Premio Vincenzo Crocitti International VIII edizione con evento online Roma

L’Autore e Direttore Francesco Fiumarella e il Comitato Direttivo del Premio Vincenzo Crocitti International, rendono noto che, in dicembre 2020, pur nell’attuale contesto mondiale di estrema delicatezza e particolarità che ha portato anche in Italia, tra le altre cose alla chiusura di teatri, cinema e di molte attività connesse al mondo dell’eventistica e dello spettacolo, è stato consegnato telematicamente ad oltre 60 artisti tra esordienti, emergenti, in carriera (anche per la sezione estero) il prestigioso riconoscimento che porta il nome dell’attore Vincenzo Crocitti, noto anche come “IL VINCE” a conferma della continuità del Premio dedicato al caratterista ed attore Crocitti  per il quale nel 2020 si è celebrato il decennale della “nascita in Cielo”.

L’intento di perseguire l’obiettivo delle premiazioni anche in quest’anno così difficile, è stato principalmente quello di continuare a stimolare gli artisti e quanti dediti al mondo del cinema e della cultura per non abbattersi, per non rinunciare a credere nel loro lavoro, per continuare a sognare e come fanciulli credere che un mondo migliore si potrà sempre costruire. I Premi di questa edizione sono stati tutti fortemente voluti soprattutto dall’autore che insieme alla Direzione hanno meticolosamente visionato i curricula di migliaia di artisti e intellettuali nelle varie categorie compresi i candidati del bando flash che ha preceduto le assegnazioni in modalità virtuale.

Un lavoro non facile visto la finalità del Premio, ovvero scegliere chi meritocraticamente poteva esserne il destinatario. E i meritevoli, a ben “scovare” sono come sempre tantissimi; una scoperta continua di persone che studiano, amano l’arte e la cultura, il cinema e la musica, lo sport, il canto, la danza, amano scrivere e creare… Un mondo di lavoratori, veri, si proprio così, veri…  chi alle prime armi, chi già avviato, chi professionalmente realizzato da parecchi lustri; decine, centinaia di lavoratori che spesso non sono valorizzati come si dovrebbe; che lottano giorno per giorno per “sfondare quella porta” ed avere un po’ di spazio, di visibilità e riconoscimento che giustamente meritano ma che tarda ad arrivare o per molti a volte chissà se arriverà. Ed è proprio per tale motivo che in questa edizione così speciale si è intenzionalmente voluto premiarne un gran numero, oltre la usuale programmazione annuale, triplicando le assegnazioni. Tutto per regalare un momento di gioia, strappare un sorriso, un senso di soddisfazione a quanti lo hanno ricevuto. E così è stato.

I ringraziamenti pervenuti con i video-selfie dei singoli premiati parlano da soli; la commozione, la gratitudine e l’entusiasmo, la piacevole sorpresa e la gioia fanno da filo conduttore fra tutti i premiati.

Come non facile e del tutto innovativa è stata la modalità organizzativa delle premiazioni scelta per questa edizione, ovvero quella virtuale, a tutela di tutti e nel rispetto delle norme nazionali vigenti in queste settimane, quindi un’edizione particolare del tutto diversa dalle edizioni precedenti in presenza, svolte in Italia ed anche in Sudamerica, con l’auspicio di poterle riprendere appena la situazione nazionale lo consentirà. In tale prossima occasione tutti i destinatari del riconoscimento 2020 saranno invitati a presenziare all’evento usuale.

Prossimamente sarà divulgata on line la presente Edizione “virtuale” nelle modalità di trasmissioni possibili in via telematica e attraverso la rete ed i canali ufficiali del Premio Vincenzo Crocitti International.

Il Comitato Direttivo sta già lavorando nel merito; nel contempo ringraziando quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa VIII edizione, premiati, simpatizzanti, partner storici (Miss Straniera d’Italia), tecnici e anche gli sponsor ufficiali delle passate edizioni fra i principali: Ipertriscount, 2001 Rainbow s.r.l., Rinomata Pasticceria F.lli Silvestrini, MTM car service s.r.l., Nashville), le Location,(in particolare il Green Park Pamphili di Roma), tutti i componenti della Direzione Premio e l’autore danno appuntamento al prossimo evento sulle note della pucciniana “All’alba vincerò” magistralmente eseguita dal tenore Patrick Salati che ha voluto così contribuire da Modena a questo particolare evento virtuale con un suo video canoro ben augurale.

 

Premiazioni 2020

L’attore e regista Al Fenderico vince il premio internazionale Vincenzo Crocitti

“E un riconoscimento particolarmente importante per me perché viene dall’Italia, il mio Paese di origine, da dove sono partito per inseguire la mia passione artistica e crescere in ambito internazionale. Ringrazio per questo tutti i Componenti del Premio e il suo direttore, Francesco Fiumarella.” Al Fenderico, commenta così l’assegnazione a Roma del Premio Internazionale Vincenzo Crocitti quale attore, regista e sceneggiatore emergente. Il premio fu istituito in onore dell’attore Vincenzo Crocitti, ricordato, tra l’altro, per il film “Un borghese piccolo piccolo” (1977), dove ricopriva il ruolo del figlio del personaggio interpretato da Alberto Sordi.

Per quel film, a Crocitti vennero assegnati un Premio speciale al David di Donatello e un Nastro D’Argento. In passato, ad aggiudicarsi il Premio sono stati attori e registi italiani affermati come Alessandro Borghi (2015), Vincent Riotta (2017), Marcello Fonte (2018), Francesco Montanari (2018), Volfango De Biasi (2018) ed altri, ma come anche altri protagonisti emergenti nel panorama cinematografico internazionale.

Al Fenderico, nato a Napoli nel 1992, bilingue italiano ed inglese, attore, regista, sceneggiatore e produttore creativo, deve la sua formazione alle numerose esperienze conseguite in Italia, Canada (anche con Maestri di Hollywood), e Regno Unito dove ultimamente sta conseguendo la laurea in regia e sceneggiatura presso il Royal Central School of Speech and Drama di Londra, riconosciuta molto per aver forgiato moltissimi artisti che ricoprono ruoli importanti nell’industria cinematografica e teatrale internazionale.

Il suo percorso artistico si snoda tra Canada, USA, Regno Unito e Italia. Significativo anche il suo impegno in teatro e in una serie di cortometraggi girati a Napoli e Londra, protagonisti di Festival internazionali e di molti riconoscimenti. Tra questi, nel 2017 ha recitato e prodotto uno spot pubblicitario a Napoli sulla sicurezza stradale: “Guida Responsabilmente”, premiato come Miglior Spot, al settimo evento de “La Madonna v’accumpagna, chi guida sei tu”.

Il suo cortometraggio “Hey Tu”, in cui ha lavorato come sceneggiatore, regista, produttore e attore co-protagonista, arrivato alla selezione ufficiale è poi risultato finalista di molti Festival e per la sceneggiatura ha ottenuto la Menzione d’Onore quale Miglior film d’ispirazione al Top Shorts Online Film Festival nel 2018 a Los Angeles. Questo suo lavoro è stato poi lanciato con successo su Amazon Prime Video USA, Regno Unito e Germania . Un altro cortometraggio in lingua inglese, dal titolo “Alfabeto Italiano”, in cui interpreta il ruolo del protagonista, è sulla nuova piattaforma di streaming Reveel Movies.

Al Fenderico è ora impegnato nello sviluppo del suo film drammatico “Belong” scritto insieme al suo collega Carlo Finale e lavora alla scrittura di una sua nuova serie televisiva. Un talento da seguire.

