Tommaso Cerno, direttore de L’Identità: ” Ho fatto mia la lezione sul principio di realtà di Pasolini”

Tommaso Cerno è un giornalista diretto e appassionato, provocatorio, sano portatore del dissenso ragionato che ha fatto propria la lezione sul principio di realtà di Pier Paolo Pasolini. Friulano, nato ad Udine, Cerno ha iniziato ad avvicinarsi al giornalismo giovanissimo, è entrato nella redazione del Gazzettino diretto da Giorgio Lago per poi diventare direttore del Messaggero Veneto, de L’Espresso e vice a La Repubblica, fino a passare poi alla politica attiva prima in AN e poi come senatore nel PD di Matteo Renzi. Fortemente critico verso il DDL Zan, Cerno ha lasciato la politica per ritornare ad essere giornalista, o per meglio dire, ha deciso di farla in modo diverso, dato che come giustamente afferma lui stesso, “i giornali fanno politica, ma fanno finta di non farla”.

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Antonio Pascotto, autore di Romanzo digitale: “L’A.I.? Il vero pericolo sono gli uomini”

Come possiamo immaginare un mondo dominato dalla tecnologia, come si può raccontare una storia digitale?

Romanzo digitale di Antonio Pascotto  (Jolly Roger Edizioni, 2023) è un diario accurato e ricco di spunti di riflessione, in cui è ben facile distinguere il mondo in cui il passato lascia spazio al presente e poi alle gemme del futuro.

Un racconto che comincia con la disperazione del periodo pandemia che ha visto il mondo in ginocchio, fino alla transizione precisa fra il mondo di prima e il mondo di adesso. I momenti già passati si mescolano insieme a quelli dell’imminente futuro. Romanzo digitale ha per protagonista Giancarlo, che è testimone della monda dal 2020 e che finisce nel 2033. Le riflessioni dell’autore accompagnano il lettore/lettrice dall’inizio alla fine, presentandogli/presentandole un mondo in cui il filo conduttore è il tempo. Ad avvicendarsi saranno quindi la paura e la voglia di cambiamenti, che, fondendosi insieme, regalano al lettore/lettrice un testo dove le macchine creano, parlano, scrivono persino poesie.

Tra nostalgia del passato e curiosità per il futuro tecnologico, per le svolte che esso promette, Romanzo digitale, è attraversato da un sano sentimentalismo e dall’amore per la conoscenza di chi fa il giornalista per passione, facendo riferimento alla “letteratura industriale” e alla visione del grande Adriano Olivetti.

Di grande interesse è la riflessione che Pascotto porta avanti su Chat GPT. L’intelligenza artificiale raccontata in Romanzo digitale è una fra quelle che scrive poesie, canzoni, recensioni, racconti. Un modus operandi, quindi, che sembra sostituire del tutto la mano dell’uomo. Mettendo l’uomo sempre al centro della questione tecnologica, Pascotto, tra titubanze e preoccupazioni più che lecite, pone una domanda primaria e inquietante: le macchine sostituiranno realmente l’uomo?

Per Antonio Pascotto è <<soprattutto un fatto di cultura. L’AI è pervasiva, può essere applicata in tutti i settori, e la consapevolezza di doverci convivere deve spingerci a definire regole e valori>>. 

1 Quando nasce Romanzo digitale e perché?

  • Romanzo Digitale nasce proprio durante la pandemia. Così come i diari del protagonista, che decide, durante il lockdown, di scrivere delle riflessioni sul difficile momento che l’intera umanità stava vivendo. Il libro parte dalla pandemia perché secondo me ha segnato il passaggio tra un mondo che dividevamo in reale e virtuale a un mondo dove reale e virtuale si mescolano e si mescoleranno sempre di più. E io avevo voglia di parlare di questo momento della nostra vita caratterizzato da grandi cambiamenti.

2 Cosa pensa dell’intelligenza artificiale, può davvero surclassare l’intelligenza umana?

  • In molti hanno paura dell’AI. E in effetti ci sono sicuramente dei rischi. Il primo è legato al mondo del lavoro. Una domanda che mi rivolgono spesso è: i robot e l’intelligenza artificiale ruberanno posti di lavoro? Io rispondo subito: si, ruberanno dei posti di lavoro. Ma altri ne nasceranno, grazie ai nuovi profili lavorativi che si creeranno. Aumenterà anche la produzione, ma non tutti potranno beneficiarne per le inevitabili disparità economiche e sociali. Ma dopo una prima fase, sicuramente la più difficile, si andrà verso un nuovo riequilibrio dell’economia, come accadde con la rivoluzione industriale. Già sono allo studio diverse soluzioni. C’è chi propone un coinvolgimento dei dipendenti con l’acquisto di quote azionarie dell’azienda, o una loro partecipazione che riguarda la proprietà delle macchine. Il ragionamento è: il robot sostituisce il lavoratore che comunque manterrebbe una certa remunerazione. È necessario impegnarsi per creare sistemi dove la manodopera venga indirizzata verso attività in crescita che offrono nuove opportunità. Poi c’è la questione del dominio da parte delle macchine cosiddette intelligenti, che è il cuore della domanda. E anche uno dei principali timori. Io affermo che il vero pericolo sono gli uomini. Siamo i veri nemici di noi stessi. Nonostante la tecnologia non siamo riusciti a evitare guerre e pandemie. Ci troviamo nella stessa condizione di un secolo fa, senza sapere ancora come sarà distribuita la ricchezza tra paese e paese e all’interno di una stessa nazione. Oggi ci troviamo di fronte a macchine che sanno fare molte più cose di noi e molto velocemente. Ma non sanno perché lo fanno. Gli uomini si, e questo è un vantaggio. Che dobbiamo sfruttare per non essere, come dicevi, surclassati. La tecnologia non si può fermare, questo deve essere chiaro. È per questo che dobbiamo essere capaci di capire le macchine, studiare a fondo i loro meccanismi, gestirle. È anche un problema normativo. Ma è soprattutto un fatto di cultura. L’AI è pervasiva, può essere applicata in tutti i settori, e la consapevolezza di doverci convivere deve spingerci a definire regole e valori. Occorre stabilire una giusta relazione tra uomo, ambiente e tecnologia. Abbiamo tutti gli strumenti per poterlo fare. A partire proprio dall’intelligenza, quella nostra. Siamo noi a provare ancora emozioni e non le macchine. In fondo si continua a ragionare sempre e solo con il cuore.

3 Quale settore beneficerebbe maggiormente di questo supporto?

  • Molto presto i robot li troveremo dappertutto. Negli ospedali e nelle case di riposo, nei negozi, negli uffici, nei supermercati e in tanti altri luoghi. Verranno impiegati anche per i lavori più pericolosi, dove gli umani metterebbero a rischio la propria incolumità. Oggi già esistono macchine impiegate per risolvere i danni provocati dai cambiamenti climatici e dallo smog. Purtroppo, non ne approfittiamo. E non facciamo molto per evitare i disastri del cambiamento climatico. Addirittura, c’è chi lo nega. Sono moltissimi i settori che beneficeranno dell’AI. E questa è un’opportunità che non dobbiamo lasciarci scappare. I timori rimangono ma dobbiamo approfittare della tecnologia.

4 «Non basta stare tutto il giorno connessi per sentirsi riconosciuti e amati. Sentirsi considerato e invitato a qualcosa è più grande che stare “nella rete», ha deciso di aprire il suo precedente libro, Il Mondo Senza Internet, con questa citazione di Papa Francesco. In che modo secondo lei la religione, la fede, possono dare il loro contributo al sano sviluppo dell’intelligenza artificiale?

  • C’è un bellissimo libro scritto da Chiara Valerio dal titolo La Tecnologia è Religione. Oggi il nostro corpo non ci basta più. Cerchiamo nei mezzi tecnologici una divinità che tuttavia sfugge alle continue domande che ci facciamo da sempre sui misteri della vita. E la fede non può essere confusa con la tecnologia. Le parole del Papa vanno in questa direzione. Sui social abbiamo tanti amici, ma quanti sono quelli veri? Ci sentiamo considerati solo quando vediamo che i like sui nostri post aumentano, ma non deve essere così. La nostra realizzazione passa attraverso le azioni che compiamo, l’affetto di chi ci circonda, i risultati che otteniamo anche in ambito professionale. Ecco, in questo senso religione e fede possono aiutarci molto.

