‘Babylon’ di Chazelle: il facsimile delirante di ‘C’era una volta a Hollywood’ di Tarantino

E tu futuro spettatore sei massimalista o minimalista? La partita di “Babylon” di Chazelle si gioca tutta qui perché il film ha diviso la critica e dividerà il pubblico per le sue smisuratezze, dal costo di ottanta milioni di dollari alla durata di tre ore e dieci, dallo stile frenetico e survoltato al cast capeggiato da Brad Pitt e la regia firmata dal rampante Chazelle divenuto nel 2016 con “La La Land” il più giovane regista della storia degli Oscar a vincere il premio.

Che tiri aria di scontro, per fare un esempio, lo indica il dato che i voti ottenuti sui magazine specializzati oscillino da 1 a 9, ma pesa anche l’appartenenza al genere del cinema sul cinema, ovvero un repertorio sterminato, abusato, celebrato e autocelebrativo fitto di molti capolavori e molti bluff, talvolta addirittura più incisivo se utilizzato a margine, fuori contesto e finanche per traslato (vedi la sequenza finale di “The Fabelmans” con la battuta di John Ford).

Per suo conto Chazelle ha concepito il kolossal come una tavola da surf che non prevede mezze misure e consente solo di salire o scendere anche perché il periodo storico s’adatta alla perfezione ai toni prescelti. Ci ritroviamo infatti alla fine dei ruggenti anni Venti, al momento del passaggio dal muto al sonoro che trasformò Hollywood da una sorta di avamposto bohémien e decadente, rifugio di avventurieri dediti a festini e sparatorie, focolaio di scandali sessuali, ambizioni spropositate e destini miserabili –la capitale del peccato descritta dal mitico libro Hollywood Babilonia e a livello più alto da quelli di Scott Fitzgerald- in un polo industriale imponente e futuristico.

Senza un attimo di tregua a partire dal prologo, un megaparty orgiastico sorvolato dalle acrobatiche riprese con la Steadicam, estenuante full immersion nella droga e la lussuria da cui emergono i tre protagonisti: Jack (Pitt), divo bizzoso, Nellie (Robbie), concupita stellina e Manny (Calva), factotum messicano, quest’ultimi pronti a tutto pur di scalare lo showbiz. Seguirà un profluvio d’incubi e deliri in un climax di perversioni individuali e di gruppo che moltiplica le sequenze crude e grottesche dalla comparsa che s’impala su una lancia a Nellie che deve piangere a comando, dal mostruoso obeso che ingoia topi vivi al produttore depresso che ficca la testa nel water.

Per il buon peso non mancano, certo, i flash sul tema del passaggio dal cinema muto al sonoro in modo da permettere a Chazelle di fare la faccia gentile rievocando sotto pseudonimo celebrities come Thalberg, Warner, Hearst, “Fatty” Arbuckle (che si fa orinare addosso da una ragazza che poi sviene per la coca) e i super allupati Charlie Chaplin e Gary Cooper o anche le prime di “Il cantante di jazz” e con licenza poetica “Cantando sotto la pioggia” uscito nel ‘52.

Quello che peraltro ci disturba è l’atteggiamento sostanziale del regista, attratto dai baccanali per punirli, interessato ai personaggi per sacrificarli, nostalgico della vecchia Hollywood per svergognarla. Sai che novità. A questo punto potremmo straripare elencando i modelli del centone zeppo a pari merito di presunzione e di talento, ma per rispetto del lettore che giustamente detesta i riferimenti enciclopedici dei critici ne facciamo uno solo, facile e recente: “Babylon” sembra infatti il facsimile di “C’era una volta Hollywood” di Tarantino. Stessa struttura corale attorno a tre personaggi a caccia di un posto al sole, stesse star -Pitt e Robbie-, stessa ambientazione sotto il cielo della California. Ma vogliamo mettere?

 

Babylon

I migliori e i peggiori film del 2022

In proporzione ai numeri dei biglietti staccati anche nel 2022 un pugno di film belli e brutti potrebbero bastare. Per fortuna o purtroppo ci sono quelli visti in tv e qui il discorso, oltreché allargarsi a dismisura, si farebbe ingarbugliato e per di più superfluo. Infine ci sono da rispettare le categorie: prendersela con i fanti mettendoli in gara con i santi è roba da cinegrilli parlanti. Un minimo di cautela va infine usata con gli interlocutori: tirare fuori dal cilindro titoli cervellotici o invisibili ai comuni mortali è il tipico vizio degli esperti. Per l’agonia delle sale è anche loro un briciolo di colpa.