 

Maurizio Bianucci: “Il cinema è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità’

Maurizio Bianucci, romano, classe 1969, è un attore e cantante il cui nome a molti non dirà nulla, ma la sua passione per il teatro e per il cinema, genuina e supportata da una cultura della materia non indifferente, dalla curiosità, e dall’umiltà. Lo si capisce dal modo in cui Bianucci parla e considera il pubblico, dal rispetto che ha per i grandi maestri del passato e anche del presente, e in virtù della tanta gavetta fatta senza scendere a compromessi con la sua idea di Arte senza però esonerare il pubblico, lo spettatore, spesso indolente, dal suo importante ruolo in questo settore, ora in sofferenza più che mai data l’emergenza Covid.

Bianucci ha iniziato la sua formazione presso la Scuola Internazionale di Teatro “Circo a Vapore” di Roma diretta da E. G. Lavalleè e la Scuola di recitazione “La Ribalte” di Enzo Garinei per poi seguire un Seminario sul Metodo Strasberg con Dominic De Fazio (Actor Studio). Ha proseguito con gli Studi di Commedia dell’arte con Contin e Merisi, quelli di Canto con M° Caio Bascerano e Patrizia Troiani  fino agli Studi di teatro al DAMS di ROMA TRE. Ha insegnato recitazione presso gli Ist. Sup. Statali Q. Sella e G. Romano e nei corsi di teatro integrato per poi approdare agli spot pubblicitari e a ruoli in film e serie TV di successo quali “L’Aquila – Grandi Speranze” RAI 1 – Idea Cinema – regia Marco Risi,  “La Compagnia del Cigno” RAI 1, “Aldo Moro – Il Professore“ RAI 1 – Aurora TV – regia F. Miccichè, “Suburra – la serie” Netflix/RAI 2 – Cattleya 2017 (stag. 1)– regia Placido-Molaioli- Capotondi. Per il cinema ha preso parte al film “Fuorigioco” con Toni Garrani per la regia Benso – RioFilm 2015 selezionato per il David di Donatello 2016, “Il ritorno di Grosjean” corto – 2014 regia F. Longo – RioFilm
selezionato anch0esso per il David di Donatello 2015; è in uscita al cinema con “L’amore a Domicilio” con Miriam Leone per la regia Corapi – Prod. WorldVideoProduction.

Molto ricca la sua attività in teatro per il quale segnaliamo: “Ti hanno portato via all’alba” regia F. Giuffrè 2010 “Emigranti” regia C. Benso 2008/2009 “Memorie” regia F. Giuffrè con Jinny Steffan – tratto da Lo Zoo di Vetro – 2006 “Storia di Beatrice” regia R. Petrone – 2003 “Attore… per quel po’ che si guadagna” Varietà di e con M. Bianucci – 2003 “La Scoperta de l’America”, musiche di M. Bianucci – regia P. Bonini – 2001.

Da buon estimatore di Chaplin, Bianucci, vincitore del Premio Crocitti riservato ad attori sconosciuti ma di talento, non può non essere poeticamente nostalgico del cinema che fu, per il quale “è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità,” che tuttavia, anche oggi gli offre molti stimoli per continuare a lavorare con questa grande passione, puntando sulla qualità, sullo studio, e sulle ispirazioni del passato e perché no anche dagli spot pubblicitari che entrano prepotentemente nelle nostre case cui Bianucci ha preso parte con eleganza e rispetto, come ad esempio a quelli della Bauli, Vodafone, Mediolanum, lavorando sempre con professionisti.

 

1 Cinema, teatro, spot pubblicitari, musica, in quale ambito si sente più a suo agio?
Ho lavorato in tutti questi settori, ma il teatro e la musica mi mettono più a mio agio degli altri, suppongo perché ho iniziato da bambino. Avevo 12 anni, ero in una filodrammatica di ragazzini e portavamo in scena i testi di Shakespeare, Cecov, Cervantes e il livello di formazione era davvero alto. Sono stato educato con queste discipline artistiche che hanno si accresciuto il mio talento, ma soprattutto mi hanno formato come persona. Sul palco mi sono sempre sentito a mio agio, come a casa mia, il pubblico è il mio ospite a cui non si fa mancare nulla.
Mi diverto molto anche con le pubblicità, ne ho girate tante, mi hanno permesso di lavorare con grandi professionisti del settore, sono set dove si respira una grande professionalità.
Il cinema infine è per me una seduzione, mi affascina, è un punto di arrivo, seppur mi mette ansia e questo non so come spiegarlo. Nonostante la mia prima esperienza sul set risalga al 1991, ho sempre con me un po’ di ansia quando devo girare, non mi è mai passata. Ovviamente tutte le paure spariscono al primo ciak, ma prima e dopo il ciak per me sono momenti difficili e qualche notte insonne.
Per concludere, posso dirti che considero il teatro mia madre e il cinema la mia amante. Così credo sia chiaro il mio rapporto con loro.

2 Prova nostalgia per il cinema italiano degli anni d’oro?
Io sono nostalgico per indole, anche se crescendo sto abbandonando questa debolezza. I film del passato, italiani o stranieri, mi sembrano sempre più belli degli attuali. Inoltre se per cinema degli anni d’oro intendi quello strettamente legato al boom economico italiano, dal dopoguerra in poi, direi proprio di si.
Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Risi, Lattuada, Germi, Antonioni e altri, più o meno blasonati, sono la spina dorsale del nostro cinema, che con i loro film hanno offerto grandi spunti di riflessione sulla nostra società, alle volte nascosti anche in una risata. Sono artisti che dal Neorealismo, con la volontà di staccarsi dal genere dei “telefoni bianchi”, hanno accompagnato la cinematografia italiana a livelli altissimi e hanno preparato la strada per quei giovani registi che si stavano affacciando proprio in quegli anni. Ad esempio Bertolucci o Bellocchio che porteranno a loro volta un nuovo cambiamento, uno stile più coerente a loro stessi e una nuova era lucente del nostro cinema.
E’ difficile quindi contrassegnare gli anni d’oro in un solo momento specifico. Quando c’è fermento, il seme gettato a terra dà di certo frutti, che a loro volta ne daranno altri. Pensa che solo nel 1960 nelle sale c’erano film come Rocco e i suoi fratelli, La dolce vita, La Ciociara, L’avventura, ma anche il Mattatore e Signori si nasce. Un anno dopo è il turno di Accattone di Pasolini e poco dopo Bertolucci con Prima della rivoluzione.
Come non essere nostalgico allora? La fatidica frase “ma che fanno al cinema oggi?” in quel periodo trovava facilmente una risposta e ampia scelta.

3 Cosa pensa del cinema italiano di oggi?
Devo necessariamente collegarmi alla risposta precedente. Gli stimoli che hanno dato vita ai grandi periodi storici del nostro cinema, venivano da una fame culturale, da un enorme curiosità, dalla capacità di osservare da vicino la realtà e dalla incessante voglia di cambiamento. In questo ultimo ventennio ne vedo pochi di questi esempi. Non posso non citare Garrone, Sorrentino o Virzì tra quelli che mi piacciono molto e hanno queste caratteristiche, oppure Ivano De Matteo con la sua grande capacità scarna di osservare e filtrare la realtà. Vedo però nuove leve farsi strada e questo mi fa ben sperare. Inoltre quando si parla di cinema si parla di tutto un sistema produttivo enorme, pesantissimo, aggrovigliato tra burocrazia e arte, che non facilita di certo la realizzazione di un film. Credo che il sistema produttivo debba alleggerirsi, debba in futuro essere più dinamico e svincolarsi in parte dalle logiche in cui si è bloccato, lasciando più libertà all’artista. Ecco, manca un po’ di coraggio, siamo stretti in meccanismi viziati e astringenti, che alla fine non fanno che ridursi nel produrre film molto simili tra loro.

