‘Cambiare l’acqua ai fiori’ di Valerie Perrin, il caso letterario del momento: un libro costruito a regola d’arte

Vincitore nel 2018 del Prix Maison de la Presse, presieduto da Michel Bussi, con la seguente motivazione: “un romanzo sensibile, un libro che vi porta dalle lacrime alle risate con personaggi divertenti e commoventi”, Cambiare l’acqua ai fiori, della francese Valerie Perrin (edizioni e/o) è divenuto un fenomeno virale grazie al passaparola tra lettori, romanzo la cui forza dell’empatia che l’autrice ha conferito ai suoi personaggi, soprattutto alla sua protagonista di Cambiare l’acqua ai fiori, Violette Toussaint (in italiano significa Ognissanti) che ricorda la protagonista de L’eleganza del riccio, la quale ha avuto un’infanzia difficile, dapprima in orfanotrofio e poi, durante l’adolescenza, sballottata da una famiglia affidataria all’altra. Violette nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una vita piena di misteri.

Tuttavia, nonostante le difficoltà, Violette cresce bene. “Mi tengo dritta, è una mia peculiarità. Non mi sono mai piegata, neanche nei periodi di maggior dolore. Spesso mi chiedono se abbia fatto danza classica. Rispondo di no, che è stata la quotidianità a darmi una disciplina, a farmi allenare ogni giorno alla sbarra e sulle punte”, dice. Conosce un ragazzo, Philippe Toussaint, un nullafacente, nel bar, dove saltuariamente fa la cameriera, e se ne innamora. O forse, vuole dare il nome di amore a qualcosa di diverso, perché l’amore lei non lo ha mai conosciuto, almeno fino a quando, da quello strano rapporto, nasce sua figlia, Leonine.

Ma il destino avrà in serbo per lei altre avversità, perché “la vita non è che una lunga perdita di tutto ciò che si ama”. E solo come custode in un piccolo cimitero di una cittadina della Borgogna, Violette troverà un po’ di quiete. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale. Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto.

Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime, che parevano nere, si rivelano luminose. Attraverso incontri, racconti, flashback, diari e corrispondenze, la storia personale di Violette si intreccia con mille altre storie personali in un caleidoscopio di esistenze che vanno dal drammatico al comico, dall’ordinario all’eccentrico, dal grigio a tutti i colori dell’arcobaleno. La vita di Violette non è certo stata una passeggiata, è stata anzi un percorso irto di difficoltà e contrassegnato da tragedie, eppure nel suo modo di approcciare le cose quel che prevale sempre è l’ottimismo e la meraviglia che si prova guardando un fiore o una semplice goccia di rugiada su un filo d’erba.

Consolando gli altri, Violette capisce che “c’è qualcosa di più forte della morte, ed è la presenza degli assenti nella memoria dei vivi … perché la sepoltura più bella è la memoria degli uomini”.

Di questo libro, osannato anche dalla critica nostrana, si è usata un’espressione abbastanza banale, ovvero “entra nel cuore del lettore”che si adopera quando si ha poco da dire su un libro che piace ma che non ha sale e per scrivere un buon libro non basta una buona storia qual è quella di Come dare l’acqua ai fiori.

Una storia che prende certamente quella della Perrin in cui ognuno di noi può immedesimarsi, complice la scorrevolezza della lettura: la trama è un susseguirsi di tragedie, piccole letizie, ricadute, frasi scontate sul concetto di morte, frasi confezionate ad hoc per i social. La struttura del libro è fatta a regola d’arte, una alternanza tra la narrazione del presente e quella del passato, con l’inserimento di diari privati, trascrizioni di dialoghi, lettere e ricordi nostalgici, quasi tutto in prima persona, una mossa editoriale vincente. Come l’incipit:

“I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità. (…) I miei vicini sono morti”. 

 

Come libro da ombrellone, il delicato Cambiare l’acqua ai fiori è l’ideale, alla fine però non resta granché. Nulla che possa davvero scuotere o indurre a rileggere i punti salienti. Se ne esce illesi, dopo essersi chiesti all’inizio del libro chi fossero i responsabili del dolore della protagonista e naturalmente come andrà a finire la vicenda.

‘Le correzioni’ di Jonathan Franzen: quando cambiamento non necessariamente significa miglioramento

Le correzioni, The Corrections, è il  romanzo più celebre, insieme a Purity, di Jonathan Franzen. Scrittore e stagista statunitense con radici tedesche, Franzen nasce nell’Illinois; compie Studi Umanistici tra gli Stati Uniti e Berlino, esordendo come scrittore nel 1998. Nel 2002 arriva la consacrazione dalla critica letteraria aggiudicandosi, proprio grazie a Le Correzioni, l’ambito premio National Books Awards. Il Time gli dedica una copertina per l’uscita del suo libro nel 2009. Collabora al New York Times dal 2010, uscendo con diversi scritti e saggi . Questi ultimi sono famosi per  aver attirato malumori dei tanti colleghi scrittori nazionali e internazionali.

Pubblicato nel 2001, The Corrections ,è uno dei racconti di narrativa in stile post-modernista che descrive minuziosamente e in modo satireggiante, i cambiamenti in chiave ottimistica delle famiglie americane prima della crisi di inizio anni duemila. La narrazione verte sulle relazioni umane e sul loro modo di condizionare le vite dei singoli. Si addentra ed analizza l’intimità di una qualunque famiglia contemporanea, dove i valori di una generazione passata si contrappongono e si mescolano con la generazione successiva, senza mai fondersi del tutto.

Trama e contenuti nel romanzo di Franzen

Il romanzo di Franzen sembrerebbe raccontare le vicende di una normale famiglia del Midwest, simile a tante altre: la tipica famiglia bianca della borghesia statunitense, impregnata di quel perbenismo ipocrita e moralista. Tuttavia il voler accentuare queste caratteristiche rende i personaggi sorprendentemente contraddittori. La maggior perseguitrice dei valori puritani e borghesi è sicuramente Enid Lambert, moglie di Alfred e madre di Gary, Chip e Denise. Ella si confronta in modo ossessivo con i suoi vicini e le sue amicizie, considerati modello di uno stile di vita “giusto e rispettabile, riscontrabile solo tra i cittadini di Saint Jude.

Enid per una vita intera cerca di raggiungere il modello di perfetta moglie e madre, volendo in tutti i modi eccellere e diventare lei stessa e la sua famiglia modello ambito e invidiato dal vicinato. Questo la porta a criticare ogni minimo sbaglio della vita dei suoi conoscenti, contemporaneamente dissimula i comportamenti errati suoi o dei suoi familiari. Enid sarà esasperata delle sue ossessive correzioni e solo alla fine del libro capirà che ha dedicato a questa attività tempo inutile. A differenza di sua moglie, Alfred è forse il personaggio che Franzen farà ricorrere meno alla revisione dei suoi comportamenti: lo farà solo in relazione al suo lavoro, fulcro della sua vita.

Ben presto il padre di famiglia si arrenderà ai suoi sbagli ma involontariamente: la depressione e poi la malattia di Parkinson ridurranno in lui la soggiogazione a quella smania di perfezione etica e morale che sfociava della corrosiva dedizione al lavoro. Al rifiuta la vita familiare, gli svaghi, i piaceri. Per lui la vita è fatta di affanni, di lotta, di sofferenze. Ecco perché forse lo scrittore gli attribuisce una malattia tanto grave che lo porterà alla morte. La malattia gli permetterà di correggersi senza il suo volere, perché la sua troppa rigidità non gli avrebbe permesso passi in dietro. La stessa famiglia è concepita da lui come una squadra che lavora per adempiere ad un compito: sostentarsi a vicenda.

La moglie è il familiare che subisce maggiormente la sua concezione schopenhaueriana: questa è a tutti gli effetti un suo subordinato alla quale impartire ordini sulla gestione della casa e dei figli e alla quale non consentire neanche un briciolo di compassione, supporto o di gesti affettuosi. Nel rapporto coniugale sono riversate, quindi, le rispettive frustrazioni per quell’idea dell’altro irreale. Enid aspetta per tutta la vita che suo marito possa diventare in qualche modo più affettuoso, possa ricambiare i suoi gesti d’amore ed anche se sa che il cambiamento non avverrà mai, lei sarà innamorata di un Alfred esistente solo nella sua mente. Alfred, che sguazza nella propria autocommiserazione, ad ogni modo imporrà alla moglie i suoi voleri, la sua privacy, ammonendola ogni qualvolta non rispetti le sue indicazioni.