MIGLIORI. “Ennio”: Tornatore ci tramanda tutto Morricone: l’uomo, la musica, i film, l’empatia tra il regista e il compositore, l’amore degli amici e dei colleghi. Ma soprattutto prorompe dalla sapiente tessitura un amore no limits per l’arte che emoziona e commuove in ogni fotogramma

The Batman”: A partire dai fantasmagorici quindici minuti iniziali, il regista Reeves in stato di grazia riesce a coniugare il mistero con l’orrore, sino a far sì che un film di supereroi non sia più un film di supereroi bensì un’immersione nella paura e il delirio della nostra epoca implosa.

La stranezza”: Andò procede mantenendo vividi il ritmo, la riflessione e lo spasso e facendo risaltare la moderna e acquisita esigenza della fusione tra alto e basso, realismo e metafora, ispirazione e fantasia, attori e spettatori sulla ribalta e nello schermo.

Athena”: Romain Gavras ci regala all’inizio uno dei piani-sequenza più sbalorditivi e memorabili mai visti su uno schermo per poterci immergere nel corso di tutto il film nel caos incontrollabile della banlieue parigina messa a ferro e fuoco dalla guerriglia societaria.

Parigi, 13arr.”: Audiard ambienta nel quartiere di Parigi soprannominato Les Olympiades un triangolo erotico sfrenato e disperato, perfetto per restituire la precarietà della nuova gioventù nel lavoro e i sentimenti.

The Fabelmans”: Nella semi-autobiografia di Spielberg l’epicedio struggente dei passaggi dall’infanzia all’adolescenza e insieme una dichiarazione d’amore al cinema e all’enorme peso epico e simbolico che vi hanno aggiunto i maestri. Truffaut e John Ford prima di tutti.

Maigret”: Depardieu messo in grado d’integrare la propria debordante fisicità nella deriva crepuscolare del personaggio e nella strisciante depressione che conferisce ai suoi movimenti e sguardi la risonanza di un animale morente nella giungla metropolitana. A ben vedere un poliziesco di fantasmi.

Perfetta illusione”: La forma in una brillante, allusiva e maliziosa “tranche de vie” sull’eterno sfasamento degli umani tra l’illusione e la realtà interagisce con il contenuto in linea verticale, cioè facendo affiorare in scioltezza le metafore dai fatti anziché disporle sulla consunta linea etico-sociale orizzontale.

Nostalgia”: Per Martone sulle tracce del romanzo di Rea la ricerca del tempo perduto del protagonista diventa un viaggio re-iniziatico senza uscite di sicurezza napoletaniste, bensì supportato dalla capacità visionaria di illuminare i lati più arcani e infetti del labirinto metropolitano.

PEGGIORI “Il paradiso del pavone”: Lungi dall’accostarsi alle satire antiborghesi bunueliane, il film suscita l’impressione di un’immane pretensione soprattutto nei momenti top come quelli dell’outing lesbico dell’arcigna decana o delle spregevoli performance di (tutti) gli spregevoli maschi. Il colmo del grottesco si raggiunge, però, nella scena del funerale dello stolido pavone Paco fracassatosi al suolo perché ha le ali ma non sa volare. Afferrata la metafora?

Il colibrì”: “Hai letto il libro?”. “No e mi dispiace”. “Hai visto il film?”. “Sì e mi dispiace”. La trasposizione dell’Archibugi sembra l’emblema del cinema italiano più decorativo, un compendio snervante di pretensioni artistiche e iperboli melodrammatiche inanellate con un parossismo che farebbe fatica ad accreditarsi persino nei saggi di Eco sul romanzo rosa di Liala e Carolina Invernizio.

Triangle of Sadness”: Ostlund scivola senza ammortizzatori nel limbo di una satira vecchia e stantia grazie a cui si rivela al mondo che i ricchi sono cinici e il liberismo è una schifezza. Fin qui ci sono arrivati in tanti e tutti – da Bunuel a Ferreri, da Von Trier a i Monty Pyton- più incisivamente di lui; ma il problema sta nel fatto che l’overdose inficia l’allegoria grottesca. Come se il divertimento consistesse nell’umiliare personaggi indifendibili in partenza e nel richiedere al pubblico una gongolante complicità mostrandogli i più odiosi annegare nel loro vomito e la cacca.

Chiara”: La voglia matta di riportare il Duecento alle polemiche odierne, a una modernità da collettivo liceale rende impraticabile l’intento sia di cogliere la pregnanza storica degli eventi, sia di valorizzare la messinscena tra il realistico, lo ieratico e il sacrale. È proprio la premeditazione che raffredda e rende imbarazzanti i balletti in stile Figli dei Fiori o la canzone finale trendy del contemporaneo Cosmo.

