‘Atti osceni in luogo privato’, l’irriverente romanzo di formazione di Missiroli

Atti osceni in luogo privato dello scrittore riminese Marco Missiroli (Feltrinelli, 2015) ha per protagonista Libero, che più che un personaggio, rappresenta un’idea di istinto. Tutto comincia con una cena. Libero Marsell ha soltanto dodici anni, si è appena trasferito dall’Italia con mamma e papà. Sballottato in Francia, assiste al tradimento della madre, che si innamora del migliore amico di famiglia. A dominare l’inizio è il turbamento visivo del ragazzo, alle soglie del suo sviluppo sessuale, l’immagine della madre baciata da un uomo che non è suo padre. Uno choc, ex abrupto Libero entra nel mondo degli adulti ed è costretto a crescere sperimentando i sentimenti e condizioni proprie dell’essere umano: infatuazione ed amicizia, eccitazione, innamoramento e delusione, solitudine e libertà. Da qui in avanti una storia di formazione che condurrà Libero Marsell, tra coraggio e paura, di nuovo in Italia, a Milano, alla ricerca di se stesso e alla perdita della bussola emotiva e sessuale, inciampando o lanciandosi nelle vite di diverse donne, in una autoanalisi profonda e talvolta contorta che trova nel personaggio di Marie una complice ideale ed amica, bibliotecaria e oggetto di desiderio, fino alla scoperta dell’oscenità esistenziale.

Atti osceni in luogo privato: stile e contenuti

Atti osceni in luogo privato è un romanzo che vale la pena di essere sugli scaffali dei nostri lettori. Un libro di ricerca, formazione, autocritica e ironia anche di amarezza, che fa capire subito davanti a che tipo di scrittore ci troviamo. Marco Missiroli è uno che scrive senza chiedersi se andrà di moda, tanto che è stato criticato proprio per questo, per quei fraseggi troppo curati, articolati, poco limpidi. Atti osceni in luogo privato è un esempio di come la letteratura italiana possa ancora tirare fuori il meglio di sé. Non possiamo solo rimpiangere le letture di Moravia, Morante, Pirandello. Dobbiamo costruire un canone diverso, un approccio inedito versi i nuovi autori che stanno formando il nuovo filone dei grandi. Che poi ci sia valore anche nel piccolo (piccole case editrici o libri poco conosciuti), è giusto dirlo.

La copertina del libro potrebbe ingannare, perché sembrerebbe – ma non è – un libro erotico. Uno di quelli che i lettori da metropolitana acquistano distrattamente, non che sia una colpa ci mancherebbe, ma questo volume non è per lettori occasionali. Pretende molte conoscenze, le dà per scontate, allude a titoli come Lo straniero di Camus, Mentre Morivo di Faulkner, giusto per citarne un paio.

L’autore di Senza coda, Il buio addosso e del Senso dell’elefante, adotta uno stile coraggioso. Può non piacere, il modo di scrivere di Missiroli. E’ comprensibilmente vero. Un po’ zuccherato, non melenso, curato fino alla virgola, a volte sbavato e un poco scorretto. Come quelle calligrafie d’artista, o del medico di famiglia, che ogni tanto sul foglio lasciano traccia di una ribellione da non sottomettere a nessuna disciplina, nemmeno alla narrativa. A volte pecca di un esageato tentativo di comporre neologismi.
Non è certo politically correct l’incipit, e vince proprio per la sua imprendibilità “oscena” e invincibile, sfacciata:

Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa.

E la crepa si genera anche nell’universo narrativo. Il termine pompino scandalizza più di un romanzo scritto con i piedi? E’ probabile. Non a caso, scrosciano e sono piovute critiche ed apprezzamenti. Perché Atti osceni è un romanzo degli anni ’60, e il lettore vincolato al contesto storico e alle tendenze attuali, non può comprenderlo ed assimilarlo completamente. Forse anche per l’omissione della tecnologia dalla storia:
L’autore stesso ha spiegato la scelta di Atti osceni in luogo privato: “Non volevo raccontare il sesso ai tempi di WhatsApp. Ho eliminato tutta la tecnologia da questo libro. Altrimenti Libero avrebbe scopato a 14 e mezzo, non a 20”.

