Jacopo Siccardi: “Il teatro è smettere di pensare solo all’io per iniziare a pensare al noi”

Classe 1991, Jacopo Siccardi è un performer torinese. Non solo attore, cantante e ballerino ma anche fiorettista: per 12 anni ha praticato a livello agonistico la scherma, aggiudicandosi il terzo posto al Campionato Nazionale Cadetti. Dopo aver frequentato il liceo scientifico informatico si iscrive Accademia dello Spettacolo di Torino. Ed è proprio questa la terra felix dove cresce, studia e sperimenta diverse discipline dalla tecnica vocale, al repertorio musical, canto pop\rock, la recitazione teatrale, la danza contemporanea e classica, danza jazz Tip Tap, dizione e fonetica, fino alla storia del musical. Nel giugno del 2013 si diploma, con la lode, come Triple Threat Performer. Durante l’esperienza accademica Jacopo Siccardi ha l’opportunità di calcare il palcoscenico in svariati ruoli: come Scrooge Canto di Natale in cui interpreta Federigo, Sogno di una Notte di Mezza Estate in cui veste i panni del folletto Puck, Jesus Christ Superstar nel quale canta nel ruolo di Judas, come danzatore nell’ allestimento dello spettacolo\documentario Bororo e Decameron  il Prencipe Galeotto, nel quale recita la parte di Rustico, 6 Come Noi, con la regia di Alessandro Avataneo con il quale lavora al personaggio di Luigi.

Nell’estate 2013 prende parte alla realizzazione del Dvd di C’è da non crederci a cura dell’Accademia dello Spettacolo. Nello stesso anno viene scelto per il ruolo di Artù per la produzione di Excalibur La Spada nella Roccia, in tournée in tutto il nord Italia per il 2014. Nel 2015 Jacopo Siccardi è in teatro con Il Mercante di Venezia e ne il Monello di Charlie Chaplin, fino al 2016. Nello stesso anno presso il Pantomime Festival di Dresda è impegnato in  Undercreative Project- Angle Breaking e in Smile Cafè. Ancora nel 2016 Jacopo Siccardi  prende parte All’ombra del Campanile. 

La sua carriera conta esperienze anche al cinema e in televisione: sul grande schermo, nel 2016, ne Il Principe dei Tarocchi e in Smoking Tar; in tv, nel 2017, con la fiction rai, Non Uccidere 2 e con una produzione mediaset, il film, il Terzo indizio.

Nel 2017 è ancora in teatro, con la commedia musicale Il Piccolo Principe, nel ruolo dell’aviatore. Nel 2018, è in scena con Amalfi Musical Opera e con A Christmas Carol.

L’anno successivo Jacopo Siccardi è impegnato in Notre dame il mistero della cattedrale e in Murder Ballad.  Attualmente è impegnato con Vajont di tutti, riflessi di speranza. 

Jacopo Siccardi in Vajont di tutti- Riflessi di speranza

 

Quando ha capito di voler fare l’attore e il performer?

Direi durante gli studi presso l’Accademia dello spettacolo di Torino ed il Duse International a Roma. Inizialmente volevo fare il cantante Rock (sono un fan di Bruce Springsteen) ma ho preferito intraprendere lo studio anche di danza e recitazione e nel farlo… mi sono accorto che mi piacevano!

Chi sono stati o sono i suoi Maestri? A questo proposito con chi sogna di lavorare?

Il mio primo maestro è stato Angelo Galeano, prima ancora di iscrivermi all’ Accademia. Ho fatto un anno di lezioni di canto con lui ed è stato merito suo se ho cominciato a scoprire il mondo musicale al di là del Rock. In realtà nel corso degli anni mi sono accorto che c’è un po’ da imparare da tutti! Dai registi, dai colleghi, dalle squadre tecniche, ed anche dai “non addetti ai lavori”, da chiunque insomma. Attualmente sono molto felice dei progetti a cui sto lavorando. Lo spettacolo Il Vajont di tutti scritto e diretto da Andrea Ortis mi sta portando ad un’ analisi e ad un ascolto interiore piuttosto profondi e sono grato a tutti i colleghi con cui sto condividendo questo percorso per la loro meravigliosa umanità oltre che per la loro professionalità. Mentre con Vlad Dracula di Ario Avecone ,oltre al piacere di collaborare di nuovo con vecchi amici, sono grato che mi permetta di lavorare con Artisti che seguo da tempo come Christian Ginepro e Giorgio Adamo.

 

È stato campione di fioretto nella vita e poi maestro di scherma scenica in teatro. Ci può spiegare meglio nel dettaglio?

Beh… ad essere sincero io ho iniziato a fare scherma (a 8 anni) dopo aver visto La Maschera di Zorro al cinema. È stata una folgorazione! Poi per dodici anni l’aspetto coreutico di questa mia passione è rimasto latente, coperto dalle dinamiche agonistiche, per poi riemergere quando ho iniziato a studiare Arti Sceniche. Ora… io non mi definisco un maestro. Semplicemente ho elaborato e sto perfezionando un metodo per permettere ad attori e professionisti del settore di approcciarsi al combattimento scenico, soprattutto a quello all’ arma bianca, in maniera funzionale. Non ci si improvvisa schermidori, ma talvolta non si ha tanto tempo in allestimento per montare combattimenti che siano belli da vedere ed abbiano l’apparenza di realismo. Il mio compito è facilitare questo processo agli attori, in modo che la scena di combattimento non diventi un ostacolo ma sia al servizio della recitazione e quindi del testo e dello spettacolo.

E’ un attore del Film Commission Torino Piemonte (FCTP) che ha come scopo la promozione della Regione Piemonte e del suo capoluogo Torino come location e luogo di lavoro d’eccellenza. Quanto è importante sostenere le produzioni che scelgono di produrre sul territorio piemontese?

Per me è fondamentale! Non fraintendetemi, Roma è un centro di produzione cinematografica meraviglioso. Semplicemente io vedo il potenziamento di un centro come quello di Torino, e dei suoi attori, registi, tecnici ecc ecc non con un fine di competizione ma bensì di collaborazione con il polo di Roma. A Torino abbiamo per esempio uno dei teatri di posa più grandi d’Europa, perché lasciare questi spazi poco utilizzati? La crescita artistica di un centro come Torino può ed è giusto che porti alla crescita di tutto il settore! Questa almeno è il mio punto di vista.

Cosa vuol dire essere un attore oggi?

Per me, Jacopo Siccardi,  più che mai è il mettersi nei panni degli altri. Può sembrare una banalità. Ma comprendere il punto di vista di un’ altra persona, le emozioni, i pensieri, i dubbi, le aspirazione che la muovono è un processo che porta a parer mio ad arricchirsi di giorno in giorno. Stando sempre e solo con le proprie idee alla lunga ho la sensazione che si rimanga un po’ come un cane alla catena. Ascoltare le idee degli altri e riuscire a rispettarsi anche nel disaccordo è un processo artistico ma anche sociale. È smettere di pensare solo all’ Io per iniziare a pensare al Noi.

Qual è per Lei la maggiore differenza tra un attore di teatro e uno di cinema?

Personalmente non vedo tutta questa differenza se non dal punto di vista della tecnica attoriale. Ovviamente un attore a teatro avrà bisogno di una una qualità vocale e di una carica fisica di maggior respiro, per arrivare allo spettatore seduto in ultima fila, come si dice in gergo, rispetto alla recitazione più contenuta, più intima potremmo dire, dell’ attore che sta davanti alla macchina da presa, pronta a intercettare anche il più piccolo movimento, ed il più piccolo dettaglio. Ma il percorso emotivo, il processo di immedesimazione che deve compiere l’attore, sono i medesimi per entrambi gli ambiti. Naturalmente un professionista può preferire uno dei due ambienti, nulla di male a riguardo. Personalmente mi piacciono entrambi. Adoro la presenza del pubblico in teatro, la carica e la magia dell’ irripetibile, anche facendo diverse repliche dello stesso spettacolo nessuna sarà mai uguale all’altra, ma nel contempo la spettacolarità della macchina cinematografica è sempre un’ emozione.

Ha calcato palchi a livello nazionale ed internazionale. Come viene percepito il teatro, che tipo di pubblico c’è. Ha riscontrato delle differenze tra Italia e l’estero?

All’ estero ho lavorato principalmente con il gruppo Jobel in spettacoli di pantomima. Un genere poco di moda attualmente in Italia. Partecipando per esempio al Pantomime Festival di Dresda ho scoperto che in Germania questo è un genere vivo e attivissimo. Il pubblico è più abituato all’ idea di uno spettacolo senza parole. In Italia abbiamo un grande esponente di questo teatro che è Paolo Nani. Per esempio sono rimasto estasiato dal suo L’arte di morire ridendo. All’ estero talvolta capita che il pubblico rida o si emozioni in un momento imprevisto dello spettacolo, perché magari sei andato a toccare un retaggio culturale, un frammento di un modo di vivere che non conosci appieno. Magari all’ inizio si può rimanere un po’ spiazzati, ma di base la trovo una cosa molto bella.

In una società come la nostra, dove tutto si svolge e si consuma nell’immaterialità del mondo digitale, di internet, dei social e dei videogiochi. Come si fa ad educare il pubblico e soprattutto le nuove generazioni alla cultura teatrale o alle arti in generali?

La performance dal vivo non ha paragoni. Questo è il mio parere. Far comprendere alle nuove generazioni che andare a teatro non è come andare al cinema, che l’attore in quel momento è lì per te, in carne ed ossa, è essenziale. Con questo non voglio attaccare il digitale. Per esempio in ambito videoludico ci sono operazioni come Death Stranding di Hideo Kojima che sono state interamente realizzate con la partecipazione di attori professionisti senza i quali il videogioco non avrebbe potuto assumere l’aspetto esperienziale, e non di solo intrattenimento, che lo caratterizza. Certamente i linguaggi è giusto che si evolvano, che si incontrino, senza chiudersi nei propri compartimenti stagni.

Tra i tanti ha vestito i panni del folletto Puck in Sogno di una notte di mezza estate, Federigo in Scrooge Canto di Natale, Stattford in Vlad Dracula, Rustico nel Decameron-Principe Galeotto. Che rapporto ha con la letteratura, quanto è complesso per un attore misurarsi con autorevoli opere letterarie, trasporle e renderle fruibili per il pubblico?

Penso che la letteratura sia un’ incredibile ricchezza. Porta in sé oltre al contenuto di ogni opera anche il retaggio dell’ ambiente culturale che l’ha generata. Il modo di pensare, le abitudini, la conformazione sociale… . Per me un attore è giusto che sia in un certo senso anche un po’ un letterato, che legga, che guardi film di diversi generi, che sia curioso. E poi c’è da mettersi in gioco, al servizio della visione del regista, dal punto di vista performativo ed umano. Il rapporto tra attore e regista è fondamentale! Un buon lavoro fatto prima porterà ad una migliore comunicazione con il pubblico. Per me l’arte è sempre comunicazione! Non sono un grande amante di quell’ Arte elitaria, talvolta piuttosto ermetica, difficile da avvicinare a più ancora a volte da comprendere appieno. Credo profondamente nelle forme d’arte a più livelli, nelle quali lo spettatore può cogliere ciò che appare nell’ immediatezza ma poi anche immergersi al di sotto della superficie trovando nuovi contenuti e sempre maggiori profondità.

Sarà in scena con “Vajont di tutti, riflessi di speranza”. Ci anticipi qualcosa

È un progetto al quale come ho detto sono davvero grato di poter partecipare. Va a toccare momenti della Storia del nostro paese che non è giusto dimenticare. Non certo per esaltare la tragedia, o per rinvangare il dolore, ma piuttosto perché ci sono lezioni in quelle storie che ancora non sono state del tutto imparate. È uno spettacolo che, a parer mio, ha in se’ un fortissimo senso di speranza e che racchiude la volontà di lasciarsi alle spalle il dolore, ma non per dimenticarlo, bensì per poter iniziare a ricostruire con una nuova consapevolezza. È anche uno spettacolo che ha una sua brillantezza. Certo si parla di argomenti non facili, che vanno approcciati con delicatezza e rispetto, ma questo non significa che la narrazione e la comunicazione non possa avvenire nella serenità e nel piacere di stare insieme. Si… questo è un aspetto di questo spettacolo che sento particolarmente, il pubblico in sala non è mero spettatore, ma sta con noi, vive con noi la serata!

Progetti futuri?

L’ambito musicale non è stato mai dimenticato! Sto registrando un album con la band progressive rock ARCA PROGJET di cui sono il cantante. È un lavoro pieno di passione. I membri della band (e compositori dei brani) sono Alex Jorio alla batteria, Gregorio Verdun al basso e Carlo Maccaferri alle Chitarre. Appena il progetto verrà ultimato non mancherò di farvelo sapere.

 

https://www.vivaticket.com/it/ticket/il-vajont-di-tutti-riflessi-di-speranza/190805

Antonio Sorella, prof. di italianistica: ‘Sapere usare l’italiano ad alti livelli significa ragionare ad alti livelli’

Antonio Sorella è professore ordinario di Linguistica italiana dal 2002, e dal 2016 di Lingua e letteratura italiana attualmente in
servizio presso il Dipartimento Dilass dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti e Pescara.

Si è laureato in Lettere antiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Chieti, con una tesi in Storia della lingua italiana. Nella stessa disciplina ha conseguito il Diploma di Perfezionamento presso l’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi su I tempi storici nella prosa italiana moderna il 12/7/1983 (tutor Aurelio Roncaglia, relatore Luca Serianni, correlatore Alberto Asor Rosa).

È stato “cultore della materia” di Storia della lingua italiana presso la facoltà di Lettere e filosofia a Chieti e poi, fin dall’a.a. 1983/84, di Lingua e letteratura italiana presso la facoltà di Lingue e letterature straniere di Pescara; è autore di libri quali Dante e Bembo: storia di un disamore. L’invenzione dell’italico, un manoscritto petrarchesco perduto, controversie filologiche, cosmologiche e religiose, intrighi sentimentali e politici, saggio che indaga nel processo di formazione di Pietro Bembo come filologo volgare, nella preparazione delle aldine di Dante e Petrarca, nella stesura del suo libretto e poi delle Prose, Il personaggio nella letteratura italiana. Per il centocinquantenario pirandelliano, sui personaggi che segnano la storia letteraria, Boccaccio, Dante e Verdone, e soprattutto Dalla Russia con speranza. Racconti russi contemporanei, scritto in tempi non sospetti per contribuire a consolidare il ponte culturale tra Italia e Russia.

È ideatore e coordinatore del Master di Italianistica per l’insegnamento dell’italiano come lingua straniera dell’Università “G. d’Annunzio; ha fondato ed è direttore del CISDID, Centro Internazionale per lo Studio e la Didattica dell’Italiano e dei Dialetti (di cui fanno parte, oltre alle più prestigiose università italiane, anche molte università straniere, come Cambridge, CUNY, Heidelberg ecc.).

Ha fondato e dirige la rivista internazionale di filologia dei testi a stampa Tipofilologia (Roma-Pisa, IEPI Editore): la rivista è classificata come di classe A dall’ANVUR. Fa parte del consiglio direttivo della Casa di Dante in Abruzzo, che ha sede nel Castello Gizzi di Torre de’ Passeri; di questa Fondazione è anche Vice-Presidente. È Direttore Scientifico del Premio letterario “Città di Penne” ed ha avuto l’incarico di
Coordinatore scientifico dei Convegni internazionali organizzati in concomitanza del Premio, su Umberto Eco nel 2001, su Vincenzo Consolo nel 2005, su David Grossman nel 2008, su Carlo Verdone nel 2016.

Nel 2020 Sorella ha ottenuto dal Ministero per i Beni Culturali un finanziamento per l’organizzazione di un Convegno Internazionale su “Dante e il cinema” nel 2021 presso l’Università di Chieti, in collaborazione con la Società Dantesca Italiana di Firenze, per i Settecento
anni dalla morte di Dante.

Il Prof. Sorella terrà il convegno organizzato dall’Istituto Culturale Torqauto Tasso di Sorrento dal titolo “Il teatro del Tasso”, il prossimo 11 marzo presso il Comune della cittadina campana, concentrandosi sulle origini napoletane della drammaturgia tassiana.

 

 

 

1 Qual è secondo lei l’aspetto più rivoluzionario del teatro di Torquato Tasso?

Tasso si pone il problema del pubblico: fino ad allora, a parte qualche ammirevole eccezione (Ariosto, Bibbiena, Machiavelli) si era pensato principalmente a creare commedie o tragedie che rispondessero alle “regole” classicistiche, derivate dai modelli del teatro greco-latino o dalla trattatistica e dai commentarii antichi o umanistici. Tasso, invece, pensa a coinvolgere il pubblico con argomenti “moderni”, appassionanti e avvincenti.

2  Che tipo di rapporto intercorre tra Tasso e il magismo? In quali opere si esplica maggiormente il suo humor nero?

L’interesse per la magia e la negromanzia era già diffuso nel primo Cinquecento e Giovanni Pico della Mirandola (seguito in questo da Savonarola) aveva tuonato contro l’astrologia, ma è dopo la Controriforma che le condanne e le proibizioni scatenano un gusto morboso da parte di intellettuali e gente comune. Tasso si rifugia nel magismo anche per la sua esasperata sensibilità. Si possono trovare spunti di questo genere in quasi tutta la sua produzione.

