Marco Mondini: “Viviamo in un’epoca dove gli equilibri internazionali sono compromessi”

Marco Mondini è professore al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Padova dove insegna Storia contemporanea e History of Conflicts. È ricercatore associato all’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento e all’UMR Sirice (CNRS- Parigi Sorbona). Fa parte del comitato direttivo del Centre de Recherche International dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il ritorno della guerra. Combattere, uccidere e morire in Italia 1861-2023 (Il Mulino, 2024); Roma 1922. Il fascismo e la guerra mai finita (Il Mulino, 2022); Fiume 1919. Una guerra civile italiana (Salerno Editrice, 2019). Collabora con Repubblica e RAI Storia, per cui ha scritto e condotto trasmissioni (Archivi, 2019-2020, Storie Contemporanee 2020-2024) e diversi speciali. Nel 2022 ha ricevuto il premio Acqui Storia per il documentario L’ultimo eroe. Viaggio nell’Italia del Milite Ignoto (RAI 2021).

Guerra Russia-Ucraina, scenari internazionali, caso Limes, lo storico italiano parla della profonda transizione storica che stiamo attraversando e di come ci siamo illusi di poter vivere per sempre in pace e di come la propaganda e la disinformazione attecchiscano in Italia, complice una certa parte politica.

 

1 Come definirebbe questo momento della Storia? A quale altro del passato somiglia di più?

Viviamo in una fase di crisi, di profonda transizione. Ed evidentemente in un momento prebellico, non più postbellico. La guerra su vasta scala non è più un relitto del passato, come è stato dopo il1945 (e soprattutto da dopo il 1991) ma una possibilità concreta del presente. tuttavia è inutile cercare di decifrarla aggrappandosi a paradigmi noti. Non è un nuovo 1914, per essere chiari, anche se questa analogia circola da tempo, per motivi ideologici e senza alcuna base storica. Il “rischio 1914” è stato evocato ad esempio in occasione della “piazza pacifista” organizzata da Giuseppe Conte a Roma nella primavera scorsa, per enfatizzare il pericolo di una terza guerra mondiale che sarebbe potuta scoppiare scivolando come sonnambuli in un conflitto globale se i paesi europei avessero proseguito sulla strada del riarmo per proteggere se stessi e sostenere l’Ucraina.

Il punto è che l’Europa di oggi non assomiglia per niente a quella, militarizzata fortemente, del 1914. Germania, Francia, Italia sono reduci da venticinque anni di tagli alla difesa, di smilitarizzazione, di smantellamento degli eserciti di leva. E naturalmente non esistono quei dettagliati piani di guerra che all’epoca rappresentavano la principale preoccupazione di stati maggiori e governi. Così, non solo non è possibile scivolare in un conflitto (a meno che non sia la Russia a scatenarlo), ma gli europei oggi fanno fatica persino a programmare la propria difesa. Il punto è che le facili analogie con il passato sono sempre pericolose, e lo storico di mestiere lo sa (o lo dovrebbe sapere bene). Il fatto che comparazioni fuori luogo come questa facciano presa testimonia, bene la portata sconvolgente di quello che è successo dal 2022. Il ritorno della guerra sul continente ha spezzato un’illusione, quella della pace garantita e scontata. E ha spazzato via la convinzione, molto confortante, che gli europei potessero rinunciare a essere cittadini a pieno titolo. Cioè, se ne potessero infischiare di tutto ciò che ha a che fare con difesa e sicurezza collettiva.

Ma è ora di aprire bene gli occhi e guardare in faccia la realtà. Viviamo in un’epoca nuova e minacciosa, dove gli equilibri internazionali sono compromessi e l’Europa è un’isola assediata dove si difende la democrazia. Continuare a cercare punti di riferimento rileggendo il passato non serve a nulla, se non a inquinare il dibattito pubblico.

2 Il Congresso USA a quanto pare disapprova Trump sulla questione Ucraina. Stanno infatti approvando una linea che prevede il sostegno stabile all’Ucraina, la cooperazione con l’UE e la difesa del ruolo della NATO. Stiamo entrano in una fase nuova nei rapporti tra USA e Europa?

Uno degli elementi più disorientanti di questa transizione, che potremmo definire una nuova età della militarizzazione (o forse l’alba di una nuova guerra fredda) è la crisi della democrazia statunitense. La seconda presidenza Trump è sotto molti aspetti più traumatica della prima. La sua aggressività, sostanziale e a parole, è maggiore, e la corte di Trump, a partire dal suo pericolosissimo vicepresidente, Vance, nutre un profondo disprezzo per tutto ciò che l’Unione Europea rappresenta: equilibrio dei poteri, regole, lotta contro la deriva plebiscitaria e contro il culto del capo carismatico. L’amministrazione americana ha fin da subito impresso un nuovo corso ai rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, ma non bisogna trascurare alcuni elementi caratteristici della storia recente. Il primo, il disimpegno americano rispetto alla sicurezza del teatro europeo non l’ha inventato Trump.

Con l’eccezione della presidenza Biden, va avanti da oltre un quarto di secolo, da quando il dissolversi dell’URSS ha reso superfluo il concentramento di risorse militari americane nel vecchio mondo, più utili nell’area dell’Indo-Pacifico per contrastare la crescente potenza cinese. Secondo, non necessariamente la voce di Trump e del suo esecutivo è la stessa della macchina statale USA. Penso al sempre più evidente scollamento tra mondo militare e strategia presidenziale. Generali e ammiragli, nonostante l’epurazione brutale dei vertici delle
Forze armate, sembrano sempre più estranei, se non ostili, alle sparate di Trump, alle sue dichiarazioni incessanti e sempre differenti, ai suoi mutamenti di umore, e soprattutto alla sua luna di miele con Putin. Questo ha, nel campo specifico dello sviluppo della NATO, un peso rilevante. E la NATO è ancora l’architrave del sistema di difesa globale USA.

3 Trump è davvero affascinato dalla figura di Putin o gli interessa solo separare la Russia dalla Cina, sacrificando l’Ucraina?

Che la psicologia dell’attuale presidente degli Stati Uniti sia quanto di più lontano esista da quella di un leader sinceramente democratico e liberale, direi che è sotto gli occhi di tutti. Non occorre essere un esperto di politica statunitense per accorgersi che il suo programma di progressiva erosione dei pilastri della democrazia americana sta funzionando e che, per sostenere questa sua politica che è stata definita di contorsione autoritaria del sistema, Trump si è circondato di collaboratori e alleati ancora più pericolosi. Penso soprattutto al vicepresidente, Vance, un abile manipolatore della comunicazione, ossessionato dal culto della propria persona, dal rancore per le sue stesse umili origine e dal disprezzo per l’Europa come terra dei troppi diritti e dalla scarsa etica guerriera. No, non ci sono solo motivi di calcolo politico nel fascino trumpiano (ma non solo trumpiano) per l’autocrate Putin.

4 Perché l’Italia è tra i paesi più facilmente piegabili alla propaganda russa? Solo nostalgia ideologica?

Intanto perché anche in Italia la seduzione dell’uomo forte ha fatto proseliti, e non da ieri. Pensiamo all’esaltazione per la figura del leader al di sopra delle lente procedure parlamentari portata avanti da capi politici come Salvini, o alla vicinanza, meno stridula ma non meno sostanziale, tra buona parte dei Cinque Stelle e Mosca. E poi perché in Italia, soprattutto in alcuni circoli intellettuali, si soffre di quella che Zygmunt Bauman ha definito “retrotopia”. Si è incapaci di analizzare il presente senza ricorrere a lenti del passato, il che porta, per non fare che l’esempio più lampante, a difendere a priori le ragioni della Russia di Putin perché erede dell’Unione Sovietica, e quindi nemica metafisica del cattivo capitalismo, e dell’ancora più cattiva America. Sono residui alquanto polverosi di un linguaggio e di una visione ideologica da anni ’70 che oggi non hanno più alcun ancoraggio con la realtà, ma sono consolanti, perché offrono la possibilità di
una visione (manichea e surreale, ma chiara) di un presente disorientante. Questo spiega perché alcuni attori politici e del mondo culturale siano facili vittime (o volontari carnefici) al servizio della propaganda putiniana. Non spiega perché abbiano invece così largo spazio tra i mass media, o più precisamente nei salotti televisivi dei talk show. Qui interviene quella che ho definito la “legge di
Sachs”. Il punti è che alla maggior parte dei pseudo programmi di approfondimento delle tv in chiaro non interessa in alcun modo informare. Si accontentano di rispondere al bisogno di conforto dei propri spettatori, attraverso il ripetersi stanco di ospiti che dicono sempre la stessa cosa, a prescindere dalle competenze. E dunque, ecco il susseguirsi di comparsate di chi, come Sachs appunto, sostiene tesi totalmente destituite di ogni fondamento sulle colpe occidentali per la guerra in Ucraina, o di chi, come Travaglio, si fa portatore della visione più chiara a certo pubblico: la guerra finirà presto perché gli ucraini hanno già perduto, e poi tutto tornerà come
prima. Nulla tornerà come prima, e la guerra non finirà in Ucraina. Ma questo lo spettatore medio, con la sua nostalgia del passato, che si alimenta di visioni semplicistiche, non vuole sentirselo ripetere. Preferisce nutrirsi di formule stereotipiche e su cui è facile indignarsi o piangere, come “La guerra è merda” di Jacques Charmelot.

