Veronica Tomassini, autrice di ‘Vodka Siberiana’: un osceno viaggio metafisico ai confini dell’amore

Amare ci rende divini, sembra essere questo uno degli adagio che attraversano le pagine del mordente e schiettissimo romanzo epistolare Vodka siberiana, autopubblicato dalla scrittrice stessa, Veronica Tomassini, collaboratrice presso il Fatto Quotidiano, e autrice di opere pregevoli come Sangue di cane, Laurana 2010; Il polacco Maciej, Feltrinelli 2012; L’altro addio, Marsilio 2017; Mazzarrona, Miraggi 2019, candidato al Premio Strega), perché le case editrici nostrane sono troppo impegnate a pubblicare autori scialbi, standardizzati, politicamente corretti, e banali.

Vodka Siberiana è un viaggio metafisico nel male da cui scaturiscono l’amore e la compassione; un libro quasi insaziabile che abbraccia il trascendente, lo interroga, dove i personaggi naufragano per poi cogliere brandelli di infinito, alla maniera di Dostoevskij, non a caso tra gli scrittori che hanno maggiormente influenzato Veronica Tomassini. I personaggi di Vodka siberiana, sono attratti e al contempo respingono qualcosa che li chiama, incarnando ossessioni, vizi, debolezze, mostruosità che travolgono il lettore più esigente e sensibile, meno gli editori markettari.

Le lettere raccolte dalla Tomassini diventano un romanzo e raccontano la solitudine storica di un tempo, metà anni ’90, dopo la caduta del muro, il tempo finito nella Storia dei paesi dell’ex cortina. Dal disordine – ovvero l’avventata democrazia che piomba simile a un vento disturbante sopra l’elegia comunista oramai esangue, inchiodata finalmente al vero crimine – a quel caos la cui tragicità ha i contorni di una profezia biblica, nutrono generazioni di spostati, la cosiddetta torma di uomini ics. Vagabondi, travasati nel pingue e distratto Occidente, bevitori, portatori di lutti perenni. Oscenità da estinguere in un parco di una metropoli o di una modesta città di provincia, europea, italiana. Nello specifico, ovvero, nel mio romanzo, una città di provincia siciliana. Questa l’originale sinossi del romanzo della scrittrice siracusana.

Veronica Tomassini ci parla di amore, vero, ma di un amore che morte, tradisce, fa male. Di un amore immortale, che è divino, che ama l’altro prima ancora di conoscerlo e che deve passare prima tra i meandri dell’animo tenebroso per poi giungere alla constatazione che ciò che è davvero reale è l’invisibile e l’inverosimile. Bisogna vivere come se si abitasse un altro mondo, sembra suggerirci Veronica Tomassini, abbandonandosi al mistero, compreso quello dell’amore. Amare dunque è normale oppure no? Tutti parlano d’amore, confondendolo con la passione, con un sentimento che gratifica, smuove, fa sentire vivo. Ma l’amore, come dice l’autrice non è nemmeno un sentimento. Mentre si attende l’amore o lo si vive con fatica, bisogna accettare quello che ci sottrae la vita, incastonare la propria solitudine tra le gocce della pioggia che ci bagnano, traendo bagliori di luce e di speranza dal buio, come le grande mistiche.

In tal senso Veronica Tomassini è una mistica della scrittura, una testimone di fatti unici, oltre ad essere una scrittrice che ha un approccio cristiano alla vita e alla Storia: la sua penna è una spada con la quale affonda nella sofferenza umana per tentare di afferrare il mistero della vita che non sembra essere nefasto, nemmeno per i bevitori dei suoi romanzi immersi in un intreccio rovesciato, e in uno stile minimale, annebbiato, ma fulminante e lucido; si tratta di un realismo accompagnato da un piglio volutamente traballante e da atmosfere ed echi sacri quello della Tomassini, atto a raccontare gli emarginati dell’est che vagano verso il nulla. Figure di spicco sono un professore schizofrenico e una donna, voce narrante e alter ego della scrittrice, che narra dei miserabili slavi in un degrado senza tempo, perché sono le passioni e i desideri umani che hanno animato e animano la Storia non tanto la ragione che pure genera mostri e miseria prima di tutto ideologica ed intellettuale.

Tuttavia l’autrice conferisce dignità ai suoi slavi ubriachi, depositari del male che si riscattano infilzando metaforicamente la borghesia occidentale, le sue regole, la sua ipocrisia, i suoi interessi, il suo “buon” pensiero, le sue narrazioni epiche.

Risulta utile e calzante fare un riferimento alle parole di Dostoevskij nella lettera alla Fonvizina: «la verità si rende chiara nella disgrazia», la verità cioè si chiarisce nelle prove della vita. Veronica Tomassini sembra suggerire anche questo: scegliere Cristo e non una verità dimostrata, significa scegliere un incontro personale su questa via e non una dimostrazione logica, per quanto convincente. La verità non viene negata, ma ricollocata in modo diverso. È la persona che ci attira, non un argomento. D’altronde il Venerdì Santo, Gesù non saliva al cielo, ma scendeva agli inferi…

Non è un caso che, non considerata come giustamente dovrebbe, il romanzo d’esordio della Tomassini, Sangue di cane, è stato oggetto di studio, di un saggio (Righteous Anger in Contemporary Italian Literary and Cinematic, edito dalla Press University di Toronto, a cura di Stefania Lucamante), di corsi  e convegni, in diverse università americane.

 

La perfezione del dolore si sarebbe manifestata alla fine del tempo fissato per te e gli abitanti della casa costruita sulle maree. Una ciurma di sbandati con una sola aspirazione: disaffezionarsi alla vita. La vita, qualsiasi cosa volesse significare. Allora ti sembrava che fosse soltanto una questione di sottrazione, che la vita avanzava, togliendo. Nella forma più nobile, la vita sottrae. Il gesto divelto della prova. Riconsegna talvolta, anzi lo fa senz’altro, non quel che credevi, forse, o speravi. Ma è meglio, è peggio?

Veronica Tomasini

1 Quando ha capito che avrebbe voluto scrivere nella vita?

Non ricordo, a essere sincera. O meglio ricordo un tema in quinta elementare, sul tempo che passa, non che fossi una cima. Riuscì bene. Non so, tirai fuori frasi strane per una bambina, un colpo di fortuna. Poi penso ai diari che mi regalavano ai compleanni, diari inutili e con il lucchetto. Regali deludenti, pensavo con stizza. Cominciai a scrivere così, roba infantile, niente di che. Però quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande – ecco questo lo ricordo, ma non so spiegare la ragione – rispondevo: la giornalista o la scrittrice. Non la ballerina, chessò, la cantante. La congiunzione mi fa specie oggi, cioè è quel che ho fatto veramente nella vita. Ma lo dicevo senza convinzione. E la congiunzione era una disgiuntiva, bizzarro. Comunque leggevo molto, mi raccontavano molte storie, il nonno e lo zio umbri. Quanto mi piaceva. A cinque anni sapevo leggere, anche se non avevo ancora iniziato la scuola, conoscevo l’inglese, le canzoni di Franco Califano e di Fabrizio De André. A otto anni ho letto il diario di Christiane Felscherinow, “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”. Lì è stata la deflagrazione, qualcosa di irreversibile. Oggi quel libro non supererebbe la decima pagina, un libro in qualche modo maledetto. Lo prestai a una compagna di liceo, non tornò più indietro. Scoprii il viso di Christiane molti anni dopo. A Christiane ho scritto una lettera. Da adulta. Mi ha letta. La compagna di liceo è morta in un incidente stradale. Mi sembrò un presagio. E pensai a quel libro.

2 Chi sono gli scrittori che hanno influenzato la sua scrittura e il suo pensiero?

I russi. Dostoevskij su tutti; Tolstoj, Gorki, Gogol, Cechov, ma anche Isaak Babel, Saul Bellow. Ai russi dobbiamo tutto, il pensiero russo. La grande letteratura è russa. Sì certo poi ho amato i naturalisti francesi, il neorealismo. Ho amato Pavese, Levi, Buzzati, Bonura, Pratolini. La letteratura americana del primo Novecento.

3 Cosa pensi dell’editoria italiana, come è stata la tua esperienza sotto questo punto di vista?

Difficile rispondere. Ho esordito ufficialmente nel 2010 con “Sangue di cane”, Laurana editore. Avevo però già pubblicato le cosiddette opere minori. L’esordio con “Sangue di cane” fu un caso letterario. Non so dire molto, sono povera in canna, malgrado l’exploit. Non so cosa dire dell’editoria italiana. Non è il mercato francese, ecco, se vogliamo buttarla lì. Il mercato francese che ancora tiene a distinguere l’aristocraticità della parola dal resto.

4 Cosa manca agli scrittori nostrani che però sembrano avere molto successo in termini di vendita? Come spiega certi fenomeni editoriali?

Non li spiego. L’imbonimento massificato, una specie di massive attack alla specificità elettiva di ognuno; il disorientamento indotto sottilmente, in gironi di fallibilità paurosi e che noi non vediamo, un’orchestra monotono che vuole confondere gli specchi, il bello con il brutto, la democratizzazione che diventa mediocrità, ma sempre dentro un’azione consapevole e utile a qualcos’altro, a un imbonimento appunto in pendant con buonismi vari. Siamo dentro la grande bruttezza. Siamo dentro un rincoglionimento collettivo utile ad atro, si forgiano non pensatori. Una “mariadefilippizzazione” estesa come unico manifesto su cui conformarsi. Questo è il meglio che abbiamo stasera? (cit.).

5 Veniamo al suo ultimo libro, Vodka Siberiana, come nasce questo titolo?

È un omaggio al bevitore, alla solitudine del bevitore. Il tributo all’empietà che diventa il fiore della compassione altrui e contiene salvezze recondite. Diceva Marek Hlasko che esiste una felicità grande e dolorosa; credo che si riferisse alla felicità del bevitore, nell’istante prima di crollare sotto lo sguardo sdegnato degli astanti, di solito di gran lunga migliori. “Vodka Siberiana” è la storia di una solitudine antica, ci riguarda tutti; ma io racconto i bevitori dell’est; vagabondi; malati di nostalgia.

6 Quali ritiene essere gli aspetti più attuali e quali invece quelli più classici del suo romanzo?

La solitudine dell’uomo. Il cardine attorno cui uno scrittore lavora, io penso.

7 Come si fa, quando si tocca il fondo, a risalire, a trovare parole adatte per chiamare le cose?

Si è sopravvissuti. Esserlo basta a tutto. Il dolore si trasforma, trasforma anche quel che guardi. Il dolore contiene la spiegazione segreta; piccoli brani da fissare; tenerli stretti al petto. La lucidità del dolore spalanca universi inauditi, apre gli oceani come il costato di una fiera.

8 È più abissale il dolore o la solitudine?

La solitudine. La solitudine senza Dio. La solitudine e basta. Ma senza Dio come si fa?

9 Nel suo libro racconta di un’umanità derelitta e disperata dove c’è spazio anche per la pietà. Bisogna vivere nonostante tutto, andare avanti come diceva Camus?

Andare avanti. Nonostante tutto. Nonostante tutto potrebbe diventare l’esortazione evangelica e cristica del non temere. Allora acquista un senso, il dolore lo è, alla fine e all’origine. Tutto inizia e finisce con il dolore se vogliamo: la nostra nascita, la nostra morte. E invece è solo un preludio: al risveglio, la Resurrezione. Malgrado ciò, non so davvero come “l’umanità derelitta e disperata” trovi umane forze per arrivare anche solo alla fine del giorno. Non so davvero. Tuttavia soltanto nei giorni in cui ho incontrato quel meraviglioso cesto di fiori che erano loro – i poveri, gli abietti, i disperati – ho imparato la felicità. Non ho mai vissuto di più. E non saprò mai tradurre quei giorni, solo il pensiero mi commuove. Ancora adesso mi chiedo: ma è esistito sul serio, tutto quel che hai visto, loro, quei giorni, quegli anni?

