempo.
L’ospedale diventa quindi il personale Purgatorio della protagonista dove il dolore si intreccia ai giorni vuoti che scorrono e le persone diventano riflessi di questa nuova vita ‘’accaduta’’; lo stato intermedio dell’anima, nel caso dell’autrice, non è volto solo alla purificazione ma anche alla ricostruzione e alla riscoperta della propria identità. In un turbinio di resa totale, brama di distruggersi e voglia di sopravvivenza, si descrive a pieno uno stato dell’anima in costante tensione; si è in attesa di espiare la colpa concretizzando quell’aspetto astratto dell’espiazione nel luogo fisico che è l’unità spinale, la personale salita al monte dell’autrice dove, ad attenderla, c’è la luce.
Il libro tratta diverse tematiche fra cui l’alienazione, la costruzione di una routine dopo un trauma, il dolore, la contraddizione viscerale fra senso di morte e sopravvivenza, ma anche la possibilità di ridarsi alla vita e il passato che ritorna. L’angoscia esistenziale di una donna che ricomincia, le ossessioni e gli uomini protagonisti della vita di prima:
‘’Sono una suicida, la diagnosi più consona è suicida, perché è sin dalla nascita che faccio l’amore con la morte. Gli uomini che ho amato erano tutte le manifestazioni della morte’’.
Una frase potente, così come è intenso il viaggio emotivo che Ilaria Palomba compie in Purgatorio trasportando il lettore in spirali emozionali che si alternano a un linguaggio brutale ma di impatto per passare, rapidamente, a dimensioni oniriche e sognanti e a narrazioni filosofiche, poetiche e auliche al contempo. Nel testo sfilano uomini misteriosi come H., D., Zadkiel; non c’è immobilismo o autocommiserazione, ma voglia di fare diversamente o meglio un monito per tentare di fare un qualcosa di diverso per riuscire ad avere una vita migliore di quella in reparto. Risulta intensa la descrizione del rapporto della protagonista con gli uomini del suo passato, non solo in maniera frammentaria ma scandagliando la profondità delle sensazioni, dei sentimenti e delle pulsioni provate dall’autrice che, attraverso vortici linguistici e immagini potenti e di impatto, dona il suo dolore al lettore ma anche la sua esperienza di vita. La sofferenza fisica si alterna a quella dell’anima sì per la sua condizione, ma anche per quello che era prima e per la voglia di riscatto. Una frase contenuta nel libro che rappresenta la brama di cambiamento anche in altri ambiti dell’esistenza e, in questo caso, nei rapporti con gli uomini del suo passato:
‘’Non voglio più essere l’Eco di nessun Narciso’’.
Il testo è, infatti, disseminato di riferimenti mitologici, come quest’ultimo caso, letterari, filosofici e poetici. Cristina Campo, Beppe Salvia, Marcel Proust… A un certo punto il filo conduttore che strappa l’autrice dal Purgatorio è proprio il potere salvifico della letteratura, guida personale della protagonista-purgante, che non ha alcun Virgilio a mostrarle la strada, come Dante Alighieri, ma solo sé stessa. Nonostante l’incertezza, l’apatia, e il tormento l’impulso vitale brilla e si attacca a quella promessa di vita: la fragilità del momento e l’attesa senza scadenza non seppellisce la lotta ma, anzi, è quella sospensione fra due mondi che la acuisce.
In questa visione, la lotta e la sopravvivenza si accostano al pensiero di Schopenhauer sul suicidio che non è visto dal filosofo come un rifiuto o una liberazione dalla volontà, ma come un’affermazione di essa stessa: non costituisce quindi una negazione della vita bensì un’affermazione della volontà di vivere. Le bellezza del romanzo di Ilaria Palomba si dispiega in un caleidoscopio di sfumature che vanno dalla ricchezza del lessico aulico a una narrazione poetica, una sorta di poesia in prosa, dove lirismo e alta letteratura si intersecano in una spirale di emozioni e tormenti, alla speranza di redenzione e al baluginio di una luce che indica l’ascesa al celestiale; la conferma che nonostante traumi, dimensioni sospese e sensazioni ferali si può sopravvivere attraverso una nuova e sfavillante via da percorrere per ridonare sé stessi alla vita.