3 Se Tasso fosse uno scrittore dei nostri giorni, come verrebe considerato dall’opinione pubblica e dai media?

Il senso del pudore non è cambiato molto dalla Controriforma alla fine del secolo scorso, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, per varie ragioni e diverse spinte ideologico-religiose. Oggi non ci scandalizza più sentir parlare di due giovani legati nudi a un palo, ma certi doppi sensi di famosi conduttori anche delle tv pubbliche suscitano ancora la morbosità del pubblico, perché evidentemente ancora non abbiamo superato la mentalità che invalse nell’età di Tasso.

4  Si stanno avanzando richieste e proposte per l’introduzione della schwa(ə). Non pensa si tratti, come hanno già affermato molti linguisti, si una patetica battaglia ideologica che cavalca lo spirito dei tempi al grido “inclusività”?

Sì, penso che sia una delle prove della decadenza del mondo occidentale, di cui si fanno beffe i potenti stati a Oriente dell’Europa che non hanno mai avuto simili preoccupazioni.

5 Piccola provocazione. A questo punto allora perché demonizzare i nostri giovani, che magari usano il “k” per scrivere “chi”?

Il problema non è l’uso del k: bisogna vedere il contesto in cui è usato. Avere un ampio registro espressivo è un pregio non un difetto. Sapere parlare in dialetto o scrivere senza punteggiatura o con abbreviazioni (e con il famigerato k, per l’appunto) sul telefonino per essere più rapidi è una virtù, a patto che però si sappia usare correttamente l’italiano o una lingua straniera in contesti più elevati. Si possono usare anche parolacce, quando occorre e in particolari contesti, come ci ha insegnato Dante, ma poi bisogna sapere elevare il linguaggio fino ai vertici parossistici del Paradiso.

6 È d’accordo con Leonardo Sciascia quando mette in bocca al professore di Una storia semplice la frase: “L’italiano non è l’italiano: l’italiano è il ragionare”?

No, perché sapere usare l’italiano ad alti livelli significa ragionare ad alti livelli. Senza una lingua complessa, come tutte le lingue di grande cultura, non si possono fare ragionamenti raffinati, elevati, culturalmente elevati.

7 Lei è autore del libro “Boccaccio, Dante e Verdone”, edito da Cesati.  Qual è il filo rosso che unsice queste tre personalità, di cui una del mondo del cinema?

Il titolo vuole richiamare, senza scimmiottarlo, il titolo di un noto film di Verdone. Nella convinzione che si possa accostare Dante o Boccaccio a un interprete del nostro tempo, quale è Verdone, considerato non solo come regista e attore, ma come intellettuale.

8 Ha anche curato insieme a Evgènij Sìdorov l’opera “Dalla Russia con speranza. Racconti russi contemporanei”, sempre per Cesati editore. In relazione al drammatico periodo storico che stiamo vivendo, cosa sfugge ancora agli occidentali della Russia? L’invasione russa ai danni dell’Ucraina è soprattutto da ricercare della misteriosa anima dei russi?

In quanto direttore scientifico del Premio Letterario Internazionale Città di Penne-Mosca, che è giunto alla 44ma edizione, cerco di portare avanti l’idea iniziale, avuta appunto dall’ex ministro della Cultura della Federazione Russa, di creare un ponte di cultura per stimolare soprattutto i giovani a una cultura di pace. Conosco tanti intellettuali russi, scrittori, professori universitari russi, che hanno una sincera anima pacifista. Come del resto dimostra il titolo della raccolta, scelto proprio da Sidorov qualche mese fa, in tempi ancora non sospetti.

9 Machiavelli, Dante, Boccaccio, Pirandello, Tasso. Quale tra queste grandi personalità è meno studiata secondo lei? E su quale ci sarebbe ancora da dire tanto o da chiarire alcuni punti?

Sono tutti autori molto studiati. Io mi preoccuperei piuttosto del fatto che siano sempre meno letti, soprattutto dalle giovani generazioni. Io ricordo che decisi di iscrivermi a Lettere, piuttosto che ad Astrofisica, che era la mia passione, perché mi innamorai del genio di Machiavelli, dopo averlo letto e riletto molte volte, ogni volta saltando sulla sedia per l’ammirazione, l’esaltazione, la passione per l’umana genialità, tutta concentrata in un uomo che in vita mangiò tanta polvere.

10 Prossimi impegni?

Vorrei terminare i miei lavori ancora aperti, anche se tutti quasi conclusi. Una nuova edizione critica della Mandragola, l’edizione critica delle Prose della volgar lingua di Bembo, l’edizione critica delle prime commedie in prosa di Ariosto, l’edizione critica delle opere burlesche di Annibal Caro: tutti lavori cui ho applicato il metodo tipo-filologico, con grandi novità ecdotiche.

Tommaso Amadei, teologo: ‘Il dolore è un promemoria: richiama costantemente e con forza ciò che siamo stati e che non siamo più’

Viviamo in un momento storico dove l’apprensione morale per i diritti di libertà e uguaglianza è fortissima e anche plausibile, da una prospettiva secolarizzata, nondimeno la minaccia contro la quale bisognerebbe esprimere maggior preoccupazione coinvolge un orizzonte millenario molto più complesso, quello giudaico-cristiano. Il senso del Cristianesimo originale si condensa intorno al camino della promessa di Cristo, la promessa escatologica della vita eterna.

Il giovane teologo ravennate, ed ex studente di economia ed insegnante di religione Tommaso Amadei, convertitosi alla fede cattolica dopo essere stato un ateo-anarchico con una certa coerenza politica “amorale”, incarna ciò che sosteneva l’esegeta eversivo Sergio Quinzio: l’invocazione del credente che non chiede infatti ciò a cui l’uomo ha astrattamente diritto, ma ciò che Dio, stabilendo un patto con Abramo e con il suo popolo, promette come ricompensa alla fedeltà, o come immensa misericordia.

Croce con cielo stellato, Mausoleo Galla Placidia, Ravenna

Il transumanismo di cui è impregnata la cultura occidentale è un’ideologia angosciante che promette un’esistenza di natura incerta ⎼ contro la promessa cristiana del rimedio ultimo all’inquietudine corporea.

Tommaso Amadei analizza in modo lucido e appassionato lo stato della Chiesa Cattolica e la concezione che oggi si ha del Cristianesimo, non lesinando critiche alla Chiesa e ponendo l’attenzione sull’impreparazione di molti sacerdoti e pastori, sull’importanza del corpo all’interno della riflessione sul Cristianesimo, influenzato dalla cultura ellenica, e sul concetto di dolore e alle sue declinazioni e derive ad esso collegate. Il masochismo ad esempio è una storpiatura della sofferenza e della sua accettazione.

Secondo Amadei il dolore è un promemoria: richiama costantemente e con forza ciò che siamo stati e che non siamo più, ciò che abbiamo perso, ciò che non stiamo più cercando ormai. La nostra prima innocenza, infranta nel peccato d’origine.

Il dolore, se opportunamente vissuto, è anche una strada: di crescita umana e spirituale.

 

 

Essere cristiani è una grande sfida, non crede che oggi il Cristianesimo venga visto banalmente come un qualcosa che in fondo non dà fastidio e di conseguenza considerato con indifferenza?

È proprio così: il mondo odierno (inteso, secondo l’accezione giovannea, come dimensione sottomessa al dominio di Satana) cerca costantemente di marginalizzare la Fede cristiana, perché la detesta e ne è nemico in ogni modo, in maniera più o meno consapevole, più o meno surrettizia. Il depotenziamento del Cristianesimo vive di una duplice spinta: interna ed esterna.

Esternamente, poiché il mondo farebbe di tutto per distruggere la Religione cristiana e non avendo potere sulla sua origine (ossia il Dio Triunico), esso cerca di distruggerne le espressioni storiche denigrando la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, e corrompendone le membra, ovvero il popolo di Dio ed i suoi ministri e pastori. Vengono così operati un attacco ed una ridicolizzazione della fede, ritenuta vetusta, obsoleta, oscurantista e via dicendo; le superficialità che si sentono dire ogni giorno. D’altro canto, però, questa corruzione riesce a penetrare con una certa potenza nel tessuto ecclesiale, e ciò porta grandi ferite al popolo credente ed alla sua fede. Gli esempi, tragicamente, sono sotto gli occhi ed a portata d’orecchio di tutti.

Dal lato interno si può dire, con cuore pesante, che diversi strali del mondo hanno trafitto le coscienze di molti credenti, sia tra i laici che nel clero. La crisi è generalizzata, e tante sono state le riflessioni volte a lumeggiare questa situazione di degrado spirituale, e di conseguenza intellettuale e morale. C’è chi è riuscito a vederla arrivare da lontano, questa decadenza; sta di fatto, però, che certi impulsi intraecclesiali odierni sembrano assolutamente volti ad abbracciarla in tutto e per tutto. Un esempio a mio avviso inconfutabile, specie nel Cattolicesimo, è l’abbandono della catechesi del bello, ovvero mediante il bello: guardiamo all’architettura sacra contemporanea (e il più delle volte c’è davvero da chiedersi se si possa definire “sacra”, o non piuttosto il suo contrario); guardiamo all’aspetto musicale ed estetico della liturgia, santa Messa in primis. Sembra esserci una deliberata e totalizzante scelta del brutto, dello sciatto, dello squallido. La ridicolizzazione, a questo riguardo, viene operata da dentro. Questa è una perdita atroce e spaventosa. Mi si perdoni la crudezza, ma trovo che dalla richiesta di una Chiesa povera si sia giunti alla configurazione di una Chiesa poveraccia, miseranda.

Questo non è che un sintomo eclatante di un depauperamento sconvolgente dello spirituale e dell’umano che il Cattolicesimo sta vivendo da diverso tempo a questa parte.

Una cosa che noto, però, è che non appena viene esposta pubblicamente un’opinione sinceramente e pienamente cristiana, la mentalità dominante nella società occidentale spinge immediatamente a prendere misure restrittive a riguardo, o quantomeno a screditare fortemente una simile espressione di dissenso. A riprova del fatto che, in fondo, l’indifferenza è solo una facciata.

 

La cosa più importante che ha imparato studiando Teologia?

Credo di poter dire la cosa più importante che ho imparato nel corso di questi studi sia stata la comprensione della correlazione profonda tra la mia fede, le sue fattezze, la sua struttura, le sue sfumature e la mia vita presa sia nel suo aspetto quotidiano che nella sua globalità. Io sono molto lento a leggere ed a studiare di mio, ma questo si accentua quando mi pongo di fronte alla Sacra Scrittura, ai testi dei Padri e dei Dottori della Chiesa, dei grandi teologi vissuti lungo 20 secoli, perché mi sento come sprofondare nelle parole che incontro. Mi sembra di poter percepire la carne viva e pulsante della mia fede, fili luminosi ad intrecciarsi armoniosamente con la mia storia personale, il mio peccato, le mie perdite, le mie sconfitte; ma anche con le mie felicità, i momenti sereni e massimamente quelli in cui il respiro cattura un’aria che è altra, altra da tutto, e il trascendente si lascia percepire – i momenti della grazia, dell’epifania.

I miei studi mi hanno fatto percepire come la mia miseria e la mia abiezione siano state bagnate con dolcezza potente dal Sangue dell’Agnello. Qui c’è tutto il senso del perdono e della salvezza. Essi mi hanno permesso di appoggiare gli occhi dell’anima sul gran Sacrificio della Croce. Da qui ho saputo guardare con sguardo rinnovato le vite dei santi, la loro splendida comunione, l’unità profonda che intercorre tra essere umano ed essere umano nello scoprirsi figli di un unico Padre, una volta purificati in Cristo e toccati dallo Spirito; è a questo punto che ho notato che quei fili che si sono intrecciati con la mia storia raggiungono in realtà ogni storia, di ogni luogo e tempo. A volte ci rifletto, e mi viene da pensare che questa immensa trama formi come un meraviglioso arazzo, l’imperscrutabile piano di Dio.

È con queste riflessioni, scaturite dagli studi, che ho messo a fuoco una percezione ancestrale, tante volte ignorata: la vita è un abisso. Ora capisco che solo Dio ha la capacità di scrutarlo nella totalità della sua estensione. A noi chiede di abbandonarci a Lui in questo abisso.

Questo, credo, è ciò che di più importante ho imparato. Ora si tratta di viverlo.

 

Che tipo di educazione ha ricevuto, in quale contesto ed in che misura ha inciso il fatto di essere nato in Romagna?

L’educazione che ho ricevuto è stata eticamente, ma non religiosamente, cristiana; mi spiego: pur avendo ricevuto tutti i Sacramenti sino alla Confermazione, in casa non sono stato educato, almeno attivamente, ad una vita religiosamente attiva (ad esempio, con preghiere, letture bibliche e via dicendo). La mia famiglia ha sempre reputato importanti la dimensione religiosa e la questione della fede; tuttavia si sono sempre sentiti come a disagio ad impartirmi un’educazione esplicitamente cattolica, fatta eccezione appunto della frequentazione del catechismo il sabato pomeriggio e della ricezione dei suddetti Sacramenti. Ricordo una volta in cui mia madre mi disse che, se avesse potuto tornare indietro, non avrebbe esitato ad educarmi anche nelle cose della Religione. Per questo dico che l’impronta cristiana si poteva ritrovare più che altro nell’etica con cui sono stato educato: solo col tempo mi accorsi che, a tante cose che mi venivano dette essere giuste o sbagliate, sottostava un’ispirazione scaturita dalla Bibbia, in particolare dai quattro vangeli.

In generale, sono cresciuto in un ambiente abbastanza asettico dal punto di vista della Fede: non ne ho mai sentito parlare né dai miei amici, né dai loro genitori. Il catechismo ha avuto un’incidenza pressoché nulla nella mia visione religiosa. La Romagna ha tante belle testimonianze di fede e di santi straordinari; tuttavia, la mia percezione è che, a meno che non si frequenti l’ambiente religioso, sia difficilissimo entrare in contatto con esse nel quotidiano. Sono sepolte dalla polvere del tempo e della dimenticanza. È qualcosa che ho percepito più che altrove, forse perché ho passato qui la maggior parte della mia vita.

Indubbiamente l’ambiente in cui sono cresciuto ha influito molto, specie nell’indifferentismo e nell’allontanamento dalla Fede stessa. L’insignificanza che il fatto religioso ha nella vita di tanti, in particolare di una gran fetta di adolescenti, spinge ovviamente a prendere le distanze da esso quando si giunge in quell’età. A questo si aggiunse la tradizione anarchica e dissacrante di questa terra, che percepivo come una sorta di eredità politico-esistenziale. Mi ha sempre affascinato molto la storia romagnola di insubordinazione e refrattarietà, e questo mi portò ad una forte avversione alla Chiesa ed alla fede cristiana e religiosa in generale.

Negli anni, dopo la mia conversione, sento di aver integrato nel mio vissuto di fede alcuni elementi di quell’essere terrigno, anche se l’individuarli rappresenta un lavoro che va ancora affinandosi nel tempo. Al contempo, guardo i grandi santi della mia città e ritrovo quella bella sensazione di un’eredità ricevuta, pur di segno diverso, che è da preservare in qualche modo.

 

Come definirebbe il rapporto tra nobiltà e clero di una volta e quello odierno?

Premetto che non sono assolutamente un esperto di questo tema, in special modo della nobiltà odierna e men che meno sui suoi attuali rapporti col clero; ad ogni modo, mi par di capire che, specialmente dalla tarda antichità in poi, i legami tra papato/curia/episcopati e nobiltà si siano stretti sempre di più. Se questo, da un lato, è comprensibile a motivo della maggior possibilità di istruzione delle classi sociali più elevate, dall’altro ha indubbiamente creato grosse problematiche con nomine fatte ad hoc, per interessi di casata e via dicendo. Questioni che la Chiesa ha dovuto affrontare a più riprese e dalle quali è stata flagellata per secoli.

Oggi viviamo in un mondo in cui, comunemente, è difficile sentir parlare di titoli nobiliari, casate e dinastie, se non sui libri di storia; ancor più raro è incontrare persone che effettivamente li posseggono. So, più per sentito dire che per altro, che alcune famiglie nobili (o alcuni dei loro membri) intrattengono ancora rapporti con alcuni vescovi e cardinali; mi pare di capire, però, che si tratta più che altro di relazioni che vertono discussioni sulla Fede e sull’attualità. Sarò sincero: non ho nemmeno mai avuto l’idea di approfondire questo ambito, pertanto sono molto ignorante a riguardo.

Quello che posso dire è che, come in tanti altri casi, il rapporto tra clero e nobiltà è stato ambivalente: se da un lato, tra il X e l’XI secolo, la Chiesa ha dovuto patire due Papi indegni come Giovanni XII e Benedetto IX (nomine frutto degli interessi di casate aristocratiche dell’epoca), d’altro canto – in tempi recenti – ci è stato donato un Papa Pio XII da una famiglia nobile. Il problema scaturisce sempre quando all’umile accettazione e preservazione della Fede cristiana subentra la superba e parossistica ricerca del proprio tornaconto e dell’affermazione della propria volontà.

 

Dostoevskij diceva che l’uomo è attratto dalla sofferenza? Lei cosa pensa?