10 La razionalità può andare d’accordo con la poesia o quest’ultima reputa che sia troppo anarchica?

No, la razionalità è un deterrente.

11 Che visione ha della Storia?

La Storia è il segno di Dio sul destino di ognuno. Altrimenti è il caos di eventi che soffiano ferocemente sull’uomo senza annunciare. In definitiva si annuncia la stessa bella notizia, Il Figlio dell’Uomo. Anche alla fine di terrori, lustri di dittature e abomini.

12 Lei sonda il sottosuolo, ritiene come dice Rousseau nelle sue Confessioni che la malattia è inscritta fin dall’origine, ma che tale ferita, come sostiene Starobinski nel Rimedio nel male, mobiliti tutte le forze riparatrici? In questo processo secondo Lei conta di più la coscienza o il nostro livelli di civilizzazione?

Domanda complicata. Non so perché il mio sguardo finisca dove gli altri lo tolgono; dove per gli altri comincia il buio, per me inizia la luce. Non so spiegare la curiosità, la contingenza, il fatto che ci sia finita dentro. Sono solo una testimone.

13 Prossimi progetti?

Scrivere.

Davide Brullo, scrittore viscerale, tra visioni, Bibbia, mistificazione, letteratura russa e crudeltà

Lo scrittore e giornalista milanese Davide Brullo, classe 1979, possiede oltre a una grande sensibilità e lucidità critica, una fede autentica nella parola e in Dio e una cultura “anarchica”. Le icone sacre hanno un effetto magnetico su di lui, magnetismo che trasferisce nei suoi libri, insieme ad profondo conoscenza dei testi sacri e della patristica. Ma la poetica di Brullo, che non ama dirsi fedele a Dio perché troppo imperfetto, coltivando in questo modo l’illusione di una maggiore intimità del sacro, non è tutta qui. Nelle sue opere letterarie scorrono sangue e passione che danno potenza a visioni, immagini, icone e si respira un’atmosfera nera, nefasta, che avvolge il lettore che vuole avventurarsi in una storia crudele ma intellettualmente onesta pur nella sua finzione e artificio, perché ormai allo scrittore contemporaneo non resta che gareggiare con la realtà come dimostrano i libri Pseudo-Paolo. Lettera di san Paolo apostolo a san Pietro, Un alfabeto nella neve, I Salmi, Rinuncio. La penna di Brullo è una lama onestissima e affilata che affonda nella carne e nello spirito dell’uomo e affonda le proprie radici nella Bibbia e nella letteratura russa, soprattutto quella mistica di Dostojevskij, con buona pace di Nabokov che definisce “un elegante spaccone” inabissandosi nella parola, alla quale è devoto.

La scrittura di Brullo ha in sé qualcosa di eterno, di apocalittico, di falso a fin di bene, perché ha a che fare con i ricordi e con il perdono di Dio, che pur tentando di confondere e turbare il lettore, cerca di dare delle risposte, anche se non sono consolanti. In lui convivono pars costruens e in più larga misura pars destruens, rose e letame. L’inquietudine e l’aggressività retorico-mistica dello scrittore che trasferisce nelle proprie pagine, diventa simbolismo di un linguaggio che cerca e ragiona su se stesso attraverso metafore opposte che mettono in piedi una letteratura che sia urla, ululati, silenzi, affronti, stimmate, angeli (tremendi) e creature sublimi, e che soprattutto ci dice che si scrive per uccidere il passato, sgravare il peso dei ricordi che ci fanno soffrire, ma proprio nella privazione di una gioia, di una persona, nell’innaturalezza, si può creare uno spazio metafisico dove amare e persino accettare l’assenza come riparazione e dimostrazione di coraggio. Proponendo questo, Brullo sfida il lettore a misurarsi con la propria ombra, perché l’ombra è qualcuno.

“Ogni ritorno è un indizio di morte. Si ha voglia di incontrare chi abbiamo amato molti anni prima per capire qualcosa di noi che ora è perduto. Per questo, ogni ritorno è una sconfitta – le origini esistono perché abbiamo la forza, confusa e viziata, di allontanarcene. Quando non si ha più la costanza di penetrare lo sconosciuto per tornare sui propri passi, per abitare nella casa bruciata dalla memoria, si è morti – vivi come una candela che delizia la volontà dei morti”.

 

1 Cos’è per lei la Letteratura? In Italia si fa Letteratura oggi?

La letteratura è indipendente dai letterati: non si fa, avviene, lungo le volute dei millenni. Poi sfiaterà, come un sibilo – spesso immagino le lettere come conchiglie, come figure vive, come linci. Dentro questo bestiario, bestia pure lui, si muove lo scrittore. Oggi siamo in un tempo, mi pare, in cui per trovare una parola pienamente umana, occorre espirare l’uomo – delegare il verbo al ringhio. Cosa sia questo, mi è ignoto.

2 Quali sono secondo Lei, i libri imprescindibili, a parte la Bibbia?

Facile filare un canone che da Isaia proceda per la follia di Lear, la camminata del viandante stellare, Dante, la gita sul dorso del capodoglio bianco. Agli imprescindibili, ormai, preferisco i nascosti: libri remoti, che appaiono come una stellata, inattesi. Parole, forse, innecessarie, ma che turbano come aghi di fuoco negli occhi. A volte un ignoto eremita irlandese o uno storico di Bisanzio mi sembrano illuminati. Altre, torno a Saint-John Perse, a Rilke, a Dylan Thomas come si sta su una casa sospesa sui rami.

3 L’Occidente è veramente povero di valori, vicino al collasso, o la trova una lettura superficiale che sta diventando un motto infantile? C’è qualcosa di Vero e sacro nel senso cristiano del termine che pulsa nell’epoca che stiamo vivendo?

Siamo nati nell’era del Dio morto, moribondo, decapitato – non possiamo fare altro. Penetriamo nel cadavere di un dio. Dell’Occidente non so nulla e nulla so di valore e di valuta. So che mi scopro a inginocchiarmi davanti all’icona di una Madre o di un Figlio, con un magnetismo che non oso dire fede, in chiese, fortunatamente, vuote, ed è come stare sott’acqua, nella sottana del silenzio, affogando.

4 Cos’è la parola, come può rinnovarsi nel tempo?

Da poco ho scoperto – mi è stato detto – che “Brullo” è un verbo greco, raro, testimoniato soltanto ne I cavalieri di Aristofane. Significa “fare bru (come i bambini che chiedono da bere)”. Eccola, la parola! Bru, bru, bru. Chiedere da bere.

5 Nabokov non nutriva simpatia per Dostojevkij,, in quanto lo considerava scrittore di idee. Non trova che la concezione della letteratura dell’autore di Lolita sia alquanto inconclusa. Non bisognerebbe contrastare le ideologie, le generalizzazioni finendo per estremizzate il valore autonomo di un libro?

A Nabokov era permesso dire qualsiasi cosa: è corroborante leggere come disseziona, con aggraziato cinismo, i grandi o presunti tali. Insegna ad affilare la mente, a essere, finalmente, crudeli. D’altronde, i libri sono lì per farne macelleria. Tuttavia io preferisco di gran lunga Dostojevkij.

6 Secondo lei può essere “compito” dello scrittore per i cosiddetti “lettori forti” saper coinvolgere anche il cattivo lettore, di cui Nabokov è nemico o chi fa parte degli eletti deve solo lodarsi delle proprie buone riuscite, in virtù del fatto che la letteratura è un’arte spuria?

L’unico compito dello scrittore – se vogliamo usare una parola simile, legata al calcolo – è scrivere un’opera come si forgia una sedia. Come può, con anomala dedizione, fino a spaccarsi le dita, che altri, eventualmente, rappezzeranno. Il resto, il lettore, chi si siede sulla sedia, non è affar suo.

7 Quanto è importante secondo lei considerare i fattori extra testuali ai fini di una migliore comprensione dell’opera letteraria? Quanto conta l’empatia per lo scrittore?

Bisognerebbe capire di cosa è specchio l’opera. Che fa lo scrittore, scrivendo? Si pugnala la faccia, si fa mostro, o la trucca, dà di sé una immagine di esagerato splendore? In ogni caso, lo scrittore è uno che mente – e un mentitore non è una buona persona. D’altra parte, apprezzo la certezza di Nicola Crocetti, l’editore, per cui un grande poeta è anche un grande uomo. Amo la grande poesia; e i grandi uomini. Ma non saprei riempire di senso l’aggettivo “grande”.

8 «Nessun artista tollera il reale», diceva Nietzsche. Tuttavia nessun artista può fare a meno del reale. Lei come la pensa?

Il reale è intollerabile, perché è reale solo ciò che sembra non esserlo. Cos’è la realtà? L’evidenza delle cose? La loro ombra? L’avvenuto? L’avvenire? La combinazione del caos con la provvidenza? Quando crea, lo scrittore combatte il mondo, trama oro nella sua agonia.

9 Chi sono i più grandi ribelli della letteratura?

Beh, ogni scrittore è ribelle: si ribella alle norme della grammatica, all’egida del vocabolario. Si ribella all’evidenza, alla storia, a se stesso, all’uomo. Il retro di una scrittura pacificata è l’assassinio di sé. Per il resto, una “vita da romanzo” è altro da un grande romanzo.

10 Lei crede di confondere o di dare delle risposte a chi la legge?

Il privilegio della letteratura è che è il solo spazio concesso in cui non c’è nulla da capire, da spiegare, da risolvere: è come passeggiare di notte inseguendo una litania ignota. Forse cadremo in un burrone, entreremo in mare, saremo accerchiati dalle iene. Ma è bello stare in quel ritmo.

11 Al centro del suo romanzo Un alfabeto della neve, lei mette al centro il prezioso carteggio tra Pasternack e Marina Cvetaeva, amanti a distanza, dimostrando di essere un abilissimo mistificatore, facendo resuscitare testi, scoprendo documenti inediti o inventandoseli, mentre scandaglia l’animo degli artisti. Questo perché ormai non è rimasto altro a chi vuole scrivere seriamente, che non gareggiare con la realtà? E quanto le piace appropriarsi persino nell’animo di uno scrittore e perché?

Infine, quella scrittura è un sudario sul volto di alcuni spettri. La mistificazione è la formula necessaria per fissare la folgore del vero. In particolare, il libro cui accenna fa parte di un ciclo, dedicato al tradimento. In qualche modo, si opera cancellando un testo, per rivelare la ferita originaria, l’alfabeto ulteriore.

12 Perché l’autore del Dottor Zivago non ha avuto fortuna in Russia?

In verità, Boris Pasternak è stato il poeta più eminente del suo tempo. Per un gioco del caso – e la macchinazione di alcuni – proprio lui, un estraneo, uno che come i re camminava senza fare rumore nella foresta, ha avuto la parte del simbolo. Ne è morto – diventando immortale.

13 L’arte deve essere intransigente verso la Storia? Deve stravolgerla in qualche modo?

L’arte è impotente – e in questa impotenza è la sua forza. Un governo degli artisti sarebbe affascinante per eccesso di terrore, di capriccio. Ghigliottine con deliziosi sonetti incisi sulla lama. L’artista, piuttosto, è una sentinella nella notte: richiama l’alba, la prende per la coda come fosse un varano.

14 Anche in Pseudo-Paolo. Lettera di san Paolo apostolo a san Pietro, Lei inventa una falsa lettera di San Paolo a Pietro, come nasce questa idea di intrufolarsi anche nella tradizione cristiana per provare a costruire una nuova teologia?

L’esperimento è narrativo, di teologia non mi curo. Ho la Città di Dio sul comodino: leggo con rispetto, divertimento, timore. Da ragazzo, ho avuto la sorte di laurearmi in Letteratura cristiana antica. Ho fatto una tesi sulle “lingue degli angeli”, certo di poterle praticare. Mio padre è morto con una Bibbia sul tavolo della cucina, aperta su un Salmo che non ricordo, forse il 16, amato tanto da Paul Celan, eppure non salvifico. La traduzione di quella Bibbia era valdese. Da lì discende il mio libro.

