‘Nemmeno una virgola’, il fortunato romanzo d’esordio di Guido Domingo

Guido Domingo esordisce felicemente con la giovane casa editrice Pathos, intitolando la sua prima fatica Nemmeno una virgola (2021).

Protagonista della vicenda è la Vecchia, una signora anziana, da anni rimasta vedova, sola, che non si aspetta più nulla dalla vita se non morire. Con quella che è chiamata la Figlia non hanno da anni un gran rapporto. Le giornate dell’anziana sono tutte uguali, senza sorprese e slanci.

La donna ha buoni rapporti con il Vicino, che a volte le fa compagnia e l’aiuta con dei piccoli lavoretti. Un giorno l’uomo sta aggiustando la maniglia del frigorifero, quando, sistemando un pannello, trova 300.000 delle vecchie lire e, nei meandri delle interiora dello sportello rotto, scova infatti una busta postale ingiallita con su scritto un numero di telefono e al cui interno sono riposte trecentomila lire del vecchio conio.

Un espediente, questo, che mette in gioco il presente della Vecchia e inevitabilmente tutto il suo essere una Vecchia imprigionata nella propria routine.

Voleva davvero turbare quella monotonia in cui tutto sommato si sentiva protetta e al sicuro?

In breve: la Vecchia riconosce la scrittura del marito, è confusa, agitata, vorrebbe sapere, ma indugia. Eppure la Vecchia è una donna curiosa, ha letto molti libri, da ragazza ha abbandonato il paese per l’euforia cittadina –non senza rimpianti presenti– ha un cuore che una volta sapeva essere impaziente. Si decide, telefona. Dall’altra parte della linea le risponde una giovane donna, è un’insegnante che vive in affitto presso quell’abitazione cui fa voce quel numero fisso. Si interessa alla Vecchia e le fa sapere che la linea fu riattivata in tempi in cui le lire non esistevano già più.

La Vecchia non lo sa, ma l’autore ha tirato una bella mano ai dadi e, mentre lei trascorre notti insonni temendo questa sorta di scintilla che le acceca i pensieri tra le mani, uno sconosciuto richiama quel numero cercando tal Martinoli. L’insegnante informa la Vecchia, la Vecchia informa la Figlia.

La Vecchia adesso sa, adesso ricorda, adesso è connessa e la scintilla può diventare energia.

In quello che è forse il capitolo che meglio raccoglie l’agilità dell’autore nel cambiare registro e colori durante la costruzione della storia e dei personaggi – restando comunque fedele ad uno stile delicato, quasi dipingesse a colori pastello – si scopre che il rifugio Martinoli, ai piedi del Monte Rosa, è il luogo dove la Vecchia, appena maggiorenne, incontrò il suo futuro Marito e se ne innamorò. Ricorda, la Vecchia, che il Marito voleva tornarci per festeggiare il loro ventesimo anniversario di nozze, ma non fecero mai in tempo, morendo lui prematuramente, lasciandola vedova ad invecchiare da sola.

Ricorda e, come sembra suggerire l’autore, la memoria è vita.

Di fatti, la Vecchia si ostina, si fa coraggio e va. Ci prova, almeno. Fallisce il primo tentativo, troppo difficoltoso da sostenere da sola, per lei che non era più uscita nemmeno a gettare la spazzatura. Per lei che aveva dimenticato di ricordare.

Qui l’autore dà un ulteriore prova di sensibilità e indiscusso talento perché in realtà dà voce ad un corpo più che a un personaggio e non scade mai nel patetico raccontando i pochi, dolenti passi che questo corpo compie coraggiosamente pesando a se stesso e nel terrore di pesare agli altri. La Vecchia infatti torna a casa e si deprime. La Figlia non capisce, si allontana, è arrabbiata e la si immagina come un fascio di nervi dal cuore indurito e dolorante.

Passano diversi giorni e saranno il Vicino e l’insegnante ad accompagnarla al rifugio. Gli ultimi capitoli sono dedicati a questo viaggio verso la natura, verso l’immutabile bellezza senza età che desta meraviglia e la scatena, che ci rende tutti uguali nelle nostre differenze. La Figlia andrà a cercare sua madre in montagna, la ritroverà come forse non l’aveva trovata mai. E la morte arriverà come alleata della vita, quando la Vecchia, la Figlia, il Vicino e l’insegnante avranno saputo cosa vuol dire un ri-torno.

Il romanzo di Domingo può annoverarsi tra i migliori libri sulla vecchiaia della contemporaneità insieme a La tentazione di essere felici e Resto qui di Marco Balzani. La Vecchia risulta essere un personaggio molto riuscito, affascinante, che alla fine della sua “avventura” sembra fare sue le parole di T.S. Eliot: <<Noi non cesseremo l’esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere laddove siamo partiti e conoscere quel posto per la prima volta>>.

 

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Rime Rubate, la nuova raccolta di Michele Piramide: un riverbero antico di parole incastonate nel mondo moderno

Rime rubate è la nuova raccolta di poesie del sannita Michele Piramide, edita Ensemble editore, con prefazione di Alessio Iannicelli epostfazione di Stefano Tarquini.

Cos’è l’arte poetica se non una condizione presente in ogni singola persona? In modi diversi, con sfumature più accese o sbiadite, l’arte è l’atrio del sogno: con l’arte si viaggia, si fantastica, si auspica. La poesia ne è la testimonianza: attraverso la parola si veicolano immagini, sensazioni, emozioni. Chiunque prende in prestito l’arte dal mondo circostante, dalle persone che incontra o dal proprio contesto, per poi costruire la propria visione  dell’universo, unica e soggettiva. Una sorta di apprendimento per imitazione, come teorizzava Albert Bandura, poi rielaborato ad hoc; e grazie a queste ruberie involontarie che si creano mondi irripetibili. Lo stesso Michele Piramide, citando Oscar Wilde all’inizio della raccolta Rime rubate, scrive:

Chi ha talento prende in prestito, chi è un genio, ruba’’.

Quello che colpisce della poetica di Michele Piramide è la maestria con cui riesce a far sì che antico e moderno si incontrino e cooperino, testualmente e letterariamente. Alessio Iannicelli, nella prefazione della raccolta,  afferma a tal proposito:

‘’Michele aveva racchiuso nella sua opera tutto ciò che era antico e attuale nello stesso tempo, aveva saputo catturare l’animo della persona comune e incanalarlo nelle figure di eroi epici, e figure iconiche del mondo moderno’’.