4 Chi sono i suoi punti di riferimento culturali?
Tanti, del resto i riferimenti culturali di ognuno sono mutevoli, cambiano nel tempo secondo il nostro livello e la nostra età. Alcuni però non li perdi mai, non li dimentichi. I miei primi riferimenti giovanili sono legati alla cultura di Roma e allo spettacolo popolare in genere, passando per la Commedia dell’Arte fino al Musical. Sono un cultore di Petrolini, dei poeti romaneschi, del Varietà Italiano, a cui tra l’altro ho dedicato più di uno spettacolo. Parallelamente però, mentre leggevo Maupassant e mi incuriosivo di Caravaggio e Matisse, avevo già portato in scena, con la compagnia di filodrammatica, i testi di Shakespeare e approcciavo alla letteratura Russa, partendo da Cecov per arrivare a Gogol e finire con lo scoprire Stanislavskij. Alla fine, neanche a farlo apposta, dopo i Russi sono arrivati gli Americani con Strasberg. Per gli attori Strasberg e Stanislavskij sono un punto di riferimento per la tecnica moderna di recitazione, ma anche un modo con cui riempirsi la bocca al solo suono di “Metodo Stanislvskji – Starsberg”. Allora, la mia passione per la Commedia dell’Arte è rigurgitata fortemente, intesa non solo come tecnica, ma come conoscenza di quell’affascinante mondo della vita delle compagnie di giro dal 1500 in poi. Ho riferimenti confusi come vedi, ma credo sia naturale, un artista ha bisogno di tutto, deve nutrirsi e digerire ogni cosa.

5 Cosa significa per lei aver vinto il Premio Crocitti?
Che bel momento mi fai ricordare! Quel premio è stato uno stimolo a non fermarsi, chiudeva un periodo fruttuoso per me – avendo da poco lavorato per Netflix in Suburra la prima serie e per la Rai ne La Compagnia del Cigno, L’Aquila grandi speranza e altre fiction – e ne apriva un altro. Infatti poco dopo è uscito nelle sale il film L’amore a Domicilio con Simone Liberati e Miriam Leone, per la regia di Corapi. Vincenzo Crocitti, che vinse il David Di Donatello e i Nastri D’Argento per la sua interpretazione ne Un Borghese piccolo piccolo, ha una lunghissima carriera cinematografica televisiva e teatrale alle spalle e chi lo ha conosciuto personalmente ne parla come una persona di grande umiltà. Il senso del premio Crocitti è proprio questo, premiare anche gli attori poco conosciuti ma che si sono distinti, a giudizio del Comitato e del Direttore Artistico Francesco Fiumarella, per umiltà talento e lunga gavetta. Li ringrazio ancora per aver riconosciuto in me queste caratteristiche. Ho ricevuto il premio il 7 dicembre 2019 insieme ad altri bravi artisti e sono stati assegnati 2 premi alla carriera, a Paolo Bonacelli e Francesco Nuti.

6 Cosa rende secondo lei un film un capolavoro?
Non credo si possa dare una definizione assoluta. Posso dirti che per me il capolavoro è qualcosa che spiazza le tue sicurezze, che ti parla dentro, che ti scava, trova un posto nella tua anima e non va più via. Non basta che un’opera d’arte sia tecnicamente perfetta se non ti parla dentro, per essere un capolavoro deve averti sconvolto. Per farti un esempio, personalmente il mio capolavoro cinematografico è Ultimo tango a Parigi. Mi distrugge ogni volta che lo rivedo e penso che non ci sia nulla di simile in tutta la cinematografia.

7 Chi sono stati i suoi “maestri” e cosa le hanno insegnato maggiormente?
I “maestri” sono stati tanti, ma sono quelli che purtroppo non ho potuto incontrare. Charlie Chaplin, Petrolini e Walter Chiari mi hanno insegnato tanto. Mi soffermo solo su Chaplin di cui ho divorato l’intera sua cinematografia; per un anno di seguito, tutti i giorni, non facevo altro che guardare i suoi film e leggere libri su di lui, sperando di poter rubare un pizzico della sua tecnica, ma soprattutto della sua anima. Da lui ho appreso la potenza di un gesto, non vuoto, un gesto pieno di verità, non un gesto qualunque. Chaplin mi ha insegnato che un solo gesto, se correttamente motivato, racconta tutta un’azione e può raccontare anche un intero personaggio. Poi ho avuto tanti bravi insegnanti, già dalla mia infanzia fino alle scuole di teatro che ho frequentato col passare degli anni. Sono stato fortunato, ho incontrato persone che ne sapevano di pedagogia e che amavano insegnare. Porto con me tutto quello che mi hanno dato e che ho potuto donare a mia volta, quando ho insegnato recitazione nelle scuole superiori e nei laboratori di teatro integrato.

Suburra, la serie

8 “Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce”, diceva Cocteau, la pensa anche lei allo stesso modo?
Se lo diceva Cocteau non posso che trovarmi d’accordo. Non ho la capacità di formulare una immagine così poetica, ma ti racconto questa cosa. Molti anni fa ero alla Libreria del Cinema di Roma, un luogo meraviglioso oramai chiuso, in cui ho passato anni a leggere libri, vedere film, conoscere artisti e bere vino. Quel giorno stavano girando un piccolo documentario ad uso interno della libreria, mi ci trovai in mezzo e mi chiesero di rispondere a questa domanda: ”Che cosa è il cinema?”. Io d’impatto risposi “…è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità”. A farmi la domanda era il regista Antonello Grimaldi che, dopo aver sentito la mia risposta e aver dato lo stop alla macchina da presa, mi fissò qualche lungo istante. Ecco, ora che ci penso di nuovo, forse il cinema è li, tra la mia risposta e il lungo silenzio del regista.

9 Quali lavori le hanno procurato maggior emozione e allo stesso tempo grande agio nella parte che doveva interpretare?
In teatro ho sempre lavorato in spettacoli molto ben fatti, ma nel cuore ho Emigranti di Slamovir Mrozek, uno spettacolo con un grande successo di critica e pubblico, regia di Carlo Benso. Due uomini, di diversa estrazione e pensiero, vivono da emigrati in uno scantinato lontano dalle famiglie. L’inevitabile scontro fra le due personalità sfocerà in liti, scherzi crudeli, confessioni, sogni e delusioni di entrambi. E’ la notte di Capodanno e sono soli con le loro frustrazioni, a fargli compagnia solo i rumori fuori della festa e gli scarichi dei tubi. E’ stato duro affrontare il mio personaggio, un intellettuale che è scappato dalla propria terra per poter scrivere la sua grande opera letteraria che mai completerà, è stata una sfida con me stesso oltre che una prova d’attore non da poco. Dopo i primi mesi di prove e un continuo scontrarmi con il mio personaggio ho cominciato ad intravedere che in me c’era molto di lui, allora mi sono lasciato andare ed il resto è venuto da se.

1o C’è polemica intorno al film di Vanzina, Lockdown all’italiana. Cosa ne pensa di tale polemica e come sta vivendo lei e il mondo dello spettacolo e della cultura questo difficile momento?
Non sono uno spettatore di Vanzina, ho visto solo pochi minuti della sua intera cinematografia, quindi glisso su eventuali giudizi sulle sue opere o su polemiche intorno al suo film. Il mondo dello spettacolo, da sempre in sofferenza, ora più che mai avrebbe bisogno di essere ripensato sia dai politici che dagli addetti ai lavori. Non dovrebbe essere lasciato così in agonia perché, quando questo momento difficile per tutti sarà finito, ho timore che quello che si sarà spento durante, avrà bisogno di anni per riaccendersi. Non mi fermerei a ragionare sulla situazione attuale, che oggettivamente non permette di lavorare con la serenità di prima, ma bisogna fin da ora progettare il dopo, affinché il settore della cultura non sia sempre un fanalino di coda nella nostra economia. Ci vuole un’apertura mentale maggiore da parte di tutti, anche dello spettatore, e molta lungimiranza per una rinascita più ampia del cinema, del teatro e di tutto il mondo della cultura. In questo senso ci vengono incontro le nuove realtà distributive come Netflix o Amazon, dove si trovano film o serial molto interessanti, coraggiosi, dove puoi vedere opere che non hanno trovato spazio con la distribuzione classica. Intendiamoci, un film è meraviglioso visto nella sala cinematografica, ma le cose sono cambiate e anche le sale, che non devono chiudere, devono trovare un nuovo modo per riprendersi l’attenzione del pubblico.