16 Lei ha detto che “Maradona è l’imperatore che ha reso il calcio un culto, specie di Eliogabalo, di Dioniso sdraiato sulla tigre”. Il calcio di Maradona può essere paragonato alla poesia, all’arte o è un azzardo, un’eresia, in quanto l’arte è materia Alta, il calcio solo un divertimento intorno al quale girano molti soldi, secondo molti?

Il gesto sportivo, torsione sopraffina, è arte – e l’arte, in verità, è alta per difetto di bassezza, per amore del sottosuolo e dell’informe. La poesia di Pindaro s’incarna nella competizione sportiva perché lì, a dispetto della statistica, accade il sacro, si scopre la natura dell’uomo, il favore del dio. Lo stadio di Olimpia è una basilica, vive del respiro di Delfi. Il dio, però, accenna e vive l’istante: così l’atto sportivo vive il transitorio, bava d’oro sull’argine del caos. Maradona è morto; Rilke è ancora qui.

17 Cosa pensa di una delle parole più usate del momento, ovvero del femminicidio? Non la trova una cacofonia, e perché non si parla semplicemente di omicidio? Perché si dovrebbe considerare il femminicidio più grave rispetto all’assassinio di un uomo, quando le violenze più efferate riguardano i bambini, gli anziani e i disabili? Non sarebbe più opportuno interrogarci sulla natura della violenza che appartiene ad entrambi i sessi e sul perché non la si riesce a controllare, sul possesso, sulla gelosia, sulla fragilità umana? Non si instaura così con le manifestazioni e slogan banali, una guerra tra uomini e donne?

Mi piace scoscendere nel vocabolario, tra parole che non comprendo e lingue che mi suonano ostili. Il linguaggio di questa parte di mondo non lo capisco più: eppure, gli uomini sono ancora di carne, non hanno frisbee di metallo sul cranio. È strano: faccio il giornalista e sul “femminicidio” dovrei dire qualcosa di alto rispetto all’orrore che traduce quella parola. So, ad esempio, che una stanza può chiudersi sul corpo della vittima come un pugno, che le relazioni umane, troppo spesso, sono un inghiottitoio, un buio a uncini, il cupo rimbombo del pianto, il corpo massacrato. Le lacrime possono essere rasoi. Anche le famiglie, a volte, sono un incubo. A volte, bisogna liberarsi perfino della propria ‘umanità’. Ma sono uno che passa in punta di piedi tra i ruderi di questo tempo, affascinante, per molti versi, perché si sente l’odore di aspirazioni definitive e terribili. Leggo le nuvole, armo una disciplina, cerco di non fare del male al prossimo – ma pare inevitabile. Rincorro il tremendo.

 

 

Laura Villani. La cacciatrice metafisica

Andare oltre l’apparenza fisica della realtà, al di là dell’esperienza dei sensi, rappresentare il mistero, evocare una potenza muta prima del Logos, che abbiamo perduto in una solitudine esistenziale, dove molto spesso sono le cose a rubare il posto alle figure umane, le quali, probabilmente mal sopportano che un oggetto possa sopravvivere alle loro vite. In questi momenti si articola il processo creativo dell’artista pavese Laura Villani; la sua carriera è nata con le incisioni; la pittura arriva nel 1993 con la partecipazione al premio San Carlo Borromeo al Museo della Permanente di Milano. Cinque anni più tardi partecipa al Tokyo International Print Triennal e al Print Internacional de Cadaqués (luogo caro a Salvador Dalì). Espone a Parigi, Roma, Firenze e Venezia e, nel frattempo, allestisce tre mostre personali.

Non ci sono figure umane, eppure è come se esse fossero appostate da qualche parte e se ne avvertisse l’inquietudine. D’altronde l’artista è la prima a supervisionare questo microcosmo fatto di oscurità e, parafrasando Gustav Mahler, è come una cacciatrice nella notte: non sa se colpire e cosa colpire. Laura Villani riflette sul rapporto spazio-tempo e Uomo-Natura, avvalendosi del buio per rappresentare la dimensione interiore ed eterna dell’essere umano: l’oggetto sembra stregare il soggetto diventando immobile e assoluto, gli angoli creano spaesamenti e smarrimenti ma sembrano suggerire anche a cercare un nuovo tipo di contatto con la Vita, mentre si sta in silenzio e si attende una nuova germinazione. Quello di Laura Villani è un universo innocente, pieno di spazio, dove l’artista riesce a trovare un tempo assoluto. E se l’uomo è assente è perché, ancora troppo preso dal possesso materiale, non è ancora pronto a ricevere questo dono immenso. Effettivamente le opere di Laura Villani richiamano alla mente il poemetto profetico dello scrittore inglese Eliot, La terra desolata, dal quale l’artista ha tratto la dimensione onirica e la cifra simbolista (più medievale che ottocentesca), per superare la desolazione e approdare a una rinascita e a una nuova visione del mondo partendo dalla conoscenza del nostro passato, della nostra storia, della nostra memoria.

Laura Villani

 

Quando ha iniziato a interessarsi di arte? Ricorda la sua prima opera?
Direi fin da piccola. Osservavo mio padre disegnare. Bravissimo e instancabile utilizzava tante tecniche, ma la sanguigna e i pastelli erano le mie preferite. Potevo usare i suoi meravigliosi pastelli a olio e questo mi dava un grande piacere. Avevo sempre a disposizione fogli di carta su cui sbizzarrirmi con forme e colori. Inventavo paesaggi dai cieli coloratissimi. E poi trascorrevo le ore a osservare le opere dei grandi maestri sui libri d’arte che in casa abbondavano. Penso che la passione per la pittura risieda in me da sempre.

Cosa pensa dell’arte contemporanea? Quali artisti stima di più?
Troppo globale uniformante, onnivora onnicomprensiva. Troppo tesa a sorprendere, troppo legata alla velocità (di creazione e di fruizione), troppo vincolata ai mercati alle mode. Insomma troppo di tutto. In questo caos vorticoso è facile perdere il contatto con la storia, con le radici, con la propria identità. Apprezzo gli artisti che, rimanendo loro stessi, riescono a esprimere il proprio sentire e a emozionare con il loro lavoro e il loro intento poetico.

Considera la sua arte pre-civiltà o post-apocalittica?
Non saprei dire. Questo è un quesito che consegno allo spettatore. Sicuramente rappresento un mondo sospeso, svuotato dal tempo che ci appartiene. Sono alla ricerca di un mondo innocente. Un mondo pieno di spazio. Abitato da un tempo infinito, che dalla soglia del nostro presente ci riconnetta al candore arcaico dei lontani primordi, e dalle profondità del passato, ci rifletta possibili scenari futuri. E in questo universo quasi eliotiano riesco a trovare un tempo assoluto, dove l’uomo non compare. Non è ancora pronto a ricevere questo dono immenso. Al suo posto introduco le cose, i suoi oggetti, i simbolici custodi di queste terre immortali. Dialogano con il paesaggio in un silenzio proteiforme. Ci suggeriscono forse un nuovo tipo di contatto, più ampio e più profondo, con la natura e con la vita.

Come nasce una sua opera? Da un’ispirazione? Osservando la realtà? Da un desiderio nascosto?
Nasce sempre da una visione che affiora dal mio immaginario. La fermo sulla carta con un piccolo disegno e poi la traduco in pittura.

Trova che l’arte di oggi abbia dimenticato l’aspetto metafisico, anagogico?
In generale probabilmente sì ma, soprattutto in ambito pittorico, ci sono molti artisti che si esprimono evocando un altrove filtrato dalla loro personale visione.

Quale domanda dovrebbe porsi l’arte? Dato che per molto tempo si è pensato che fosse bellezza, e che fosse semplice…
Penso che in questo preciso momento l’arte abbia più che mai il compito di stimolare una riflessione più profonda sul destino dell’uomo, suggerendo una dimensione più alta.

La sua arte intende penetrare l’animo umano per farlo emergere dall’ombra. Secondo lei l’essere umano è corrotto fin dalla nascita o è tendenzialmente buono?
Secondo me l’uomo ha incentrato, oltre misura, la sua esistenza sul possesso materiale. Da qui nasce gran parte della sua corruzione.

L’artista è quasi sempre in dialogo con sé stesso e con le domande assolute che valgono in ogni tempo? Lei si sente in questa condizione?
Penso di sì, per me è così. La mia ricerca mi porta a riflettere sull’esistenza, sul valore del tempo in relazione allo spazio e sul rapporto tra uomo e natura.

 

Quale tecnica predilige?
La pittura a olio.

La sua arte vuole dare qualche risposta o cerca di confondere e allo stesso tempo affascinare avvalendosi del mistero?
Con la pittura potrei riuscire a stimolare interrogativi sul mondo in cui viviamo, suggerire magari nuove connessioni, ma dare delle risposte sarebbe un po’ difficile. Vorrei rivelare un mondo possibile oltre la nostra realtà visibile, aprire un piccolo varco.

Quale esibizione le ha dato maggiore soddisfazione?
Anche se non è ancora avvenuta, so che sicuramente sarà Le cose di Vincent a cura di Marco Goldin.

Ci parli del suo ultimo progetto Van Gogh. I colori della vita e soprattutto della sua personale nell’ambito di questa collettiva. Si sente in qualche modo vicina al grande artista olandese?
Si tratta appunto della mostra Van Gogh. I colori della vita, curata da Marco Goldin. Presentata a gennaio di questo anno al Kröller Müller Museum di Otterlo in Olanda e inaugurata in ottobre, al Centro Altinate San Gaetano di Padova. Insieme a questa grande esposizione dedicata a Vincent Van Gogh (sono presenti in mostra novanta sue opere tra dipinti e disegni) Goldin ha ideato undici personali per undici pittori contemporanei, che saranno allestite nella stessa sede della monografica riservata al grande artista olandese. Io faccio parte degli undici artisti invitati. A ognuno di noi è stato chiesto di interpretare una tematica tratta dal mondo pittorico di Van Gogh. A me Marco Goldin ha assegnato gli oggetti, intitolando la mia personale: Le cose di Vincent. Ho così scelto e studiato gli oggetti che potessero avvicinarsi di più al mio mondo, cercando di interpretarli attraverso la mia visione. È stato un lavoro intenso ed estremamente stimolante. Di Van Gogh mi piace molto l’aspetto visionario della sua pittura, l’originalità e l’unicità del suo linguaggio espressivo. Amo il suo periodo olandese, la sua tavolozza dai colori bruni e muscosi. Da essa emergono gli echi della pittura del Seicento per la quale io ho una grande predilezione, da Caravaggio a Georges de La Tour a Rembrandt, Zurbaran. Le loro ombre, le loro luci collegano l’emotività alla percezione.

Ancora a proposito di Van Gogh: in una lettera al fratello Theo del 1882, Vincent dice: “Artista significa cercare sempre senza mai riuscire a trovare del tutto”… È d’accordo?
Assolutamente sì. È un cammino che si snoda e prende forma per stratificazioni. Procede e si evolve con lentezza, a volte a fatica a volte con slanci improvvisi. E quando pensi di aver trovato ciò che stavi cercando, un altro pensiero ti assillerà di nuovo…

Il suo più grande sogno?
Esporre, esporre e viaggiare molto per esporre.

 

Laura Villani. La cacciatrice metafisica

Chun Kwang Young. Aggregazioni di Vita

Un ricordo d’infanzia può diventare una parte importante di un’opera d’arte? A quanto pare per l’artista sudcoreano classe 1944 che vive e lavora a Seul, Chun Kwang Young, tra i più interessanti e quotati del momento, la risposta è più che affermativa. Nel suo caso il ricordo d’infanzia è rappresentato da carta Mulberry che, tinta col tè o con altri pigmenti naturali, gli consente di unire pittura e scultura in superfici animate da miriadi di pacchettini di questa carta di gelso coreana. Quello che a prima vista si percepisce guardando un’opera di Kwang Chun sono grandi e complesse sculture generate dalla tessitura di migliaia di minuscoli pacchetti triangolari colorati che ricordano le immagini della superficie lunare, come se l’arte di Kwang Chun fosse un qualcosa che ancora pochissimi hanno scoperto, capito e apprezzato.