La poesia di Michele Piramide è una mescolanza di linguaggi che ne creano solo uno: il lessico dell’emozione. L’autore, infatti, cita trame mitologiche, personaggi della cultura e diversi riferimenti letterari,  ma quello che colpisce è come ‘’sveste’’ questi  iconici protagonisti della storia e della letteratura, incanalandoli in una visione quotidiana e contemporanea.  La raccolta si apre con un componimento: Marinella. Probabilmente la famosa Marinella di Fabrizio De Andrè, che Michele Piramide inserisce in un contesto attuale, non distorcendo la natura del personaggio:

Pieni i miei sensi di te.

Sinuose forme, strozzati versi caldi corpi.

Mare in tempesta gli occhi bui.

Porto sicuro, straziato viandante, confuso ristoro.

 

Ogni  poesia ha come titolo il nome di un protagonista simboleggiante un riferimento storico o letterario. Nel componimento dal titolo Beatrice l’autore scrive:

Sei aria.

Bianca, come un pensiero,

fredda e leggera.

Sei ricordo d’infanzia.

Intangibile e angelica.

Vorrei aver avuto il coraggio di sfiorarti.

 

La Beatrice di dantesca memoria è qui incastonata  in una dimensione onirica e angelica, come la natura del personaggio suole immaginarla. Emblematico il verso ‘’sei ricordo d’infanzia’’; un chiaro riferimento all’amore di Dante, la cui visione di Beatrice risale proprio a quando la fanciulla aveva nove anni. E ancora  Pier Paolo (Pasolini), Romeo e Giulietta, Enea e Didone: un tuffo in un passato arcaico che non diventa vetusto o ridondante nella poesia di Piramide, ma che invece comunica contenuti attuali. Nella poesia Tenco il contenuto è moderno e struggente, al contempo:

Ora siete liberi.

Liberi di soffrire in silenzio,

muti e attoniti.

Liberi di vedere la sabbia riempirmi i polmoni.

Liberi di piangere fiumi di parole.

Liberi di vivere e fingere.

 

Personaggi svestiti del proprio ruolo e inseriti in contesti quotidiani parlano al lettore: Luigi (Tenco) e la sua libertà, i suoi quesiti, i suoi ideali rivolti all’umanità. Il tutto cadenzato dalla creazione di un ritmo armonico del lessico, frutto di assonanze, allitterazioni, parole scomposte e composte che donano alla poesia di Piramide un suono scorrevole, una sinfonia di parole che appare ora intensa, ora lieve.

 

Rime rubate: haiku moderni fra attualità ed eleganza antica

La struttura della poesia di Michele Piramide si rivela nella sua semplicità: moderni haiku che giungono come un dardo nelle emozioni del lettore, che si accinge a godere di queste flusso di parole incastonate in immagini dal contenuto importante e serio ma non, tuttavia, prolisso.

Non ci sono orpelli nella poesia di Michele Piramide, solo un concentrato di sentimenti in cui il lettore si può rispecchiare. La sua poesia ricorda molto la  poetica di Francesco Scarabicchi, definita appunto ‘’poesia realistica’’,  le cui tematiche ripercorrono i temi del ricordo e del tempo. Alcune delle poesie del poeta marchigiano hanno come titolo un nome, proprio come accade nella produzione letteraria di Piramide. Un esempio è  Ginetta, un componimento datato 1980:

Oh, la follia di sguardi alla rinfusa,

le grida e quel falsetto inimitabile

quando sognava i fiori di conchiglie

o il presepio a Sorrento in una scatola,

il biscuit restaurato e le sue calze

smagliate per sempre dentro gli anni,

polvere e oro nella casa bassa,

tra il giardino e le rose mai appassite.

 

Se per il poeta marchigiano la poesia è figlia della memoria, Michele Piramide rimodella e fa sua questa asserzione, astrattamente e nella concretezza;  cita nomi di una cultura letteraria e storica appartenente al passato e, nella sua produzione, inserisce porzioni di arte che capta durante la sua esperienza di vita,  per poi creare un proprio universo letterario in cui il flusso emozionale è il focus principale della sua poetica. Rime rubate è un inno all’importanza del sentimento e dell’emozione, in cui ogni lettore può riflettersi sentendosi compreso: un libro che è, nella sue essenza, uno specchio letterario che riflette e traduce le emozioni del lettore.

 

‘La società zodiaca’, il romanzo distopico di Andrea Paggi

La società zodiaca, libro scritto da Andrea Paggi ed edito Alter Erebus, è il romanzo perfetto per chi vuole proiettarsi in futuri lontani, riflettere su tematiche oniriche e fantascientifiche, pur non tralasciando problemi attuali. Quello che l’autore Andrea Paggi scrive è, a tratti, distopico:  induce il lettore a soffermarsi, pagina per pagina, nella riflessione di molti aspetti descritti nel libro ma che, tuttavia, appaiono realistici anche nel mondo di oggi. L’autore enfatizza alcune tematiche non mancando, con maestria, di descrivere la psicologia e la vita interiore dei suoi protagonisti inducendo il lettore ad empatizzare con alcuni dei soggetti descritti.

Nel libro non c’è un vero protagonista, ma tante storie che si intrecciano e si combinano in una società estremizzata che cela una velata – e forse neanche tanto indiretta – critica anche al tessuto sociale odierno. Una storia nelle storie, si potrebbe commentare, che inizia con uno psicologo-astrologo, Duccio Bertelli.

Il romanzo è ambientato a Firenze e proprio l’astrologo fiorentino profetizza una grave crisi nel 2023: dopo la pandemia e le guerre, rivolte ancora più sanguinose intaccano l’Europa portando allo scoppio di tumulti e malcontenti popolari. Queste rivolte sono dovute principalmente a una questione astrologica: il transito di Plutone in Acquario che già, molto tempo prima, aveva provocato la Rivoluzione Francese. Se dapprima nessuno crede alla chiaroveggenza di Bertelli, tutto cambia  quando l’astrologo inizia a riscontrare una certa popolarità sul web che crede alle sue previsioni. Intanto le rivolte non si placano e nel 2025, in seguito alle numerose insurrezioni, si decide di indire un Referendum per decidere una forma di governo adatta ad arginare lo status in cui, fino a quel momento, verte il tessuto sociale martoriato da tumulti.

Nasce, così, la Società Zodiaca: una forma di governo creata ad hoc e studiata per contenere eventuali sommosse popolari. Questo tipo di guida si basa sull’assunto che, ogni cittadino, deve eseguire un determinato compito ma, soprattutto, mette al bando le differenze: i simili devono stare con i simili per scongiurare danni politici e sociali.