Sul set del film “L’amore a domicilio”

11 Progetti in cantiere?
Certo, anche se è preferibile non parlare di cose che non esistono ancora, ho alcuni progetti e si tornerà nella mischia appena questo momento sarà finito e saremo tutti più sereni. Uno posso svelartelo; un progetto in particolare è quello di portare in scena l’opera teatrale “Gocce d’acqua su pietre roventi” di Fassbinder, da lui mai realizzata. E’ un testo molto duro, messo in scena raramente, ed è diventato un bellissimo film nelle mani di Ozon. Ho una mia visione particolare del testo ma ho bisogno di sostegno, di un produttore e un teatro che accolga uno spettacolo così.

Venezia 2020: vince prevedibilmente ‘Nomadland’ di Chloé Zhao, tra i film italiani si salva ‘Notturno’ di Rosi

Come da previsione, “Nomadland”, film pieno di cose giuste, come tanto va di moda adesso vince come miglior film Venezia 2020. Una regista donna, Chloé Zhao, nata a Pechino con studi di cinema a New York. Un’attrice con il carisma di Frances McDormand. Gli americani che vivono nei camper, parcheggiandoli al ritmo dei lavori stagionali: perché sono poveri, e perché – suggerisce il film – sono gli eredi dei pionieri con i carri. Un Leone d’oro impeccabile, dal punto di vista della politica festivaliera.

I film in gara per il Leone d’oro hanno messo a dura prova. L’indiano Chaitanya Tamhane, il nome del regista si dimentica all’istante, butta addosso allo spettatore due ore di musica classica. Indiana naturalmente, come il sitar per accompagnamento. Un giovanotto si esercita moltissimo, ma non riesce a sfondare, non vince nessun concorso di canto, quindi odia e disprezza chi molla la tradizione e va su YouTube per fare un po’ di soldi mentre lui è poverissimo. Di fissati è pieno il mondo, non abbiamo l’esclusiva. Per fortuna ci sono i film Fuori concorso. “La voce umana” di Pedro Almodovar con Tilda Swinton. Almodovar ha avuto i suoi momenti bui. Ma quel che tocca diventa cinema, sempre. Fuori concorso anche dubbio “The Duke” di Roger Mitchell. Il Duca di Wellington, s’intende. Ritratto da Goya in un dipinto comprato per 140.000 dalla National Gallery che incuriosisce un pensionato inglese. Non lo vuole per sé, ma per pagare il canone della BBC ad altri pensionati. Helen Mirren è sua moglie occhialuta e ingolfata in abiti grigi e marroncini da casalinga. Casalinga anni 60, Il film è ben scritto a partire da una storia vera, ben recitato, divertente. Niente di meglio per fare pace con il cinema.

Venezia 2020: i film italiani in concorso

E i film italiani in concorso a Venezia 2020? Belli. Bellissimi. Imperdibili. Fanno tenerezza le autopromozioni che stanno scortando la presentazione nelle sezioni principali e collaterali del festival di Venezia 2020, pilotato con abilità, competenza e un pizzico di spregiudicatezza dal duo Ciccutto-Barbera dei titoli battenti bandiera tricolore.

A dirla chiaramente vi hanno trovato accoglienza, tra le mille difficoltà dell’edizione strappata con le unghie e con i denti (e i 120 milioni del Fondo Unico dello Spettacolo erogati dal ministro gattopardo Franceschini) agli incubi del Covid, tutti quelli disponibili all’inizio di una stagione che avremmo pudore a definire “pubblica”. Se andremo o meno ancora al cinema nelle sale delle nostre città è, infatti, un quiz per ora irrisolvibile, ma Venezia 2020 ce l’ha messa sicuramente tutta per dare visibilità e favorire la promozione della produzione nostrana: strategia sicuramente sensata se non obbligata e pazienza se, specialmente per quanto riguarda la corsa al Leone, non è che i ditirambi mediatici ci abbiano regalato certezze indiscutibili.

Prendiamo “Miss Marx” della quarantacinquenne Susanna Nicchiarelli, un film non banale nelle motivazioni e sceneggiato con un’accuratezza inusuale a Cinecittà e dintorni: ricollegandosi al filone delle vite dei personaggi vissuti all’ombra dei vip, la regista romana vi mette in scena in costumi ottocenteschi, in inglese e senza attori di spicco la sconosciuta al grande pubblico Eleanor Marx, sestogenita del filosofo di Treviri, che fu vicina agli ideali paterni con ardente attivismo e scelte di lotta rivolti alla tutela dei diritti delle donne e l’abolizione dello sfruttamento del lavoro minorile.

La contraddizione che sta alla base della rievocazione, ovvero il suo aspetto, più stimolante sta nella figura del suo, purtroppo veritiero, compagno di vita e d’ideologia, un tale Aveling sedicente darwinista, ateo arrabbiato, dedito soprattutto alle scappatelle coniugali, in definitiva una sinistra figura di socialcomunista ipocrita ed egocentrico: la povera ragazza interpretata da Romola Garai, anche per questo destinata a una fine tragica, sperimenta, insomma, sulla propria pelle lo spegnersi di un’illusione e la precarietà degli stili di vita militanti. Tutto molto, troppo diligente, con tanti quadri fissi e il messaggio proto-femminista e anti-maschilista sempre a bagnomaria nel ritmo, col risultato di fare apparire le scenografie e le musiche “a contrasto” temporale un po’ dimesse, sommesse e lontane dalla pungente brillantezza dei modelli d’ispirazione che svariano dalle atmosfere punk al delizioso “Maria Antonietta” di Sofia Coppola.

Anche “Padrenostro” di Claudio Noce riguarda la Storia o più precisamente la cronaca italiana: infatti il film autobiografico più o meno sottotraccia, ci riporta ai pessimi anni Settanta ricostruendo nel prologo l’agguato a Roma di un gruppo armato rosso a un magistrato dal punto di vista del figlio decenne. Il trauma (anche se l’obiettivo dei criminali si salva) costringerà il piccolo protagonista a rifugiarsi in un mondo immaginario che, ovviamente, stride non poco con la ruvidezza degli adulti e coetanei in carne e ossa: fino a quando un angelico fanciullo sbucato dal nulla non arriverà a riaddestrarlo alla vita vera.

La nobiltà degli intenti è fuori discussione, ma la composizione è piatta, un po’ da fiction della domenica in tv, la musica dilata senza averne bisogno i toni già di per sé iper-drammatici e persino Favino esibisce con inusuale malagrazia le progressive truccature d’epoca.

Come previsto non ha invece deluso “Notturno”, il nuovo film di Gianfranco Rosi, il regista dei premiatissimi “Sacro GRA” e “Fuocoammare”: una sorta di oratorio per immagini rare e preziose intonato dalla cinepresa lungo i confini del Kurdistan, Siria, Iraq e Libano in cui non si cercano lo scoop delle carneficine, bensì il sapore, l’odore, il rumore di un non-luogo dove le persone tentano di ricucire le proprie esistenze perennemente in bilico.

L’apocalisse mediorientale vi si manifesta, così, nei racconti, gli sguardi e i comportamenti dei bambini passati nell’incubo dei tagliagole islamici dell’Isis, le madri yazide annichilite dal ricordo dei figli torturati e uccisi, dai bracconieri che insidiano le anitre all’ombra dei pozzi di petrolio, delle guerriere peshmerga che non rinunciano alla cura personale e a qualche vezzo femminile nonostante indossino le tute mimetiche e imbraccino i Kalashnikov.