L’universo dell’artista sudcoreano mette in scena opposti (ricchi e poveri, oriente e occidente, tradizione e modernità) che lottano per il predominio fino a ricomporsi in un’armonia cosmica che diviene anche storica e sociale. L’assemblaggio espressionista di Chun Kwang Young, che si ispira ad artisti come Pollock, Beuys, Rothko e altri, è intriso di riferimenti alla cultura sudcoreana e alla filosofia del Confucianesimo, la quale prevede la sacralizzazione del secolare, aspetto che emerge dalle opere di Kwang Young che si fanno mondo per raffigurare organicamente le relazioni intra-umane, espressioni del trascendente e di conseguenza della natura morale dell’uomo.

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Grazie all’abilità di Chun di integrare i materiali tradizionali e soprattutto il confucianesimo nel contesto contemporaneo internazionale, questo artista che vede armonia anche in questo mondo così frenetico, è presente con le sue opere-evento in numerose collezioni pubbliche, tra cui The Rockefeller Foundation e le Nazioni Unite (New York), il Woodrow Wilson International Center for Scholars (Washington, D.C.), il Philadelphia Society Building (Pennsylvania), il Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Seoul) e il Museo d’Arte di Seoul, la National Gallery of Australia, (Canberra), il Victoria and Albert Museum e il British Museum di Londra e il Museo Nazionale delle Belle Arti di Malta, in collezioni di prestigiose università americane come la Yale University Art Gallery e la Columbia University of Law.

Come e quando hai iniziato a interessarti all’arte?
Chun Kwang Young: Mentre studiavo negli Stati Uniti tra i 20 e i 30 anni nel 1970-82 e mi sono integrato in quella società, ho sentito un senso di differenza in quasi tutto, inclusa la mia cultura, le mie esperienze e il valore della vita. Quindi, piuttosto che fare un nuovo lavoro creativo, ho capito che se non parlavo di qualcosa di mio, non avrebbe avuto senso e volli tornare in Corea e condividere i miei pensieri. Penso che la mia sia un’arte vera e non importa se tutti lo capiscano, io comprendo il valore della mia esistenza quando mi dicono che faccio qualcosa di “unico”.

Come definirebbe artisticamente il momento storico che stiamo vivendo?
K. Y.: Un’epoca piena di caos. Prima di discutere di arte in questo modo, abbiamo la sensazione di essere fuori dalla categoria in cui dobbiamo preoccuparci. L’arte dovrebbe sedurci, essere stimolante, irritante e persino infantile.

Quali artisti hanno influenzato di più la sua produzione creativa?
K. Y.: Joseph Beuys, Jackson Pollock, Gerhard Richter, Nam June Paik, Mark Rothko.

Com’è lo stato di salute dell’arte sudcoreana?
K. Y.: Anche se eravamo un paese piccolo e povero circa 100 anni fa, c’erano opere d’arte che sono oggi ammirate nei musei d’arte di tutto il mondo per la loro straordinaria cultura, permeata di pensieri confuciani e spirito accademico. Durante il periodo coloniale e la grande guerra, i valori di questa cultura sono stati distrutti e di conseguenza la cultura e le arti sono state a lungo trascurate, mentre l’economia si è sviluppata notevolmente. Ci sarebbe piaciuto avere il mecenatismo dei Medici. Tuttavia, sono grato e orgoglioso che una manciata di artisti che stimo stia ancora ricevendo attenzione in tutto il mondo, e credo che il futuro sarà luminoso.

Cosa ne pensa dell’arte europea e in particolare dell’arte italiana?
K. Y.: Ci sono stati numerosi artisti meravigliosi soprattutto grazie allo sviluppo del Cristianesimo e alle commissioni religiose, e come prova di questo, ci sono molte tracce d’arte che il mondo oggi invidia; adesso che la forma e il metodo sono cambiati, io vorrei proseguire un nuovo valore della bellezza all’avanguardia.

Cosa disprezza o la infastidisce di più dell’arte contemporanea?
K. Y.: “Ascesa e caduta”. Ogni volta che c’è un momento di prosperità, come un periodo di declino, ognuno si vanta dell’arte del passato. Il passato è passato e ora viviamo in un mondo caotico e in un’epoca di declino. La dignità del valore originario dell’arte scompare, dovrebbe essere sensazionale e stimolante far vedere le nostre condotte malsane, il nostro brutto sulla scena dell’arte, giustificandolo schermando il tempo del cambiamento come se fosse la cosa giusta, e renderlo un argomento di discussione. Come artista, mi sento scettico riguardo la mia vita selettiva.

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Il mondo è per lei una sorta di collisione di informazioni che crea confusione e instabilità?
K. Y.: Lavoro nella speranza di poter trasmettere i miei pensieri che rimarranno in conflitto anche nel futuro, in quanto posso andare per la mia strada senza essere spazzato via dalla situazione attuale anche se le mie azioni non dovessero ricevere attenzione.

Sente un senso di pace quando rappresenta il ​​caos sulle sue tele o forse il caos non esiste?
K. Y.: Cerco di non lasciare tracce di confusione nel mio lavoro. Pertanto, sono sempre felice quando lavoro per la mia arte. Pertanto, mi sento libero e in pace mentre lavoro, e sono grato e felice che Dio mi abbia sempre dato un mondo di espressioni uniche nelle mie opere.

Perché ha scelto l’espressionismo astratto per i suoi lavori?
K. Y.: Sono nato nel mondo, e non sento il bisogno di metterlo su tela in un oggetto che avrebbe le stesse qualità di tutti oggetti naturali del mondo. Chiunque può godersi la natura aprendo la finestra, così lascio tracce dei miei pensieri nelle mie forme. Proprio come uno chef cucina meravigliosamente piante naturali colte dal campo e le mette sul tavolo, io registro il mio mondo raffinando tutti i pensieri che avevo sperimentato e pensato a modo mio.

Per essere un grande artista, pensa che si debba sempre indagare oltre i confini del conosciuto?
K. Y.: Non credo che sia così. Sono interessato a com’è il mondo di un bambino perché in me vedo le tracce delle sensibilità di un bambino di 6 o 7 anni. L’artista deve avere un modo chiaro di spiegare il proprio mondo agli altri ed essere fedele alle proprie visioni.

La mostra più bella che ricorda?
K. Y.: Le mie mostre del cuore sono: una personale all’Aldrich Contemporary Art Museum (Connecticut, USA) quella al Brooklyn Museum (New York, USA) e, naturalmente, ci sono state molte altre belle mostre che mi hanno toccato il cuore, tra cui Joseph Beuys, Jean Michel Basquiat e Mark Rothko, Egon Schiele, Vincent Van Gogh. Penso che gli artisti che ho menzionato abbiano trasmesso la loro arte in modo unico.

Prossimi impegni?
K. Y.: Sono ancora in buona forma, quindi continuerò sempre a lavorare su nuove opere con gioia e felicità come ho sempre fatto.

Matteo Lucca. L’opera d’arte come rivelazione

Pane, nutrimento, accoglienza, Terra, Uomo, sono queste le parole chiave della ricerca artistica di Matteo Lucca, nato a Forlì nel 1980 e laureato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca, che mira a stabilire un dialogo tra Uomo e Terra, si esprime attraverso diversi materiali, ma negli ultimi anni l’artista si è concentrato sull’uso del pane, realizzando sculture e installazioni per diversi contesti tra i quali: 2016 l’installazione “uomini di pane” nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi; 2017 presso Isorropia Home Gallery, Milano e Magazzeno Art Gallery di Ravenna; 2018 un ciclo di mostre presso i musei diocesani.

L’arte di Matteo Lucca è sacrale e rituale, e in tal senso l’opera finita va letta come una parte della Terra che abitiamo e di cui ci nutriamo: noi siamo pane, nutrimento per gli altri ma anche esseri umani piccolissimi di fronte alla maestosità e potenza della Natura, la cui voce si perde tra le nostre frenesie, ossessioni ed egoismi. Lucca si pone con delicatezza nei confronti della Terra e della sua opera da realizzare, perché sa di trovarsi a casa sua e sa che nella Natura c’è tutta la poesia di cui ha bisogno per sentirsi ispirato.

Le sculture di pane, ceramica, creta e terracotta ci ricordano che la Terra può essere anche un luogo da abbandonare e in cui perdersi, un vaso non perfettamente plasmato per noi umani che ci sentiamo padroni del mondo. Per Matteo Lucca invece la Terra è una casa accogliente da preservare senza lasciarsi troppo trascinare dagli slogan ecologisti e ambientalisti. La sua è un’arte primitiva e ancestrale che trasmette calore, da toccare con mano per riscoprire quanto il pane, anche se mangiato tutti i giorni, non stanca mai perché è sempre nuovo e ci riporta indietro nel tempo, all’origine di ogni cosa, ai primi due chicchi di grano che si sono abbracciati per formare il primo pane, il nostro cibo, la nostra rivelazione di fronte alla quale possiamo scoprirci fragili e impreparati; la cifra dell’essere umano.

Matteo Lucca

Lei realizza corpi umani con il pane. Come è nata quest’idea? Pensa che luomo sia così fragile o è solo una trovata artistica?
Il mio lavoro sul pane nasce come un naturale processo di ricerca che sento profondamente legato al mio vissuto personale. La necessità è stata quella rispondere alla domanda: come posso essere nutrimento per l’altro? Questo mi ha portato alla terra, al pane e all’uomo. Per diversi aspetti mi ha condotto verso un’origine simbolica e archetipica legata ai materiali, ai significati, e verso riflessioni sull’essere umano e sul corpo. Dal punto di vista pratico ho realizzato un mio calco in terracotta, ho costruito un forno a legna e lì dentro ho iniziato a cucinare le mie figure di pane. Inizialmente volevo fossero cotte bene perché dovevano essere opere da mangiare (e così è stato) ma non è sempre facile riuscire in questo intento in quanto il mio forno, fatto di bidoni, mattoni e lamiere, insieme al fuoco ingestibile, ha reso le cose difficili. Così, fin dalle prime volte ne sono uscite alcune figure troppo cotte. L’incidente si è fatto rivelatore di qualcosa che ha ampliato le prospettive e le riflessioni fin dall’inizio. Il mio approccio in questo lavoro è quello di essere una guida che interviene il minimo indispensabile: la mia funzione è quella di creare le condizioni affinché si inneschi un processo creativo e pormi piuttosto come accompagnatore di quell’evoluzione che è tendenzialmente autonoma. Il pane dentro allo stampo lievita e si cuoce, dove incontra la forma del corpo la calca, dove trova spazio fuoriesce e cresce liberamente seguendo un suo naturale processo di lievitazione. Il fuoco è l’elemento principale che dà vita a tutto questo. Il mio incontro con l’opera corrisponde alla rivelazione di qualcosa di sempre nuovo e sconosciuto, ma che mi è anche familiare e mi pone domande. A volte quell’incontro è profumato, mi porta in casa ed è denso di vita; altre volte mi porta a dover incontrare e accogliere il qualcosa che mi turba. Penso che questo turbamento abbia a che fare con la fragilità. Sì, penso che l’uomo sia fragile ed è una ricchezza immensa. È quando la fragilità si manifesta che la bellezza si svela o trova la via per esprimersi. È in relazione alla fragilità e al senso di finitezza delle cose che cerchiamo di evolvere. Negare la fragilità significherebbe perdere una parte di noi che ci rende capaci di emozionarci e amare. Significherebbe negare una verità che ci rende autentici e umani.  Quella fragilità vive nelle mie opere perché parlano di vita. Sta nelle crepe, nelle bruciature e nelle parti chiare, sta nelle parti mancanti e prese a morsi o consumate, nelle parti commestibili e non commestibili. Ritengo di avere grande rispetto per l’arte e l’essere umano, e di aver sempre mosso la mia ricerca artistica per soddisfare qualcosa di profondo. La trovata artistica la lascio ad altri con altri bisogni e con un altro senso etico.