Il canto XV del Purgatorio di Dante è un’eccezione. Si tratta di un canto di passaggio, dove la consueta narrazione si ferma per far posto a una parentesi meditativa. Il primo elemento incontrato è la luce, messa in rilievo, come spesso avviene nell’opera, da una precisazione astronomica. La luce attraversa l’intero canto, tiene assieme gli altri temi solo all’apparenza irrelati; e in questo frangente è sia quella del sole sia quella dell’angelo che indica l’uscita dal girone. Il lettore si confronterà con tre vicende: quella di Maria, che anziché rimproverare il figlio smarritosi nel tempio si rivolge dolcemente a lui mettendo a nudo il suo patimento; quella di Pisistrato che, malgrado l’avversione della moglie, perdona il ragazzo reo di aver baciato sua figlia; la sequenza culmina infine con Stefano – il martire che, lapidato, perdonerà i suoi carnefici.[1]
Anche la vita di Ilaria Palombaraccontata in Purgatorio è un passaggio: dalla morte alla vita. Dal buio alla luce. Ma non si tratta di una vera e propria resurrezione. Di sicuro non è stato un percorso facile. Iniziato con lunghi mesi di degenza ospedaliera durante i quali a farla da padrone è stato il dolore, provato fin dal primo risveglio in ospedale, nel «ventre del Leviatano», uno «spazio liscio tra terra e cielo, un Purgatorio».
La vicenda narrata da Alighieri dello smarrimento di Gesù ragazzo a Gerusalemme e della reazione dolce di Maria, propria della poetica e del linguaggio del Purgatorio dantesco, ricorda molto la relazione che Ilaria ha con sua madre, l’atteggiamento di quest’ultima la quale, in netta contrapposizione al comportamento del marito, è molto accondiscendente con la figlia, nonostante la sua riottosità e scontrosità. Anche se è con il padre che Ilaria ha lo scontro maggiore perché questi proprio non riesce a comprendere le ragioni delle sue azioni.
Nella società contemporanea stiamo assistendo, tra l’altro, a un ritorno in grande stile di un atteggiamento di stampo neo-romantico, caratterizzato principalmente da una sempre più diffusa rivalutazione degli aspetti affettivo-emotivi come valore fondamentale per l’essere umano.[2]
L’individuo delle “tribù” contemporanee è un enfant eternel, un bambino completamente assorbito in un suo universo affettivo-emotivo. Usciti definitivamente dalla cultura “eroica” giudaico-cristiana che ha caratterizzato la modernità, basata sulla concezione di un individuo attivo e padrone di sé e dell’ambiente circostante, si sarebbe entrati nell’universo del “vitalismo” delle tribù postmoderne, fondato non più sulla pianificazione e sulla realizzazione di determinati progetti ma prevalentemente orientato a lasciar godere del piacere di stare insieme, di condividere l’intensità del momento, di prendere il mondo per quello che è.[3]
Quello che stiamo vivendo oggi sembra dunque un processo di slittamento da un individuo dotato di un’identità stabile che esercita le sue funzioni sulla base di rapporti contrattuali ben definiti, a una persona fornita di molteplici possibili identificazioni, in grado di ricoprire indifferentemente svariati ruoli all’interno di “tribù affettivo-emotive”.[4]
Sulle spalle dell’individuo occidentale incombeva, circa un secolo fa, una patologia psichica definita clinicamente nevrosi. Oggi incombe la depressione. Se la nevrosi va considerata un “dramma della colpa”, la depressione è una “tragedia dell’insufficienza”. La conquista della definitiva emancipazione dell’individuo finalmente sovrano, il diritto di scegliere, il dovere di diventare se stessi, senza poter fare appello ad alcun ordine esterno, avrebbe imposto un pesante tributo, rappresentato appunto in una forma alternativa di dipendenza: la dipendenza da se stessi.[5]
Le peculiarità socio-psicologiche che caratterizzano l’attuale fase del processo di individualizzazione, sarebbero legate fondamentalmente alla paralisi dettata da una sorta di terrore: quello che l’uomo contemporaneo ha di scoprire in se stessoi motivi della sua dipendenza, la sua fragilità, la sua inevitabile mortalità, in breve tutto ciò che gli ricorda la sgradevole verità dei suoi limiti. Egli soffre della “malattia di non saper soffrire”.[6]
Per Ilaria il reincanto è l’amore, lo cerca senza neanche rendersi conto di farlo, lo rifiuta con la stessa intensità, inconsciamente, perché le forze lesioniste e distruttive hanno sempre o quasi la meglio. Anche l’amore per lei è dolore. Un dolore che spesso si trasforma in rabbia o in ossessione.