5 Come vivono la tecnologia paesi come Stati Uniti, Cina e Russia? Quali sono le principali differenze?

  • È noto che tra Usa e Cina c’è sempre stata una lotta per la leadership tecnologica. Che si trasforma sempre di più in una battaglia di tipo commerciale. Da una parte la Cina ha come obiettivo quello di diventare leader mondiale in molti settori avanzati come macchine robotizzate, attrezzature aereospaziali e nuovi materiali da impiegare in vari campi, come quello della medicina. Dall’altra gli Stati Uniti, che in sostanza hanno lo stesso obiettivo, puntando in particolare sulla forza lavoro specializzata nelle scienze e nelle tecnologie e sulla riduzione dei processi burocratici. Ma soprattutto guidare, a livello globale, lo sviluppo di norme tecnologiche. E a questo proposito, proprio per evitare rischi e conflitti sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, si è tenuto recentemente a Bletchley Park, dove furono decifrati i codici segreti dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale, un summit che ha coinvolto 25 Paesi che si sono detti pronti a lavorare insieme sulla supervisione degli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Cina compresa. Per quanto riguarda la Russia è un discorso a parte. È impegnata in una guerra lunghissima e sta concentrando i suoi sforzi sullo sviluppo di armi avanzate. Non è un bel segnale, certo.

6 Come vede messa l’Italia da questo punto di vista? Qual è la sfida più grande per il nostro Paese?

  • Noi italiani siamo da sempre abituati a parlarci addosso. E in effetti, a una prima verifica, non risultiamo tra i paesi europei particolarmente attenti sul fronte dell’innovazione. Eppure, aumentano le nostre esportazioni e siamo tra i primi produttori di tecnologie avanzate, come i robot industriali, i chip per il controllo delle auto a guida autonoma e le componenti per l’aerospaziale. La sfida dell’Italia per l’innovazione tecnologica rimane aperta, dunque. Servirebbe forse un maggiore sostegno a quelle start up capaci di attrarre capitali per evitare che sia le aziende sia i tecnici vadano all’estero.

7 Domanda personale: da autore di Romanzo digitale, preferisce leggere un’opera su cartaceo o su dispositivo digitale?

  • Leggere su carta è sempre affascinante. Toccare un libro, annusare l’odore delle pagine, è un’esperienza straordinaria. Ma devo confessare che da qualche tempo faccio incetta di volumi in formato ebook. Ne ho almeno duecento su Drive di Google e passo con grande velocità da un libro all’altro. I giornali li leggo su carta e in digitale, anche per lavoro. Ma sono un sostenitore delle edicole, che purtroppo vivono una crisi continua. Se ne vedono sempre meno in giro. Anche al centro di Roma, gli storici chioschi dove ci recavamo a tarda sera per acquistare le primissime copie dei giornali appena sfornati dalle tipografie, oramai vendono soprattutto souvenir e calendari. Io continuo a frequentare quelle che vendono giornali, essendo anche un collezionista di fumetti.

8 Qual è il valore aggiunto di Romanzo digitale rispetto al suo precedente lavoro?

  • In Romanzo Digitale riprendo dei temi presenti anche nel libro Un mondo senza Internet, dove immaginavo una vita senza connessioni, senza smartphone, senza social, senza mail. Una esistenza impossibile. Un paradosso che diventava ossessione. Ma anche un modo per riflettere sui meccanismi che regolano i nostri interessi per governare questa tecnologia e assumere una maggiore coscienza digitale. Ed è quello che faccio anche nel nuovo lavoro, con uno sguardo ancora più attento alle nuove frontiere della tecnologia. C’è in ballo il nostro rapporto con l’intelligenza digitale, con i robot, con gli infiniti mondi virtuali che si presenteranno davanti ai nostri occhi. Attraverso il racconto cerco di stemperare anche l’intensità delle nostre ansie e delle nostre paure. Che sono legittime. Ma sono convinto che se saremo capaci di capire le macchine, riusciremo anche a correggere errori e pericoli per l’umanità.

 

9 La Tecnica vive nel tempo, scandito dal ritmo parcellizzato proprio dell’orologio meccanico. Ad essa si può opporre solo l’arte, che invece evoca atemporalità infinite, configurandosi come unico vero rimedio alla morte?

  • In Romanzo Digitale c’è un paragrafo dal titolo Tutto finisce, dove il protagonista sostiene che vivere nella consapevolezza che tutto ha una fine potrebbe aiutarci. Sul divenire delle cose ci ha fatto riflettere Eraclito, quello di Panta Rei, Tutto scorre. Cioè, tutto si trasforma e muta, pure il mondo nella sua complessità. L’arte, è vero, evoca atmosfere già interiorizzate dall’autore di un’opera, ma che, nel tempo, possono acquisire significati diversi. Questo vuol dire che il significato originale finisce nel momento in cui ne nasce uno nuovo. Il mondo cambia di continuo, e prima o poi, è inevitabile, finirà. Ma non c’è da allarmarsi, Avverrà tra circa 7,5 miliardi di anni, quando il Sole inghiottirà completamente la Terra. Lo stesso Sole si raffredderà a poco a poco. Ma non lo vedremo, perché la specie umana si sarà estinta 6,5 miliardi di anni prima. Dunque, nulla dura per sempre. Anche questa intervista, ora, è finita.

 

Roberto Michelangelo Giordi, autore de Il bello, la musica, e il potere: “Nessun atto creativo può venire dal potere”

Il concetto di bello, il politicamente corretto, la funzione dei media sono i temi principali contenuti nell’incandescente saggio di Antonello Cresti e Roberto Michelangelo Giordi, “Il bello, la musica, e il potere”, pubblicato quest’ anno da Mariù edizioni.

I due autori indagano dialogando tra loro, senza lesina provocazioni e sarcasmo, sul rapporto tra arte e potere in Occidente. Il mondo globalizzato ha davvero perduto la percezione del bello? Qual è il rapporto tra la bellezza e il potere e in che modo l’Occidente vive oggi il suo rapporto con le Arti e con la Musica in primo luogo? La riflessione portata avanti da Cresti e Giordi, si snoda attraverso l’analisi storica dell’esperienza estetica occidentale per arrivare a toccare le problematiche della realtà in cui viviamo. Il disinteresse verso la bellezza è infatti allo stesso tempo causa ed effetto della crisi di valori della nostra società, e solo recuperando e valorizzando le nostre vituperate identità profonde potremo traghettarci fuori dal non senso, verso la luce di una nuova, antica, umanità.

Il saggio si snoda come un dialogo appassionato che si legge tutto di un fiato e che induce a pensare “altrimenti”. La bellezza è il potere che ha costruito regni e personaggi, è l’ispirazione dell’artista, la fede del credente, la virtù morale dell’uomo greco, è il sentimento di piacevole orrore che suscita il sublime: che attrae e spaventa al contempo. La bellezza è arte, natura, uomo. Vale ancora questo concetto? si chiedono gli autori? L’auspicio è certamente quello di tornare a parlare di bellezza attraverso una strutturale riforma del potere o un ribaltamento dello stesso.

 

 

1 Come è nata l’idea di scrivere un saggio a quattro mani? Chi ha preso l’iniziativa?

L’idea è partita da Antonello il quale mi ha proposto di dialogare sul declino della musica in Occidente. Io ho rilanciato la mia volontà con l’intento di sottolineare la relazione tra bellezza e potere. 

2 Avete avuto difficoltà a pubblicare il saggio? Cosa non funziona nell’editoria italiana?

Per questo libro nessuna difficoltà. La casa editrice “Edizioni Mariù” è molto legata alla critica sociale e al recupero di una dimensione estetica. Credo che il maggiore problema dell’editoria contemporanea sia quello di non avere il coraggio di raccontare storie originali e persuasive.

3 Nel saggio, alla domanda di Cresti, se è il potere a generare l’arte, lei ha risposto in modo affermativo, e ha chiesto a sua volta quale bellezza potrebbe mai donare il potere del capitale. Non crede che perlomeno il capitalismo possa donare la libertà di scelta a differenza della dittatura?

Più che altro il potere dà un senso all’arte, la legittima, ma non la genera. Nessun atto creativo può venire dal potere poiché la creazione è un atto spontaneo ed anarchico. Noi ci siamo chiesti “quale potere ci domina oggigiorno?”. Entrambi conveniamo che a governarci sia esclusivamente la legge del capitale, la quale, a differenza di quella divina e di quella del Re, di un’oligarchia o di una democrazia, è una legge senza pensiero. Forse è l’uscita dall’umano e dal divino, quella che oggi vive la nostra società, alla base della diffusione del brutto. Quando il capitale domina su tutto l’individuo smarrisce la sua doppia natura, divina e umana. Il capitalismo riduce tutto a merce e concedendoci soltanto un’illusione di libertà. 