Preferisce lavorare il pane o la ceramica?
Attualmente non so fare una scelta tra i due, li sento entrambi necessari, sia per gli aspetti simbolici sia per il diverso rapporto che stabiliscono con il corpo.  Nel pane il corpo è rappresentato ed è veicolo di contenuti. Nel lavoro con il pane, la terracotta è a servizio dell’opera, ma centrale nel processo. Diversamente quando utilizzo l’argilla come media principale, allora la rappresentazione del corpo scompare e diventa centrale l’azione e la relazione diretta del mio corpo sull’argilla. Sento che entrambi i materiali hanno un forte legame tra loro e con me, ma il pane non potrebbe esserci senza la terra.

Bread woman 2017

In un certo senso lei cuoce lessere umano nei forni. Cosa non le piace dellUomo?
È tutt’altro che così. Se si perde di vista il simbolo perdiamo il senso di ciò che realmente accade e si rischia di interpretare male. Nel forno non si cuoce l’essere umano ma vi prende vita. Il forno è simbolicamente inteso come ventre materno dentro il quale si genera la vita. Tutto il processo di panificazione è legato al tema della maternità e del femminile, tanto che anticamente in certe società solo le donne potevano fare il pane perché solo loro hanno confidenza col dare la vita e con l’atto di nutrire. Nonostante le mie opere risultino spesso scomode o inquietanti, tutto il mio lavoro parte dalla vita ed è inevitabile che, ricercando una verità, si presenti nel lavoro che faccio anche la morte perché entrambe parte della stessa cosa.

Qual è il valore sociale della sua arte?
Il valore sta nel tentativo di essere il più onesto e autentico possibile in ciò che faccio, l’arte non è che lo specchio di questo. Cercare di essere veri con sé stessi e di conseguenza con la propria arte è già un valore importante che si consegna alla società.

Cosa significa per lei offrire il proprio corpo come nutrimento per gli altri, quando per molti il corpo è solo un accessorio da portare in giro, da spettacolarizzare, da mercificare?
Per me è una direzione non facile, ma che guida le mie scelte. Essere nutrimento significa esserci per l’altro. Ciò mi mette spesso in contrasto tra il mio tentativo di voler riuscire nell’intento e il non riuscire perché in conflitto con i miei limiti e demoni. La differenza la fa il: “nonostante tutto esserci”.  Una riflessione che a volte ho fatto sul mio lavoro è stata proprio questa: le mie sculture, nonostante le loro parti non commestibili, le loro spaccature e spesso il loro aspetto poco invitante, sono fatte di pane e la loro condizione di esistenza è quella di essere cibo. Esserci, nonostante tutto come nutrimento. Questo aspetto mi fa pensare molto alle relazioni e a come costantemente ci inducono a fare i conti con noi stessi.  Quando il corpo diventa accessorio, spettacolarizzazione e merce perdono il valore di quell’esserci e di vivere quell’incontro. Forse anche questo è una risposta alla fragilità. A volte però è una scelta inevitabile o qualcosa di imposto, allora si apre un altro capitolo di riflessione.

Come ha vissuto e sta vivendo lemergenza Covid-19? Come pensa debba riorganizzarsi anche il sistema arte?
Come per tutti non è stato semplice vivere quel periodo. Non rientro nella categoria degli artisti che hanno avuto bisogno di produrre. Piuttosto è stato per me un momento per fare spazio e raccogliere. Ritengo che da questo punto di vista sia stato utile per me riuscire a fare questo, ci sono stati anche momenti belli e ricchi di intuizioni.  Riguardo il sistema dell’arte non saprei come si dovrebbe riorganizzare. In questo momento si vive il tentativo di rimanere aggrappati “al come è sempre stato” e al timore di muovere passi verso qualcosa di nuovo che rappresenta l’incognita e la paura di fallire. Sicuramente si dovranno riconsiderare i valori di base su cui si poggia la cultura e muoversi in funzione di quelli. Chi avrà il coraggio di fare scelte di senso e contenuti sarà ripagato in futuro, almeno, è ciò che auguro.

Mani, scultura in pane

Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni?
Premesso che ogni mostra è per me una grande soddisfazione, forse la prima in classifica è quella che ha segnato l’inizio della mia stagione del pane. È stata nel 2016 nel cuore delle Foreste Casentinesi in un altopiano del parco chiamato San Paolo in Alpe. In quell’area avevo collocato 12 opere immerse nella natura. L’unico modo per arrivare era percorrere per mezz’ora un sentiero in mezzo al bosco per poi trovarsi in quello scenario nel quale si trovano ruderi di vecchie abitazioni contadine e di una chiesa. Era molto forte la relazione tra le mie figure, i ruderi ed il paesaggio. Senza parlare dell’odore del pane di quando si stava sotto vento. A quel primo evento ne sono seguiti altri, fra cui la prima mostra fatta con Isorropia Homegallery che ha rappresentato un altro momento decisivo della mia crescita.

Progetti in cantiere?
Per ora due mostre in Cina, per le quali spedirò a breve le opere, e un progetto teatrale nel quale sarà in scena un mio lavoro.

Si sente per certi versi un artista ambientalista?
Mi piacerebbe, ed esserlo di più. Diciamo che rappresenta un obiettivo e che ancora non mi sento di definirmi tale. Ma se osservo alcuni aspetti del mio lavoro nei materiali e nei contenuti allora posso essere tra gli ambientalisti. Non in una maniera diretta come potrebbe fare un attivista, ma in un modo in cui la riflessione che faccio sull’uomo va in una direzione naturale in cerca di un’autenticità della vita.

Maurizio Bianucci: “Il cinema è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità’

Maurizio Bianucci, romano, classe 1969, è un attore e cantante il cui nome a molti non dirà nulla, ma la sua passione per il teatro e per il cinema, genuina e supportata da una cultura della materia non indifferente, dalla curiosità, e dall’umiltà. Lo si capisce dal modo in cui Bianucci parla e considera il pubblico, dal rispetto che ha per i grandi maestri del passato e anche del presente, e in virtù della tanta gavetta fatta senza scendere a compromessi con la sua idea di Arte senza però esonerare il pubblico, lo spettatore, spesso indolente, dal suo importante ruolo in questo settore, ora in sofferenza più che mai data l’emergenza Covid.

Bianucci ha iniziato la sua formazione presso la Scuola Internazionale di Teatro “Circo a Vapore” di Roma diretta da E. G. Lavalleè e la Scuola di recitazione “La Ribalte” di Enzo Garinei per poi seguire un Seminario sul Metodo Strasberg con Dominic De Fazio (Actor Studio). Ha proseguito con gli Studi di Commedia dell’arte con Contin e Merisi, quelli di Canto con M° Caio Bascerano e Patrizia Troiani  fino agli Studi di teatro al DAMS di ROMA TRE. Ha insegnato recitazione presso gli Ist. Sup. Statali Q. Sella e G. Romano e nei corsi di teatro integrato per poi approdare agli spot pubblicitari e a ruoli in film e serie TV di successo quali “L’Aquila – Grandi Speranze” RAI 1 – Idea Cinema – regia Marco Risi,  “La Compagnia del Cigno” RAI 1, “Aldo Moro – Il Professore“ RAI 1 – Aurora TV – regia F. Miccichè, “Suburra – la serie” Netflix/RAI 2 – Cattleya 2017 (stag. 1)– regia Placido-Molaioli- Capotondi. Per il cinema ha preso parte al film “Fuorigioco” con Toni Garrani per la regia Benso – RioFilm 2015 selezionato per il David di Donatello 2016, “Il ritorno di Grosjean” corto – 2014 regia F. Longo – RioFilm
selezionato anch0esso per il David di Donatello 2015; è in uscita al cinema con “L’amore a Domicilio” con Miriam Leone per la regia Corapi – Prod. WorldVideoProduction.

Molto ricca la sua attività in teatro per il quale segnaliamo: “Ti hanno portato via all’alba” regia F. Giuffrè 2010 “Emigranti” regia C. Benso 2008/2009 “Memorie” regia F. Giuffrè con Jinny Steffan – tratto da Lo Zoo di Vetro – 2006 “Storia di Beatrice” regia R. Petrone – 2003 “Attore… per quel po’ che si guadagna” Varietà di e con M. Bianucci – 2003 “La Scoperta de l’America”, musiche di M. Bianucci – regia P. Bonini – 2001.

Da buon estimatore di Chaplin, Bianucci, vincitore del Premio Crocitti riservato ad attori sconosciuti ma di talento, non può non essere poeticamente nostalgico del cinema che fu, per il quale “è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità,” che tuttavia, anche oggi gli offre molti stimoli per continuare a lavorare con questa grande passione, puntando sulla qualità, sullo studio, e sulle ispirazioni del passato e perché no anche dagli spot pubblicitari che entrano prepotentemente nelle nostre case cui Bianucci ha preso parte con eleganza e rispetto, come ad esempio a quelli della Bauli, Vodafone, Mediolanum, lavorando sempre con professionisti.

 

1 Cinema, teatro, spot pubblicitari, musica, in quale ambito si sente più a suo agio?
Ho lavorato in tutti questi settori, ma il teatro e la musica mi mettono più a mio agio degli altri, suppongo perché ho iniziato da bambino. Avevo 12 anni, ero in una filodrammatica di ragazzini e portavamo in scena i testi di Shakespeare, Cecov, Cervantes e il livello di formazione era davvero alto. Sono stato educato con queste discipline artistiche che hanno si accresciuto il mio talento, ma soprattutto mi hanno formato come persona. Sul palco mi sono sempre sentito a mio agio, come a casa mia, il pubblico è il mio ospite a cui non si fa mancare nulla.
Mi diverto molto anche con le pubblicità, ne ho girate tante, mi hanno permesso di lavorare con grandi professionisti del settore, sono set dove si respira una grande professionalità.
Il cinema infine è per me una seduzione, mi affascina, è un punto di arrivo, seppur mi mette ansia e questo non so come spiegarlo. Nonostante la mia prima esperienza sul set risalga al 1991, ho sempre con me un po’ di ansia quando devo girare, non mi è mai passata. Ovviamente tutte le paure spariscono al primo ciak, ma prima e dopo il ciak per me sono momenti difficili e qualche notte insonne.
Per concludere, posso dirti che considero il teatro mia madre e il cinema la mia amante. Così credo sia chiaro il mio rapporto con loro.

2 Prova nostalgia per il cinema italiano degli anni d’oro?
Io sono nostalgico per indole, anche se crescendo sto abbandonando questa debolezza. I film del passato, italiani o stranieri, mi sembrano sempre più belli degli attuali. Inoltre se per cinema degli anni d’oro intendi quello strettamente legato al boom economico italiano, dal dopoguerra in poi, direi proprio di si.
Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Risi, Lattuada, Germi, Antonioni e altri, più o meno blasonati, sono la spina dorsale del nostro cinema, che con i loro film hanno offerto grandi spunti di riflessione sulla nostra società, alle volte nascosti anche in una risata. Sono artisti che dal Neorealismo, con la volontà di staccarsi dal genere dei “telefoni bianchi”, hanno accompagnato la cinematografia italiana a livelli altissimi e hanno preparato la strada per quei giovani registi che si stavano affacciando proprio in quegli anni. Ad esempio Bertolucci o Bellocchio che porteranno a loro volta un nuovo cambiamento, uno stile più coerente a loro stessi e una nuova era lucente del nostro cinema.
E’ difficile quindi contrassegnare gli anni d’oro in un solo momento specifico. Quando c’è fermento, il seme gettato a terra dà di certo frutti, che a loro volta ne daranno altri. Pensa che solo nel 1960 nelle sale c’erano film come Rocco e i suoi fratelli, La dolce vita, La Ciociara, L’avventura, ma anche il Mattatore e Signori si nasce. Un anno dopo è il turno di Accattone di Pasolini e poco dopo Bertolucci con Prima della rivoluzione.
Come non essere nostalgico allora? La fatidica frase “ma che fanno al cinema oggi?” in quel periodo trovava facilmente una risposta e ampia scelta.