“O” come oscenità

Ma il romanzo, nonostante l’effetto vintage, resta impresso e durevolmente. In che modo? Con l’irriverenza, la strafottenza con cui Missiroli parla della caccia alla compagna sessuale giusta, la sobrietà nel narrare la scoperta del corpo e l’autoerotismo, l’ostinazione nella ricerca della felicità, e la voglia di libertà, maschilismo criticato ma tuttora esistente tra gli individui, la sincerità cruda, la ricerca sapiente delle parole che sa di snobismo, l’essere così deliziosamente francese e al di sopra di una contestualizzazione, o ad una corrente culturale. Atti osceni è un po’ quello che le opere di Moravia furono per i contemporanei. Uno schiaffo alla critica, perché indecisa e un’invidiosa perplessità di chi scrive sforzandosi di conquistare il pubblico. E si mostra così osceno, senza veli e quasi perturbante, quando descrive la propria eccitazione. In questo passo descrive Marie, sua amica e bibliotecaria che Libero ama dall’età preadolescenziale. Un’infatuazione che si trasforma col tempo un rapporto dal valore quasi psicoterapeutico. Un’amica vera, alla quale però Libero associa un’attrazione perenne. La dipinge così:

Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria.

 

Atti osceni in luogo privato farà ancora parlare di sé, e darà fastidio a molti, ma ai più resterà come un piccolo classico da rileggere con nostalgia degli anziani senza eros che riguardano le vecchie fotografie. Atti osceni ha il plus che manca a molti libri sfornati oggi dalle grandi case editrici. Una sua anima, un proprio perché. Quale? L’oscenità del rischio di piacere, o di essere odiato.

Perché non si dovrebbe amare “Cinquanta sfumature”

Non si tratta di essere bigotti, è una questione di difendere valorosamente la letteratura, il desiderio di esprimere una critica fredda e sincera sulla tanto acclamata trilogia di successo di Cinquanta Sfumature.

Il punto di partenza è sicuramente l’ideatrice della storia: Erika Leonard James, cinquantunenne del Sud-est dell’Inghilterra, laureata all’Università del Kent. E, dal 2013, inserita dalla rivista economica americana Forbes, tra le cento persone più influenti del mondo, grazie alla stesura delle Fifty Shadows, la sua trilogia erotica. Sua, ma con riserva, visto che la struttura di base, la successione degli eventi, ricalca passo passo un’altrettanta fortunata serie, quella della Meyer.

Sebbene l’autrice abbia ammesso di aver preso ispirazione da questa pubblicazione, è evidente che non si tratta di un mero spunto, ma di una minuziosa ricalcatura della trama, con una sola e semplice variante, l’elemento ‘nuovo’ e ‘scandaloso’ che attizza il lettore medio: il sesso. Non è il lodevole processo di Imitatio, atto a impratichirsi ed affinare la tecnica, bensì un’efficace strategia per il successo e il denaro facile.

Quindi state allerta, voi desiderosi di fama, pronti a vendervi per poco, questa è una pubblicità che rivolgo a voi: prendete una storia di successo, un best-seller, di quelli che fanno impazzire le teenagers alle prime arie e cambiate qualcosa. Non la trama, non il carattere e la personalità dei personaggi, e magari non allontanatevi troppo neanche dall’ambientazione. Ma attenzione, cambiate il fattore che classifica il genere, togliete il soprannaturale del Fantasy e aggiungete la spregiudicatezza dell’erotico, ad esempio. Successo garantito. Non servono idee nuove, non servono particolari talenti e conoscenze letterarie, un occhio attento avrà notato la forzata paratassi, i frequenti salti temporali per arrivare velocemente al dunque, a ciò che fa scalpore, trascurando completamente l’arte del narrare.

La caratteristica principale di questa trilogia, oltre alla trama sciatta, e ad un’ipocrisia di fondo è il desiderio onnipresente di rompere un tabù, forzando al limite ogni idea di erotismo. Ma si tratta veramente di erotismo? Sembra invece un’idea distorta e inquinata dell’amore, una visione brutale dei rapporti sessuali e, la vera domanda che ci si dovrebbe porre, senza scivolare nel perbenismo, né senza temere di contrariare i fan sfegatati dell’autrice, è: quali difese hanno le migliaia di ragazze che leggono questo libro, senza aver ancora avuto esperienza dell’amore? Che idee si faranno del loro ruolo come donne? Quale rispetto di loro stesse svilupperanno? Capiranno che non devono accettare passivamente, ma tenere testa ai diritti conquistati? Come possono essersi innamorate di un personaggio che percuote la donna che dice di amare, cercando di sodomizzandola a causa di traumi infantili? È questa l’idea di amore che la nostra società sponsorizza?