 4 Si può bilanciare la crescita della tecnica e del mercato promuovendo la cultura e la tradizione, il valore della bellezza, la priorità dell’essere sull’avere, l’amor fati come accettazione della vita, proponendo la funzione sociale del capitalismo?

Per bilanciare il potere del capitale occorrerebbe ridonare centralità alla dimensione collettiva: basterebbe soltanto riportare in auge le teorie di Keynes, tanto demonizzate oggigiorno e stimolare la reale funzione pedagogica della scuola e dei mezzi di comunicazione.

 5 La modernità ormai vuol dire considerare la realtà come il riflesso di un’ideologia. Perché questo è pericoloso secondo lei?

Credo che la storia del mondo sia sempre stata contraddistinta dal dispiegamento di ideologie. Personalmente mi sono sempre tenuto lontano dalla passiva accettazione dell’ideologia che impone il potere. Non mi illudo certo di sottrarmi ad esse: sottrarsi significa stare fuori dal mondo come individui, ma criticarle fortemente, finché questo è possibile, lo farò sempre. Ecco, per fortuna posso dire ancora liberamente di sentirmi molto distante dall’ideologia del neoliberismo che nega la sua stessa natura ideologica e di dominio.

6 Parliamo di dibattito: di fatto un solo argomento monopolizza l’informazione, per un tempo determinato, rendendola mono-tematica e risolvendola in un’onnipresente narrazione emergenziale. Perché l’informazione è così opaca e induce l’utente al meccanismo del cherry Picking?

Credo che la monopolizzazione sia legata alle logiche di intrattenimento: più l’audience cresce più aumenta lo spazio per le pubblicità e di conseguenza il capitale.

 7 Le masse secondo lei sono felici o infelici? O la pensa come Leopardi secondo il quale una massa felice è composta di individui non felici?

Un popolo dominato non è attivo e quindi non può essere veramente felice. In pratica è il potere a rendere infelici le masse, quale più quale meno. L’arte, un po’ come la religione, viene in soccorso ai popoli per riscattarli dalla loro miserevole condizione esistenziale.

 8 A proposito della narrativa: nel libro manifesta il desiderio di leggere un romanzo attuale scritto in terza persona. Troppa autoreferenzialità e incapacità da parte degli autori di celarsi dietro i loro personaggi e commercializzare magari il loro privato, magari spinti anche dalle stesse case editrici?

In effetti tendo a sopportare sempre meno le storie troppo autoreferenziali, soprattutto se a scriverle sono autori ossessionati dal buonismo e dal desiderio di insegnare qualcosa. Mi manca molto la struttura del romanzo ottocentesco nel quale l’autore ricreava universi e caratteri utilizzando un linguaggio peraltro magnifico.  

9 Il ‘sistema dell’arte’, è stato prima ideologizzato, ora schiavo del metro di misura del mercato. Qual è il nocciolo della questione, oltre i facili moralismi?

L’arte non può assolutamente finire tra le grinfie del mercato poiché questo la priva del suo anelito trascendentale.

 10 L’opera d’arte, (una canzone, un libro, un film) è per lei anche un atto di responsabilità, che divide il tempo del prima dal tempo del poi, una testimonianza che l’artista lascia di sé allo scorrere del tempo?

Senz’altro è così. Ogni opera ispirata dai segni del passato e con attitudini profetiche sul futuro è sempre testimonianza del proprio tempo.

11 Una tipica frase politicamente corretta che serve a squalificare chi la pensa diversamente, che reputa insopportabile?

“Non ce lo dicono”. Che molti hanno simpaticamente parafrasato “Non cielodicono”.

 12 L’arte dovrebbe essere rivale o alleata della religione?

Alleata sempre al trascendente e amica, o anche nemica, della religione.

13 Cosa vi aspettate da questo vostro saggio?

Che possa suscitare interesse sulla necessità di tornare a parlare di bellezza attraverso una strutturale riforma del potere o un ribaltamento dello stesso.

 

Il saggio “Il bello, la musica e il potere” (lidentita.it)

Ciro Marino, editore Wojtek: “C’è nuovo fermento circa le case editrici napoletane”

Il nome della casa editrice e libreria di Ciro Marino rimanda alla Storia e in particolare alla Seconda Guerra Mondiale quando soldati polacchi adottarono Wojtek, un cucciolo di orso bruno siriano, e si presero cura di lui durante il loro viaggio in Palestina, improvvisando un biberon con cui nutrirlo con una bottiglia di vodka. Da allora l’orso divenne la mascotte dell’esercito e considerato in Polonia un vero e proprio beniamino, alla stregua di altri grandi eroi nazionali.

La casa editrice e libreria Wojtek è stata fondata nel 2018 da Valeria Romano e Ciro Marino a Pomigliano d’Arco (NA) in piazza Giovanni Leone. La libreria ospita e promuove gruppi di lettura, corsi di scrittura e inoltre, estemporanei ma costanti, incontri, dialoghi e scontri.

In Italia mancano i librai, e Marino dimostra come non basti essere una libreria indipendente per essere una buona libreria, la quale dovrebbe essere considerata un tassello fondamentale del circuito editoriale, non un semplice spazio culturale da preservare e da guardare persino con un po’ di compassione e tenerezza.

Ciro Marino legge i libri che pubblica fin quando gli è possibile e ha bene in mente che indirizzo dare alla propria impresa con passione e dedizione per la letteratura.

 

1 Quando ha iniziato ad interessarsi di libri?

Sono sempre stato attratto misticamente dai libri, mio padre era un fotoincisore, mestiere oggi praticamente scomparso. Era un artigiano della filiera libraria, casa nostra era invasa da libri di ogni genere, libri però che nessuno leggeva, erano lì. A comporre una sorta di biblioteca immobile, intonsa, immacolata. Fin quando non ho cominciato a sverginarla io. Erano libri d’arte per lo più, insieme a romanzi di vario genere. Da lì ho cominciato a leggere, ma ancora non avevo conosciuto la letteratura. Fino a quando una professoressa d’inglese al liceo mi regalò “Il signore delle mosche” e lì ho fatto il mio ingresso nel mondo magico della letteratura.

2 Cosa fa un buon editore? La prima regola secondo Ciro Marino?

Legge i libri che pubblica fin quando gli è possibile; ha bene in mente che indirizzo dare alla propria impresa; segue i suoi libri da quando sono soltanto un manoscritto per poi curarli in ogni passaggio: dall’editing, alla correzione di bozze, dall’aspetto tipografico all’ufficio stampa.

3 Cosa vorrebbe suggerire l’editore Marino al librario Marino?

Questa è una domanda troppo “marzulliana”, non saprei onestamente cosa risponderle. Anche perché credo di seguire in un certo senso lo stesso metodo in entrambi i lavori: la qualità della proposta per me non è solo un ideale, un auspicio, una romanticheria, bensì una strategia precisa. Certo lunga e difficile, ma se poi i traguardi dovessero essere raggiunti. Vogliamo correre e vincere una maratona, e quindi è inutile essere primi dopo 100 m di gara.

4 Napoli e provincia sono vivaci dal punto di vista letterario, cosa hanno da offrire di diverso, di speciale secondo lei?

Non so quanto Napoli sia realmente viva da un punto di vista letterario. Non sono nemmeno certo che lo sia mai stata. Abbiamo delle eccellenze, ma non credo che Napoli possa continuare a raccontarsi come una fucina di talenti più di altre città italiane. Tutt’altro discorso invece per quanto riguarda la periferia napoletana o ancora di più la provincia.

Mi sembra invece che ci sia nuovo fermento circa le case editrici napoletane. Ottime ne sono nate e ottime ne stanno nascendo. Tornando alla domanda: ho smesso da un po’ di ritenere Napoli l’epicentro del mondo culturale, pur continuando a ritenerla la città più bella che abbia mai visto.

5 Tre autori italiani che secondo lei andrebbero ristampati?

Sono molto felice di alcune operazioni di recupero editoriali. Penso a quanto sta facendo Utopia con Ottiero Ottieri, Readerforblind con Dante Arfelli, Cliquot con Brianna Carafa; se dovessi però sceglierne io tre di autori o autrici cui dare più attenzione farei il nome di Paolo Volponi, Fausta Cialente, Guido Morselli e Dolores Prato.