La società zodiaca: un mondo in cui la sorte è scritta nelle stelle

Nel 2040 la Società Zodiaca è ancora la forma di governo vigente. Un cittadino è legato indissolubilmente al suo giorno di nascita e, quindi, al suo segno zodiacale. I mestieri sono assegnati in base all’oroscopo: gli Ariete sono dei militari, i Gemelli dei giornalisti, i Leone dei politici. Tutto segue una logica astrologica teorizzata da Duccio Bertelli: l’unico modo, secondo l’astrologo, per non incorrere in nuove crisi e riportare la società nuovamente allo sfacelo. C’è di più: il segno zodiacale non costringe solo ad assumere ruoli lavorativi che non si auspicano nemmeno,  ma obbliga anche a seguire una certa vita sentimentale. Sono ammesse esclusivamente famiglie omozodiacali; il calcolo delle nascite deve essere precedentemente e minuziosamente calcolato, in quanto la sorte di ognuno è già scritta nelle le stelle e solo seguendola si può aspirare a una società ideale, senza disoccupazione e malcontenti.

I bambini concepiti secondo un calcolo errato sono invece gli anomali: figli di nessuno, potenziali pericoli per questa società che l’astrologo dipinge come aurea. Partorire un figlio anomalo significa spedirlo al centro relegati dove vivrà per sempre in una cella. Di questo si occupano Alberici e Panunzio ma, se da un lato ci sono  gli ispettori e i militari con Ariete Tv sempre accesa, dall’altro c’è la fazione dei ribelli che lotta contro questa tirannia spacciata per società democratica e ideale. Ai ribelli, nel corso delle pagine, si unirà Ciuto: un ragazzo anomalo cresciuto in cella che riesce poi a scappare e diventa amico di Don Sebastiano, Ada, e Lorenza e tutto il gruppo. Dall’altro lato Corrado Barberini insieme all’infermiera Anna, Tiziana e Antonio: tutti protagonisti di una storia nella storia che, alla fine della lettura, si intreccia in un quadro globale, completo e quasi realistico. Dopo una serie di colpi di scena e intrighi, la Società Zodiaca è ormai sconfitta e l’autore trasporta i suoi lettori alle vicende dei protagonisti dieci anni dopo.

L’universo segnato dall’algoritmo

Se nell prima parte del testo capeggia l’azione, nella seconda parte del libro si vuole indurre il lettore a riflettere su quanto accaduto. Ciuto è cresciuto, Don Sebastiano è ormai anziano, qualcuno non c’è più e quasi tutti sembrano essere ritornati alle loro consuetudini. La società zodiaca sembra un ricordo lontano, perché adesso c’è un’altra forma di tirannia, seppur tecnologica, di cui le persone non riescono a fare a meno: l’algoritmo. I telefoni intelligenti sono scoparsi per lasciare il posto ad ologrammi e braccialetti personalizzati che determinano la vita di ognuno. Una metafora molto attuale e pungente, poiché tutt’oggi siamo costantemente bombardati da immagini e notizie dal web che inducono alla spersonalizzazione, quasi, per adeguarsi alle mode del momento.

La situazione raccontata dall’autore è qui ampiamente estremizzata, ma ben descrive la società di oggi dove il termine algoritmo si associa, per lo più, ai social network riferendosi alle linee guida da seguire, precisamente, per arrivare in alto: esser riconosciuti, visti, lodati. Oggi, avere potere, significa anche e soprattutto – forse – esser popolari su internet.

Andrea Paggi

Questa teoria è la stessa di Don Mario, amico di Don Sebastiano: l’incidente di un ragazzo avvenuto anni prima, lo convince che la tecnologia avrebbe portato al collasso delle interazioni e dell’intera società. Una teoria condivisa anche dal Professore, come si scoprirà nelle ultime pagine: alla liberazione di tutti gli anomali, dopo la sconfitta della Società Zodiaca, qualche ragazzo aveva continuato a vivere in uno ‘’stato di natura’’ insieme al Professore e all’Astrologo: l’obiettivo era dimostrare che la tecnologia era fallimentare, mentre la vita in connessione con gli elementi era l’unica via perseguibile. Un piano che andrà a gonfie vele, fino a quando Bertelli e il Professore non decideranno di mandare un anomalo nella società: Geri, amico di Ciuto, che in preda alla negazione dell’algoritmo come forma di potere sulle vite di ognuno, si ribellerà compiendo un’azione inimmaginabile.

Simbolismi non del tutto velati

Oltre alla linea narrativa avvincente, si evince chiaramente che lo scopo dell’autore è anche criticare alcuni aspetti della società moderna. L’uso smodato della tecnologia, nel testo, cambia anche la forma fisica dei protagonisti: la classica mano ad artiglio che spesso compare quando si tiene in mano uno smartphone nell’atto di usarlo. Alcuni personaggi della storia, poi, avranno delle ripercussioni in seguito all’uso della troppa tecnologia. L’intelligenza artificiale ha ormai sporcato anche i sentimenti; è diventata la padrona del mondo, con un’onnipotenza talmente dilagante da spodestare persino gli uomini che si dicono importanti. Adesso è la macchina a dominare, persino i pensieri, persino le emozioni. C’è un passaggio del romanzo, quello fra Don Sebastiano e Ciuto, che è emblematico:

«Ma il progresso ci ha portato alla società che conosciamo, questo lo so anche io. Non esiste la fatica, la vita di tutti è eccezionale.»

«Sì, ma tu non sei manco capace di capire se una ti piace o no. Te lo deve dire il computer.»

 

Parafrasando Alessandro Manzoni verrebbe da dire: “Non Sempre ciò che vien dopo è Progresso”. Il progresso, come ben spiega l’autore, non è naturale come l’evoluzione ma ha una sola direzione: l’economia. Andrea Paggi, nel testo, riesce a ironizzare su alcuni aspetti della società attuale in un modo dolce-amaro, arrivando anche a introdurre un mondo in cui non si lavora, ma dove ogni cittadino riceve un sussidio a prescindere; senza provare l’ebbrezza dell’ambizione, in un universo dove ormai le macchine hanno sostituito gli individui.

Per ultima l’immagine dell’acqua che evidenzia come tutto possa avere una fine: persone, aspetti sociali, eserciti ma che si riferisce anche al singolo auspicando un possibile risveglio da torpore che un mondo preconfezionato apporta a ogni cosa, senza dimenticare una lezione importante: tutto scompare di fronte alla Natura, la vera sovrana.

‘L’ultima poesia d’amore’, il nuovo romanzo di Leo Silva Brites

Dal 20 ottobre giunge in libreria il nuovo romanzo di Leo Silva Brites per Instapoeti, marchio del Gruppo Alise Editore. L’ultima poesia d’amore è il titolo con cui lo scrittore sigilla il profondo rapporto che corre tra l’arte e l’amore, rendendolo vivo in una storia di crescita personale e di delicata poesia.