Tornando al libro “erotico”, non c’è molto da dire, se non che la letteratura erotica, non è questa. Il primo esempio di questo genere risale al 1100 d.C.: Eloisa ed Abelardo, vecchie lettere d’amore, che a loro tempo furono motivo di scandalo. Oggi, secoli dopo, è patrimonio letterario. L’erotismo alberga in ben altri romanzi come ad esempio ne Il delta di Venere di Anaïs Nin, ne Il Tropico del Cancro di Henry Miller, Il grano in erba di Colette, e tanti altri, magari non altrettanto famosi, e che magari non hanno garantito milioni di dollari ai propri autori, ma che hanno sicuramente più stile, più storia, senso più profondo e meno noioso e surreale.

La trilogia delle Cinquanta sfumature è priva di contenuti, di passione, di coinvolgimento, di emozioni: l’autrice sembra abbia scopiazzato in malo modo Nove settimane e mezzo di Mc Neill, propinandoci una donna ridicola e imbarazzante come la protagonista di I love shopping, oltreché inetta ed irritante, che guardacaso diventa schiava di un uomo ricchissimo. Nessuna donna di buon senso e che ama se stessa si indentificherebbe o vorrebbe essere Anastasia, la protagonista di Cinquanta sfumature di grigio, ma si sa, il marketing trasforma la fuffa in casi letterari.

Storia di chi fugge e di chi resta, di E. Ferrante

Elena Ferrante è diventata un vero e proprio caso letterario. La critica d’Oltreoceano l’ha accolta con parole entusiaste e un grande interesse aleggia anche intorno alla stessa identità dell’autrice.

Elena Ferrante è infatti uno pseudonimo che cela, a detta di alcune indiscrezioni, non altro che Domenico Starnone. Tuttavia al di là di questa parentesi da gossip, il plauso resta meritato e le vendite lo confermano, non accadeva da illo tempore. Leggere Storia di chi fugge e di chi resta (terzo volume di una quadrilogia intitolata L’Amica Geniale) fa tirare un gran sospiro di soddisfazione e si ha l’impressione di avere tra le mani, finalmente, un romanzo all’altezza della migliore tradizione italiana in prosa. Un capolavoro che non strizza l’occhio alle mode letterarie del momento o ci proponga la solita storia messa ben a punto da un bravo editor e da una strategia di marketing destinati solo ed esclusivamente a vendere e a far parlare di sé.

L’avvincente discussione sull’identità della scrittrice, per quanto aggiunga un po’ di pepe, rischia di sminuire la portata di quello che ha scritto, declassandolo a oggetto da salotto massmediatico, senza riconoscere che questa autrice ha elevato nuovamente ad alto rango il Romanzo.

Chiunque lo abbia scritto, Storia di chi fugge e di chi resta, non è solo un bellissimo romanzo ma un punto di svolta nella letteratura contemporanea italiana. Elena Ferrante è riuscita laddove già molti altri autori si sono cimentati con scarsi esiti, ovvero scrivere l’autobiografia di una generazione e di un preciso momento storico segnato dal comunismo e dal femminismo. Il livello della microstruttura investe temi più controversi e avvincenti quali il progresso, la mobilità sociale, la speranza in un riscatto sociale affidato alle proprie capacità.
L’intelligenza, infatti, è l’unica arma di cui le protagoniste dispongono. Nate nella miseria dei rioni popolari di Napoli, Lenù e Lila tentano di cambiare le proprie vite ma adoperano i rispettivi capitali cognitivi in modo dicotomico. Lenù rispettando tutte le regole e Lila non rispettandone neanche una. Eppure anche lei, pur nei limiti del quartiere, riesce a realizzarsi nel settore dell’informatica. Lenù parte, fugge. Lila resta e prova dall’interno e con il suo carisma ad opporsi alle regole eterne delle strade di Napoli. Tuttavia finiscono entrambe sconfitte se le si rapporta al mondo che non cambia e il riscatto delle loro esistenze risulta vano.

Insomma il romanzo, popolato da personaggi le cui vite si intrecciano slegano e ricompongono, è il manifesto di una grande sconfitta collettiva. Perdono tutti: chi la vita, chi la libertà. Gli amici cresciuti con le due protagoniste seguono la medesima parabola discendente: sconfitti quelli hanno fatto carriera con il Psi di Craxi, quelli che sono ascesi con la camorra, quelli che hanno sperato in una rivoluzione. Elena Ferrante non si limita a narrare una storia privata ma intesse il romanzo epico di un pezzo di storia, la nostra, quella italiana, del boom economico e delle sue contraddizioni. La scrittrice racconta un ‘68 filtrato dall’esperienza di personaggi tutti italiani. E allora è possibile constatare quanto in quei fantastici anni, in cui tutto sembrava possibile, da L’immaginazione al potere a Il sesso è politicoqualcosa in Italia si è inceppato e ha interrotto il cammino della nostra storia, tanto da far scrivere la carta stampata di un ‘caso italiano’. Un caso che non è quello, o non solo, delle grandi città del Nord ma anche del Sud, di coloro che borghesi non lo erano  affatto e se intentavano una ‘lotta di classe’, dovevano affrontarla in primis tra le mura domestiche, poi nel quartiere sino alla fabbrica.

