‘Vento Lupo e altre improbabili storie’ di Ugo Mauthe, 10 racconti che declinano la fantasia

Uno strano vento scende dalle montagne e ulula tra le case, esasperato dalla solitudine. Una cornacchia dispettosa mette in pericolo la missione di un misterioso equilibrista. L’invenzione della funzione standby porta scompiglio nella vita di coppia di On e di Off. Sono solo alcune delle storie di Ugo Mauthe, fantasiose e improbabili come lupi in città.

I dieci racconti che compongono il libro declinano l’irrealtà, di volta in volta su un diverso registro predominante. Oscillano fra la fiaba nera di Vento lupo (Ensemble 2020 e vincitore del Premio Officina), che dà il titolo alla raccolta e l’allucinata esperienza di vecchiaia e solitudine di Paglia nera. Migrano dall’epica impossibile e pacifista  di L’ultimo soldato ai sorprendenti risvolti della commedia amara di Zapping. Viaggiano fra due diverse sfumature di fantascienza con Zio Simmi e Un fatto misterioso. Toccano l’amore con l’eros tecnologico di On/Off e la favola sognante di Butterfly. Raccontano di strani incontri, come accade nella storia natalizia intitolata Un incontro e nell’ultimo testo della raccolta, Il tatuaggio.

In Vento Lupo, l’autore, pubblicitario con una lunga storia professionale come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione, dopo aver pubblicato sempre con Ensemble  Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018), una silloge poetica che ha ottenuto diversi riconoscimenti, e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana, sembra chiedersi cosa sia la realtà e in cosa consista la verità dell’essere umano, catapultando il lettore in una dimensione visionaria.

L’irrazionale scherza con il pensiero in Vento Lupo, per rendere traslucidi, attraverso strade di riflessione diverse, l’essenza e i desideri di ogni essere umano. Probabilmente non viviamo la distopia che ci è stata promessa: non viviamo in un mondo di controllo assoluto da parte di internet e della tecnologia, semmai viviamo in un mondo dove si assiste ad un proliferare di nicchie sorprendenti. Non siamo in un romanzo di Orwell, sembra dirci Ugo Mauthe, ma nel mondo di Philip K. Dick, da cui l’autore sempre prendere spunto per raccontare il disordine ontologico di un mondo dove vero e falso si sovrappongono e confondono, realtà e fantasia si fondono, dove false realtà creeranno false creature umane, oppure falsi umani genereranno false realtà per venderli ad altri umani. Per questo le storie improponibili di Mauthe potrebbero non essere tanto improponibili, dato che la realtà che circonda l’autore non lo aggrada, e di conseguenza scrive, evadendo dalla realtà che vede, ma creandone un’altra parallela e facendo emergere l’invisibile che si cela dietro le nostre vite e la nostra quotidianità.

Vento Lupo si configura come una serie di racconti-ragionamento intorno alla realtà e al rapporto dell’uomo con la fantasia, all’abbandonarsi ad essa grazie alla quale la vita di ogni giorno viene vissuta con maggiore curiosità ed intensità. D’altronde come scriveva Alberto Savinio: <<Il verismo è il peggior nemico della letteratura. […] la letteratura non guarda al presente con l’occhio del presente. La letteratura conosce quello che il presente ignora. La letteratura dice quello che il presente tace. […] La letteratura è la Speranza Scritta>>

 

La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui. C’era già arrivata prima ma aveva perso il segno. “Quanto prima?” si domanda mentre dà un altro schiaffo all’aria, l’ultimo, per forza d’inerzia, perché ha speso tutte le sue energie per muoversi e non ne ha più per fermarsi. La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui, “allora sei tu che mi tocchi, mica un ictus o chi sa che malanno, mi vuoi male, cosa vuoi cosa sei venuto a fare, me lo dici eh?” (Da Vento Lupo)

 

‘Bella da spaccare il mondo’, un romanzo di formazione ambientato negli anni ’80: buona la prima per Fabiola Perrotta

Uscito in libreria a novembre 2020, Bella da spaccare il mondo è il libro d’esordio, edito da Kimerik , di Fabiola Perrotta. L’autrice, nata a Succivo l’8 luglio del 1964, si dice soddisfatta del buon lavoro prodotto: “Ho scritto di getto le pagine e le ho date da leggere ad un mio vecchio amico, Antonio Tanzillo, autore della prefazione, il quale mi ha introdotto alla casa editrice siciliana. Sono stata ben lieta di lavorare con loro in quanto ho avuto la necessaria libertà di perseguire ciò che avevo iniziato senza particolari intromissioni”. Il libro Bella da spaccare il Mondo si propone come romanzo di formazione e racconta i ricordi adolescenziali di Guadalupe, giovane degli anni ottanta, cresciuta in provincia , attratta da un mondo cosmopolita. La realtà dei sogni si infrange in tenera età, dopo il lutto improvviso del padre. La solitudine e le avversità del destino si riveleranno fondamentali per la crescita della protagonista, che, come una fenice, supererà i dolori con la forza dell’amore, diventando in fine una donna tanto forte da “spaccare il mondo”.

Il romanzo, pur essendo la prima esperienza editoriale della scrittrice, si presenta subito con un linguaggio maturo, accattivante, ricco di particolari e con una trama scorrevole capace di attirare ogni tipologia e fascia di pubblico. Gli avvenimenti importanti, iniziati nell’estate del ’79, sono narrati con grande enfasi.

I fatti principali hanno caratterizzato realmente l’esperienza e la vita stessa dell’autrice, altri, invece, sono frutto della grande sua capacità immaginativa che indirizza dunque il suo lavoro non ad semplice scritto autobiografico. La creazione di un confine labile ma incomprensibile tra realtà e finzione, è un espediente ben riuscito.

Fabiola Perrotta precisa “Non avevo intenzione di raccontare troppo della mia vita: volevo attingere il giusto. Ho cercato di far rivivere soprattutto momenti e esperienze comuni nel quale il lettore potesse rispecchiarsi. Le mie vicende personali, in primis la morte di mio padre, sono state utilizzate per poter inviare un messaggio di speranza a chi legge. Nonostante tutto il dolore, la forza dell’amore, nella vita di Guadalupe, ha prevalso sempre”.

L’autrice poi  spiega “Dopo un rinnovato lutto per la perdita di un amico, ho riscoperto l’amicizia con la sua vedova. Ho deciso di scrivere di come ancora una volta l’amore sia rinato proprio dal dolore.”

La crescita finale di Guadalupe è dunque caratterizzata dalla forza che riesce a trarre da eventi nefasti. Le fasi lunari ne sintetizzano la gradualità. Particolarmente suggestivo sono le descrizioni scientifiche oppure riferimenti mitologici, storici o musicali che l’autrice ha aggiunto a conclusione di ogni capitolo.

F. Perrotta dichiara ancora: “La Luna rappresenta per me un elemento romantico e contemporaneamente femminile. Ho iniziato a scrivere al chiaro di Luna raccontando di una donna, Guadalupe, e delle tante figure femminili che hanno popolato la sua vita. Più scrivevo più mi accorgevo che c’era un legame. La sua capacità di rinascere è proprio ciò che la accomunava alla storia della protagonista.”

Partendo dalla Luna, le figure femminili sono pilastro portante nel racconto e si ripresentano in modo costante durante tutto il ciclo di narrazione. Le figure di maggior rilievo e più controversie sono la madre descritta come distaccata dai figli, proiettata verso la cura del marito e non abbastanza forte da diventare punto di riferimento per la protagonista, dopo la morte del padre. Le sorella maggiore Luise presentata come fredda, schiva, distante, simile alla madre.