Il mix tipico di Rosi tra osservazione acuminata e artificio creativo non assomiglia a nessun tipo di documentarismo e ribadisce quanto lo stile sui generis di quest’approccio “in trance” sia più importante del giornalismo corrente o il didascalismo sociologico. Chiude il quartetto in tutti i sensi “Le sorelle Macaluso” dell’autorevole regista teatrale Emma Dante, un film per noi pressoché ingiudicabile in quanto tutto interno a una logica artistica pretenziosa, impettita e volutamente incontestabile, accanitamente autoreferenziale. Le cinque sorelle palermitane del titolo -che seguiremo nell’intero percorso di vita da bambine orfane a vegliarde- esprimono, infatti, ai nostri occhi forse non all’altezza di siffatto, perentorio lirismo (che si vorrebbe, invece, carnale e terragno), soltanto un seguito di episodietti, bisticci, salti temporali, appetiti di ogni tipo, flashback saffici, inserti musicali alla chi più ne ha più ne metta. Per chi ne ha voglia seguono metafore.

 

Venezia 2020: tutti i premi

 

LEONE D’ORO per il miglior film a: NOMADLAND di Chloé Zhao (USA)
LEONE D’ARGENTO – Gran Premio della Giuria a: NUEVO ORDEN (NEW ORDER) di Michel Franco (Messico, Francia)
LEONE D’ARGENTO Premio per la migliore regia a: Kiyoshi Kurosawa per il film SPY NO TSUMA (WIFE OF A SPY) (Giappone)
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a: DOROGIE TOVARISCHI! (DEAR COMRADES!) di Andrei Konchalovsky (Russia)
PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Chaitanya Tamhane per il film THE DISCIPLE (India)
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Vanessa Kirby nel film PIECES OF A WOMAN di Kornél Mundruczó (Canada, Ungheria)
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a: Pierfrancesco Favino (nella foto) nel film PADRENOSTRO di Claudio Noce (Italia)
PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore emergente a: Rouhollah Zamani nel film KHORSHID (SUN CHILDREN) di Majid Majidi (Iran)
LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” assegnato dalla giuria presieduta da Claudio Giovannesi e composta da Rémi Bonhomme e Dora Bouchoucha a: LISTEN di Ana Rocha de Sousa (Regno Unito, Portogallo)

 

Fonti: https://www.ilfoglio.it/cinema/2020/09/05/video/i-film-in-gara-a-venezia-77-mettono-a-dura-prova-lo-spettatore-332944/

I film italiani a Venezia 2020

‘Tenet’: il grandioso spy-thriller di Nolan che sfida Netflix e il pubblico con un budget stellare

Se Inception vi sembrava tortuoso, allora Tenet sarà un vero rompicapo. Con la consueta maestria Nolan ci conduce per centocinquanta minuti di pura adrenalina sapientemente alternata a momenti di quiete apparente, nei meandri di una trama di spionaggio complessa e frammentata.

Due ore e mezza che filano via veloci, senza intoppi, a patto che non abbiate la sfortuna di trovarvi in una di quelle sale dove si accendono le luci per l’intervallo, obbligandovi a uscire dall’immersione cinematografica e a ricordarvi del distanziamento sociale; perché la grande abilità del talentuoso regista londinese coincide con il più vecchio trucco del Cinema: far immedesimare lo spettatore, facendogli letteralmente dimenticare d’essere seduto sul seggiolino.

E Nolan è – insieme a Tarantino e Eastwood – il regista hollywoodiano più conservatore: esclusivamente pellicola da 70mm “girata” alla vecchia maniera, senza troppi effetti speciali da post-produzione, per dei film che riescono a trasudare realtà anche quando leggiamo sul muro “Occupy Gotham City”. È l’unico regista – non a caso europeo – che sembra abbia lo scopo di ridare lustro, se non proprio riscrivere, la mitopoiesi del grande Cinema americano con un taglio d’autore, partendo da cervellotici soggetti propri e mantenendo il controllo assoluto su ogni aspetto della produzione.

Tenet è fondamentalmente una summa delle grandi tematiche ricorrenti nella sua cinematografia: storia d’azione e di spionaggio, ma anche indagine e contemporaneamente pellicola di fantascienza. Un film così semplicemente complesso da essere, a tratti, sovrabbondante, quando dallo schermo fuoriesce una mole d’informazioni impossibili da decifrare, come suggerisce lo stesso enigmatico palindromo “tenet” – irrisolto mistero medioevale del cosiddetto quadrato di Sator -, che qui diventa il codice di riconoscimento di un’oscura organizzazione che deve sventare la futura Terza Guerra Mondiale.

La concezione del tempo, seconda grande ossessione del Cinema nolaniano, è il fulcro della sceneggiatura; dove il tempo fasullo di Memento, quello sospeso di Inception e quello relativo di Interstellar, si fondono per diventare addirittura tempo reversibile; come il film stesso che procede eppure si svolge anche all’indietro, ma senza flashback né struttura circolare.

La fine coincide con l’inizio ma è un altro autentico inizio, lontanissimo da quello che capitava a Leonard Shelby e ai suoi difetti di memoria; eppure è anche conclusiva. Questa volta non ci sono margini di errore, regna l’estrema lucidità. L’incipit è veloce, violento e grezzo, paragonabile solo all’apparizione di Bane nell’ultimo capitolo della trilogia di Batman e ci scaraventa immediatamente nell’inferno di un teatro preso d’assalto da spietati terroristi.

Ci troviamo in Ucraina ma la mente e la dinamica riportano subito la mente al teatro Drubovka di Mosca, tra terroristi, forze speciali e il gas che rende gli spettatori incoscienti della cruenta battaglia che infuria intorno. Una platea addormentata e anestetizzata come noi spettatori inconsapevoli della guerra imminente, seduti dentro una sala mezza vuota con le mascherine a coprirci il volto, come anche i protagonisti a un certo punto saranno costretti a indossare per sopravvivere. L’ennesimo cortocircuito. È il futuro stesso a farci guerra con fantascientifiche manovre a tenaglia, con algoritmi “fine di mondo” e paradossi temporali ma, in realtà, è lo stesso Nolan a essere sceso in guerra.

La sfida del regista inglese per attirare il pubblico nei cinema grazie a un film dal budget colossale – 205 milioni di dollari – parte già azzoppata dal Covid. Il film è uscito (per ora) solamente nelle sale europee a capienza ridotta e ha subito la minaccia di boicottaggio da parte cinese se non si fosse accorciata la durata di mezz’ora per recenti disposizioni sanitarie. Anche solo per questo, allora, varrebbe la pena di andare a vederlo integralmente, senza pause e senza paura.

 

Alvise Pozzi

 

Nastri d’argento 2020: tra prevedibilità e premi meritati, è risibile che ‘Picciridda’ di Licata non porti a casa nessun premio

Assegnati nel giorno del lutto per Ennio Morricone, i Nastri d’argento 2020 hanno premiato Favolacce dei fratelli d’Innocenzo, film nero sulla vita nelle periferie, e già premiato allo scorso Festival di Berlino, a Matteo Garrone premio per la miglior regia di Pinocchio.

Il nastro come miglior attore non protagonista a Roberto Benigni per il suo Geppetto, oltre a quello per la scenografia (Dimitri Capuani), il montaggio (Marco Spoletini), il sonoro (Maricetta Lombardo) e i costumi di Massimo Cantini Parrini — ma è il secondo film di Damiano e Fabio D’Innocenzo, già premiato alla Berlinale per la sceneggiatura.