Il lavoro di Elena Ferrante è un romanzo popolare ma immenso poiché restituisce, attraverso personaggi frastagliati, la complessità dell’Uomo. Risulta difficile parteggiare pienamente per ciascuno di essi, così come è impossibile definire a pieno titolo i Buoni e i Cattivi. Resta su di essi un cono d’ombra che lascia indefiniti alcuni interrogativi, ogni volto che il lettore incontra è un mondo a sé e pertanto ogni ontologia resta irrisolta.

Elena Ferrante è riuscita dove tanti hanno fallito perché “Scrive”, perché sa coniugare la testa e le viscere come a pochi è concesso dal talento e forse anche per la volontà di ripercorre una parabola esistenziale dal basso. Il punto di osservazione appartiene a coloro i quali l’ascensore sociale non era una definizione sociologica ma il confine tra la vita e la sopravvivenza. E perché non la mette mai al centro della narrazione, ma la rilegge attraverso il prisma emotivo di un’amicizia al femminile. Amicizia strana, peraltro, con una simmetria troppo perfetta tra le due biografie così perfettamente opposte, una il rovescio esatto dell’altra. Due amiche, legate dal rapporto più intimo della loro vita ma forse anche due parti della stessa identità.

Ma Elena Ferrante è una narratrice e rifugge da intenti pseudo pedagogici e si astiene dall’azzardo narcisistico di fornire una qualche spiegazione. In Storia di chi fugge e di chi resta, l’autrice ha raccontato e descritto una vita, un’amicizia, un’epoca storica, una generazione e la sua catastrofe. Andare oltre e trovare una spiegazione di senso sta a chi legge, perché questo è quello che si fa con i grandi libri.

Dieci giorni, di Maura Chiulli

Dieci giorni di Maura Chiulli, classe 1981, ha la forza di un pugno nello stomaco. I tre episodi che compongono il romanzo sono storie estreme che coinvolgono protagonisti altrettanto al limite. Tuttavia il sapore acre delle pagine, a tratti, lascia fuggire uno spiraglio di dolcezza e speranza che però fa subito i conti con il cinismo della vita, sempre pronta a chiedere lo scotto.

Il corpo, i corpi assetati, maltrattati, umiliati invocano amore o anche solo una tregua ma inesorabilmente sono piegati dall’effimera sessualità. Ciò sembra tradursi in una carneficina dei protagonisti sino all’alienazione. I personaggi di Dieci giorni sono mossi dalla volontà di rimuovere un passato o un’infanzia segnati da soprusi o da miseria affettiva. Il corpo, che sia usato, esibito o desiderato, è un oggetto/soggetto di un eccesso che Maura Chiulli spinge al limite per sollevare, con un colpo secco, l’ipocrisia che si cela dietro la maschera della borghese normalità. Le vicende narrate sono attraversate da inconfessabili segreti che come fantasmi appaiono all’improvviso a turbare i protagonisti ma anche il lettore catapultato in flash-backs inattesi e intensi.

La scrittura di Maura Chiulli è minimale, ruvida e dai forti chiaroscuri. L’autrice non adopera orpelli retorici, parole che addolciscano la pena, no, Maura Chiulli si dimostra coraggiosa nella scelta delle storie e nello stile narrativo adottato. Infatti esso risulta diretto, provocatorio e contro ogni perbenismo.

In un panorama letterario troppo melenso e autoreferenziale, si avvertiva la mancanza di un’autrice che, come in questo caso, si imponesse con vigore ma anche con talento.

Le descrizioni nonostante siano scarne ed essenziali rifuggono dallo straniamento e al contrario riescono a coinvolgere il lettore. Quest’ultimo, di volta in volta, è lì con Lulù e Silvia o con gli altri personaggi e il pathos è un sapore che si avverte nelle narici. Le tre sezioni sono un climax narrativo che attraversa tre realtà, tre nuclei narrativi apparentemente autonomi tra loro, sebbene un sottile filo rosso etico e drammatico le affratella.

E c’è l’orrore di corpi abusati e di dolori taciuti ma che restano sulla pelle del lettore e attraversano a tratti le vene. Senza moralismi o facili pietismi, questi personaggi così distanti, in realtà in parte ci abitano nel loro bisogno estremo di riscattare le contraddizioni della vita e del suo cinismo.

