‘Il caso di Stevan Karajan’, l’ingiustizia secondo il premio Nobel Ivo Andrić

Dal 14 febbraio in libreria Il caso di Stevan Karajan, una raccolta di racconti inediti di Ivo Andrić, curata da Božidar Stanišić e tradotta da Alice Parmeggiani.

Dieci racconti, scritti intorno agli anni Cinquanta, incentrati su uno dei temi cardine di tutta la produzione di Andrić: l’ingiustizia.

Le storie de Il caso di Stevan Karajan attraversano le epoche storiche da Ottocento a Novecento, indagando le diverse forme e i molteplici rapporti che si instaurano tra uguaglianza e disuguaglianza, tra forza e debolezza, tra maggioranza e minoranza, nonché sul conflitto fra i concetti di giustizia e ingiustizia.

Una porta chiusa a chiave e dietro una donna testarda; un carpino in cima a un colle е stanchi uomini che pensano; lo sciopero delle donne alla tessitura dei tappeti; un’equilibrista sul filo; un imprenditore in vestaglia su una poltrona, nel salotto della sua villa appena bombardata.

Dieci storie inedite ambientate nel Novecento che raccontano di giustizia e soprattutto di ingiustizia, subita e taciuta, oppure gridata in goffi tentativi di ribellione soffocati dal potere, dal denaro o dalla violenza. Il premio Nobel Ivo Andrić, con sensibilità e maestria, racconta donne e uomini intrappolati dalla burocrazia, sconvolti dalla guerra e dalle ambizioni altrui.

Andrić e la sua percezione dell’ingiustizia

Il motivo dell’ingiustizia è uno dei più frequenti nell’opera letteraria di Andrić. È logico quindi interrogarsi sulle ragioni di quella frequenza. Crnjanski, come Andrić, riteneva che per comprendere ogni artista la cosa essenziale fosse la sua opera. Tuttavia, a differenza di Andrić, che sotto questo aspetto era più radicale del suo amico (l’opera è tutto), per lui era importante anche la vita dell’autore. Per questo riporterò almeno alcuni dettagli dell’infanzia e della giovinezza di Andrić, che, ne sono convinto, ebbero un riflesso sulla sua percezione dell’ingiustizia e di conseguenza sull’espressione creativa delle sue numerose manifestazioni. Fin dalla sua infanzia, per Andrić i libri ebbero una grande importanza; in essi intuiva gli immensi universi dell’ignoto e del magico. Ma il liceale sarajevese, figlio di una povera operaia di una fabbrica di tappeti, per i libri non aveva denaro.

Si fermava spesso davanti alla vetrina della libreria di Jaroslav Studnička, un ceco immigrato nella Sarajevo austroungarica, e poteva solo osservarli da dietro il vetro. «Più volte mi allontanavo da quella vetrina e poi vi ritornavo ancora, finché non iniziava a calare la sera autunnale e finché nella vetrina non si accendeva di colpo la luce, e il suo riflesso non cadeva sull’asfalto bagnato. Allora si doveva lasciare tutto e ritornare nel quartiere lassù, alla mia vita reale…». Lassù, nel ripido vicolo Basamaci, a Bistrik, nel povero appartamentino della madre operaia. Dai libri lo separava una barriera di cristallo, apparentemente equanime (ognuno poteva vederli), ma credo che quella vetrina, come metafora dell’irraggiungibile, fosse per lui anche una delle percettibili manifestazioni dell’ingiustizia. E questa diceva a chiare lettere: tutto si può comprare se abbiamo i soldi. «E quando non li abbiamo, perché non li abbiamo almeno per i libri?» sembrava che si chiedesse il ragazzo, futuro scrittore. (Meša Selimović, criticando a ragione il paradiso promesso dell’uguaglianza nel socialismo, una volta citò il proverbio popolare: “Da sempre, qualcuno ha, e qualcuno guarda”).

Ci fu un’altra barriera che segnò l’esperienza della vita di Andrić nel processo di consapevolezza dei meccanismi sociali dell’ingiustizia: i muri della prigione di Spalato e del carcere di Maribor, dopo l’accusa di aver collaborato con gli autori dell’attentato di Sarajevo. «Costretto e impotente, in quella umida fossa, in una posizione che mi abbassava allo stato bestiale, io per la prima volta intesi con il pensiero e colsi con il sentimento il senso della vita umana e della lotta…».

Solo agli uomini che in sostanza non amano nessuno e niente tranne che se stessi, può, in modo così profondo e durevole, diventare odiosa la vita, come in quei giorni di ottobre del 1944 successe a Stevan Karajan, uomo d’affari e proprietario di immobili. E per lui quella non era una cosa né di oggi né di ieri: era già un anno buono che era cominciata

L’autore

Ivo Andric è il primo rappresentante della letteratura slava meridionale a essere insignito del premio Nobel (1961), destando l’interesse di un pubblico internazionale. Nato a Travnik (Bosnia ed Erzegovina) nel 1892, trascorre la maggior parte della sua vita a Belgrado, dove scrive le sue opere più note e dove è sepolto. È politicamente attivo da quando, terminati gli studi, viene eletto presidente del Movimento progressista serbo-croato. Si dedica alla carriera diplomatica, soggiornando in diverse città europee e approfondendo nel contempo la vocazione letteraria. Risale agli anni Trenta la pubblicazione di alcune novelle e al 1945 quella dei due romanzi maggiori, La cronaca di Travnik e Il ponte sulla Drina. Muore a Belgrado nel 1975. BEE ha pubblicato nel 2017 In volo sopra il mare e altre storie di viaggio, nel 2020 il romanzo La vita di Isidor Katanić, nel 2021 Litigando con il mondo e nel 2022 La Signorina.