«Essere ossessionati è vivere il pensiero come un doppio mostruoso, farselo scivolare dentro senza nessuna forma di erotismo. È uno stupro. Io non volevo sognare, ogni volta sognavo qualcuno che mi assediava, erano le persone che avrei ucciso se non avessi deciso di uccidere me. Il suicidio è un omicidio mancato».
In tutto il mondo, quasi 800.000 persone si suicidano ogni anno. Le evidenze suggeriscono che per ogni persona che muore suicida, vi sono molte più persone che tentano il suicidio. Circa l’85-95% delle morti per suicidio si verificano in persone con una malattia mentale diagnosticabile al momento del decesso. Il disturbo più comune che contribuisce al comportamento suicidario è la depressione. Le esperienze infantili traumatiche, tra cui soprattutto l’abuso fisico e sessuale, aumentano il rischio di tentato suicidio. L’isolamento, quasi tutte le malattie mentali e alcune malattie croniche pongono i soggetti a rischio di suicidio.[7]
Ilaria non ha malattie mentali eppure, secondo lo psichiatra che la segue, una volta fuori dall’unità spinale potrebbe essere a rischio suicidio. Ancora. Per lei «vivere è un Purgatorio senza uscita, neanche la morte è vera, non si può fuggire da nessuna parte. Ogni porta è sbarrata. Vivere è un obbligo cui non posso sottrarmi, devo solo scegliere se farlo da cadavere o da persona».
Si è tentati di pensare che un incidente possa restituire senso a una vita dilaniata, come quella di Ilaria che non voleva vivere ma neanche morire: sospesa nel mezzo di tutti i mondi, sospesa tra le dimensioni. Sospesa in quel pensiero dissociato che diventa realtà, verità. Ella considera il deragliamento una feritoia attraverso cui il reale si mostra. E invece l’incidente può rappresentare solo la luce che illumina il buio, il nascosto, l’incompreso.
Una scelta difficile da comprendere quella di Pisistrato nel già citato canto del Purgatorio. Dante lo scelse come esempio di mitezza d’animo, riprendendo un episodio raccontato da Valerio Massimo: un giovane, innamorato della figlia del tiranno, l’abbraccia e la bacia in pubblico suscitando l’ira della madre della ragazza che chiede vendetta per l’offesa subita. Ma Pisistrato risponde con atteggiamento pacato e contenuto, dimostrando grande temperanza e dominio di sé.
L’episodio rimanda a quanto narrato nel libro da Palomba anche se nel lettore rimane il dubbio se riferirlo al comportamento di Ilaria, la quale non riesce a contenere se stessa oppure a suo padre il quale sembra non vedere e non capire le reali e profonde ragioni alla base degli atteggiamenti di sua figlia. Oppure ancora nell’atteggiamento remissivo di sua madre, laddove diventa ella stessa una contemporanea Pisistrato e, nonostante gli incitamenti del marito, non riesce a dare addosso alla figlia perché in fin dei conti sembra proprio questo ciò che Ilaria vuole. Prendersi la colpa. Di tutto. Farsi del male. Sentirsi vicina al suo faro oscuro: «Sono una suicida, la diagnosi più consona è suicida, perché è sin dalla nascita che faccio l’amore con la morte». E che la ricerca. Nello scontro con i genitori come nelle storie d’amore: «Gli uomini che ho amato erano tutte le manifestazioni della morte».