 

10 Migliori e 4 peggiori film dell’anno solare 2022

L’adattamento cinematografico di Silent Hill 2 è in arrivo dal regista e dal produttore del film originale

Un nuovo film intitolato Return to Silent Hill è in arrivo dai creatori del film originale del 2006. Il film è un adattamento di Silent Hill 2 ed è attualmente in produzione.

Il cinema di nuovo al centro del progetto

Nel video caricato dalla casa di Silent Hill, Rui Naito, assistente produttore di Konami e responsabile dello sviluppo IP e cross-media di Silent Hill, ha descritto il film come il “catalizzatore” per i nuovi giochi di Silent Hill. Victor Hadida, produttore dei film originali di Silent Hill, ha contattato Konami con la proposta di realizzare un nuovo film. Questo ha fatto nascere l’esigenza di far rivivere il franchise in concomitanza con la creazione del nuovo film. La regia è affidata a Christophe Gans, che ha diretto il film originale e il classico cult Brotherhood of the Wolf.

Durante il video, Gans ha dichiarato: “Silent Hill 2 è molto più incentrato sull’horror psicologico, anche se ritroveremo le stesse creature e le stesse sequenze di terrore”. Durante l’intervista vengono mostrati pannelli di storyboard e concept art del nuovo film. Gran parte dell’arte mostrata consiste in scene del gioco. Hadida ha affermato che “c’è una chiara idea da parte di Christophe di renderlo moderno, ma anche molto fedele al videogioco… Christophe è davvero qualcuno che rispetta il lavoro che è stato fatto, ma che ha anche una sua visione”.

Il primo film di Silent Hill è stato accolto abbastanza bene, ma il suo sequel Silent Hill Revelation 3D è stato ampiamente criticato. Bloober Team sta preparando anche un remake di Silent Hill 2, oltre a un nuovo gioco intitolato Silent Hill F e al gioco crossmediale Silent Hill Ascension. Non sono stati annunciati né una data di uscita né ulteriori dettagli sul film.

Cosa si sa del remake di Silent Hill 2 – Arte applicata al videogame

Dopo mesi di speculazioni e notizie, Konami ha confermato ufficialmente il remake di Silent Hill 2 durante la presentazione del video Silent Hill Transmission. Il gioco, trasportato anche su famose slot che troviamo su casino.netbet.it, che ha aperto la presentazione con un impressionante trailer, sembra essere ricostruito dalle fondamenta pur mantenendo intatta l’essenza dell’originale del 2001.

Il trailer ci fa dare un’occhiata al nuovo James Sunderland, che si è avventurato a Silent Hill per salvare sua moglie Mary, creduta morta da tempo. Nel trailer vediamo anche alcuni elementi caratteristici della serie, come le strade piene di nebbia e alcuni nemici familiari. Tra questi, naturalmente, c’è l’iconico Pyramid Head.

Silent Hill 2 è in fase di sviluppo presso lo studio di sviluppo Bloober Team, che si è già occupato di The Medium, Blair Witch e Observer tra gli altri, ed è un’esclusiva della console PS5. È solo uno dei progetti di Silent Hill attualmente in lavorazione come accennato sopra: Silent Hill: Ascension e Silent Hill F, sono anch’essi in fase di sviluppo. Inoltre, sono in fase di realizzazione diversi oggetti speciali da collezione, tra cui un salvadanaio Inu-End per ricordare lo scherzoso finale di Silent Hill 2. La serie di Silent Hill è stata oggetto di una lunga serie di discussioni.

Silent Hill è rimasta in sospeso per circa un decennio, con l’eccezione di PT, che era stato progettato come teaser per Silent Hills prima che Hideo Kojima lasciasse Konami. È quindi in lavorazione un adattamento cinematografico di Silent Hill 2, oltre a nuovi progetti intitolati Silent Hill: Townfall e Silent Hill F per riportare in auge il prodotto.

 

Addio a Jean-Luc Godard, tra i massimi pionieri della storia del cinema

Jean-Luc Godard è il regista che, insieme agli altri componenti della Nouvelle vague – il movimento che caratterizzò la cinematografia francese sul finire degli anni Cinquanta – ha iniziato una delle rivoluzioni iconografiche più importanti del Novecento e ha cambiato per sempre non solo il modo di fare film e raccontare storie, ma anche il modo di fruirle. In un lasso di tempo relativamente breve, tra il 1960 e il 1967, Godard girò 15 pellicole attraverso cui operò una vera e propria rivoluzione, cambiando i codici stessi del linguaggio cinematografico: un’eredità dalla quale i grandi film d’autore non possono prescindere. Un esempio sono le connessioni stilistiche tra i film di Godard e quelli di Wes Anderson, di Quentin Tarantino o di Xavier Dolan, solo per citarne alcuni.