Non conosco Dostoevskij al punto di metter bocca sulla sua riflessione a riguardo del dolore; di certo posso dire di essere convinto del fatto che l’uomo ha un rapporto del tutto particolare con la sofferenza. Essa è un’esperienza, potremmo dire, “peri-originale”, in qualche modo vicinissima all’oggetto di quel nucleo di nostalgia che contraddistingue, più o meno consciamente, la nostra esperienza di vita su questa terra.

In questo senso, essa ci riporta nelle profondità recondite della nostra interiorità, l’imo della nostra anima. Forse mi sbaglio, e magari è solo una suggestione mia, ma talvolta penso che il dolore riesca a riportarci a considerazioni più ampie e tendenti all’Altro ed all’Altrove proprio a motivo di questa sua prossimità con il tempo ed il luogo prelapsari, rimasti impressi nella memoria spirituale dell’essere umano.

Il cristiano ha un legame ulteriore con la sofferenza a motivo della Passione e Morte del Signore Gesù Cristo. Egli sa che le sofferenze patite da Cristo sono salvifiche per lui e per tutta l’umanità passata, presente e futura. Con “salvifiche” non si intende semplicemente liberatorie rispetto al peccato; e nemmeno ci si limita a professare una semplice reintegrazione nello stato di vita originario edenico. Esse, infatti, sono anche elevanti: non solo Cristo ha preso carne ed anima umane nell’Incarnazione e le ha redente versando il Suo sangue sulla Croce, ma le ha addirittura glorificate mediante la Risurrezione, rendendo possibile a chiunque Lo accetti e Lo custodisca nel cuore l’accesso alla vita stessa di Dio nello splendore della Sua presenza. Io sono convinto del fatto che ogni essere umano, nella sua dimensione spirituale, percepisca questa meraviglia senza eguali, e forse anche per questo vive quella tensione nei confronti della sofferenza.

Da una prospettiva meno luminosa, invece, si potrebbe forse dire che l’uomo può subire la suddetta attrazione, spogliata del suo carattere soteriologico ed amorevole, a causa del degrado morale ed esistenziale in cui versa il suo abitare la società del XXI secolo. In questo caso il rapporto uomo – tribolazione è ambiguo e contraddittorio: nel mondo odierno, si è passati dal tabù della sessualità a quello del dolore, della morte e del limite; la sofferenza viene spinta ai margini della vita sociale ed individuale, come se fosse un’esperienza da evitare a tutti i costi, dal momento che la vita dev’essere esattamente come la vogliamo noi, senza spazio possibile per le sensazioni indesiderate. È la nostra volontà a dettare legge, in quest’ottica.

D’altro canto, però, si moltiplicano i comportamenti distruttivi ed autodistruttivi, permettendo una risacca di dolore incontrollata nella vita dell’uomo contemporaneo. Questo flusso di ritorno è però devastante, perché non risponde al summenzionato indirizzo naturale e soprannaturale della sofferenza.

Il movimento a spirale che induce un simile atteggiamento fa precipitare l’individuo in un meccanismo dal quale diventa difficile affrancarsi: il dolore, così vissuto, finisce per annientarlo. Bisogna assolutamente resistere a questa dinamica.

Studi teologici- in primo piano: numero quaderni Avallon rivista di studi sull’uomo e il sacro

 

La questione che pongono soprattutto gli atei esistenzialisti riguarda proprio il dolore, la sofferenza, eppure è inconcepibile per l’essere umano pensare ad un mondo privo di dolore. A cosa serve il dolore? Perché a volte ci piace essere masochisti?

Il masochismo è una storpiatura della sofferenza e della sua accettazione. Sono convinto non sia il modo autentico di vivere il dolore: il masochismo nasce quando si perde la capacità di comprenderlo, di comprenderne la natura, l’origine primaria (non tanto quella immediata, dunque), l’indirizzo, lo scopo. Questo nostro mondo, mi pare, ha l’enorme difetto di essere diventato incapace di soffrire come si deve, ovvero di vivere la sofferenza come mezzo, come transizione. Si rigetta totalmente l’idea di sacrificio, fondamentale per ogni ambito dell’esistenza umana e della sua esperienza, ed in questo modo rimane solo un dolore crudo, solitario, sperso. Forse, ci piace anche essere masochisti perché abbiamo imparato a vivere il dolore come traguardo e non come sentiero.

Personalmente, posso dire che il dolore è un promemoria: richiama costantemente e con forza ciò che siamo stati e che non siamo più, ciò che abbiamo perso, ciò che non stiamo più cercando ormai. La nostra prima innocenza, infranta nel peccato d’origine.

Il dolore, se opportunamente vissuto, è anche una strada: di crescita umana (emotiva, sentimentale, speculativa e così via), e spirituale: il dolore accettato ed offerto è croce che si integra nella Croce del Figlio amato. C’è una forte correlazione tra la sofferenza e la vita eterna in questo senso, e la prima esprime così tutta la sua potenza catartica.

Penso che il dolore serva a questo, anche se mi rendo conto che questa è una risposta assolutamente limitata.

 

In Memorie dal sottosuolo, sempre Dostoevskij sostiene che anche la persona più colta ed erudita possa essere abietta. Dunque la cultura, la conoscenza non bastano alla salvezza? E non è vero che chi compie il male lo fa perché non conosce il bene..

Purtroppo no, non bastano. Questa linea fu seguita con un impianto esoterico dallo gnosticismo: la conoscenza che salva, riservata a pochi. Il racconto genesiaco è qui letto al contrario: al Dio “cattivo” dell’Antico Testamento si contrapporrebbe il serpente, nel quale tutti i Padri della Chiesa riconoscono il Tentatore, il quale libererebbe l’uomo inducendolo a mangiare il frutto della conoscenza bene e del male; il frutto è dunque l’accesso ad una conoscenza celata.

Tralasciando l’aspetto esoterico-gnostico, similmente non è sufficiente avere una vasta conoscenza delle cose del mondo né per la salvezza, né per essere persone dedite alla giustizia ed alla verità, Dostoevskij ha ragione; ma nemmeno è bastevole la scienza delle cose di Dio in tal senso. Certo è che la conoscenza, qualsiasi direzione prenda, rappresenta la costruzione di un percorso privilegiato per l’affrancamento dalle spire venefiche di questo secolo; ma se essa è distaccata dalla consapevolezza di essere creature mortali e limitate e del fatto che vita terrena e vita eterna sono doni così come dono è la stessa conoscenza cui possiamo attingere e che possiamo fare nostra, allora difficilmente servirà a qualcosa di buono e di fruttuoso.

Che il male lo compia chi non conosce il bene può essere vero in parte: forse chi agisce malvagiamente non ha totale contezza di cosa sia il bene, forse la sua consapevolezza è offuscata in un determinato momento di debolezza. Non è detto però che non l’abbia mai conosciuto, mi viene da dire; sia ripensando alla mia personale esperienza, sia avendo in mente alcune storie di vita specifiche.

Forse, si potrebbe dire anche che chi compie il male difficilmente ha una piena coscienza di cosa sia il male stesso, quali le sue conseguenze ed il suo impatto sulla realtà globale della nostra persona.

Eppure, ho come il timore che ci sia chi sa riconoscere i due sentieri ed intraprende quello più buio con tutta la portata della propria volontà.

Ad ogni modo, su una cosa non ci sono dubbi: la carne è sempre debole, qualsiasi sia il peccato al quale si lascia andare. Viviamo avviluppati in un rovo di concupiscenza dal quale dobbiamo emanciparci, e questo non può che essere fatto con l’aiuto dello Spirito Santo. La conoscenza, che è compresa in uno dei Suoi 7 doni, è una conseguenza della potenza divina che può soffiare sull’uomo, se questi apre la porta del proprio cuore. Essa aiuta ad amare ancor più profondamente ciò che viene conosciuto e riconosciuto come buono, ed a respingere e detestare ciò che viene individuato come malvagio. Questa è la conoscenza che salva: la Sapienza di Dio.

“A ciascuno Dio ha concesso una certa misura di fede, cioè una convinzione di cose invisibili”, diceva il teologo e matematico Pavel Florenskij. Come si pone di fronte a tale affermazione?

Florenskij conosceva le Scritture e le scrutava seriamente. Mi chiedo se, nel dire ciò, avesse in mente anche la parabola dei talenti del vangelo di Matteo (Mt 25, 14-30), parallela a quella delle mine del vangelo di Luca (Lc 19, 11-27). Il Signore non dà lo stesso numero di talenti/mine a ciascuno dei servi, ma ne dà più ad uno e meno agli altri. Io penso che Dio abbia fin dall’eternità un piano perfetto per ciascuno di noi, benché uno possa essere meno eclatante di un altro.

Sebbene una simile idea possa sembrare ingiusta agli occhi dell’uomo (oggi forse qualcuno direbbe anche “discriminatoria”), non bisogna dimenticarsi che a sondare ogni cosa nella sua profondità più remota è solo Dio, e solo Lui capisce quale sia l’importanza, la centralità, la risonanza di ogni azione e di ogni storia. Pertanto, non dovrebbe stupire nessuno se a qualcuno è chiesto di credere fino a dove Dio ha voluto, più o meno che sia rispetto al suo prossimo. Solo il Signore conosce l’equilibrio perfetto di ogni cosa.

Inoltre, è interessante riflettere sulla fede come “convinzione di cose invisibili”. È oggi mentalità diffusa quella che fa corrispondere il non-visto al non-esistente, l’immateriale al non-essere. Questa prospettiva sta impoverendo e facendo appassire l’intelligenza umana del reale, troncando l’esperienza nella sua prospettiva più abissale: quella significata dal simbolo. La vita svuotata di questo oceano di senso finisce per risultare insensata e, di conseguenza, manipolabile.

Dio tutto ha disposto nella Sua sapienza. Bisogna imparare quindi ad accettarla, ad accettare la misura che ha voluto donarci: essa è la sola giusta per noi. Fuori di questo, c’è solo infelicità e disumanizzazione.

 

La scienza è la nuova religione nell’Occidente secolarizzato?

Più che la nuova religione di questo Occidente moribondo, direi che la scienza odiernamente intesa è uno dei suoi volti. Detta nuova fede si può forse definire come la religione dell’uomo: l’uomo che si autodivinizza, che si erge a “dio” con le sole proprie forze.

La storia di salvezza del Cristianesimo è la storia di come Dio Si è fatto carne per redimerci e permetterci di partecipare alla vita divina, in seno alla Santissima Trinità. Che l’uomo odierno cerchi di divinizzarsi da sé, più o meno consapevolmente, è la risposta satanica ed ingrata che egli restituisce al suo Creatore e Salvatore.

La scienza, oggi spacciata come unico sapere certo e definitivo (ciò che non è), diventa una delle bandiere sotto le quali sbraitare slogan preconfezionati e giustificare ideologie in modo assolutamente arbitrario. La cosa divertente è che lo scientismo ed il positivismo sono filosofie morte alla loro nascita; purtroppo, però, vengono ancora proposte popolarmente ed hanno grande presa. Questa non è una scienza al servizio dell’essere umano e della comunità. Piuttosto, essa è una scienza “antropoclasta”, un altare eretto alla religione umana sul quale sacrificare l’uomo all’ideale autodivinizzato dell’uomo, cosa che si configura concretamente nei modi più disparati.

Essa diventa dunque funzionale a questo nuovo credo, facendosi carico di fondare con un linguaggio rigoroso i suoi articoli di fede, i suoi dogmi. Forse parlo a sproposito, ma mi chiedo se non si possa equiparare al linguaggio metafisico usato dalla Chiesa fino a metà ‘900 per esporre la propria dottrina, almeno per quanto concerne questa sua funzione peculiare.

 

Non pensa che concepire la sofferenza come prova di fede, rappresenti una visione troppo limitata se non addirittura ingenua della presenza del male nel mondo? D’altronde nemmeno nel Libro di Giobbe non si dà una spiegazione alla questione..

Dipende dall’idea che abbiamo della prova di fede, mi verrebbe da dire. Se la si intende come un “test” fine a se stesso somministrato dalla Divinità per valutare le proprie creature, assolutamente sì. Se, invece, per prova di fede intendiamo prova d’amore, non la trovo una prospettiva limitata, seppur da comprendere ed integrare. Il dolore è conseguenza della nostra complicità col demonio, della nostra insubordinazione a Dio. La nostra vita non era pensata per essere sofferenza e tribolazione. Dal momento, però, che la nostra situazione è diventata questa, allora vedere nella sofferenza una prova di fede significa trovarle un indirizzo ed un significato profondo.

Il libro di Giobbe non ci scioglie la domanda sull’origine del male in maniera diretta, ma di certo ne sottintende la risposta (che è disseminata lungo tutta la Bibbia e, successivamente, nelle espressioni del Magistero della Chiesa attraverso la storia): la presenza di una misura di non-amore. Ecco la scintilla del grande sconvolgimento metastorico della ribellione luciferina contro Dio: la presenza del male nel mondo è comprensibile solo nell’ottica in cui all’amore sconfinato di Dio non si corrisponde con un amore caricato di tutta la forza ed estensione di cui si è capaci.

Ciò che ci insegna il libro di Giobbe è che, come detto poc’anzi, l’abisso di questa vita è scrutabile nella sua totalità solo da Dio. Pertanto, il dolore non va né ricercato, né respinto: quando arriva, va vissuto affidandolo ed affidandosi al Signore, offrendo tutto a Lui. Ciò non significa evitare le domande e le ambasce, e nemmeno significa arrendersi e crogiolare nel dolore che arriva; ma vuol dire accoglierlo da un’altra prospettiva. È così che Giobbe venne ristabilito nella sua fortuna, la quale viene addirittura raddoppiata rispetto al passato.

 

Qual è secondo lei il più grande problema che attanaglia la Chiesa? E quale dovrebbe affrontare in modo più deciso?

Mi sembra che, in assoluto, il maggior problema a soffocare la Chiesa oggi sia la gigantesca crisi di fede che sta vivendo. Non si tratta di una decadenza spirituale circoscritta a pochi preti; purtroppo oggi, in maniera più o meno velata, si vedono molti pastori e figure di riferimento ecclesiale esprimersi in modo imprudente ed impreciso, quando non mondano o addirittura eretico. Non è solo questione di impreparazione teologica ed umana; sembra che molti vogliano contraddire a priori la Tradizione della Chiesa e correre incontro al mondo a braccia aperte: si cercano costantemente punti di contatto e di vicinanza, di stima e di amicizia, ricerca che viene puntualmente disattesa. Non potrebbe essere altrimenti: lo spirito di questo mondo è tenebroso, rifugge la luce. Ce lo dice il Prologo di Giovanni: il mondo non lo ha riconosciuto, i suoi non l’hanno accolto. Il Signore che viene per distruggere le catene del nostro peccato e permetterci di accedere ad una comunione di vita con Lui trova resistenza, sempre l’ha trovata e così continua ad essere, oggi più che in altre epoche. Questa continua rincorsa dietro al mondo sta lacerando la fede del popolo credente, clero e laici. Si sentono dire cose inaudite. Quando la mentalità mondana entra nel Tempio di Dio, si rende necessaria una grande, tremenda purificazione.

A corollario, discende una serie di conseguenze devastanti dal punto di vista morale e sociale; quell’argine che la Chiesa ha rappresentato per secoli alle spinte demoniache nella società sembra cedere di proposito in alcuni punti. Il mondo guadagna metri, e con essi le anime che vi abitano. Questa è una tragedia immane.

Tutto questo relativismo nella fede crea terreno fertile per quella corruzione intraecclesiale di cui sopra, che oggi sembra serpeggiare con una potenza che si è vista raramente in altri momenti della storia.

Questa è la piaga che la Chiesa dovrebbe affrontare con maggior decisione. Così facendo, risanerebbe tanti sintomi che si manifestano a motivo di questa situazione.

Se parliamo di sintomi da contrastare, invece, sono convinto che il primo da eliminare con tutta la forza possibile, in quanto più disgustoso e disumano e distruttivo per il corpo e nocivo per l’anima, sia la questione degli abusi sessuali. Non è concepibile in nessun modo un fenomeno così assolutamente satanico; diventa ancor più inconcepibile se i colpevoli di una simile mostruosità sono sacerdoti o comunque esseri umani vicini agli ambienti di Chiesa, ovverosia quei luoghi in cui ogni persona dovrebbe trovare rifugio, conforto, riparo, comprensione, cura.

Un altro sintomo della crisi nella Chiesa, grave in maniera decisamente diversa rispetto a quello precedente, è la presentazione della vita come gioia, a tratti spensierata. Mi ha colpito molto la critica che Romano Amerio muove nella sua opera Iota Unum esattamente a questo riguardo (che fu per me, in adolescenza, motivo di allontanamento dalla Chiesa). Egli nota accortamente la descrizione che si fa della vita in orazioni antiche (si prenda l’esempio del Salve Regina: “valle di lacrime”), e come questa concezione sia tramutata ultimamente a causa di un atteggiamento che ha i tratti della superficialità e del distacco dalla realtà. La visione edulcorata del mondo tratteggiata da una certa omiletica e da un certo filone comunicativo cattolico (e mi pare di capire che la cosa non si limiti all’ambito cattolico) mi sembra sia stata veramente deleteria per la nostra società. Credo che sia molto più onesto e fedele allo stato delle cose in questa dimensione immanente dipingere l’esistenza così come risalta, tanto per menzionarlo nuovamente, nel libro di Giobbe, al capitolo 7: «Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?».