6 Trova che l’aspirante scrittore di oggi sia particolarmente arrogante e pretenzioso o ingenuo?

Ogni scrittore e ogni scrittrice è diverso/a dall’altro/a. Non cadrei in generalizzazioni, con alcuni di questi ho stretto saldissimi legami di amicizia; con pochi di questi ho avuto rapporti difficile. Come al di fuori del mondo editoriale.

7 Un autore straniero che invece andrebbe (ri)scoperto e perché

Poco fa il gruppo di lettura presente nella nostra libreria ha scelto un libro di Karel Čapek, ecco, lui senza dubbio lo “riscoprirei” insieme a una sua conterranea che è Sylvie Richterova che ho avuto anche la fortuna di conoscere al Flip Fesitval della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco.

8 Come si approccia alla lettura di un’opera di un aspirante scrittore? Segue delle sue linee guida mentali, si lascia sorprendere, spesso parte prevenuto?

È senza dubbio fondamentale la sinossi presentata e la nota biografica, già queste due cose per me sono un indicatore. Poi direi che comincio a leggere senza pregiudizi, spesso noi cerchiamo libri che portano con sé una forte capacità linguistica, una vera identità autoriale, raramente è la trama o i temi0, nei nostri libri, a fare da ago della bilancia.

9 Ha appena pubblicato l’ultimo romanzo di Alessandra Saugo, “Come una santa nuda”. Come ricorda questa scrittrice scomparsa prematuramente?

Non mi è facile parlare di questa scrittrice tanto è forte la sensazione che ho provato nel leggerla, per cui non me ne voglia se qui copio e incollo quanto ho scritto in un post: Alessandra Saugo è una scrittrice incredibile, leggendo “Come una santa nuda” ho provato sensazioni che solo pochissime volte, quando mi ritrovai di fronte le Tre cime di Lavaredo, o le Sette opere di misericordia di Caravaggio, o quando un mio amico mi portò a SGUARDI OSTINATI “Rassegna di cinema d’autore” e fu rivoluzionata la mia piccola idea di cinema. Insomma, la penna di Saugo è un massacro, un’estasi, una epifania, un placcaggio che ti stronca il respiro… sono orgoglioso di averlo pubblicato e spero che presto possa raggiungere quanti più lettori e lettrici possibili.

Bisogna ringraziare tre persone: Susanna Mati, con cui è stato un onore confrontarsi; Massimo Recalcati che ospiterà nella sua associazione una delle tante (spero) presentazioni; e Antonio Moresco, tenace cavaliere di questa maestosa poetessa che lui definisce in quarta “indomabile, intollerabile, inclassificabile, scatenata, delicata, traumatizzata, comicodisperata, delirante, perturbante, urticante, unica”.

Questi tre moschettieri ostinati mi hanno fatto conoscere Alessandra Saugo, tutti e tre hanno avuto il piacere di conoscerla prima che morisse.

1o Prossime pubblicazioni?

Il nostro libro più atteso è senza dubbio “Le Madri della Sapienza” di Eduardo Savarese. Un libro meraviglioso di un autore meraviglioso. Una delle operazioni letterarie più spiazzante, complessa, ardita e riuscita che abbia mai incrociato.

Nicola Santini, il galateo è soprattutto una questione di buon senso e rispetto

<<La buona educazione di un uomo è la miglior difesa contro le cattive maniere altrui>>, diceva Lord Chesterfield e senza dubbio l’esperto italiano di bon ton Nicola Santini incarna meglio di molti suoi suoi colleghi questa massima che dovrebbe andare a braccetto con quella di Sartre nella quale senza dubbio si rispecchia la concezione che Nicola Santini ha del galateo: Le buone maniere sono una forma superiore di intelligenza.

Nicola Santini promuove la concezione del bon ton come anche come una questione di buona spiritualità e attenzione verso gli altri, con ironia e grande competenza. Toscano d’origine, si divide tra Milano e Trieste, spesso è nella sua Toscana, a Pietrasanta, dove si rilassa e ammira e colleziona opere d’arte della Galleria Susanna Orlando.

Giornalista schietto e sincero, firma del quotidiano L’Identità di Tommaso Cerno, Nicola Santini è anche conduttore e inviato TV, dispensatore di consigli utili in contesti particolari, Santini è stato anche attore nella fiction RAI la Porta Rossa. Estimatore della giornalista fuori dal coro Mariagiovanna Maglie (scomparsa da poco), di cui ha sempre ammirato il modo di porsi e di esprimersi e del principe Carlo Giovanelli, Santini spiega con semplicità e sarcasmo che il galateo non è appannaggio di una categoria sociale, anzi bacchetta con garbo chi ritiene che solo ricchi e nobili possano conoscere le buone maniere; per Santini è soprattutto una questione di buon senso, di rispetto, e di sentirsi a proprio agio, non di disponibilità economica. In barba agli ostentatori e ai classisti che spesso risultano pacchiani.

Se qualcuno sostiene che la conoscenza delle buone maniere implichi solamente un esercizio, un modo come tanti per distinguersi dagli altri, dovrebbe conoscere Nicola Santini per capire come tale disciplina, così come tutte le altre, può essere declinata in diversi modi.

Foto di Guido Stazzoni

Per comprendere meglio cosa sono le buone maniere oggi, e di conseguenza appassionarsi all’attività di Nicola Santini, può essere utile ricordare il dilemma di Schopenhauer:

«Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, con il calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione».

Proprio questo è il cuore del pensiero che il vero Galateo e Santini vogliono suggerire: semplicemente una giusta distanza.

Venuti meno nel tempo i contenuti etici e politici, si è lasciato spazio alla manualistica, che al contenuto primario ha spesso sostituito concetti perbenisti, tesi a una frammentazione della società. In quest’ottica, purtroppo molti consigli vengono ribaltati nel loro significato, confondendo la galanteria con il maschilismo, intendendo i rapporti tra due generi e non tra due persone, proponendo la tavola come luogo di esibizione di tovaglie, piatti, posate e bicchieri, anziché quale campo d’azione dell’ascolto e della conversazione.

Tra manuali di galateo e contro-galateo, è fondamentale come ritiene Santini, considerare il galateo come un approccio alla vita concentrato sulla tradizione, intesa come cultura condivisa, focalizzata sull’attenzione verso l’altro. Qualche progressista potrebbe obiettare che le buone maniere sono fluide (parola chiave di questo momento storico) e soggette a cambiamenti, ma come insegna Santini, è importante conoscere questi codici e la tradizione per poi migliorarle per dare risposte alle necessità del vivere insieme, garantendosi una maggiore libertà di azione.

Se a tavola il galateo ci rende finti e ipocriti ma interessanti, nascondendo quanto bene pensiamo di noi stessi e quanto male degli altri, l’acume e il buon senso dovrebbero farci capire che la buona educazione non sta tanto nel non versare della salsa sulla tovaglia, ma piuttosto nel non mostrare di accorgersene se un altro lo fa. Ed questo il pensiero che sta alla base dei consigli di Nicola Santini, validi per tutti, mostrando come tali consigli non sono degli sterili codici di comportamento, bensì una giusta distanza tesa a non ferire e non essere feriti, come già si proponeva nel 1869 Luigi Gattini nel Galateo popolare: <<conservare la tranquillità e l’unione>>, indicazione che non dovrebbe mai passare di moda.

Le buone maniere sono un linguaggio capace di comunicare in modo efficace il nostro pensiero. Senza dubbio Nicola Santini il suo lo comunica in modo giocoso, con grande competenza e passione, senza risultare mai pesante o noioso.

 

 

1 Verso la fine dell’Ottocento la ferma convinzione che il concetto di identità di popolo e di nazione combaciassero, indusse molti a considerare i manuali di convivenza sociale un utile strumento pedagogico per la formazione degli italiani che, sebbene ancora privi di una propria patria, erano però pronti ad averne una. Inizialmente, dunque, i libri di Galateo ebbero sia la funzione di smussare le differenze di censo sia quella di supporto per la creazione di un’immagine unitaria del popolo italiano. Credi che l’obiettivo sia stato raggiunto?

 

Direi di no, per un semplice fatto: a quell’epoca l’analfabetizzazione era tale da far pensare come impossibile lo studio di qualsivoglia manuale da parte anche solo del ceto medio. Diciamo che in quel periodo si è iniziato a delineare un Galateo italiano, che però a livello identitario è arrivato molto molto dopo. A partire dal guardaroba ma anche dalla tavola. In alcune regioni si continuava a mangiare alla francese o all’austriaca a seconda dell’ultima dominazione.