A differenza di Guadalupe, la sorella minore Gemma è invece dipinta come debole caratterialmente, se pur di buon cuore, sarà legata alla protagonista ma parranno non capirsi mai fino in fondo. Le amiche di infanzia, di scuola sono presentate come figure principalmente positive e descritte come unici legami forti, prediletti da Guadalupe.

Fondamentale è l’attenzione che la Perrotta dedica alla  figura  della nonna paterna. Descritta come una donna con la sindrome di Penelope, a lei l’autrice dedica un intero capitolo: “E’ il capitolo alla quale sono più affezionata. Descrivere mia nonna mi ha dato tanto conforto. Il suo ricordo mi fa capire quanto lei sia stata importante per me e per il mio percorso. Come figura positiva per la mia crescita personale era doveroso dedicarle un’ intera parte. Il libro invece l’ho dedicato a mia madre, decisamente simile alla madre della protagonista, che pur essendo una figura non del tutto positiva , è stata egualmente importante perché, come dice la dedica, ci ha comunque amato”.

Il ricordo della nonna porta con se altrettanti episodi ricchi di vividi particolari che ricreano quei sapori , quegli odori e quei momenti di un tempo lontano dalla quale traspare tutta la nostalgia che l’autrice prova nel descriverli. Altra nota da sottolineare è la particolare attenzione data al nome della protagonista: Guadalupe è legato ad un aneddoto significativo della vita dell’autrice. Come lei stessa racconta: “Quando nacqui, mio padre voleva chiamarmi così ma ai tempi non sembrava neanche un nome .Si optò per Fabiola. Mi sembrava giusto utilizzarlo almeno per la protagonista del mio romanzo. La mia scelta è stata dettata, quindi, puramente affettiva. Ho scoperto cosa significasse solo in seguito.”

L’appunto che si potrebbe fare al romanzo riguarda la sua conclusione: la transizione della protagonista all’età adulta senza però far trasparire null’altro del suo vissuto più maturo. F. Perrotta non esclude un seguito anche se avverte: “La conclusione è riferita alla fine di un periodo ben preciso della vita. Ho intenzione di raccontare di una protagonista o un protagonista più maturo ma non so se riprenderò la figura di Guadalupe. Attualmente lavoro ad un altro progetto che riguarda la raccolta di aforismi e pensieri per l’anima. Ho aperto per questo un canale Youtube con l’intento di diffonderli ad un maggior numero di persone. E’ un impegno che mi rilassa e mi dà gioia”.

‘In un battito d’ali’ di Giulia Fagiolino: un romanzo famigliare che evoca una pagina dolorosa della nostra storia

In un battito d’ali, edito da L’Erudita, Giulio Perrone, è l’ultimo romanzo di Giulia Fagiolino. L’autrice senese, nata il 23/09/ 1986, vive in provincia di Viterbo, proviene da studi classici ed è laureata in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Siena. Attualmente è Avvocato presso uno studio di Orvieto. Nel giugno del 2018 esce la sua opera prima Quel Giorno edito da Capponi Editore ed esordisce al Caffeina Festival di Viterbo . Nello stesso anno, a dicembre partecipa a Più libri più liberi al Roma convention Center La Nuvola a Roma  e nel 2019 al Salone internazionale del Libro di Torino.

Giulia si aggiudica quattro premi internazionali: Premio speciale circoli culturali il Porticciolo al Premio letterario internazionale Montefiore 2018; Segnalazione al merito al premio internazionale Michelangelo Buonarroti 2018 a Forte dei Marmi; menzione al merito al Premio letterario residenze gregoriane a Tivoli 2019; menzione al merito al premio internazionale Giglio Blu di Firenze, dove nelle motivazioni l’hanno paragonata al fanciullino di Pascoli. Fa anche parte di un laboratorio di scrittura creativa nell’alto Lazio, con il quale ha partecipato alla raccolta dei racconti Le case narranti. Rapsodie sui luoghi del silenzio, vagabondaggi nella Tuscia edito da edizioni Sette città.

Reduce dalla vittoria di importanti riconoscimenti, la scrittrice Giulia Fagiolino torna in libreria con la sua nuova opera edita dalla casa editrice romana.

L’Erudita è un marchio della Giulio Perrone editore. L’Erudita è una casa editrice indipendente rivolta a tutti, esordienti e non, giovani e meno giovani. Il catalogo spazia dalla narrativa alla saggistica, dalla poesia ai racconti. La Giulio Perrone Editore viene fondata a Roma il 19 marzo 2005 da Giulio Perrone e Mariacarmela Leto con lo scopo di creare una nuova realtà letteraria e culturale, sulla scia delle case editrici indipendenti romane. Punti cardine del progetto sono l’attenzione estrema per la qualità dei testi proposti, la cura per la veste grafica e una contaminazione fra arti e linguaggi che esplori le molteplici possibilità del fare cultura.

Obiettivi ambiziosi che la Giulio Perrone Editore si è impegnata a raggiungere con passione e competenza in questi anni di lavoro, supportata ed approvata da grandi personalità come Rossana Campo, Lidia Ravera, Walter Mauro, Dacia Maraini, Paolo Poli, Ugo Riccarelli, Antonio Tabucchi e altri grandi scrittori.

 

In un battito d’ali: Sinossi

 

In un battito d’ali, uscito nell’ottobre di quest’anno, è un romanzo famigliare e storico.

Agnese non aveva mai avuto una famiglia. Era chiamata “figlia di N.N.”, così si diceva di coloro dei quali non si conoscevano i genitori. Era cresciuta in orfanatrofio, in quelle camerate fredde prive di calore e di affetto. Intorno ai diciassette anni fu adottata da una famiglia. Cercavano una ragazza robusta che li aiutasse a guadagnare per vivere, così la mandarono a lavorare nelle ferrovie, dove si caricava grosse balle piene di ghiaia da versare fra i binari. Di quegli anni non parlava, era come se si fosse dimenticata di quella vita dove la fatica e lo sfinimento facevano da padroni. Di una cosa però era certa. Anche se non era stata riconosciuta come figlia, lei sapeva chi fosse il suo vero padre, che era deceduto in guerra. E lo sapevano anche i parenti, che non avendo avuto figli propri anni dopo decisero di riprenderla con sé, ma senza riconoscerla.

L’esistenza scorre faticosa ma dolce a Castelfosso in Toscana, dove la comunità vive e lavora in armonia come una grande famiglia. Agnese, donna forte e solida, conduce la sua casa con amore e prendendosi cura del marito Pietro e dei figli Ginevra e Tommaso. Intorno a loro si muovono tutti gli altri abitanti del paese, con le loro storie, i loro dolori e le loro gioie: Giulio, l’amato di Ginevra, sospettato da Agnese di voler usare la ragazza per i suoi possedimenti, il vecchio Gino, impazzito dopo la morte del figlio e la malattia della moglie, Gina, Bruna e tutte le altre donne che, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, sono costrette a vedere i propri mariti, figli, cari partire al fronte, mentre la Resistenza combatte contro l’occupazione tedesca coinvolgendo anche Ginevra, che mette a rischio la propria vita per amore.

“Questo libro – ha dichiarato l’autrice – è nato negli anni, quando attenta ascoltavo i racconti della mia famiglia, che mi ha così liberamente ispirato con fatti accaduti in un tempo ora lontano, ma sempre vivi nelle nostre memorie. Ho ricordato volti e paesaggi a me noti e ho immaginato di vivere realmente quei momenti con loro; dove la realtà mi sfuggiva, è subentrata la fantasia, che mi ha aiutato a tessere la trama del romanzo”.