La vita è soprattutto affanno, guerra. Le potenze infernali ci muovono costantemente battaglia in molti modi diversi ed in innumerevoli circostanze differenti, e questo per guadagnarsi la nostra rovina ed il nostro distacco eterno da Dio. Dovremmo parlarne ogni giorno, per non scordarcelo mai. Invece si fa l’esatto contrario, ed è così che si diffonde l’idea che la vita debba essere costantemente piacevole e che le difficoltà siano da estirpare alla radice, e non piuttosto da vivere in Cristo per la nostra santificazione.

In questo contesto, nemmeno la morte viene più presa sul serio. Sembra quasi che l’Inferno quale estrema conseguenza del peccato e massima espressione tragica del libero arbitrio abbia cessato di esistere nella predicazione di tanti preti, a discapito della salute di molte anime.

Ad ogni modo, è ovvio che nessun cristiano può ignorare la promessa fatta dal Signore Gesù Cristo e che leggiamo alla fine del vangelo di Matteo: Egli sarà con noi fino alla fine del mondo. Per fede sappiamo che la Chiesa non può finire, per quanto sia estesa e buia la sua crisi.

 

Quali sono secondo lei le più grandi contraddizioni del nostro tempo che solo la fede può risolvere?

È una domanda molto bella e gigantesca, pertanto la risposta non potrà che essere parziale. Io credo che l’uomo, privato della fede, e ancor più mutilato nella sua dimensione spirituale (negata oggi dalla mentalità dominante), si ritrovi disorientato e nudo di fronte ai baratri della vita, ovvero quei momenti nei quali il quotidiano collassa su se stesso e ci si accorge più facilmente dello spessore della nostra esistenza. Corriamo sempre il rischio di ridurre il quotidiano a banalità: così non è. Intravedere e leggere in ogni cosa la presenza di Dio polverizzerebbe l’insensatezza nella quale la concezione occidentale della vita sta sprofondando a causa dell’assenza di Dio nella società. Questa forse è, a mio avviso, la più grande contraddizione: l’impegno profuso per costruire qualche cosa nella mancanza di un senso oggettivo e trascendente, con la prospettiva di un annullamento totale di ogni slancio ed azione nel vuoto annientatore della morte. Che senso avrebbe quindi prodigarsi nel rincorrere un successo sfrenato, costruire un’immagine di sé piena di mondanità, ricercare il divertimento perpetuo e fine a se stesso? Ma allo stesso modo, che senso avrebbe impegnarsi a costruire una famiglia, relazioni di senso, stabilità ed equilibrio? Che senso avrebbe la ricerca, sia essa scientifica o filosofica? A che pro lasciare un’impronta nella storia, quando questa non diventa che una scatola chiusa, una grande prigione che non lascia sperare in prospettive ulteriori?

Con l’estromissione di Dio dalla vita dell’uomo, quest’ultima diventa un giochino senza valore che tentiamo disperatamente di imbastire ed adornare, pretendendo di conferirle un senso che possa sussistere in qualche modo. E come potrebbe? Noi siamo mortali, limitati nello spazio e nel tempo, finiti, corruttibili. Ogni cosa che tentiamo di creare da noi stessi ha le medesime nostre fattezze, ed ogni senso che possiamo provare ad approntare, se slegato da Dio, non sarà che un angosciante tentativo di scaricarci del peso insostenibile di un’esistenza che ha così perso direzione e consistenza propria, divenuta soltanto cieco ripetersi di giornate fini a loro stesse, di gesti e pensieri fini a loro stessi, intrappolati in questo vortice di vuoto che proviamo invano a riempire. Questo è il nichilismo che oggi ci divora, e l’aspetto peggiore è che, in larga parte, esso sta diventando sempre più meccanismo inconsapevole. Non è più una scelta oppositiva attiva ai valori diffusi come poteva esserlo una volta, ma è assurto ormai ad atteggiamento dominante nell’Occidente contemporaneo. Nietzsche non sbagliò nel suo ammonimento: ciò che andava dicendo non era che la “profezia” sui due secoli che sarebbero seguiti.

Perciò l’ateismo propositivo che oggi viviamo e vediamo diffuso in ogni dove è pura follia ed incoerenza. È fondamentale che il cristiano segnali le anomalie del presente, che renda onore al suo compito profetico nella società.

 

Lei insegna religione, quali sono le domande che le fanno più spesso e qualcuna l’ha messa in difficoltà?

L’interrogativo che mi è stato posto in ogni classe, trasversalmente a ciascuno dei cinque anni delle superiori nei tre istituti in cui insegno, è stato: «Perché insegna religione? Perché crede?». L’idea che un ventisettenne possa interessarsi a tal punto del fatto religioso da studiarlo e farne un lavoro incuriosisce molto i ragazzi, abituati come sono perlopiù all’assenza completa dell’aspetto spirituale nell’ambiente in cui vivono.

Le domande che tornano più frequentemente si possono ascrivere a due categorie diverse: quelle etiche e quelle metafisiche. Per ciò che concerne quelle etiche, i temi che tornano di più sono naturalmente quelli che impegnano odiernamente le discussioni politiche e bioetiche maggiormente diffuse: aborto, eutanasia, diritti civili.

Quelle di stampo metafisico riguardano invece l’onnipotenza e l’onniscienza di Dio: come fa un Dio onnisciente e che può tutto a non frantumare la libertà umana? Una questione molto dibattuta anche a livello filosofico, nell’ambito della teologia razionale.

Personalmente, la domanda che mi mette sempre in difficoltà, emotivamente parlando, è quella sulla sofferenza innocente. Perché Dio permette che l’innocente patisca a volte anche in maniera intensa? In particolare i bambini. È un interrogativo straziante, che colpisce sempre con potenza; di fronte al dolore dell’indifeso, che stravolge l’animo umano, spesso mi ritrovo a balbettare e a far fatica, perché metterci bocca significa toccare corde delicatissime. Il timore non sta tanto nella possibile reazione dell’interlocutore, quanto nell’idea di poter mancare di rispetto, di essere indiscreti o di essere non volutamente irrispettosi verso qualcosa di così abissale.

 

Non esiste nessuna religione come il Cristianesimo che stimi il corpo, eppure alcuni affermano ancora oggi che il cristianesimo, fondato sull’incarnazione, disprezza la carne. Tale convinzione può essere dovuta all’influenza esercitata da Sant’Agostino, che recuperò Platone, piuttosto che da San Tommaso d’Aquino?

Indubbiamente, se una radice ha da ricercarsi in questa storpiatura, essa si troverà nell’impianto platonico assunto da sant’Agostino e nella corrente da lui scaturita. Non che sant’Agostino condividesse acriticamente le conclusioni antropologiche sul corpo proprie di platonismo e neoplatonismo; semplicemente, questo Dottore della Chiesa ne utilizzava il linguaggio e gli strumenti filosofici, cercando di adattarli al dato cristiano. Una lettura attenta delle opere di sant’Agostino è più che sufficiente a sciogliere ogni fraintendimento.

San Tommaso d’Aquino, avendo saputo raccogliere il meglio delle filosofie aristotelica e platonica per metterlo a servizio del dato di fede cristiano, non avrebbe mai potuto disprezzare il corpo, come invece è potuto avvenire quando l’influsso platonico ha potuto prendere il sopravvento sulla riflessione teologica lungo la storia.

Forse sbaglio io, forse sono io a non avere una visione globale della questione per com’è affrontata da questo o quell’autore in particolare, ma non credo che tale convinzione sia da ascriversi a sant’Agostino o a qualche altro Dottore della Chiesa; credo che essa discenda piuttosto da una lettura superficiale ed una comprensione parziale dei loro scritti, e nello specifico di quelli agostiniani.

I problemi nascono quando i teologi amano più la loro creazione speculativa (ed i suoi specifici strumenti filosofici) piuttosto che l’integrità del dato di fede scaturito dalla Rivelazione. In questo senso, potremmo dire che la tendenza al disprezzo del corpo nasce in una ricerca teologica degradata, che si è lasciata sopraffare dalle categorie filosofiche che andava utilizzando di volta in volta per approcciarsi in maniera rigorosa e razionale ai suddetti dati di fede.

È verissimo: il Cristianesimo stima il corpo, e ciò è dimostrato non solo dal fatto che il Signore Dio nel libro della Genesi afferma che l’essere umano è creazione “molto buona”, ma anche e soprattutto a motivo dell’Incarnazione (come segnalato già nella domanda) e della Risurrezione, che comprende anche il corpo, pur trasfigurato. La prospettiva di un Dio che assume la corporeità umana spazza via qualsiasi idea di disprezzo del corpo in sé. Il cristiano, piuttosto, del corpo disprezza le conseguenze della ferita del peccato originale: la concupiscenza, gli appetiti bassi, le tensioni disordinate.

Tertulliano scriveva che la carne è il cardine della salvezza. Qualsiasi tentazione tesa a svalutare il corpo in sé non può e non deve trovare spazio in qualsiasi teologia che voglia essere pienamente cristiana.

Maria Pia Selvaggio direttrice editoriale di ‘2000diciassette’: ‘L’editoria avrebbe bisogno di una stabilizzazione, di regole nuove e di incentivi’

Maria Pia Selvaggio è direttrice editoriale della casa editrice 2000diciasette. Editrice ma anche scrittrice, la sannita Maria Pia Selvaggio nasce a Telese Terme (BN).

La sua prima opera risale 2006, Il Sapore del Silenzio. A seguire la raccolta di racconti Borgofarsa (2007); L’Arcistrea (2008) dedicato alla janara beneventana Bellezza Orsini; Lei si chiama Anna (2010), romanzo ispirato alla tragedia di Via Puccini (Roma), che ha visto protagonisti Anna Fallarino ed il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino; nel 2011 partecipa a varie antologie con i racconti Larissa e Le Sette Ore ispirato ad una vicenda vera.

Nel 2012 edita il romanzo Ai Templari il Settimo Libro che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo Le Padrone di Casa.

Nel 2014 Maria Pia Selvaggio entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere Hamida rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica Kariclea messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles. Nel 2017 decide di dare in stampa con la casa editrice Edizioni 2000diciassette, Le Padrone di Casa.

2000diciassette è una preziosa realtà editoriale, testimonianza dell’impegno e del lavoro portato avanti a livello nazionale ed internazionale da editori coraggiosi e innovativi che vogliono valorizzare il territorio in cui vivono, insieme ai loro talenti.

 

Quando e come è nata 2000diciassette e su quali scrittori punta maggiormente? È stato complicato fondare una casa editrice nella provincia beneventana?

La casa editrice 2000diciassette nasce nel gennaio 2017 a Telese Terme (BN) e il nome sancisce l’anno di nascita e di rinascita personale della sua fondatrice. Ero stata pioniera della letteratura al femminile nel Sannio, la prima donna a pubblicare in Valle Telesina nel 2005. Ci volle molto coraggio e fui sottoposta a molte critiche, ma ricevetti anche molti incoraggiamenti. Lo stesso coraggio mi ha portato, anni dopo, a tentare di valorizzare il territorio, proponendo al mondo la lettura di autori sanniti. La finalità della casa editrice è quella di un ripristino della letteratura Sannita, che ha visto autori eccelsi quali Telesio, di cui si sono perse le tracce letterarie, ma che fonti quali Burger e Beloch citano nei loro studi, attraverso autori emergenti, per poterla proiettare nel mondo e nello stesso tempo favorire la lettura e la distribuzione di autori nazionali ed internazionali. Il nostro motto è: Dal Sannio, nel Sannio. I fondatori: Marcella De Mercurio, Pier Luigi Perrottelli, Jessica Vitelli, Luigi Morone e Christian D’Occhio, insieme allo staff di correttori e giornalisti, cercano di rendere sempre efficaci e propositive le proposte editoriali. Tutti gli autori presenti nelle collane editoriali hanno propri spazi e peculiarità particolari, che rendono i loro lavori letterari unici nel panorama culturale.

Quanto è importante per il territorio e per gli scrittori poter avere come riferimento la vostra casa editrice 2000diciassette?

Mi sorge spontanea l’affermazione trita e ritrita: “nessuno è profeta in patria”, ma devo affermare con sincerità che: si, non è stato facile e non lo è tuttora, dopo cinque anni dalla nascita della casa editrice farsi spazio in realtà dove a contestualizzare la cultura sono “circoli mecenatici” chiusi alle novità letterarie e culturali, soprattutto se considerate provenienti dal “basso”. Noi 2000diciassette diamo “inchiostro” e possibilità a chi non avrebbe mai il coraggio di esprimersi se non supportati, diamo voce ai fragili, a coloro che si sentono esclusi, ma che hanno tanta ricchezza e cultura da trasmettere. Stiamo dando vita a sogni che solo attraverso la scrittura, tante volte, possono essere realizzati. Siamo lontani da tecniche di “ego-cultura”, di cultura fatta di provincialismo e corse alle presentazioni più appariscenti, lontani da superficialità e bigottismo. Amiamo la scrittura genuina, la competenza profonda senza presunzione e l’apertura verso ampi spazi culturali. Abbiamo autori nazionali e internazionali e da poco abbiamo sancito una rete letteraria con poeti e scrittori francesi

Qual è la risposta del pubblico e del territorio alle iniziative della vostra casa editrice?

Si fa sempre molta fatica a scardinare quelli che sono luoghi comuni legati ad una visione provinciale delle manifestazioni letterarie e culturali, legate, mi ripeto, ad un certo mecenatismo borghese, ma due sono i punti di forza che su cui poggiamo le nostre innovazioni editoriali: inclusione e sinergia. Non senza un po’ di orgoglio, possiamo affermare che in parte siamo riusciti a sollecitare un pubblico sempre più ampio di lettori, uditori e scrittori del territorio, proponendo canovacci di presentazioni sempre più ampi ed inclusivi, dove a partecipare, sempre più spesso, sono anche persone che avevano un’idea “soporifera” degli eventi legati alle letture ed ai libri, o peggio, ne avevano un’idea esclusivamente “celebrativa”. Agli autori che editano con 2000diciassette noi forniamo le ali, accompagnammo il “volo” e spesso alcuni di loro riescono a trovare il coraggio per proporsi anche a casa editrici che credono superiori, complice l’idea che uscire fuori e percorrere altri tratturi editoriali sia meglio: questo per noi è fonte di immensa soddisfazione.

Come scegliete gli autori da pubblicare e secondo quali parametri?

Gli autori propongono le loro opere e un team di esperti, presieduto dal curatore di ogni collana, decide la pubblicazione, a seguire l’opera viene sottoposta al Direttore Editoriale. Abbiamo collane editoriali che vanno dalla narrativa, romanzi e racconti brevi, alla saggistica; dalla poesia al poema moderno, sono presenti in catalogo anche delle opere teatrali. Capita che qualche titolo nasca da eventi o progetti in corso, abbiamo delle antologie che toccano svariati temi: dall’importanza del cioccolato “Je suis Chocolat”, autori vari, all’autunno con “d’Autunno”; per alleviare il senso di solitudine provocato dalla pandemia, in pieno regime pandemico abbiamo editato “A porte chiuse”, ove autori di tutta Italia si sono confrontati in un abbraccio comune, fatal catena d’affetto e d’intenti.

Cosa pensa dell’editoria italiana?

Il problema della lettura in Italia si intreccia con caratteristiche culturali e socio-demografiche; la popolazione diminuisce e diminuiscono i lettori, bisogna diffondere la consapevolezza che chi legge fa più strada. L’editoria avrebbe bisogno di una stabilizzazione, di regole nuove, di incentivi che troppe volte vengono meno. I nuovi editori sono davvero degli eroi, in un mercato che diventa sempre più competitivo e saturo. In buona sostanza, chi ha più micce economiche sopravvive e i piccoli e medi editori si “arrangiano” per rimanere a galla. Troppo spesso, gli scrittori pubblicati da medie o piccole case editrici sono infinitamente più bravi di scrittori a cui è destinata fama nazionale, ma la Storia insegna che è un fenomeno avvenuto e ripetuto nel corso dei secoli, basti pensare agli autori cardine della letteratura italiana, per accorgersi che sono morti in povertà e qualcuno senza la fama che ha meritato a-posteriori. Credo sia importante aiutare le biblioteche, che possono essere quei punti diffusi di mediazione della lettura sul territorio per tutti i cittadini.

Quale tra le vostre collane riscuote maggior successo? Tra di esse se ne annovera una denominata Fragili? Perché questa scelta?

Il memoire. La collana dedicata al memoire rappresenta il 60% delle bozze letterarie che riceviamo, seguita dalla collana di poesie, romanzi e racconti. Una collana esclusivamente dedicata alle “fragilità”, nata circa tre anni fa, è divenuta forza motrice per coloro che spesso hanno timore a palesare le loro storie, a raccontarsi, a denunciare. Bullismo, sordità, accoglienza degli stranieri, handicap fisici, depressione, tutti problemi legati al sociale e rappresentati in prima persona da chi vive giornalmente i vari disagi. Per la prima volta in Italia una collana editoriale esclusivamente dedicata a tematiche sommerse, ma che hanno bisogno di essere raccontate. In questo ambito ci siamo mossi attraverso una rassegna “ConTesti”, che ha raccolto consensi da tutta Italia. Borghi della lettura ha accolto questo progetto con entusiasmo, adottando simbolicamente tre nostri autori. Un’altra collana “Ruah” riguardante la Storia delle Religioni, curata dal Teologo Christian D’Occhio, sta riscuotendo molti consensi. Personalmente, ogni nuovo autore mi emoziona, consapevole che accanto a me e tra fogli sparsi, pulsa un’anima.