3 Cosa pensa del cinema italiano di oggi?
Devo necessariamente collegarmi alla risposta precedente. Gli stimoli che hanno dato vita ai grandi periodi storici del nostro cinema, venivano da una fame culturale, da un enorme curiosità, dalla capacità di osservare da vicino la realtà e dalla incessante voglia di cambiamento. In questo ultimo ventennio ne vedo pochi di questi esempi. Non posso non citare Garrone, Sorrentino o Virzì tra quelli che mi piacciono molto e hanno queste caratteristiche, oppure Ivano De Matteo con la sua grande capacità scarna di osservare e filtrare la realtà. Vedo però nuove leve farsi strada e questo mi fa ben sperare. Inoltre quando si parla di cinema si parla di tutto un sistema produttivo enorme, pesantissimo, aggrovigliato tra burocrazia e arte, che non facilita di certo la realizzazione di un film. Credo che il sistema produttivo debba alleggerirsi, debba in futuro essere più dinamico e svincolarsi in parte dalle logiche in cui si è bloccato, lasciando più libertà all’artista. Ecco, manca un po’ di coraggio, siamo stretti in meccanismi viziati e astringenti, che alla fine non fanno che ridursi nel produrre film molto simili tra loro.

4 Chi sono i suoi punti di riferimento culturali?
Tanti, del resto i riferimenti culturali di ognuno sono mutevoli, cambiano nel tempo secondo il nostro livello e la nostra età. Alcuni però non li perdi mai, non li dimentichi. I miei primi riferimenti giovanili sono legati alla cultura di Roma e allo spettacolo popolare in genere, passando per la Commedia dell’Arte fino al Musical. Sono un cultore di Petrolini, dei poeti romaneschi, del Varietà Italiano, a cui tra l’altro ho dedicato più di uno spettacolo. Parallelamente però, mentre leggevo Maupassant e mi incuriosivo di Caravaggio e Matisse, avevo già portato in scena, con la compagnia di filodrammatica, i testi di Shakespeare e approcciavo alla letteratura Russa, partendo da Cecov per arrivare a Gogol e finire con lo scoprire Stanislavskij. Alla fine, neanche a farlo apposta, dopo i Russi sono arrivati gli Americani con Strasberg. Per gli attori Strasberg e Stanislavskij sono un punto di riferimento per la tecnica moderna di recitazione, ma anche un modo con cui riempirsi la bocca al solo suono di “Metodo Stanislvskji – Starsberg”. Allora, la mia passione per la Commedia dell’Arte è rigurgitata fortemente, intesa non solo come tecnica, ma come conoscenza di quell’affascinante mondo della vita delle compagnie di giro dal 1500 in poi. Ho riferimenti confusi come vedi, ma credo sia naturale, un artista ha bisogno di tutto, deve nutrirsi e digerire ogni cosa.

5 Cosa significa per lei aver vinto il Premio Crocitti?
Che bel momento mi fai ricordare! Quel premio è stato uno stimolo a non fermarsi, chiudeva un periodo fruttuoso per me – avendo da poco lavorato per Netflix in Suburra la prima serie e per la Rai ne La Compagnia del Cigno, L’Aquila grandi speranza e altre fiction – e ne apriva un altro. Infatti poco dopo è uscito nelle sale il film L’amore a Domicilio con Simone Liberati e Miriam Leone, per la regia di Corapi. Vincenzo Crocitti, che vinse il David Di Donatello e i Nastri D’Argento per la sua interpretazione ne Un Borghese piccolo piccolo, ha una lunghissima carriera cinematografica televisiva e teatrale alle spalle e chi lo ha conosciuto personalmente ne parla come una persona di grande umiltà. Il senso del premio Crocitti è proprio questo, premiare anche gli attori poco conosciuti ma che si sono distinti, a giudizio del Comitato e del Direttore Artistico Francesco Fiumarella, per umiltà talento e lunga gavetta. Li ringrazio ancora per aver riconosciuto in me queste caratteristiche. Ho ricevuto il premio il 7 dicembre 2019 insieme ad altri bravi artisti e sono stati assegnati 2 premi alla carriera, a Paolo Bonacelli e Francesco Nuti.

6 Cosa rende secondo lei un film un capolavoro?
Non credo si possa dare una definizione assoluta. Posso dirti che per me il capolavoro è qualcosa che spiazza le tue sicurezze, che ti parla dentro, che ti scava, trova un posto nella tua anima e non va più via. Non basta che un’opera d’arte sia tecnicamente perfetta se non ti parla dentro, per essere un capolavoro deve averti sconvolto. Per farti un esempio, personalmente il mio capolavoro cinematografico è Ultimo tango a Parigi. Mi distrugge ogni volta che lo rivedo e penso che non ci sia nulla di simile in tutta la cinematografia.

7 Chi sono stati i suoi “maestri” e cosa le hanno insegnato maggiormente?
I “maestri” sono stati tanti, ma sono quelli che purtroppo non ho potuto incontrare. Charlie Chaplin, Petrolini e Walter Chiari mi hanno insegnato tanto. Mi soffermo solo su Chaplin di cui ho divorato l’intera sua cinematografia; per un anno di seguito, tutti i giorni, non facevo altro che guardare i suoi film e leggere libri su di lui, sperando di poter rubare un pizzico della sua tecnica, ma soprattutto della sua anima. Da lui ho appreso la potenza di un gesto, non vuoto, un gesto pieno di verità, non un gesto qualunque. Chaplin mi ha insegnato che un solo gesto, se correttamente motivato, racconta tutta un’azione e può raccontare anche un intero personaggio. Poi ho avuto tanti bravi insegnanti, già dalla mia infanzia fino alle scuole di teatro che ho frequentato col passare degli anni. Sono stato fortunato, ho incontrato persone che ne sapevano di pedagogia e che amavano insegnare. Porto con me tutto quello che mi hanno dato e che ho potuto donare a mia volta, quando ho insegnato recitazione nelle scuole superiori e nei laboratori di teatro integrato.

Suburra, la serie

8 “Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce”, diceva Cocteau, la pensa anche lei allo stesso modo?
Se lo diceva Cocteau non posso che trovarmi d’accordo. Non ho la capacità di formulare una immagine così poetica, ma ti racconto questa cosa. Molti anni fa ero alla Libreria del Cinema di Roma, un luogo meraviglioso oramai chiuso, in cui ho passato anni a leggere libri, vedere film, conoscere artisti e bere vino. Quel giorno stavano girando un piccolo documentario ad uso interno della libreria, mi ci trovai in mezzo e mi chiesero di rispondere a questa domanda: ”Che cosa è il cinema?”. Io d’impatto risposi “…è una grande bugia a cui tutti dobbiamo credere perché è l’unica che ti rivela la verità”. A farmi la domanda era il regista Antonello Grimaldi che, dopo aver sentito la mia risposta e aver dato lo stop alla macchina da presa, mi fissò qualche lungo istante. Ecco, ora che ci penso di nuovo, forse il cinema è li, tra la mia risposta e il lungo silenzio del regista.

9 Quali lavori le hanno procurato maggior emozione e allo stesso tempo grande agio nella parte che doveva interpretare?
In teatro ho sempre lavorato in spettacoli molto ben fatti, ma nel cuore ho Emigranti di Slamovir Mrozek, uno spettacolo con un grande successo di critica e pubblico, regia di Carlo Benso. Due uomini, di diversa estrazione e pensiero, vivono da emigrati in uno scantinato lontano dalle famiglie. L’inevitabile scontro fra le due personalità sfocerà in liti, scherzi crudeli, confessioni, sogni e delusioni di entrambi. E’ la notte di Capodanno e sono soli con le loro frustrazioni, a fargli compagnia solo i rumori fuori della festa e gli scarichi dei tubi. E’ stato duro affrontare il mio personaggio, un intellettuale che è scappato dalla propria terra per poter scrivere la sua grande opera letteraria che mai completerà, è stata una sfida con me stesso oltre che una prova d’attore non da poco. Dopo i primi mesi di prove e un continuo scontrarmi con il mio personaggio ho cominciato ad intravedere che in me c’era molto di lui, allora mi sono lasciato andare ed il resto è venuto da se.

1o C’è polemica intorno al film di Vanzina, Lockdown all’italiana. Cosa ne pensa di tale polemica e come sta vivendo lei e il mondo dello spettacolo e della cultura questo difficile momento?
Non sono uno spettatore di Vanzina, ho visto solo pochi minuti della sua intera cinematografia, quindi glisso su eventuali giudizi sulle sue opere o su polemiche intorno al suo film. Il mondo dello spettacolo, da sempre in sofferenza, ora più che mai avrebbe bisogno di essere ripensato sia dai politici che dagli addetti ai lavori. Non dovrebbe essere lasciato così in agonia perché, quando questo momento difficile per tutti sarà finito, ho timore che quello che si sarà spento durante, avrà bisogno di anni per riaccendersi. Non mi fermerei a ragionare sulla situazione attuale, che oggettivamente non permette di lavorare con la serenità di prima, ma bisogna fin da ora progettare il dopo, affinché il settore della cultura non sia sempre un fanalino di coda nella nostra economia. Ci vuole un’apertura mentale maggiore da parte di tutti, anche dello spettatore, e molta lungimiranza per una rinascita più ampia del cinema, del teatro e di tutto il mondo della cultura. In questo senso ci vengono incontro le nuove realtà distributive come Netflix o Amazon, dove si trovano film o serial molto interessanti, coraggiosi, dove puoi vedere opere che non hanno trovato spazio con la distribuzione classica. Intendiamoci, un film è meraviglioso visto nella sala cinematografica, ma le cose sono cambiate e anche le sale, che non devono chiudere, devono trovare un nuovo modo per riprendersi l’attenzione del pubblico.

Sul set del film “L’amore a domicilio”

11 Progetti in cantiere?
Certo, anche se è preferibile non parlare di cose che non esistono ancora, ho alcuni progetti e si tornerà nella mischia appena questo momento sarà finito e saremo tutti più sereni. Uno posso svelartelo; un progetto in particolare è quello di portare in scena l’opera teatrale “Gocce d’acqua su pietre roventi” di Fassbinder, da lui mai realizzata. E’ un testo molto duro, messo in scena raramente, ed è diventato un bellissimo film nelle mani di Ozon. Ho una mia visione particolare del testo ma ho bisogno di sostegno, di un produttore e un teatro che accolga uno spettacolo così.

L’eco-artista Anne de Carbuccia, la natura dell’arte e l’arte della natura

Fin da piccola l’artista ambientalista franco-americana Anne de Carbuccia, ideatrice del progetto One Planet, One future, che raccoglie i suoi lavori, ha cercato e trovato l’arte nella natura e la natura dell’arte coniugando Arte e Scienza senza troppi sensazionalismi e allarmismi. Quando si pensa all’Ecologia, di solito si fa riferimento a tutte quelle misure ambientali necessarie, perché utili all’uomo, come la riduzione dell’inquinamento e la salvaguardia di specie animali e vegetali in via d’estinzione. Di fatto, tali proposte sono solo un accorgimento finalizzato alla conservazione della realtà contemporanea, industriale e materialista.

Anne de Carbuccia

La concezione antropocentrica del mondo, che vede nell’essere umano il dominatore del Pianeta, continua ad alimentare una crisi, prima che economica, filosofica ed esistenziale. Ecco perché sarebbe più opportuno parlare di “Ecologia profonda”: non si parla più di piccole modifiche dal punto di vista umano, ma di una vera e propria rivoluzione culturale, che segna il passaggio da una prospettiva antropocentrica a una eco-centrica. Tuttavia un discorso di questo tipo fa della Terra una divinità pagana, la dea Gaia alla quale si deve sacrificare persino l’uomo, visto come virus da debellare, quando dovrebbe essere in comunione con la Natura, per dirla alla maniera francescana.