La scrittrice ripercorre una pagina molto dolorosa del nostro passato storico. Attraverso la sua penna il lettore da spettatore delle vicende diventa quasi il protagonista condividendo con i personaggi del libro gli aspetti emozionali.

In un battito d’ali è un romanzo storico e corale che racconta l’intimità, le speranze e le miserie di un pezzo di storia d’Italia in un susseguirsi di eventi ed emozioni.

 

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‘Nel cuore di una bimba, nella luce di una stella’, la favola nera di Arrigo Geroli

Nel cuore di una bimba, nella luce di una stella è un romanzo dello scrittore Arrigo Geroli per la casa editrice Nulla Die, 2020

Si tratta di una favola nera dalle tinte horror, ambientata nel 2017 ma ricca di rimandi alla Milano ancestrale, che ho scritto con l’intento di trattare il tema dell’inganno e dell’aberrazione dell’amore. Attraverso mondi paralleli e miti celtici, oceani di farfalle e patti di sangue, Ageroli tenta di offrire al lettore spunti di riflessione sulla paura e il desiderio di crescere; la perdita del senso della vita in seguito all’indipendenza di chi si ama; l’attaccamento insensato a un’esistenza indecorosa, e l’assenza di luce che traveste la violenza subita in amore.
I protagonisti del romanzo sono Alba, una bambina speciale a cui viene impedito di crescere; la madre Clara, una giovane disposta a tutto pur di non arrendersi all’AIDS; Gio, una strega che uccide i figli dei propri amanti con l’aiuto dei loro padri; Grada, Alina e gli abitanti dei Giardini della Luce, ultimi superstiti della Milano precristiana. Uno scenario affascinante quello che ha scelto Geroli, il quale sembra non risparmiare una certa dose di ironia affinché il lettore esorcizzi le proprie paure, per ambientare la sua favola nera, tra Basiliche Palatine e Ambrosiane, costruite subito dopo l’editto di Milano emanato da Costantino.

Nel cuore di una bimba, nella luce di una stella, un estratto

Una tempesta si abbatte sulla casa nel bosco di Clara e della figlia malata Alba, provocando dei danni che il loro tuttofare Gustino si affretta a riparare. L’uomo, un gigante down dai modi gentili, prima di far ritorno in città dalla sua compagna Morena, avvisa Clara di strani segni simili a dei graffi su una parete dell’edificio. Intanto, a Milano, una coppia di giovani sposi attende insieme alla polizia una possibile chiamata da parte dei rapitori di Sofia, la loro neonata, trafugata in piena notte mentre dormivano. Parzialmente ripresasi, la piccola Alba litiga con la madre e si spinge a passeggio nella sua amata foresta, ma, dopo essersi appisolata, un incubo risveglia le sue paure e la costringe a fare ritorno da Clara, con i piedi nudi martoriati dai sassi.

Dal dialogo del colonnello dei carabinieri Cinti con un suo collaboratore, si evince che alcune telecamere del palazzo hanno inquadrato la misteriosa rapitrice della piccola Sofia, ma nessuno ha chiesto ancora un riscatto.

Tornato da Alba, ancora debolissima, Gustino la carica su una carriola e la porta a riposare sull’erba, in riva al Nirone. Accanto al ruscello, riesce appena a dirle che l’incubo del giorno prima è un’allerta del bosco perché qualcosa di pericoloso è ritornato, poi entrambi vengono investiti da un oceano di milioni di farfalle in fuga. Alba riesce ad abbatterle con la forza della propria mente, ma crolla stremata. Priva di sensi, con la febbre alta e le piante dei piedi miracolosamente guarite dall’acqua del ruscello, Alba viene apparentemente accudita dalla madre, ma la litania recitata dalla donna, che parla di querce, fiumi e della stella Sirio, ha qualcosa di inquietante. In riva al Nirone, una giovane coppia sembra godersi un picnic, ma, all’improvviso, la ragazza di nome Gio adagia un corpicino senza vita nelle acque gelide del ruscello. Accortasi dell’arrivo di Gustino, in preda ai sensi di colpa per aver fatto star male Alba, spinge il suo compagno a percuoterlo con una grossa pietra. Carlo, il padre della neonata rapita, si sveglia di soprassalto: nell’incubo è il compagno innamorato di Gio. Ritiene quel sogno così reale da lasciare moglie e poliziotti in casa e dirigersi nel parco dove scorre il Nirone, alla ricerca della figlia. Ma non è solo un incubo. Gio, insieme a Gustino, sanguinante per le ferite, si reca alla baita nel bosco e intima a madre e figlia di andarsene da quella che ritiene essere casa sua.  Dopo avere curato in qualche modo Gustino, Clara crolla stremata e viene costretta da Alba a rivivere in sogno un fatto terribile avvenuto molti anni prima, quando, pur essendo cosciente della propria sieropositività, ebbe un rapporto non protetto con un giovane, contagiandolo. La rabbia della bimba è motivata dal fatto di sentirsi usata da Clara e sua prigioniera.

Smarritosi alla ricerca della sua neonata nel Parco delle Groane, Carlo incontra due strambi astrofili che si lasciano sfuggire di pulsazioni anomale della stella Sirio osservabili solo all’interno del bosco.

Gustino convince Clara ad abbandonare la casa. La donna affronta una marcia terribile, con la bimba esausta sulle proprie spalle, e stremata riesce a raggiungere un bar immerso nella foresta che rappresenta l’avamposto tra la dimensione del bosco e quella cittadina. È lì che le due dovranno attendere Morena, la compagna di Gustino, educatrice di Alba nei suoi primi anni di vita. Alba rimprovera la madre di amarla solo per sentirsi viva, e di impedirle di crescere per paura di non riuscire a sopravvivere senza di lei.

Gio torna a occupare la casa liberata dalle due, ma quando si accorge dei disegni di Alba che la ritraggono nella sua orribile incarnazione di strega, non riesce a trattenere la propria ira e uccide Gustino.

Il barista, dopo avere rifocillato le donne, svela a Clara che nelle diverse dimensioni il tempo scorre in maniera tutt’altro che lineare; in particolare, in città passa molto più rapidamente. L’avvisa inoltre che Morena non verrà a salvarle perché le ritiene responsabili della morte di Gustino. Sconvolte per la notizia della morte dell’amico, madre e figlia vengono caricate poco dopo in auto da Carlo, disperato per non aver ritrovato la figlia. L’uomo confessa di avere avuto una relazione con una donna di nome Gio, conosciuta in una discoteca, e di avere letteralmente perso la testa per lei, arrivando a mettere in secondo piano moglie e neonata. L’auto subisce un incidente a causa dell’attraversamento di una femmina di cinghiale. Nel dormiveglia, Alba ricorda quando la Dea Belisama inviò quella stessa scrofa per indicare a una colonia di Celti il luogo dove edificare il villaggio che sarebbe poi diventato Milano. Alba era una di loro. La piccola segue l’animale e si allontana, abbandonando la madre e Carlo nei rottami. Oramai, tutti sono oltre il varco. Dopo un concerto nel bosco, Mary, una giovane chitarrista punk, incontra Alba. La bimba la condiziona mentalmente e si fa condurre a casa di lei per trascorrere la notte al coperto. Lì, i ricordi della piccola si mischiano a quelli della madre. La strega Gio si introduce in quella villa e tenta di ucciderla, ma la bambina prende coscienza di sé e ha la meglio.