Ci può dare qualche anticipazione sulla prossima pubblicazione in uscita e suoi progetti futuri?

Nei nostri progetti futuri l’idea di una rete con il mondo editoriale europeo, per uno scambio costruttivo e ampio. Per l’anno prossimo già tantissime le proposte ricevute che riguardano i vari generi e le varie collane. Molti i giovani che si avvicinano al mondo della scrittura e questo ci riempie di orgoglio: essere forieri di nuovi talenti è il sogno di tutti gli editori. Molti i titoli che saranno presentati, e tra i nomi che proporremo anche scrittori stranieri. La prossima uscita in ordine di tempi? Non potendo preannunciare tutte le uscite, che saranno abbondantemente pubblicizzate di volta in volta, annuncio la mia. Da tre anni ero al lavoro su un carteggio dal fronte fra Carlo Emilio Gadda e la zia Isabella Rappi Lehr, per concessione dell’archivio contemporaneo Vieusseux, dell’erede di Carlo E. Gadda: Arnaldo Liberati e con l’approvazione dell’Università La Sapienza di Roma, che ho terminato in questi giorni e che vedrà la luce nel mese di gennaio. Un lavoro difficile su una delle personalità più complesse della letteratura italiana.

 

Per consultare il catalogo della casa editrice 2000diciassette:https://www.edizioni2000diciassette.com/catalogo/

 

Guia Zapponi: “Il teatro è un luogo di catarsi e per cercare di capire che cos’è la vita”

Guia Zapponi classe 1977, è una attrice, produttrice e regista milanese. Dopo gli studi teatrali fra la City Lit di Londra e la Scuola del Teatro Stabile di Genova, la vita di Guia si divide fra teatro, cinema e televisione sia sulla scena che dietro le quinte. Artista poliedrica e dal corpus artistico molto nutrito.

Dal 1995 interpreta ruoli principali in teatro tra cui Il postino di Neruda (regia di Memè Perlini), Giulietta e Romeo (regia di Nicolaj Karpov), Olga (regia di Maura Cosenza), La bisbetica domata (regia di Marco Cesobono), Il Rompiballe (regia di Andrea Brambilla), Posta prioritaria (regia di Sara Bertelà),  Tre voli (regia di S. Bertelà), Bash (regia di Marcello Cotugno), Don Chisciotte (regia di Maurizio Scaparro), Theatre Ouvert (progetto teatrale presso il Teatro Stabile di Torino, di Elisabetta Pozzi).

Guia Zapponi nel DON CHISCIOTTE

Dal 2005 al 2012 lavora in televisione per Rai e Mediaset. In Gente di mare è Laura, sempre lo stesso anno in Codice Rosso interpreta Stefania (regia di Riccardo Mosca) e nel 2008 è Lina ne La Squadra (regia di G. Leacche) e nel  2012  partecipa al film tv Il Matrimonio (regia di Pupi Avati). Successivamente interpreta la sorella di Elena Sofia Ricci nel film tv Le due leggi (regia di Luciano Manuzzi 2013) e successivamente partecipa come protagonista nella serie di successo Don Matteo 10 (regia di Jan Michelini 2015).

Guia e Terence Hill in Don Matteo

 

Per quanto riguarda cinema, l’attrice esordisce nel 2004 con il film Non aver paura (regia di Angelo Longoni) successivamente Una talpa al bioparco (regia di Fulvio Ottaviano). Tra i tanti cortometraggi partecipa come Maria Maddalena in Jesus-il Miracolo italiano (regia di Franco Di Pietro). Il suo curriculum è impreziosito da svariati sodalizi artistici: Guia inizia la collaborazione con un maestro del cinema come Pupi Avati partecipando ai film Il figlio più piccolo, Una sconfinata giovinezza, Un ragazzo d’oro e Un Viaggio lungo cent’anni. Lavora con Carlo Verdone nel film Sotto una Buona Stella.

 

 

 

 

 

Guia Zapponi- Sotto una buona stella

Con il regista genovese Ildo Brizi  gira due cortometraggi e un lungometraggio come protagonista assoluta Danza Macabra 2014 che vince quest’anno come miglior film di genere al Terra di Siena International Film Festival. Ha lavorato ad una commedia al femminile in uscita al fianco di Paola Minaccioni, Violante Placido e Claudia Pandolfi dal titolo Alice non lo sa

La sua carriera conta anche alcune esperienze all’estero: Guia è stata protagonista nei  film Sharkskin (regia di Dan Perri 2013)  Nothing like the sun (regia di Nguyen Nguyen) Nine-eleven ( regia di Martin Guigui) Los Angeles 2016 e Zeroville (regia di James Franco 2014).

in Sharkskin

Come regista debutta nel 2007 nel suo primo documentario girato in Mauritania, sostenuto dal Ministero dei Beni Culturali, sui cambiamenti climatici proiettato all’interno della settimana sostenibile dell’UNESCO a Roma.

Guia continua la sua esperienza di regista in teatro firmando la regia teatrale di Cena con Burlesque con ben 200 repliche e produce The Great Carouesel.

Guia Zapponi –The Great Carouesel

Si è cimentata nel cinema con la regia del  suo primo cortometraggio dal titolo Paludi e il suo secondo corto dal titolo Una scatola piena di Luce con Giulia Lazzarini, Sara Bertelà e Ginevra Ghisleni, acquistato da Rai Cinema ha vinto una menzione speciale al Terra di Siena International Film Festival.

Come regista firma tre documentari: Journey To Mauritania, Oman Expedition acquistato da De Agostini e il suo ultimo film Soul Travel prodotto da RS Productions branchia di Rolling Stone Italia è uscito al cinema in tutta italia ad agosto 2021. Proprio con quest’ultimo Guia Zapponi è stata premiata al 25° International Terra di Siena Film Festival nella categoria “Migliore Regia Documentario”.

Nella sua carriera Guia ha prestato il suo volto anche per noti spot pubblicitari e nel corso della sua carriera si preoccupa di curare anche degli aspetti organizzativi e della produzione teatrale e cinetelevisiva. Dal 2008 al 2016 per La Biennale di Venezia si occupata dell’organizzazione del Festival di Venezia nel settore Delegazioni Film.

Guia Zapponi è un’attrice di talento, quel tipo di interprete che lavora non in virtù della popolarità e del successo, ma per amore dell’arte. Un’attrice pensante e generosa, preziosa per il nostro spettacolo.

 

1 Chi sono i maestri del cinema italiano? Quali caratteristiche devono avere secondo lei?

Quando mi viene chiesto chi sono i maestri del cinema italiano mi vengono in mente i grandi del passato De Sica, Fellini, Antonioni, Rossellini e Monicelli. Sono maestri del cinema indiscusso, conosciuti in tutto il mondo. È ovvio che poi ci sono delle persone, comunque, molto in gamba anche oggi e che si potrebbero chiamare maestri. Abbiamo avuto un grande cinema soprattutto in quegli anni. Quello è storia. Ascoltavo proprio l’intervista di un’altra attrice, Monica Vitti appunto, e diceva che in quei tempi spesso i registi non prendevano attori usciti dalle accademie, ma prendevano gente della strada. L’attore era visto come un personaggio non comodo su un set. Per cui non solo erano dei maestri ma, in più avevano una grande creatività. Le caratteristiche che dovrebbero avere secondo me i registi sono sicuramente la creatività, la scrittura- perché il cinema parte dalla scrittura- e una visione, cioè un immaginario. E questi maestri le avevano.  Anzi credo che oggi chiunque faccia cinema deve avere secondo me queste tre caratteristiche.

2 A proposito di maestri, ha lavorato con Pupi Avati, lo trova un cineasta più ruvido o sentimentale? Cosa ha imparato stando a contatto con lui?

Ci sono registi di grande calibro e Pupi Avati è uno di questi. La sua filmografia è abbastanza corposa. Il suo ultimo film, quello su Dante, secondo me è molto interessante. Con lui ho fatto “Una sconfinata giovinezza” un film su una malattia che però non ha avuto a mio avviso il giusto spazio. Lui fa dei film, molto belli, molto difficili ma che magari posso non avere una grande risonanza. Ruvido o sentimentale? Io direi una via di mezzo. La cosa che ho imparato da lui sicuramente il rapporto che ha con gli attori. È molto bravo ad istaurare il rapporto registra-attore. Ha usato persone che non erano attori e li ha trasformati in attori, ad esempio, Katia Ricciarelli. Tanti altri che magari avevano altre professioni. O attori che venivano da tutt’altro cinema, magari, comico, commedia e lui li ha usati nel drammatico. È stato molto bravo da questo punto di vista: sa come parlare agli attori e li conosce. Un aspetto che si dovrebbe tenere conto quando si fa cinema. Perché non è importante solo quale macchina da presa usi o quale luce o qual è il direttore della fotografia o come fai l’inquadratura, ma se  non riesci ad avere una relazione, un rapporto con gli attori, in un certo modo, non riesci a tirar fuori da loro le emozioni, e se non riesci non puoi emozionare il pubblico. È un po’ una catena. Essendo attrice, avendo fatto tanti set, non è solo l’empatia, ma è sapere qual è lo strumento dell’attore, il proprio corpo la propria psicologia. Sapere come parlargli, cosa chiedergli, come chiederglielo. Se sai come parlare e quali emozioni vuoi tirar fuori dall’attore questo cambia il film. Questo l’ho imparato da lui proprio guardandolo e osservandolo. Se avessi fatto più film con lui avrei imparato come usare  al meglio il linguaggio cinematografico. È una persona di grande talento.

3 Cos’è è per lei il palcoscenico Guia? Un territorio neutrale dove si inventa l’uomo, il luogo ideale per essere se stessi, un modo per sfuggire al destino?

Per me il palcoscenico è un luogo in cui esprimersi, in cui attraverso i personaggi si riescono ad esprimere alcune potenzialità ed emozioni. Il teatro è un luogo di catarsi, nel senso che si va a teatro per cercare di capire che cos’è la vita.

4 Il mondo visibile ed invisibile si toccano di più in teatro o al cinema? Ritiene che il teatro sia più veritiero del cinema, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto tecnico, la messa in scena, la recitazione, ecc?

Il teatro  è presenza. Il cinema è visione. Poi, ovviamente la cosa bella è che non tutto deve essere detto, cioè tu metti gli ingredienti e poi lasci anche spazio al pubblico. Veritiero no, perché veritiero è soltanto il documentario, perché ciò che si vede è vero, forse nemmeno quello perché comunque è montato e quindi si fanno delle scelte, non si vede tutto. In questa prospettiva nulla è veritiero, neanche il teatro e il cinema sono veritieri perché sono rielaborazioni della realtà. Se poi parliamo di autenticità allora può esserci in tutto.

5 Guia è stata la regista del documentario Soul Travel, incentrato sul tema del viaggio. Cos’è per lei il viaggio? Perché ha scelto proprio Il vulcano Kilimanjaro?

Guia Zapponi- Soul Travel

Per me il viaggio è come un percorso interiore, per cui io lo vivo così: si può andare alla ricerca di qualcosa, oppure, avere voglia di un cambiamento, quindi intraprendere un viaggio per cambiare alcune cose o per spostarsi comunque da una realtà e vederla sotto un’altra prospettiva. Il mio documentario inizia proprio con un testo filosofico, scritto da Massimo Cacciari nel quale si legge che ci possono essere tanti modi di viaggiare. Ci può essere l’avventura e ci può essere anche soltanto il percorso per andare a fare la spesa che è una sorta di viaggio. Il viaggio che ho inteso in questo film è l’avventura e il cambiamento, quindi il percorso interiore. Avevo scelto due posti: uno era il Tibet e l’altro era la Tanzania. Purtroppo per via del Covid- perché comunque fortunatamente abbiamo potuto lavorare durante il COVID, il Tibet diventava complicato, proprio logisticamente, anche perché le frontiere erano chiuse. La mia idea era di avere una montagna come simbolo da scalare con trekking e il Kilimanjaro che era la seconda possibilità, è stata quella che abbiamo scelto. Se dovessi tornare indietro direi che è stata la scelta più adatta, soprattutto per quello che è successo durante il film, che ha potuto confermare il messaggio che io volevo mandare e cioè che non è importante la meta, ma appunto il percorso e le persone con cui lo tu fai. Un po’ il parallelismo della vita: cioè non è importante arrivare a chissà quali successi. Ognuno ha le sue mete, i suoi sogni… a volte per arrivare a quelle mete si perde una serie di cose e di bellezze che ti dà la vita tutti i giorni. Magari ecco le piccole cose o magari delle cose che puoi fare nel frattempo e che ti regalano comunque delle belle emozioni o belle sorprese. Ho riscoperto che stare insieme agli altri è bello e piacevole, umanamente ti fa sentire bene e utile. Ecco, il Covid ci ha permesso di capire questo messaggio importante.  La meta non è fondamentale, ma tutto il resto dentro questa vita sì: gli amori, le delusioni, le cose, i figli eccetera. Il viaggio sul Kilimanjaro è stata la stessa cosa. Tutti volevamo arrivare alla nostra cima-non era complicato arrivarci, perché ci arrivano tutti con una preparazione minima- ma c’è stato un incendio: il fumo ci ha bloccato, l’ultimo giorno, proprio ad un giorno dalla cima. Questo ha confermato il mio messaggio iniziale abbiamo potuto ammirare tante bellezze, tante cose che ci hanno cambiato e hanno contribuito alla creazione di un bel gruppo.

6 Cosa pensa del cinema italiano?… E delle fiction? Ravvisa in chi fa teatro e cinema d’autore dei pregiudizi  verso queste ultime?

Mi ricordo quando facevo teatro e volevo fare fiction, non dovevo dire che facevo teatro. Ci sono sicuramente i compartimenti cinema, teatro e fiction. Per me un attore può fare tutto.  Sono linguaggi differenti,  oggi hai più possibilità di lavorare bene anche sulle fiction, ma quando io lavoravo su Gente di mare o Codice rosso era tutto molto veloce. Ciak, scena uno, buona, avanti. Se fai teatro fai un mese di prove, lavori molto sul tuo personaggio e non è mai buona la prima. Io come attrice passerei da un linguaggio all’altro senza problemi. Sono un po’ chiusi come mondi e non sono tanto interscambiabili. Con le serie televisive di oggi, forse c’è un po’ più di possibilità di questo interscambio. Ti dico la verità, sono veramente molto positiva sul cinema italiano. Per me è un bel momento. Vedo autori molto interessanti, vedo registi che riescono comunque a fare dei bei film per cui sono molto fiduciosa.

7 Qual è stato l’ultimo film che ha visto?

Io guardo tantissimo cinema, tantissima televisione, mi piace, amo il cinema. L’ultimo che ho visto è stato A Chiara. Poi la Famiglia Addams, ad Halloween, con mia figlia Ginevra che ha 11 anni. Poi ho visto anche Tenet di Christopher Nolan, poi ho visto La Caja Come dire di Lorenzo Virga, che aveva vinto il Leone d’oro. In tv ho visto Revolutionary road di Sam Mendes. Diciamo che guardo veramente tantissimi film e tantissima televisione perché è anche un modo di studiare gli altri. Adesso voglio andare a vedere sicuramente Freaks out- Un film di Gabriele Mainetti. Ed è stata la mano di dio di Paolo  Sorrentino.

8 Regista- Attore è un sodalizio fondamentale per il successo del film. Eppure tra le due figure chi conquista una popolarità immediata è l’attore che sta sullo schermo rispetto al regista che sta dietro. Da cosa dipende a suo avviso? In più è lapalissiano che ci siano più registi uomini che donne. Perché? Quanto è stato difficile affermarsi rispetto a suoi colleghi uomini e in che tipo di ostacoli e preconcetti si è imbattuta ?

L’attore ci mette la faccia e quindi ha una popolarità immediata, il regista ci mette il nome, ma poi dipende anche da paese a paese. Da noi in Italia non so quanta gente esca per vedere un regista o un attore. In America, ad esempio, c’è chi va vedere un film di Nolan anche se molti non sanno che faccia abbia, altri invece scelgono il film perché c’è ad esempio Tom Cruise, Clooney o di Caprio, che sono mondialmente conosciuti.  L’attore tendenzialmente si promuove, si fa vedere anche perché è scelto in base alla sua immagine, corpo e fisicità. Il regista invece deve vendere ai produttori un suo contenuto. Purtroppo, sì ci sono più registi uomini che donne, come in tante professioni. Ci sono anni da convertire perché non abbiamo proprio lavorato come donne, partendo dall’Ottocento e avanti con i secoli. Mentre gli uomini hanno sempre lavorato, si sono create delle posizioni.