5 Cosa pensa del caso Limes e della fuga dalla rivista?

Non conosco personalmente coloro che hanno lasciato Limes, ma ho letto le loro dichiarazioni a stampa e le reazioni di Lucio Caracciolo. Faccio fatica a trovare credibili le dichiarazioni di quest’ultimo, che sostiene di aver sempre voluto solo coltivare la libertà di pensiero all’interno della sua rivista. Credo che Limes abbia reso un buon servizio in anni passati, avvicinando il grande pubblico a questioni (la strategia, le relazioni internazionali) ignorate dall’opinione pubblica nazionale e quasi completamente trascurate (fino a poco tempo fa) dai grandi quotidiani. Ma concordo con molti miei colleghi, specialmente di relazioni internazionali, sul fatto che da almeno una decina d’anni la volontà di parlare a tutti ha preso il sopravvento sul rispetto delle competenze, delle complessità degli equilibri internazionali, e soprattutto sul bisogno di uno sguardo critico e onesto.

Caracciolo ha le sue posizioni, e mi paiono molto più politiche che scientifiche. La sua difesa a priori dell’impossibilità della guerra l’ha condotto, alcuni giorni prima dell’invasione russa, a una serie di dichiarazioni imprudenti sul fatto che non ci sarebbe stata nessuna aggressione da parte russa, peraltro smentendo la realtà di tutte le fonti disponibili in quel momento. Non mi pare che abbia mai ammesso i propri errori di valutazione, come pure hanno fatto accademici che avevano sottovalutato il pericolo ma che hanno dimostrato onestà intellettuale. A quell’errore, peraltro, se ne sono sommati molti altri: le profezie sempre sbagliate sull’inevitabile sconfitta ucraina, sulla durata del conflitto, sulla resilienza russa, sulla strategia di Putin. Collaborare con una voce così monolitica (Vincenzo Camporini ha parlato di “filoputiniani sfegatati”) non vuol dire fare ricerca né divulgazione. Capisco chi se ne è andato.

6 “La Storia insegna ma non ha scolari” diceva Gramsci. Chi secondo lei (come Nazione, entità), invece sta perlomeno tentando di agire come un buon scolaro?

Anche se non gode di buona stampa, continuo a pensare che i molti livelli della governance dell’Unione Europea stiano facendo un buon lavoro. In questa fase di crisi, l’Unione sta sperimentando una febbre di crescita. Davanti alle nuove sfide strategiche, deve lottare per la
propria sopravvivenza e lo deve fare da sola, vista la defezione, almeno nell’immediato, dell’alleato americano. Un rafforzamento dei suoi meccanismi decisionali centrali, del governo di Bruxelles, è necessario per gestire una difesa comune credibile. E’ un processo ormai avviato e sarà difficile fermarlo. Un altro attore che sta interpretando molto bene i tempi tormentati e caotici in cui viviamo è la presidenza della Repubblica italiana. Naturalmente, la figura di occupa quella carica, Sergio Mattarella, è fondamentale, e nel nostro caso abbiamo la fortuna di avere a capo dello Stato un uomo non solo prudente e colto, ma di lunga esperienza nella gestione della res publica, un interprete leale e lungimirante dello spirito oltre che della lettera della Costituzione. Il suo richiamo alla necessità di riarmarsi per poter difendere la democrazia, non solo nel nostro paese ma nell’Europa intesa come casa comune, è una straordinaria lezione di realismo.
Lui cattolico osservante e uomo di pace, è stato capace di leggere in profondità l’urgenza del presente, senza aggrapparsi a nostalgie del passato.

Lo scrittore franco-siriano Omar Youssef Souleimane: “La sinistra francese ha cercato di bloccare il mio libro-inchiesta”

C’è molto nervosismo e insofferenza tra le fila di La France Insoumise. Una irritabilità che proviene dalla recente pubblicazione di un’inchiesta destinata a scuotere l’intero Paese; un libro che rivela i rapporti tra il movimento di Jean-Luc Mélenchon e l’Islamismo: I complici del male (Editions Plon), del giornalista e scrittore siriano naturalizzato francese Omar Youssef Souleimane. Ha costruito la propria inchiesta infiltrandosi nelle primissime manifestazioni e raduni organizzati in Francia già all’indomani del 7 ottobre 2023. E si è trovato di fronte a quella che descrive come una strategia mirata: un patto elettorale tra La France Insoumise e gli ambienti islamisti.

Souleimane, ex cronista ricercato dai servizi segreti siriani per la sua attività contro il regime di al-Assad, ha costruito la propria inchiesta infiltrandosi nelle primissime manifestazioni e raduni pro-Pal organizzati in Francia già all’indomani del 7 ottobre 2023. E si è trovato di fronte a quella che descrive come una strategia mirata: un patto elettorale tra La France Insoumise e gli ambienti islamisti, calibrato con un obiettivo preciso, conquistare il “voto della comunità musulmana”.

Un’operazione politica che, secondo Souleimane, non è un episodio isolato, ma l’espressione di una tendenza più ampia. Ne emerge una narrazione aspra, in cui viene messa in evidenza «un’alleanza elettorale» pensata per conquistare il «voto della comunità musulmana».  L’accusa — diretta, spiazzante e disturbante per l’opinione pubblica francese — è che alcuni dirigenti e candidati della gauche radicale abbiano intessuto rapporti con progetti tesi a introdurre regole sociali compatibili con la shari’a.

Quando e perché hai deciso di scrivere I complici del male?
«Ho deciso di scrivere questo libro dopo l’attacco del 7 ottobre e soprattutto quando Mélenchon ha considerato il massacro di Hamas come una reazione alla violenza, un’affermazione, una dichiarazione confermata da La France Insoumise il giorno dopo il massacro di Hamas. Soprattutto perché provengo da un mondo chiamato Medio Oriente, e questo mondo è dominato dagli islamisti. Non volevo che la Francia, il Paese che io ho adottato, e che mi ha adottato, fosse offesa da queste persone e dalla loro complicità con La France Insoumise».

In che modo il tuo libro è stato osteggiato?
«La France Insoumise ha cercato di bloccare il mio libro. Questo partito politico ha intrapreso un’azione legale per ottenerne una copia prima dell’uscita e sporgere denuncia per diffamazione. Lo trovo contraddittorio, perché, mi chiedo, come si può sporgere denuncia contro un libro che non si è ancora letto? E così hanno cercato di impedirne la pubblicazione. Volevano evitare problemi e quindi hanno provato a censurarlo. Ma non ci sono riusciti perché i tribunali francesi hanno avuto voce in capitolo, e i giudici hanno stabilito che La France Insoumise non aveva il diritto di ottenere una copia prima dell’uscita del libro».

Come nasce l’alleanza sinistra-Islam?
«L’alleanza tra islamisti ed estrema sinistra francese nacque negli anni ’70, con l’arrivo di Khomeini in Francia, quando fu accolto dalla sinistra francese perché si presentava come un combattente della resistenza contro l’imperialismo. La sinistra francese lo ammirava per questo e lo sostenne di conseguenza. Quando tornò in Iran, i primi che assassinò furono iraniani della sinistra. Ma la sinistra francese continuò a sostenere gli islamisti in Francia perché scoprirono sempre questa immagine, questa figura di combattenti della resistenza, di rivolte. E questo supporto ideologico purtroppo continua ancora oggi».