Morena, la sua educatrice, subisce violenza da Beleno, l’essere divino per cui ha sempre agito; il dio la accusa di avere aiutato Clara, insieme a Gustino, a impedire a sua figlia Alba di smettere di crescere tramite la litania e le intima di condurla ai Giardini della Luce, per adempiere al proprio destino.

Le due chitarre avevano litigato pesantemente, in un intro lunghissimo e rabbioso in cui si erano inseguite e raggiunte più volte, urlandosi addosso. Poi avevano taciuto, e il basso e la batteria avevano iniziato a martellare scuotendo le ossa dei nove spettatori, fino a quando al grido di “I heard the news!” si era scatenato l’inferno.

Iniziare a suonare alle 21,10 come primo gruppo di supporto dei Punkreas, voleva dire anche questo: mendicare attenzioni e applausi a una manciata di “part-time punk” arrivati in anticipo per trovare parcheggio e tavoli liberi e ricavarne il nulla. Visti gli headliner della serata, l’interesse del pubblico per cinque disadattati devoti alle scabrosità di Roy Brown ed Elvis Presley era pressoché nullo; in più, a quell’ora, tra un assolo di chitarra e un piatto di costine la scelta era obbligata.

Il loro aspetto non è che aiutasse: se il chitarrista, devastato dall’acne e col ciuffone, non era propriamente un figo, il batterista, col collo da anaconda e i capelli di Frankenstein, sembrava pronto a entrare in una bara.

A ogni modo, dopo lo scetticismo iniziale, la loro carica devastante cominciò a far girare qualche testa. E se la bassista calva, con una sottile peluria sulle guance e i seni appena accennati, seguiva la falsariga dei primi due, la prima chitarra, una bella ragazza con una cascata di riccioli rossi e il body di pelle nera aperto a rombo sulla scollatura, risollevava clamorosamente le sorti, sensuale e distaccata sui suoi tacchi quattordici anche quando le esternazioni del cantante – un indemoniato a petto nudo, coi pantaloni di latex e le scarpe da donna – travalicavano i limiti del buongusto.

Il connubio tra la violenza della musica e il canto melodico, ma a tratti sguaiato, costituiva l’essenza dell’esibizione: una rielaborazione personalissima e distruttiva di rhythm and blues, rock’n’roll, punk e dark.

Un po’ troppo per chi si sentiva già appagato per essere riuscito a trovare la festa, spersa nel bosco senza la benché minima indicazione.

In ogni caso, dopo l’ultimo dei ventisei minuti conclusisi con la cover incendiaria di “A Cat Named Domino” di Roy Orbison, gli applausi si fecero un po’ più convinti, a prescindere dal fondoschiena superbo di Mary.

Roby e Alex, voce e chitarra, si erano conosciuti un anno prima, lavorando al mercato del pesce di Bergen nei banchi gestiti dagli italiani. Da ubriachi, una sera, a un concerto degli Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox, avevano esposto le loro teorie musicali a Adrian e Liv, un ragazzo e, probabilmente, una ragazza del luogo; visti gli interessi affini avevano deciso di formare una band, anche se nessuno di loro aveva mai imparato a suonare.

Mary, la sorella di Alex, li aveva raggiunti un paio di mesi dopo da Milano, ma visto il suo impatto visivo e sonoro, era chiaro che se avessero voluto combinare qualcosa avrebbero dovuto tenersela stretta.

Da lì in poi avevano iniziato a girare l’Europa, togliendosi qualche piccola soddisfazione e autoproducendo un dodici pollici di cui non avrebbero mai ammortizzato le spese. In compenso avevano trovato da dormire e da mangiare praticamente ovunque, e per dei ragazzi che facevano centoundici anni in cinque poteva anche bastare.

Liberato il palco nell’attesa dei Prodotti Locali, la band che avrebbe suonato da lì a poco, i cinque caricarono il furgone e si cambiarono senza dire una parola, disperdendosi tra i chioschi della birra e delle salamelle.

Ogni volta, dopo un concerto, il copione era lo stesso, con lo sforzo di non rivolgersi la parola che raramente superava i venti minuti; poi, qualcuno particolarmente incazzato, di solito Mary, perdeva le staffe e cominciava a insultare e a rimproverare gli altri per la mancanza di disciplina.

Quando nel suo vagare la ragazza trovò Roby e Alex su una panca, con un bicchiere di birra e un piatto di costine davanti alla bocca, non li uccise solo perché era disarmata. Il loro discorso aveva preso una piega strana.

– Alex… tu, lo sai… che hai il vestibolo Darwiniano?

– Io?

– Sì, cazzo. È assurdo.

– Non sei il primo che me lo dice.

– No, dico sul serio. Con le tempie rasate le tue orecchie a punta si vedono da dio, non mi posso sbagliare. È un… una specie di retaggio che ci portiamo dietro dal nostro periodo arcaico, quan…

– Il vostro periodo arcaico non è mai finito, coppia di pirla!

– Ue’, sorellina! Hai fame? Prenditi una salamella.

– Vai a cagare te e la salamella.

I due, fumatissimi, scoppiarono a ridere, con le lacrime agli occhi e la stessa risata asmatica; ogni volta che erano in procinto di smettere si guardavano in faccia e ricominciavano da capo, coi crampi alla pancia, facendola andare sempre più in bestia.

– Mi spiegate perché perdiamo tempo e soldi a provare, se poi dal secondo pezzo fate tutti come vi pare?

Roby si pulì la bocca e si strinse nelle spalle. Senza rossetto e tacchi a spillo, in pantaloni e maglietta, era persino un bel ragazzo.

– Dai, Mary, lo sai che siamo così. Non suoniamo come la musica che passa alla radio… e poi lo hai detto tu che violenza e fascino stanno bene insieme.

– Ma che cazzo dici? Non ho mica detto che dobbiamo spegnerci! Ma io non voglio fare rumore! Senza disciplina non si va da nessuna parte. Ma è un concetto che le vostre teste di cazzo non riusciranno mai ad assimilare.

– Ma quanti “ma” hai detto? – obiettò il fratello.

I due si guardarono negli occhi e scoppiarono di nuovo a ridere, andando letteralmente in visibilio quando la ragazza gettò loro addosso la poca birra rimasta nei bicchieri.

– “Ma” andatevene affanculo!

Mary si allontanò, spingendo le unghie nei palmi e mordendosi la lingua, senza sapere dove andare. Con la gonna lunga a fiori, i sandali e la canottierina beige, se avesse trovato una macchina del tempo si sarebbe catapultata a Woodstock, a bere, fumare e scopare tutta la notte sull’erba, chiudendo un occhio sulla qualità della musica. Invece era lì, in mezzo al nulla, senza neanche aver mai fatto la patente.

Qualcuno stava iniziando ad arrivare e i ragazzi e le ragazze cominciavano a dedicarle delle occhiate, ma in trenta secondi aveva già perso ogni desiderio di farsi toccare.

Era volubile. Lo sapeva.

Adrian e Liv erano seduti al banchetto, senza guardarsi né parlare. Immobili e vestiti completamente di nero, sembravano due corvi. In un anno li aveva sentiti emettere dei suoni sei o sette volte, senza capirci niente.

Girò la testa dall’altra parte e si soffermò su una signora non più giovanissima, coi capelli corti a spazzola e le labbra scure, seduta a un tavolino misero tra lo stand di borse e quello di oggetti africani.