 

2 Che valore ha oggi il galateo? Chi ci tiene davvero?

 

Purtroppo per molti il Galateo non è altro che un accessorio o un abito, non una seconda pelle. Questo perché qualcuno ha sfruttato rudimenti di etichetta per operazioni commerciali senza comprendere la radice delle regole e la loro utilità. Chi ci tiene davvero è chi non fa di tutto una questione di soldi e, men che meno, di moda. E non sono pochi, ma essendo elegantemente silenziosi, non si notano. Per fortuna.

 

3 Le buone maniere hanno ancora a che fare con la morale?

 

Con la morale, forse, col moralismo mai.

 

4 Qual è il comportamento che non riesci a sopportare?

 

Chi predica bene e razzola male, ma più in generale chi predica. Poi non sopporto tutto ciò che è fine a se stesso, senza un pensiero a monte e chi chiede consigli solo per avere un benestare, ma il consiglio in realtà non gli interessa.

 

5 Anni fa hai fatto consulenza a Palazzo Grazioli; celebri sono diventate le foto di Dudù, Berlusconi e Putin. Che ricordo hai di Silvio Berlusconi, che “maniere” erano le sue, in privato? E che cosa pensi abbia lasciato dal punto di vista comunicativo e relazionale?

 

Berlusconi era una persona molto premurosa nei confronti della gente intorno a lui. Faceva sentire tutti a proprio agio, considerati e questa è una delle regole più importanti del galateo: essere e mettere chiunque a proprio agio in modo naturale, in qualsiasi circostanza. Purtroppo penso abbia lasciato ben poco. Era un numero primo, non si è concentrato su un’eredità di modi e di idee. E chi lo ha circondato era interessato a tutto tranne quello.

 

6 Il galateo insegna ai politici l’arte di cambiare idea con classe. Si deve essere voltagabbana con stile altrimenti si ha l’impressione di essere solo di fronte ad un volgare opportunista? Il come spesso fa l’essere? Non pensi sia semplicemente un comportamento ingannevole, finto, furbo?

Si può evolvere senza per questo essere voltagabbana. Certo l’evoluzione richiede dei tempi. E dei motivi. Il “come” è il modo che si sceglie per vestire di credibilità ciò che si fa di fronte alla gente che non ci conosce e non può comprendere magari tutti gli step che hanno portato a un cambiamento. Quanti sono quelli che fanno così? Quasi nessuno.

 

7 La principale differenza sul bon ton tra gli statunitensi e gli europei? Qualche esempio?

 

Gli americani non amano l’antipasto o l’aperitivo, si siedono e vogliono mangiare subito, per poi intrattenersi a lungo dopocena, cosa che noi non facciamo. Poi gli orari: le cene che iniziano alle 18 per noi sono inconcepibili.

 

8 Come valuti la comunicazione politica attuale, la trovi efficace, incisiva?

 

Giorgia Meloni parla in modo chiaro, con efficacia, senza fronzoli. Renzi nella comunicazione è un fuoriclasse. Calenda sembra sempre vivere in un modo tutto suo con le parole degli altri, che non conosce. Sugli altri c’è poco da dire.

 

9 Per quanto riguarda i social, non trovi che molti politici abbiano perso dell’autorevolezza lasciandosi andare a polemiche a distanza e a battutine sui social come un qualsiasi influencer?

 

Sì. I social sono sfuggiti di mano un po’ a tutti.

 

10 Nel documentario Netflix The social dilemma si fa un’apologia della censura. Con la scusa dell’ascesa “pericolosa” dei populisti, l’élite progressista e creativa della Silicon Valley in questo documentario si pente del mostro socio-culturale che ha creato e che gli è sfuggito di mano. Nulla di nuovo, ma secondo te se il prodotto non siamo noi, è possibile che le piattaforme abbiano il potere di cambiare il nostro comportamento?

 

Sì, perché ci hanno misurato a scambiare i like per consenso.

 

11 Con la scusa di smetterla di infrangere la vulnerabilità psicologica delle persone, (e qui parliamo di razzismo, bodyshaming, omofobia) non si finirà per mettere in piedi una commissione di vigilanza per impedire la diffusione di qualsiasi idea che diverga dall’igienismo morale predicato da questi guru in nome della buona educazione, d’altronde già si è cominciato con la correzione dei libri di Agatha Christie, ad esempio.

 

E’ già così. E se non è fascismo questo…

 

12 Sei un appassionato d’arte. Quali artisti prediligi?

Ho imparato a guardare quadri in modo diverso grazie alla gallerista Susanna Orlando che mi ha insegnato ad attivare le opere d’arte, a posizionarle in modo che la luce le esalti. Frequento spesso mostre e  prediligo e colleziono artisti qual Giuseppe Biagi, che recentemente ha esposto “Astrale” alla Galleria Orlando, il friulano Giacomo Piussi, il toscano Nicola Lazzari, il siciliano Pino Pinelli, l’emiliano Gianni Manganelli.

 

Matteo Totaro, docente ed editore: “L’abbattimento dei costi di stampa dei libri ha portato a una proliferazione inarrestabile di edizioni”

Matteo Totaro è un giovane insegnante, editore e tipografo, originario di Monte Sant’Angelo (Foggia), per cui non vale l’espressione riservata ai professionisti del mondo del libro di oggi, Vanitas vanitatum, ovvero ossessionato dalla visibilità, dalla politica, da vendette e spocchia.

Totaro vive a Monte Sant’Angelo fino al termine degli studi classici, quando si trasferisce a Bologna per frequentare la facoltà di Lettere dell’Alma Mater Studiorum. Amante della poesia e della musica, soprattutto grazie a Eugenio Montale, intraprende un percorso di ricerca sulla poetica del cantautore Paolo Conte e si laurea con una tesi sullo scrittore e libraio Roberto Roversi.

Vincitore di concorso indetto per l’insegnamento nella scuola secondaria, Matteo ottiene la cattedra di Italiano e Storia nel Liceo “Primo Levi” di Vignola. Docente appassionato e scrupoloso, segue i suoi studenti con partecipazione anche nel lungo periodo della chiusura degli istituti a causa del covid, sperimentando nuove forme di apprendimento online.

In una piccola piazza di Monte Sant’Angelo, Matteo Totaro ha aperto la sua private press Officina del giorno dopo, in ricordo e memoria di Officina, la rivista fondata a Bologna nel 1955 da Roberto Roversi, Pier Paolo Pasolini e Francesco Leonetti.

Consapevole di quanto sia difficile far innamorare i proprio studenti della letteratura in una società tecnocratica e pubblicare poeti in virtù del fatto che una raccolta cartacea non rappresenta più il raggiungimento di un obiettivo importante per l’autore, ma una semplice tappa di un percorso che spesso si interrompe dopo la prima raccolta, Matteo Totaro è caparbio e determinato a proseguire sulla strada intrapresa muovendosi in uno spazio particolare in cui le regole editoriali ufficiali contano poco, non lavorando su commissione e selezionando con cura gli autori e gli artisti con cui collaborare.

 

 

 

 

1 Quando ha iniziato ad appassionarsi alla poesia e come viene trattata in Italia?

 

È stato con Montale, alla fine del quinto anno di liceo classico. Sono rimasto affascinato dalla musicalità di alcuni versi e dall’originalità di certe immagini. In particolare ricordo la potenza evocativa della poesia “Falsetto” e l’ineluttabilità dell’epifonema con cui si chiude il testo, come l’onda che abbraccia e inghiotte la protagonista Esterina. Poi a Bologna ho conosciuto Roberto Roversi, prima attraverso i testi che aveva scritto per Lucio Dalla, poi personalmente. È stato lui a insegnarmi tutto, ma senza salire in cattedra e assumere il ruolo di Maestro. Mi bastava osservarlo muoversi tra le sue librerie per imparare sempre qualcosa di fondamentale; è stato un apprendimento per osmosi. Devo a lui l’amore per l’oggetto libro e la curiosità per il mondo delle private press che prima di questo incontro mi era completamente sconosciuto.