Cosa attrae la sinistra dell’Islam?
«Penso che ci sia quest’idea che attrae la sinistra verso l’Islam: preferisco dire islamisti, ma non dell’Islam in sé come religione. Perché in Medio Oriente c’è una contraddizione. È strano vedere un islamista legato a un uomo di sinistra. Perché la sinistra in Medio Oriente, soprattutto in Siria, per esempio, o nei Paesi arabi, è legata all’ateismo, alla modernità, al Rinascimento, mentre l’islamismo è legato alla nostalgia del passato, all’arroganza di un califfo. Ma ciò che attrae la sinistra in Francia è quest’idea di rivolta contro il capitalismo. C’è un’altra cosa che li attrae: la narrazione vittimistica che esiste tra gli islamisti, i quali credono ci sia un complotto occidentale contro di loro. E questa narrazione vittimistica esiste anche tra la sinistra, perché credono che l’Occidente stia facendo di tutto per distruggerli».

Scrivi: «Vengo da un mondo in cui la parola ebreo è un insulto». Come viene educato un bambino siriano in tal senso?
«È stato orribile crescere in questo mondo in cui si dà dell’ebreo per insultare e denigrare, in cui l’antisemitismo domina la sfera pubblica: un bambino siriano che ha vissuto in questa atmosfera, quando arriva in Francia o in Europa, o diventa fortemente antisemita o acquisisce consapevolezza perché vede come questa atrocità stia distorcendo la società».

Non pensa che in Occidente si dia più spazio ad attivisti, influencer, alla Flotilla per Gaza, anziché ai palestinesi dissidenti di Hamas? Perché?
«Abbiamo prestato molta attenzione alla Flotilla di Gaza e agli influencer di Hamas perché proviamo una certa nostalgia per la resistenza e la rivoluzione, soprattutto tra i giovani e per chi ha un passato da militante. Ci sono stati scioperi nei campus durante la guerra con l’Algeria, durante la guerra del Vietnam. E i giovani in qualche modo rivivono tempi mai vissuti. Ed è per questo che oggi intraprendono questa resistenza, perché stanno anche vivendo una crisi d’identità. Così hanno scoperto, o trovato, in Palestina lo strumento attraverso il quale rafforzare o praticare questa resistenza immaginata».

Come risvegliare le coscienze degli occidentali?
«Per quanto riguarda la coscienza degli occidentali, penso che possiamo semplicemente continuare a lavorare, a rimanere forti, a preoccuparci, a non arrenderci, a scrivere, ovviamente. E a continuare a parlare, unendosi. Questa è la cosa più importante. E penso che col tempo, piano piano, le persone, gli europei, non si lascino più ingannare».

 

Quel patto tra gli islamisti e La France Insoumise: l’inchiesta di Souleimane

Prof. Alfieri: Molti cattedratici, per sbarcare il lunario, utilizzano le loro cattedre come trampolino di lancio in politica

Francesco Alfieri non fa sconti, e da Friburgo non si risparmia di fronte all’ascesa mediatica e politica di Donatella Di Cesare. D’altronde il filosofo è discepolo di Oriana Fallaci, con cui ha intrattenuto importanti rapporti, e lo stile franco è un lascito che custodisce gelosamente. Alfieri ha conosciuto Di Cesare tramite i suoi scritti, e perciò mette in guardia dalla strumentalizzazione della cultura come trampolino di lancio per altri fini.

Francesco Alfieri, è professore di Fenomenologia della Religione presso la Pontificia Universitas Lateranensis. Dal 2008 al 2014 ha tenuto dei seminari sulla fenomenologia di Edith Stein e di Hedwig Conrad-Martius presso l’Università degli Studi di Bari. Ha studiato filosofia presso l’Università del Salento e presso la Pontificia Universitas Lateranensis. Dal 2007 è Archivista e fa parte del Consiglio Direttivo del «Centro Italiano di Ricerche Fenomenologiche», con sede a Roma.

È Direttore Scientifico della edizione critica in lingua italiana dell’Opera Omnia di Hedwig Conrad-Martius edita dalla casa editrice Morcelliana e dirige presso la medesima casa editrice una collana di filosofia incentrata sul pensiero di Anna-Teresa Tymieniecka. Le sue pubblicazioni sono rivolte ad indagare la fenomenologia tedesca, con particolare riferimento allo studio dell’essere umano in prospettiva antropologica. Ha sviluppato la propria ricerca occupandosi di approfondire sotto il profilo storico e teoretico lo studio delle tre esponenti del Circolo fenomenologico di Gottinga: Edith Stein, Hedwig Conrad-Martius, Gerda Walther. Di recente i suoi interessi sono rivolti ad indagare la “fenomenologia della vita” di Anna-Teresa Tymieniecka. Ha pubblicato di recente una monografia sugli Schwarze Hefte di Martin Heidegger, insieme al Prof. Friedrich-Wilhelm von Herrmann.

 

Professor Alfieri, a marzo 2024 era stato tagliente: «Donatella Di Cesare sfrutta lo spazio mediatico, è in cerca di visibilità». Dopo poco più di un anno la ritroviamo capolista di Avs in Calabria. Ci aveva visto lungo…

«Non c’è da meravigliarsi. Molti cattedratici, per sbarcare il lunario, utilizzano le loro cattedre come trampolino di lancio in politica o “vendono” le loro idee pseudocattoliche ai giornali cattolici per accreditarsi: o in politica o sotto il potere della Chiesa, cercano delle ali per ricollocarsi. Le cattedre spesso sono solo delle coperture per fini carrieristici. Nello specifico Di Cesare, andando tra poco in pensione alla soglia dei 70 anni, cerca l’àncora della politica per sopravvivere mediaticamente».

E spesso si esagera. È già stato rimosso lo scandalo per il tweet con cui rendeva omaggio alla brigatista Balzerani?
«Ha messo in imbarazzo e in difficoltà la Sapienza, sede d’insegnamento di Aldo Moro. In poche parole ha calpestato il suo sacrificio. Per cancellare questa uscita vergognosa è bastato parlare di Palestina e attaccare Israele, ed è diventata la nuova eroina dei pro-Pal. Il gioco è fatto».

Insomma, Di Cesare è l’ennesimo personaggio politico «costruito» dalla tv?
«Quando ascolto Di Cesare in tv mi viene in mente subito il pamphlet intitolato Cattiva maestra televisione, nella quale Popper metteva in guardia dal mezzo televisivo e faceva emergere come quei salotti culturali – in cui Di Cesare siede comodamente – siano dominati dall’incessante intrattenimento di massa. Lei incarna proprio la figura della cattiva maestra, rappresentante di una cultura ideologica e strumentale. Di Cesare ha voluto sempre combattere delle ideologie, ma ne ha creata una che è più grave e di cui si macchiano anche molti intellettuali di oggi».

Ovvero?
«L’autoreferenzialità e, di conseguenza, la mancanza di strumenti per un confronto fondato sull’ascolto. Solo monologhi. I salotti televisivi servono per costruire la celebrità di una persona, e dai discorsi di Di Cesare emerge una forma di pericolosità della manipolazione della cultura, ormai diventata più uno strumento di battaglia che una via per il pensiero. Basterebbe analizzare la sua carriera scientifica…».

A cosa fa riferimento?

Ricordo ancora quando nel 2014 uscirono le prime raccolte dei Quaderni Neri di Martin Heidegger: Di Cesare tuonava sull’antisemitismo del filosofo tedesco. Già allora si poteva toccare con mano la strumentalizzazione che lei fa del linguaggio di Heidegger, ridotto e rinchiuso in chiave politica, soprattutto sulle presunte affermazioni contro il popolo ebreo. Ha sempre cavalcato l’onda della strumentalizzazione, contribuendo a distruggere – in Italia e altrove – l’eredità culturale di Heidegger».

Torniamo alla candidatura. La sinistra punta su Di Cesare, ma lei ha mai avuto a che fare con la politica?
«Ora Di Cesare punta sulle sue “radici”, ma la sinistra ha sempre disprezzato questo termine perché lo ha banalizzato ideologicamente. Lei ha dovuto ripiegare sulla Calabria perché forse era l’unico spazio in cui poteva trovare posto una sua candidatura. Non so quale sia il suo progetto politico, ma una cosa è certa».