Una candela cambiava colore, illuminandole la faccia di verde e di bianco, ma il pezzo forte era costituito da una scritta a pennarello su un cartone sgualcito, appoggiato a una gamba del tavolo. Diceva: “Leggo il futuro”. E più sotto, in piccolo: “Ma tanto sai già come va a finire”.

Nonostante l’incazzatura, a Mary venne da ridere. Fece qualche passo verso di lei e le chiese il prezzo.

– Per te cinque euro.

– Sei brava! Hai già percepito che sono una poveretta?

La donna sorrise e fece di no con la testa, girandosi verso le due statue norvegesi: – Zero vinili e zero magliette vendute. Non voglio infierire.

Mary tolse la banconota dalla borsetta e si sedette, spostando i capelli su una spalla e accavallando le gambe.

– Che begli orecchini che hai, – notò la fattucchiera.

– La falce e la colomba. Non so che significato abbiano, ma li ho visti a un mercatino di Berna, prima di un concerto, e li ho presi. Ma sono una che cambia gusti abbastanza in fretta.

– Che cosa vuoi sapere? – tirò fuori le carte e iniziò a mescolarle, con un movimento lento e armonioso che catturò l’attenzione di Mary.

– Continua a mischiare ancora un po’. Ti dispiace?

– No, figurati. Per cinque euro, questo e altro.

Il mix di carne alla griglia e incensi africani era quanto di più ributtante si potesse respirare; ancora due minuti e avrebbe avuto le visioni anche un cadavere.

– Non ci credo a queste cose, – disse Mary, – a gente che dice di sapere che cosa succederà agli altri… o a se stessa. Ai preti e alle religioni, per capirci. Ma so che se ti comporti in una certa maniera hai più probabilità che determinati fatti ti accadano.

– Non credi in Dio?

– Dio? Boh, non lo so. Non so neanche come si prepara la carbonara, dovrei sapere se esiste dio?

– Beh… ti confermo che la carbonara esiste.

– Giura!

Sorrisero, poi restarono un po’ in silenzio.

 

‘Memoriale di un anomalo omicida seriale’ di Davide Buzzi: un thriller noir dalla potenza riflessiva

Memoriale di un anomalo omicida seriale, edito da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni, è l’ultimo romanzo di Davide Buzzi. Lo scrittore ticinese nasce il 31 dicembre 1968 ad Acquarossa (Svizzera). Cantautore e autore, inizia la sua carriera artistica nel 1982 accanto a Giampiero Albertini e Franco Diogene nel film in L’oro nel camino. Nel 1993 pubblica il suo primo cd, Da grande, cui seguiranno Il Diavolo Rosso: Romaneschi (1998), Perdo pezzi (2006), Non ascoltare in caso d’incendio (2017) e, nei prossimi mesi, Radiazioni sonore artificiali non coerenti.

Nel 2013 Buzzi pubblica il suo primo libro di racconti dal titolo Il mio nome è Leponte… Johnny Leponte e nel 2017 il racconto breve La Multa. Negli anni ottiene importanti riconoscimenti internazionali quali la Targa Città di Milano(1997), il Premio Città San Bonifacio a Verona (2000) e il Premio Myrta Gabardi a Sanremo (2002). Nel 2012 ottiene due nomination agli ISMA Award di Milwakee (USA) per la canzone The She Wolf. Nel 2013 ottiene una nomination i NAMMY Award di Niagara Falls (USA) per la canzone “The She Wolf”. Fotografo di formazione, è attivo anche nel campo del giornalismo come membro di redazione del mensile “Voce di Blenio” e, da diversi anni, come inviato speciale di Radio Fiume Ticino al Festival di Sanremo.

 

Memoriale di un anomalo omicida seriale: Sinossi

Memoriale di un anomalo omicida seriale  è il romanzo autobiografico (spoof) di Antonio Scalonesi che, tramite la sapiente penna di Buzzi, si propone al lettore nelle vesti di un memoriale raccontato in prima persona, frutto dell’interrogatorio ad un uomo, Scalonesi appunto, che il 21 novembre del 2011 si presenta presso gli uffici di Lugano della Procura Pubblica del Cantone Ticino, in Svizzera, per confessare di essere un assassino seriale.

 

Sebbene sia un demone a parlare, non devono essere gli uomini a giudicare.

Antonio Scalonesi

 

No! Non lo voglio un avvocato! Certo, signor procuratore pubblico, lei mi ha letto tutti quanti i miei diritti e mi ha informato che ho la facoltà di restare in silenzio, che ho pure diritto alla presenza di un avvocato e che se non posso permettermelo me ne potrete affidare uno d’ufficio. Ma adesso mi dica lei, che ci sono venuto a fare qui se non fosse mia intenzione quella di parlare? Mi sono consegnato a lei perché avrei alcune cose da raccontarle, niente di che, solo alcuni morti ammazzati che nell’arco degli ultimi cinque anni hanno riempito il mio tempo libero.

 

Antonio Scalonesi, affermato mediatore immobiliare e proprietario di una piccola agenzia in una valle discosta dell’alto Ticino (Svizzera), è un uomo benestante, single, al quale la vita sembra avere riservato tutto il meglio possibile.

Persona di grande cultura, nutre numerosi e svariati interessi, fra i quali l’arte pittorica e la scultura. Sportivo, in passato è stato pure un ciclista dilettante di buona caratura, vincendo addirittura qualche gara importante.

Ma spesso la realtà si presenta ben diversa dall’apparenza, e non sempre nelle sue connotazioni migliori.

Il 21 novembre del 2011 Antonio Scalonesi entra spontaneamente nel palazzo della Procura della Repubblica e del Cantone Ticino di Lugano e chiede di incontrare l’allora Procuratore pubblico Giuseppe Cortesi, davanti al quale inizia a rovesciare un racconto dai risvolti terribili e inimmaginabili.

L’uomo afferma infatti di essere un omicida seriale e giorno dopo giorno, per undici lunghi mesi, confessa una lunga serie di delitti, a partire dal primo e commesso nel 2004.

Qualche mese prima di quella data Scalonesi perde un grosso affare, subendo quella che per lui rappresenta una grave umiliazione pubblica. Questo fatto scatena nell’immobiliarista ticinese un rancore smisurato nei confronti dell’imprenditore reo di avergli soffiato l’impresa, tanto che comincia a contemplare la possibilità di toglierlo di mezzo. Inizia così un intenso periodo di pedinamenti, mentre nel contempo studia un piano perfetto per arrivare finalmente, il 18 dicembre 2004, a colpire il suo “nemico” per strada, freddandolo a colpi di pistola. È solo l’inizio di una tragica epopea che lo porterà a diventare uno dei più spietati serial killer europei di tutti i tempi.

Infatti a partire da quel momento le sue azioni criminali continuano a crescere, anche perché le indagini degli inquirenti non riescono ad arrivare a lui.

Eppure, ad un certo punto il suo operato viene comunque notato da qualcuno che, seppure rimanendo nell’ombra, con il ricatto lo obbliga a compiere diversi delitti su commissione.

Il killer si ritrova così a dover ampliare il suo raggio d’azione, arrivando perfino a colpire in Francia e in Italia, mettendo però sempre in pratica delle abili strategie che gli permettono di confondere indagini e moventi e di sfuggire regolarmente a qualunque tipo di sospetto. Le diverse inchieste degli inquirenti, infatti, non riescono ad avvicinarsi in alcun modo alla verità, o anche solo ad associare fra di loro i diversi omicidi. Questo fatto porta Scalonesi a convincersi di essere un invincibile Dio della vita e della morte.