Lungo le sponde del lago di Lugano, un gelato al pistacchio riesce a rompere il sistema di credenze di un ragazzo che ha in odio il mondo intero. Il gusto di assaporare quell’istante assieme a Nadia lo incoraggia ad affrontare sé stesso e il suo passato.

Ne L’ultima poesia d’amore protagonista è un giovane di nome Abel. Il ragazzo odia tante cose e persone: i turisti, ad esempio. Un sentimento non indifferente se si vive e si ama passeggiare sul lungolago di Lugano. E mentre si cammina, è impossibile nascondere certe occhiate di disprezzo nei loro confronti. Abel ha questi particolari occhi colmi d’odio nei confronti del mondo, odio che si tramuta in paura di guardarsi dentro: il suo stesso sguardo critico gli si ritorce contro. Come sfuggirgli?

La sua vita di camminate per le strade di Lugano, i treni presi senza biglietto, le corse in taxi gli fanno conoscere personaggi unici, folli, in cerca, come lui, di una zona franca di equilibrio tra sé e la vita. Tra questi personaggi ce n’è uno che cambierà per sempre il punto di vista di Abel: Nadia. La ragazza, in coda per gustare il gelato più buono della città, sembra il suo opposto.

Abel infatti, nella lista delle tante cose che disprezza, ha inserito anche il gelato, quello al pistacchio in particolare. Nadia ordina proprio quello, ma con una grazia capace di offuscare la barriera del suo giudizio. L’incontro tra i due splende di bellezza e magia a tal punto da donare ad Abel quel coraggio a lui necessario per affrontare i propri lati più cupi. Abel scopre così che la sua vita, più che una fuga, è una ricerca: il giovane è in cerca di una poesia, l’ultima lasciatagli dalla madre.

In questo viaggio di crescita, amore e realizzazione che comincia con una scoperta disarmante, Leo Silva Brites torna a indagare i temi a lui cari. Abel è un personaggio inconsapevole di possedere un museo pieno d’arte al suo interno. Imparerà a proprie spese come ogni persona incontrata sia un dono speciale, come ogni incontro sia una possibilità per vivere e scoprirsi un po’ di più. Gli basta solo capire come cogliere l’attimo e “restare” nelle emozioni. L’Amore diventa allora un impegno volto a risanare ciò che si è perso, a condividere la propria vita con gli altri con leggerezza.

Leo Silva Brites appartiene alla rete di influencer “Instapoeti”, un social network con oltre 5 milioni di follower. Instapoeti è anche il marchio editoriale più seguito dai giovani sui social. Pubblica romanzi d’amore, poesie e libri di giovani scrittori.

 

L’autore de L’ultima poesia d’amore

Leo Silva Brites nasce nel 1999. È uno scrittore e poeta di origini portoghesi, precisamente di Fatima, cresciuto in Svizzera, nel Canton Ticino. Da bambino sviluppa il bisogno di scrivere per esternare su carta le proprie emozioni. Nel 2019 pubblica In bilico tra cuore e cervello, e nel 2020 Emozioni – Introspezione dell’Amore, due libri di poesie che lo fanno conoscere nel suo Cantone. L’ultima poesia d’amore è il suo primo romanzo, incentrato sul concetto di resilienza che diventa il dolce ricordare, la ricerca di una poesia che affronta il dolore del vissuto.

 

Alise Editore

è la casa editrice fondata a Milano da Alessandro Alise, editore e manager con esperienza decennale in campo editoriale, il cui impegno è quello di pubblicare libri di qualità, titoli suddivisi in collane innovative che spaziano tra diverse tematiche. I suoi brand sono Alise, Eternity e Instapoeti.

‘’Un sogno nel vigneto’’di Emanuela Marra: un romanzo per moderni sognatori

Un sogno nel vigneto di Emanuela Marra, edito Land editore, è il romanzo perfetto per chi ha amato le grandi storie d’amore letterarie. Il libro è leggero, spensierato, piacevole ma soprattutto molto romantico e adatto ai sognatori. La protagonista, a metà fra i personaggi di Jane Austen e le più moderne Bridget Jones, è Emma Bianchi: 30 anni, laureata a pieni voti in economia alla Bocconi, proviene da un contesto familiare agiato e lavora nell’azienda immobiliare di lusso Immobilux.

In questo senso è un personaggio interessante: nonostante provenga da un entourage benestante, il personaggio di Emma è autonomo e indipendente, punta sempre a dare il massimo e veicola un messaggio altamente positivo. Vive in un appartamento di Milano accanto al suo amico di sempre, Patrick, figura fondamentale del romanzo in quanto, spesso e volentieri, è proprio colui che sbroglia le matasse emotive che tendono ad aggrovigliarsi nel cuore e nella mente di Emma.

La protagonista, infatti, nonostante i vestiti alla moda e i tacchi vertiginosi, è una ragazza ingenua e insicura. Il suo mondo si svolge quasi ordinariamente, incasellato in un percorso asettico e per nulla denso di emozioni; il lavoro in ufficio, il capo Andrea, la collega Karen compagna di confessioni e shopping e i luoghi abitudinari frequentati dalla stessa Emma che danno al lettore la sensazione di essere coinvolti in una dimensione intima, quasi di sostare con il personaggio stesso nelle proprie consuetudini. Il testo è abbastanza minuzioso e descrittivo e, grazie ai dettagli, sembra di ritrovarsi fra le pagine e passare le giornate con Emma; il caffè Tiffany che frequenta prima del lavoro, il signor Raimondo che incontra ogni mattina e con cui discorre di letteratura e libri d’avventura. Un evento, però, squarcerà questa routine; Emma ha programmato un viaggio alla Maldive con il fidanzato Luca, affascinante e noto fotografo di Milano, suo ragazzo da anni. Una visione sfumata da una vetrata di un ristorante, mentre cena con l’amico Patrick, manderà in pezzi Emma. Immagine che si concretizzerà nel viaggio natalizio che programmava da tempo. Abbandonata, delusa e a pezzi Emma cerca di raccogliere i cocci di sé stessa fra le lacrime e l’intensa tristezza, cercando di sopravvivere a un evento catastrofico anche con l’aiuto di Pat e del fidanzato di quest’ultimo, David.

Il barlume di speranza diviene di nuovo scintillante quando Emma ha una promozione lavorativa inaspettata, che la porta a seguire la stima, e in seguito la vendita, di un immobile a Siena. Lontana dalla caotica Milano, Emma ritroverà sé stessa e non solo; stare a contatto con la natura, per lei che è una ragazza di città, sarà un toccasana per riconnettersi con la sua anima, stremata e a brandelli per il troppo dolore ricevuto. Ma a Siena ci saranno altri due importanti personaggi a darle forza; come in ogni fiaba che si rispetti, anche in quelle moderne i ruoli di ‘’aiutante’’ sono fondamentali. Alla neo-amicizia di Laura, architetto e assistente di Emma che cresce sempre più durante il soggiorno in Toscana, si affianca l’affetto materno di Marta.