Che dire, poi, sulla poesia oggi… Conosco direttamente quello che si direbbe “il mondo della poesia contemporanea”, ma solo indirettamente, attraverso libri e riviste, quanto successo negli ultimi decenni del secolo scorso; per questo ogni possibile paragone sarebbe poco significativo. Mi pare comunque che oggi ci sia un grande fermento, dovuto anche alle possibilità che hanno i poeti di raggiungere un numero enorme di lettori attraverso i social. L’abbattimento dei costi di stampa dei libri ha portato a una proliferazione inarrestabile di edizioni, per cui è diventato difficile negli ultimi anni orientarsi nel mondo della poesia, perché chiunque, con un piccolo contributo economico versato alla casa editrice di turno, può pubblicare. Uscire con una raccolta cartacea non rappresenta più il raggiungimento di un obiettivo importante per l’autore, ma una semplice tappa di un percorso che spesso si interrompe dopo la prima raccolta. Sarei curioso di sapere quanti sono i poeti che “smettono” dopo una o due pubblicazioni. Dall’altro lato c’è, effettivamente, anche il mondo “ufficiale” della poesia, fatto di gente molto competente ma che spesso pecca di “amichettismo”, per usare un’espressione brillante coniata dallo scrittore Fulvio Abbate. Ma questo è un altro discorso.

 

2 Quali sono i maggiori problemi che un docente deve affrontare nella scuola di oggi e cosa manca ancora a quest’ultima?

 

Parlando della materia che insegno, Lingua e letteratura italiana, di sicuro il primo ostacolo che un docente si trova a dover affrontare è il disinteresse degli studenti per un mondo che questi ultimi ritengono lontano e incomprensibile. È l’incubo in cui sprofonda Alice nel libro di Lewis Carroll, un mondo (apparentemente meraviglioso) in cui il soggetto non ha libertà di agire perché non conosce i principi che lo regolano. A questo problema se ne aggiunge un altro: oggi la scuola non è più l’unica agenzia formativa a cui gli studenti possono rivolgersi, anzi è probabilmente la meno “accattivante” tra quelle disponibili. Questo, in sintesi, il problema strutturale, a cui si aggiungono altre questioni meno importanti ma comunque significative, come l’eccessiva “burocratizzazione”, che nella maggior parte dei casi frena l’entusiasmo anche dei docenti più intraprendenti, o la partecipazione dei genitori degli alunni ad alcuni momenti scolastici dai quali fini a poco tempo fa erano (giustamente) esclusi.

 

3 Lei che insegnante è? Qual è il suo metodo?

 

Penso che alla base di tutto debba esserci la sincerità, verso gli studenti e verso la materia che si insegna. Non si può trasmettere ciò che non si ama. Per questo motivo scelgo di focalizzarmi sugli autori che davvero mi piacciono, anche a costo di contravvenire a quelle che sono le indicazioni ministeriali. Mi piace portare in classe le mie passioni; egoisticamente a volte utilizzo la scuola come una palestra in cui sperimentare gli interessi culturali (in primis letterari, ma anche musicali o cinematografici) che coltivo nella vita privata. Ammetto di usare gli studenti come cavie, ma mi pare che l’esperimento funzioni. Quando i ragazzi capiscono che il docente ama davvero quello che porta in classe allora lo ascoltano, si fidano, perché comprendono che non sta mentendo. Per questo motivo non nego ai miei alunni la possibilità di seguirmi sui social, perché lì condivido quasi esclusivamente contenuti culturali e questo rappresenta per loro la prova del fatto che il mio non è solo un lavoro ma una vera passione, quasi una ragione di vita.

 

4 Come si muove nel mercato editoriale italiano?

 

Per quanto io la consideri una casa editrice, la mia piccola tipografia si muove in uno spazio particolare in cui le regole editoriali ufficiali contano poco. Non lavoro su commissione e non devo vivere di questa attività; perciò posso permettermi di aprire il mio atelier “per ferie”, quando la chiusura della scuola mi consente maggiore libertà. Seleziono con cura gli autori e gli artisti con cui collaborare e i pochi esemplari dei libretti che stampo vengono venduti privatamente a collezionisti e amici. Non c’è un distributore e non ci sono librerie che hanno in conto vendita i miei lavori: sono un editore autarchico!

 

5 La soddisfazione più grande che le ha dato la sua Officina del giorno dopo?

 

Quando ho pubblicato il primo libretto con tre poesie inedite di Roberto Roversi ho ricevuto una telefonata da una giornalista che mi ha intervistato e dedicato una pagina intera nella sezione cultura di Repubblica Bologna. È stato un bel modo per iniziare questa avventura…

 

6 Quali autori vorrebbe venissero riscoperti e studiati di più?

 

Ogni docente è libero di costruire il proprio percorso didattico all’interno del mare magnum della letteratura italiana. Dico sempre ai miei studenti che non esiste “una sola storia della letteratura”, ma tanti possibili itinerari. Certo, alcune tappe sono imprescindibili: non si possono saltare a piè pari Dante, Leopardi, Montale. Se dovessi fare il nome di un autore da riscoprire, ovviamente farei quello di Roberto Roversi, spesso citato per aver fondato con Pasolini la rivista “Officina”, o per aver scritto i testi di tre album di Lucio Dalla, ma più raramente per il suo lavoro di poeta, romanziere, sceneggiatore teatrale e cinematografico.

 

7 E’ ancora possibile in Italia un’idea di letteratura che sondi le possibilità del linguaggio?

 

Certo. Mi pare che la maggior parte della poesia contemporanea vada in questa direzione. E a tratti mi pare un limite, se mi è permesso dirlo.

 

8 Niccolò Ammaniti dimettendosi dopo aver vinto il Premio Strega, dichiarò a Repubblica: «Non fanno per me queste stanze in cui i libri non contano niente, così come non conta come sono scritti e chi li leggerà, semmai conta quanto potere riescono ad alzare, con quanta polvere copriranno le vergogne di un sistema simile alle logiche di quelli criminali». Lei si rivede in queste parole, cosa ne pensa dei premi letterari in Italia?

 

È una domanda che bisognerebbe rivolgere agli scrittori più che a me. Spesso mi capita di confrontarmi con loro sull’argomento. Molti condividono le parole di Ammaniti ma poi non si tirano indietro quando c’è da ritirare un premio. Roberto Roversi era davvero irreprensibile da questo punto di vista. Mi confessò di non averne mai ritirato uno (in anni in cui i premi letterari erano molto più importanti di oggi, soprattutto a livello economico). L’unica volta in cui fu costretto a farlo fu quando il postino gli fece firmare una raccomandata davanti al portone di casa. All’interno c’era un assegno a tre zeri per un premio vinto.

 

9 Le pubblicazioni a cui è particolarmente legato e perché

 

Mi piacciono i libri belli esteticamente. Chi l’ha detto che un libro non si sceglie (anche) dalla copertina? Da qualche anno sugli scaffali delle librerie mi capita spesso sotto gli oggi una collana di un noto editore italiano che presenta sulla copertina, nell’angolo alto di destra, un taglio in diagonale. Sto aspettando che qualcuno mi spieghi la logica di questa scelta estetica. Scherzi a parte, amo le edizioni stampate in tipografia in pochi esemplari numerati. Potrei citare tanti editori ma mi limito ad Alberto Casiraghy di “Pulcinoelefante”.

 

10 Prossimi obiettivi e un nome su cui sta puntando.

 

L’obiettivo principale è sistemare definitivamente la mia tipografia e lavorare con più costanza. Lo scorso anno ho dovuto affrontare un trasloco, e solo i tipografi sanno cosa significa trasferire una tipografia. Le macchine e i caratteri pesano tantissimo: spostare piombo e ghisa non è un gioco da ragazzi. Quindi punto a risistemare il materiale a disposizione e a riconfigurare il mio nuovo spazio in base alle necessità.

Ho letto tanti poeti interessanti negli ultimi mesi ma per scaramanzia non faccio nomi. Sono contento, invece, di aver pubblicato due autori che sono finiti nella cinquina della prima edizione del premio Strega Poesia 2023; mi riferisco a Vivian Lamarque e Stefano Simoncelli. Autori che apprezzo molto e con i quali ho anche un rapporto d’amicizia. La possibilità di incontrare gli scrittori che amo e di collaborare con loro è uno dei motivi principali che mi hanno spinto a intraprendere questa attività un po’ folle. In fondo i libri sono solo pezzi di carta, dotati però di un potere magico: il potere “di far incontrare le persone”, come mi confessò tempo fa Alberto Casiraghy rispetto ai motivi che lo hanno spinto a pubblicare in trent’anni più di 10.000 plaquette!

Véronique Ovaldé ci parla in esclusiva del suo nuovo romanzo Ragazza arrabbiata su una panchina di pietra

Pubblicato nel gennaio 2023 per Flammarion, Fille en colère sur un banc de pierre (Ragazza arrabbiata su una panchina di pietra) è l’ultimo lavoro della scrittrice francese Véronique Ovaldé nel quale c’è anche un po’ di Italia, ed in particolare la Sicilia.