Questo nodo cruciale sarà sbrogliato solo con l’aggravarsi della malattia di Alfred, quando non vi sarà più bisogno di correggere l’altro. I tre figli della coppia, hanno vissuto la loro infanzia i questo clima di eccessiva rigidità. Forgiati su quella rincorsa alla perfezione ostinata, finiscono per distaccarsi quasi per ripicca da quel perbenismo maniacale. Per quanto possano odiare quegli atteggiamenti e pensieri così repressivi, non potranno ignorarli, ci dice Franzen.

Gary il maggiore, è colui che più di tutti ha subito l’influenza di sua madre cercando di imitarla sotto tutti i punti: in primis vuole far in modo da entrare nelle grazie di suo padre e, di conseguenza di sua madre, fin da quando è piccolo. E’ l’unico dei tre che ha costruito un nucleo borghese a Philadelphia ,con una moglie rispettabile e benestante, tre figli e un lavoro dirigenziale. Pur allontanandosi dalla sua famiglia non riesce a far a meno di comportarsi come loro, lavorando sodo come il padre, certe volte estraniandosi, commentando e giudicando con disprezzo chi non rientra nei canoni, bramando prestigio e affari.

Egli è però terrorizzato dal porte assomigliare in qualche modo a suo padre, Alfred : le sue correzioni sono principalmente volte a rimodulare i malsani atteggiamenti paterni cercando di non commettere le stesse azioni che un tempo hanno recato dolore alla sua famiglia. Chip, il secondo fratello, è considerato il sovvertitore degli equilibri familiari: viene descritto come la “Pecora Nera”, anche se i suoi genitori non hanno fatto altro che lodarlo e vantarlo per tutta la vita, a detta sua, sopravvalutando le sue capacità. Sente la forte pressione dei suoi genitori, che confidano in alte aspettative per la sua vita e la sua carriera. Ha la capacità di opposti in qualunque modo a queste volontà idealizzate dalla sua famiglia. Si tratta forse del personaggio più eclettico nella vicenda, capace di immischiarsi in diversi guai e riprendersi, cadendo sempre in piedi.

Per quanto egli voglia in qualche modo sfuggire alle speranze genitoriali, non potrà fare a meno di deluderle: vorrebbe dare loro quelle agogniate soddisfazioni ma la sua natura glielo impedisce. Quando non opporrà più resistenze al suo spirito libero, ritroverà il suo baricentro e la serenità.

L’ultima dei tre, Denise, sembrerebbe essere la più affine al comportamento di Alfred, anche se il suo lato umano è molto più spiccato. Come lui è ambiziosa e testarda. Riesce a far emergere il lato sentimentale e umano di suo padre, che probabilmente riconosce molto di lui in lei. Descritta come una chef in carriera, dedica tanto tempo al lavoro ma finisce per farsi licenziare. I piaceri che tanto Al aveva ripudiato, la persuadono e allontanandola per sempre da quella vita fatta di solo lavoro. Spesso è la “vittima” preferita delle ammonizioni di sua madre. Con quest’ultima, è in continuo scontro ma contemporaneamente riesce ad immedesimarsi nel suo punto di vista anche non condividendolo. Il contrasto con l’ aspirazioni materne, la porterà a compiere scelte, nella sua vita sentimentale, molto distanti dai voleri di Enid.

Cercherà, come suo fratello, ma con la dedizione che la differenzia, di allontanarsi e poi di avvicinarsi ai valori paterni, fallendo miseramente, scegliendo in fine la propria felicità condivisi in fine anche dai suoi familiari, infischiandosene dei loro giudizi.

Il cambiamento inevitabile

Le vicende di questa famiglia riportano il lettore a confrontarsi con se stesso, ad aiutarlo a comprendere il modo corretto di correggere il proprio io. L’accattivante uso di regressioni offre un’ampia panoramica sulla vita di questi cinque personaggi: un’analisi così ben presentata da poter far diventare i cinque, persone comuni intercambiabili, alle prese con i loro dissidi interiori suscitati dalla smania di voler essere conforme a un qualche modello prestabilito. Paiono tutti non sfuggire a quell’anedonia radicata, come suggerisce Franzen: l’Anedonia era il segnale d’allarme che stava contagiando un piacere dopo l’altro, frutto di quella comodità infelice che prima o poi si finisce per accettare.

Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia

La conquista di Franzen sta nell’essere riuscito a trovare per questi personaggi di una saga familiare che fotografa il cambiamento di una società (non solo quella americana) che smarrisce ogni riferimento morale, seppur ipocrita e autoritario, una svolta plausibile che riporta loro verso una via d’uscita, offrendo un finale ricco di sorprese e non scontato. Le citazioni di cui si serve lo scrittore, dalla Bibbia a Schopenhauer a S.C. Lewis, risultano opporune e calzanti e mai del tutto scontate. Ritornano come lampi all’interno della narrazione e permettono di collegare episodi apparentemente sconnessi.

Il linguaggio di Franzen è fluido e mai troppo ricercato, ironico e a tratti caustico anche nell’affrontare argomenti scientifici o di economia. Se pur la traduzione italiana non riporta il significato corretto di alcuni gerghi e giochi di parole tipicamente yankees, c’è da apprezzare la volontà di riportarne almeno in parte la funzionalità nella narrazione conferendo allo scritto una freschezza moderna che fa venire in mente American Beauty, Tempesta di ghiaccio e Pastorale Americana. Ma per Franzen non sempre il cambiamento è verso qualcosa di meglio e i rapporti umani, familiari ne rappresentano il nodo irrisolto.

‘Il Signore degli Anelli’ di Tolkien, un mondo immaginario ma reale nella recensione del poeta Auden

Al mondo esisteranno pure lettori che non amano le Gesta Eroiche, però io non ne ho mai incontrati. Per molti di noi costituiscono il più piacevole genere letterario, al punto che non possiamo fare a meno di divorarne le pagine anche quando la nostra capacità critica le bolla come spazzatura. Chiunque ricordi Lo Hobbit come il miglior racconto per bambini degli ultimi cinquant’anni non potrà che aprire la nuova opera del professor Tolkien con le più alte aspettative, e tuttavia La Compagnia dell’Anello le supera tutte. Sarebbe alquanto sorprendente se entro il prossimo Natale il libro non lo rendesse ricco.

Nel parlare di un romanzo di questo tipo il recensore si trova in difficoltà, perché non deve rovinare il gusto della lettura rivelando la trama, che in questo caso è intrigante almeno quanto quella de I Trentanove Scalini. Di norma i racconti epici trattano di un oggetto arcano di cui il Nemico si è impossessato, o che terrificanti guardiani proteggono da quanti ne sono indegni; nessuno può recuperarlo se non l’eletto, il cui compito è appunto quello di trovarlo. Ne La Compagnia dell’Anello, l’oggetto arcano (che somiglia all’Anello dei Nibelunghi, ma ancora più minaccioso) è già all’inizio in mano all’eroe. Il Nemico che lo ha creato lo credeva perduto per sempre, ma ora ha scoperto dove si trova e dispiega i suoi mezzi demoniaci per recuperarlo. E poiché nemmeno i giusti possono farne uso senza soccombere al male, deve essere distrutto: questo però si può fare soltanto in un certo modo e in certo luogo, che si trova purtroppo nel cuore del regno Nemico. La Missione, quindi, consiste portare l’Anello nel luogo della sua disfatta, senza mai essere intercettati.