La riflessione sui corpi, la sessualità e le patologie edipiche investono la generazione postmoderna, i cui padri, figli del boom economico e del ’68, sembrano aver lasciato ben poco in eredità se non solitudine e rassegnazione. Due sorelle che si trascinano anche in questa nostra epoca di ipersimulazione, di accelerazione costante, di solitudini celate in tutto ciò che è high e iper, che rendono lo schianto esistenziale un urto feroce.

Non mi capitava un romanzo come Dieci Giorni, con le sue storie, personaggi randagi e una scrittura così acre, ‘pulita’, fuori dai denti, dai bellissimi tempi di Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli.

E nella penombra di queste vicende, in modo impercettibile, quasi come un sussurro Maura Chiulli concede parentesi di poesia dedicate alle speranze e al destino ma sono parentesi di vita breve. Nell’amaro del quotidiano è una concessione alla quale la scrittura si abbandona per poco. Nessun narcisismo né tanto meno autocensura, una scrittura immediata, dura, dolceamara e per questo meravigliosamente coinvolgente.

Acciaio, di Silvia Avallone

“Francesca ficcò il muso nel suo petto e finalmente riuscì a non fingere. Si lasciò scappare un pianto, quasi muto. Lui non cercò più spiegazioni. Solo, abbracciandola, aveva avuto un’erezione.”

Francesca ha circa quattordici anni, nasce e cresce a Piombino, un luogo dove vivere, amare, sorridere, essere adolescenti, sembra essere un lusso che non tutti possono permettersi. Accanto a lei Anna, l’amica di sempre, quella sola persona grazie alla quale la vita sembra essere meno dura. Ogni tanto, un sorriso, a questa vita, lo riesci a strappare.
Acciaio, il romanzo della scrittrice appena venticinquenne Silvia Avallone, viene pubblicato per la prima volta nel 2010, due anni dopo la trasposizione cinematografica, porterà dinanzi agli occhi del pubblico un’opera che lascia in segno nella letteratura contemporanea. Tradotto in 22 lingue, il libro è vincitore del premio Campiello nel 2010, l’opera, porterà con se numerose critiche dovute alla negatività con cui viene descritto quel luogo in cui le vite di queste due adolescenti andranno avanti, Piombino, appunto.
Tra il disagio e la miseria, Francesca e Anna, crescono con la voglia di sopraffarlo quel mondo che non lascia loro via d’uscita. Un padre padrone, una madre senza la forza di combattere, avvolgono i giorni di Francesca. Un padre, piccolo delinquente con manie di grandezza, una madre politicamente impegnata, un fratello operaio specializzato che di notte si droga e ruba per “avere più grana”, sono il contorno della vita di Anna.
Con una bellezza fresca e disarmante, la voglia di prenderlo a morsi il mondo, il loro mondo, che sembra tutto tranne un mondo, una vita degna di essere vissuta., le due adolescenti, come sorelle, vivono l’una accanto all’altra. Sarà un momento, un attimo, avvolto nella notte e nel silenzio, che le dividerà. Romperà quell’amicizia che dava loro la forza di lottare, di andare avanti, di entrare nel mondo degli adulti, forse l’unica via d’uscita.
Silvia Avallone ci mostra così un mondo fatto di sogni perduti; Piombino non è un luogo per sognare, desiderare una vita migliore. Quel mondo è fatto di piccoli ladruncoli, ragazzine che si muovono come donne, che usano la loro bellezze per disarmare l’altro sesso, usarlo, renderlo proprio, ma non sempre tutto va come vorremmo. Forse, non accade mai.
In un romanzo che lascia senza fiato, le parole scorrono veloci, ma pesanti come un macigno, ci trascinano fino a quell’ultima pagina, fino a quell’ultima immagine, come fossimo lì, a Piombino con Anna e Francesca, con i loro desideri, i loro sogni, la loro voglia di crescere anche se troppo in fretta.
E poi c’è lui, Alessio, la sua storia d’amore, la sua voglia di avere di più, più soldi, più controllo, più forza, più potere.
L’autrice ci parla di adolescenti feriti, pronti a lottare con i soli mezzi che hanno a disposizione, con quel qualcosa che possono inventarsi per andare via o forse per restare, ma a modo loro. Adolescenti che non hanno quegli anni spensierati e felici e colmi di sorrisi. Padri violenti, madri che non sanno, o forse non vogliono, ribellarsi. Una vita che scorre lentamente o troppo velocemente, una vita che non è una vita, una vita che non ha scelta. Genitori assenti, figlie spregiudicate che usano i loro corpo per andare avanti. Esempi sbagliati che portano Francesca e Anna a credere che non vi sia via d’uscita se non legata a quei corpi non ancora maturi e, per questo, pronti ad essere accolti da adulti sbagliati, disonesti, amorali. Genitori che di un genitore, non hanno nulla.
Acciaio è un romanzo contemporaneo, forte, schietto, dal sapore amaro dei sogni infranti ma anche di un’amiciza solida come l’acciaio, che in quell’ultima immagine, porta al cuore un sorriso amaro, una dolce malinconia. Un libro che va vissuto, che si lascia vivere, prima di lasciarsi leggere. Un’amicizia ancor più forte, che si spezza per una frase sbagliata, un abbraccio non voluto, indesiderato. La forza di Acciaio è proprio la capacità di rendere reale l’immagine dei suoi personaggi di periferia, che ogni giorno lottano per non essere soffocati dalla banalità delle loro vite fatte soprattutto di violenza. L’autrice non può non usare un linguaggio colorito e volgare per essere fedele al quella realtà, facendoci riflettere sul duro lavoro nelle fabbriche e la drammaticità delle morti bianche. I personaggi non hanno molte sfumature e il finale probabilmente affrettato, ha scontentato molti
Silvia Avallone ci porta nel mondo di Piombino, di Francesca, di Anna, di Alessio, ad interrogarci sul significato del lavoro, su cosa esso rappresenti per molti. La sua trasposizione cinematografica non lascia spazio all’immaginazione. Quella realtà, quella vita, è intorno a noi. Quelle parole non ci lasceranno mai. La voglia di trovare una strada nella nebbia, nel buio, nell’acciaieria di Piombino.
Acciaio è un fenomeno editoriale frutto di una sapiente operazione di marketing,  o davvero un caso letterario?