Cinque i nastri ottenuti: oltre al miglior film, anche per la sceneggiatura, degli stessi D’Innocenzo, per il produttore (Pepito con Rai Cinema, premiati anche per Hammamet), la fotografia (Paolo Carnera), e il bis per i costumi di Cantini Parrini. Doppietta per Pierfrancesco Favino che dopo Il Traditore nel 2109 vince come miglior attore protagonista per Hammamet.

Tra le attrici prevale prevedibilmente Jasmine Trinca, a nostro parere, immeritatamente su Lucia Sardo, attrice del film di Paolo Licata Picciridda, per una pellicola intrisa di dichiarazioni promozionali a mo’ di spot pubblicitario incastonati nel solito catalogo di Ozpetek, dal titolo La Dea Fortuna che ha ottenuto tre nastri: due per la musica, a Pasquale Catalano per la miglior colonna sonora, in cui spunta anche la voce di Mina,  e a Diodato, vincitore dello scorso Sanremo per la miglior canzone con Che vita meravigliosa.

Valeria Golino è stata la più votata dalla giuria dei giornalisti cinematografici tra le attrici non protagoniste per 5 è il numero perfetto, film d’esordio di Igort, e Ritratto della giovane in fiamme di Cèline Sciamma. Miglior commedia è risultata Figli di Giuseppe Bonito che fa vincere i suoi protagonisti: Paola Cortellesi al suo terzo nastro consecutivo – dopo Come un gatto in tangenziale nel 2018 e Ma cosa ci dice il cervello nel 2019, e Valerio Mastandrea. Il Nastro dell’anno, come già annunciato, va a Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, che premia il regista, il protagonista Elio Germano, i produttori e tutto il cast tecnico. Nel palmarès anche il Nastro d’Oro a Vittorio Storaro e il Nastro alla carriera a Toni Servillo. 

E poi anche quest’anno c’è stato un nugolo di premi speciali perché non si premia mai abbastanza, dove però il cinema comincia a c’entrarci poco. Quando invece c’entra non si premia, come dimostra il caso del notevole esordio alla regia di Picciridda-con i piedi nella sabbia di Paolo Licata, film drammatico e lirico che vede come protagonista una straordinaria Lucia Sardo che però non è l’interpreta istintiva di un film di un regista che a buona parte della critica piace a prescindere, mente probabilmente a loro signori ancora sfugge il talento recitativo di Lucia Sardo, le cui doti le rimarca lo stesso Paolo Licata nella seguente breve intervista dove si sofferma anche sul suo film in generale e sulla sicilianità.

 

 

La prima cosa che vi siete detti con Lucia Sardo sul set?
Non ricordo con esattezza le prime parole che ci siamo detti, ma eravamo in comunicazione costante già da mesi prima, durante la preparazione del film. Arrivati sul set non c’erano più molte parole da dirsi, era il tempo di mettersi al lavoro. Ci siamo subito concentrati e dati da fare realizzando un film in tempi da record dei primati!

Tre aggettivi per definire Lucia Sardo
Super professionale e di sconfinato talento, super empatica, e super simpatica! Forse sono 4, ma 3 non mi bastavano!

Come è stato dirigerla, cosa le ha dato in termini artistici vista la sua grande esperienza?
È stato un grande onore e un privilegio potermi avvalere della sua arte e della sua esperienza. Sono fermamente convinto che il cinema italiano abbia avuto e abbia tutt’oggi pochissime interpreti come lei.
Definirla attrice è decisamente riduttivo, poiché è artista incredibilmente completa, con competenze e talenti che vanno molto oltre la sola bravura nella recitazione. Il suo metodo è frutto di anni e anni di ricerca, studio, e affinazione, dopo una lunga e formativa gavetta. “Picciridda” è stato il primo lavoro in cui ho potuto conoscerla professionalmente e mi ha colpito molto assistere al suo processo di trasformazione in Nonna Maria. La sua immedesimazione nel personaggio è iniziata molto prima dell’inizio delle riprese. Non c’è stato solo uno studio approfondito della parte, bensì una vera e propria assimilazione, una fusione, un trasferimento nello spirito di quel personaggio che infine ha preso corpo in lei. Sfido chiunque a guardare il film e a pensare ad un’altra attrice che avrebbe potuto prendere il suo posto.
Mi avvilisce notare come alcuni in Italia ancora non la conoscano e non comprendo il motivo per cui non sia “sfruttata” (nel senso più positivo del termine) molto ma molto più di così. Lucia non ha nulla da invidiare ad attrici come Anna Magnani, Marlene Dietrich, Judy Dench e altre di questo calibro, e ancora al cinema italiano questo concetto non è molto chiaro. Se fossi produttore, non mi farei sfuggire l’occasione di averla nei miei film. Da regista l’ho già fatto e lo farò ancora in eventuali altri progetti.

Come sta andando il suo film? E’ soddisfatto?
Sono molto soddisfatto del riscontro che riceviamo da chi lo guarda. Il film piace. È apprezzato dalla critica e anche dal grande pubblico. Riesce a coinvolgere un’ampia fascia di spettatori, di qualsiasi età, sesso, e nazionalità. Questo mi rende molto contento perché è sempre stato il mio obiettivo: fare un film, non per una nicchia ristretta, bensì accessibile a tutti e soprattutto che riuscisse a far vibrare le corde giuste.

Dirigerà un’altra storia di donne in futuro?
È altamente probabile. Ci sono alcuni personaggi molto belli di cui mi piacerebbe parlare. Non è intenzionale voler raccontare la vita di una donna, semplicemente è capitato imbattermi in alcune storie molto belle le cui protagoniste erano donne. Tendo a non fare una distinzione di generi, ma piuttosto a valutare il personaggio e la sua storia, che sia interessante e coinvolgente, ad di là del suo sesso.

Cosa vorrebbe fosse raccontato della Sicilia che non sia un luogo comune?
Mi collego alla domanda precedente. Ci sono tantissimi personaggi siciliani, scrittori, pittori, artisti di ogni genere, personaggi storici, vicende e situazioni che meriterebbero di trovare un posto d’onore in qualche bella sceneggiatura, pur non avendo niente a che fare con gli argomenti più tipicamente legati alla Sicilia. E non c’è dubbio che io mi vorrò fare da loro portavoce in eventuali progetti futuri. Dei luoghi comuni della nostra terra ritengo se ne sia parlato abbastanza e in tutte le salse. Non dobbiamo certo dimenticare le tematiche note e negative che ancora ci affliggono, però c’è anche altro, molto altro.

 

 

‘Fino all’ultimo respiro’: il noir revisionista di Jean Luc Godard a 60 anni dalla sua uscita

Fino all’ultimo respiro, pellicola rivoluzionaria del 1960 di Jean-Luc Godard, in un certo senso imita una tendenza tipica della Hollywood degli anni Quaranta, il film noir o poliziesco. Questo genere di film trattava di investigatori cinici, gangster e uomini ordinari tentati dal malaffare; spesso una femme fatale attraeva il protagonista in una missione pericolosa il cui scopo non è dato sapere, basti pensare a film come Il mistero del falco o La fiamma del peccato.

L’intreccio del capolavoro Fino all’ultimo respiro, lo collega ad un comune motivo noir, il film di “fuorilegge” con dei giovani criminali in fuga, ad esempio La donna del bandito di Nicholas Ray del 1949. La storia ha per protagonista un ladro d’auto che uccide un poliziotto in moto della stradale e fugge a Parigi per trovare i soldi per riparare in Italia. Tenta anche di convincere Patricia (Jean Seberg), una studentessa d’arte americana e aspirante scrittrice con cui inizia una breve relazione, a seguirlo.

Dopo aver equivocato per qualche giorno, la ragazza capisce e proprio quando Michel sta per ricevere il contante di cui ha bisogno, Patricia chiama la polizia e lui viene ucciso.