Pochi artisti viventi possono considerarsi pionieri della cosiddetta settima arte e Jean-Luc Godard è senza dubbio uno di questi. Come disse il collega italiano Bernardo Bertolucci nel 1988, presentando al pubblico del canale inglese BBC2 Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), il primo lungometraggio del regista francese uscito nelle sale nel 1960. À bout de souffle è la linea di demarcazione tra queste due epoche della storia del cinema, fu una vera e propria rivoluzione di stile, un coraggioso manifesto artistico siglato dalle generazioni successive di cineasti. Il soggetto fu scritto da François Truffaut e si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto: dopo un’estate di eccessi in Costa Azzurra insieme alla bella fidanzata americana, un giovane uccide un poliziotto per raggiungere più velocemente possibile la madre morente, ma il ragazzo viene denunciato dalla fidanzata alle autorità.

Paradossi, flussi di coscienze e di conoscenze, provocazioni contro la perdita delle immagini, la fragilità dei supporti, la difficoltà di vedere i film di ieri e il desiderio di più storie del cinema, il cinema fatto e quello pensato, nel lavorìo delle proprie interpretazioni. Godard non accetta che il cinema fissi definitivamente il passato e che ogni cosa proiettata sia irrimediabilmente accaduta, come una immagine statica di Buster Keaton o del ragazzo di Ladri di biciclette, il cinema è ancora e sempre il presente, perché l’accaduto riaccade ogni volta nella mente dello spettatore, cambia di posizione, nella sua mutabilità continua, rispetto agli eventi, vive nel tempo presente dell’ermeneutica.

Godard non ebbe paura di dichiarare la finzione cinematografica e così il cinema si emancipò dalla convenzione che voleva il pubblico come uno spettatore passivo di una storia a lui estranea rendendolo protagonista, imponendogli una presa di posizione, un pensiero. Il pubblico ha la responsabilità di ciò che viene proiettato nelle sale […] io per primo mi sento responsabile di quello che vedo”, sono queste le parole di Godard. Il cineasta ha infatti sempre rivendicato una libertà stilistica che, non solo le case di produzione, ma anche il pubblico, troppo spesso non hanno voluto e non vogliono tuttora concedere al linguaggio cinematografico. Gli attori scelti da Godard erano parte di questo progetto rivoluzionario: alcuni erano professionisti, altri furono presi dalla strada, l’importante era rendere la sceneggiatura un oggetto in continua evoluzione. Le donne furono il perno su cui ruotava la sua poetica: amate, odiate, compatite, il regista costruì le figure femminili delle sue storie. “Mi identifico più con i personaggi femminili che con quelli maschili, sin dal mio primo film”, rivelò nell’intervista a Dick Cavett. ”Le donne sono più spontanee rispetto agli uomini al giorno d’oggi […] hanno idee migliori”. Chissà se ancora oggi direbbe lo stesso.

Tra i meriti del cinema di Jean Luc Godard c’è quello di aver rappresentato la complessa realtà delle donne agli inizi degli anni Sessanta. Tramite pellicole come La donna è donna (Une femme est une femme), Questa è la mia vita (Vivre sa vie) o Due o tre cose che so di lei (2 ou 3 choses que je sais d’elle), il regista parigino ha mostrato sul grande schermo una nuova figura femminile, intenta a contrastare i retaggi della società patriarcale che avevano invece ingabbiato la generazione precedente.

 

https://thevision.com/intrattenimento/jean-luc-godard-2/

Venezia 2022. Vince il documentario “All the Beauty and the Bloodshed” di Laura Poitras

Il vincitore del Leone d’Oro alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia è il documentario, All the Beauty and the Bloodshed  della regista americana Laura Poitras.

Nel 2018, insieme all’associazione da lei fondata, PAIN (acronimo di Prescription Addiction Intervention Now), la nota fotografa Nan Goldin è protagonista di un’azione di protesta presso il MET di New York. È la prima di una serie di contestazioni plateali che puntano alla cancellazione del nome della famiglia Sackler (fondatrice e proprietaria di una delle più importanti case farmaceutiche statunitensi) dall’elenco dei nomi dei sostenitori e dalle sale o donazioni a loro intitolate. Il primo passo simbolico per denunciare le micidiali ricadute del fenomeno noto come “epidemia degli oppioidi”, il consumo massiccio e indotto di farmaci a base di ossicodone (che provocano una forte dipendenza e portano a dipendenze maggiori): cento settemila morti per overdose negli Stati Uniti solo nel 2021, con tutte le conseguenze sociali ed economiche derivanti.