Che cosa ci fa un morto nell’ascensore?

Che cosa ci fa un morto dell’ascensore?, una raccolta di cinque racconti brevi  è l’unico libro pubblicato in Italia dallo scrittore sudcoreano Kim Young Ha.
A una prima occhiata questi sembrerebbero scollegati fra loro, poiché le trame non si incrociano durante il tempo narrativo. Tuttavia, se ci fermiamo a riflettere, il vero filo conduttore di questo libro può essere rintracciato nella solitudine, una solitudine che va di pari passo al progresso tecnologico.

Sullo sfondo di una ipertecnologica Seul si dispiegano i destini di cinque personaggi, frutto dell’abbagliante abilità narrativa di Kim Yung-Ha, giovane capofila di una nuova generazione di autori della Corea del Sud, ancora sconosciuti in Italia ma già molto apprezzati soprattutto negli Stati Uniti. Kim Yung-ha (1968) inizia a scrivere i suoi racconti su Internet e nel 1995 pubblica il primo romanzo breve, con cui vince il premio letterario come migliore “Giovane scrittore”. Si tratta senza dubbio di un intellettuale versatile e poliedrico, infatti non solo si è laureato in Economia e Commercio all’Università di Yonsei a Seul ma ha fatto anche il DJ e l’attore. L’eclettismo dell’autore sud coreano confluisce nella sua scrittura e nello sviluppo di trame che si distinguono nel panorama letterario contemporaneo.

Ciascuno dei protagonisti dei cinque racconti della raccolta in Che Cosa ci fa un Morto nell’Ascensore? è inserito in vicende completamente surreali; le storie stesse sono tutte narrate al presente, poiché non esiste un passato da ricordare e neppure un futuro da immaginare, ma solo un’eterna contemporaneità, che opera come potente sedativo verso ogni possibile slancio emotivo. I personaggi si muovono così come automi inconsapevoli immersi in un’atmosfera che evoca Lost in Translation, ma con una drammaticità che deve molto al cinema di Kieslowski. Nonostante siano concepite secondo una struttura circolare, le storie hanno un finale aperto, poiché suggeriscono una chiusura solo apparente su vicende prive di senso. I protagonisti sembrano vivere in camere insonorizzate, in cui solo di tanto in tanto giungono i rumori della modernità, che contribuiscono ad evidenziare ulteriormente la loro solitudine drammatica. Il gioco, sessuale o dinanzi al monitor di un computer, resta così l’unica dimensione con cui affrontare il quotidiano. La realtà scivola allora in secondo piano, tanto che la presenza di un corpo incastrato in un ascensore non suscita alcuna inquietudine nei condomini. Il giovane autore coreano, con una scrittura efficace e al tempo stesso disarmante, elabora in chiave moderna il paradosso di chi, illudendosi di essere immortale, vive una vita di eccessi, ma lo fa nella più totale noia. Yung-Ha possiede la rara capacità di drammatizzare, piuttosto che raccontare semplicemente, le vicende che sceglie come emblematiche ed esemplificative, riuscendo a fondere insieme, con sorprendenti risultati, cinismo e leggerezza. Ecco che, in un mondo così lontano, la Corea del Sud, si ripete quella che in tutta evidenza è la conseguenza normale di una civiltà ipertecnologica. Nonostante tutto sia cemento e tecnologia, grigio e assordante, al di fuori resta un nucleo di impotenza dinanzi al delirio dell’umanità. Si percepisce in filigrana un climax che produce un pathos distillato lentamente, sino ad una dilatazione del reale che lo traduce in un simulacro di trasparenze.