Mi dica

«Fino ad oggi le sue affermazioni pubbliche sono imbarazzanti e provocatorie. Figuriamoci quali potrebbero essere i suoi interventi in politica. Se un giorno venisse a mancare tutta l’“apparecchiatura” dei talk show – che promuovono le sue provocazioni pur di fare ascolti – rimarrebbe ben poco».

Il suo parere franco su Di Cesare non lascia ombra di dubbio. Ora però provi a scommettere: riuscirà a strappare un seggio o farà flop?
«Quella insignificante sinistra, che ancora sopravvive sotto le ceneri, avrebbe dovuto impedirne la candidatura. Qualcuno mi spieghi quale idea o pensiero di sinistra incarni Di Cesare. Togliamo slogan e tweet: rimane solo il moralismo di chi sentenzia su tutto e tutti. Non vedo futuro in questa candidatura. E non potrà che far schiantare ancora di più la sinistra».

 

Intervista di Luca Sablone Regionali Calabria, Alfieri: “Di Cesare? Parole imbarazzanti e provocatorie. La sinistra doveva impedirne la candidatura. E anni fa distrusse l’identità culturale di Heidegger”

Simone Perron, autore del libro ‘Sguardi nell’abisso’: “Affideremo alle intelligenze artificiali le nostre esistenze ormai svuotate di senso”

Sguardi nell’abisso. Apocalissi, gender e virtualità nell’età del nichilismo, di Simone Perron, edito da Passaggio al bosco, fa parte di una ragguardevole compagine culturale antimoderna che non si rassegna alla deriva “nichilista” che ormai caratterizza la nostra società tecnocratica. Come recita la prefazione, il libro di Perron  non dice assolutamente nulla di originale, se non per qualche sfumatura personale su di uno sfondo genericamente tradizionalista, soffre probabilmente della stessa malattia che diagnostica nella società. Ovvero un certo egoriferimento, che distorce il mondo dietro ad una personale lente scura, e quindi, lo dipinge a tinte pessimistiche.

Viviamo in un’epoca di transizione tumultuosa, un’età del nichilismo in cui i vecchi ancoraggi si sgretolano e nuove narrazioni faticano a emergere. In questo saggio dissidente e controcorrente, Simone Perron intraprende una lucida e impietosa analisi delle derive contemporanee, offrendo uno sguardo senza filtri sull’abisso che la nostra società sta contemplando.

Partendo da una visione critica del trionfo dell’indifferenziato e della mercificazione dell’esistenza, l’autore esplora le implicazioni radicali delle ideologie di genere, le insidie del mondo virtuale e il senso di un’imminente apocalisse culturale e sociale. Attraverso una disamina coraggiosa e non convenzionale di temi spesso taciuti o affrontati con superficialità – dalle ambigue frontiere dell’eros alle allucinazioni indotte dalla tecnologia, fino alla crisi di senso e alla perdita di riferimenti stabili –, “Sguardi nell’abisso” si rivolge al “Ribelle” che nuota controcorrente, a chi non teme di interrogare le certezze del nostro tempo e cerca prospettive inattuali e di rottura.

Se è vero che il primo antidoto al nichilismo è la consapevolezza del mondo in cui viviamo, è altrettanto palese che ormai il nichilismo nella volgarizzazione che ha preso piede, è diventato un atteggiamento pessimistico e distruttivo, ma perlopiù manchevole di una sua parte costruens e questo aspetto purtroppo riguarda spesso anche i cantori della fine dell’Occidente.

Il testo di Perron dimostra invece come il vero nichilista anche se non crede in nulla, non è un uomo privo di speranza: egli è il distruttore, perché sa che solo abbattendo ciò che è vecchio si può costruire qualcosa di nuovo. E il vecchio oggi è il nostro presente.

 

1 Cosa significa essere controcorrente oggi? E quali sono i rischi?

Penso che essere controcorrente oggi significhi in qualche modo opporsi allo spirito del tempo, ovvero staccarsi da una visione del mondo totalmente legata allo scientismo (cioè la scienza diventata religione e dogma), all’idolatria della tecnica, all’egualitarismo radicale e ad una visione mercantile dell’esistenza, per la quale ogni cosa si può vendere o comprare. Già solo mettere in discussione questi dogmi imperanti sarebbe molto.

Il rischio è quello di sentirsi isolati, esuli in un mondo nel quale non ci si riconosce. È una sensazione che pervade molte persone, che tendono a riunirsi e a fare massa critica, anche grazie all’uso dei social media. È bene che sia così, ma vi è un rischio ulteriore: finire in un guazzabuglio di pensiero in cui tutto si equivale, in cui si rafforzano i bias, in cui tutto diventa irrazionale e confuso. Vi è un terribile conformismo e appiattimento anche nel cosiddetto “antisistema”, forse ancora più pericoloso perché in questo contesto ci si sente nel giusto in quanto lontano dal “mainstream”. Eppure essere lontani da un errore non significa per forza essere vicini alla verità.

2 Il nichilismo potrebbe rappresentare un’occasione di svolta intellettiva, identitaria e culturale per la nostra società?

Ci sono certamente forze latenti positive che diventano coscienti solo nei momenti più bui. Bisogna però vedere se saranno in grado di attivarsi. Per paradosso, abbiamo una società occidentale così progredita dal punto di vista materiale da garantirci le migliori condizioni di vita di sempre. Eppure ci manca qualcosa. Sentiamo che qualcosa non va. Siamo narcotizzati, indotti a distrarci con la televisione o internet, storditi dal troppo lavoro, dalle droghe e dagli alcolici. Finché abbiamo queste stampelle, restiamo in una sorta di limbo. La svolta è possibile, ma forse bisogna avere il coraggio di buttare via le stampelle una volta per tutte. Camminare da soli, o cadere con dignità. Sempre meglio che vivere da zombie.    

3 Quali sono i suoi autori di riferimento?

Sono cresciuto con i libri di Carlos Castaneda, Noam Chomsky e J.R.R Tolkien. A trent’anni sono stato folgorato da Friedrich Nietzsche. A quaranta da Julius Evola e dai Tradizionalisti. Penso che questi ultimi esprimano una concezione del mondo totale e coerente, una capacità di analisi così onnicomprensiva riguardo ad ogni aspetto dell’umano – e del trascendente, da costituire un faro esistenziale importante in questi tempi di spaesamento collettivo.

4 Qual è l’ambito che risulta il più critico in Italia e che potrebbe fare da traino ad altri settori per un rinnovamento culturale?

Probabilmente la scuola. Forse perché insegno da anni nelle scuole medie e negli istituti professionali e tecnici, ma ho visto troppo spesso talenti e capacità sprecati o addirittura annichiliti. Finché continuiamo a pensare che “tutti possano – e debbano –  fare tutto” costruiremo una società di persone frustrate e sempre fuori posto. Vi sono individui portati per i lavori manuali, veri e propri assi nel loro campo, costretti ad imparare malamente materie alle quali non sono minimamente interessati. Altri, portati alla speculazione intellettuale più raffinata, costretti a fare fotocopie nell’alternanza scuola lavoro. Il mito egualitario progressista ha fatto danni enormi. Andrebbe sradicato alla radice. Ma abbiamo trasformato anche l’insegnante in uno scialbo burocrate, dunque il cane si morde la coda.

5 “La volontà di potenza non è altro che l’estrema realizzazione del dominio dell’essere sull’essere stesso”, diceva Heidegger. Come vede questo pensiero in relazione alla nostra società?

La volontà di potenza è anche volontà cieca di autosuperamento. Fa parte dell’animo europeo, quello che forgerà l’uomo faustiano secondo Osvald Spengler. Ciò sta portando al superamento della modernità, ovvero alla post- modernità, figlia di questa continua sfida ai limiti che ci costringono dall’esterno.  Ma siamo arrivati al punto da poter sradicare gli stessi fondamenti che ci rendono per definizione umani. La morte ad esempio: c’è chi sostiene che entro pochi anni potremo riportare indietro i processi di invecchiamento a nostro piacimento. Chiaramente cadendo da un palazzo si morirebbe comunque, quindi la prospettiva della vita fisica “eterna” ci renderebbe così pavidi da evitare qualsiasi attività pericolosa. Per paradosso, sceglieremmo di stare collegati ad un avatar virtuale per non rischiare la pelle. Che umanità sarebbe mai quella? Patetica.