Esattamente come il canto XV del Purgatorio dantesco, anche il libro di Ilaria Palomba è un’eccezione. Una narrazione di passaggio che racconta il percorso di un’esistenza deragliata la cui protagonista comunica con il e al lettore la sua esigenza meditativa e riflessiva senza uno scopo prefissato se non quello di capire e dare risposta ai tanti interrogativi che attanagliano la mente e il corpo di Ilaria. È questa la luce che ella rincorre per l’intero libro.
Il libro
Ilaria Palomba, Purgatorio, Alter Ego Edizioni, Viterbo, 2025
[1]M. Renzi, Dal tenue allo straziante: Purgatorio XV, L’Indiscreto, 11 marzo 2021.
[2]G. Pecchinenda, Il coinvolgimento tecnologico: il Sé incerto e i nuovi media, in Quaderni di Sociologia, 44/2007 – la società contemporanea / Giovani e nuovi media.
[3]M. Maffesoli, Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini e Associati, Milano, 2004.
Trecentosessantacinque pagine intrise di sentimenti con un’unica costante, la vita. E’: ‘Come la neve nessun rumore’, un’indagine ad alta quota per il commissario Gelsomino, il nuovo libro di Marco Lugli.
Reduce dai precedenti successi, tornano le indagini del commissario Gelsomino, alla sua sesta avventura. Il romanzo, scritto da Marco Lugli, è preceduto infatti da diversi episodi: Nel Tuo Sangue, Ego Me Absolvo, La Madre (romanzo finalista Amazon Storyteller), Le Sepolture, È solo il mio nome.
Il romanzo, ambientato in Val di Fassa, presenta fin dalle prime pagine le prodezze naturalistiche delle Dolomiti. Il commissario Gelsomino, trovatosi in vacanza, si trova coinvolto in un’indagine surreale, dove il malcapitato protagonista è il giovanissimo Ivan, figlio di Tiziano Detomas. Il testo di Lugli fotografa con precisione la realtà cui chi vive in montagna si trova a districare: da un lato vi è la voglia di non deteriorare le bellezze naturali, dall’altra vi è l’esigenza di far soldi e poter sopravvivere con la stessa. Una contraddizione che ben viene raccontata nel romanzo di Lugli, la stessa che vede contrapposti in due visioni differenti Ivan e suo padre. Il testo racconta storie veraci e personaggi ben costruiti. Nuovi e vecchi volti si mescolano insieme, creando con Gelsomino un dream team capace di andare a capo della verità assoluta. Sullo sfondo una storia avvenuta vent’anni prima, che vede protagonisti Livio Pederiva e Piero Bernard, la cui amicizia si interruppe “per il taglio di una corda”. Stesso taglio che Lugli utilizza per raccontare la storia di Ivan, le cui vicende regalano al lettore un thriller avvincente e sensazionale. Marco Lugli è uno scrittore indipendente che vive e lavora tra l’Emilia e il Salento. Ai noti romanzi gialli dedicati alle indagini del commissario Luigi Gelsomino affianca titoli di narrativa contemporanea. Il suo ultimo romanzo è adatto agli amanti del thriller e ancora una volta, attraverso il personaggio di Gelsomino, regala al suo pubblico un’indagine senza pari. Una tragedia in alta quota.
Lugli riflette sui pericoli dell’alpinismo, unendo le sue osservazioni a riferimenti cinematografici che arricchiscono ulteriormente il contesto.
“Come la neve nessun rumore” è un romanzo imperdibile per gli appassionati di thriller, che riesce al contempo a celebrare la sublime bellezza della natura. Con uno stile narrativo chiaro e avvincente, l’autore costruisce un’intensa storia di comunità divisa tra la conservazione del suo patrimonio naturale e le pressioni economiche.