Tuttavia la presentazione di questa storia da parte di Godard non potrebbe mai essere spacciato per un patinato prodotto degli studios: il comportamento di Michel è indotto dai film che Fino all’ultimo respiro imita, si passa infatti i pollici sulle labbra in omaggio all’idolo del regista francese, Humphrey Bogart, ma, nonostante questo è un bel ladro (interpretato da Belmondo) la cui vita sfugge al suo controllo e può solo fantasticare di essere una romantica testa calda di Hollywood.

Film manifesto della Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro si pone in modo ambivalente nei confronti del cinema hollywoodiano e ne pervade sia la forma che la tecnica. Per contrasto il film di Godard appare goffo e casuale, quasi amatoriale, rende ambigue le motivazioni dei personaggi e indugia su dialoghi secondari, mentre il montaggio ha salti frenetici e, mentre i noir venivano girati negli studios dove ci si avvaleva di luci che rendevano i personaggi meditabondi, Fino all’ultimo respiro ricorre a luci esterne.

Queste tecniche rendono la storia di Michel stravagante, precaria e priva di glamour, la cui azione si muove a scatti irregolari inserita in brevi sequenze che si alternano a lunghi dialoghi in apparenza insignificanti, ad esempio è opportuno soffermarsi sulla lunghissima conversazione tra Michel e Patricia, i quali, per quasi venticinque minuti chiacchierano nella stanza da letto della ragazza; la maggior parte della conversazione è banale, come quando Michel critica il modo della ragazza di mettersi il rossetto. I due cercano di prevalere l’uno sull’altra in modo sconclusionato fino a quando Patricia dice che non fuggirà con lui perché non sa se lui la ama e Michele risponde: <<Quando lo saprai?>>, Patricia: <<Presto>>, Michel: <<Cosa significa presto? Fra un mese, un anno?>>, Patricia: <<Presto significa presto>>.

Anche se i due fanno l’amore, alla fine della scena non si ha un passo in avanti o indietro nel sentimento di Michel verso Patricia, e lui non ha compiuto nessun progresso nemmeno verso la fuga. Da queste scene si capisce che Michel è un delinquente errante che si lascia distrarre facilmente, più che un tormentato eroe noir.

Il finale del film è enigmatico perché non solo Michel non riuscirà a portare a termine i suoi obiettivi ma morirà dissanguato pronunciando come ultime parole: <<E’ davvero uno schifo>>, mentre Patricia lo guarda e poi guarda fissa nella telecamere lasciandoci con tante domande.

Con Fino all’ultimo respiro, Godard ha infranto le regole della fluidità delle immagini e dei suoni, facendone un film discontinuo che si propone di revisionare la tradizione in modo grezzo, avvalendosi di tecniche certamente non tradizionali, come il motivo dei misteriosi sguardi lanciati dai personaggi dritti nella macchina da presa, quasi ad interrogare lo spettatore.

Godard, che non ha mai voluto criticare i film di Hollywood, ha dato alle convenzioni identificate con il cinema hollywoodiano uno sfondo contemporaneo ed europeo creando un nuovo tipo di eroe ed eroina che avrebbero avuto i loro epigoni nei protagonista della Rabbia giovane di Terrence Malick, Bonnie e Clyde di Arthur Penn e Una vita al massimo di Tony Scott.

Intervista a Paolo Licata, regista di ‘Picciridda’, in concorso per Il Globo d’oro e i Nastri d’argento

Disregazione familiare, violenza e giustizia privata. Sono queste le tematiche centrali di Picciridda- con i piedi nella sabbia, film tratto dal romanzo di Catena Fiorello, felice esordio alla regia di Paolo Licata, 38enne siciliano che mette in scena un melodramma costruito sull’essenzialità dei dialoghi e degli sguardi dei protagonisti, incastonati in una natura aspra ma che sa essere anche di conforto ai drammi degli esseri umani.

Il film di Licata, date queste premesse, può richiamare alla memoria il poderoso e drammatico affresco familiare di Luchino Visconti (di cui Licata è estimatore), Rocco e i suoi fratelli, in realtà se ne distacca per l’assenza di carica ideolgica e per l’importanza che il regista dà alla sua terra e alla natura.

Picciridda: trama e contenuti

Favignana, fine anni Sessanta. Lucia (Marta Castiglia) è una bambina di undici anni che ha appena visto i suoi genitori e suo fratello partire in cerca di fortuna in Francia. Lucia viene affidata a nonna Maria (una granitica Lucia Sardo), donna severa che non ama le smancerie, sul cui volto è impresso un triste segreto che l’hanno resa diffidente e guardinga. La donna, che lavora come “vestitrice di morti” è in rotta con la sorella Pina (Ileana Rigano), la cui figlia Rosa Maria (Katia Greco), è innamorata di un uomo sposato.

In questo perimetro complicato, gli unici motivi di distrazione e leggerezza per Lucia sono la compagnia di una gallina e quella di una compagna di scuola.
Su uno sfondo naturale che ricorda le ruvide opere di Giovanni Fattori con la sua propensione a mostrare gli aspetti più terragni della realtà, quelli meno appariscenti e dunque più dolorosi, Licata infatti presenta con delicatezza il suo verismo filmico, senza risparmiare un innocente coinvolgimento lirico, a tratti troppo enfatico, rappresentato soprattutto dall’acqua che purifica e fa dimenticare per un po’ ciò che di disperato stiamo vivendo.

Il piglio impressionistico di Licata fa sì che le riprese risultino omogenee e accordate tra loro e contribuisce a dare alla pellicola un’atmosfera nostalgica in virtù non solo di chi è rimasto, smarrito e ignaro di possibili pericoli, nella propria terra, subendo l’emigrazione, ma anche una velata nostalgia per il cinema italiano che fu, quello del Neorealismo di Rossellini, in particolare il film Stromboli: se in questo capolavoro Ingrid Bergman che vaga alla ricerca di Dio, era al vaglio di sguardi spigolosi e sospettosi da parte degli abitanti dell’isola, la picciridda Lucia ha una doppia vita che si nutre di dramma, conflitto e infine di riconciliazione con la vita attraverso il mare e la memoria.

Lucia sembra essere l’alter ego femminile del protagonista del romanzo di Elsa Morante, L’isola di Arturo: <<Presto, ormai, per me, incomincerebbe finalmente l’età desiderata in cui non sarei più ragazzino, ma un uomo; e lui, il mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s’era fatto grande assieme a me, mi porterebbe via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!>>

Picciridda accumula frammenti che pian piano diventano la forma di un destino che si compie, sorprendendo e commuovendo lo spettatore senza avvalersi di retorica e facili sentimentalismi.

Il film è in concorso ufficiale per il Globo d’oro e ai Nastri d’argento con Lucia Sardo come migliore attrice protagonista.

 

Una scena del film

1 Come nasce la sua passione per il cinema? Perché ha deciso di girare un film?
Sono nato e cresciuto nel teatro lirico. Ho respirato la polvere del palcoscenico sin da quando ho memoria, poiché i miei genitori sono entrambi musicisti. Sin da piccolo mi sono interessato in modo particolare alla regia teatrale e ho iniziato a fare da assistente ai registi che lavoravano nelle produzioni che dirigeva mio padre. Ho anche diretto qualche opera teatrale. Poi crescendo la mia attenzione si è spostata verso il cinema (c’è sempre stata in realtà), e già da autodidatta giravo corti e gag con i miei amici in modo molto artigianale. Dopo la laurea in giurisprudenza, sono andato a Roma a studiare regia e da lì ho iniziato a fare tutto in modo più professionale: spot tv, corti, via via sempre più lunghi fino al mediometraggio di mezz’ora, The Novel, che ha ottenuto vari riconoscimenti nel mondo. Pian piano è venuto naturale il desiderio di passare al lungometraggio.