6 Non sarebbe più corretto oggi parlare di fine del nichilismo a favore di un inutile pessimismo?

Con il passaggio dalla visione del mondo pagana a quella monoteista, abbiamo negato gli Dèi in favore di un unico Dio. Con la modernità abbiamo negato anche questo, in favore dell’individuo. Con i movimenti ambientalisti abbiamo provato a mettere la Natura al centro della nostra esistenza, come Dea madre: ma oggi anch’essa è percepita come debole e minacciata, tanto che con il riscaldamento climatico pensiamo che l’Apocalisse stia bussando alle porte. Lo stesso individuo, unico rimasto sul palcoscenico degli “enti”, è scisso in mille parti: una macchina desiderante e autoreferenziale, che può addirittura scegliere il suo “genere” e far finta che la biologia non esista.

Se saremo in grado di ritrovare un senso profondo dell’esistere, anche il pessimismo scomparirà come neve al sole.  Finché questo non accadrà, temo che le visioni più pessimistiche siano ampiamente giustificate: affideremo alle intelligenze artificiali le nostre esistenze ormai svuotate di senso.

Antonio Carulli, autore di ‘Contro la scuola progressista’: ‘No alla scuola come vettore di mobilità sociale’

Quante volte sentiamo dire che la scuola italiana è in crisi, che i docenti hanno perso la propria autorità e che i ragazzi ne sanno sempre meno? Dove risiede la causa della decadenza della scuola italiana?

Secondo il prof. pugliese Antonio Carulli, nella concezione della scuola come ascensore sociale, con la sua falsa inclusività, omologazione culturale, che significa abbattere la meritocrazia e la selezione, risiede il motivo principale delle gravi problematiche che attanagliano la nostra scuola, definita “progressista”.

Antonio Carulli, partendo da una serie di analisi frutto dell’esperienza quotidiana, denuncia questa situazione anomala e propone alternative nel libro “Contro la scuola progressista” (Passaggio al bosco), analizzando in una invettiva incandescente, le dinamiche di un disastro che ha preso forma nello spazio di un ventennio, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Spiegando il senso dell’insegnamento, Carulli offre la modalità per scoprire il significato vero della parola cultura e indica anche una riflessione razionale su ciò che registra giorno dopo giorno: la fine dell’eccellenza italiana.

Il libro si sofferma sugli aspetti culturali del problema, tralasciando quelli di natura economica (fondi) e logistica, per affermare l’importanza di rifondare una scuola che non può scadere nel servizio sociale, in quanto essa è luogo di relazioni umane, di socializzazione e di apprendimenti, di conoscenza e trasmissione del sapere snaturata anche dalle teorie nuoviste di matrice aziendalista.

La soluzione per Carulli è far studiare se si vuole iniziare ad alzare il livello qualitativo della scuola.

 

1 Nella sua visione, cosa non dovrebbe mai essere la scuola?

Semplicemente, un luogo dove non si fanno mandare più le poesie a memoria, dove non si traduce più, dove non si boccia più, dove si fa educazione civica intesa malamente come contestazione sterile del governo in carica al posto di storia, dove la storia dell’arte è vista come una materia inutilmente complementare.

2 Qual è il principale problema che affligge la scuola italiana?

Burocrazia, interessi privati, docenti che non aprono un libro da quarant’anni, docenti che fanno gli psicologi e gli amici degli studenti e, peggio ancora, dei genitori degli studenti, docenti che contestano sistematicamente le scelte del ministero dell’istruzione, docenti che giocano a fare i bastian contrari in nome di una non meglio precisata nozione di democrazia perennemente attentata, gli evangelizzatori dell’anti-tradizione, dell’esotico, dell’arcobaleno, dei diritti senza doveri, di mondi, stati e stadî lontani, dell’eccezione perenne senza norma sottesa trasgredita.

3 Spesso in molti ci si lamenta che la scuola non è mai stata fondata sul merito. Cosa ne pensa?

I primi a non volerlo mi pare siano quei docenti che scambiano il rispetto delle regole per autoritarismo, l’appiattimento per democrazia, le regole introdotte a difesa del pubblico ufficiale per deriva dittatoriale.

4 La scuola progressista danneggia i più deboli? E’ in contrasto dunque con il concetto stesso di meritocrazia?

La storia dell’Italia della seconda parte del Novecento ha mostrato come la maggior parte delle persone proveniente da contesti culturali indubbiamente non disastrati, epperò non propriamente abbienti, alla fine sia riuscita ad assurgere a buoni livelli della macchina professionale. Siamo la seconda generazione dopo la prima che ce l’ha fatta.  Il problema semmai va cercato fuori della scuola, magari nelle conventicole. Il solito problema dell’Italia dove tutti conoscono tutti. Il tema, più supposto che reale, dell’appianamento delle difficoltà iniziali su cui possa disputarsi la partita del merito non è affare dell’istituzione scolastica ma della politica in genere. La scuola deve istruire non occuparsi del lavoro, perlomeno non primariamente. La scuola come vettore di mobilità sociale ha svuotato di senso l’insegnamento e fatte deserte le università.

5 Come fare per alzare il livello qualitativo?

Far studiare. Ma perché ciò accada occorre che i docenti per primi tornino farlo. L’educazione è mimetica.

6 Quali autori sono imprescindibili (e che però vengono snobbati o trattati superficialmente) per la formazione dei ragazzi?

Ce n’è un sacco. Basti qui semplicemente ricordare come viene trattato Manzoni (ovviamente da quelli che non l’hanno mai letto integralmente) o lo stesso D’Annunzio che non si studia perché sarebbe stato genericamente fascista quando poi fascista non è mai stato. O Giovanni Gentile, che da essere il nostro filosofo teoreticamente più agguerrito, è solo due righine nei libri di storia, l’autore della riforma e l’ucciso dai partigiani.

7 Cosa si augura per il suo libro? E cosa spera venga recepito soprattutto da ragazzi?

Sono ormai troppo adulto per credere che un libro possa chissà che. I giovani invece mi pare siano le vittime incolpevoli di questo sistema, non solo scolastico. Che finge di salvarli al solo scopo di salvare i propri privilegi. Quelli i quali rifiutano i titoli e/o le desinenze di genere o i dettami di ciò che può essere unicamente detto e fatto  (e ce ne sono, per grazia di Dio) sapranno ben recepire questo libro. Ne ho avuto già qualche esempio.

Carlo Tortarolo, autore de “Lo scultore di uragani’: ‘Viviamo in una civiltà triste’

Carlo Tortarolo ama stupire e provocare, pungolando il politicamente corretto che sempre più spesso corrode la nostra società. Lo fa pungolando il lettore con l’opera Lo scultore di uragani”, Coniglio editore, 2025, con uno stile incisivo e metaforico, che non lascia troppo scampo a scappatoie intellettive.

Lo scultore di uragani è una storia scritta di volta in volta dall’autore insieme al lettore invitato a collaborare alla riflessione di Tortarolo, poliedrica e divertente costruita su saggi pungenti, aforismi alla Leo Longanesi e racconti-parabole evocativi, offrendo ai lettori una chiave di lettura originale per interpretare le sfide della società contemporanea e le sue storture, soprattutto ideologiche.

Frutto di recupero di racconti precedenti, cui si sono aggiunti altri, Lo scultore di uragani, vive di ironia amara, di giochi di parole, di intuizioni illuminanti che descrivono la tristezza della nostra civiltà, dell’Occidente che, come ormai si sente dire da decenni, è come un treno nella notte la cui corsa va sempre più accelerando in direzione del baratro mentre «L’uomo occidentale  è come il passeggero del Titanic che […] (aveva) l’illusione di essere a bordo di una nave inaffondabile». Ma è possibile pensare ad un futuro diverso senza dover ripetere sempre che l’Occidente è morto o sta morendo, esibendosi solo come cantori dello sfacelo dell’Occidente?

Per Tortarolo la strada risiede proprio nel senso di possibilità insito dell’animo umano, nel riscoprire la nostra linfa vitale che ci permette istintivamente di comunicare vita, passione, visione del futura, anche attraverso la letteratura, contro la cultura mortifera post strutturalista.