In tal senso, Anne de Carbuccia non sembra (lo si spera) andare nella direzione ambientalista- ecologista di stampo materialista e riduzionista, consapevole del fatto che accanto a un’ecologia ambientale, serve perciò quell’ecologia umana, fatta del rispetto della persona, per cui noi siamo i custodi della Natura, non i padroni assoluti. L’auspicio è che non ci si approcci all’ecologia come se fosse una religione, e si parli di uno sviluppo sostenibile per tutti, non solo per chi può permetterselo, ascoltando magari anche altre voci autorevoli del mondo scientifico, meno apocalittiche e decisamente fuori dal coro. Anche l’Arte ne gioverebbe.

L’artista franco-americana racconta delle storie a metà strada tra contemplazione della bellezza della Natura e visioni sinistre che incombono su questa bellezza incontaminata, come dimostra il progetto TimeShrine, mentre la serie Paintings è il risultato di un collettivo di artisti che unisce le opere della serie TimeShrine di Anne con la scrittura di graffiti. Anne ha viaggiato in tutto il mondo per diversi anni documentando l’evoluzione del pianeta e l’impatto dell’intervento umano sull’ambiente. Per la 75esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ha presentato il documentario One Ocean, accolto con moderato interesse 2 anni fa e oggi tradotto in 4 lingue. Un sentore di simbolismo permea la sua produzione artistica, che sembra inseguire i barlumi di uno splendore da preservare, facendo della fotografia uno strumento di testimonianza dell’autodistruzione di un intero pianeta, dove però l’Uomo non può rimanere isolato in quanto parte integrante di quel sistema.

Carnet Voyage, Sacred Lake II, 2015

 

L’arte ambientalista sembra essere molto di moda e cavalcata anche da coloro che effettivamente hanno scarsa sensibilità e conoscenza in merito alle questioni prettamente scientifiche. Quanti di questi cavalcano l’onda in modo furbo e quanti invece sono in buona fede secondo lei?
Ce ne sono molti di entrambe le parti diciamo, è normale. L’arte è un campo che in parte rispecchia le nostre società. In questo momento, ovunque, in tutti i campi ci sono molti tentativi di “lavaggio ecologico” e un desiderio profondo di cambiare il nostro approccio all’ambiente. Probabilmente verranno filtrati con il tempo o ancora meglio i cosiddetti “green washers” si convertiranno davvero in una prospettiva più moderna e pratica. Si spera che invece di comunicarlo inizieranno a dare l’esempio attraverso le proprie azioni e attività personali. Avere un forte senso di conoscenza universale fattuale è la chiave per il futuro. C’è uno straordinario potenziale creativo nelle nuove alleanze tra Scienza a Arte.

Quando e perché ha iniziato ad appassionarsi all’arte?
Sono cresciuta con molta arte e molta natura, quindi ho sempre visto la natura nell’arte e l’arte nella natura. Erano due cose che conoscevo e amavo e che hanno fatto parte di me sin da quando ero bambina. Quando ho iniziato a cogliere l’importanza della crisi ambientale e sociale è stato naturale per me rivolgermi all’arte per dare voce a tutto ciò.

Cos’è per lei la Natura?
La natura è tutto quello che riguarda noi esseri umani.

Il suo cortometraggio One Ocean è stato presentato alla 75esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Cosa spera di aver trasmesso allo spettatore?
Cerco di trasmettere un senso di consapevolezza facile e positivo, per dimostrare che siamo parte di qualcosa di più grande di noi. E più di ogni altra cosa voglio dare un’idea migliore di quanto siano importanti le scelte che facciamo oggi, soprattutto come individui. È stato interessante notare che One Ocean è stato accolto con moderato interesse due anni fa e oggi è stato tradotto in quattro lingue. Il film non è cambiato ma il pubblico sì, questo mi dà speranza.

Lei è franco-americana: quali differenze nota tra il modo di concepire e trattare l’arte tra gli States e l’Europa?
Con la globalizzazione, gli approcci si sono mescolati molto e sembrano più universali. Tutto è diventato più fluido e meno distintivo tra Stati Uniti ed Europa. Trovo il lavoro artistico più caratterizzato in altri continenti come l’Africa e il Sud America. Ci sono contenuti profondi che vengono pubblicati su entrambe le sponde dell’Oceano, ma sono meno sotto i riflettori. C’è un bisogno ricorrente di un ritmo più veloce, esperienze coinvolgenti e immagini che funzionino meglio con i social media o affermazioni che hanno un impatto immediato. Un sacco di arte è lì per piacere a te.

Mustang Journey, Upper Mustang, 2015

Quale tecnica preferisce per dare una forma, un senso, un significato a ciò che ha visto?
Ho iniziato con la creazione di installazioni nella natura che poi ho fotografato, aveva un senso con il nostro tempo. Cento anni fa probabilmente li avrei dipinti. Il lavoro riguardava il nostro pianeta, ciò che avevamo, ciò che stavamo perdendo, ciò che avevamo già perso. Le nostre scelte. Ho viaggiato ovunque, ho imparato tanto e incontrato persone incredibili. Ho visto il buono e il cattivo. Attualmente sto finendo un documentario su quella storia. Il film è uno strumento potente. Da più di un anno ho iniziato a spostare l’arte per le strade, sia con i murales e sia con le installazioni. Sento che ora è il momento di condividere l’arte in mostre pubbliche a causa del forte cambiamento negli stili di vita e nell’approccio agli spazi privati ​​e pubblici. Ho iniziato a usare le parole nelle mie creazioni. Come i mantra. Per me le città sono ora il punto di impatto più importante sia per aiutare a salvare il nostro pianeta come lo conosciamo sia per portare conforto agli abitanti. Vedo musei che si estendono fino alle strade. Durante il primo blocco causato dall’emergenza COVID mi sono concentrata molto sull’amore e sul soft power. Questo probabilmente sarà il seme del mio nuovo lavoro. Ho appena iniziato a lavorare su opere più tranquille e contemplative che spaziano dalla scultura al collage e alla luce a Led. Penso che mi sposterò presto in una zona di riflessione dove creerò da un’unica posizione, non sono sicuro che sia un bisogno crescente di ritirarmi e meditare mentre le nostre società entrano in congiunture globalizzate più stringenti.

L’obiettivo delle sue esplorazioni è ottenere qualcosa. Toccarne i limiti o in un certo senso tornare all’origine dell’arte, della Vita, dell’essenziale?
Sì, negli ultimi dieci anni la mia produzione artistica è stata molto incentrata su un obiettivo. Curiosamente ho sentito un senso di liberazione nel dare uno scopo al lavoro. Mi ha liberato da molte delle mie ansie come essere umano. Aver studiato antropologia ha aiutato. Avere un senso dell’origine, di come è iniziato tutto, perché è iniziato tutto. Per poter ricominciare da capo, come è il caso delle nostre società oggi, è utile conoscere le tue radici, le tue origini. Negli ultimi anni ho cercato di concentrarmi su ciò che era più essenziale. Penso che molto nella genesi dell’arte sia legato allo scopo.

Non crede che, in assenza di posizioni univoche, si rischi di far diventare l’ecologia una religione, un’ideologia che contempla solo sé stessa, lasciando l’Uomo fuori da questo progetto?
È un rischio, in realtà sempre più attivisti si stanno spostando in quella direzione. Sentono di non essere ascoltati e le cose non si muovono abbastanza velocemente. C’è un forte senso di ingiustizia nelle giovani generazioni quando si parla di ecocidio. Penso che molti degli artisti più giovani faranno parte di quel movimento. La mia generazione non ha mai dovuto mettere in discussione il futuro come hanno fatto loro. A volte è necessario andare un po’ all’estremo per portare avanti il ​​cambiamento necessario. Sono stata criticata durante l’emergenza Covid per non aver sottolineato il miglioramento della salute ambientale con il blocco delle attività umane. Ma questa è una conseguenza e non una soluzione. Non ha mai riguardato veramente il pianeta. Il pianeta è un essere vivente straordinario e ce la farà. In quale forma è un’altra domanda. Il vero problema, almeno per la nostra specie, è se ce la faremo o chi ce la farà. Che ci piaccia o no, abbiamo tutti un punto di vista antropomorfo. Il mio lavoro riguarda più lo spostamento della nostra prospettiva dal metterci in cima a una piramide all’essere parte di un cerchio.

Di quale lavoro è più orgogliosa?
Ognuna delle mie creazioni è una parte di me a cui tengo profondamente. Certamente il fatto che mi abbiano permesso di avere una voce anche nel sistema educativo è qualcosa di cui sono molto orgogliosa. Il mio progetto educativo è gestito dalla mia fondazione pubblica 501 (c) 3 e lavora con la generazione più giovane (dai 5 ai 25 anni) e con una grande varietà di progetti in tutto il mondo. Ora, con le sfide della Pandemia, stiamo creando contenuti video per le lezioni online.

Secondo lei, quale delle sue opere è quella che meglio rappresenta l’Universo come insieme indivisibile e armonioso e non come una macchina perfetta dove i componenti lavorano perfettamente insieme?
Penso che la mia immagine Birth descriverebbe al meglio l’immediatezza di questo concetto. Gran parte del lavoro che creo si basa su quell’idea e sull’interconnettività.

Prossimi impegni?
Sono nel bel mezzo dell’editing del mio documentario One Planet One Future che dovrebbe uscire nel 2021 – esporrò anche alcune delle mie parole del mantra specchiate in diverse città – Una mostra a Palermo, in Italia, nell’estate del 2021 dovrebbe essere confermata se la situazione pandemica migliora. Tengo le dita incrociate!

 

Fonte

Anne de Carbuccia. La natura dell’arte e l’arte della natura

Cosimo Argentina, scrittore irriverente e nostalgico: “La decadenza e il degrado fanno piangere, ma è sempre importante trovare il modo di ridere delle miserie proprie”

Lo scrittore tarantino Cosimo Argentina è un uomo generoso e sensibile, sebbene leggendo alcuni suoi libri si possa far fatica a crederlo, data la sua penna affilatissima, irriverente e cruda. Laureato in giurisprudenza con una specializzazione in criminologia, e dopo aver praticato l’attività di procuratore legale e giornalista a Taranto, nel 1990 Argentina si trasferisce in Brianza dove vive ed insegna Diritto ed Economia.

Esordisce nel 1999 con il romanzo Il cadetto edito da Marsilio, vincitore del Premio Letterario Edoardo Kihlgren Opera Prima e del Premio Oplonti. Nel 2002 con lo stesso editore pubblica Bar Blu Seves e nel 2004 il suo Cuore di cuoio edito da Sironi, selezionato per il Premio Bancarella Sport; poi è la volta di Maschio adulto solitario (Manni 2008), Beata ignoranza (Fandango 2009), Vicolo dell’acciaio (Fandango 2010),  Per sempre carnivori (Minimum Fax, 2013) L’umano sistema fognario (Manni, 2014), Le tre resurrezioni di Sisifo Re (Meridiano Zero, 2016) e Legno verde. Educazione sentimentale di un adolescente (Oligo, 2019).

Argentina è un fine narratore di storie dove i protagonisti sono “gli sfigati”, coloro che vivono nel degrado, collocati all’ultimo posto della scala sociale. Se Baudelaire ha saputo raccontare come nessun altro prima l’angoscia esistenziale, Argentina ci mostra tutte le sfumature del disagio sociale all’interno di quella sgangherata lotta di classe che in Italia vede la fazione dei ricchi (spesso indebitati e cafoni) scagliarsi contro quella dei poveri (quasi sempre rappresentati da chi povero non è affatto), rei di non voler fare nulla, di essere degli sfaticati che non soprattutto i poveri del sud. Questi ultimi, specialmente i tarantini sono patrimonio interiore di Argentina che li omaggia con uno stile grottesco e con una profonda empatia che non può non lasciare indifferente il lettore, il quale inevitabilmente si chiederà se nell’essere consapevole del degrado e della miseria umana e sociale si giunga al pianto dopo un riso amaro o viceversa.