‘Romanzo digitale’, l’intelligenza artificiale secondo Antonio Pascotto

Romanzo Digitale è il nuovo libro del giornalista Antonio Pascotto, edito Jolly Roger, in cui tempo e futuro sono legati da un filo conduttore che si dirama nella dimensione dei ricordi. L’autore, infatti, partendo da un flusso emozionale che origina dal passato accompagna il  lettore in un viaggio nel tempo che culmina in una realtà futura derivata da un flusso di cambiamenti determinanti; prima fra tutti la pandemia dovuta al Covid-19.

Il testo, che si pone sotto forma di diario, racconta lo scandire del tempo attraverso porzioni di immagini che si mescolano creando, all’interno della trama, una sorta di andirivieni; un flashback di momenti passati e futuri che contribuiranno a creare, grazie al protagonista Giancarlo, un mondo ormai appartenente al tempo che fu e una società sempre più proiettata alla meccanica, dove addirittura l’autore teorizza una realtà in cui l’Intelligenza Artificiale possa essere del tutto autonoma.

All’ascesa inarrestabile della tecnologia Antonio Pascotto evidenzia anche una tematica, tutt’ora ampiamente discussa, come l’ambientalismo. Sulle problematiche ambientali, oggi, l’informazione è sicuramente più precisa  e molto più diffusa rispetto a un tempo; il fast -fashion, per esempio, è diventato un ‘’nemico’’ da combattere  basti pensare alle numerose campagne social e ai carousel dedicati al contributo negativo del fast fashion sull’ambiente. Tuttavia l’autore, con  semplicità e profondità disarmanti,  pone i suoi lettori di fronte a un interrogativo che reclama un’impellente riflessione: in una società così noncurante dell’importanza vitale di un eco-sistema è molto più facile continuare a inquinare che trovare soluzioni capaci di arginare una possibile catastrofe.

Pascotto, infatti,  sottolinea attraverso un monito incalzante un’ importante questione: va bene accogliere il progresso, ma non ci si deve mai dimenticare dell’ambiente e della sua tutela se non si vuol rischiare l’abbattersi di disastri ambientali sempre più certi.

L’uomo e l’Intelligenza Artificiale: un’alleanza utile ma pericolosa?

Se alle spalle ci si lascia ricordi analogici, il futuro ha invece cromature scintillanti e algoritmi creativi capaci di ricreare persino dimensioni fantastiche appartenenti alla natura umana o porzioni di testi scritti, come romanzi  e poesie, capaci di emozionare. L’autore riflette – e fa riflettere colui che si accosta al suo romanzo –  sulla tecnologia, il futuro e i cambiamenti che questa comporterà nel tempo; ma soprattutto descrive minuziosamente il rapporto dell’uomo con le macchine e, in modo particolare, con l’Intelligenza Artificiale. Dando voce ai pensieri di molti che si sono accostati a questo nuovo progresso scientifico, Pascotto si chiede se davvero strumenti come Chat GPT possano essere alleati o acerrimi nemici dell’uomo. Il responso accoglie, ovviamente, diverse sfumature: se da un lato facilita le azioni umane, dall’altro si sostituisce alla stessa umanità. Risulta automatico un parallelismo: Italo Calvino nel 1967 profetizza l’avvento dell’Intelligenza Artificiale nella conferenza  ”Cibernetica e fantasmi – Appunti sulla narrativa come processo combinatorio’’ in  seguito pubblicata in “ Una pietra sopra “ (1980) per Einaudi Torino:

“Penso a una macchina capace di sostituire il poeta e lo scrittore, di ideare e comporre poesie e romanzi”.

Ma sul concetto di ‘’automa-letterario’’ Italo Calvino dice anche che è sempre il lettore a fare la differenza e a valutare quello che legge, per cui l’avvento delle macchina non consiste nella perdita di una letteratura autentica. In Romanzo Digitale, però, la maestria dell’autore risiede nel descrivere qualcosa di sconosciuto che può far paura: taxi che si guidano da soli, poesie scritte grazie a processi combinatori cibernetici ed è proprio nel ricordo di un passato puro, dove bastava la semplicità a dar gioia, che ci si chiede cosa ne sarà dell’uomo senza supporti tecnologici come, per esempio,  i ‘’visori digitali’’: saprà ancora utilizzare l’immaginazione?