Questa Missione si svolge all’interno di un mondo scaturito dall’immaginazione di Tolkien, con tanto di paesaggi, storia, abitanti. Nelle sue linee generali, questo mondo è Celtico e Scandinavo, più che Mediterraneo. L’eroe, il signor Frodo Baggins, appartiene a una razza di creature note come Hobbit. Nonostante la statura di tre piedi soltanto e la peluria plantare, gli Hobbit ricordano molto nel modo di pensare e nella sensibilità gli arcadici paesani che popolano i racconti gialli inglesi. Per mille anni questi esseri rurali hanno goduto di un’esistenza idilliaca all’interno di una fertile regione denominata la Contea, poco informati (e per nulla interessati) sulla vita oltre il confine. In realtà, la Contea è una piccola oasi in un mondo in decadenza: quelle che erano un tempo grandi città ormai sono cadute in rovina, fertili pianure si sono trasformate in sterili distese, le strade e i ponti sono uno sfacelo, ovunque si è braccati da bestie feroci e poteri maligni. Oltre agli Hobbit e alla loro infantile innocenza, incontriamo Elfi (che conoscono il bene e il male, ma non hanno sperimentato la Caduta), Nani e Uomini (buoni o cattivi). Alcuni di loro sono eroici combattenti, e discendono da sovrani del passato, altri sono stregoni. L’incarnazione più recente del Nemico è Sauron, Signore di Barad-dûr, la Torre Nera della Terra di Mordor. Sauron è a capo di un esercito di Troll, Orchi e altre creature ancora più letali, e ogni giorno accresce il suo potere sulle menti degli uomini.

Uno scrittore contemporaneo che si prefigga di creare un universo immaginario ma convincente ha davanti a sé impresa molto più ardua di quella affrontata dagli autori dei romanzi cortesi, perché non può scrivere né essere letto senza tenere a mente la letteratura del verosimile e la ricerca scientifica degli ultimi secoli. Per questo, darà una qualche idea del portento di Tolkien il fatto che sono riuscito a trovare solo due dettagli poco plausibili da contestargli. I dettagli stessi illustrano bene le differenze fra i lettori del ventesimo secolo e i contemporanei di Edmund Spenser. In primo luogo, leggiamo che gli Hobbit hanno conosciuto molti anni di prosperità, immuni da guerre, pestilenze e carestie, e che di norma sono longevi e hanno famiglie numerose. In tal caso, non riesco a concepire come la sovrappopolazione non li abbia costretti a emigrare dalla Contea. In secondo luogo (dettaglio quasi irrilevante) il prosciugamento del fiume Sirannon viene attribuito ad una diga, che ha creato un lago. Questo lago è però pieno da anni: dove vanno a finire le sue acque?

Il primo problema che si presenta a chi crea un mondo immaginario è lo stesso che si presentò ad Adamo: deve stabilire un nome per ogni cosa e ogni creatura; questi nomi devono essere appropriati e coerenti fra loro. Già in un universo ‘comico’ il compito è arduo; in uno ‘serio’, il successo sembra quasi un miraggio. Posso solo dire che l’abilità di Tolkien al riguardo supera quella di qualsiasi altro scrittore a me noto, morto o vivente. Il paesaggio del suo racconto è vastissimo: da est a ovest, dalle Colline Ferrose al Golfo della Luna, corrono milleduecento miglia, e da Nord a Sud, da Carn Dum al delta dell’Anduin, ne passano millecento. In questa regione vivono numerose specie dotate di parola: ognuna ha la sua nomenclatura, la sua storia e la sua politica, eppure l’autore trova senza difficoltà apparente nomi che sembrano ineluttabili. Vero che è un filologo rinomato, però chi dei suoi colleghi saprebbe inventarsi linguaggi ‘buoni’ e ‘malvagi’ convincenti quanto i seguenti esempi?

A Elbereth Gilthoniel,
silivren penna míriel
o menel aglar elenath!
Na-chaered palan-díriel
o galadhremmin ennorath,
Fanuilos, le linnathon
nef aear, sí nef aearon!
Ash nazg durbatulûk, ash nazg gimbatul,
ash nazg thrakatulûk, agh burzum-ishi krimpatul

E ancora: quale altro creatore di paesaggi immaginari possiede un altrettanto acuto occhio per la topografia? Perché un viaggio sembri reale, il lettore deve poter vedere i luoghi attraversati come li vedrebbe il viandante, vale a dire diversamente a seconda del mezzo di trasporto e delle circostanze della missione. Alla fine del libro Frodo Baggins ha percorso all’incirca milletrecento miglia, in gran parte a piedi, coi sensi costantemente all’erta per via della paura, scrutando ogni angolo del cammino in cerca dei suoi inseguitori; eppure, Tolkien riesce a convincerci di non aver tralasciato nemmeno un dettaglio di quelli colti dai suoi eroi. In effetti, è talmente accurato che il lettore che consulta la bellissima cartina a fine libro si accorgerà subito che il percorso effettuato fra il Ponte sull’Hoarwell e il Forte di Bruinen è disegnato in modo errato.

Nelle circostanze critiche che caratterizzano le trame eroiche, le reazioni contemplate non sono molte (combattere o fuggire, essere leali o tradire), e le sfumature caratteriali non sono possibili né importanti. I personaggi devono rappresentare gli archetipi letterari fondamentali: il Saggio, il Forte, lo Spensierato, il Cauto, la Dama Bianca, il Signore Oscuro. Tolkien riesce intelligentemente a dare ad ogni archetipo una profondità e una solidità fuori dal comune, e racconta per ognuno di loro una storia che è rappresentativa del clan a cui appartiene. Il passato di Aragorn, ad esempio, parla non solo di lui ma di tutti i Raminghi. Soltanto un personaggio non gli è riuscito, ma forse si tratta di antipatia personale. Sam Gamgee, lo scudiero fidato, è senz’altro un personaggio rispettabile e suppongo dovremmo apprezzarlo, però a me fa solo venir voglia di prenderlo a calci.

Probabilmente la più grande impresa di Tolkien è esser riuscito a scrivere un romanzo epico che sembra del tutto pertinente alla realtà dell’epoca in cui viviamo. Quando leggiamo storie medievali del medesimo genere, per quanto piacevoli le possiamo trovare, siamo talvolta tentati di domandare al Cavaliere Errante: la tua missione è così importante? Persino nella ricerca del Sacro Graal, il successo o il fallimento sono rilevanti soltanto per quelli che la intraprendono. È difficile scrollarsi di dosso il sospetto che, nel caso dei suddetti Cavalieri, la loro ‘vocazione’ sia un termine altisonante che designa il passatempo a cui i più ricchi possono giocare mentre il duro lavoro è svolto dai ‘villani’. Ne La Compagnia dell’Anello, al contrario, il destino dell’anello segnerà l’esistenza di popoli interi, che magari nemmeno l’hanno mai sentito nominare. Inoltre, come accade nella Bibbia e in altre fiabe, l’eroe non è un Cavaliere, a cui il lignaggio e l’educazione abbiano donato una aretè fuori dal comune, ma un hobbit non diverso da tutti gli altri. Non è il saggio Gandalf, o il potente Aragorn, che viene chiamato a compiere questa missione pericolosa e potenzialmente mortale, ma Frodo Baggins, il quale volentieri ne farebbe a meno; e se ci domandiamo perché proprio lui, e non uno delle centinaia come lui, l’unica risposta è che il caso, o la Provvidenza, lo ha scelto, e lui non può che obbedire.

Se esistono persone per le quali leggere La Compagnia dell’Anello può essere dannoso (e probabilmente ce ne sono), si tratta di coloro che ne trarranno un parallelismo troppo letterale alla nostra attuale situazione. In un romanzo è giusto e naturale che le idee malvagie siano incarnate in creature malvagie, ma se guardiamo alla storia questa è una teoria pericolosa. Viviamo purtroppo in un’epoca nella quale se pensiamo a ideologie perverse, subito possiamo localizzare sull’atlante la posizione di Dol Guldur e Barad-Dûr (credo di essere in grado di identificare Minas Tirith, anche se il New Statesman, da sinistra, non mi darebbe ragione); sarebbe un errore, tuttavia, concludere che tutti gli abitanti ad Est dell’Anduin siano Orchi da sterminare.