Ma qualcun altro arriva ad accorgersi dei suoi talenti nascosti, e questo a causa di un’azzardata ma abilissima impresa che Scalonesi commette all’interno del Museo d’Orsay di Parigi, dove si rende responsabile della sottrazione di un celebre dipinto di Vincent Van Gogh. Questo fatto lo proietta però inaspettatamente all’interno di un complicato intrigo internazionale e da cacciatore improvvisamente si ritrova a diventare preda. Ormai la sua vita è appesa a un filo, ma grazie ad un drammatico e tragico gioco a rimpiattino, durante il quale riesce con scaltrezza capovolgere gli eventi, il killer riesce a spuntarla e persino a scoprire l’oscuro personaggio che con il ricatto lo tiene in pugno da troppo tempo. La resa dei conti di Antonio Scalonesi si rivela terribile e lascia dietro di sé una lunga striscia di sangue che sembra non avere mai fine.

 

Antonio Scalonesi. Memoriale di un anomalo omicida: una finta biografia che terrà il lettore incollato alle pagine

Il racconto si sviluppa tutto su un supposto dialogo che avviene fra il protagonista dei fatti, Antonio Scalonesi, e il procuratore pubblico, che però non appare mai in prima persona. Il periodo storico dei fatti raccontati va da più o meno attorno al 2004 per il primo assassinio fino al 2010 per l’ultimo omicidio e l’autodenuncia di Scalonesi alle autorità.

Il Lavoro è corredato da tutta una serie di allegati, redatti da parte di vari specialisti: Articoli di giornali (redatti dall’autore e dallo scrittore, giornalista e direttore di Radio Fiume Ticino Duilio Parietti);  Rapporto della polizia scientifica in merito ad un caso specifico (redatto dall’ex. Commissario capo della polizia scientifica del Cantone Ticino E. Scossa Baggi); Richiesta di estradizione nei confronti di Scalonesi, emesso dalla corte di appello di Genova verso le autorità giudiziarie del Cantone Ticino (redatta dall’avv. Giovanni Martines, già difensore di Bernardo Provenzano nel “Processo per l’omicidio di Mario Francese” tenutosi nel 2001 a Palermo);Profilo psicopatologico e criminologico del personaggio (a cura del Dr. med, Orlando Del Don, Spec. FMH psichiatria, psicoterapia, psicopatologia del comportamento violento e criminologia). Resoconto dell’avvocato difensore di Antonio Scalonesi (realizzato dall’avvocato Amanda Rueckert).

Il protagonista parla a ruota libera e cinicamente dei suoi omicidi e (solo in parte) di alcuni aspetti legati alla sua vita, in un linguaggio non sempre educato (anzi) e con fare altezzoso e sdegnoso. A volte mente palesemente, altre stravolge la verità, omette particolari o inventa aneddoti che possano contribuire a buttare fumo sull’intera vicenda. Nel contesto generale del racconto appare quindi molto difficile intravvedere le bugie di Scalonesi in mezzo all’insieme delle verità, seppure il lettore più attento può riuscire qualche volta a coglierne gli indizi.

Scalonesi è un serial killer, ma non nel modo più stretto del termine, infatti non è ripetitivo nel suo agire e, sebbene in effetti uccida per il piacere di farlo e per poter godere del brivido della caccia, a volte esegue anche alcuni incarichi che riceve da parte di una oscura organizzazione che lo ha scoperto. La polizia invece non lo scoprirà mai, seppure forse in qualche caso potrebbe anche avere avuto qualche sospetto sul personaggio, ma non tanto in merito alla sua attività criminale, bensì più per il fatto che Scalonesi fosse spesso in viaggio e poco sul posto di lavoro. Quindi, come poteva mantenersi senza troppi problemi?

“Quando tempo fa ho iniziato a raccontare questa storia, mai avrei creduto che il tutto si sarebbe trasformato in un volume di oltre trecento pagine – dichiara lo scrittore Davide Buzzi. Scrivere l’autobiografia di un personaggio tragico come Antonio Scalonesi ti obbliga a penetrare tutto il tuo subconscio, fino ad arrivare nel nero più profondo di te stesso. In fondo, chi nel corso della propria vita, almeno per una volta, non ha mai pensato seriamente di ammazzare qualcuno, per vendetta o per arrivare alla soluzione di una diatriba impossibile? Poi, però, la maggior parte delle volte, il raziocinio ci riporta alla ragione, impedendoci di oltrepassare certe barriere. Ma non sempre… A volte purtroppo succede che la sete di vendetta, come anche la curiosità di capire fino a dove si è disposti ad arrivare con le proprie azioni, possono condurre un uomo apparentemente normale e pacifico al di là di ogni confine morale, senza che questi possa provare alcun pentimento per i crimini compiuti”.

“Memoriale di un anomalo omicida seriale è il frutto di mesi di lavoro che lo staff di 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni ha portato avanti insieme all’autore, Davide Buzzi. Si è trattato – spiega la Casa Editrice –  sicuramente di un incontro tra persone esigenti, pignole, attente ai dettagli. Abbiamo realizzato, con l’autore, quello che crediamo sia un romanzo alquanto inusuale e ricco di particolarità. Abbiamo scelto di percorrere la strada più ripida, e siamo certi che Memoriale di un anomalo omicida seriale troverà il giusto consenso tra il pubblico, sia per la struttura, che per la voce d’autore che lo caratterizzano. Davide Buzzi ha avuto l’idea di scrivere questo romanzo facendo raccontare direttamente al protagonista le vicende che lo vedono coinvolto. Crediamo sia stata una scelta audace e siamo soddisfatti del risultato finale. Adesso vogliamo raccogliere i frutti di questo lavoro e contribuire alla diffusione della cultura e della lettura, anche attraverso questa Opera. Grazie a Davide Buzzi per il contributo importante e per la fiducia che ha riposto in noi”.

Un thriller dalle tinte noir, che si presterebbe benissimo ad una trasposizione cinematografica. Una storia, ricca di suspense, assolutamente imprevedibile e potente che innesca una disarmonia in noi stessi, obbligandoci a riconsiderare i limiti della nostra coscienza.

 

http://www.ruedelafontaineedizioni.com/negozio/davide-buzzi-memoriale-di-un-anomalo-omicida-seriale/

 

‘L’incanto di Venere’ di Salvatore Belzaino: l’invocazione dell’amore in una raccolta poetica compulsiva

Non è raro trovare nella raccolta la parola inchiostro, legata quasi da una sorta di magia alla sorte delle volte dei pianeti, delle maree, degli effetti luce delle stelle con l’atmosfera e l’aria terrestre. L’incanto di Venere dello scrittore napoletano Salvatore Belzaino, (Il mio libro, 2019), come si legge nella sinossi del libro, è una raccolta lirica che esalta e celebra Amore nella melodia che scalza l’oblio; è poetico flusso d’albe e tramonti nel letto stracolmo di attese del cuore. Tra i versi vividi di seducenti e primigenie emozioni, Salvatore Belzaino denuda, in danza di parole limpide, alchemiche e fatali, il significato e l’essenza del perdersi e ritrovarsi. Perdersi e ritrovarsi di vita, di onirico abbandono e persino di morte, nella Bellezza di Colei che strugge in baci, che seduce tra strali di passione e tormento, che si fa speme all’arcobaleno delle stagioni destinate a passare ed essere rimembranza ed anche amnesia.

L’autore vive quasi in una sorta di trance inconsapevole. È spinto. È guidato. È mosso alla scrittura da un vivace movimento astronomico incontenibile. Dall’inchiostro del porta nascono parole come sotto dettatura. Come in un accadimento biblico, le parole sono sentite innanzitutto, poi trascritte quasi, e infine trasformate in invocazione.