Autrice prolifica ed editrice instancabile, è nota in Italia per le traduzioni a cura di “Ponte alle Grazie” che nel 2011 ha pubblicato “Quello che so di Vera Candida” – premio Renaudot nel 2010 – e l’anno successivo, “Vivere come gli Uccelli”, edito in Francia nel 2011.

È nel quadro della settima edizione del festival letterario marsigliese Oh, les beaux jours! che un gruppo di lettori ha intervistato la scrittrice a proposito del suo ultimo romanzo: una storia che attraversa due generazioni e una terribile tragedia familiare. Con grande ironia ed abilità narrative, Ovaldé racconta ancora la famiglia attraverso una lente d’ingrandimento universale: il silenzio che abita i rapporti.

Dopo quindici anni trascorsi lontana dalla sua famiglia, Aïda torna a Iazzia, l’isola della sua infanzia, che immaginiamo si trovi al largo della Sicilia, per seppellire suo padre, Salvatore, “Sua Signoria”. Aïda è la terza in una famiglia di quattro ragazze: Violetta, Gilda, Aïda e Mimì, questi i nomi che le ragazze devono alla passione per la lirica del padre, “uno di quegli uomini scontrosi e arrabbiati che trovano solo una parvenza di entusiasmo quando ascoltano Verdi”.

Il dramma si consuma durante la notte di carnevale quando la sorellina Mimì scompare, fatto di cui Aida è ritenuta responsabile. Al suo ritorno sull’isola, sua madre Silvia la prende per Mimì la scomparsa, alla quale non ha rinunciato dopo tanti anni di attesa. Le altre due sorelle, Violetta e Gilda, la accolgono con freddezza.

Aïda riallaccia i rapporti con Leonardo, che fu suo amante all’inizio del suo esilio palermitano. Nel programma di questo soggiorno ci sono la sepoltura dell’anziano, la visita al notaio, e soprattutto un grande flashback per Aïda, che ricorda i protagonisti della sua infanzia.

Il ricordo la conduce alle origini della sua famiglia. Cosa era successo a Mimì quella notte di carnevale in cui Aïda l’aveva accompagnata nella sua fuga notturna? È questo il mistero che muove il nuovo romanzo di Véronique Ovaldé.

Segreti, rimpianti, gelosie, sensi di colpa caratterizzano il romanzo, tratteggiando con incisività una famiglia ferita, completamente minata dalla scomparsa di uno dei suoi membri.

Avrebbe potuto rinunciare. Avrebbe dovuto rinunciare. Lo ripeté a se stessa un milione di volte in ogni anno successivo. Anche lei ebbe un’esitazione, forse era meglio restare, sdraiarsi nella stanza, ascoltare le altre due sorelle che gesticolavano nel sonno…

 

 Come nasce l’ispirazione? Qual è stata la scintilla che le ha permesso di scrivere questo libro?

Ho visto un’immagine. Una notte mi sono svegliata, come sempre faccio quando scrivo – perché io essenzialmente scrivo di notte – ed ho visto due bambine che tenendosi per mano sgattaiolavano fuori di casa. La più grande ha 8 anni, la piccola ne ha 6. Vogliono andare al Carnevale che da una settimana va avanti in quest’isola al largo della Sicilia. Un’isola immaginaria che pure è tipicamente mediterranea. Un’isola in cui il tempo è rallentato, dove il senso d’immobilità e d’inerzia è costantemente presente e pesante. Credo di aver immaginato una fuga. Infatti, il carnevale è proibito in questa famiglia classicamente patriarcale, composta da un padre austero, una madre accomodante e quattro figlie femmine. Le piccole fanno la bravata, ma al mattino ne ritornerà una sola che di lì in poi sarà ritenuta responsabile della sparizione dell’altra e vivrà come esiliata fino alla fuga vera e propria a Palermo. Rientrerà alla morte del padre.

Fondamentalmente, volevo parlare della famiglia, dei rapporti che si innescano in questo nucleo sociale che ci accomuna tutti, anche nell’assenza, se ci pensi. Ci ho messo quattro anni a scrivere questo libro e nel mentre, mio padre è morto.

 

Come ha lavorato sulla voce narrante, così intrusiva e presente che alla fine del libro lascia al lettore la libertà di decidere le sorti dei personaggi?

Devo dire che con questo libro ho autorizzato me stessa a dire “io” senza farmi personaggio. Credo si tratti di questo. Ho sempre dato vita, nella mia scrittura, a quella voce interiore che tutti abbiamo nel cervello e che ci dice cosa fare non fare e che commenta ogni cosa. Ecco, in questo romanzo forse le ho dato più spazio che al solito. Come dicevo, poi, io scrivo di notte. Verso le 3:00 o 4:00 del mattino. Un’ora in cui il silenzio ed il torpore mi lasciano una libertà che di giorno non riesco a vivere. Certamente, poi correggo e revisiono. Ma il cuore della mia scrittura è notturno.

Nei suoi romanzi è stata smesso rintracciata una componente di realismo magico. In “Fille en colère” abbiamo la mitologia familiare attraverso I capitoli  “Racconti e leggende Della famiglia Salvatore”. Cosa rappresenta, per lei il racconto come genere letterario?

Onestamente, in passato mi infastidiva essere definita narratrice piuttosto che scrittrice. Poi ho realizzato che i racconti fanno parte della vita di ciascuno di noi, ben Al di là dell’esercizio della lettura. Abbiamo I racconti familiari, I racconti prima di andare a dormire. La vita stessa è un racconto ed io ci tengo che sia chiaro che quando scrivo, sono io che sto raccontando una storia.

Interessante, dal momento che il sentimento che si scatena una volta terminato quest’intreccio familiare è che di tutti gli scambi che i personaggi hanno intrattenuto non resta che un profondo non-detto. Posto che il romanzo voglia raccontare di una sparizione, della fine dell’infanzia, denunciare una violenza psicologica, non è forse vero che lei parla soprattutto di silenzio?

Mi piace quest’interpretazione. Beh, parlo dei segreti, di come nascono e di come restano tali. Certamente con la sparizione di Mimi sparisce anche l’infanzia, ma non solo la sua. Infatti un confronto vero e proprio non avviene mai, nemmeno alla fine, quando i nodi familiari si sciolgono o forse si intrecciano ancora di più. Ma l’ho voluto io questo silenzio finale, che pure è pungente. In fondo, per quanto archetipici siano, questi personaggi sono soprattutto complessi.

 

Traduzione  dal francese a cura di Fortuna Maiolini.

Pasquale Langella libraio ed editore napoletano: “Punto ad editare testi di qualità che un giorno possano diventare rarità”

Pasquale Langella, napoletano doc, nasce a Santa Chiara nel 1973, qui frequenta l’Istituto tecnico commerciale Armando Diaz, dove si diploma. All’età di sedici anni viene rapito dal mondo dei libri: quell’estate il giovane Pasquale lavora come “ragazzo del bar”, si reca in una libreria per consegnare il caffè ordinato, raccoglie tutto il suo coraggio e chiede al libraio di farsi regalare un libro. Galeotto fu Cristo si fermò ad Eboli!

Da qui inizia la sua esperienza di lettore e si fa viva la passione per la lettura. Il mondo carta lo seduce al tal punto che Langella inizia a collaborare con la stessa libreria, dapprima portando alle poste i vari pacchetti e poi iniziando a compilare delle schede per catalogare i libri.

A dargli la possibilità di accrescere ulteriormente le sue competenze è una tipografia che si trova proprio difronte alla libreria dove ha l’occasione di sviluppare conoscenze anche nella grafica e nell’impaginazione di un testo. Soltanto dopo 25 anni, riesce a trasformare la sua passione in lavoro. Il 24 settembre 2014 rileva un’attività a Port’Alba, aprendo Langella Libreria.

Langella Libreria

Proprio nella celebre via dei libri, da sempre, un luogo quasi magico, dove il tempo si ferma. Ad aleggiare tra le bancarelle il dolce profumo della carta che inebria gli appassionati lettori e gli habitué senza mai dimenticarsi di solleticare la curiosità degli ignari passanti.

Librario indipendente ma anche editore: per necessità virtù, il 4 Gennaio 2020, a ridosso proprio del lockdown, nasce a Napoli, Langella Edizioni, con le sue originali collane che traggono il nome dai titoli degli album di Pino Daniele, da Terra mia, A passi d’autore fino a Carte e Cartuscelle.