Noi ce le stiamo creando adesso e la Rai come altri broadcaster dovrebbe tener presente questo aspetto e dare un pochino più di spazio a registe donne. Ad esempio, quando vado a parlare con i produttori sono tutti uomini, così come le reti sono tutti uomini. La mia idea, quindi, deve valere almeno il doppio rispetto quella dell’uomo, a mio avviso, devi essere molto brava. Se io da donna un giorno dovessi avere una produzione avviata e c’è una donna incita che lavora con me tendenzialmente troverei un modo o comunque spererei che lo stato ci supporti perché queste persone possano lavorare. Io ho lavorato fino quando ero all’ottavo mese e ti dico la verità la Mostra del cinema di Venezia me lo ha permesso e io ne sono stata felice. A me piace lavorare. Noi per di più facciamo lavori per periodo. Io ho scelto per 3 anni di non lavorare e stare con mia figlia. Ma quella è stata una mia scelta ma dopo per rientrare ho fatto e sto facendo tanta fatica. Per di più sono una mamma single, per cui faccio tre volte la fatica che fanno gli altri però ti assicuro mi alzo la mattina e dico anche questa volta ce la faccio a fare questo film. E poi ci sono persone con cui collaboro che sono felici di collaborare con me.

Sono stata a Confindustria per ritirare il magazine in cui ero presente una mia intervista, scritta da Stefano Rudilosso, un grande professionista con cui mi piacerebbe collaborare sul mio prossimo film ambientato nel territorio comasco. Ci sono molte persone con cui sto collaborando al mio prossimo film soprattutto voglio ringraziare Flavio Artusi, produer e assistente alla regia, Giovanni Stilo, per la parte di scrittura iniziale e Lucio Montecchio e Dario Sonetti, professori universitari collaborazioni scientifiche per la scrittura del prossimo film. Ci sono tanti uomini e poche donne che hanno ruoli importanti. Secondo me l’involuzione di marcia ci sarà ed è una questione cultura. Dovremmo affermare i nostri diritti con determinazione. Ci sono molte registe donne brave. Anche attrici che stanno facendo film come registe, la Gerini, la Golino che li fa già. Da questo punto di vista sono molto fiduciosa, perché se ci possono essere registi uomini ci possono essere anche registe donne. La cosa migliore è essere considerati essere umani qualsiasi sia il genere, la razza ecc. I preconcetti in cui mi sono imbattuta sono tanti. Una donna deve sempre stare attenta a tante cose, perché si deve promuovere, deve essere piacente, ma dall’altra parte c’è la tua vita, le tue cose, le relazioni con chi vuoi tu. Sono fili molto labili. Non mi interessa né della fama né dei soldi se poi io mi guardo allo specchio e sono felice con me stessa quello che ho fatto va bene. È faticoso come attrici, non è una cosa solo mia, l’abbiamo vista con il Me too e non è solo nel cinema ma ovunque dall’azienda, alla musica, in qualsiasi settore. Ognuno dentro ha i suoi valori e fa delle scelte. Quando hai la possibilità di scegliere è già una grande cosa.  Quando avevo 19 anni e sono andata a Roma avevo per fortuna al mio fianco avevo il mio ex compagno che credeva in me: mi disse che sarei diventata una brava attrice, di studiare e che il resto lo avrebbe fatto la vita Non entrare in certe spirali perché potresti pentirtene. Io l’ho seguito, per fortuna avevo lui. Una ragazza potrebbe anche perdersi. Invece a volte bisogna avere la forza di dire no.

Ho fatto lo stabile di Genova poi sono passata al cinema con una consapevolezza differente. Magari non sono diventata famosa a vent’anni ma non so neanche se certi escamotage possano portare alla fama, forse sì o forse no. Alla fine, ognuno fa i conti con se stesso e la cosa più importante è conoscere se stessi e fare ciò che è nella tua natura, ciò che ti dice la tua voce interiore in modo tale che tu vivi serena con te stessa. Io, Guia, non giudico e non mi interessa. Voglio essere una persona onesta, pulita e leale. Ho combattuto con le mie paure, con le mie fatiche. Ognuno fa un suo percorso, che è unico, ognuno ha il suo modo di crescere ed imparare le cose, di fare gli errori. L’80% della mia vita è il mio lavoro. Quella è una parte importante e quindi devi condividerla con una persona che magari ha fatto un percorso simile oppure lo comprende. Ma se due persone si supportano in qualsiasi caso, lavorativo o sentimentale, è una bella relazione. Tornando alla questione lavorativa, dico che ci sono molti produttori a credere nelle donne per cui si deve provare e se una strada non va bene chiuderla e intraprenderne un’altra.

9 A cosa sta lavorando e quali sono i suoi progetti futuri? 

Sto lavorando ad un film ed è una storia stupenda secondo me. È il mio primo lungometraggio ed è la mia prima esperienza come regista in questo senso. È una storia pazzesca che ho inventato e parla della relazione tra essere umano e piante. Anche su temi di attualità come ambiente e sostenibilità. Poi c’è una parte di invenzione perché non è scientificamente provato quello che andremmo a raccontare nel film. La storia parte da un continente straniero: la Costa Rica e poi giriamo il film tra Milano e Como. E’ un thriller, ci sarà all’inizio una bella scena in Costa Rica per proseguire poi Italia. Il Film mi piace molto, ci sto lavorando da un po’ e dovremmo a dicembre finire la prima stesura della sceneggiatura e iniziare la produzione l’anno prossimo.

 

 

 

 

Intervista all’attrice Barbara di Bartolo: ‘In un mondo ‘ideale, l’attore dovrebbe lasciare che sia il regista a lanciare la sfida’

L’attrice romana Barbara di Bartolo, viso dai lineamenti delicati, dal carattere deciso e determinato, e dal talento cristallino, accresciuto dallo studio e dalla dedizione, simboleggia quel pezzo di teatro, di cinema e di televisione italiana verso il quale è impossibile provare un pizzico di nostalgia e anche una “sana invidia”, dove la bravura e un volto, una voce, un corpo che dicono qualcosa, vengono premiate.

Barbara di Bartolo infatti oltre ad aver lavorato con personalità importanti del mondo dell’arte e dello spettacolo, ha lavorato come modella, prendendo parte a pubblicità e viaggiando molto, cosa che le ha permesso di affinare la conoscenza delle lingue, la quale all’epoca era appannaggio di pochissimi.

Ha esordito giovanissima nel 1992 nel in Nessuno di Calogero e in tv nel cast fisso della prima soap targata Mediaset Camilla, per la regia di C. Nistri, dopo essere apparsa in alcuni spot pubblicitari e nel videoclip di Claudio Baglioni Dagli il via di cui è protagonista.

È stata testimonial di importanti campagne pubblicitarie internazionali diretta negli anni da registi come Gabriele Salvatores e Jean-Jacques Annaud.

Barbara di Bartolo ha avuto ruoli rilevanti anche nella fiction, come la serie di successo La squadra, dove ha interpretato il ruolo di Miriam Russo, nelle fictions targate Mediaset Il bello delle donne, in cui è la figlia dell’indimenticabile Virna Lisi, e Don Luca accanto a Luca Laurenti.

In Un posto al sole X, nel 2006 è Chiara Reali, personaggio intenso che si presenta al pubblico in doppia veste.

Tuttavia ciò che colpisce di più della carriera di Barbara di Bartolo è il modo in cui l’attrice si è cimentata sia nel dramma che nella commedia, consapevolmente e tenacemente, senza pregiudizi, né sottovalutazioni, approcciando ai vari generi con sensibilità, scegliendo il proprio percorso artistico. Non a caso l’attrice è anche cantante: ha infatti debuttato nel musical nel 1998 come co-protagonista accanto a Massimo Ranieri.

foto di scena di Alfredo Capozzi ‘Un posto al Sole’

Nel 2001 vince una borsa di studio per corsi di perfezionamento per attori presso il Teatro Eliseo di Roma per il progetto del regista Marco Carniti de La Nuova Compagnia di Giovani dell’Eliseo a seguito del quale il regista le assegna il ruolo di Rosalina nella commedia cantata Pene d’amor perdute di Shakespeare.

Il nome dell’attrice è legato indubbiamente a quello di Giuseppe Patroni Griffi, regista sia teatrale che cinematografico, nonché scrittore, dotato di un grande senso dello spettacolo come dimostra, su tutte, l’innovativa e spiazzante opera Metti, una sera a cena.

Patroni Griffi, nell’adottare un linguaggio moderno e solido, è entrato di diritto tra i più importanti autori della drammaturgia italiana contemporanea, contribuendo ad eliminare la frattura esistente in Italia tra intellettuali e scena teatrale; è un privilegio e un piacere aver intervistato una testimone ed interprete di una stagione artistica che un po’ ci manca.

1 Ha lavorato con nomi importanti del nostro cinema, tra cui spicca il regista Giuseppe Patroni Griffi, come vorrebbe ricordarlo e perché è stato importante per il teatro e il cinema italiano?

Conobbi Peppino quando ero poco più che ventenne, mentre lui era un regista di fama  che aveva già lasciato i clamori del cinema per dedicarsi totalmente al teatro. Avevo tentato di entrare all’Accademia Silvio D’Amico dove recitai “Il mio cuore è nel Sud” di Giuseppe Patroni Griffi. Non mi presero, sebbene avessi all’attivo già un film, una fiction e alcuni spettacoli di Teatro.

Quando mi recai alle audizioni per ’Questa sera si recita a soggetto’ non volevo pensare al fatto che aveva diretto anche dei mostri sacri del Cinema internazionale. Ero li per recitare Pirandello e perché il regista cercava attori in grado di cantare. Quando Patroni Griffi mi prese, per me cominciò la vera strada del Teatro: le tourné in giro per l’Italia, e recitare con Alida Valli, Giustino Durano, Franca Valeri e molti altri.

Non ricordo di averlo mai sentito parlare di stesso in termini di cineasta, tuttavia Peppino era permeato di Cinema, persino nella sua scrittura drammaturgica; basti pensare che tra i suoi film più acclamati c’è ‘Metti, una sera a cena’, testo teatrale che aveva già riscosso successi con la regia di De Lullo. Trovo eccezionale anche il fatto che il film, nonostante le due ore di durata e i dialoghi sofisticati, regga ancora al passare del tempo. Quelle tematiche che resero il film  ‘un caso’ scandaloso erano scritte per la Compagnia dei Giovani dell’Eliseo, ma Patroni Griffi ne fece a tutti gli effetti una trasposizione cinematografica, dimostrando di esser padrone di quel mezzo. Bastano le prime note del tema musicale composto dal maestro Morricone per essere catapultati  immediatamente nelle sonorità del film. E poi le collaborazioni con La Capria, il suo contributo come sceneggiatore. Più in generale riusciva a trattare le tematiche a lui care, scandalose per quel periodo tempo, rendendole in qualche modo universali. Fu un vero pioniere in molti ambiti.

2 Lei è anche cantante, cantare è anche un po’ recitare? Qual è stato iò suo approccio al canto?

Non trovo molta differenza in generale tra l’interpretare un testo recitato e uno cantato, per me sono  la stessa cosa da un punto di vista ’emozionale’, cambia la tecnica vocale.

Ho iniziato a cantare da adolescente esercitandomi sui vinili di Barbra Streisand, Liza Minnelli, Whitney Houston ecc. quando trovare una base musicale non era facile come adesso: non c’era internet e nemmeno le scuole di musical in Italia. Perciò o andavi a studiare all’Estero o rimanevi con ciò che offriva il territorio. Questo forse mi ha anche  permesso di avere una certa libertà interpretativa, di sperimentare anche vari stili, di avvalermi di ciò mi serviva di volta in volta studiando con diverse tipologie di insegnanti.

Ad ogni modo non mi sono mai considerata una cantante a tutti gli effetti. Anche se a ben guardare non ho nell’ambito del musical, mai eseguito ‘cover’, ma sempre brani inediti, scritti per musical originali.

3 Il suo nome è associato a personaggi perlopiù drammatici, tuttavia lei si è anche cimentata con la commedia. Come è stato? E secondo lei, è veritiera la massima di Buster Keaton secondo cui “Un commediante fa cose divertenti; un buon commediante fa divertenti le cose”?

Assolutamente sì, l’ho riscontrato a un certo punto proprio in seguito a un rifiuto quasi istintivo di calarmi in personaggi troppo tragici per dare più spazio a quel mio lato bambino e leggero che ama ridere. Ancora una volta mi è venuto in soccorso il Teatro e mi è servito anche per lavorare a fianco di alcuni personaggi più squisitamente comici del nostro star- system televisivo. Oggi far ‘ridere il prossimo’ è una medicina che amo condividere anche nella vita di tutti i giorni e non ne potrei più fare a meno.

4 Chi sono i dilettanti della finzione?

Beh, i dilettanti ci sono sempre stati solo che una volta avevano ruoli marginali, oggi invece gli affidano ruoli da protagonisti. Non è tanto il dilettantismo a dover preoccupare –c’è sempre tempo per migliorare – quanto il fatto che non si migliorino, che non ne sentano la necessità.

Questo tuttavia crea una sorta di ingiustizia all ‘interno della nostra  categoria perché a qualcuno viene chiesto l’impossibile ad altri il ‘minimo sindacale’.

foto di scena ‘Amore di Tango’ regia Lindsay Kemp

5 Quali sono le qualità più importanti che dovrebbe possedere un attore? Insomma non dovrebbe mai essere doppiato, deve essere versatile il più possibile, deve essere capace di improvvisare, metterci del suo, sfidare il regista o seguirlo pedissequamente?

Dipende da che tipo di attore si vuole essere. Un attore che lavora  a volte si deve persino fingere non troppo intelligente, non troppo qualificato. Parlo sempre dell’ambito italiano naturalmente. A volte è meglio, anzi spesso  consigliato, dimezzare il curriculum o limitarlo a una pagina. (Lo so, ciò accade in molti altri ambiti lavorativi)

Diciamo che in un mondo ‘ideale’ l’attore dovrebbe lasciare che sia il regista a lanciare ‘la sfida’. E se lecondizioni lo consentono, osare certo, a me la creatività a me ha quasi sempre ripagato.

6 Ha preso parte ad una serie televiva di successo come “La squadra”, che ricordi ha di quel periodo, come si lavorava?

Si lavorava benissimo, sempre con i tempi televisivi, quindi rapidi, ma direi ottimamente. Io in quel periodo ero anche a Roma per le prove di’ Pene d’amor perdute’ di Shakespeare per la regia di Marco Carniti nell’ambito del progetto della Nuova Compagnia dei Giovani dell’Eliseo.

Un periodo splendido ed intenso. Quando arrivavo sul set di Piscinola a Napoli in realtà non avevo il tempo materiale per conoscere i colleghi fuori dal lavoro. Perciò interpretare il ruolo di Miriam è stato come fare una full immersion in una sorta di seconda vita. A distanza di parecchi anni  la fiction è tutt’ora replicata in tv e i social hanno permesso di incontrarsi con i fans di questa serie che continua a generare blog e dibattiti. Ho scoperto quanto il mio personaggio fosse amato e ciò, anche se con qualche ritardo temporale, ha ripagato l’impegno messo nel fare mie quelle emozioni negative del personaggio di Miriam, vittima di violenza domestica. Tema sempre attuale.

7  Ha scansato molti pericoli durante la sua carriera? Perché secondo lei è importante dire anche dei no? Mi riferisco anche ad aspetti intelettuali e psicologici.

In realtà non ho scansato molti pericoli, perché sin dagli esordi –ancora minorenne –mi ero costruita una sorta di piccola corazza per evitare appunto di essere sopraffatta da un mondo che può far paura sotto alcuni punti di vista. Diciamo che tendo a non trovarmi in certe situazioni a prescindere e lo faccio indistintamente e democraticamente.

Per il resto la vita ti pone delle scelte e dei bivi e a me è toccato dover rinunciare a qualcosa, scegliere tra la strada del cinema o del teatro o viceversa. Ad esempio mi sono trovata a dover scegliere tra due mie sogni nel cassetto: essere protagonista di un film di un regista impegnato come Citto Maselli o debuttare come cantante  in un musical diretto da Patroni Griffi e misurarmi in scena con un artista del calibro di Massimo Ranieri.

Non so cosa sarebbe accaduto se avessi recitato ne ‘Il compagno’, sicuramente un’opportunità mancata e serbo nel cuore il provino fatto con Maselli in cui scoprii una vera maestria nel dirigire gli attori.

Durante le prove di ‘Hollywood’ Patroni Griffi mi concesse di recarmi a Dresda per qualche giorno dove girai diversi spot in pellicola con Jean-Jacques Annaud, ma dovetti un pò insistere. Insomma non è affatto facile districarsi quando ci sono in atto determinate forze, ma c’est la vie!

8 “L’Italia conta oltre cinquanta milioni di attori. I peggiori stanno sul palcoscenico”, diceva Orson Welles, cosa ha da dire in sua difesa?

In difesa di Orson Wells non c’é da dire nulla, si difendeva bene da solo. Un maestro di tale foggia non si può contraddire (ride); certo i suoi erano livelli difficili da pareggiare.

9 Come ha influito la globalizzazione sul mondo dello spettacolo e della comunicazione ad esso collegata? Cosa non le piace?

L’aspetto positivo l’ho menzionato a proposito del fatto che i social avvicinino agli altri, aiutino alla condivisione, dall’altra parte per lo stesso motivo l’eccesso ha influito aumentando il fenomeno della sottocultura. La tecnologia secondo me non aiutano affatto l’essere umano a sentirsi meno solo.

Sotto molti punti di vista tornerei volentieri al Novecento quando gli attori facevano gli attori e il pubblico faceva il pubblico.