Ed è proprio l’invocazione la prima figura retorica che si fa strada nella raccolta. La dedizione è una conseguenza, e i pianeti l’oggetto del desiderio, della pietevole inclinazione all’osservazione di orizzonti distanti.

Parliamo in questo caso dell’invocazione a Venere. Atto che fu già di rottura, se vogliamo, quando la fece Lucrezio; che snobbò le muse per votarsi a Venere, a una dea, per ingraziarsela, per farle illuminare il tracciato del racconto per intero. E in questa nostra raccolta contemporanea il percorso non è diverso. Il pianeta, la stella, la dea, trova qui la sua antica funzione di guida dei mari, delle acque terrestri, delle giostre luminose di luce atmosferica, e dell’inchiostro di cui si compone questa “compulsiva” raccolta dove l’autore campano cerca la propria orbita ontologica e poetica.

E facendo correre velocissimi gli anni coi secoli, possiamo legare tutto il trattato poetico al naturalismo cosmico e incantato, panteistico, che fu di Leopardi, e in qualche misura tipico ottocentesco caratterizzato da un lessico di maniera, ragionato, cercato; soprattutto perché poi compare la luna con le maree, con l’aurora e i rapporti con sole, e tutte queste creature del cielo sono fortemente inclini a dettare sentimenti e a suggerire emozioni. E l’autore nel riconoscersi con Pavese e con la radiazione pessimistica di fondo, non fa altro che continuare e proseguire un pessimismo su di sé e sulla natura dell’uomo che fu celebre in Leopardi. E fondamentalmente l’autore da vita al teorema dell’impossibilità, del mare, dell’oceano in un bicchiere, della surrealtà, delle immagini che furono di Magritte.

Il poeta è alla ricerca di una nuova dimensione. La indaga, la isegue, la ricerca. La inquisisce, la invoca.
Il lessico poi può sembrare molto di maniera, studiato, un po’ troppo ragionato, voluto, cercato. Impreziosito da bagliori extraterrestri.
È il fanciullino di Pascoli che diventa adulto e cerca solo un atavico, eterno, cantuccino in qualcosa di molto distante e coscientemente irraggiungibile, impossibile.

Passando poi da una lettura storiografica ad una superficialmente psicoanalitica, questa fissazione per Venere nasconde la voglia, decisamente manifesta, di un rifugio privato perduto, quasi immaginario. Una voglia insaziabile, bulimica, quasi compulsiva. Ci sono pagine e pagine in cui si parla di cose reali ma della loro trasfigurazione astrofisica tramite algoritmi verbali molte volte dai tempi antichi.

‘Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie’ di Alec Bogdanovic: un romanzo sagace sulla depressione

Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie, edito da Rogas Edizioni è il romanzo d’esordio dell’autore italiano nato di origini bulgare, Alec Bogdanovic. Bogdanovic, nato a Sofia nel 1992, all’età di 6 anni si trasferisce a Roma con i suoi genitori adottivi. Dopo aver lavorato nell’editoria come traduttore ed editor, debutta nel 2020 come scrittore.

Con queste parole si apre la prefazione a cura della pagina facebook Persone che pubblicano canzoni impegnate e non ne capiscono il significato:

“Un giorno mi arriva un messaggio indirizzato alla casella di posta elettronica di una mia pagina Facebook: era l’autore del libro che mi inviava un estratto poiché aveva tratto ispirazione da un mio post. È incredibile come un pensiero scritto di getto e «sotto sforzo» possa ispirare l’ingegno altrui, ci ragiono spesso su questa cosa e sorrido, penso alle nostre azioni, positive e negative, penso ai loro effetti, inutili, risibili per noi che le compiamo ma che – magari – lasciano un segno inconsapevole nell’animo degli altri. Posso dirvi che nel libro non troverete le storie di un borghese annoiato alle prese con la crisi di mezza età, non troverete il borghese intento a urlarsi contro ‒ faccia a faccia – a tre centimetri dal volto della propria ex come in un film di Muccino e, questione di estremo rilievo, non vi imbatterete in quei «micro periodi» e punti perentori che tanto successo riscuotono nei social”

 

Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie: Sinossi

 

“Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie non ha nulla a che fare con la mia pagina Facebook– si legge ancora nella prefazione- «quel» post era solamente un trampolino di lancio .Questa è un’altra storia, forse la fine di un percorso intrapreso dall’autore e che ora volge al termine per intraprendere un nuovo inizio. Tutti voi, cari lettori, anche se non direttamente, potreste sentirvi coinvolti, toccati, potreste emozionarvi”:

Ho cominciato a soffrire d’insonnia all’età di sedici anni. Ricordo che tornavo a casa troppo stanco per studiare, così passavo la giornata a rimandare: dopo pranzo, dopo i Simpson, me lo studio la sera così si fissa meglio in testa. Però c’è un bel film, vabbè facciamo dopo il film. Dopo aver passato tutta la giornata così, arrivavo alla notte con gli occhi che non ce la facevano a star su, allora decidevo di mettermi la sveglia mezz’ora prima in modo da anestetizzare l’ansia e riuscire ad addormentarmi tranquillo col proposito che avrei studiato una volta sveglio. Quando mi svegliavo però la roba da studiare era troppa per mezz’ora, e alla fine mi limitavo a leggere solo i titoli dei capitoli, pensando che in caso di interrogazione avrei improvvisato. Pian piano però la mia amigdala cominciò a capire il trucco e decise che mezz’ora non era più sufficiente, diventò quindi un’ora, poi un’ora e mezza, poi due ore. Alla fine ero arrivato al paradosso di far suonare la sveglia ancor prima che riuscissi a prendere sonno. Fu allora che chiesi a mio padre di cambiare scuola, ma lui mi consigliò di ripetere il mantra «posso farcela, ce la farò». Inoltre, per darmi la carica, mi spiegò che gli ostacoli non si evitano ma si superano, e si produsse in qualcun altro di questi motivational che si trovano appesi alle pareti d’ufficio degli imbecilli o condivisi sulle bacheche Facebook di altrettanti imbecilli.

Cosa hanno in comune un primitivo fuoricorso, un personaggio di The Sims, un cinese troppo basso, Papa Francesco e Nadia Venticentesimi?
Contribuiscono tutti alla spirale discendente del protagonista, condannato alla continua ricerca di una dose di ossitocina. Dall’adolescenza all’età adulta Alec cerca con metodo e disciplina di liberarsi dalla depressione, toccando il fondo della miseria umana e diventando sfortunata cavia di se stesso.

La depressione è il male della nostra epoca. È la malattia più diffusa al mondo ed è la più temuta dopo il cancro, di però non si conosce ancora tutto. Il nostro anti-eroe ci si imbatte nell’adolescenza e cerca di liberarsene con la disciplina e il metodo di un ricercatore, peccato che la cavia da laboratorio sia lui stesso. Finirà così per autocondannarsi a un’interminabile escalation di sfortune e miserie umane: queste daranno corpo a un romanzo di formazione in cui tragedia e commedia si intersecano e fondono fino a diventare del tutto indistinguibili.

Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie alterna sagace ironia a momenti di spietata verità, che non lascia indifferente il lettore quando si spoglia dell’assurdo e racconta il male della nostra epoca.