 

Il suo motto è “Le piccole librerie e i negozi vanno aiutate quando sono aperte e non commemorate quando chiudono” …Lei nel 2014 ha rilevato un’attività e ha aperto la sua libreria a Port’Alba a Napoli, la celebre via dei libri, dove però oggi purtroppo molte librerie hanno chiuso. Come vanno aiutate secondo lei?

Io penso che per aiutare le “piccole” attività non si debba fare solo chiacchiere o per esempio organizzare inutili flash mob dopo la loro chiusura, non servono a nulla, per aiutarle bisogna frequentarle, non farsi prendere dalla “comodità della velocità” offerta dalle grandi società online.

Oggi anche molti piccoli negozi si sono adeguati e spediscono anche velocemente, quindi anche se non potete raggiungerli, grazie ai corrieri vi possono raggiungere facilmente, bisogna quindi non farsi prendere dall’abitudine o farsi guidare dai vari “algoritmi”.

 

Ormai quasi nessuno entra in una libreria per girare tra gli scaffali e aspirare quel profumo dicarta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare scriveva Carlos Luis Zafòn. Nell’era digitale spopolano gli ebook. Oppure si acquistano libri scorrendo con il dito tra i cataloghi stando comodamente seduti sul divano…Che strategia deve adottare il librario per accattivare il lettore e condurlo all’interno del proprio negozio?

Io penso che molti lettori siano ancora attratti dal fascino della libreria, di sfogliare il libro, odorarlo e non penso ci siano strategie da seguire perché chi ama il libro sa che in libreria troverà disponibilità di un libraio che può anche consigliarvi indipendentemente dalle “mode” del momento. Gli ebook sono un’alternativa al cartaceo e a volte, specialmente per chi ha difficolta visive nel leggere, sono molto utili ma la “carta è la carta” è tutta un’altra cosa.

 

Lei è librario ma anche editore. Perché e quando ha deciso di aprire una Casa editrice? Qual è la mission del gruppo editoriale? Ha scritto anche un libro. Personalmente che difficoltà incontra o ha incontrato come scrittore e quali come libraio ed editore?

Ho deciso di aprire la mia piccola casa editrice tre anni fa in piena pandemia, un po’ per necessità in quanto avevo scritto lo Stupidario Librario, una raccolta di tutte le richieste assurde che ricevo in libreria, con un’altra casa editrice napoletana, fu un piccolo successo editoriale. Avevo pronto il secondo volume “Casomaicipenso” stavolta però senza la disponibilità della casa editrice, quindi, avendo un po’ di esperienza di grafica editoriale ho deciso di stamparmelo da solo e di creare di conseguenza anche il mio marchio editoriale. Oggi è una piccola realtà editoriale sempre condizionata dal mio essere libraio, in quanto cerco di far riscoprire la mia amata città attraverso vecchi testi ormai esauriti oppure di scoprire testi di viaggiatori o scrittori stranieri, come per esempio H.C. Andersen o A.C. Leffler che sono venuti nella mia città e mai tradotti in italiano.

Langella Edizioni

 

Editoria e cultura sono un chiasmo imprescindibile… Cosa pensa del mondo dell’editoria odierna? Cosa non deve mancare ad un editore oggi?

Il mondo dell’editoria moderna è ampio e variegato, essendo l’ultimo arrivato non penso di poter dare giudizi sul mondo editoriale, penso che ognuno fa le proprie scelte e si pone i propri obiettivi, il mio è di non stampare tanto per farlo ma cercare di scegliere i testi e di editarli non pensando alla quantità ma alla qualità e far in modo che un giorno possano diventare rarità bibliografiche.

Tra le collane del gruppo editoriale ne spicca una particolarmente suggestiva “Carte e Cartuscelle” che contiene dei libricini, stampati su carta d’Amalfi, rilegati a filo, conservati i un elegante cofanetto. Un prodotto rigorosamente artigianale ma soprattutto made in Napoli, infatti sia la tipografia che la legatoria si trovano nella città partenopea. Si può parlare, in questo senso, di “Editoria a chilometro zero”? Quanto è significativo che realtà locali diverse si intreccino per creare un prodotto comune?

Si è una delle collane a cui tengo di più sono in poche copie numerate e firmate dagli autori, quando è possibile, nata tra via Port’Alba e via San Sebastiano. Una mattina ero al bar con il mio amico tipografo Rosario Mirate e parlando mi disse di essere in possesso di alcuni fogli di una carta pregiata non più in produzione, da qui è partita l’idea di creare qualcosa di artigianale e in poche copie, di conseguenza, abbiamo coinvolto il legatore della zona e l’artigiano per la creazione dei cofanetti e a oggi siamo a 11 titoli prodotti. Coinvolgere le piccole realtà e fare gruppo è importante perché sono convinto che da soli non si va da nessuna parte.

 

Pino Daniele è il suo mito. Nella sua libreria c’è un angolo celebrativo dedicato alla città di Napoli…Schizzi colorati che raffigurano San Gennaro, il Vesuvio e anche omaggi ai neo Campioni d’Italia. Qual è il suo rapporto con questa città?

Langella libreria- Omaggio alla città di Napoli

Pino è il mio mito oggi e da bambino, sono nato e vivo ancora nel suo stesso quartiere, non sono mai riuscito a incontrarlo ma ho ricordi bellissimi della sua mamma. Quando facevo il garzone di bottega in una salumeria e andavo a casa sua lei conosceva la mia passione e cercava di avvisarmi se Pino quella notte sarebbe venuto a trovarla, e da questo avviso sono partite tante nottate fuori al balcone di un caro amico che abitava di fronte ma nulla mai riuscito a incontrarlo. Oggi l’unico modo che ho per dirgli grazie per le emozioni e per la sua musica è dedicandogli le mie collane editoriali. Sono molto legato alla mia città, cerco di valorizzarla e difenderla sempre, ci vivo da sempre e la vivo nel quotidiano, nonostante le sue difficoltà non è seconda a nessuno per la sua bellezza e per l’umanità dei suoi abitanti quelli veri che la amano e la rispettano come me.

 

Con Langella Editrice ha pubblicato ‘O cunto d’ ‘a gavina e d’ ‘o gatto ca ’a mparaie a vvulà, la versione partenopea della celebre Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Sepulveda. Perché ha deciso lanciarsi in questa scommessa?

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare in napoletano per Langella Edizioni

Il mio modo di scegliere i libri da editare è molto condizionato dal fatto di essere prima libraio e poi editore, nella mia libreria uno dei libri più venduti è il Piccolo Principe in napoletano e pensando un’alternativa valida da offrire ai miei clienti il primo titolo che mi è venuto in mente era questo di Sepulveda. Da qui è partito tutto, non è stato facile in quanto l’Autore era morto da poco e gli addetti ai lavori mi prevedevano un “No” da parte degli Eredi. Ma la testa è dura e abbiamo contattato lo stesso l’Agenzia che possiede i diritti degli Eredi dell’Autore, ci siamo presentati per quello che siamo “Una piccola realtà che cerca di fare libri di qualità” e dopo un po’ l’Ok e grazie all’aiuto di Claudio Pennino (traduttore) e Federica Ferri (illustratrice) penso di non aver deluso le aspettative di nessuno e siamo molto contenti del prodotto finale.

 

Langella Edizioni ha preso parte sia a Napoli Città Libro e a breve anche al Salone Internazionale del libro di Torino. Quanto è importante, per una piccola realtà editoriale, partecipare a questi eventi?

Partecipare a questi eventi è fondamentale, abbiamo partecipato anche a “Ricomincio dai Libri” che si è tenuto presso la Galleria Principe di Napoli e nonostante si sia svolta a 100 metri di distanza dalla mia Port’Alba abbiamo conosciuto e ci siamo fatti conoscere da lettori nuovi, bisogna uscire dal proprio guscio e queste manifestazioni sono il luogo adatto. Ovviamente partecipare a queste manifestazioni non è facile, sia dal punto di vista logistico che economico, ma sono “sacrifici” che aiutano a crescere e creano contatti e collaborazioni importanti. Infatti, dal 18 maggio saremo al Salone di Torino, quest’anno insieme a Colonnese editore, due realtà su due strade comunicanti e con la stessa idea di “Fare gruppo”.  Insieme cercheremo di far conoscere le nostre produzioni editoriali e di portare la nostra napoletanità al Salone anche con uno stand artistico disegnato da un giovane artista della nostra città Salvatore Couturier e grazie alle sapienti mani delle Artigiane del filo della Bottega di Gegè ma è una sorpresa che vi sveleremo presto anche sulle nostre pagine.

 

https://www.librerialangella.it/225-langella-edizioni

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