Null’altro ho da aggiungere su quest’opera magnifica se non che è piuttosto indelicato da parte dell’editore non pubblicare contemporaneamente al primo i due volumi successivi, Le Due Torri e Il Ritorno del Re: mi è insopportabile dover aspettare per scoprire cosa accada al Portatore dell’Anello. Spero poi che nella seconda edizione infileranno la mappa in una busta al posto di incollarla alla copertina: come me, infatti, molti lettori la staccheranno per poter seguire il percorso della storia, col rischio di perderla. Per finire, a chi (come il sottoscritto) scorre nelle vene sangue Nano, piacerebbe che il signor Tolkien disegnasse anche una carta geologica.

 

Wystan Hugh Auden

 

Fonte

“Il Signore degli Anelli è un libro meraviglioso. Anche se prenderei a calci Sam Gamgee”. La recensione di Auden al capolavoro di Tolkien

Edizioni Le Assassine: le donne al centro della letteratura gialla

Edizioni Le Assassine, diretta da Tiziana Elsa Prina, è un piccolo gruppo di appassionate/i di crime che da anni lavora nel mondo editoriale, occupandosi di scelta dei libri, traduzioni, editing e comunicazione. La casa editrice propone la letteratura gialla, declinandola nelle sue svariate sfaccettature – giallo a suspence, deduttivo, hard boiled, psicologico, noir –, negli stili più diversi – fantasiosi, essenziali, sofisticati, semplici, d’antan – e nei contesti geografici più vari – Marocco, Malesia, Canada, ma anche Germania, Francia, solo un piccolo esempio dei Paesi da cui vengono le scrittrici.

 Il logo di Edizioni Le Assassine è un volto enigmatico, che rievoca donne un po’ misteriose, immerse in un’atmosfera inquietante. 

Pur spaziando dall’enigma della camera chiusa al thriller psicologico, al noir, Edizioni Le Assassine ha “un centro di gravità permanente”: protagoniste della narrazione, oltre che le scrittrici, ci sono nel bene e nel male le donne, talvolta vittime e talaltra vessatrici.

Si è voluto avere, inoltre, uno sguardo più ampio sul mondo e così è stato pensato, di dedicarsi ai romanzi stranieri, mettendosi sulle tracce di penne che abitano i quattro angoli del globo e delle storie che più entusiasmano.

La ricerca non si ferma al presente, la passione per il crime, come una macchina del tempo, ha portato alla scoperta di scrittrici del passato, coraggiose pioniere di questo genere, A volte potranno sembrare distanti perché soggette a certe convenzioni letterarie e sociali, ma non per questo sono meno capaci di creare atmosfere intriganti.

La scelta di trattare la letteratura gialla non solo al femminile ma anche di scrittrici straniere sia viventi, per la collana Oltreconfine, che non per quella Vintage ha catalizzato l’attenzione di molte testate nazionali, trasformando Edizioni Le Assassine in un caso editoriale.

 

L’urlo dell’innocente per la collana Oltreconfine delle Edizioni Le Assassine

L’ultima uscita sul mercato editoriale de Le Edizioni Assassine è L’urlo dell’innocente di Unity Dow.

Unity Dow, giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana è nata in un’area rurale dove i valori tradizionali erano dominanti; ha frequentato Giurisprudenza all’Università del Botwsana e dello Swaziland e poi a Edinburgh in Scozia, suscitando con la sua educazione occidentale un misto di stima, ma anche di sospetto. Impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata tra le fondatrici di EmagnBasadi, la prima organizzazione femminile del Paese. Si è occupata dei diritti dei gay e ha partecipato anche alla creazione di Aids Action Trust. Prima donna giudice dell’Alta Corte del Botswana, si è impegnata molto per la democratizzazione delle leggi del Paese, per esempio nell’ambito del diritto di famiglia.

Personaggio poliedrico, ha dimostrato il suo valore anche come scrittrice; nei suoi libri spesso emergono i conflitti tra i valori occidentali e quelli tradizionali, ma anche i problemi riguardanti i rapporti tra uomo e donna in un continente afflitto dalla povertà come quello africano. Dow ha contribuito al libro Schicksal Afrika (Destino Africa) dell’ex presidente tedesco Horst Koehler (2009), e ha spesso fatto parte di missioni dell’Onu in Sierra Leone e Ruanda. Oltre al conferimento della Legion d’onore francese, Unity Dow è stata menzionata al Women of the World Summit nel marzo 2011 come una delle 150 donne che “scuotono il mondo”. Dal 2013 è entrata in politica e da allora ha più volte rivestito il ruolo di ministro.

Sinossi

Una ragazzina di dodici anni sparisce nei pressi del suo villaggio, nel Botswana. La polizia locale dice alla madre che è stata presa e uccisa dalle bestie feroci. Cinque anni dopo, la giovane Amantle Bokaa viene inviata in quel villaggio sperduto dell’Africa per assolvere un tirocinio nell’ospedale, e lì accidentalmente trova una scatola dalla misteriosa etichetta. La scatola contiene qualcosa che riporta al caso ormai archiviato e dà luogo alla ricerca della verità, verità che risulterà ben più terribile di quanto Amantle possa immaginare.

 

La guardava senza malizia: semplicemente la voleva, ne sentiva il bisogno. Certo, nel volerla e nel sentirne il bisogno c’era una qualche forma di affetto, anche se era difficile definirlo tale. E lei era, a conti fatti, disponibile. La guardava ridere con gli amici, gettando la testa all’indietro, mentre forse imitava con le braccia il volo di un uccello. Era intenta a raccontare una storia divertente ai compagni e tutti l’ascoltavano. Probabilmente stava facendo la sciocchina, come talvolta succede ai ragazzini. Qualsiasi cosa stesse facendo, non si era accorta che lui la osservava. Era la seconda volta che con l’auto passava accanto a quel gruppetto di bambini. Non aveva avuto difficoltà a riconoscerla, l’aveva già puntata in precedenza. No, la guardava senza malizia, senza volerle fare del male o causare dolore ai suoi famigliari. Semplicemente la voleva, ne sentiva il bisogno: dopo, il dolore sarebbe stato inevitabile. Sotto ogni aspetto lo si poteva considerare una brava persona

“Questo romanzo pubblicato da una piccola casa editrice australiana che ho trovato alla Fiera di Francoforte non è solo un thriller nato dalla fertile fantasia di uno scrittore, ma una storia che si basa su un caso vero o, forse, sarebbe meglio dire su casi veri di omicidi rituali. L’autrice, che tra l’altro è una donna nota nel continente africano per le sue battaglie per i diritti civili, ci porta infatti in un mondo sconosciuto a molti occidentali e attraverso la narrazione riesce non solo a creare quella suspense che si cerca in questo genere di romanzi, ma a farci capire aspetti di una società così lontana dalla nostra. Un libro, insomma, che incuriosisce, ma che strappa anche il cuore per quel che ci mostra” – ha dichiarato l’editrice Tiziana Elsa Prina

Edizioni Le Assassine: Il mistero della vetreria per la collana vintage

Edizioni Le Assassine arricchisce la sua collana vintage con Il mistero della vetreria di Margaret Armstrong, scritto nel 1939 con il titolo Murder in Stained Glass.

Margaret Armstrong nasce nel 1867 a New York da una famiglia socialmente molto in vista. Per gran parte della sua vita è illustratrice molto apprezzata di copertine in stile Art Nouveau e solo in età avanzata si dedica alla scrittura, diventando un’esponente tardiva della Golden Age. Come il padre, grande conoscitore dell’arte vetraria, e una sorella, Margaret si distingue per le sue doti artistiche e in tarda età abbandona l’attività di illustratrice per dedicarsi alla scrittura, pubblicando due biografie e tre romanzi gialli molto apprezzati dalla critica; tra i suoi lettori si annovera anche Agatha Christie.

Sinossi

La signorina Trumbull, agiata e frizzante newyorkese di mezza età, decide di lasciare la sua comoda dimora per andare a trovare la vecchia amica Charlotte. Non può sottrarsi all’invito, che prevede però già noioso, sia perché preferisce la vita effervescente di New York alla tranquillità della campagna, sia perché considera la donna un po’ triste e cupa. Tuttavia le sue previsioni saranno del tutto scombinate quando nella fornace della vetreria di Frederick Ullathorne, noto creatore di vetrate artistiche, verranno ritrovati resti umani. Grazie alla sua spiccata curiosità e a un’innata capacità investigativa, la signorina Trumbull si troverà così coinvolta nell’indagine ̶ che si rivela alquanto complicata ̶ per scoprire chi era la vittima e chi l’assassino; la guida la certezza di essere più abile del detective incaricato del caso, e di riuscire a “vedere ciò che altri non hanno visto”. Non sa che la sua intraprendenza potrebbe costarle cara.