Il lettore è cullato in un limbo mobile in cui l’immaginazione va oltre lo sguardo e uno strano stato di sospensione lo avvolge nel mistero, ma paradossalmente la realtà resta salda. Gli intrecci raffinati e paradossali sono il mezzo che Yung-Ha utilizza per mescolare le carte in una società in pieno sviluppo economico, è  lucido elemento di disturbo il suo tentativo di voler lasciare un cono d’ombra tra le luci di Seoul. Inoltre egli è spregiudicato nel suo tentativo di elaborare il paradosso esistenziale dell’uomo moderno, per concludere: lo scrittore Yung-Ha è un’autentica sorpresa.

‘L’amante di Lady Chatterley’, il romanzo-scandalo di D. H. Lawrence

«La nostra è un’epoca fondamentalmente tragica, anche se ci rifiutiamo di considerarla tale. Il cataclisma c´è stato, siamo tra le rovine, ma cominciamo a costruire nuovi piccoli habitat, a riavere nuove piccole speranze. E´ un compito non facile; la strada verso il futuro è piena di ostacoli che dobbiamo aggirare, scavalcare. Si deve continuare a vivere, anche se il cielo ci è caduto addosso. Queste erano, più o meno, le sensazioni di Constance Chatterley. La guerra le aveva fatto crollare il mondo in testa. E lei aveva compreso che imparando si sopravvive». Questo è l’incipit de L’amante di Lady Chatterley (1928), il più famoso romanzo dello scrittore inglese D.H. Lawrence, messo all’indice perché il suo contenuto era ritenuto osceno e oltraggioso per la morale pubblica. Nelle intenzioni di Lawrence il romanzo avrebbe dovuto essere uno stendardo di ribellione, un appello di rivolta dei poveri contro i ricchi, dei lavoratori proletari contro i padroni aristocratici. Ed è per questo che l’amante di Lady Chatterley è un guardiacaccia, un dipendente ma non un servo, un proletario che usa il dialetto come difesa per la propria personalità, ma capace di esprimersi in ottimo inglese per appassionate e impeccabili dichiarazioni di politica o di impegno sociale. E infine, ma solo infine è uno straordinario amante: tenero e prepotente, sensuale e delicato, travolgente, trasgressivo ed instancabile.

Per Lawrence il linguaggio è un’arma di ribellione sociale: far parlare i suoi personaggi in dialetto era un modo per sfidare gli oppressori, per opporsi all´arretratezza culturale e alla supposta erudizione della borghesia. È questo ciò lo scrittore inglese racconta attraverso la storia d’amore tra l’aristocratica Lady Connie Chatterley, moglie di  mister Clifford reso invalido ed impotente dalle ferite riportate in guerra, e il guardacaccia Mellors, uomo virile e forte. Definire il romanzo una storia di adulterio sarebbe dunque riduttivo e inappropiato. Il rapporto che nasce tra la giovane Lady Chatterley e il guardacaccia è una storia d’amore tra persone provenienti da realtà differenti e antitetiche. Sullo sfondo ma di estrema influenza c’è  l’Inghilterra della rivoluzione industriale, privata di ogni naturalezza a vantaggio del progresso e incapace di conciliare la mentalità chiusa e conservatrice di stampo vittoriano con l’apparente ed esasperata ricerca della libertà che la modernità impone; nonostante il progresso e le presunte rivoluzioni culturali, l’upper class non si può avvicinare al proletariato industriale. L’Inghilterra è puritana e bigotta tanto quanto dice di non esserlo.