Nel film arte e vita si rincorrono e si nutrono l’una dell’altra, lo sentiamo direttamente dalla voce rauca di Goldin, che riflette con lucidità sulle proprie immagini, la loro risonanza nel tempo, il loro odore, le esperienze collegate. È questo – molto oltre la denuncia dell’avidità del gruppo farmaceutico, clamorosamente scampato a processo penale, o la cronaca degli attivisti di PAIN – il solido pregio di un film stratificato e compatto: associare, tramite la forza delle immagini, il fare artistico a una presa di posizione politica. Identificare cioè nell’ipocrisia di famiglia e società le radici del suicidio di una nazione che censura, vittimizza e stigmatizza chi diventa dipendente e non chi vive del profitto di quella dipendenza.

La guerra americana in Iraq (My Country, My Country), il terrorismo islamico e Guantanamo (The Oath), Julian Assange e Wikileaks (Risk), Edward Snowden (Citizenfour): con la stessa intraprendenza e sprezzo del pericolo, per questo ultimo film di Poitras, la quale continua a scegliere contesti e individui di eccezionale resistenza e anticonformismo. Ma in All the Beauty and the Bloodshed (“tutta la bellezza e lo spargimento di sangue”, una citazione che ha a che fare con “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, il cui senso è svelato nel finale) la traccia investigativa, giornalistica, caratteristica suoi lavori precedenti, ha uno spazio meno preponderante.

I premiati

Leone d’Argento e Gran Premio della Giuria per “Saint Omer“, opera prima della regista francese Alice Diop. La storia emozionante del processo per un infanticidio commesso da una migrante disperata.

Un successo anche per l’Italia: Leone d’Argento, Premio per la Miglior Regia, a Luca Guadagnino (51 anni) per il suo film italo-americano “Bones and all“.

L’attrice australiana Cate Blanchett (53 anni) ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile nei panni di una direttrice d’orchestra in “Tár” di Todd Field.

Miglior attore, l’irlandese Colin Farrell (46 anni), per aver interpretato un uomo che ha rotto con il suo miglior amico di lunga data in “The Banshees of Inisherin” (“Gli spiriti dell’isola”) di Martin McDonagh, che ha vinto anche il premio per la Miglior Sceneggiatura.

13 minuti di applausi, per il film, durante la proiezione a Venezia.

Un film tutto irlandese, ambientato in Irlanda, con tradizioni e scontri familiari tipicamente irlandesi.

Il premio speciale della giuria – presieduta dall’attrice Julianne Moore – è stato assegnato al regista Jafar Panahi, attualmente in carcere in Iran, per il suo nuovo film “No Bears” (“Gli orsi non esistono”).

Il regista iraniano è stato condannato a luglio ad una pena detentiva di sei anni.

Il mondo del cinema, anche a Venezia, si è rivolto nuovamente al regime di Teheran, chiedendo la liberazione di Jafar Panahi.

Fonte https://www.mymovies.it/film/2022/all-the-beauty-and-the-bloodshed/

Il cinema napoletano in cattedra ai David di Donatello 2022

Domani sera (diretta su Rai Uno dalle 21.25) negli studi di Cinecittà per la cerimonia di premiazione della 67esima edizione dei David di Donatello ancora una volta ci sarà una predominante partecipazione napoletana che ribadisce l’attuale primato partenopeo nel settore dell’audiovisivo. Ed in particolare, oltre alle 38 candidature napoletane alla prestigiosa statuetta, ci sono ben 12 candidature dei ‘grandi maestri’ del cinema che da anni fanno parte del corpo docenti della Torre della Comunicazione dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, il più grande polo delle scienze della comunicazione e dello spettacolo nel Mezzogiorno.

Ben tre (miglior film, regia e sceneggiatura originale) le nomination ai David per Leonardo Di Costanzo, regista di Ariaferma, film rivelazione del 2021, e docente di Regia cinematografica e televisiva al Corso di laurea magistrale in “Scienze dello spettacolo e dei media. Linguaggi, Interpretazione e Visioni del Reale (LIVRe)” del Suor Orsola. Tre sono le nomination personali anche per Mario Martone (ben 13 quelle complessive per il suo Qui rido io). Il regista napoletano che sta portando al successo il teatro napoletano anche sul grande schermo con l’Università Suor Orsola Benincasa ha un rapporto decisamente speciale.