10 Progetti in corso?

Negli ultimi anni ho potenziato il mio inglese e ne ho visto i risultati in ambito lavorativo. Perciò sto perseverando su quella strada, ma non parlo mai dei miei progetti, per puro spirito scaramantico. Vedremo cosa riserva il futuro globale, mi auguro il meglio per tutti noi, viste le conseguenze devastanti della pandemia e quanto ne ha risentito il settore spettacolo. Ma siamo fiduciosi.

Intervista esclusiva all’attore Vincenzo Bocciarelli: ‘l’arte deve essere spudoratamente sincera’

È stata un’estate all’insegna dell’arte quella di Vincenzo Bocciarelli, reduce dallo spettacolo teatrale Senza limite, nato da un’idea di Serenella Bianchini, e che ha riscosso un grande successo. Attore, pittore, conduttore e scrittore. Classe 1974, l’attore nasce il 22 febbraio a Bozzolo, Mantova. Dalla sua città natale si trasferisce a Siena per intraprendere gli studi di recitazione.

Dopo la maturità debutta al Piccolo Teatro di Milano diretto dal maestro Giorgio Strehler, iniziando la carriera come attore teatrale e recitando al fianco di grandi nomi del teatro come Valeria Moriconi, Giorgio Albertazzi, Irene Papas, Roberto Herlizkca, Riccardo Garrone.

Mentre la sua attività teatrale prosegue sul palcoscenico, il pubblico inizia ad apprezzarlo in fiction come Orgoglio, Il bello delle donne ed Incantesimo e al cinema nei film: E ridendo l’uccise​ di Florestano Vancini, pellicola anticonvenzionale per il cinema italiano sulla celebre congiura di Giulio d’Este, vista attraverso gli occhi del buffone di corte Moschino; L’inchiesta,​ Nirakazhcha Irakazhcha-La strada dei colori e recentemente nel film campioni d’incassi La scuola più bella del mondo.

Definito <<l’orgoglio del grande cinema dal Messaggero>>, Bocciarelli è da sempre un artista poliedrico, appassionato e zelante, vicino al suo pubblico. A marzo 2020, nel periodo del lockdown ha ideato “il “Bocciarelli Home Theatre” un format digitale, con cui l’attore ha portato il teatro nelle case degli italiani, infondendo loro un messaggio di speranza e di forza. Questa esperienza ha poi ispirato la sua opera prima scrittoria, intitolata Sulle ali dell’arte. L’esperienza del «Bocciarelli home theatre» per sopravvivere ad una pandemia. Ediz. illustrata.

Bocciarelli ha preso parte al cortometraggio di Anna Marcello ‘Lockdown love.it’ che ha già ricevuto attenzione a livello internazionale e a Mission Possible, film d’avventura lanciato sulla piattaforma Chili con attori del calibro di John Savage (Il cacciatore, Maria’s Lovers, Il maledetto United, La sottile linea rossa, Il padrino) e James Duval (Donnie Darko), ma sembra che sia il teatro, divino anacronismo, il suo grande amore, probabilmente perché come soleva affermare il grande Vittorio Gassman, il teatro è la zona franca della vita, dove si è immortali.

Il teatro mette a nudo l’ipocrisia e le bassezze dell’animo umano e non è un caso che Bocciarelli sia un eccellente interprete di personaggi di opere shakespeariane, quali La tempesta, Re Lear, Il mercante di Venezia, nonché mitologiche come Edipo re e Antigone. Nel curriculum di Bocciarelli si annoverano numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio alle Arti per meriti professionali, che riceverà a breve.

Vincenzo Bocciarelli è la dimostrazione che nel teatro, il visibile e l’invisibile si incontrano e la parola vive di una doppia gloria, come diceva Pasolini. Glorificazione che l’attore è riuscito a trasferire anche sul piccolo e grande schermo. La parola è al contempo, scritta e pronunciata, scritta, come la parola di Omero, e pronunciata come le parole che si scambiano le persone nella vita, nel quotidiano, che a volte restano per sempre, e altre volano via con la vita.

Bocciarelli, a differenza di alcuni che pensano che l’arte del recitare consista solo nell’imparare a memoria testi di altri, ci dice una cosa fondamentale: l’arte deve essere spudorata, sincera e scandalosa come è scandalosa ogni cosa divina e il mistero ad essa legato.

 

Lockdown love

1 Durante il lockdown ha dato vita ad un format digitale il “Bocciarelli home theatre”, portando nelle case il teatro in un momento storico difficile. Cosa ha tratto da questa esperienza? Come ha risposto il pubblico?

Durante il primo lockdown mi è venuta l’idea di portare l’arte, la poesia, il teatro nelle case del pubblico e così è nato il Bocciarelli home theatre, programma facebook e youtube, in diretta dal soggiorno di casa mia, inizialmente tutti i giorni, poi tre volte alla settimana. Ritengo che il pubblico non sia sprovveduto e cerca cose di qualità e in un momento difficile come quello, ho capito quanto fosse importante entrare nelle case delle persone per donare creatività, e tutto il mio impegno e amore che nutro per l’arte, così da essere di sostegno e anche di compagnia. Ho capito quanto le persone avessero bisogno di sentirsi meno sole e di pensare anche ad altro, entrando in un’altra dimensione, quanto l’arte possa essere utile. Il pubblico ha risposto molto bene, ho ricevuto molti messaggi di stima e affetto; è stata un’esperienza arricchente.

2 Quale pensa sia il mezzo migliore per veicolare l’arte?

Qualunque mezzo è idoneo a divulgare la cultura e l’arte purché si tenga ben presente il significato di questo termine. Non ho pregiudizi di alcuna sorta. La televisione certamente rappresenta il mezzo più comodo, tuttavia io personalmente preferisco il teatro. A prescindere dal successo che si può avere, credo che bisogna metterci tutta la propria passione, da trasmettere a chi ci guarda e ascolta, e cercare di realizzare progetti di qualità, non indirizzare immediatamente il proprio obiettivo all’aspetto commerciale.

3 Il suo libro “Sulle ali dell’arte” in cui racconta proprio l’esperimento Bocciarelli home theatre, è stato definito da qualcuno un anti-covid. Cosa è invece per lei? Che aspettative ha?

Mi è molto piaciuta questa definizione, era il mio obiettivo. Il libro è nato soprattutto grazie al volere e al supporto del Presidente della casa editrice Accademia Edizioni ed Eventi, Giuseppe de Nicola, il quale mi ha proposto di raccontare questa esperienza che è stata sia artistica che socio-culturale. Il libro parla della funzione salvifica dell’arte e dell’importanza di riflettere e far riflettere il pubblico. L’arte possiede un qualcosa di divino e ci aiuta ad entrare nel mistero della vita e nei suoi accadimenti, ma non deve essere un modo per esibirsi in modo narcisistico; è fondamentale che avvenga uno scambio tra attore e spettatore, altrimenti non ha senso. Sono già molto soddisfatto, il libro sta andando bene e non mi aspetto nulla in particolare, quello che viene, insomma.

“Incantesimo”, con Elisabetta Pellini

4 Crede che la letteratura, il cinema e il teatro possano essere davvero una “carezza per l’anima”?

Certamente. Sono tutte discipline unite da un filo rosso e devono toccare l’anima delle persone, scuoterla, smuovere la coscienza, ma soprattutto, come amo ripetere ai miei allievi, la pancia. Credo che molto dipenda anche dal luogo in cui si fa teatro, perché un determinato luogo dà all’attore sensazioni particolari; ecco, ritengo che sia un  più un fatto viscerale che mentale. Un attore non può perdersi troppo in elucubrazioni e giochi intellettualistici. “Bisogna metterci il cuore”, come la battuta che faccio ripetere a Serenella Bianchini, una delle interpreti femminili della pièce teatrale “Senza limite” per cui ho curato la regia e sono stato anche interprete, durante un momento di “metateatro”. Ci tengo a ricordare che la prima di questo spettacolo è andata in scena al Castello di Naro, sempre in Sicilia, lo scorso 24 agosto.

5 L’11 settembre 2021 sarà insignito del Premio alle Arti per meriti professionali. Cosa significa ricevere un tale riconoscimento? Cosa pensa dei premi letterari e non? Secondo lei davvero rispecchiano il talento di chi li riceve?

Sono onorato di ricevere questo premio. Credo che i premi siano una conseguenza di quello che si fa, ma non sono il mio obiettivo principale. Ritengo che in Italia ci siano, forse, troppi premi e poche produzioni importanti. Io mi concentrerei su progetti di qualità, piuttosto che sull’organizzazione di concorsi e premi. Devo dire che non sopporto nemmeno lo sciacallaggio che si attua su determinati temi, molto delicati che meriterebbero maggiore lucidità e approfondimento. La missione dell’arte è cercare, scandagliare l’animo umano. Per me conta raccontare qualcosa al pubblico e far conoscere la cultura, essere apprezzato e stimato, il successo, la fama, i soldi vengono successivamente.

Vorrei riportare un esempio: durante il primo lockdown, ho lavorato ad un cortometraggio dal titolo Lockdown love.it, che sarà presentato a festival prestigiosi, e in cui io interpreto un personaggio sui generis. Devo ringraziare tutte le persone che ci hanno creduto insieme a me, soprattutto Anna Marcello. Abbiamo preso tutte le precauzioni e rispettato le misure di sicurezza. Abbiamo lavorato in silenzio della notte, spesso più viva del giorno stesso; è stato bellissimo e suggestivo perché avevamo proprio la sensazione di creare qualcosa all’insaputa di tutti. Trovo meravigliosa la lavorazione di un film, l’atto creativo, prima ancora di vedere il risultato, noi attori, sul grande schermo.

Nel ruolo del marchese Andrea Obrofari con Mary Petruolo in “Orgoglio”

6 Anche quest’anno condurrà il concorso internazionale Musica sacra 2021 per giovani cantanti solisti. In questo periodo storico quanto è importante investire nelle nuove generazioni? Crede che a loro sia offerto il giusto spazio per emergere o si potrebbe fare di più?

Anche questa conduzione è motivo di gratificazione per me, mi piace toccare tutte le dimensioni dell’arte e l’arte sacra certamente è un viatico per avvicinarsi, o quantomeno sfiorare, il mistero divino. Certamente è importante investire nelle giovani generazioni, nei ragazzi e ragazze di talento, purché abbiano spirito di abnegazione, dedizione, amore per l’arte. Potrebbero senza dubbio essere incentivate determinate iniziative, corsi di studi, accademie.

7 L’arte in senso stretto ci dice appunto che oggi, o meglio già da un po’ di tempo, tutto può essere arte. Lei cosa ne pensa?

Non credo che tutto sia arte solo perché qualcuno la possa concepire come tale. Come può non contare la tecnica, un certo virtuosismo? Ma non bastano, bisogna saper emozionare chi ci ascolta e guarda, essere capaci di trasferire lo spirito di un testo in teatro, a cinema, in televisione.

8 Non trova che l’arte dovrebbe essere una fustigatrice del luogo comune invece di rassicurare sempre? Non crede che questo sia il modo per approdare all’eternità?

Nel ruolo di Ippolito d’Este nel film “E ridendo l’uccise”

Certo, recitare vuol dire morire per poi rinascere per l’attore, guardando alla cose con meraviglia, con lo sguardo di un bambino. Io credo che l’arte debba essere spudoratamente sincera, e con questo intendo dire che essa dovrebbe anche ragionare sulla sua propria natura, sulla sua funzione, relazionarsi con le contingenze storiche, con il mito; condurre lo spettatore e il telespettatore in un viaggio sensoriale, nel tempo e nello spazio. In questo senso, ritornando allo spettacolo “Senza limite”, dove ho recitato ai piedi del tempio di Giunone, nella Valle dei Templi di Agrigento, credo sia importante dire che si è trattato di un percorso evocativo e dell’anima, che porta lo spettatore all’Alfa della nostra esistenza, ai primordi della vita, alla creazione, dove tutto è Amore.

9 Tre pellicole per lei imprescindibili?

Bocciarelli: per un addetto ai lavori, per chi fa cinema o per i telespettatori?

Domanda: Per entrambi

Bocciarelli: Direi Effetto notte di Truffaut, capolavoro del meta-cinema, Nella città l’inferno, di Castellani con la grandissima Anna Magnani, che è anche un viaggio nell’Italia del Dopoguerra con quelle tristissime palazzine che fanno da sfondo alla storia. E soprattutto per chi fa cinema o vorrebbe farlo, Birdman, di Inarritu, con uno strepitoso Micheal Keaton che si identifica nel personaggio che ha interpretato in passato e che lo ha portato al successo.

 

10 Quando recita già si rende conto di presentare al pubblico una cosa nota come se fosse la prima volta che la si vedesse?

Senza dubbio l’arte è questo, non conta tanto la bontà del tema, quanto il modo in cui lo si affronta, è presentare un concetto, ma soprattutto delle emozioni, stati d’animo in modo originale. Purtroppo noto che si parla poco o male, in maniera distorta e faziosa, di metafisica, di trascendenza, di Dio, quasi se ne provasse vergogna.

 

A cura di Annalina Grasso e Melania Menditto

Sylvie Richterova, poetessa del romanzo: “La mia intenzione primaria era quella di affrontare il mistero del male”

Sylvie Richterova è una delle più importanti scrittrici sperimentali del nostro tempo, continuatrice ideale della prosa di Musil. L’autrice del capolavoro Che ogni cosa arrivi al suo posto, potrebbe essere definita un’alchimista, abile a creare sinergie tra persone, tempi e luoghi.

Sebbene in italiano oggi sia disponibile un solo romanzo, Topografia, Sylvie Richterová, che vive da molto tempo in Italia, è autrice di almeno altri quattro romanzi importanti: Návraty a jiné ztráty (Ritorni e altre perdite), uscito in francese con il titolo Retours et autres pertesRozptýlené podoby (Figure dissipate), apparso in samizdat nel 1979 e poi a Praga nel 1993, romanzo con il quale nel 1994 ha vinto il Premio del Fondo Letterario CecoSlabikár otcovského jazyka (Sillabario della lingua paterna), uscito in samizdat nel 1986, poi, in forma di trilogia comprendente anche Ritorni e altre perdite e Topografia, a Praga presso Mladá Fonta nel 1991; Second adieu (Druhé loučení, Mladá Fronta, Praga, 1994, Gallimard, 1999).

Richterová ha inoltre pubblicato in ceco due raccolte di poesie, Neviditelné jistoty (1994) e Čas věčnost (2003), e tre raccolte di saggi estremamente raffinati, Slova a ticho (Parole e silenzio) del 1986, apparso anche in lingua tedesca, Ticho a smích (Silenzio e riso) del 1997, con testi esemplari su Hasek, Nezval, Halas, Kundera, Linhartová e altri autori della letteratura ceca del XX secolo, e Místo domova del 2004. Importante le sue traduzioni in italiano de Il difetto delle pesche (Roma, 1981) di Jan Skácel e delle Opere postume del signor A. (Alfortville 1990) di J. Kolář.

È vincitrice del Premio annuale della Fondazione del Fondo letterario ceco per la prosa (1994) e del Premio Tom Stoppard (2017).

La scrittura di Richterova, nata nell’ex Cecoslovacchia e naturalizzata francese, scaturisce da profonde riflessioni ed elaborazioni di ricordi che a volte si presentano come se fossero visioni immediate, scritte di getto, altre come immagini “ritoccate” dalla propria mente e dalla propria esperienza che consentono all’autrice di guardare ad un fatto, un evento, un personaggio da diverse angolazioni.

Richterova illumina le sue memorie, le arricchisce. Le dà nuove prospettive, perché in fondo il romanzo è anche questo: reinventare la realtà, il passato, i ricordi, far venire a galla l’assurdo e al contempo questioni esistenziali.

Che ogni cosa arrivi al suo posto ad esempio, si estende su un ampio arco temporale, dalla seconda guerra mondiale fino all’inizio del terzo millennio, e ciò che emerge quasi violentemente da questo libro è la partecipazione sia cosciente che inconscia al male nella vita quotidiana, sulla quale l’autrice non esprime giudizi, ma presenta una fenomenologia espressiva di assurdità concrete e patologiche, spesso al confine tra riso e pianto.

La peculiarità di Richterova è riuscire a consegnare al lettore un collage di grandi inquadrature e di significativi particolari, rendendo la sua scrittura altamente cinematografica anche grazie alla combinazione di elementi magici e fiabeschi insieme a quelli realistici e storici. Il lettore partecipa con curiosità e commozione alla sorti dei personaggi i quali ci fanno scoprire terreni insondabili dell’esistenza umana.

Il romanzo di Richterova è una ramificazione poetica espressionista dove luoghi e personaggi di incrociano nel corso del tempo che tuttavia non significa romanzo disomogeneo anzi, questi aspetti stilistici lo rendono ancora di più unitario. D’altronde se i personaggi sono erranti, alla ricerca di qualcosa, lo diventa anche la forma che si identifica con il contenuto.