Laura è decisa, sicura, ordinata, un po’ quello che non è Emma. E sarà Laura ad aiutarla in più circostanze, quando l’emotività e l’essere sbadata della protagonista prenderanno il sopravvento. Marta, invece, è l’anziana signora proprietaria dell’appartamento a Siena che hanno affittato Laura e Emma per seguire i lavori della tenuta più da vicino. Il personaggio di Marta personifica la saggezza ma, soprattutto, è materno; un lato che Emma, dalla sua vera madre, ha sperimentato di rado.

Un sogno nel vigneto: le colline senesi foriere di emozioni e intensi colpi di scena

L’anziana signora ha un nipote, Edoardo: amante dei cavalli e della natura, inseparabile solo dalla sua fidata cagnolina, ha un carattere diffidente e cupo dovuto a delle delusioni passate. Emma conoscerà il ragazzo in circostanze accidentali per poi ritrovarlo a pranzo dalla Signora Marta, ignari entrambe di questa conoscenza in comune. Nonostante il carattere scorbutico ed irritante del ragazzo, per Emma è un vero colpo di fulmine che, solo dopo numerose vicende, si scoprirà reciproco; dapprima Emma è restia, non vuole soffrire ancora dopo Luca. Ma ciò che incuriosisce la ragazza è quell’alone di mistero che ha Edoardo.

Solo nel corso delle pagine si scoprirà che, il giovane, cela una sofferenza segreta, sconfinata poi in delusione, che lo costringe a mettere un muro con il mondo femminile. Riuscirà ad aprirsi con Emma, rivelandosi romantico, dolce, sognatore e galante; ma, proprio a questo punto, la protagonista commetterà un passo falso che farà crollare la fiducia che nel tempo era riuscita a costruire nel rapporto con Edoardo. Ecco che ritornano i lunghi silenzi, le spunte grigie di WhatsApp che non si colorano di azzurro, l’angoscia di Emma e le sue emozioni che la scrittrice descrive in dettaglio; l’autrice delinea perfettamente ogni minimo stato d’animo della protagonista, dando spazio sì al contenuto della storia e ai colpi di scena ma anche, e soprattutto, alla psicologia di Emma: i suoi timori, le sue insicurezze, la paura di non riuscire. Sentimenti e atteggiamenti da tutti sperimentabili e sperimentati, almeno una volta nella vita, che avvicinano la protagonista a chi si accosta alla lettura.

Nonostante tutto sembri perduto, e per qualche tempo lo sarà, saranno Patrick e David, insieme ai consigli materni di Nonna Marta, che leniranno il dolore di Emma e faranno rifiorire il sorriso sulle labbra della giovane. Il finale è probabilmente quello che i sognatori amanti del romance ameranno di più; un colpo di scena renderà Emma una vera e propria ‘’Principessa’’… in tutti i sensi! Un sogno nel vigneto è un libro in cui si parla di amore, amicizia e presa di posizione. Il tutto condito da una buona dose di ironia e divertimento che renderà ancora più piacevole il fluire della lettura.

‘Il figlio smarrito’ di Paolo Avanzi, un thriller psicologico incentrato sulla perdita

Il nuovo libro di Paolo Avanzi ‘’Il figlio smarrito’’, edito Rossini editore, è un romanzo prevalentemente incentrato sulla perdita; una perdita, tuttavia, che cela l’atto di ri-conoscersi attraverso le proprie debolezze scaturite, inevitabilmente, dalla mancanza. La trama si presenta senza colpi di scena evidenti, e si basa soprattutto sui pensieri dei personaggi, tuttavia riesce a tenere il lettore incollato alle pagine fino all’ultima riga. Parola per parola, lo scrittore nato a Rovigo, è capace di far trasalire chi legge attraverso piccoli momenti, guizzi di dinamismo emotivo, che si insinuano nel corso del romanzo.  Si carpisce immediatamente come l’autore voglia mettere in risalto gli aspetti emozionali e psicologici dei suoi personaggi.

Il figlio smarrito: trama e contenuti

Filippo Tirsi è un dirigente a capo del personale sposato con Veronica, cardiologa. La coppia, da sempre concentrata sulle rispettive carriere, ha un figlio: Claudio. Un pomeriggio di luglio, il ragazzo sparisce nelle acque del Lago di Como. Nonostante le ricerche effettuate, il corpo di Claudio non si trova; il ragazzo sembra essersi volatilizzato. Da questo punto cruciale inizia la rinascita, dolorosa, di un padre assente. Il  figlio smarrito di Paolo Avanzi è prima di tutto un affresco lucido sul rapporto genitori-figli e sulla pressione sociale che, spesso, molti genitori riflettono sulla prole.

L’autore delinea un momento importantissimo della fine dell’adolescenza; quando finito il liceo si deve decidere cosa fare. Spesso, la pressione sociale, o forse una morale stantia che obbliga a voler tutti incravattati, fa in modo e maniera che molti genitori indirizzino i propri figli verso un percorso universitario; una strada che, entro pochi anni, coronerà il figlio a un membro integrante della società, con un proprio ufficio e una propria reputazione da professionista. Ed è questo che Filippo e Veronica auspicano per Claudio, un ragazzo riservato, diverso, che non ama particolarmente studiare ma che è spinto dentro a un ambiente che detesta per un’idea imposta dai genitori.  Questa imposizione è il frammento chiave di tutta la storia.

Indirettamente Avanzi fa percepire al lettore come quella in cui si è imbattuto sia una famiglia che, prima del disastro, era solo felice in apparenza. Per di più, emerge un altro dettaglio: due genitori che non ascoltano, o meglio, non vogliono ascoltare né vedere un problema tangibile, fingendo che vada tutto bene per non affrontare la realtà.

Se un figlio non ha nessuno che lo porti a riscoprire sé stesso e le proprie attitudini che adulto sarà? Alice Miller, nota psicoanalista, attraverso il concetto di pedagogia nera, già introdotto da Katharina Rutschky, si pone questi quesiti. I figli che subiscono un ascolto poco attivo, mancanze, o svalutazioni all’interno della famiglia avranno esiti negativi nella vita adulta. O magari, non avranno proprio esiti, poiché cristallizzati in un perenne stato di blocco e indecisione: una vera e propria ineducazione alla scelta. E Claudio è un ragazzo poco ascoltato, quasi oppresso dalle scelte altrui, che tenta di fuggire da un mondo che lo gli appartiene.