Ed è per questo che lo scandalo non è generato solo dalla presenza dell’adulterio e dell’erotismo puro; c’è qualcosa di più sottile che scandalizza l’ipocrisia del puritanesimo: una donna giovane e intelligente sente di dover cercare qualcosa di diverso dalla realtà, dalla comoda ma terribilmente fredda quotidianità. La sua non è certo una ricerca del piacere fine a se stesso, il sesso non un insignificante oggetto di consumo, ma un terreno d’incontro con la propria autenticità. Un percorso volto alla conoscenza dell’essenza più vera e spirituale attraverso un sesso vissuto come mistica comunione e fusione reciproca. Il prevalere dell’istinto sul comportamento dettato dalle regole sociali e dalla morale corrente. L’insubordinazione totale nei confronti di una società asfittica e ipocrita che quanto più giudica, condanna e redarguisce tanto più vorrebbe avere il coraggio, la forza e le capacità di cambiare le proprie abitudini, le proprie omologanti leggi comuni dettate più dall’uso che dalla giustezza.

L’amante di Lady Chatterly è una storia d’amore nata a spese del marito della protagonista, un reduce sulla sedia a rotelle, cosa che può infastidiresenza dubbio i benpensanti e la sensibilità di molti lettori ma che ha la forza di un evento naturale, più forte delle sciagure che circondano i due amanti.

 

 

Una vita veloce, di Zoe Jenny

“Vorrei andarmene, il più lontano possibile. Ma lì non ci andrò, dove hanno deciso di mandarmi quando sarà arrivato il momento. Non obbedirò per niente al mondo, non farò quello che vogliono loro…” Una vita veloce della scrittrice svizzera Zoe Jenny è un inno all’amore disperato raccontato con eleganza e senza troppi giri di parole.

Le parole della protagonista della storia Ayse scorrono limpide tra le pagine del suo diario. Ayse è un’adolescente turca che cresce nella Berlino di oggi, circondata da una famiglia benestante ma ancora troppo ancorata alle tradizioni, con un fratello ossessivo e geloso che cerca di controllare anche il suo più piccolo respiro. Poi, una sera, le luci che illuminano le strade di Berlino e quegli occhi che forse l’attendevano da tutta una vita: lui è Christian, giovane tedesco cresciuto nella casa nella quale ora vive “la sua Ayse”. Un ragazzo che, con poca convinzione, frequenta un gruppo formato da giovani appartenenti all’estrema destra.

Ayse e Christian: divisi da chi non capisce il loro amore, separati da chi non accetta che quelle differenze sociali e culturali che dovrebbero tenerli lontani l’uno dall’altro, sono ciò che li rende la parte mancante l’uno dell’altra. Loro, giovani amanti legati ad un destino beffardo, crudele, inconsapevole di una realtà inaccettabile ad uno sguardo adulto.

“…c’è un tipo d’amore che si lancia dritto contro la luce e brucia, come una falena.” 

Lettere e poesie, foto rubate, scatti rapiti nella consapevolezza di un amore che nulla potrà spezzare.

La scrittrice svizzera ci accompagna nelle pagine di un diario scritto e vissuto da una dolce adolescente della Germania odierna. Una ragazza forte, capace di vivere ciò che sente anche nel silenzio e nel buio della notte. Quel buio e quel silenzio che nascondono un amore proibito che porterà i due giovani amanti ad un tragico epilogo.

Una vita veloce viene pubblicato per la prima volta nel 2003, da Fazi Editori. Nello stesso anno la giovane scrittrice incontrerà nell’istituto Mario Pagano di Napoli, un gruppo di giovani studenti. Uno sguardo profondo, due occhi che mostrano dolcezza, una dolcezza che proviene da un amore altrettanto profondo di quello raccontato, l’amore di una figlia verso il padre, a cui il romanzo è dedicato. Durante l’incontro con quei giovani studenti che avevano letto la sua opera, la scrittrice parla dei suoi amori  letterari, di quei libri che l’hanno colpita, emozionata, portandola ad amare la scrittura più di ogni altra cosa nella vita. E così, tra le prime opere lette, giunge il bardo di stratford. 

Le parole di Zoe Jenny scorrono veloci nella mente del lettore, immagini dolci ma forti, immagini che restano legate ad un sapore amaro e malinconico. Come quell’amore, quel tragico epilogo, quelle foto strappate, quel dolore che il destino ha scritto tra le sue pagine.

E così torniamo indietro, riviviamo attraverso le parole della giovane autrice svizzera, Zoe Jenny, quel momento esatto in cui William Shakespeare mostrò al mondo intero che l’amore, quello vero, reale, unico, non puoi spingerlo in una direzione diversa da quella che il destino ha scelto per lui. Ancora una volta, a distanza di anni, secoli, ritroviamo quella forza che hanno forse solo gli adolescenti, coloro

“…ancora abbastanza giovani da amare disperatamente.”

Una storia struggente ed emozionante che rende giustizia ai sentimenti dei giovani, raccontati senza luoghi comuni e con superficialità.

 

Di Gabriella Monaco

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