‘Nelle loro mani’, Il libro giallo di Hilda Lawrence tradotto dalla casa editrice Le Assassine 

La casa editrice Le Assassine torna in libreria con un avvincente romanzo. Il loro ultimo gioiello, per la collana Vintage, è Nelle loro mani di Hilda Lawrence. Hilda Lawrence è una scrittrice americana nata nel 1906 e morta nel 1976. Con il tempo, scopre un forte interesse per la lettura per ciechi, e la segue: così, dopo gli studi, approfondisce questa passione, per poi entrare nella redazione di Macmillan Publishers e, in seguito, di altre case editrici. Molto interessante è il fatto che scrive anche sceneggiature per la radio. Non è un’autrice prolifica e, oltre a Composition for Four Hands, che pubblichiamo con il titolo Nelle loro mani, scrive altri tre romanzi, avvicinandosi, sempre con un pizzico di humor, al noir di Dashiell Hammett e al Whodunit, tipico di Agatha Christie.

Dalla sua nascita la casa editrice pubblica gialli di scrittrici straniere, contemporanee e non. Questa volta il libro riscoperto è stato proprio Who has done it, in Italia tradotto con il titolo Nelle loro mani.

Lo strabiliante giallo, in distribuzione da settembre 2023, tradotto da Maria Grassini, racconta la storia di Nora Manson. Completamente paralizzata e incapace di parlare per lo shock dovuto all’apparente suicidio del figlio, Manson gode delle migliori cure possibili grazie alla sua ricchezza. È circondata da infermiere che l’accudiscono a tempo pieno, da medici, marito, parenti e amici premurosi. Ma lei vive in uno stato di paura mortale, perché sospetta che il figlio, un aspirante scrittore, non si sia tolto la vita, e percepisce di essere sulla lista del killer, solo che non sa quando questi colpirà, e che se desse il minimo segno di vitalità non farebbe che avvicinare la sua fine. E allora come fare per comunicare con qualcuno che le dia fiducia e uscire dalla trappola mortale che la tiene prigioniera?

L’intricata narrazione si apre con la presentazione del personaggio di Nora, un anziana signora facoltosa. Nora è prigioniera del suo corpo, non mangia, né beve, né si può muovere in totale autonomia, e soprattutto non può parlare. A prendersi cura di lei la sua infermiera Milly, il marito Ralph, il suo medico personale, Babcock, la governante Emma, la cuoca Hattie, il massaggiatore Breitman e alcuni amici di famiglia. E’ proprio dalle riflessioni che Nora fa tra sé e sé, che pagina dopo pagina, il lettore non solo conosce il personaggio di Robbie ma riesce a ricostruire l’accaduto e a scoprire il triste destino a cui è andato incontro. Da quel maledetto giorno, in cui era stato rinvenuto il cadavere dell’amatissimo figlio Robbie, tutti avevano preferito che Nora vivesse in un misericordioso torpore, per preservarla da un ulteriore trauma. Nora trascorre le sue giornate immobile nel letto, isolata. L’unico contatto con il mondo esterno gli è offerto dalla finestra della camera che da sul giardinetto della casa.

Alla immobilità fisica e all’assordante silenzio in cui è costretta a vivere la protagonista, si contrappone un turbinio di pensieri rumorosi che non smettono di affollare la sua mente dall’inizio alla fine del libro.

Nora custodisce un grande segreto e costante è la paura di essere la prossima vittima. Ma purtroppo la donna non è in grado di comunicarlo a voce. Quando pensa che la sua fine sia ormai vicina capisce di avere una valida alleata in Milly, l’unica che sembra riuscire a capirla.

Quello che emerge già dalle prime pagine è che si ha a che fare con un intrigante giallo. Hilda Lawrence, attraverso la sua proverbiale penna delicata e profonda, confeziona una storia enigmatica e piena di suspence, che inesorabilmente attrae chi legge. Il lettore, sulla scia della costante domanda del “Chi è stato?”, divora famelicamente ogni pagina, per arrivare a scoprire l’assassino.

Ogni personaggio ha un ruolo specifico, ogni parola e descrizione sono pensate, ogni minimo particolare curato minuziosamente, con lo specifico intento di restituire al pubblico un romanzo appassionante e anticonvenzionale. Non ci sono all’interno del libro scene truculente, eppure in più passaggi il lettore rabbrividisce per la paura e l’atmosfera sinistra che l’autrice è riuscita a ricreare. Ne sa qualcosa il maestro del brivido, Alfred Hitchcock, che si è lasciato ispirare da questo libro per il suo The Long Silence.

Nelle loro mani è un romanzo coinvolgente dal finale inaspettato: tanti gli intrighi e le paure che serpeggiano, ma alla fine il grande mistero che aleggia su casa Manson sarà svelato.

‘L’eredità Rocheteau’. Il noir famigliare di Valeria Valcavi Ossoinack

È alla fine di ogni libro, che spesso ci si ricorda della prima riga letta. O quantomeno, aver sfogliato la prima pagina dopo l’ultima di questo romanzo, mi ha ricordato che la pista da seguire fosse stabilita dal principio.