L’intento della scrittrice ceca è quello di avvicinare per comprendere meglio il mistero del Male, nell’epoca della Cancel Culture, dove domina la fretta, non la meditazione dell’opera a differenza di quello che contraddistingue Sylvie Richterova, ovvero estrinsecare l’opera con con “lungo” amore- L’autrice ci dice che il mistero è la parte più consistente della realtà, come la grazie del resto, alla quale è difficile giungere se non percorrendo i sentieri del Male. Il mistero del Male è inesauribile e Richterova che ama Dante e la letteratura italiana, prova ad entrarci, narrando del caos di profuma di Provvidenza. Bisogna ancora e sempre denunciare lo scandalo del Male, come fece Manzoni con i Promessi Sposi e Storia della Colonna infame.

 

1 Cosa pensa della letteratura italiana?

Devo dire che è grande e bellissima, devo cominciare dalla scuola siciliana, da quella toscana, dal Dolce Stil Novo? Devo pensare alla Commedia dell’arte, a Goldoni a Pirandello? A Dante, a Leopardi, a Montale? A Gadda, a Pasolini o a Levi? Penso che non la conoscerò mai abbastanza e che non smetterò mai di scoprirla e di rileggere. Una cosa meravigliosa è la presenza costante e vivace degli autori del passato. Non sono in grado di pensare un “qualcosa” della letteratura italiana, sarebbe assurdo, ma sperimentare continuamente le infinite forme della sua presenza è straordinario. Ogni grande autore è un universo infinito e inoltre compenetrato da altri fantastici universi.

Mi sono commossa pochi giorni fa seguendo una lettura dantesca fatta da cinque bravissimi giovani attori nel parco di una cittadina laziale. Hanno vissuto in alcuni versi di Dante e Dante ha vissuto in loro, con energia, profondamente, attualmente. Nel piccolo anfiteatro non si trovava quello che si chiama il “grande pubblico”, vi si trovavano persone motivate, attente, concentrate, serene. Per me, così la cultura vive. A volte secondo principi omeopatici.

2 Si fa ancora letteratura in Italia secondo Lei? Ci sono degli autori che apprezza particolarmente?

Certamente. Apprezzo. Tuttavia, non cerco di seguire il flusso della produzione, tendo a non prendere coscienza dei libri troppo pubblicizzati, difficilmente mi interesso ai bestseller. Considero inutile, anzi deleteria la produzione di storie perfettamente confezionate e simpaticamente consumabili. Preferisco autori che rischiano, che sono un po’ folli e violenti, ma coinvolti nella realtà, sempre più dura e difficile a elaborare. Sì, che esistono autori che apprezzo. Ultimamente ho letto con grande interesse tre romanzi: “La consonante k” di Davide Morganti, “Il bambino intermittente” di Luca Ragagnin e “Fragile” di Elena Gottardello. Li ho letti perché conosco e amo gli autori.

3 Lei ha anche insegnato nelle nostre Università. Cosa pensa del mondo accademico italiano?

Negli anni Settanta, alla Sapienza di Roma, ho visto da vicino la collisione tra la tradizione letteraria, filosofica, umanistica italiana, che considero eccellente, magnifica, fondamentale per la nostra civiltà, e l’ondata delle contestazioni sfociata in azioni distruttive, solidamente basate su idiozie ideologiche. La Facoltà di Lettere, quando vi sono entrata per la prima volta, era brutalmente devastata. Ricordo spesso tre shock edificanti. Il primo: da sprovveduta, credendo di andare a un’assemblea di “precari” (ero borsista CNR), mi sono trovata alla Facoltà di chimica in mezzo a un laboratorio di esplosivi per bombe molotov. Pieno di gente indaffarata. Il secondo: mi sono trovata in mezzo a una grande, vera, assemblea di precari il 9 maggio 1978 nell’aula magna della Sapienza. Entrata in ritardo, ho sentito giusto un invito, da parte di un precario importante, di approvare o meno l’uccisione di Moro. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e cambiare il risultato di quella votazione. Non ho visto nemmeno una mano levarsi contro. Nemmeno la mia si era levata, corsi via con la morte nel cuore. Non ne parlo mai, preferisco pensare che sia stata un’allucinazione. Il terzo: due anni dopo, facendo un salto in banca tra una lezione e l’altra, ho attraversato l’androne dove è stato ucciso pochi minuti dopo Vittorio Bachelet. Uscendo dalla banca, ho dovuto prendere atto che quel che vedevo era vero. La crisi culturale della nostra epoca usciva allo scoperto. Anzi, saliva sul podio.  Contemporaneamente, dal palcoscenico scompariva la verità.

Oggi sono convinta che non ci sono mai stati da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, è tutto molto più complesso. Purtroppo, invece di essere profondamente elaborato, questo capitolo ha finito per essere rimosso, ignorato. Sommerso da verità superficiali. Oggi, la cultura è malata, se non è morta.

Tuttavia, le università di Roma, Padova, Viterbo, e poi di nuovo Roma, mi hanno dato moltissimo. Penso che l’università italiana contenga ancora il genio della cultura classica, cristiana e moderna, penso che sia vivo, che apra le porte verso culture non europee. Che potrebbe nutrire le anime, che potrebbe rendere ricchi, creativi e forti. Se qualcuno ancora queste cose le cerca. Senza cultura l’anima si dissecca, la società materialistica sta morendo di carestia culturale e spirituale.

Non si contano le riforme dell’insegnamento e dei concorsi che si sono succedute nei quarant’anni della mia esperienza universitaria, ma so ormai che non esiste regolamento che potesse sostituire il carattere individuale e la forza etica. Penso che in questa epoca solo la coscienza e la responsabilità individuali contano. E che a volte è meglio perdere.  Stiamo passando, ognuno, attraverso la cruna dell’ago. La via comoda termina con la barbarie.

4 Come definirebbe la sua Repubblica Ceca oggi? Come è vista dai suoi connazionali?

Il paese è vivace, il lavoro non manca, si viaggia, I giovani usufruiscono dei vari Erasmus, la vita culturale è ricca, colorata e animata. Le città sono ben organizzate, il trasporto pubblico praticamente perfetto, non si ha paura di muoversi, nemmeno di notte.

L’obiettivo di istituire una democrazia è stato compromesso fin dall’inizio dal modo di “privatizzare” imprese e grandi proprietà dello stato, e da altre manipolazioni più o meno nascoste. Nelle strade pulitissime si rimane sorpresi vedendo quante persone, anziane, ma non solo, abbiano perso più o meno tutto, anche la dignità. Praga è diventata cara, c’è stato un notevole afflusso di stranieri. Da un lato ci sono ucraini o rumeni che si impegnano per lo più in lavori pesanti, dall’altro persone legate a imprese di vario genere, gente ricca e di solito chiusa in comunità nazionali. Grande e articolata è la comunità vietnamita che si è cominciata a creare fin dalla guerra del Vietnam. Di sicuro nel paese si sono infiltrate varie mafie, soprattutto per riciclare i soldi.

Andando dietro le quinte si capisce che tutto è molto più problematico di quanto sembra. Il regime totalitario aveva creato e coltivato interessi tutt’altro che etici, azioni tutt’altro che socialmente responsabili. Tutto dipende da come si evolverà la crisi che oggi condividiamo tutti, a livello europeo e a quello mondiale. Le iniziative che più apprezzo nel sociale vengono maggiormente da giovani.  La maggior parte delle persone che conosco è ferocemente critica nei confronti del primo ministro e del presidente, i danni prodotti all’ambiente – per esempio dall’agricoltura industriale – sono spaventosi. Come quasi dappertutto. Potrebbe essere peggio, come dappertutto. La maggior parte delle persone non vede la realtà, non la vuole vedere. Come dappertutto. Non so quanto possa durare questo relativo benessere e non so nemmeno dove rischia di approdare a lungo termine.

5 Il romanzo Che ogni cosa arrivi al suo posto è molto più di una storia sugli orrori del Comunismo. Può la nostra storia renderci ancora parzialmente o totalmente inconsapevoli nel partecipare agli eventi pubblici e privati? 

Il mio romanzo non parla degli orrori del comunismo, erano ben altri. Non ho scritto un romanzo storico, semmai un romanzo sull’assurdo quotidiano cui ci si abitua, con cui si convive, eseguendo contorsioni fisiche e morali. Senza rendersi conto di essere in quel modo complici dell’assurdo. E del potere che c’è dietro.

Il romanzo non è autobiografico, ma racconta fedelmente cose reali. Mi ci sono divertita un mondo. Per anni, ricordando e ripensando le cose, mi dicevo che non dovevano essere dimenticate. Le trovavo grottesche, pazzesche, da piangere e allo stesso tempo comiche, incredibili eppure vere. Infatti, più sembrano assurde, più potete essere certi che non sono inventate. Anche se alcuni amici russi si sono sentiti offesi per il racconto di una stramba conferenza segreta a Mosca. Invece si è svolta in quel modo, me l’ha raccontata un partecipante. D’altronde, possiamo essere sicuri che cose ben più strambe e folli hanno avuto luogo lì e altrove. E che continuano ad aver luogo e a svolgere una loro funzione.

La mia intenzione primaria era quella di affrontare il mistero del male. Per diversi anni ho immaginato un personaggio apparentemente normale, mediamente marcio. Sempre schierato dalla parte che conviene, allegro traditore di amici, capace di uccidere per paura della verità della sua vita. Finalmente ho capito che deve essere uno che non si rende conto, che vive con l’aiuto opportuno di una severa cecità morale. Non è disumano, solo che la paura della verità è più forte di lui.

Francamente penso che il male prende forza giusto dall’incoscienza: morale, storica, culturale, spirituale, umana. Non è possibile tirarsi fuori dalla realtà sociale, non dimentichiamo che l’omissione può essere considerata il peccato più grande.

6 Quando si piange troppo spesso si arriva a ridere delle disgrazie? Ritiene che sia un deriva naturale o che l’essere umano si impone per soffrire meno?

Ridere e piangere non sono due reazioni opposte da alternare di fronte alle nostre disgrazie. Se ci si lamenta, si rischia addirittura di consolidare il dolore. Si piange per compassione e si piange egoisticamente, si ride per allegria, ma anche per sarcasmo. Tuttavia c’è un riso, o semplicemente un sorriso, anche segreto, che dà sollievo e può ridonare il buonumore. Sorge dal distacco dalle cose, dall‘osservazione oggettiva e spregiudicata del contesto che finisce con far apparire il lato comico della situazione. L’effetto è nettamente terapeutico. Il riso può avere persino un ruolo noetico che consiste giusto nello scoprire il lato comico (assurdo, risibile, idiota) di una cosa che finora ha fatto solo paura. Magari di una cosa di cui nessuno ha mai osato di ridere. Mettere a nudo un lato ridicolo di un potere, anche bieco, vuol dire togliergli l’autorità. Un potere risibile diventa debole. A impedirci di ridere non sono tanto le nostre disgrazie quanto la paura che proviamo.

7 Come definirebbe il rapporto tra tempo e parole?

Fondamentale. In un romanzo, grazie alla parola, il tempo si trasforma in spazio. Una narrazione non ha bisogno di essere cronologica. Omero fa raccontare a Ulisse cose del passato perché glielo chiedono i Feaci. Il passato si fonde con il presente, il presente illumina il passato, ma non solo. La parola rivela chi è Ulisse. Un libro può essere percorso in un’infinità di direzioni. Ogni percorso è diverso, uno l’abbiamo trovato alla prima lettura, altri se c’inoltriamo dentro di nuovo, ogni volta con un’altra coscienza. Per prendere coscienza dell’essere umano dobbiamo uscire dal tempo, le parole lo permettono.

Un buon libro contiene diverse dimensioni e costituisce un tutto. Un universo. Per capire se un libro è grande basta vedere che cosa succede quando si rilegge. Per scrivere i miei saggi, leggo e rileggo le opere di cui parlo e alla fine, quando il saggio è concluso, mi capita di concepire una lettura ancora più illuminante di quell’ultima.

Il mistero della parola vera è quello di essere viva in un romanzo, in una poesia, in un racconto. O in una situazione. Se invece usiamo le parole banalizzando, mentendo, abusando, parlando a vanvera e comunque senza una vera coscienza, stiamo corrodendo l’opera della creazione. Il Verbo all’inizio non è una metafora, ma ci vuole parecchio per cominciare a intuire di che si tratta.

8 Lei è nata a Brno, città natale anche di Milan Kundera e Hrabal, oltreché di altri scrittori. Cosa pensa di loro?

Brno è una città particolare, molto più concentrata di Praga, culturalmente parlando. Possiede un gergo particolare, per gli estranei incomprensibile. Ha dintorni bellissimi. Caffè, dove s’incontrano poeti e scrittori, per discutere e per litigare. Un’intensa tradizione teatrale, gallerie, parchi. Senso dello humor. Un’atmosfera gentile, a volte dolce, ma anche luoghi pericolosi, da evitare. E’ amatissima dai suoi abitanti.  Ma perché uno scrittore nasce in un determinato luogo, non lo sapremo mai. Hrabal ricorda i suoi nonni di Brno in uno degli ultimi libri di ricordi che ha scritto. Kundera a Parigi si rallegra quando sente l’accento e la melodia della parlata di Brno, sogna di trovarvisi, ma ormai è tardi. Penso che sia molto bello nascere a Brno, ma che sia ugualmente necessario andarsene, pur soffrendo.

9 La Storia è un grande laboratorio letterario per gli scrittori. Cosa pensa di quello che st accadendo in Afghanistan?

Sono sicura che un presidente degli Stati Uniti abbia consiglieri informati e importanti, non credo che si possano fare errori semplicemente stupidi. La domanda è se non ci siano dietro interessi spaventosi. La certezza è che non sappiamo tutte le cose. E che i fatti sono mostruosi.

La Storia ufficiale è una fiaba di convenzione o un falso da manipolazione. Lo scrittore deve avere esperienza concreta e coraggio. Ignorare che cosa ci succede intorno mi sembra osceno.

10 Perché, secondo lei il comunismo viene spesso nominato in Italia, come un modello da cui prendere esempio, un sogno ancora da realizzare, perché si crede ancora il vero comunismo non si sia mai concretizzato davvero, e che difficoltà ha dovuto affrontare nel far conoscere suoi libri qui, dove non si fa altro che parlare di fascismo, perché lo abbiamo conosciuto, a differenza del comunismo?

Ho vissuto l’invasione della Cecoslovacchia nell’agosto 1968 da parte degli eserciti del Patto di Varsavia. L’ha vista in televisione il mondo intero. Nell’autunno dello stesso anno ho fatto un viaggio in Italia e ho incontrato persone che mi dicevano: “Peccato che non siano venuti fino a Roma.” Credevano nella parola comunismo senza conoscere le realtà che denotava, la coltivavano come icona rappresentante una religione rivelata. La fede era assoluta, anche la convinzione di dover essere liberati. Una nuova forma di fede, fede atea. Uno shock ancora più grande l’ho avuto quando, già vivendo a Roma, uno degli amici con cui collaboravo si era messo ad apprezzare Stalin, perché “senza di lui gli operai della Fiat non avrebbero mai ottenuti i loro ottimi contratti di lavoro.” Non parlo di uscite eccezionali. Del resto, anche i miei studenti, negli anni settanta, mi dicevano abbastanza spesso che ero “oggettivamente reazionaria”. Diversi conoscenti, quando tentavo di raccontare loro fatti concreti del presente e del passato nei paesi comunisti, mi fermavano dicendo: “Bisognerebbe vedere.” Dicevo perplessa che, appunto, io avevo visto, ma non si fidavano. La loro fede era più forte del bisogno della verità.

Nel corso del tempo mi sono resa conto che la fede è una necessità dell’anima umana e che una fede astratta, assoluta, fondata solo su un bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi e coltivata con tanto di dottrine, rituali, tradizioni e programmi, può bastare per costruire una base per la vita. Lo trovo spaventoso e pericoloso. La fede basata su una parola del tutto astratta! E non parlo degli intellettuali della sinistra occidentale che si erano resi complici del totalitarismo sovietico propagando quella fede.

I totalitarismi si rassomigliano in molte cose, ma quello che ha aggiunto il totalitarismo comunista è l’istituzionalizzazione della menzogna. Credere senza conoscere, senza voler sapere, accogliendo e ubbidendo ciecamente è un fenomeno sociale. Nel corso del tempo ha cambiato oggetto, dilagando dappertutto.

11 Quanto è importante riconciliarsi con la Storia e quanto cambiarla tramite un romanzo?

Ho scritto il mio romanzo Che ogni cosa trovi il suo posto così come doveva essere scritto. La letteratura non cambia le cose, invece può aiutare a cambiare coscienze. Ma questo è un affare individuale del lettore.

12 Cosa si augura per se stessa e cosa augura a chi aspira a diventare scrittore?

Mi auguro di avere ancora le forze per scrivere quello che vorrei scrivere. E di poter pubblicare in italiano altri miei romanzi, saggi, versi già scritti. Che poi non sono tantissimi.

Non consiglierei a nessuno di diventare scrittore. A colui che sa di dover scrivere costi quel che costi e senza badare a eventuali successi o insuccessi, rivelerei un segreto: quello che si chiama poetica ha radici nella volontà unica e individuale dell’autore, in quella profonda, in gran parte inconscia. Nell’arte, l’estetica nasce dal modo di conoscere il mondo. Diventa quindi una noetica che può arricchire chi partecipa in modo creativo allo spirito creativo che vive nell’opera. La gioia della bellezza che ci dà l’arte viene dalla scoperta di una verità. La quale in un altro modo non si potrebbe esprimere.

Exit mobile version