Immagino che il tempo, bello o brutto che sia, abbia spesso fatto la differenza nella vita delle persone. È un’ovvietà, senza dubbio: tuttavia quando ripenso alla parte che ho avuto nel caso Ullathorne, mi rendo conto che se il sole non fosse stato così splendente in quel particolare lunedì mattina dello scorso marzo, niente di quello che è avvenuto a Bassett’s Bridge sarebbe accaduto esattamente nello stesso modo, e anzi una parte non sarebbe successa affatto. Perché io non sarei stata là. Era un po’ come quella filastrocca che diceva: “E venne il gatto che si mangiò il topo, che al mercato eccetera eccetera”.  il tempo non si fosse messo al bello, non sarei andata a far visita a Charlotte Blair

Haycraft, uno dei maggiori studiosi del genere giallo,  considerò Margaret Armstrong tra le migliori scrittrici che ricorsero nei loro romanzi alla tecnica dell’HIBK (Had I But Know ovvero “se lo avessi saputo”), di cui un’altra autrice americana, Mary Roberts Rinehat, fu l’iniziatrice

Ella utilizza questa tecnica, soprattutto nella parte iniziale e in quella finale. L’elemento caratterizzante era costituito dal narratore, di solito una donna, non più giovane e benestante, che si lamentava per le cose che avrebbe potuto fare per prevenire i terribili crimini esposti nella storia, se solo avesse avuto l’acutezza di prevederli.

Mentre per alcune detective amatoriali HIBK l’accusa è quella di mancare di razionalità e dunque di presentare un’investigatrice che resta incapace di risolvere il caso e che deve alla fine rivolgersi a un uomo per risolverlo, la nostra signorina Trumbull sa investigare con vigore e intelligenza e giunge alla soluzione più logica, se solo l’autrice non intervenisse con un paio di mosse che portano a un esito inatteso della vicenda.

Insomma, ci viene presentata una figura di donna agiata, determinata e single e che a tratti ci meraviglia per la sua libertà di pensiero e di azione: in nuce ha tutte le caratteristiche della donna emancipata che sa bastare a se stessa, pur non rinunciando a un certo lato romantico soprattutto nei confronti di due giovani personaggi della storia che faticano a coronare il loro sogno d’amore: in quel caso si presenterà non più come una novella Sherlock Holmes ma come la Fata Turchina.

Un altro elemento interessante del libro e della tecnica narrativa a cui si faceva riferimento è la narrazione in prima persona, che nel giallo della Armstrong riesce a dare un tono leggero e anche divertente all’intera vicenda, cosa non facile visti i tranelli e le difficoltà che pone l’utilizzo della prima persona al posto della terza. Immaginiamo infatti un personaggio come Miss Marple che narra in prima persona invece che in terza come perderebbe molto della sua attrattiva, anche se in fondo entrambe le investigatrici hanno almeno una somiglianza: la capacità di trarre informazioni dalle chiacchiere degli altri.

Abbastanza curioso, poi, il fatto che uno dei personaggi più immorali e spiacevoli del romanzo abbia la stessa professione del padre della Armstrong. Che in qualche modo rispecchiasse una relazione difficile padre-figlia?

Anche Charlotte, l’amica dell’investigatrice improvvisata, ricorda vagamente la scrittrice: le accomuna la passione per la natura, che portò l’autrice a viaggiare per il West, raccogliendo nozioni sui fiori selvatici che poi mise in un libro.

Domina comunque sull’intera storia il personaggio della signorina Trumbull, che inizialmente indaga per curiosità, ma poi viene spinta dalla volontà di anticipare le mosse della polizia per soddisfare un suo personale bisogno, quello di arrivare a un finale del caso che sia positivo per le persone che le sono care, più che per un senso di giustizia. Non manca infatti un lato romantico della donna che influenza talvolta le sue teorie, rendendole un po’ fantasiose, anche se poi lei sa prendere in mano le situazioni con molto senso pratico.

Pur trovandoci di fronte a un delitto, non proviamo angoscia, ma curiosità per il dipanarsi della vicenda, e il modo leggero in cui la donna tratteggia personaggi e situazioni spesso ci strappa un sorriso.

 

Fonti

https://edizionileassassine.it/prodotto/lurlo-dellinnocente/

https://edizionileassassine.it/prodotto/il-mistero-della-vetreria/

 

 

‘Il tempo è un bastardo’, il geniale concept album musicale premio Pulitzer di Jennifer Egan

“Il tempo è un bastardo” è un romanzo insolito, formato da una serie di racconti collegati dal ricorrere degli stessi personaggi. Al centro ci sono Bennie Salazar, ex musicista punk e ora discografico di successo, e il suo braccio destro Sasha, una donna di polso dal passato turbolento.

Le loro storie si snodano tra la San Francisco di fine anni Settanta e una New York prossima ventura in cui gli sms e i social network strutturano le emozioni collettive, passando per matrimoni falliti, fughe adolescenziali nei bassifondi di Napoli, scommesse azzardate su musicisti dati troppe volte per finiti. Intorno a Bennie e Sasha si compongono le vicende delle loro famiglie e dei loro amici: una galleria di coprotagonisti grazie alla quale Jennifer Egan racconta le degenerazioni del giornalismo e dello star-system, la meraviglia delle droghe psichedeliche, le dinamiche emotive di un bambino autistico nella provincia americana del futuro.

Il romanzo è stato un caso letterario internazionale: i diritti di traduzione sono stati venduti in 16 paesi e nel 2011, la rivista Time ha inserito Jennifer Egan nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo attuale.

Il tempo è un bastardo: trama

Bennie Salazar è un ex musicista punk divenuto poi un famoso discografico. Sacha è il suo fidato braccio destro: cleptomane, è una donna forte, dalla psicologia molto complessa, reduce da un passato di vicende rutilanti che dall’America la vedono anche a Napoli e che hanno formato la sua insolita personalità. Intorno ai due compare una lunga serie di personaggi secondari immessi in storie di un realistico quotidiano, il quale, tuttavia, si distacca da ogni stereotipo culturale e assume talvolta un carattere fantastico, attraversando un trentennio di storia americana fino ad arrivare a un futuribile epilogo nel 2020.

Ci sono Scotty, ex chitarrista dei Flaming Dildos – una punk band californiana in cui Bennie suonava il basso – e sua moglie Stephanie, occupata a riportare in vita la carriera di Bosco, una vecchia leggenda del rock ormai invecchiato e in declino. E ancora Jules Jones, un giornalista che cerca di violentare la starlet Kitty Jackson durante un’intervista. Tutti i personaggi sono collegati tra di loro e, attraverso le loro relazioni, è possibile penetrare nel profondo dei vizi e delle virtù americani legati alla cultura di massa, all’impatto della tecnologia sulla psicologia umana, lo star system e, soprattutto, il tempo che, passando, trasforma, metamorfizza e snatura le umane convinzioni e le umane convenzioni.

Struttura e composizione

il romanzo è costituito da 13 racconti interconnessi tra loro, tutti inseriti in una continuità e ingabbiati dentro mille fili logici da rispettare, ciascuno espresso con una voce e uno stile diversi, mescolando finto memoir, giornalismo, fantascienza; prime, seconde, terze persone; voci narranti delle età e dai gerghi più disparati; salti temporali di cinquant’anni, neologismi tecnologici, infiniti paragrafi di note a pié di pagina.

Il tempo è un bastardo (titolo originale Visit from the goon squad) nella sua struttura combinatoria si presenta infatti come un concept album musicale, con temi e motivi che vengono più volte ripresi e il cui significato si modifica e si arricchisce col passare del tempo o attraverso il flashback.