Auto-pubblicato nell’aprile del 2023, L’eredita Rocheteau è un giallo dalle tinte chiaro-scure dove Valeria Ossoinack costruisce, con agilità e cura, una struttura narrativa che ruota attorno alle meschinerie ed i segreti di una potente famiglia alto-borghese. Il sugo dell’inchiostro? il rapimento del membro più fragile e scomodo di questa famiglia, eseguito alla lettura, ricezione e difficoltosa accettazione del testamento del potente Pierre Rocheteau, nonno della vittima e capofamiglia indiscusso.

Valeria Valcavi Ossoinack, autrice piuttosto produttiva, di gialli ne ha scritti diversi nell’arco della sua carriera. Quest’ultimo prende le mosse da una Parigi subdola e sofisticata.

Una Parigi che il lettore attraversa con una sorta di bussola in testa, seguendo indirizzo dopo indirizzo, le mosse e contromosse di tutti i personaggi coinvolti. Al centro dell’intrigo, tutta l’eredità. Un lascito importante ben oltre il fattore economico. Di fatto, l’autrice utilizza questo mezzo, accattivante e semplicemente funzionale ai fini di un giallo familiare, come una sorta di contrappasso dantesco che premia, punisce o salva le anime che tocca. Come se Pierre fosse il fantasma dickensiano dei Natali passati, presenti e futuri.

L’agilità di questa mossa autoriale è tutta riversa nella compostezza e rapidità dei capitoli, mai troppo estesi sebbene accurati. Quasi sempre efficaci a fornire quel minimo di informazioni utili per ricostruire, attraverso la lettura, quel puzzle intricato di tasselli che, come si apprenderà, erano stati scomposti e violentemente gettati nell’oblio anni ed anni addietro le vicende attuali. Tasselli di un puzzle che mai prima questa famiglia aveva tentato di ricomporre, semplicemente di capire.

Piena zeppa di dialoghi e capitoli composti da miriadi di virgolettati, il cuore della storia fluisce dentro le mura della prigionia. Interessante, a volte banalmente, è il fatto che si avverte una familiarità anche tra vittima e carnefice. Una familiarità emotiva, che coinvolge l’arte di cui si nutrono insieme, sebbene secondo diversi canali. La prigioniera è un’artista affermata, il carceriere un ammiratore.

Attraverso il loro dialogo, affettuoso per quanto sinistro, si torna indietro e lo si fa ogni volta che il sentimento dell’amore si mescola al terrore. Si rivive il passato della vittima, si tenta un’empatia con il suo presente e, minimamente, anche con quello dei suoi rapitori.

Dialoghi freddi, freddure e sarcasmi, invece, a dirigere il tempo presente. Più gretto e misero del bisogno assoluto di denaro. I personaggi possono essere divisi in buoni e cattivi. Non sono mai nell’ombra e pure vivono dell’ombra di loro stessi e dentro quelle esatte misure piano piano svelate.

I molti passaggi descrittivi, per l’appunto accurati e dettagliati, creano sufficientemente bene l’ambiente ideale per indirizzare il lettore verso la matrice dell’intrigo e tenerlo aggrappato alla sua propria immaginazione. Fino alla fine, senza pietà.

Il tutto, raccolto dentro sequenze fortemente visuali. Capitolo dopo capitolo, ci si ritrova dentro un nuovo appuntamento di una si quelle serie poliziesche a puntate in cui, nella finale, si rivela l’orrore assieme alla liberazione.

Quando poi, non troppo sorpresi ma ad ogni modo colpiti, si rilegge l’esergo e ci si ricorda che sì, Ossoinack ce lo avevo predetto attraverso le parole di Socrate: tutte le guerre sono combattute per denaro.

 

 

 

 

“Scrivere, che idea divertente!” di Florence Noiville. Un omaggio a Milan Kundera, il più elusivo di tutti gli scrittori contemporanei

In Italia, Florence Noiville – francese, classe 1961 – è nota per i romanzi. L’ultimo, La cleptomane, è stato tradotto da Garzanti quest’anno. Studiosa dell’opera di Isaac B. Singer, a cui ha dedicato una biografia di successo – edita da Stock nel 2004, subito tradotta da Longanesi – e un “Cahier de l’Herne” (2012), ha appena pubblicato un libro biografico su Milan Kundera, il più elusivo degli scrittori contemporanei. Il libro, Milan Kundera. «Écrire, quelle drôle d’idée!», è stampato da Gallimard, è sembra il più opportuno per celebrare il grande scrittore ceco scomparso ieri a Parigi.

Naturalmente, l’editore enfatizza il tutto – “Mai opera ha detto così tanto su un autore” –, giocando sul paradosso: l’assoluto distacco di Kundera. Il libro, in effetti, è un tentativo di vincere la reticenza di uno degli scrittori più noti del pianeta, recluso, prima, in un maniaco pudore, poi nel male immedicabile, ora nel niente. “Spesso mi dico che sono stata fortunata a conoscere il Milan non più giovane. Nell’ultimo terzo della sua vita. Aveva già fatto voto di silenzio mediatico”, ha detto la Noiville. “Al culmine della maturità e della libertà, Kundera ha preso ad assomigliare sempre più al vecchio di La vita è altrove. Quel vecchio scienziato che osserva in silenzio i giovani ‘chiassosi’”.