“Leggendo il libro di Alec ho incontrato uno spirito puro, la volontà di sfogarsi, di giungere a una catarsi col lettore che non porti, però, a giudizi di merito ma «solo» a una nuova consapevolezza dell’autore del proprio «io» di oggi e di ieri, senza velleità ma con amara lucidità Questo mi basta per esortarvi a leggere, a cogliere l’essenza di un «piccolo» e prezioso manifesto generazionale, politicamente scorretto,  che potrebbe restarvi nel cuore facendovi sorridere un po'” conclude l’autore della prefazione.

Un romanzo da leggere, che ci induce a riflettere su cosa è catalogabile come malattia e cosa invece rappresenta semplicemente ma anche drammaticamente una parte di noi in quanto essere umani e che, inevitabilmente, ci riporta alla mente Italo Svevo e la sua concezione di malattia. 

 

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‘Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago’ di Anita: una storia d’amore e di forza

Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago, edito dal  Gruppo Albatros Il Filo, è l’esordio letterario dell’autrice genovese Anita.

Anita è nata nel 1988 e vive a Genova. Grazie alla scrittura è riuscita ad affrontare paure e fragilità. Proprio per questo motivo nasce Anita, nome di fantasia che le ha permesso di liberarsi dalla convinzione di essere sbagliata, riconquistando se stessa.

 

Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago: sinossi

Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago è uscito nel 2020. Il romanzo, corredato dalla prefazione di Barbara Alberti, racconta di un amore drammaticamente meraviglioso.

Continuo a pensare incessantemente a quella mattina, a quando mi sono svegliata e la persona che più ho amato nella mia vita non era più accanto a me. Era andato via per sempre. La sera prima ho parlato con lui, gli ho detto quanto lo amavo, l’ho baciato, mi sono addormentata stringendo la sua mano e qualche ora dopo non ho più sentito il suo cuore. La notte passò velocemente. Troppo velocemente. Il suo battito era sempre più debole fino a quando si fermò di colpo. La mattina seguente ero abbracciata al suo corpo disteso, immobile, freddo. Ancora il suo profumo nell’aria ma lui non era più con me. Continuavo a guardare quella pelle sempre più bianca. Sono rientrata a casa dopo due giorni e le lenzuola conservavano ancora la sua sagoma, il suo corpo sembrava ancora sdraiato nel nostro letto. Lo sento ancora vicino, ma non c’è, mi manca l’aria e lui non è qui con me. Non mi basta percepire la sua presenza, io voglio il suo corpo, voglio vederlo. Mi ero illusa stupidamente di potermi abituare all’idea. Speravo con tutta me stessa che questo dolore atroce e terribile fosse meno soffocante, invece mi sento strappare il cuore, come se qualcuno mi prendesse a calci e non riuscissi a difendermi. Ho la terribile sensazione di avere la testa immersa in una vasca d’acqua ghiacciata senza poter tornare su e riprendere fiato. Mi sento soffocare, non riesco a respirare e lentamente sento il buio intorno a me. Un silenzio assordante, un ossimoro che spezza la mia anima, mi toglie la serenità, probabilmente anche la vita, due parole così diverse ma tanto esplicite da farmi tremare anima, mi toglie la serenità, probabilmente anche la vita, due parole così diverse ma tanto esplicite da farmi tremare.

Una donna che racconta un passato e un presente travagliati con una tenerezza e una fragilità in cui potersi rivedere e confrontare, un viaggio in un amore drammaticamente meraviglioso.

Anita e Agostino uniti da un destino che li dividerà, forse invidioso di un sentimento così travolgente e peccaminoso da scatenare contro di loro la morte: una tragedia che però non li fermerà, continuando a sopravvivere a emozioni come rabbia, odio e paura.

Agostino si è innamorato dello sguardo di Anita, Anita è stata conquistata dalla semplicità genuina di Agostino, ma dopo pochi mesi dall’inizio del loro sentimento vengono travolti dal dramma della malattia, un tumore cardiaco colpisce il giovane. La sentenza dei medici è drammatica: solo un trapianto lo potrà salvare.

Finalmente la chiamata tanto attesa arriva, ma la cattiva sorte non li abbandona: qualche giorno prima ad Anita, dopo aver accusato violenti episodi di difficoltà respiratoria, viene diagnosticato un tumore avanzato ai polmoni e consigliato di iniziare immediatamente le cure, ma lei si rifiuta di intraprendere le terapie per stare vicino ad Agostino, nella speranza di iniziare un percorso di guarigione a fianco del suo grande amore.

Durante gli screening di routine effettuati prima del trapianto i due innamorati si salutano, dandosi un addio silenzioso nella paura che durante l’intervento qualcosa possa andare storto, ma neanche un’ora dopo il cardiologo che avrebbe dovuto operare Agostino spiega ad Anita che, per colpa di un’incomprensione, la famiglia che aveva dato disponibilità per l’espianto degli organi ora non firmerà più il consenso, condannando così il giovane alla morte.

La coppia decide di passare le ultime ore di vita insieme, abbracciata in un letto d’ospedale per darsi un addio straziante agli occhi di tutti, anche del personale medico che nei mesi prima aveva conosciuto quell’amore viscerale e inspiegabile.

Anita ci porterà quindi nella descrizione angosciante di cosa vuol dire affrontare la morte di chi si ama facendone un racconto dettagliato e, circa un anno più tardi, straziata e sfinita dalla perdita dell’amato e dalla malattia che l’ha colpita, deciderà di anticipare la morte ricordando fino all’ultimo quell’uomo che l’ha salvata dalla paura e dalla solitudine, eternamente grata di aver vissuto un amore così totalitario e carnale.

Spaventata da ciò che non sa, si convince che dopo la morte inizierà una nuova vita, alla ricerca inconsapevole di un amore che saprà riconoscere, ritrovando così Agostino e quell’amore diviso da due corpi ma unito da due anime che si cercheranno per sempre.

Dalla penna di Anita ha preso vita una storia dalla grande carica emotiva. Un romanzo scevro dai toni sdolcinati tipici dei romanzi rosa.  Un amore intenso e struggente che vive nel tempo, oltre la vita, oltre la morte ma anche una storia dove malattia e amore si fondono irrimediabilmente. Questi temi non sono di certo nuovi: Romeo e Giulietta ed Anna Karenina sono gli archetipi dell’amore eterno. Bianca come il latte e rossa come il sangue, Ad un metro da te e Colpa delle stelle invece quelli del connubio malattia-amore. Eppure il romanzo emana un’aura innovativa: Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago rappresenta una doppia nascita: da una parte quella dell’opera stessa pagina dopo pagina e, dall’altra, quella di Anita, nome di fantasia che ha permesso all’autrice di liberarsi dalla convinzione di essere sbagliata, riconquistando se stessa.

“Questo libro – spiega la scrittrice – nasce quasi all’improvviso, mentre guardavo fuori dalla finestra ho sentito la necessità di mettere nero su bianco e descrivere i miei pensieri, le mie fantasie e, forse, anche le mie paure. La spinta è arrivata dalla voglia irrefrenabile di dare voce alle emozioni provate, regalando così un volto a tutto questo”.

Un viaggio che il lettore intraprende al fianco della protagonista. Un’opera profonda, ricca di pathos per chi la leggerà e colma di riscatto e catarsi per l’autrice, perché è proprio grazie alla scrittura se Anita è riuscita ad affrontare, appunto, paure e fragilità. E si auspica lo abbia fatto in modo non melenso e retorico, incentrando l’attenzione sul rapporto malattia-relazione d’amore.

 

 

https://www.gruppoalbatros.com/prodotti/avrei-voluto-portarti-sulla-luna-ma-ho-trovato-posto-solo-al-lago-anita/