Una riscoperta interiore foriera di umanità

Filippo Tirsi decide, dopo quattro mesi di silenzio, di mettersi sulle tracce del figlio scomparso. Va a vivere sulla villa che la famiglia ha presso il Lago di Como. Le immagini che l’autore dipinge con le parole appaiono suggestive; la cornice del lago, la villa desolata, Filippo che nel riguardare lo specchio d’acqua di fronte sente una stretta allo stomaco e al cuore; per la prima volta percepisce di sentire la mancanza di suo figlio, non come voleva che fosse, ma come è realmente: semplicemente lui, senza pretese di essere chi non vuole. Il romanzo è un continuo monologo interiore di un padre che si colpevolizza, sbiascica un’esistenza ormai cinerea, si rende conto di una perdita incolmabile ma non si dà per vinto.

Le sue indagini iniziano dalla stanza al lago, dove scorge un armadietto con dei liquori: un altro elemento simbolo di questa storia, un altro particolare in cui emerge come Filippo e Veronica non conoscano il figlio. Filippo cerca in lungo e in largo: sul PC personale di Claudio, sul profilo Facebook, studiando ogni minima traccia che il figlio avrebbe potuto lasciare su internet. Colpisce come la figura di Filippo, allo struggimento interiore e all’ammissione di colpevolezza, abbini una ricerca attiva e concreta non solo del figlio perduto ma anche di una porzione di sé stesso che auspica a esser migliore della versione precedente.

Tutto sembra ormai sbiadire: il lavoro in azienda, ormai rilevata da una società americana che mira a imporre le proprie regole, il posto che Filippo sente suo, come se quella mansione lo identificasse. C’è una parte del  romanzo che si lega, con un filo sottile, all’immagine da cui scaturisce tutta la storia; una scena ricorrente è quando Filippo, mentre chiede informazioni sul figlio, porge il suo biglietto da visita. Strumento che lo identifica in quanto professionista, dirigente di azienda, e quindi con un quasi dovere di rispettabilità nei suoi confronti, visto il suo status. Quel biglietto è anche un mezzo per assicurarsi rispetto; questa sua parvenza di sicurezza legata a un’ etichetta, che funge da oggetto transazionale di Winnicottiana memoria, lo induce a riflettere alla miserabilità della sua condizione e alla pressione esercitata su Claudio.

Adesso Filippo si trova a fronteggiare un figlio scomparso, un lavoro al limite, una quasi ex moglie che cerca di sostituire il figlio perduto con un giovane volenteroso che prende in casa. Se Veronica sposta il dolore su Kevin, aiutandolo con i suoi studi, e proiettando su di lui quel figlio che tanto avrebbe desiderato, Filippo raccoglie la sua sofferenza e la trasferisce su Milena. Bella, giovane, ex badante della madre, Milena, per Filippo, diventa un personaggio indiretto di riscatto. Prima cerca di farla assumere nella sua azienda, prova a farle rinnovare il contratto in un altro reparto, proponendole prima il matrimonio, poi un figlio. Ogni rapporto destinato alla procreazione costa a Filippo 30 mila euro e, pur cosciente che la donna, quasi sicuramente, lo stia prendendo in giro continua per la sua strada. Sarà la stessa Milena a fermare questo gioco pericoloso, in un secondo momento, dimostrandosi anche più leale di come il lettore possa inquadrarla prima di arrivare a un certo punto della storia.

La debolezza come punto di forza per agire

Filippo è di nuovo solo: Milena era l’appiglio e il riscatto, di quella vita ormai a rotoli. Ma il padre di Claudio, nonostante gli errori, è probabilmente il personaggio più positivo dell’intero libro. Fin dalle prime pagine ha una presa di coscienza; non cerca scappatoie né giustificazioni. Anche nel tetro momento dovuto all’abbandono di Milena, o al dissolversi della sua carriera, non demorde e  lucidamente studia sé stesso, portando alla luce una parte quasi assopita nel corso degli anni; senza, comunque, tralasciare le ricerche di Claudio. Un’attestazione di questo suo spirito resiliente è dimostrabile anche nella chiamata allo psicologo; il protagonista, dalle prime pagine, si presenta come un uomo risoluto che quasi non accetterebbe mai di farsi aiutare. Questo lasciarsi andare denota come nel corso delle pagine, Filippo si sia allontanato dal modello preconfezionato di una società che vuole soggetti in carriera e per nulla deboli.

In seguito, sarà l’incontro con Enrico, ex compagno di scuola di Claudio, che accenderà in Filippo un barlume di speranza; quello che prima sembra un raggiro, è in realtà la pista giusta da percorrere. Dopo un’incursione nella casa di Enrico, sita sull’altra sponda del lago, i pezzi del puzzle iniziano a ricomporsi; il pezzo mancante è proprio la giacca verde di Claudio. Per tutto lo scorrere delle pagine l’autore ha l’abilità di tener sospeso il lettore, una suspence che invoglia a proseguire; ma soprattutto, colui che legge, può immedesimarsi nei personaggi della storia e nei racconti, minuziosi e delicati, delle loro emozioni, debolezze e sofferenze.

 Un finale inaspettato

Nella scena finale del libro, Veronica e Filippo cenano in un simposio quasi idilliaco per la loro situazione; probabilmente, per la prima volta, si parlano davvero. Solo poche ore prima Filippo si era recato in obitorio per effettuare un riconoscimento. Ma dopo averlo confessato alla moglie, e dopo la presa di posizione di Veronica di volersi altresì recarsi lei stessa in obitorio, si parlano a cuore aperto; per la prima volta, decidono il da farsi su quella situazione che, da tempo, li sta consumando. Claudio è morto, è una decisione che devono prendere, digerire, metabolizzare senza cercare più appigli ma andando avanti.

Per un momento si percepisce un’atmosfera sollevata, leggera, di decisione ormai presa, di zavorre faticosamente abbandonate dopo tanto patire … Ed ecco il colpo di scena: suonano la porta. Quell’attimo sarà indicativo per Veronica e Filippo che, attoniti e increduli, prenderanno coscienza di tutto quello che hanno passato in quei mesi così difficili. Quel suono alla porta inaspettato sancisce il momento della verità.

 

L’autore

Paolo Avanzi nasce nel 1958 a Rosolina (Rovigo) e opera a Bresso (Milano). Laureato in Psicologia. Approda alle arte figurative, dopo studi ed esperienze in ambiti musicali e letterari. Le sua produzione iniziale è di tipo polimaterico e privilegia l’informale. Opera come promoter culturale realizzando mostre di pittura, scrivendo recensioni critiche e presentando artisti e scrittori nell’ambito di video da lui prodotti.