Il desiderio di Kundera – arretrare nell’oblio – è diventato destino, vita orbata.

“È sorprendente che la prospettiva di avere un biografo non abbia costretto alcuni a rinunciare alla vita”, scherzava Emil Cioran. La celebra boutade del sommo nichilista rumeno è stata quasi smentita da un altro scrittore dell’Europa centrale, Milan Kundera. Poiché anche lui detesta tutto ciò che comincia con bio – biografo, biografia –, l’autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere si è sforzato di non avere un’esistenza visibile. Per una ragione semplice. “Nell’istante in cui Kafka attira maggiore attenzione di Joseph K., si annuncia il processo della morte postuma di Kafka”, ha profetizzato in L’arte del romanzo.

Nell’epoca della comunicazione trionfante, del rapido consumo di cultura, questa frase assume tutto il suo significato. Nella mia vita da critico letterario continuo a incontrare “lettori”, giornalisti, a volte anche studiosi che desiderano per lo più farsi una rapida idea di un nuovo autore. Ovviamente, più la vita privata di questo autore è intricata, spigolosa, enigmatica, più sarà considerato “interessante”. Tali “lettori” leggeranno un ritratto dell’autore su una rivista, una recensione piena di lusinghe, qualche citazione, qua e là, certi, così, di aver capito “di cosa si tratta”. Non c’è bisogno di leggere altro – quanto ai libri, pazienza. Questo è ciò che Kundera ha inteso per “processo di una morte annunciata”.

In Cecoslovacchia è esistito un tempo in cui la scrittura letteraria era preziosa, tanto più preziosa perché vietata, passata al vaglio della censura. Era il tempo dei samizdat, questi oggetti del desiderio che si passavano di nascosto, tra coltri di cappotti. Ecco perché Kundera ha continuato a martellare incessantemente quel semplice messaggio: Dimenticatemi. Aprite i miei libri.

Nella storia della letteratura, questa posizione non è unica. Molti scrittori hanno cercato di sparire dietro la propria opera. “È lei che conta, non l’uomo che l’ha scritta”, tuonava il premio Nobel per la letteratura Isaac B. Singer, di origine polacca, che poi chiosava, scherzando: “Quando hai fame, conta soltanto il pane, della vita del fornaio non ti importa nulla”.

Milan Kundera è andato oltre. Dalla metà degli anni Ottanta ha cercato di annientarsi. Nessun discorso, nessuna intervista. Nessuna traccia pubblica della sua “vita reale”. Il tritatutto funziona bene a casa Kundera. Nulla, dopo Milan, deve restare tranne i suoi libri. Il resto – manoscritti incompiuti, lettere private, corrispondenza varia, diari, fotografie – viene sistematicamente distrutto. Dobbiamo “far credere ai posteri che non abbiamo vissuto”. Così ha scritto Flaubert. È ciò che pensa Kundera.

“Vedi, da lì a lì… c’è ancora uno scaffale, ciò che è rimasto… pronto per essere sbriciolato”, mi ha detto Vera, un giorno, la moglie di Kundera. Una pioggia di coriandoli per celebrare l’insignificanza dell’essere. La sua leggerezza?

“Secondo una celebre metafora, il romanziere demolisce la casa della sua vita per costruire, con gli stessi mattoni, un’altra casa: quella del suo romanzo. Da ciò consegue che i biografi disfano ciò che il romanziere ha costruito, ricostruiscono ciò che egli ha disfatto. Il loro lavoro, puramente negativo dal punto di vista dell’arte, non può illuminare né il valore né il senso di un romanzo”.

Ecco il grande malinteso – il primo di una lunga serie – intorno a Milan Kundera. Tendiamo a credere che egli si ostini a separare la vita dall’opera. Ci pare artificiale, a volte artificioso. Perfino sospetto. Vuole dissimulare qualcosa? Quante volte mi ha detto: “È tutto nei miei libri”. Non è una formula. La sua vita si è infusa e confusa nelle sue pagine. Tutto quello che bisogna fare è aggirarsi dentro quell’“altra casa” per ritrovarla. Per trovare lui, o i frammenti del suo io, sparsi negli eroi che gli somigliano. Egli è in ogni stanza. Come tutti i bravi muratori, prepara i mattoni. Quelli che provengono dalla sua casa e quelli che vengono da altrove. È questo edificio a ispirare.

 

Florence Noiville

‘La nobile arte del bluff’, il romanzo del newyorkese Colson Whitehead tradotto e pubblicato da Einaudi

La nobile arte del bluff” di Colson Whitehead è un libro che è stato pubblicato da Einaudi nel 2016, tradotto da Paola Brusasco. La scrittura di questo testo ha assorbito completamente Colson Whitehead. Questo romanzo dello scrittore newyorkese è ben più di un reportage sul mondo del gioco, è uno spaccato autobiografico che affronta una crisi profonda e un’avventura personale molto particolare.