Tra classicismo e sperimentazione

Molto interessante è la sperimentazione di un capitolo scritto riproducendo graficamente un documento di power point, nel quale la vicenda narrata è ridotta a titoli e slogan grazie ai quali il lettore ha la possibilità di attivare il suo personale processo immaginativo e narrativo, e grazie ai quali, inoltre, si ha la possibilità di entrare nell’impalcatura narrativa di Jennifer Egan, nel suo personale laboratorio letterario fornito dalla versione appunto “schematica” dell’episodio.

La commistione di linguaggio letterario e linguaggio dei nuovi media come il power point – su cui è stato scritto moltissimo e talvolta anche a sproposito, soffermandosi solo su di esso – iscrive il premio Pulitzer Egan in un lunga e autorevole tradizione che risale ai grandi autori del modernismo, i quali avevano già sperimentato con i linguaggi dei nuovi media a loro coevi, come ad esempio l’impatto del telefono o del telegrafo (Henry James, James Joyce, T. S. Eliot, Italo Calvino e in parte Virginia Woolf), la radio e il grammofono (Beckett, Kafka e ancora Joyce).

Il tempo e le sue sfumature

Jennifer Egan si è avvale di una struttura razionale che, allo stesso tempo, deriva da un’autentica ispirazione legata alla vita reale e alla reale società americana che l’autrice osserva e riproduce con empatia. In questo senso, Il tempo è un bastardo non si configura come uno di quegli esemplari esercizi di stile tipici di moti romanzi postmoderni, che però risultano non coinvolgenti sul piano emotivo. Al contrario, in ogni racconto si percepisce il pulsare della vita vera, di sentimenti ricreati magistralmente dall’autrice e di storie che, nonostante le divergenze culturali e geografiche, potrebbero riguardare tutti noi.

Il romanzo ci narra infatti del tempo che, legato al secondo macrotema della musica, ci appare in tutte le sue sfumature: il tempo che passa, il tempo che scorre velocissimo o che a volte pare rallentare e sospendersi, il tempo reale e cronologico, il tempo del “per sempre” e quello ineluttabile del “mai”, il tempo che è sia un “galantuomo”, sia un “bastardo”.

Jennifer Egan ci suggerisce di considerare il tempo non solo come un tema nella narrazione ma come il suo principio strutturale di base. Come nella fisica delle particelle, il tempo della vita è tutto fuorché lineare e dunque non può esserlo nemmeno in una forma romanzo che mira alla ricreazione della vita stessa.

Alle persone non ci penso», disse Sasha.
«Eppure non è che manchi di empatia», disse Coz. «Questo lo sappiamo, per via dell’idraulico».
Sasha sospirò. Aveva raccontato a Coz la storia dell’idraulico un mesetto prima, e da allora lui aveva trovato il modo di tirarla in ballo quasi in ogni seduta. L’idraulico era un signore anziano, mandato dal padrone di casa di Sasha a indagare su una perdita nell’appartamento sotto il suo.

 

Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/il-tempo-è-un-bastardo

Nasce a Napoli ‘Edizioni San Gennaro’, la sfida editoriale del Rione Sanità

Nel Rione Sanità è nata una nuova casa editrice dal nome Edizioni San Gennaro. Il marchio è stato presentato il 7 ottobre presso il Museo Archeologico di Napoli. La firma viene dall’omonima Fondazione comunità San Gennaro onlus, da Padre Antonio Loffredo e dai giovani della Sanità. Questo gruppo già da anni con estremo impegno e passione, è riuscito a”curare” questa terra per troppo tempo ferita dai pregiudizi e dal morbo della camorra.

L’impegno profuso della Fondazione, il lavoro zelante della cooperativa La Paranza hanno fatto rinascere la Sanità che, oggi non è soltanto una meta attrattiva per tantissimi turisti grazie alle catacombe e al tesoro di San Gennaro ma, anche una zona ricettiva per la presenza di un teatro, dell’orchestra Sanitensamble e uno studio di registrazione Apogeo Record. Un luogo che insomma è pronto a mostrare tutta la sua bellezza a chi è davvero capace di guardare. Come scriveva Oscar Wilde “non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza”. La ricerca del bello tutela la salvezza di questo luogo.

Un importante supporto è certamente la cultura, in particolare i libri che rappresentano un altro valido strumento per aiutare le persone. Edizioni San Gennaro nasce appunto con questa mission. Il responsabile editoriale è Edgar Colonnese. Il progetto editoriale si avvale di una vasta equipe: da Padre Antonio Loffredo con i suoi ragazzi ad imprenditori e intelletuali come Carlo Borgomeo, Ilaria Borletti Buitoni e Mimmo Iodice. Sono state proposte sei collane: libri di saggistica, biografia e memorie, classici in formato tascabile, fotografie, guide storico-artistiche, narrativa e libri per ragazzi. La neonata casa editrice già pensa ai progetti futuri: la pubblicazione di Children of Sun, l’inchiesta reportage di Morris West, in cui lo scrittore australiano racconta la storia di Don Morelli, un sacerdote che fingendosi marinaio durante il periodo della guerra, salvò molti scugnizzi napoletani.

Il primo titolo di Edizioni San Gennaro

Edizioni San Gennaro festeggia il suo debutto il 4 ottobre con il titolo Vico Esclamativo, voci dal rione Sanità della giovane Chiara Nocchetti. Il libro contiene 25 voci che a cuore aperto si raccontano, partendo proprio dalla propria terra: la Sanità. Quelle pietre inizialmente scartate ma che, con immenso coraggio e pazienza hanno saputo ricostruirsi trasformandosi, come descrive il salmo del vangelo, in pietre angolari, solide, capaci di unire muri.

L’autrice ci dona questi racconti attraverso una scrittura essenziale ma a volte, carica di drammaticità. Una storia lontana dai pietismi e dalle commiserazioni dove da ogni parola trasuda l’inviolabile dignità di ciascuno. Ad ogni pillola di vita corrisponde una foto: perché non si parla solo di belle parole ma di Persone. Ognuno di essi si è trovato a pochi passi dal baratro, ma ha avuto il coraggio di salvarsi cercando le mani giuste. Oggi sono proprio loro a porgere le proprie per aiutare gli altri. 25 pezzi di vita che sono diventati il cuore pulsante che ogni giorno mantiene vivo il Rione Sanità. Perché come scrive Padre Antonio Loffredo nella postfazione del libro “Non si sceglie di nascere, né dove si nasce. Accade. Non tutte le vite sono uguali, ma tutti hanno egualmente il diritto di vivere, di esistere, di sentirsi accolti, riconosciuti, scelti. E di scegliere.”

 

 

Carolina Invernizio, scrittrice di storie macabre e di misteri, o il brutto che piace e che vende?

In un’intervista, Carolina Invernizio dichiarò di scrivere un romanzo di 200-250 pagine entro una settimana, di non controllare mai i suoi scritti e di prendere ispirazione per le sue opere dagli articoli di giornale. Gramsci la definì “l’onesta gallina della letteratura popolare”, per Emilio Zanzi è stata “la dama che ha anticipato di mezzo secolo la letteratura gialla e supergialla”, i critici la chiamavano “Carolina di Servizio” oppure, inventando un appellativo ormai divenuto proverbiale, “la casalinga di Voghera” (la scrittrice, nell’introduzione ai Romanzi del peccato, risponde loro: “Dei critici ho una allegra vendetta. Ché le mie appassionate lettrici e amiche sono appunto le loro mogli, le loro sorelle”).

Invernizio scrive male, anzi malissimo, tra stereotipi, spiegoni, narici frementi e pianti dirotti, buoni dall’animo candido e cattivi senza possibilità di redenzione; ma questa pessima scrittura che caratterizza tutti i suoi romanzi che sono simili tra loro, ma tradotti anche negli Stati Uniti e in America Latina, sprigiona un’energia esplosiva, alimentata da un’immaginazione iperbolica, da un certo gusto per il macabro e il perverso e da un senso del ritmo impeccabile.
Non è raro il caso che una persona venga seppellita come morta, mentre di morta non ha che l’apparenza. Ci sono molti e molti esempi da citare, ma ne basti solo uno solo a dimostrare che non bisogna aver troppa furia nel seppellire i cadaveri, specialmente quando la loro morte è avvenuta improvvisamente, non bastando talvolta la constatazione del medico. Quanti medici, ed anche celebri, si sono ingannati ed hanno fatto seppellire dei morti ancora vivi! Se tutte le tombe potessero dischiudersi,… se potessero parlare! Ma le tombe sono mute, e la terra ricopre i più orribili misteri.