‘Le sorti dell’incanto’, il sublime della fatiscenza di Luca Crastolla

Luca Crastolla è tra le voci poetiche italiane più interessanti nel panorama letterario attuale. Il poeta pugliese è capace di trasformare le sue fisse, come le chiama lui stesso, in versi raffinati che vogliono essere di rottura dal punto di vista stilistico.
Ne Le sorti dell’incanto, raccolta poetica edita da Gattogrigio nel 2022, Crastolla consolida questa tendenza. Tanto più esatto è il vocabolo, tanto più frastagliata è la sintassi, in quanto la versificazione, nel poeta pugliese, mantiene la sua quota nella voce, parola da cui deriva “vocabolo”. Prima che quest’ultimo si riduca a lemma e a elemento codificale, rivendica il suo ruolo di urlo”.

Le sorti dell’incanto: contenuti e stile

Come scrive Giuseppe Cerbino nella postfazione al libro, prima che quest’ultimo si riduca a lemma e a elemento codificale, rivendica il suo ruolo di “urlo”. Questo singolare aspetto permette di riconoscere nella “voce” di Luca Crastolla una naturale “vocazione” non al racconto e alla didascalia (sempre evitata con accortezza da questo poeta) ma alla “denuncia” assimilando così la lezione di grandi poeti conterranei a Crastolla come Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Antonio Verri e in parte Salvatore Toma.
Da questo humus di premesse germina e si sviluppa questa interessantissima plaquette pubblicata per l’editore Gattogrigio, in cui il tentativo dell’urlo per diventare canto – vale a dire il tentativo di passare dal disagio al sublime della fatiscenza– fiorisce nell “incanto” di cui Luca Crastolla, tuttavia, cerca di descrivere le “sorti” e quindi il percorso.

Il Salento di Crastolla

In questa raccolta visionaria, Crastolla non si perde in orpelli, facili emulazioni e autocompiacimenti retorici, bensì il poeta rivendica il diritto all’essenzialità e alla scarnificazione dell’articolazione verbale.

Servendosi della scomposizione della sintassi, il poeta pugliese riesce ad illuminare la parola nella sua unicità di verbo, impresa che riesce a pochissimi poeti nostrani contemporanei. Crastolla ne approfitta per scrivere del suo Sud, avvolto in un’atmosfera magica e ieratica, dove però Cristo non è passato. Il sud di Crastolla è ben lontano dai luoghi comuni: la descrizione che ne fa l’autore ricorda alcuni passaggi in prosa di Grazia Deledda che ritrae la sua Sardegna.

Si avverte disagio verso la parola definitiva, la parola nel suo problematico sinonimo di termine. La parola, insomma, reca in sé un’idea di approssimazione, e l’approssimazione è garanzia di un discorso sempre aperto; tale concetto abbraccia anche l’incanto di cui parla il poeta, perché l’incanto ha bisogno di sospensione, di penombre non di luce accecante. Come ammette Crastolla stesso, a lui non riesce di rappresentare l’areale delle intensità fragili e degli accecamenti a cui fa riferimento Giuseppe Cerbino. In questa genesi paradossale, l’incanto rima con il tremendo, con ciò che fa tremare, con ciò che si manifesta senza perdere l’ultimo velo o il penultimo.

Cos’è l’incanto?

Se l’incanto rima con il tremendo, richiama il sublime kantiano (La notte è sublime, il giorno è bello) qui piegato alla constatazione delle umane caducità. Ma se tutto cade, l’intensità è la propensione dell’indole e, insieme, l’arnese della parola con cui si dà profondità al millimetro, con cui si sdolorano gli esiti della fuggevolezza. Da questo punto di vista l’intenzione di catturare ogni singola sfumatura del nostro animo, di un luogo, di un paesaggio, per poi consegnarle all’eternità e all’universalità, è simile a quella portata avanti da Dostojevskji, sebbene in modo molto più drammaticamente mistico.
Nella poesie di Crastolla si ritrovano la sintesi di paesaggi e di immagini e una dialettica umana che fa da ponte tra il mondo del ricordo e il mondo contemporaneo, tra un mondo che si palesa e uno che si nasconde. Una testimonianza è data dalle poesie L’appezzamento ha i confini sul pube e La stretta attigua che separa dall’isola, le quali mostrano come la poesia non sta solo nel testo, semmai nel suo agire rivelando l’inespresso e l’invisibile, dando forma alle visioni alle voci di Dio e dei nostri demoni.
Ne Le sorti dell’incanto, l’idea muta in corpo, ci apre un nuovo cammino, ignoto, affascinante, inquietante. Come Verri, anche Crastolla
lotta contro il provincialismo culturale, e ambisce a confrontarsi con la grande letteratura italiana e internazionale per riuscire a racchiudere il mondo dentro una raccolta poetica, dimostrando la potenza che possiede la scrittura di creare e ricreare, perché essa non simula la vita ma è la vita stessa.
Cosa incanta? Ciò che incanta è il senso di attesa che si può percepire da un volto, un sapore, un suono, un odore, un luogo che possono lasciare l’amaro in bocca, insieme ad un senso di infinitezza e desiderio di mistero. Mistero che abita le terre percorse dal poeta, il quale le presenta al lettore con piglio antropologico, sociale, musicale, etnologico. Trasuda fascino il Salento di Crastolla, caratterizzato dal simbolismo della taranta – il ragno che morde e avvelena – e dalla potenza estatica e della musica e della danza.
Rispetto a L’ignoranza della polvere, sua prima raccolta, Crastolla qui compie un passo ulteriore, rendendo la sua raccolta più unitaria e configurandola come un dialogo tra antichità e modernità: chiama a raccolta poeti e lettori per segnalare la situazione di pericolo in cui si trova l’essere umano quando è incapace di parlare, di essere nel mondo, quando si riduce alla nozione di essere, accettata dalla filosofia occidentale che identifica l’essere con l’oggettività, ovvero, alla maniera di Heidegger, con la semplice-presenza, e il poeta stesso quando smette di essere poeta e veste i panni dell’ideologo markettaro.
La poesia stessa è incanto perché, semplicemente, accade e non va accompagnata da didascalie e rivela l’identità dell’ essere umano che, in quanto ragionevole, si sottrae alla natura, e costituisce la “guida” della condotta umana.
Ritornando al sublime, Crastolla consente di andare ad arricchire il dialogo tra sublime e modernismo, e su tutti quei tratti del sublime tradizionale che sono inglobati nel modernismo, assumendo forme diverse, ma mantenendo un legame con il passato. Ed ecco che da questo punto di vista un dialogo con il passato è possibile. Nello specifico ciò è possibile grazie al valore conoscitivo dell’esperienza sublime, dell’aspetto retorico e dell’idea di irrappresentabilità.
Non a caso gli elementi del sublime modernista che presentano delle caratteristiche inedite rispetto alla tradizione sono l’immanenza, la riscoperta del mondo reale e la ri-semantizzazione e riscrittura, oltre che di affermazione della creazione letteraria come gesto sublime, caratteristiche, chi più, chi meno, presenti nell’opera di Crastolla.