Uno scrittore newyorkese racconta la vita del poker come professione

Colson Whitehead è un grande appassionato di gioco. Per questo, la rivista di giornalismo sportivo “Grantland” gli commissiona un reportage sulle World Series of Poker di Las Vegas. Whitehead è un giocatore dilettante, ma nonostante questo, decide di scrivere il reportage sull’evento partecipando direttamente al torneo. Vuole raccontare l’esperienza dall’interno, prendendo parte ai campionati mondiali del poker. D’altronde, lui gioca a poker da sempre. Ha talento e tutti i suoi amici gli hanno fatto sempre notare che ha una perfetta “poker face”. I suoi tratti sono sfuggenti, le sue espressioni ermetiche e impenetrabili.

È sempre stato una persona molto difficile da interpretare. Whitehead si iscrive al torneo, per accorgersi presto che la sfida è più ardua di quanto avesse mai immaginato. Vincere tornei di poker tra amici non è la stessa cosa che dedicarsi completamente al gioco come professione. Lo scrittore si dedica quindi allo studio e all’allenamento al tavolo verde con grande costanza, praticamente ogni giorno. Assolda un coach personale per migliorare le sue performance, si concentra sullo studio del calcolo delle probabilità. Tutto questo percorso viene raccontato nel libro in modo dettagliato, fornendo uno spaccato unico sul mondo del poker professionale.

La nobile arte del bluff: un libro fuori dalle definizioni

Non è semplice definire questo libro, che non può essere incasellato in un determinato genere letterario. Il racconto biografico romanzato si intreccia costantemente al reportage sportivo. Il gioco del poker è un universo complesso e sfaccettato, con le sue regole e la sua precisa terminologia, che entra a pieno nel gergo dell’autore. Colson Whitehead si esprime spesso con termini e immagini prese apprese direttamente al tavolo verde, o attraverso lo studio di manuali specialistici. Il vocabolario del poker si integra perfettamente in questo esperimento letterario. Addirittura, in alcuni punti il linguaggio potrebbe risultare anche eccessivamente tecnico per chi non chi non conosce il gioco. Proprio per questo, Whitehead aggiunge anche una bibliografia finale, condividendo con i suoi lettori i suoi manuali di poker di riferimento. In questo modo ogni lettore potrà approfondire l’argomento e padroneggiare anche la terminologia specialistica. Questo libro, unico nel suo genere non può assolutamente mancare nella libreria degli appassionati del tavolo verde. Per certi versi, possiamo già considerarlo un libro di culto.

Fonte: Pixabay Autore: Lindsay Scott

 

Riflessioni sul bluff: società, dolore esistenziale e autobiografia

Nel libro troviamo un mosaico molto interessante del mondo del poker, in particolare dei soggetti che si dedicano al poker. Leggiamo una descrizione accurata di un ambiente complesso e molto variegato. Si descrivono le vite di giocatori praticamente nomadi, che vivono la loro vita in alberghi a cinque stelle, passando di città in città. Questi alternano momenti di altissima concentrazione e di totale dedizione alla competizione, a momenti di svago, di relax e di sontuosi buffet. Il clima è festoso, all’insegna del consumo: piscine, spa, massaggiatrici. L’autore riflette sull’evoluzione della società e porta la riflessione anche su un piano più prettamente esistenziale e individuale. Whitehead affronta una grossa crisi, la depressione e diverse questioni legate agli affetti.

 

Colson Whitehead, un talento newyorkese

Arch Colson Chipp Whitehead è nato il 6 novembre del 1969 a New York, a Manhattan. I suoi genitori sono ricchi imprenditori afroamericani. Frequenta la Trinity School di Manhattan e si laurea alla Harvard University. Ha scritto ben otto romanzi, il suo lavoro d’esordio risale al 1990 e si intitola “L’Intuizionista”. Nel 2016 ha pubblicato “Railroad”, vincendo il National Book Award for Fiction nello stesso anno. Nel 2017 vince il premio Pulitzer per la narrativa. Vincerà nuovamente lo stesso premio nel 2020 con il romanzo “I ragazzi della Nickel”. Si è dedicato molto anche alla saggistica, venendo premiato con il MacArthur Genius Grant. Ha pubblicato diversi articoli su riviste come Harper’s, Granta, The New Yorker e The New York Times.

L’oppressione dell’Io in Vuoto di Ilaria Palomba

Pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, Vuoto è il nuovo romanzo della pugliese Ilaria Palomba presentato al Premio Strega 2023. Il romanzo si destreggia fra la dimensione onirica e la costante inquietudine che si sussegue, pagina dopo pagina. Una storia in cui aleggia un senso di morte perpetuo e che, tuttavia, induce alle riflessioni più pure e radicate grazie al viaggio nell’inconscio della protagonista. Personaggio principale del libro una donna, Iris Palmieri, poetessa dominata dalla propria vita disordinata e dall’oppressione del suo stesso Io. 

Il contesto in cui Vuoto è ambientato si snoda fra la Puglia e Roma, il tutto nel giro di un anno. Il libro si divide in otto sezioni in cui si evince un certo tipo di continuità fra un capitolo e l’altro, tranne che per l’ultima parte. Un viaggio tra passato, presente e futuro che si sussegue in concatenazioni di eventi fluttuanti, come in una dimensione irreale, che portano la protagonista a sezionare in modo chirurgico la sua psiche, gli avvenimenti del suo passato e le sue emozioni.