Le varie sollecitazioni nei confronti del pubblico sono giocate, più in particolare, sulle frustrazioni alimentate dalla morale repressiva della famiglia, che è all’origine dei temi macabri e angosciosi della narrativa inverniziana. Si pensi all’ossessione della morte, quale si trova ampiamente sfruttata nel motivo della “sepolta viva”, i luoghi bui e appartati dei labirintici bassifondi, dove si compiono i più efferati delitti e si occultano i cadaveri, valgono come altrettanti simboli delle misteriose regioni dell’inconscio. Il fascino proibito e morboso di tali tematiche si rivela, a volte al limite di una situazione che sfiora la necrofilia sadiana. Possono così trovare sfogo, in altri termini, gli impulsi inconfessabili di una sessualità repressa e inibita, che percorre del resto buona parte della letteratura d’appendice, sotto le forme di un sadismo compensativo di una realtà sessuale sulla cui negazione si basa la morale ufficiale. Pertanto, laddove il sesso non può uscire dal chiuso cerchio della famiglia, divengono tanto più indicativi i teneri legami fra congiunti (il rapporto fra Clara e il fratello Alfonso, ancora nel Bacio di una morta) o fra creature femminili (laddove l’unico rapporto consentito con il maschio “estraneo” è quello della seduzione e della violenza), che sfiorano i tabù dell’omoerotismo e dell’incesto.

Inoltre nei romanzi della Invernizio l’alternarsi degli ambienti eleganti dell’aristocrazia e della ricca borghesia ai tuguri degli squallidi quartieri dove allignano il vizio e la miseria, l’ignoranza e la prostituzione, è funzionale a un interclassismo filisteo che consiste nel rendere romanzescamente possibili gli improbabili matrimoni tra le “figlie del popolo” e gli eredi di agiate e nobili famiglie. Si introduce così un ulteriore livello di ambiguità, se è vero che contro la ragazza povera e onesta (la ragazza che non ha ancora subito il furto dell'”onore”) è in agguato l’eterna congiura dell’aristocratico e diabolico seduttore.

Il bacio d’una morta, dai più considerato il capolavoro dell’autrice, racconta la storia di due fratelli, Alfonso e Clara, che ricorrono a inganni e sotterfugi à la Montecristo per strappare la figlia di lei, Lilia, dalle grinfie dello scellerato marito, il conte Guido Rambaldi, e soprattutto della di lui amante, la maliarda ballerina giavanese Nara. La trama si dipana tra tentati omicidi, finte morti, inseguimenti, svenimenti in abbondanza e vendette, con una tensione febbrile la cui efficacia, a differenza dello stile, si mantiene inalterata nel tempo. Perché è nel suo spirito isterico e febbrile che Invernizio trova la sua forza, e anche a uno sguardo ben più smaliziato di quello delle lettrici del suo tempo, Il bacio d’una morta appare ricco di atmosfere perturbanti, se non addirittura ambigue dal punto di vista morale.

A trainare il romanzo della Invernizio sono le donne, che non solo muovono la trama, ma incarnano anche i motori più potenti e oscuri dal punto di vista emotivo, mentre gli uomini si limitano a farsi trascinare da desideri e macchinazioni: se la perfida Nara sfoga la sua smania perfida e distruttiva su chiunque le capiti a tiro, protesa com’è a soddisfare il capriccio del momento e a devastare tutto il resto, la candida protagonista Clara è altrettanto determinata a conservare quello che ha, lotta strenuamente per riavere sua figlia, arrivando anche a mentire in tribunale, senza esitazioni e senza sensi di colpa.
Era splendidamente bella ed abbigliata con elegante semplicità. Nulla di più voluttuoso dei suoi occhi grandi, stupendi, dalle pupille luminose: il suo colorito bruno era alquanto animato: le labbra sensuali, di un rosso vivissimo, spiccavano sullo smalto dei denti bianchi, umidi, come quelli di un fanciullo: la bruna lanugine, che gettava una specie d’ombra agli angoli della bocca, dimostrava il carattere focoso, appassionato di quella donna: le sue narici rosee si dilatavano frementi: nello sguardo aveva qualcosa d’indefinito, d’imperioso.

Il bacio d’una morta è un’opera talmente ingenua e sovraccarica che la si può non prendere sul serio, così come si può ridere del rapporto tra Alfonso e Clara, che farebbe la gioia di legioni di psichiatri, o di Nara, in confronto alla quale Charles Manson era un chierichetto, o di Guido, descritto come il marito crudele per antonomasia e che in realtà è solo di un’imbecillità disarmante; tuttavia rimane una lettura divertente, a suo modo ricca, appagante, disimpegnata e leggera, capace di soddisfare con pienezza le voglie più semplici del lettore, quelle voglie che sempre esigeranno di essere soddisfatte.

Molti dei romanzi di Carolina Invernizio hanno avuto una trasposizione cinematografica a partire dai tempi del muto: Il bacio di una morta per l’appunto, La sepolta viva, L’orfana del ghetto, Il treno della morte.

 

Fonte: http://www.crapula.it/carolina-invernizio-o-il-brutto-che-piace/

Perchè si pubblicano tanti libri in Italia se quasi nessuno li legge?

Ci si lamenta spesso dello stato dell’editoria in Italia, con le principali problematiche che potrebbero essere riassunte con: troppe pubblicazioni, troppi pochi lettori. Che si pubblichino troppi libri è una cosa che in molti continuano a ribadire da tempo, specialmente considerando che al contrario le vendite sono ai minimi storici (la stragrande maggioranza dei libri usciti non arriva alle 500 copie).
Ma siamo davvero in una situazione così particolare solo nel nostro paese? Oppure è un trend purtroppo comune anche in altre nazioni (che spesso invece sembrano molto più virtuose)? E soprattutto, se la situazione è così drammatica, perchè si continuano a pubblicare tantissimi libri?

Le pubblicazioni di libri in Europa

Partiamo dalla base: quanti libri si pubblicano ogni anno nel mondo? Tanti. Anzi tantissimi. Come vediamo dalla grafica generale (frutto di Bookstr), la Cina guida nettamente questa speciale classifica con 440 mila titoli pubblicati ogni anno (ma sono anche un settimo della popolazione mondiale), staccando gli USA che seguono con poco più di 300 mila libri, e i cugini dello UK con 180 mila e i Russi con 120 mila.

E l’Italia? Sono oltre 60 mila i libri pubblicati nel nostro paese ogni anno (i dati del 2015 sono ancora più in rialzo, intorno ai 65 mila), circa 20 mila in meno della Germania e altrettanti in più invece di Francia e Spagna. Numeri e differenze che più o meno potevamo aspettarci in effetti. Ma come possiamo immaginare, molto dipende anche dal numero di abitanti di ogni nazione, in questo senso infatti, se analizziamo il numero di pubblicazioni “pro-capite”, ecco che il Regno Unito diventa il paese al mondo dove si pubblicano più libri (2.875 per milione), mentre l’Italia è intorno alla decima posizione con circa 1.000 libri per milione di abitanti.

Sono ovviamente dati indicativi della situazione attuale (i dati si riferiscono al 2013/14 e sono soggetti comunque a qualche differenza), ma ancora di più valgono il giusto se non correlati direttamente a un’altra informazione importante: quanti di questi libri verranno poi letti?

Quanto si legge in Europa?