“Haiku- Centomila stagioni di cuore” di Lisa Di Giovanni (Edizioni Jolly Roger) è una raccolta poetica che ci trasporta in un viaggio attraverso le stagioni e l’amore, utilizzando l’antica forma poetica dell’haiku. Con una struttura divisa in cinque sezioni — una per ciascuna delle quattro stagioni e una dedicata all’amore — il libro esplora i cambiamenti ciclici della natura e i momenti fugaci, ma profondamente intensi, dell’esperienza umana.
La scrittura di Lisa Di Giovanni è delicata e contemplativa, evidenziando una raffinata capacità di osservazione affinata dalla sua carriera nel giornalismo. Attraverso i suoi haiku, in soli diciassette sillabe, riesce a catturare l’essenza di paesaggi naturali e sentimenti, offrendo una finestra aperta su mondi ricchi di dettagli. La semplicità dello stile si unisce a un tocco personale e moderno, trasformando ogni componimento in un piccolo capolavoro di chiarezza ed emozione. Le stagioni vengono dipinte con immagini vivide e dettagliate: l’autunno è caratterizzato da foglie dorate, nebbie avvolgenti e crepitii del camino; l’inverno è il silenzio della neve, il gelo e la magia dei cristalli di ghiaccio; la primavera risveglia i sensi con boccioli, piogge tiepide e voli di rondini; l’estate brucia con il sole, il mare e le melodie dei grilli. Queste descrizioni non solo mostrano il cambiamento della natura, ma anche i riflessi emotivi che tali cambiamenti suscitano nel cuore umano.
La sezione dedicata all’amore approfondisce le sfumature delle emozioni amorose: dalla gioia alla nostalgia, dalla passione al conforto. Attraverso le immagini poetiche, l’amore emerge come un’esperienza multiforme e universale, intessuta con le stagioni della natura e della vita. Di Giovanni dipinge momenti di intimità con grande delicatezza: baci sotto la pioggia, mani intrecciate, vecchie lettere cariche di ricordi che riemergono, testimonianza di un sentimento che, nonostante il tempo, continua. La struttura del libro mira a creare un’esperienza di lettura condivisa: mentre una persona legge i versi, l’altra può concentrarsi sull’immagine correlata, immergendosi nel profondo legame tra parola e arte visiva. La stessa poesia si sviluppa in un ambiente rilassante e multisensoriale, potenziata dall’uso di incenso e tisane, come suggerito nella quarta di copertina.
Sinossi
L’Haiku è un tipo di espressione poetica breve fiorita in Giappone intorno al 1600 e si compone, nella sua forma canonica, di tre versi suddivisi in diciassette sillabe (che poi sarebbero “more”, ma per semplicità chiamiamole pure sillabe). Beneficiò del suo massimo splendore durante il periodo Edo con i versi del celebre Matsuo Bashō, ed è giunto ai nostri giorni attraverso una serie di contaminazioni che ne hanno fatto una forma di espressione poetica tra le più ricercate. Dallo schema sillabico 7-5-7 siamo approdati a configurazioni più duttili, dettate dalle esigenza comunicative che prevedono la reciprocità di flusso tra parola scritta e lettore, così che la moderna arte dell’Haiku – pur rispettando la filosofia che ne guida da sempre il componimento – si gratifica di un respiro più ampio svincolandosi dai rigidi schemi metrici ai quali la poesia dei Maestri giapponesi era assoggettata. L’interazione che si viene a creare, inoltre, tra parola e immagine, plasma un nuovo approccio interpretativo al componimento, permettendone la godibilità anche come lettura di coppia. Gli Haiku presenti in questo volume, infatti, sono composti da tre versi e un’immagine ciascuno, proprio affinché ci si possa alternare tra la lettura del testo e la contemplazione dell’illustrazione, affinché chi si concentra sulle immagini possa assorbirne il profondo legame con i versi senza dover distogliere occhi, attenzione e anima dalla figura che completa l’Haiku. L’alternanza tra narratore e spettatore, magari vissuta in un ambiente rilassante e impreziosito dall’aroma leggero di un incenso non troppo aggressivo, crea così un rapporto profondo che fonde poetica e immagine generando un vincolo super sensoriale tra i protagonisti di questa esperienza condivisa.