Le paure che Iris percepisce appartengono a un episodio mai metabolizzato avvenuto durante la sua adolescenza; rivede le spiagge del Salento e d’un tratto, il suo essere la pone di fronte a una realtà non portata alla luce per troppo tempo.

Quel senso di vuoto, fallimento e solitudine inducono Iris a cercare di colmarlo con ogni mezzo. L’angoscia divorante, nel corso delle pagine, verrà ‘’saziata’’ dalla protagonista attraverso l’uso di droghe, la compulsione a sperimentare ogni tipo di promiscuità e il sesso sfrenato. Emblematica sarà l’amicizia con Giulio, un ragazzo più giovane di lei, con il sogno della letteratura e della fama letteraria: la brama e l’amore verso la poesia, oltre che la spiccata sensibilità del ragazzo, legheranno i due personaggi in un rapporto di tenerezza confidenziale. Ma Giulio, come Iris, ha una sua fragilità: un giorno si toglie la vita gettando la protagonista nella confusione, lei che, come si evince nel corso della lettura,  ha più volte tentato di abbandonarsi alla morte. Come numerose personalità letterarie, Antonia Pozzi e Sylvia Plath,  decedute lasciandosi cullare dalla dolcezza silente della morte, Giulio agisce negando la sua presenza alla Terra; Iris, invece, coltiva un imperante e insistente senso di colpa dopo la dipartita dell’amico.

Il rimpianto di non aver fatto nulla per salvargli la vita si insinua nel suo precario equilibrio interiore. Intanto, anche il matrimonio con Federico vacilla; non le resta che la letteratura, unico punto fermo radicato, sola scaglia luminosa che riluce in un mare di grigiore funereo. L’incontro con una scrittrice, però, la illuminerà sulla vera essenza della passione letteraria portandola a rivalutare quelli che, fino a quel momento, le erano parsi pensieri di salvezza: la scrittura non dona, è chi scrive che deve donare qualcosa alla scrittura.

Nonostante il precario equilibrio, le problematiche e l’inquietudine tangibile che tiene il lettore incollato e sospeso in una dimensione di attesa, Iris continua a scrivere: le verità apprese dalla conversazione con la nota scrittrice non arrestano il suo fluire verso la ricerca attraverso la letteratura. Iris non demorde, si riconosce grazie alla scrittura e si riflette in essa, anche se tutto  sembra dissolversi in problemi più grandi di lei; disguidi con gli editori, progetti naufragati, una carriera che sembra sempre più sfumata e sbiadita, ma che la protagonista non  etichetta come mera sussistenza materiale. Quella di Iris è una scrittura trascendentale, che accarezza i corridoi reconditi della coscienze, solletica dubbi, si pone quesiti, cerca delle risposte: sembra quasi che  ripercorra sì i suoi dolori personali, ma che faccia propri anche i dolori dell’intera società che la trasportano in un circuito di intenso sentire.

Lo strato di pelle di Iris si assottiglia, dandosi alla luce in tutta la sua sensibilità più pura: sente il corpo come una gabbia, analizza e avverte intensamente le brutture in cui la società è immersa, le ingiustizie, la compassione per la gente che vive ai margini, ma soprattutto denuncia una porzione di sistema che minimizza ogni pensiero indipendente, ogni sogno di diversità, incasellandolo nella depressione. Il messaggio veicolato è importante: Ilaria Palomba, attraverso la voce di Iris, esprime una verità tagliente;  se un’idea non appartiene al modello che la società propina come ‘’giusta’’ o ‘’fattibile’’ è subito tacciata come un ‘’disturbo’’, quando invece è solo uno schema differente rispetto ai modelli sociali vigenti. Un’altra peculiarità del libro è il rimando, quasi malinconico, a una dimensione antica che non c’è più: le semplici cittadine costiere, la natura incontaminata  ormai braccata da blocchi di cemento asettico. In questo caso si riferisce alla Puglia, ma qualsiasi lettore che si approccia a questa problematica  condividerà tali riflessioni: terre imbevute di tradizioni ataviche volte, ormai, a una mercificazione stantia che ha eliminato il loro fascino ancestrale.

Questo romanzo dai monologhi interiori affilati, dai flussi di coscienza che giungono al lettore come una lama che scarnifica le coscienze, è a conti fatti  un percorso di continua ricerca che cerca di scovare un’appartenenza o una propria dimensione. Iris arriverà ad accettare quel vuoto che aveva, da sempre, cercato di riempire addirittura introiettandolo con fierezza: il vuoto che tanto aveva combattuto è adesso fregio di ciò che ha contribuito a rendere la protagonista unica, nelle sue immense e caleidoscopiche sfaccettature.