 

 

1 Perché hai deciso di scrivere questo libro?

Non l’ho deciso. Mi è stato chiesto. L’editore mi ha domandato se avessi qualcosa di pronto e io ho risposto col disordine delle mie prime scritture. Ho recuperato i racconti usciti su Satisfiction, li ho riscritti, ne ho aggiunti altri, e li ho lasciati esplodere insieme.

2 Qual è la principale crisi che stiamo vivendo, la madre di tutte le altre, secondo te?

La crisi della felicità.

Abbiamo trasformato ogni desiderio in un diritto, e ci siamo trovati infelici lo stesso.

Viviamo in una civiltà triste, che ha perso il gusto per le piccole cose, per la serata senza smartphone, per il silenzio non monetizzato.

Siamo in lutto per la morte del presente.

3 È stato complicato pubblicare questo libro?

No. Ho avuto la fortuna rara che Coniglio Editore mi abbia cercato.

La vera difficoltà è stata scegliere cosa pubblicare. I racconti erano la forma giusta: tagliano, scivolano, si possono leggere come mine o come specchi.

4 Ad un certo punto fai dire ad un personaggio: “Vede Gilberti, gli italiani non sono ancora a pronti ad accettare la verità”. Quale verità per gli italiani è la più difficile da mandare giù?

La più indigesta è questa: non siamo mai stati davvero liberi, e non ce ne frega nulla.

L’Italia è un algoritmo emotivo: riesce a coniugare l’essere col non essere, il furto con la retorica, il disincanto con l’autoassoluzione.

La nostra verità è un compromesso che ci consente di sopravvivere senza fare i conti con noi stessi.

5 Quali sono i tuoi punti di riferimento letterari? Tre nomi

Dante, Céline e Longanesi.

Dante per la bellezza che non chiede permesso.

Céline per la dissezione dell’uomo e il furore stilistico.

Longanesi perché sapeva fuggire da ogni forma di banalità come fosse peste.

6 Cosa pensavi o speravi mentre scrivevi “Lo scultore d’uragani”?

Pensavo di fare male. Ogni racconto è un colpo: secco, chirurgico, fastidioso.

Scrivo per disturbare la stasi, per svegliare da quella pseudovita narcotizzata che non ha più bisogno dell’intelligenza umana.

Questo libro è un atto di resistenza contro l’idea di un uomo ridotto a entità gestibile da un’élite di debosciati.

Il libro li disegna. Li espone. Li brucia.

Walter Nicoletti, premio Oscar 2025: ‘Una realtà di produzione internazionale a Matera vuol dire affermare che la qualità non è una prerogativa dei grandi centri metropolitani’

Walter Nicoletti è stato l’unico italiano a portare a casa un Oscar lo scorso marzo. Il cortometraggio animato In the Shadow of the Cypress, diretto dai registi iraniani Shirin Sohani e Hossein Molayemi, cha conquistato l’Oscar come Miglior Cortometraggio Animato alla 97ª edizione degli Academy Awards, porta anche la sua firma.

Un riconoscimento straordinario che porta con sé un grande orgoglio per Voce Spettacolo, casa di produzione e distribuzione fondata da Walter Nicoletti, appassionato di cinema fin da bambino, con sede a Matera e operativa anche a Los Angeles. La società si è distinta nel panorama cinematografico internazionale, lavorando con determinazione per qualificare il film agli Oscar e garantendone il successo globale.

The Shadow of the Cypress si è contraddistinto per la sua profondità narrativa e la qualità dell’animazione, affrontando tematiche universali con un linguaggio visivo originale che suggerisce invece di risultare didascalico. L’abilità dei registi Sohani e Molayemi nel raccontare storie attraverso l’animazione ha trovato il giusto riconoscimento con la statuetta dorata.

Walter Nicoletti, è anche attore e regista oltre che produttore, nonché membro della Hollywood Creative Alliance e dell’European Film Academy, mostrando come sia possibile anche per una piccola città del sud Italia raggiungere grandi traguardi.

Voce Spettacolo ha infatti consolidato il proprio ruolo come ponte tra l’Italia e Hollywood, contribuendo alla crescita del settore cinematografico e portando il nome di Matera nell’industria cinematografica internazionale.

Un successo che conferma come Matera, già simbolo di cultura e cinema (basti ricordare che nella celeberrima città dei sassi venne girata “La Passione di Cristo” di Mel Gibson), continui a essere un punto di riferimento anche per la settima arte e in tal senso Nicoletti sta rafforzando la propria produzione negli States.

 

Quando hai iniziato ad appassionarti al mondo del cinema?

Il cinema ha sempre avuto un ruolo centrale nella mia vita, sin da quando ero bambino. Ricordo distintamente le prime volte in cui mi sono lasciato trasportare da una storia sullo schermo, sentendo che quel linguaggio visivo ed emotivo aveva qualcosa di universale, capace di parlare a tutti ma anche profondamente intimo. La vera svolta è arrivata quando ho deciso di trasformare questa passione in un lavoro: fondando Voce Spettacolo, una realtà di produzione e distribuzione cinematografica. Da allora, il mio obiettivo è stato quello di far arrivare lontano le storie che meritano di essere viste. Accompagnare un corto fino alla vittoria del Premio Oscar è un’esperienza che cambia per sempre la percezione del cinema: ti rendi conto di quanto sia potente la forza dei sogni.

 

Cinque film che ti hanno ispirato o destabilizzato?

La mia formazione cinematografica è legata a film che hanno scritto la storia del cinema. Ecco cinque titoli che porto con me:

1-Scarface di Brian De Palma: una parabola tragica sulla fame di potere e sulla solitudine, con un Al Pacino leggendario.

2-Carlito’s Way, sempre di De Palma: malinconico, elegante, un gangster movie che parla di redenzione e di destini già scritti.

3-Il Padrino di Francis Ford Coppola: un capolavoro assoluto. Ogni inquadratura, ogni dialogo è parte di una lezione di cinema e umanità.

4-Rambo di Ted Kotcheff: dietro la figura iconica c’è una riflessione potente sulla guerra, il trauma e l’alienazione.

5-Il Signore degli Anelli di Peter Jackson: un viaggio epico, visionario, che mi ha fatto capire quanto il cinema possa costruire mondi e lasciare un’impronta nell’immaginario collettivo.

Cosa significa per Matera avere una casa di produzione cinematografica internazionale?

Significa sfidare il concetto di periferia. Matera è una città che ha già dimostrato di essere una grande scenografia naturale, ma il mio obiettivo è far sì che da qui partano anche contenuti, idee, progetti. Avere una realtà di distribuzione o produzione internazionale a Matera vuol dire affermare che la qualità non è una prerogativa dei grandi centri metropolitani. È un atto di resistenza culturale e una scelta di radicamento: rimanere con i piedi ben piantati nella propria terra, ma con la testa e la visione orientate al mondo. La sfida è rompere lo stereotipo della provincia come margine creativo. È possibile fare cinema ad alti livelli senza doversi spostare per forza a Roma. E, paradossalmente, è proprio grazie a questa radice profonda che siamo riusciti a raggiungere l’Academy e ad avere un impatto a livello globale.

 

Quali sono le principali criticità del cinema italiano? E quelle del cinema statunitense?

Il cinema italiano fatica a rinnovarsi: c’è ancora troppa dipendenza dai meccanismi dei bandi pubblici, troppa attenzione a dinamiche interne e troppo poca al pubblico. Si rischia di produrre per dovere, non per urgenza creativa. I giovani autori faticano a trovare spazio e il pubblico, a sua volta, si allontana. Bisognerebbe scrivere storie che parlino al mondo attraverso l’analisi di tematiche universali. Il cinema statunitense ha una struttura industriale impressionante, ma anche un sistema molto selettivo, dove tutto ruota intorno alla logica del Box Office. Attualmente Hollywood sta affrontando una crisi senza precedenti, dovuta anche all’avvento dell’AI. Tuttavia, al momento c’è un’energia creativa pazzesca nella scena indie americana, e quando riesci a entrare in quel mondo, scopri una passione per il cinema che è contagiosa soprattutto perché ti accorgi di quanto la macchina sia efficiente e meritocratica.