Si avverte una certa nostalgia tra le pagine dei libri di Argentina, in primis per una letteratura che è stata ma che certamente è immortale, non a caso i punti di riferimento dello scrittore pugliese sono Conrad, Dante, Céline, Dostoevskij, Kafka, Pessoa, Cormac McCarthy, ecc, e per un sana provincia che non c’è più come si evince dal delizioso e malinconico romanzo Cuore di cuoio, dove il campo da calcio funge da metafora della vita, e per l’adolescenza che fu, spensierata e piena di sogni.

I libri di Argentina ci consegnano uno scrittore che non ama scendere a compromessi (“Chi legge le mie storie spesso capisce dove voglio arrivare e tanto mi basta” afferma) e che riesce a vedere il lato positivo anche nella tragedia, anche perché a volte l’essere umano non è trascinato nella tragedia dalle sue mancanze e disvalori, bensì dalle sue qualità come ci insegna Haruki Murakami.

L’universo di Argentina è costituito da visioni, realtà concrete, caos, paranoie, invettive, neologismi, contorsioni linguistiche, preveggenze, tenebre, ma anche ricordi, luce, sentimento. Senza dubbio tra i migliori e veri romanzieri italiani che la noiosa, prevedibile e markettara letteratura contemporanea nostrana è capace di offrire.

 

 

1 Lei ama definirsi narratore di storie. Qual è la differenza principale tra narratore e descrittore?

Il narratore, a mio avviso, deve avere per le mani una storia. Tutto parte dalla storia e dallo stile. Stile e storia fanno il narratore. Se non c’è questa base non si va da nessuna parte. Ecco perché un narratore dovrebbe iniziare a scrivere tardi, chessò, dopo i trent’anni come afferma Henry Miller. Questo perché prima deve vivere e immagazzinare storie da raccontare, altrimenti si limiterà a copiare le storie degli altri e i suoi diventeranno libri che imitano altri libri. Il narratore si prende dei rischi in quanto nelle storie che racconta mette inevitabilmente se stesso. Si mette a nudo e non ha paura di farlo. Lo scrittore descrittore invece è capace di scrivere su qualunque cosa. Puoi mostrargli una sedia e lui tirerà fuori pagine e pagine descrivendo ogni minuzia di quella sedia. È un professionista che è in grado di scrivere a prescindere da tutto. È un intellettuale, uno che può dire la sua in politica, finanza, società, lavoro, ecologia, farmaceutica, geografia…

2 In tal senso in Italia vede più narratori o descrittori?
I narratori si vedono alla distanza. Se le loro storie reggono devono essere leggibili da qui a cinquant’anni. Ci sono romanzi che invecchiano bene e diventano classici, altri che perdono valore col tempo. Quando venne chiesto a Marlon Brando cosa ne pensasse del film Il selvaggio che aveva lanciato una moda poi seguita da tutti i giovani ribelli del tempo lui rispose non mi piace perché è invecchiato male. Questo vale anche per i libri e i narratori. Perciò risponderò tra cinquant’anni. Gli scrittori descrittori sì, ce ne sono molti e alcuni molto bravi. Io non amo chi spacca il capello in quattro, ma devo ammettere che saper tenere la penna in mano è una dote che apprezzo sempre.

3 Chi sono i suoi punti di riferimento?
I grandi vecchi della letteratura mondiale. Sono loro. Ernest Hemingway, Ungaretti, Philip Dick, Boccaccio, Céline, Garcia Marquez, Dostoevskij, Kafka, quel pazzo di Dante Alighieri, Pessoa. Tra i recenti Tabucchi, Mario Rigoni Stern, James Ellroy, Cormac McCarthy, insomma quelli da cui si può sempre imparare.

4 Il primo libro che ha letto?
Corsa al Polo Nord. Un libro per ragazzi che mi aveva entusiasmato per via della gara tra Amundsen e Scott. E poi il fatto che il tecnologico perdeva e quello con la slitta tirata dai cani vinceva, non so, aveva un che di epico. Lo lessi in tre ore sdraiato sul letto dei miei in pomeriggio afoso. Poi sono passato ai racconti di Edgar Allan Poe e ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere. Leggendo Poe ho pensato: ehilà, questo mi mette i brividi e mi fa emozionare mettendo una parola accanto all’altra… mondiale!

5 Tre libri che l’hanno illuminata?
Fiesta di Ernest Hemingway per via dello stile. Anche una gita al fiume per pescare trote diventa poesia e poi lo scandagliare la psiche dei personaggi a quel modo. Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline perché, lì c’è tutto. È per il Novecento europeo ciò che Moby Dick è per la letteratura americana e la Divina Commedia è per il mondo. Cuore di tenebra di Conrad perché è pieno di simboli e ogni simbolo è al suo posto e in poche pagine riesce a mettere in scena l’orrore, l’avventura l’esotismo e le forza che sono in gioco nella vita degli uomini.

6 In Maschio adulto e solitario e L’umano sistema fognario Lei raggiunge vette di grottesco davvero sorprendenti. La decadenza e il degrado umano fanno più piangere o ridere alla fine? Vede l’umanità senza speranza, scivolare in un vortice autodistruttivo oppure è un modo di guardare con distacco la miseria umana perché è l’unico modo di non disprezzarla totalmente?

A volte la realtà supera la mia immaginazione. Altre volte metto su carta ciò che ho visto come la tigre nel cortile di MAS. La decadenza e il degrado fanno piangere, ma è sempre importante trovare il modo di ridere delle miserie proprie e non solo. Le malattie, lì non ci sono santi, sul resto si può passare una verniciata di ironia. Di grottesca presa di coscienza. Non fa male a nessuno. No, quanto al disprezzo no. Come mi disse una volta Fernanda Pivano già il fatto che metti in scena una tragedia stai facendo una scelta e la stai omaggiando, quella tragedia, e ne stai prendendo le parti e cerchi involontariamente una soluzione alla vita. La Pivano mi disse che chi scrive è capace di amare anche laddove si è oltre il baratro.

7 Perché le interessa raccontare soprattutto gli ultimi della scala sociale? Qual è l’aspetto peculiare che li caratterizza e che risulta interessante ai suoi occhi?
Mi ci sono sempre trovato bene. Certo, se uno ha vissuto 57 anni sa bene che spesso ultimi e primi hanno dinamiche crudeli differenti ma assimilabili. Un ultimo vorrebbe passare al di là della barricata, senza dubbio, e poi magari comportarsi come gli aguzzini sociali che lo hanno tenuto alla catena. Ma io ho vissuto per strada e tutt’oggi i miei amici e conoscenti sono gente da fabbrica, alienati, gente che fa le pulizie in casa di altra gente, muratori che però conoscono a menadito Nietzsche, avventurieri che aprono locali che poi vengono chiusi in battuta dalle autorità sanitarie; gli ultimi, gli sfigati sono più simpatici. Hanno una genuinità che proviene dal non aver nulla da perdere. E hanno storie terribili da raccontare e uno che scrive è una spugna.

8 Come la prenderebbe se la accostassi a nomi come Palahniuk? Si sente di appartenere a quel modo di concepire la scrittura, cruda ed incisiva?
Fight Club mi era piaciuto, non tanto per la storia, troppo surreale, quanto per la scrittura, davvero efficace. È un accostamento che mi onora. La mia scrittura segue canoni che corrono su due direttrici: la storia che voglio narrare e l’onestà che ci metto nel momento in cui la racconto. Se devo scrivere “cazzo” lo scrivo e non cerco sinonimi improbabili. Uno non è che è tenuto a scrivere per forza. Se metto su pagina una scena di sesso crudele lo faccio e basta. Cose troppo letterarie mi disturbano. Io voglio scrivere quello che vedo e come lo vedo. D’altra parte c’è sempre una evoluzione e un cammino verso una scrittura sempre nuova che però mi permetta di conservare il marchio di fabbrica.

9 Cosa rappresenta la sua città natale Taranto, protagonista dei suoi romanzi e quanto l’ha condizionata?
Uno è ciò che è per via della famiglia che ha frequentato e i luoghi dove ha vissuto nei primi quindici sedici anni, sicché Taranto è roba mia, mio patrimonio interiore. E quindi condiziona il mio modo di pensare, ironizzare, agire. Pur avendo padre brindisino e madre bolognese io sono uno di Taranto. È il mio scenario ideale, soprattutto la Taranto degli anni ’70 ’80 e prima metà degli anni ’90. Oggi la riconosco di meno. Ma i tarantini sono sempre loro, la mia tribù preferita.

10 La massima di Gide per il quale per fare buona letteratura ci vogliono cattivi sentimenti sembra calzarle a pennello…
Bè, qui ti sorprendo perché quelli che mi hanno conosciuto mi hanno trovato una persona perbene. “Con quello che scrive”, mi dicevano “ci aspettavamo un orco”. Un ragazzo stava facendo la tesi di laurea in lettere sui miei romanzi e voleva avvicinarmi. Però gli avevano suggerito di non farlo perché io ero un bastardo e lo avrei preso a calci. Quando la sua fidanzata mi ha intercettato durante una presentazione e poi ha organizzato un incontro con il suo fidanzato si sono accorti che ero un pacifico insegnante di mezz’età. Però concordo che nel mettere in scena una storia bisogna bere il calice amaro fino in fondo e i cattivi sentimenti, a giocare la partita con sincerità, ci sono e vanno mostrati.

11 Perché secondo lei a volte molte persone sembrano “amare” sguazzare nel loro degrado? Mancanza dell’”appiglio trascendentale” o perché a volte tutti amiamo “sporcarci un po’”, scendere nel sottosuolo, per dirla alla Dostojevskji?
Non saprei. In me, ad esempio, c’è un po’ di autolesionismo. Ho conosciuto una ragazza a cui tenevo maledettamente. Ero molto preso. Ma al primo o secondo incontro le ho raccontato tutte le mie debolezze e quanto fossi sfigato e quanto ero negativo come persona e banale e mediocre. Lei era sorpresa perché aveva sempre avuto a che fare con uomini che soprattutto all’inizio facevano di tutto per apparire fighi, misteriosi, interessanti, attraenti. Poi c’è l’essere naturalmente disadattati. Io non ho mai incontrato una famiglia sana, totalmente sana. E poi scendere nei bassifondi a volte genera anche lo smarcarsi dalle responsabilità. E poi c’è il desiderio del suicidio. Un tossico, un tabagista, un ludopatico in fondo cosa vogliono se non farla finita?

12 Cuore di cuoio è un inno all’adolescenza spensierata spezzata da un morte prematura in cui prevale la tenerezza. Lei è nostalgico? Che rapporto ha con i ricordi e cosa ne pensa degli adolescenti di oggi?
Sì, mi dicono che essendo del cancro sono mammone e nostalgico. Ma uno che scrive dovrebbe ricordare ogni sasso che ha calpestato e, per dirla con Stephen King, ricordare ogni ferita. Io rivisito il passato spesso e volentieri. Il problema è che a volte lo faccio anche con gli altri. Domando dei vecchi amori, di come si amavano, dei lutti, domando se odiavano i genitori e cose così. L’adolescenza è terribile e al tempo stesso è un momento magico dove tu stai uscendo dal bozzolo. Io da insegnante dico che gli adolescenti di oggi sono troppo intubati nei social e nei telefonini. Troppo soli. Ma a parte questo riconosco in un quattordicenne ciò che ero io a quattordici anni e poi so che, ad ascoltarli, gli adolescenti hanno dentro tanta anima che un mondo distratto non sa cogliere.

13 Si autocompiace quando dice che a lei poi non importa più di tanto di vendere e di essere letto, di aver vinto, ad esempio, un Premio Strega?
No, è solo invidia, hai presente la volpe e l’uva? Però non sono disposto a snaturarmi, quello no, quello sarebbe scorretto innanzitutto verso me stesso. Scrivo le mie storie e il mio sogno è conquistare milioni di lettori vincere lo strega e il Nobel per la letteratura. Ma snaturarmi no. Non lo trovo giusto. Chi legge le mie storie spesso capisce dove voglio arrivare e tanto mi basta. Se invece che mille fossero un milione però, detto fra noi, farei un giro di campo a braccia sollevate.