L’antica cittadella monastica di Suor Orsola è stata per settimane nel 2016 il set di uno dei suoi film più apprezzati: Il giovane favoloso. Pochi mesi fa Martone al Suor Orsola è stato insignito del prestigioso Premio BPER Napoli proprio “per aver ridisegnato l’identità napoletana attraverso i linguaggi del Teatro e del Cinema”. Ed al Suor Orsola Martone già nel 2014 nella laudatio per la laurea honoris causa in Imprenditoria e Creatività per Cinema, Teatro e Televisione al suo grande maestro Ugo Gregoretti aveva ‘disegnato’ gli scenari del futuro del cinema napoletano “attento al linguaggio dei giovani e proiettato alle grandi occasioni offerte dalle nuove tecnologie”.

Quegli scenari che quasi dieci anni dopo registrano ormai un successo planetario per il cinema napoletano e la produzione cinematografica a Napoli. “Il successo del cinema napoletano ed il successo di Napoli e della Campania come luogo attrattivo di importanti e numerose produzioni cinematografiche – sottolinea il Rettore del Suor Orsola, Lucio d’Alessandrotrova le sue principali radici in quel nuovo contesto normativo, amministrativo e di progettazione culturale con cui la Regione Campania ha effettuato uno straordinario investimento sul cinema e per il cinema del quale si raccolgono ora importanti frutti non solo in termini di prestigiosi riconoscimenti ma anche in termini di indotto economico. Un sistema virtuoso nel quale negli ultimi anni si sono inseriti tanti giovani che abbiamo formato nei nostri corsi di laurea e nei master post laurea dedicati alle scienze dello spettacolo con una particolare attenzione proprio alla progettazione culturale innovativa ed al management della produzione”.

Dalla produzione cinematografica al genere documentario: i grandi Maestri della Scuola di Cinema e Televisione del Suor Orsola

E proprio tra i produttori c’è una delle nomination più prestigiose per i docenti del Suor Orsola. Quella a Nicola Giuliano, produttore da Oscar de “La grande bellezza” e direttore del Master in Cinema e Televisione del Suor Orsola, candidato ai David 2022  proprio come produttore del film di Martone Qui rido io. “L’originalità degli autori napoletani nel contesto europeo – ricorda Arturo Lando, coordinatore scientifico del Master in Cinema e Televisione del Suor Orsola – nel 2015 è stato uno degli impulsi che ci ha spinto a proporre a Nicola Giuliano di creare con noi, nella Torre della Comunicazione del nostro Ateneo, un vero centro di produzione in cui gli allievi imparassero i mestieri del cinema e della Tv realizzando, con le proprie mani, lavori audiovisivi professionali, seguiti nel loro lavoro da nomi prestigiosi del settore, nomi che anche quest’anno sono stati confermati dalle nomination ai David di Donatello. È nato così il Master in Cinema e Televisione che, in 7 anni, ha trasformato tanti studenti in giovani professionisti attivi nel cinema e nella televisione”.

Per anni tra i docenti del Master il regista romano Francesco Munzi che, dopo la storica tripletta ai David del 2015 (miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura per Anime Nere), ritorna quest’anno in nomination per il documentario Futura, un’inchiesta collettiva, svolta insieme con Pietro Marcello ed Alice Rohrwacher, sull’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni incontrati nel corso di un lungo viaggio attraverso l’Italia.

Tra i grandi Maestri del genere documentario in nomination ai David 2022 c’è anche Gianfranco Pannone, direttore della sezione Cinema del Master del Suor Orsola ed autore del documentario Onde radicali su una delle radio, appunto Radio Radicale, che ha fatto la storia della comunicazione in Italia.

 

Dalla musica al montaggio: le candidature dei docenti dei Corsi di laurea in Scienze della Comunicazione e in Scienze dello Spettacolo

A due pilastri dei corsi di laurea triennale in Scienze della comunicazione (indirizzo cinema e televisione) e del corso di laurea magistrale in Scienze dello spettacolo altre due nomination in settori nevralgici per il cinema: la musica ed il montaggio. Pasquale Scialò, docente di Storia della Musica al Suor Orsola da oltre 25 anni ed autore dell’apprezzatissima colonna sonora di Ariaferma, sfiderà, tra gli altri, il Maestro Nicola Piovani per la statuetta riservata ai compositori.