 

  1. Puoi svelarci qualche retroscena durante la Notte degli Oscar che ti ha coinvolto direttamente?

Uno dei momenti più significativi l’ho vissuto sul Red Carpet, prima dell’ingresso ufficiale nel Dolby Theatre. Ho incrociato diversi esponenti dei più importanti media americani che si occupano dell’Award Season, oltre che le Star hollywoodiane, alcune delle quali hanno apprezzato il nostro lavoro. È stato un momento di legittimazione importante. La campagna Oscar è stata estenuante, a volte anche conflittuale internamente, ma quando mi sono trovato lì, con l’abito da sera a rappresentare l’Italia, mi sono reso conto che ogni notte insonne ha avuto senso.

 

  1. Prossimi progetti?

Stiamo rafforzando la nostra presenza a Los Angeles: abbiamo annunciato il nuovo programma di qualificazione di cortometraggi per la prossima stagione degli Oscar. I registi e produttori interessati possono iscrivere e candidare le loro opere direttamente sul sito di Voce Spettacolo. Al tempo stesso stiamo per avviare una serie di distribuzioni internazionali di opere con partner e produttori americani. Il futuro? Continuare a far volare le storie, da Matera al mondo. Inoltre su Amazon è disponibile ‘Dagli esordi a Hollywood‘, una guida pratica alla distribuzione cinematografica. Si tratta del primo manuale in Italia che racconta la mia decennale esperienza nella distribuzione e nel percorso Oscar, offrendo strumenti concreti per chi vuole entrare in questo mondo con metodo e consapevolezza.

Prof. Luca Siniscalco: “L’estetica è la paradossale ma fertile indagine di quella soglia sensibile che è sempre apertura al mistero

Luca Siniscalco ha studiato filosofia presso l’Università degli Studi della sua città e alla Universität Carl von Ossietzky di Oldenburg (Germania). Dottorando in Studi Umanistici Transculturali presso l’Università degli Studi di Bergamo, in cotutela con la Justus-Liebig-Universität di Gießen, con un progetto di ricerca intitolato The Event of the sacred in postsecular age. Encounters with Hans-Georg Gadamer’s hermeneutics, Hermann Nitsch’s and Anselm Kiefer’s art, è stato Professore a contratto di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano (UNIMI) e l’Università eCampus, tiene corsi di Filosofia, Esoterismo e Letteratura nel progetto accademico UniTreEdu.  Ha curato saggi di E. Jünger, N. Sombart, W.I. Thompson, A.J. Heschel, J. Josipovici, E. Niekisch, J. Evola. È redattore di «Antarès – Prospettive Antimoderne» (Edizioni Bietti) e delle riviste accademiche «Informazione Filosofica», «Medium e Medialità», «Education & Learning Styles». Suoi articoli e saggi sono apparsi su numerose riviste scientifiche e divulgative, quotidiani, e in svariate antologie.  Ha curato numerose mostre d’arte (personali e collettive).

Professore di Estetica, Filosofia, Letteratura e storia contemporanea, collabora da anni in qualità di curatore con il Nuovo Rinascimento di Milano, fondato dall’artista Davide Foschi con presidente Rosella Maspero. Intellettuale raffinatissimo, è tra gli “Autori in permanenza al Centro Leonardo da Vinci Art Expo Milano”.

Siniscalco riflette sul concetto di estetica moderna, sul problema della negazione del sacro nel mondo moderno, che riemerge nella postmodernità scegliendo come terreno d’elezione l’arte, sull’antimodernità e i suoi protagonisti, sulla funzione dei social media, sull’iperinformazione frenetica e confusionaria di oggi, tra Heidegger, Junger e Eliade.

 

 

1 Nell’ultima pubblicazione da lei curata, “DissacrArte”, si affronta il problema della negazione del sacro nel mondo moderno, che però riemerge nella postmodernità scegliendo come terreno d’elezione l’arte. Qual è il fattore principale alla base di tale negazione?

È il problema della secolarizzazione o del “disincanto del mondo” (M. Weber). Come diagnosticato sin dal primo Novecento da numerose ed eterogenee famiglie filosofiche, nella modernità occidentale – che, in seguito alla mondializzazione, ha colonizzato il globo intero – il rapporto con il sacro, ossia l’esperienza sorgiva dell’incontro con il “totalmente altro” (per citare R. Otto), è sempre più relegato ad ambiti marginali della vita sociale, culturale e politica. Laddove, invece, esso è stato valorizzato, sovente ha rischiato di divenire preda di strumentalizzazioni, incomprensioni, riduzionismi. Eppure, questa dimensione, che nell’esistenza dell’uomo, costitutivamente homo religiosus (M. Eliade), è esperienza originaria, è spesso riemersa in forma visibile, anche in ambiti nuovi rispetto a quelli tradizionalmente impregnati dalla “dialettica del sacro e del profano”. L’arte gioca, in tale contesto, un ruolo fondamentale. Nelle forme dell’arte si sono occultati miti, simboli, archetipi, che continuano tuttavia a lasciar scorgere sottotraccia – a chi ha gli strumenti interpretativi per coglierlo – il legame mai scisso con il Principio.

Con l’incedere della cosiddetta “postmodernità”, un vero e proprio nuovo paradigma di civiltà e visione del mondo, in cui i processi del Moderno, per eterogenesi dei fini, si sono rivolti contro la modernità stessa, plasmando un aeriforme, rizomatico e proteiforme scenario, la “grande muraglia” (per citare R. Guénon) che circonda il nostro mondo proteggendolo contro l’intrusione di influenze telluriche è ampiamente crollato. Se la “solidificazione” del mondo sensibile nella modernità ha serrato ogni passaggio verso la trascendenza, le “fenditure” nella “grande muraglia” si aprono oggi da ogni parte. Attraverso di esse le figure del numinoso tornano nel mondo, manifestandosi nelle numerose forme di “seconda religiosità” (Spengler) proprie del contemporaneo, ma anche nella volontà di numerosi artisti, sempre meno outsider, talora dotati di grande riconoscibilità mediatica, di favorire la manifestazione estetica del sacro, ricostruendo i ponti con forme di metafisica verticali e superando l’interregno del nichilismo. L’artista riconquista dunque il ruolo di mago, teurgo, iniziato, psicopompo, sciamano. Assurge a temerario costruttore di templi per il deus adveniens. Proprio per trattare tale emergenza mitico-simbolica in seno all’arte contemporanea, ricostruendone la genesi storico-culturale e dando voce ad artisti che in tale percorso si riconoscono – dalla pittura alla scultura, passando per la fotografia e le performances – è stato concepito “DissacrArte”.

 

2 La nozione di Antimoderni si presta a qualche resistenza. Ma chi sono oggi gli antimoderni?

Suppongo che il concetto si sia imposto alla sua attenzione in quanto costituisce il sottotitolo della rivista “Antarès. Prospettive antimoderne”, di cui il fascicolo monografico “DissacrArte” rappresenta la ventesima uscita.

L’antimodernismo è una variegata famiglia di pensiero che si è cristallizzata in forma oppositiva rispetto alle istanze promosse dall’ideologia modernista (ossia la versione radicale dell’ideologia promotrice del Moderno, con la sua complementare costellazione concettuale – progressismo, materialismo, liberalismo, individualismo, scientismo). Tale nozione è stata tematizzata in modo eccellente da Antoine Compagnon nel suo celebre “Gli antimoderni”. Qui Compagnon evidenzia come, diversamente dal tradizionalismo o conservatorismo, sempre esistiti, secondo declinazioni diverse, nella storia europea, l’antimodernismo sorge, come famiglia di pensiero, precisamente in contrapposizione agli ideali della Rivoluzione francese, ma secondo una visione del mondo tanto nuova, radicale, e a suo modo avanguardista, da qualificarsi paradossalmente come ultra-moderna. Antimoderni, secondo questa accezione, furono in Francia J. de Maistre, C. Baudelaire, L. Bloy, D. la Rochelle, L.-F. Céline, M. Blanchot, l’intera Rivoluzione Conservatrice austriaca e tedesca, i migliori esponenti del Pensiero di Tradizione (fra tutti, J. Evola), pensatori inattuali (G. Papini, M. Eliade, C. Campo), ma anche grandi poeti (T.S. Eliot, E. Pound), narratori (K. Hamsun, Y. Mishima) e indagatori del fantastico (J.L. Borges, J.R.R. Tolkien, H.P. Lovecraft). Molti di loro, autori di riferimento di “Antarès”, vuoi in quanto oggetto di studio, vuoi quali riferimenti indispensabili all’elaborazione del metodo critico adottato nella nostra ormai ultradecennale storia editoriale.