L’autrice
Lisa Di Giovanni, originaria di Teramo e residente a Roma da oltre vent’anni, è una figura poliedrica nel panorama professionale e culturale italiano. Laureata in psicologia con un master in HR Executive Manager presso la RBS, lavora per una società di telecomunicazioni. Dirige inoltre un ufficio stampa che si occupa di editoria, pubbliche relazioni e organizzazione eventi: PR & Editoria. È consigliere nel direttivo dei Lions Valle Siciliana-Isola del Gran Sasso e portavoce dell’ANAS, dove si occupa di pubbliche relazioni e progetti di inclusione sociale. Come giornalista, dirige il semestrale “La finestra sul Gran Sasso” e la rubrica “Echi di Psiche” per Fix on Magazine. Ha pubblicato diverse opere con Edizioni Jolly Roger e ha co-creato la serie di fumetti “Human’s End” con Marco Sciame. Dal 2021, fa parte di un team di eccellenze italiane supportato dalla Confederazione AEPI ed è cofondatrice del marchio ‘Sinapsi 180’. Per Edizioni Jolly Roger è anche responsabile della collana “Poesia”.
Il 12 settembre del 1919 D’Annunzio guidò un gruppo di militari da Ronchi fino a Fiume. Tra l’inverno e l’estate del 1920 le trattative internazionali portarono ad un compromesso: la città contesa divenne uno stato indipendente. L’8 settembre del 1920 gli uomini di D’Annunzio che occupavano la città la chiamarono “Reggenza italiana del Carnaro”. Con questa istituzione D’Annunzio ottenne il controllo della città. La Reggenza ebbe una costituzione, la Carta del Carnaro, scritta da Alceste de Ambris e rielaborata dal Vate. Questo statuto prevedeva un modello di società utopistico.
L’atmosfera dei ruggenti anni venti rivive nel libro Olocausta di Giuseppe Mastrangelo che si prefigura come un raro esempio di romanzo storico breve italiano contemporaneo.
Il romanzo è ambientato nel periodo storico della conquista e permanenza a Fiume di Gabriele D’Annunzio e della proclamazione della Reggenza del Carnaro. Insieme a figure frutto di immaginazione, quale quella della protagonista, vengono quindi tratteggiati personaggi ed eventi storici reali anche se, ai fini della narrazione, non sempre la biografia delle persone e la cronologia degli eventi corrispondono a come si sono effettivamente svolti.
Il resto è tutto vero. Dal 12 settembre 2019 al 18 gennaio 1921, per la prima e finora unica volta nella storia, un poeta ha guidato una rivoluzione. Una straordinaria avventura che ha visto un popolo e il suo Vate anticipare i costumi di cinquant’anni. In questa città-Stato fu vissuta la prima rivoluzione sessuale della modernità. Un sessantotto sperimentato nei fatti con mezzo secolo di anticipo e dove per la prima volta si imposero realmente i principi della parità dei generi, dell’uguaglianza e del diritto alla felicità, per come codificati nella Carta del Carnaro.
Mastrangelo nel raccontare la sua storia individuale, fa conoscere al lettore un importante pezzo di storia sconosciuto ai più, un significativo esempio di come le idee e i valori democratici possano essere applicati in una comunità. Questo documento è stato un esempio innovativo di come le istituzioni possano essere modellate in modo tale da garantire la massima partecipazione dei cittadini alla vita politica. La Carta del Carnaro è infatti un documento di grande valore storico e culturale, che rimane ancora oggi a testimonianza dei valori della società fiumana, nonché una delle carte costituzionali più interessanti della storia italiana.
Olocausta offre l’occasione all’autore di far comprendere a fondo cosa spinse degli italiani ad aderire alle idee di D’Annunzio tra i promotori di una legge fondamentale aperta e dinamica, poiché, oltre a servire da strumento ordinatore e stabilizzatore della vita sociale, indicava i processi che dovevano ancora essere realizzati.