Carlotta Cristiani, docente di Storia del cinema al Suor Orsola e direttore del montaggio di Ariaferma, sfiderà tra gli altri un grande maestro del montaggio cinematografico come Cristiano Trovaglioli (È stata la mano di Dio). “Formare i professionisti del futuro nel mondo dello spettacolo, formarli al meglio, unendo una solida preparazione accademica all’esperienza delle ‘botteghe artigiane’ nelle quali gli studenti realizzano i propri progetti sotto la guida di maestri di incomparabile valore, è la sfida di LIVRe (Linguaggi, Interpretazione e Visioni del Reale). Ed avere in squadra con noi i protagonisti del David di quest’anno, dalla regia al montaggio, ci riempie di orgoglio e ci conferma di essere sulla strada giusta”.

Così Antonello Petrillo, presidente del Corso di laurea magistrale in Scienze dello spettacolo (LIVRe) del Suor Orsola celebra questi riconoscimenti annunciando per altro che, a testimonianza del lavoro di formazione continua con i grandi maestri del cinema italiano, giovedì 5 maggio alle 11 il LIVReLab “Ugo Gregoretti”, lo spazio laboratoriale interdisciplinare del Corso di laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e dei media, dedicato quest’anno al tema della “miseria del mondo”, ospiterà una lectio magistralis di Edoardo De Angelis, “narratore straordinario delle periferie urbane e delle vite degli ultimi” e regista, tra gli altri suoi film, di Indivisibili per il quale nel 2017 ha vinto proprio un David di Donatello come miglior sceneggiatura originale oltre ad aver ricevuto la candidatura come miglior regista.

Da ultimo grande testimonianza delle connessioni interdisciplinari che al Suor Orsola caratterizzano l’alta formazione nei settori di cinema, teatro e televisione è la candidatura ai David 2022 per la sceneggiatura originale di Qui rido io di Ippolita Di Majo, docente di Drammaturgia al Master del Suor Orsola in “Teatro  Pedagogia e Didattica. Metodi, tecniche e pratiche delle arti sceniche” diretto da Nadia Carlomagno.

 

Oscars 2022. ‘Drive my car’ di Hamaguchi, tra Cechov e Murakami

Tre ore che non affaticano ovvero affaticano a seconda del grado di feeling individuale col cinema di Ryusuke Hamaguchi, la nuova star del cinefirmamento giapponese. “Drive My Car” è il secondo exploit, in effetti, di un anno fortunato perché vincitore del Premio alla migliore sceneggiatura di Cannes 2021 a distanza di poche settimane dal Gran Premio della Giuria della Berlinale andato a “Il gioco del destino e della fantasia”: specialista delle operazioni a cuore aperto sui personaggi soprattutto femminili, il quarantatreenne regista laureato all’Università delle arti di Tokyo.

Yûsuke Kafuku, un attore e regista che ha da poco perso la moglie per un’emorragia cerebrale, accetta di trasferirsi a Hiroshima per gestire un laboratorio teatrale. Qui, insieme a una compagnia di attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua (giapponese, cinese, filippino, anche il linguaggio dei segni), lavora all’allestimento dello Zio Vanja di Cechov. Abituato a memorizzare il testo durante lunghi viaggi in auto, Kafuku è costretto a condividere l’abitacolo con una giovane autista: inizialmente riluttante, poco alla volta entra in relazione con la ragazza e, tra confessioni e rielaborazione dei traumi (nel suo passato c’è anche la morte della figlia), troverà un modo nuovo di considerare sé stesso, il proprio lavoro e il mondo che lo circonda.

il film mette in scena la progressiva “distruzione” di questi due ambienti e l’evoluzione del suo protagonista: dalla ricerca individuale e soggettiva, Kafuku impara ad accogliere e ad ascoltare gli altri, aprendo lo spazio inviolabile dell’automobile a un’altra persona e osservando la realtà che lo circonda con altri occhi.

In Drive My Car ci sono due tipi di silenzio: uno legato al linguaggio dei segni, e dunque in grado di comunicare, e un altro che segna il rapporto fra Kafuku e Misaki. Le loro conversazioni si fanno sempre più rade mano a mano che si conoscono e nel finale, durante il lungo viaggio verso nord, arrivano a capirsi quasi senza parlare. È il loro silenzio a indicare la profondità del loro legame e in qualche modo a farsi anch’esso una forma di comunicazione.

Cechov e lo Zio Vanja sono ovviamente fondamentali nel racconto di partenza, come ha ammesso lo stesso regista (Drive My Car – Film (2021) – MYmovies.it) .

Leggendo Murakami infatti si capisce come il personaggio di Vanja abbia una corrispondenza narrativa ed emotiva con Kafuku, il protagonista della storia. Entrambi devono cominciare una nuova vita dopo aver terminato quella precedente senza aver rivolto alla persona che amavano le domande che più contavano.