Essere antimoderni oggi significa ricollegarsi a questa ricca tradizione di pensiero per riattualizzarne il magistero. Secondo un processo che oggi, a mio avviso, richiede particolare impegno e forza creativa, innanzitutto vista l’epocale mutazione di scenario che abbiamo già parzialmente evocato. Se la modernità, infatti, ha fatto bancarotta, un pensiero critico aggiornato deve spingersi sino al confronto con le nuove sfide poste dal pensiero postmoderno. Oggi, forse, più che di antimodernismo servirebbe ragionare su di un postmodernismo realmente “altro” per spirito, orizzonti e vocazione.

 

3 Parlando ancora di antimoderni, secondo lo scrittore francese Chateaubriand, la democrazia è il naturale prolungamento (moderato e normalizzato) della Rivoluzione. Cosa ne pensa, soprattutto in riferimento alle attuali democrazie, soprattutto europee?

La riflessione di Chateaubriand riflette la tesi, tipicamente antimoderna, sulla genealogia dell’assetto politico moderno, inteso appunto come l’istituzionalizzazione dei “sacri princìpi dell’89”. I valori che la Rivoluzione avrebbe opposto agli ordinamenti tradizionali della civiltà europea si sarebbero configurati in un assetto in cui la centralità della già rousseauviana “volontà popolare” assurge a fonte e legittimazione di ogni forma di autorità politica. Dalla democrazia, però, notava già Platone nella sua teoria sulle forme di governo, sorge la tirannia: e, in effetti, forme di riduzione della rilevanza e libertà concrete del popolo hanno variamente contraddistinto gli sviluppi storici dei sistemi democratici – dal cesarismo o bonapartismo ai totalitarismi novecenteschi (anche d’impronta collettivistica), sino alle contemporanee forme di controllo sociale promosse dal “capitalismo della sorveglianza” (S. Zuboff) o dal “capitalismo politico” (A. Aresu). Ecco che così la Rivoluzione torna a manifestarsi nella sua componente di radicalità e violenza giacobina, mentre simultaneamente “si suicida” (per usare la famosa immagine di A. Del Noce) venendo meno alla propria vocazione ideale trasformativa ed emancipatrice. L’alienazione, che il progetto politico della modernità mirava a superare, diventa il cuore di tenebra del modello democratico. La tragicità di questa dinamica è oggi riposta nella difficoltà di pensare anche solo in termini concettuali a modelli radicalmente alternativi a fronte dell’investitura della democrazia rappresentativa, da parte del “realismo capitalista” (M. Fisher), a sistema politico archetipico del paradigma dominante.

È peraltro da precisare come la politologia abbia variamente mostrato la pluralità dei modelli di “democrazia”. Quello contrastato nella tradizione antimoderna si riferisce principalmente alla democrazia moderna, parlamentare, repubblicana e rappresentativa. Modelli di ristrutturazione del paradigma democratico in senso partecipativo, corporativo, comunitarista e olistico, sono state proposte nell’ultimo secolo da svariati autori – da Othmar Spann a Walter Heinrich, passando per Emmanuel Mounier e Simone Weil e arrivando ad Alain de Benoist, Costanzo Preve e Alasdair MacIntyre, solo per citarne alcuni. Teorie tutt’oggi sfidanti, meritevoli di riflessioni.

 

4 Nel 1750 Baumgarten pubblica il primo volume dell’Estetica, dove viene messa a punto una nuova disciplina nata da meditazioni sulla specificità della poesia e sulla peculiare perfezione delle sue rappresentazioni sensibili. Secondo lei il campo della sensibilità possiede davvero una propria peculiare razionalità e strutturazione?

Dal mio punto di vista, è corretto intendere il dominio della sensibilità come una sfera della percezione fondamentale anche sul piano conoscitivo. In questa prospettiva, è fin troppo banale notare la differenza che un’esperienza sensibile riveste rispetto ad una esperienza intellettiva puramente concettuale. Più stimolante è invece, anche sulla scia di Baumgarten, riflettere sul valore non esclusivamente percettivo, ma altamente gnoseologico della sensibilità, indagandone caratteristiche, limiti e condizioni di possibilità.

Baumgarten la definiva “gnoseologia inferior”, i romantici l’hanno innalzata a “gnoseologia superior”, l’ermeneutica filosofica ha rilevato la sua stretta interrelazione con ogni atto di comprensione.

Potremmo così asserire, andando oltre le posizioni contrapposte di tipo soggettivista e oggettivista, che il campo della sensibilità media concretamente tra coscienza e mondo, nonché tra il flusso della vita e delle percezioni, cui mai possiamo avere accesso in modo totalmente diretto, e i dispositivi che strutturano la conoscenza e danno forma comunicabile alle percezioni. In questo senso l’arte, che si alimenta di immagini sensibili in-formate da idee, al contempo precede ed eccede la sfera del logos, permette di pensare una alternativa ai paradigmi del razionalismo e dell’empirismo, rifiutando il dualismo ontologico e pensando la realtà in termini correlativi e analogici.

 

5 L’estetica oggi ha a che fare sempre di più con la confusione o essa è la chiarificazione di ciò che deve rimanere confuso? Come riusciamo a riaccordarci alla realtà?

L’estetica, dal mio punto di vista, è la paradossale ma fertile indagine di quella soglia sensibile che è sempre apertura al mistero, al “totalmente altro”, all’eccedenza di senso, ma che mai è capace di risolverne totalmente il significato. È, per citare immagini jüngeriane, un “avvicinamento” alle “irradiazioni” che dallo sfondo originario promanano mediante forme, segni, immagini simboliche. È, insomma, cura dell’enigma. La confusione può essere dunque sfrondata, ma solo per giungere ad una dinamicità ulteriore, che ci rammenta il carattere energetico e multiforme del reale.

 

6 Nell’epoca dell’iperinformazione, la vasta accessibilità alle notizie e l’enorme presenza di informazioni istantanee hanno dato il via libera alla cosiddetta ‘corsa al click’. Come si può ritornare alla qualità formale di un articolo? Come scovare la verità tra fake news e polarizzazioni?

Il tema è vastissimo e meriterebbe considerazioni ben più vaste, che un ampio dibattito contemporaneo sta tentando di elaborare, spesso stretto nella morsa di istanze conflittuali – i conseguimenti teoretici, da un lato, e le dinamiche economico-tecnologiche, dall’altro lato.

Mi limito a notare, anche sulla scorta delle riflessioni proposte sulla postmodernità, che oggi forse non ha più senso, né a livello teorico né operativo, distinguere nettamente, nell’ambito della comunicazione, fra “verità” e “fake news”, quasi che queste fossero strutture ontologiche determinate, bensì lavorare, con rispetto deontologico e maturità intellettuale, all’elaborazione di forme comunicative improntate ad una persuasività responsabile, culturalmente fondata e orientata prospetticamente verso la costruzione di una conoscenza articolata e condivisa. Nell’epoca dell’informazione le notizie si proiettano nell’iperspazio digitale creando nuove narrazioni. Operano, per citare Nick Land, come “iperstizioni”: la loro verità coincide con la loro performatività. Un professionista della comunicazione dovrebbe, a mio avviso, fare i conti con questa nuova geografia digitale, producendo “iperstizioni” alternative al fine di delineare modelli culturali ulteriori, fondati non sulla retorica astratta o sull’interesse dei centri di potere dominanti, bensì sulla costruzione di spazi di pensiero critico auspicabilmente dotati di attrattiva nei riguardi del pubblico e di una potenziale performatività concreta sul piano culturale, sociale e politico.

7 Tre autori che hanno segnato la sua formazione personale e accademica

Martin Heidegger, da cui ho appreso la forza radicale del pensiero e la concretezza abissale della filosofia. Ernst Jünger, che mi ha insegnato a cogliere nelle forme della storia e della natura le epifanie di un mondo sovrasensibile caleidoscopico, profondo per senso e sacralità. Mircea Eliade, che mi ha comunicato la passione per il linguaggio dei simboli e le tradizioni religiose, mostrandone l’importanza per decifrare la nostra contemporaneità.

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