L’accettazione del passato, il trasformarsi della propria interiorità, si lega a una continua impellenza volta alla ruminazione interiore, sempre attiva, che si interroga attraverso quesiti. Sono costanti, infatti, i rimandi filosofici: il senso di morte sembra sedurre Iris e, al contempo, la protagonista sembra quasi bramarla. Il funereo presiede una continuità all’interno dell’opera così come l’angoscia che emerge nel corso della lettura. Sembra, infatti, di percepire alcuni rimandi relativi a Emil Cioran o Nietzsche ma, anche, all’accezione classica del termina ‘’angoscia’’ introdotto per la prima volta da Kierkegaard  (“Il concetto dell’angoscia’’, 1844). Secondo il filosofo danese l’esistenza, di fronte all’uomo, è fonte di innumerevoli possibilità; l’angoscia è il sentimento del possibile in cui si cela l’alternativa che è la morte. A tale situazione di angoscia esistenziale l’uomo rispondere in due modi: con il suicidio,  proprio come accade a Giulio amico di Iris, o con la fede.

Per Kierkegaard, quindi, l’angoscia è intesa come rapporto dell’Io con il mondo; quello stesso tormento che Iris sente, e che chi si cimenta nella lettura percepisce fin dalle prime pagine. Un libro che è un sogno onirico, un estremo viaggio in cui l’inconscio si mescola con il chimerico e  il concreto,  in cui il turbamento e l’irrequietezza si avviluppano all’attenzione del lettore  trasportandolo in una storia surreale, i cui confini fra realtà e sogno si assottigliano e si inglobano, pagina per pagina.

‘Perversione’ di Yuri Andrukhovyc, la versione postmoderna di Morte a Venezia

Perversione dello scrittore ucraino Yuri Andrukhovyc (Del Veccio editore) è un libro su come gli ucraini dissero addio all’impero sovietico.

Lasciatevi trasportare in una Venezia vista con occhi diversi, immergetevi nella lingua e nei tanti e diversi stili, resi anche graficamente, utilizzati dall’autore per raccontare una storia misteriosa, una storia d’amore, una “buffonata” che solo durante il Carnevale è possibile. Pensate che il libro fu scritto nel ’95 a mano, e anche le particolari trovate sono state create dall’autore durante la stesura. Raccontarne la trama è complesso, per questo motivo potete leggere le interviste o recuperare le dirette degli eventi per scoprirne di più. Si è parlato tanto di autore da Nobel, io mi fiderei e inizierei a leggerlo a scatola chiusa!

«Perversione è una versione postmoderna di Morte a Venezia: ha una struttura complessa, un’abbondanza di temi, sottotrame ed elementi narrativi, e soprattutto una passione quasi barocca per il linguaggio.»

Berlin International Literature Festival

Quale è stato il destino di Stanislav Perfetsky, poeta, provocatore ed eroe della cultura underground ucraina. Le prove indicano il suicidio. Ma alcuni sussurrano di un omicidio. Alcuni fanno discretamente riferimento alla grande tradizione dell’Europa orientale del suicidio forzato. Potrebbe forse essere legato a una cerimonia del culto religioso in cui è incappato a Monaco o al lavoro come ballerino in uno strip club per donne anziane. Oppure niente di tutto questo.

Perversione ricostruisce gli ultimi giorni di Perfetsky usando un groviglio di indizi, documenti ufficiali, interviste registrate, appunti lasciati su pezzi di carta appallottolati. Perfetsky, la personificazione del superuomo artistico ucraino, ha usato la sua magistrale abilità musicale in una collaborazione con Elton John durante il soggiorno segreto della pop-star in Ucraina e per questo è diretto a Venezia per partecipare a un seminario per salvare il mondo dalla perdita di senso. Il suo viaggio lo trasforma in un novello Orfeo, un Orfeo ucraino che discende nella decadenza dell’Occidente barcamenandosi tra avventure surreali e gli argomenti non meno surreali del seminario a cui attende. Ma l’uomo/artista incede a testa alta verso il suo destino fedele al proprio ruolo e incurante dell’assurdità che lo circonda e che in qualche misura si trova ad incarnare.

L’Ucraina è nel mezzo di una tragedia, ma l’autore ritiene che la grande Letteratura sia possibile con un approccio nel contempo umoristico e tragico. In particolare, se parliamo di Letteratura di guerra ci sono esempi come Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek o molte pagine di Remarque che sono piuttosto divertenti. Andrukhovyc è al contempo serio e spiritoso e  mostra come sia utile per l’Ucraina avere un distacco umoristico, senza il quale non sopravviveremmo.

Juri Andruchovič è nato nel 1960, a Ivano-Frankivs’k, Ucraina. È romanziere, poeta, saggista. Considerato autore di culto in tutta l’Europa centrale, è stato attivista del movimento democratico del Maidan e ha partecipato attivamente alla Rivoluzione Arancione. Nel 1985 ha co-fondato il gruppo poetico Bu-Ba-Bu (Burlasque-Parodia-Buffoneria) con Oleksandr Irvanets e Viktor Neborak. Fin dagli inizi della sua attività poetica e narrativa ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui i più recenti sono il Premio per la Pace Remarque nel 2005 e il Premio Hannah Arendt nel 2014. È membro della Deutsche Akademie fur Sprache un Dichtung, l’Accademia tedesca di lingua e letteratura.

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