2 Chi sono per Lei i maestri del cinema italiano?
I “maestri” per me sono quelli che hanno fatto la storia del cinema (quando il cinema italiano faceva storia) e che ho studiato sui libri di cinematografia. Vittorio De Sica, Pietro Germi, Luchino Visconti. Tra i contemporanei italiani, Scimeca (a cui ho fatto da assistente, ed è stato il mio mentore), Crialese, Tornatore.

3 Qual è stato il momento più difficile durante le riprese?
Dato che il nostro set era un’isola, e le riprese hanno avuto luogo tra novembre e dicembre, i momenti di panico sono stati quelli in cui il mare e il vento si alzavano e le comunicazioni con la terra ferma si interrompevano. Vivevo con la preoccupazione che qualche attore non arrivasse o che non potessimo girare qualche scena a causa del maltempo. Rischi sempre enormi in un film a basso budget, in cui i soldi non bastano mai e non c’è spazio per imprevisti e straordinari. La scena più impegnativa è stata quella della spiaggia, con la gallina (è un piano sequenza in cui i genitori dovevano sostituirsi alla gallina e viceversa).

4 Quali elementi della scrittura di Catena Fiorello, l’hanno catturata maggiormente e come è stato lavorare con lei e con Ugo Chiti?
Catena è una grande narratrice, una raccontatrice. È davvero brava nelle descrizioni di luoghi, persone, colori, sapori, situazioni. Quindi quando ho letto per la prima volta “Picciridda”, oltre alla bellissima storia, mi ha colpito la sua grande capacità di dipingere minuziosamente i dettagli. È stato facile immaginare il film durante la lettura del libro grazie a questo. E lavorare con Ugo è stato un grande onore e privilegio, ogni incontro era per me una lezione di sceneggiatura.

5 Cosa pensa del cinema italiano?
Credo che il cinema italiano sia pieno zeppo di grandi talenti. Parlo sia di attori che di registi, e di tutte le figure in generale. Temo solo che a volte venga dato molto spazio solo ad alcuni e molto poco ad altri. Tanti attori, non di copertina o da gossip, come quelli di cui mi sono avvalso nel mio film, meriterebbero di avere l’agenda sempre piena e invece troppo spesso e troppo a lungo stanno a casa. I talenti ci sono, ma quelli che lavorano continuamente sono sempre e solo gli stessi.

6 Lei racconta un’odissea al femminile affidandosi all’essenzialità che è propria della terra che fa da sfondo alla vicenda. Ma nel suo caso la natura sembra riservare momenti indimenticabili e rassicuranti alla protagonista del film…
L’ambiente in cui si muove la nostra protagonista è elemento essenziale della vicenda. Non in quanto Sicilia (dato che la storia potrebbe essere ambientata e raccontata in qualsiasi parte del mondo), bensì come personaggio che ha un’interazione importante con la protagonista. Intenso e fortissimo è il legame che c’è tra la picciridda e la sua terra, il posto in cui è nata e cresciuta. Lei conosce quei luoghi alla perfezione, ogni angolo di spiaggia e granello di sabbia in cui adora affondare i piedi. Uno degli aspetti più dolorosi del trauma che subisce Lucia è iniziare a vedere quei luoghi con occhi diversi, inevitabilmente. Da un momento all’altro, con violenta rapidità, quei luoghi che lei tanto ama, si trasformano nei luoghi che le ricordano l’incubo che ha vissuto. Uscita dalla casa del terrore, persino quel sole caldo che in genere l’accarezza amorevole, adesso sembra ferirla ed accecarla. Già da lì tutto è cambiato.

7 Crede sia riduttivo qualificare il suo film come una storia di riscatto di donne?
Mi piace vedere il mio film come un contenitore di messaggi per persone di ogni genere ed età. I temi trattati sono molteplici e ho potuto notare che ognuno si emoziona in scene e momenti diversi, a seconda del tipo di sentimento che il film gli ha rievocato. Non credo che la storia sia destinata prevalentemente ad un pubblico femminile, credo che per sentirla sia sufficiente avere un cuore. Più specificamente, riguardo al tema della violenza sulle donne, vorrei che questo film fosse un monito e che i destinatari principali di questo messaggio fossero gli uomini, troppo spesso incuranti degli effetti devastanti che un loro momentaneo impulso primordiale può avere sull’intera vita di una donna.

8 Come si lavora, trattando tematiche cosi’ delicate, con i bambini?
Ho sempre cercato di adottare tutti gli accorgimenti necessari per tutelare e proteggere la sensibilità di Marta, anche in base alle sue conoscenze ed esperienze. Mi consultavo costantemente con i suoi genitori per sincerarmi che un determinato argomento non fosse nuovo per lei e, nei casi un cui lo era, ci coordinavamo per capire quale fosse il modo migliore per procedere. Nel caso specifico della violenza sessuale, pur convinto che Marta, bambina di inarrestabile perspicacia e curiosità, fosse perfettamente consapevole di ciò che accadeva nella storia, le ho sempre descritto la scena incriminata come un momento in cui l’uomo cattivo semplicemente maltrattava la piccola.

9 In “Rocco e i suoi fratelli”, pellicola ambientata durante il boom economico, Visconti, imputa all’emigrazione di una famiglia lucana verso Milano, la tragica parabola della famiglia di Rocco in una città moderna e del benessere. Il suo film parla di emigrazione passiva, e della violenza insita nella famiglia di Lucia. Trova che si parli troppo poco della sofferenza e della solitudine di chi resta?
Il tema dell’emigrazione passiva mi ha colpito dal primo momento in cui ho letto il libro. In realtà non avevo ancora visto molti film in cui si rappresentava la sofferenza di chi resta e vede i propri cari partire. Il tema è di grande attualità perché è sempre all’ordine del giorno nelle aule del parlamento e nelle prime pagine dei quotidiani. Lo viviamo quando riceviamo le famiglie che emigrano dal proprio paese, ma lo viviamo anche quando le nostre famiglie si dividono tutt’oggi. L’unica differenza col passato è che prima erano i genitori a partire, oggi sono i figli. Ma il dolore e la sofferenza restano uguali, perché il trauma risiede nel distacco, nell’allontanamento dai familiari e dalle persone a cui vogliamo bene.

10. Cosa si aspetta da questo film? Il suo desiderio più grande?
Mi fai una domanda importate in un periodo delicato in cui sono molto sensibile all’argomento.
Vorrei che il mio film non finisse nel dimenticatoio per dare spazio ai film grossi che devono uscire! Vorrei che, appena possibile, lo vedesse il maggior numero di persone. Vorrei che il periodo assurdo in cui è uscito non lo penalizzasse nella sua diffusione e che, a tal fine, le istituzioni intervenissero direttamente per tutelare i film che non sono usciti o che sono usciti per poco come il nostro. Mi rendo conto che ci sono altri film più grossi che attendono ancora di uscire, ma ciò che è accaduto non ha precedenti e pertanto non credo sia giusto che ad essere penalizzati siano le piccole produzioni.
Vorrei che si agisca secondo giustizia e buon senso. Vorrei essere orgoglioso e fiero delle decisioni del governo e dei ministeri. Vorrei che i decreti tanto rigidi per fronteggiare il virus, fossero altrettanto rigidi nella gestione di eventuali turni nella programmazione dei film la cui commercializzazione è stata traumaticamente interrotta. Perché in tutti i film ci sono persone che hanno investito tutta la propria vita ed è giusto che tutti abbiano il proprio spazio. Lo spazio e il successo del film deve essere lasciato all’indice di gradimento del pubblico, non dai virus che ne bloccano la diffusione. E questo sarà possibile solo se ne sarà garantita la visibilità dalle istituzioni e dagli enti preposti.