L’autore mostra come la Costituzione di Fiume può essere intesa come un ordine politico-sociale carente di concretezza sul piano della prassi reale. Lo statuto non solo rispose all’esigenza del suo momento storico, quella di stabilire la struttura dello Stato, la forma di governo, il modo di acquisizione e di esercizio del potere, l’organizzazione dei suoi organi, i limiti di attuazione, i diritti e le garanzie individuali, i fondamenti dei diritti economici, sociali, politici e culturali, ma servì anche come strumento principale della società del futuro.
Mastrangelo epura la vicenda storica da ogni possibile ideologizzazione concentrandosi sull’aspetto sentimentale e sul potere rivoluzionario che la Carta di d’Annunzio a Fiume quando decise di darsi nel 1920, al momento in cui parve necessario a lui e agli altri membri del suo Comando strutturare quel potere nella forma di un nuovo Stato:
«Stamani» proseguì D’Annunzio. «Stamani dopo una notte di veglia stellata, mi rifluivano nel cuore quella freschezza e quella potenza, mentre guardavo entrare nel porto prezioso come una conca di perla la nave carica di frumento condotta dai miei Uscocchi.» E indicò il bastimento su cui tutti si erano fermati nei loro affaccendamenti per ascoltarlo. «Non aveva campane Fiume, da suonare a stormo? Non aveva bande di rondini, da riempire il cielo di strida? Fiume non ha campane e non ha rondini. Ma ha i suoi grandi Alalà. Compagni, abbiamo il nuovo pane. Sembra pane fatto con il frumento di quel solstizio.
L’entusiasmo degli uomini e dell’unica protagonista donna di Olocausta è contagioso, e ci riporta ad un epoca storica dove emerge in tutta la sua chiarezza l’insofferenza per le categorie politiche ottocentesche di destra e sinistra, giudicate superate dai tempi e incapaci di dare effettiva espressione ai bisogni della nuova società di massa. Alla fine dell’Ottocento infatti , dopo che d’Annunzio fu eletto deputato ed entrò in Parlamento sui banchi della destra, già l’anno successivo, dopo l’assassinio del re Umberto I, annunciò la sua conversione politica: d’ora in avanti, disse, sarebbe stato un uomo di sinistra, perché essendo “uomo d’intelletto vado verso la vita”.
Va verso la vita Vittoria, soprannominata Olocausta, che subirà un mutamento radicale, insieme a Guido Keller che crede nel potere delle parole:
«Le parole sono azione, Giovanni» rispose senza alcuna esitazione e sempre sorridendo Keller. «Io ho portato qui a Fiume il più grande parolaio del mondo e solo grazie alle sue parole l’avventura è potuta iniziare e andare avanti. Parole di miele innervate nel ferro dei fucili e nella polvere da sparo delle bombarde. Ma senza le parole né i fucili né le bombarde possono attivarsi.»
Non è un caso che Mastrangelo rappresenti il Vate come un grande affabulatore, capace di incantare le masse grazie alla sua ars oratoria, in modo teatrale, come se stesse seducendo una donna. Se il contesto storico ricostruito è ineccepibile, l’azione viene sovrastata dalle parole proprio in virtù dell’importanza che queste rivestono per D’Annunzio, parole che fondevano insieme Bergson e Nietzsche, vitalismo e nichilismo, e facevano da appoggio ad avanguardie più diverse, ma unite dall’odio per la democrazia.
Una riproposizione in chiave romanzesca della Carta del Carnaro forse trova il suo senso proprio con Mastrangelo: nel suo far emergere in controluce le alternative possibili che sussistevano all’indomani della Grande Guerra, giacché essa è in fondo il lascito più ambizioso di un’impresa, quella di d’Annunzio, che contiene ed esprime un dualismo attualissimo: tra gestione autoritaria e gestione liberale e democratica del potere, tra disconoscimento sostanziale e rispetto puntuale dell’alterità, tra cittadinanza esclusiva e cittadinanza inclusiva.