Nel film, poi, Cechov assume un’importanza ulteriore per il fatto che al cinema non è possibile raccontare in prima persona e dunque mi servivano le battute del suo testo per comunicare l’intimità dei personaggi. Molte di queste battute sono già nel racconto di Murakami e credo siano una delle prove della grandezza di Cechov, la sua capacità di far dire ai personaggi cose che illustrano l’essenza della vita e che nel quotidiano nessuno di noi ha la possibilità o la libertà di dire apertamente.

 

DRIVE MY CAR – DUNE

Oscars 2022. ‘Belfast’, l’omaggio di Kenneth Branagh alla sua città natale

Belfast, 1969. Buddy vive con la mamma e il fratello maggiore in un quartiere misto, abitato da protestanti e da cattolici. Sono vicini di casa, amici, compagni di scuola, ma c’è chi li vorrebbe nemici giurati e getta letteralmente benzina sul fuoco, aizzando il conflitto religioso, distruggendo le finestre delle case e la pace della comunità. La famiglia di Buddy, protestante, si tiene fuori dai troubles, non cede alle lusinghe dei violenti e attende con ansia il ritorno quindicinale del padre da Londra, dove lavora come carpentiere. Emigrare è una tentazione, ma come lasciare l’amata Belfast, i nonni coi loro preziosi consigli di vita e d’amore, la bionda Catherine del primo banco?

“Mi sento irlandese. Non penso che si possa togliere Belfast da un ragazzo”, così parlò Sir Kenneth Branagh a proposito della scelta di omaggiare la città natale con il film personale, un memoir in bianco e nero, che si è voluto regalare arrivato a sessantuno anni e diventato rispettato, osannato e invidiato nella ex nemica Inghilterra per i primati accumulati nel teatro scespiriano e i mega film d’intrattenimento.

“Belfast” opera lo stesso procedimento di auto-fiction di Sorrentino e non a caso i rispettivi film si ritrovano tra i nominati dei prossimi Oscar; se aggiungiamo, poi, che permane ancora l’eco del capolavoro autobiografico “Roma” di Cuaròn ed è annunciato in post produzione “The Fabelmans”, dedicato da Spielberg all’infanzia trascorsa con un amatissimo zio in Arizona, si capisce quanto il genere diaristico stia registrando presso i grandi autori un revival impetuoso.

A cominciare dalla scelta (parziale) del bianco e nero, il nuovo memoir rappresenta un ritorno semi-romanzato al periodo felice dell’infanzia trascorsa nel quartiere operaio Falls Road e protetta da genitori affettuosi e litigiosi e nonni spiritosi e saggi (i fantastici Dench e Hinds): Ken detto Buddy ovvero l’esordiente Hill interpreta, infatti, il novenne alter ego del regista che ama vedere “Star Trek” alla tv, leggere favole e fumetti, giocare a pallone con gli amici, fremere per la prima cotta e soprattutto andare al cinema.

Gli spezzoni di “Mezzogiorno di fuoco”, “L’uomo che uccise Liberty Valance” o “Citty Citty Bang Bang” diventano, così, il viatico consolatorio per potere affrontare la brutale irruzione della Storia che ad agosto del ‘69 devia il corso tranquillo della comunità con l’inizio del conflitto etnico-nazionalista noto come The Troubles (termine eufemisticamente traducibile come “I disordini”).

I sentimenti e i traumi filtrati dalla percezione di un bambino regalano sempre emozioni allo spettatore, tanto più se, come in questo caso, la firma e la confezione s’avvalgono del top di recitazioni, fotografia e musica. Proprio il sovraccarico di quest’ultima, però, determina la prima di non poche riserve: Morrison, la gloria cittadina, non poteva non collaborare (anche se lo fa con tutti i film ambientati in Irlanda del Nord), ma il troppo stroppia e sembra che il bottino di “Van the Man” costituito da otto brani classici, un inedito e qualche passaggio strumentale finisca col prevaricare lo stile e surrogare i fatti. Inoltre una diffusa leziosità con annesse overdosi di riprese via droni o al ralenti rivela, tra un sospiro nostalgico e l’altro, il didascalismo un po’ gramo che s’intrufola dovunque inficiando la genuinità dell’amarcord. Mentre “Roma” ed “È stata la mano di Dio”, insomma, sono stati scelti dagli Oscar, “Belfast” sembra programmato per farsi scegliere dagli Oscar con le sue didascalie.

Il troppo stroppia, come si dice.

 

Belfast

 

 

Exit mobile version