L’autore

Luca Crastolla nasce nel 1974 a Fasano dove risiede. Laureato in Scienze dell’educazione, attualmente lavora come educatore psichiatrico. Nel 2018, per Controluna Edizioni Poesie, pubblica la sua prima silloge dal titolo “L’ignoranza della polvere”. Il suo nome compare nell’antologia “Paesaggi liberi” raccolta di poesie pubblicata nel 2018 a tema la violenza sulle donne, e nel 2019 nell’antologia “Nel corpo la voce” sempre per Controluna. Il libro scelto fa parte de “I Poeti“ una collana di poesia diretta ad Andrea Casoli per Gattogrigio Editore.

‘Le foglie del destino’, il fantasy di Marco Motta con protagonista un’eroina druida

Casa Editrice: Albatros Il filo

Collana: Nuove Voci-Imago

Genere: Fantasy

Anno: 2021

Pagine: 316

 

I druidi, dignitari appartenenti alla classe dirigente sacerdotale, maestri di vita e cerimonieri, dediti all’insegnamento della filosofia, della magia e delle arti taumaturgiche. Sono questi i celti protagonisti dell’ultimo romanzo fantasy di Marco Motta, edito da Albratos e intitolato Le foglie del destino. Spesso viene attribuita ai druidi, soprattutto in età antica, la responsabilità di sacrifici umani a fini religiosi, ma non ne abbiamo prova. Tuttavia spesso si è cercato di denigrare questa figura potente e affascinante che si ritrova come personaggio positivo nel romanzo di Motta.

Haara, il pianeta della luna Viola e Calideo, il pianeta della luna verde, sono legati all’insaputa dei loro abitanti, da un destino comune. La natura, sotto forma della divinità Agaty, richiede un cambiamento ciclico e la creazione di un nuovo pianeta frutto dalla fusione dei singoli. Gli strumenti della dea sono i Druidi Neri, la parte maschile degli utilizzatori della magia della natura, che attraverso il Male Nero, una contaminazione di tutto ciò che vive sui due pianeti, portano la morte e la conseguente rinascita nella nuova forma. Tuttavia, nel ciclo di morte e rinascita durante il quale le vicende sono narrate, i Druidi Neri attuano il loro piano di destabilizzazione di un processo millenario, cercando di creare un nuovo mondo sotto il proprio dominio.

In questo contesto, oscuro agli abitanti di Haara e di Calideo, la dea Agaty, sceglierà la giovane Druida Alys come suo strumento per contrastare il piano dei confratelli neri. La Via, cioè il sentiero che porta una giovane druida a diventare adulta, porterà la protagonista di questo libro e dei successivi, a scoprire il suo pianeta Haara. Per lei, tutto sarà una novità perché inizierà a camminare lungo la propria Via dopo aver passato i primi venti anni chiusa in un circolo druidico. Alys è ignara di quello che sta realmente accadendo al suo pianeta ma i primi contatti con il Male Nero, nella foresta delle Antiche Querce, creeranno in lei molte domande alle quali riuscirà a dare risposta lungo il suo viaggio. Le sue certezze inizieranno a sgretolarsi e prenderanno nuove forme grazie anche agli amici che incontrerà.

Alys, entrando in contatto con un cavaliere riuscirà a capire molte cose di se stessa che prima ignorava.

Le foglie del destino costituisce il primo capitolo di una saga fantasy avvincente e dalla lettura scorrevole che mette in evidenza la non importanza del sapere con certezza se i druidi fossero uomini o donne. E in effetti esiste una corrente che vuole il mondo celtico legato alla Madre terra, alla donna come origine della vita. La figura del druido non da conferma né alla fazione che vuole i druidi essere solo degli uomini, né alla fazione opposta. Motta con questo libro omaggia la figura femminile.

Nella fattispecie l’autore di concentra su una ragazza, Alys, giovane druida che intraprende un coraggioso cammino alla ricerca della Via. La sua missione è divenire una Essyn adulta. Ha commesso un grande errore: ha creduto di essere la migliore, sentendosi superiore alle sue compagne, ma è pronta a rimediare. Molti saranno gli incontri che farà lungo il viaggio, molte le visioni, gli ostacoli, la magia da plasmare, le foreste da liberare, i combattimenti che dovrà affrontare.

Ma chi erano storicamente i druidi? Cosa si sa di loro? Le nostre conoscenze sui druidi si fondano su una documentazione molto complessa e spesso contraddittoria, composta sia da testimonianze archeologiche, iconografiche ed epigrafiche che da fonti letterarie, in testi classici e in lingue celtiche.

Lo scrittore lombardo Marco Motta fa conoscere ad appassionati e non il mondo dei druidi lontano tradizione storiografica antica la quale ha ereditato e trasmesso numerosi pregiudizi ideologici relativamente al celta-tipo, ovvero un barbaro che nel combattimento è individualista, impulsivo, senza disciplina di gruppo, né strategia militare, schiavo del vino e di bagordi, poco resistente allo sforzo e facile allo scoraggiamento nel caso in cui la vittoria non giunga subito. L’autore presenta invece un universo diverso, che si vuole allontanare dai luoghi comuni proponendo al lettore la figura della druida bianca che deve rimediare alla sua superbia per poter conquistare la “rinascita”.

Il fantasy di Motta offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci si trova se stessi e al contempo una tregua dall’identità.

Motta suggerisce, attraverso un fantasy avvincente, e senza lasciarsi sedurre troppo dal desiderio o dalla tendenza di complicare la trama per appassionare ulteriormente il lettore riempiendolo di colpi di scena e di eccessivi intrecci paralleli, che bisogna trascendere se stessi, a volte, per poter davvero scoprire e afferrare la propria identità.

Le foglie del destino può essere considerato un romanzo di formazione che unisce il gusto per la visione alla riflessione su tematiche quali il rapporto uomo-Natura, in un contesto di romanzo di genere che coniuga una storia di coraggio ed eroismo al femminile e trattazione del tema ambientalista, concentrandosi intelligentemente sulla Natura e suoi suoi abitanti.

 

 

Contatti

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