Da qui anche la domanda iniziale: siamo poi noi italiani così indietro nella lettura? Per analizzare meglio questo punto, ci aiutiamo con i dati del World Culture Score Index. Ecco la mappa del mondo cambia radicalmente. Molti dei paesi che erano al vertice in quanto a numero di pubblicazioni, sono invece tra i posti dove i lettori, leggono di meno (vedi il Regno Unito che risulta nell’ultima fascia in quanto a Ore lette per Settimana). Per quanto non sia eccellente anche la nostra situazione (solo 5,36 ore di lettura settimanali in media, proprio sulla soglia dell’ultima fascia), siamo purtroppo in ottima compagnia.  In Europa, Spagna e Germania non stanno molto meglio di noi, oltre oceano i tanto stimanti States hanno praticamente la nostra stessa media. Stesso discorso per il Canada.

La vera sorpresa forse sono i mercati asiatici dove India, Cina e Thailandia sono tra i lettori più virtuosi, insieme a degli insospettabili egiziani e alcuni paesi dell’est Europa.  Inutile dire che anche questi dati sono da prendere con le molle (frutto di un campione non certo assoluto), ma temo rendano piuttosto bene l’andamento globale. C’è da essere contenti quindi? Mal comune mezzo gaudio? No, ovviamente. Ma fa bene considerare questa problematica di binomio “troppe pubblicazioni/pochi lettori” non solo nel nostro orticello nazionale ma anche in ottica più globale.
Perché pubblicare tanti libri allora? Un dato su tutti: più della metà della popolazione italiana non legge alcun libro. Se come abbiamo visto sopra, aggiungiamo che anche nell’altra metà i lettori forti sono pochissimi, mentre le pubblicazioni sono sempre in aumento, la domanda che sorge spontanea è… perché? Per quale motivo si continuano a pubblicare libri che poi nessuno comprerà?

Piacerebbe dire che c’è una sorta di filantropia editoriale, che vuole fare in modo che nessun sogno letterario rimanga chiuso in un cassetto pubblicando tutti coloro lo desiderino più di un po’. Ma non è ovviamente la motivazione che spinge in questa (drammatica) direzione. La probabile verità (o quella che più vi si avvicina) è che sia il mercato stesso a fomentare sempre più nuove pubblicazioni per permettere alle case editrici di sostenersi economicamente, in un malato circolo vizioso. In che modo? C’è da comprendere meglio intanto come funziona il mercato nostrano. Proviamo vedere praticamente la filiera che si attiva ogni qual volta si pubblica un libro.

L’autore e l’Editore si accordano per un contratto (se a pagamento è il momento in cui l’autore sborserà la sua parte all’editore (che si garantirà così una copertura delle spese in cambio di un numero di copie e di una piccola percentuale sui diritti di autore), se è gratuita si concorderanno i termini ed eventuali compensi. In ogni caso, di solito l’autore non prende più del 5% sul prezzo di copertina.
L’editore provvederà a editing, copertina e stampa (tutti questi costi sono di solito a carico dell’editore: per ogni libro in vendita a 10€ possiamo dire che circa il 10-15% va in costi per la stampa).
L’editore manderà i suoi libri stampati dal distributore di riferimento (in questo caso, circa il 60% del costo del libro va sotto forma di sconto al distributore, per cui di fatto, all’editore ogni 10€ di libro rimangono in questa fase circa 4€). Il distributore rivenderà i libri al libraio (di solito con uno sconto del 30-40% a seconda della libreria, con il libraio che pagherà questi libri solo 90-120 giorni dopo, sempre a seconda degli accordi). Il libraio mette in vendita il libro al pubblico.

Dopo circa un mese, complice il bisogno di nuovi libri e nuova liquidità, il libraio comincerà a fare il famoso RESO degli invenduti, in modo da poterli scalare dal conto che dovrà pagare (pagherà quindi SOLO i libri venduti ovviamente, scalando il Reso dal totale della fattura).
Il distributore ritira i libri dal libraio e comunica i dati del reale venduto (e quindi quanti soldi incasserà) all’editore che dovrà decidere se: lasciarli dal distributore, farseli riportare (da tenere in magazzino o per il macero). In tutti questi passaggi ovviamente, il distributore è l’unico che ci guadagna.
L’editore, che ha dovuto tirare fuori tutti i soldi per ogni passaggio, farà i conti con il venduto e tirerà le somme di quanto soldi sono tornati indietro: di solito non più del 50% di copie vendute. A essere ottimisti.

Bene. Se avete seguito tutti i passaggi a questo punto qualcuno potrebbe già aver capito dove sta il problema e anche quale sia stata la soluzione attuata fino ad ora. Ma forse facendo un esempio pratico con dei numeri, viene ancora più facile.

L’editore pubblica un nuovo libro con il suo autore, in 1000 COPIE (consideriamo quello che dovrebbe essere, ovvero un’edizione NON a pagamento per l’autore che riceve invece un 5% di diritti di autore) fissando come 10€ il prezzo di copertina del libro. Editor e grafico completano il libro e l’editore lo manda in stampa pagando alla tipografia circa 1.500€. [saldo editore = -1.500€]
A questo punto il distributore “compra” le 1000 copie stampate dall’editore, scalando però il 60% del prezzo di copertina come margine. La fattura emessa non sarà pagata subito ma a (circa) 120 giorni. [saldo editore = -1.500€; da avere 120 giorni = 4.000€; distributore = -4.000€ di fatture a 120 gg]
Il distributore si occupa ora di rivendere le 1,000 copie alle librerie (poniamo con sconto del 40%). I librai fanno quindi fattura a 120gg per un totale di circa 6.000€ al distributore. [saldo editore = -1.500€; da avere 120 giorni = 4.000€; saldo distributore = +2.000€ di fatture a 120 gg; saldo librerie = -6.000€ a 120gg].

Il libraio vende circa 500 dei libri acquistati dal distributore (incassando quindi 5.000€ con 2.000€ di profitto), provvedendo dopo il primo mese al RESO del 50% rimanente e scalandolo quindi dalla fattura iniziale (quindi scalando i restanti 3.000€).  [saldo editore = -1.500€; da avere 120 giorni = 4.000€; saldo distributore = -1.000€ di fatture a 120 gg; saldo librerie = +2.000€ a 120gg]
Il distributore comunica il numero di copie realmente vendute e il RESO rimasto in magazzino, scalando ovviamente queste 500 copie anche dalla fattura per l’editore (quindi scalando 2.000€ dalla fattura inziale).  [saldo editore = -1.500€; da avere 120 giorni = 2.000€; saldo distributore = +1.000€ di fatture a 120 gg; saldo librerie = +2.000€ a 120gg]

Ora, i 120 giorni sono passati. L’editore dovrà decidere cosa farne delle 500 copie rimaste, in caso decida di lasciarle al distributore dovrà pagarlo. Nel caso voglia tenerle in magazzino proprio dovrà pagarlo per farsele portare e ancora pagare il macero per togliersele dal magazzino. I conti alla fine potrebbero essere più o meno questi:

EDITORE: Saldo = +500€ dalla vendita  (da cui sono da togliere spese di gestione, dell’editor, del grafico, del locale, ecc.)

DISTRIBUTORE: Saldo = +1.000€ dalla vendita (sono da togliere anche in questo caso i costi di gestione, sono da aggiungere invece gli extra di contratto con gli editori)

LIBRERIA: Saldo = +2.000€ dalla vendita (sono però da togliere tutti i costi di gestione, dei dipendenti, ecc)

Premesso che ovviamente, numeri e percentuali sono puramente indicativi, ma in teoria rendono chiaro il processo che si scatena dopo tutto questo: come faranno quindi gli editori per poter tirare avanti dopo aver ottenuto un risultato così scarno di entrate? La risposta è in quello che analizzavamo prima, dovranno pubblicare al più presto un altro libro per poter ricominciare a far entrare denaro per ricominciare lo stesso ciclo.

Va detto anche, per concludere, che in questa filiera gli unici che realmente sono piuttosto sicuri di avere margine certo sono proprio gli stessi distributori. I librai hanno guadagno certo sul venduto, ma il margine è molto ridotto e spesso non copre le tante spese che devono affrontare. Doppiamente difficile arrivare in pari per l’editore.
Da questo, molto probabilmente, le oltre 60.000 pubblicazioni che ogni anno invadono le librerie. O meglio, i distributori.

 

Fonte:

http://www.marcusbroadbean.com/pubblicazioni-libri-italia-leggere-poco-pubblicare-tanto/