‘Gli Eletti’: la nuova collana della casa editrice Alter Ego per riscoprire le pietre miliari e libri meno conosciuti della letteratura

Gli Eletti è una delle collane proposta dalla casa editrice Alter Ego. Alter. La casa editrice è stata fondata nel 2012 a Viterbo da Danilo Bultrini e Luca Verduchi ed è specializzata nella pubblicazione di narrativa. Attiva inizialmente sul territorio della Tuscia e del Lazio, dal 2014 ha esteso il proprio raggio d’azione a tutta l’Italia, ed è distribuita a livello nazionale. Dal 2020 la casa editrice ha aperto alla pubblicazione di autori contemporanei stranieri.

I romanzi di Alter Ego raccontano gli uomini e le donne di oggi, noi, la nostra società. Particolare attenzione viene riservata al tema del “doppio”.  Una ricerca sapientemente condotta attraverso le molteplici collane: Specchi, Spettri, Egonomia  e Crocevia. Le prime contengono generi  che spaziano dal romanzo di formazione al romanzo psicologico, passando attraverso il distopico il romanzo umoristico, fino ad arrivare al giallo e al thriller. In Crocevia, invece, trovano spazio alcune proposte che si discostano dal resto del catalogo. Insomma, pubblicazioni dai mille sapori capaci di accattivare i gusti di qualsiasi lettore.

Oltre ad editare nuovi talenti la casa editrice, fin dalla sua fondazione, si è proposta di indagare nel panorama culturale internazionale riscoprendo le gemme dimenticate della letteratura. Da questo presupposto nasce gli Eletti: capolavori della letteratura italiana e internazionale in formato economico e tascabile. La collana valorizza i classici intramontabili del panorama letterario, riproponendoli in una veste completamente originale.

La grande attenzione alla cura editoriale del progetto – grazie alla consulenza letteraria di Dario Pontuale – la grafica ricercata e le traduzioni inedite  rendono gli Eletti unici e collezionabili.

Nel catalogo sono presenti le Pietre Miliari, immancabili nelle librerie di un lettore, come Alice nel paese delle meraviglie, Attraverso lo specchio, La sirenetta e Canto di Natale. Ma non mancano le Gemme, perle dimenticate o introvabili dell’opera letteraria delle grandi penne del passato: I racconti di viaggio di Charles Dickens, La cucina futurista di Filippo Tommaso Marinetti e racconti di Guy De Maupassant, Robert L. StevensonHonoré de Balzac, Edgar Allan Poe, Luigi Capuana e tanti altri. Questo  consente di far conoscere ai lettori, a partire dai giovanissimi, i grandi autori al di là dei loro romanzi più famosi.

Per consultare la collezione completa: http://www.alteregoedizioni.it/gli-eletti/

Ad aggiungersi alla già ricca collana sono altri due titoli: L’informatore di Joseph Conrad e I morti di James Joyce.

 

Gli Eletti e le new entry: L’informatore di Conrad e I morti di Joyce

Fresco di pubblicazione, inserito nel catalogo, è  l’Informatore di Joseph Conrad:

Ambientato nell’Inghilterra vittoriana del 1908 il racconto ha come sfondo il microcosmo dei circoli anarchici, di cui l’autore si prende sistematicamente gioco. Spie, doppiogiochisti, anarchici cinici,  anarchici convinti e finti anarchici sono i protagonisti di questa commedia nera. Il narratore si trova così immerso nel racconto di una vicenda sporca, intricata, dove il signor X racconta dei suoi sforzi per scoprire l’identità del viscido delatore che si nasconde tra le fila di  un gruppo di anarchici londinesi e che ne sabota sistematicamente i piani. Un racconto che parla di ideali traditi, di significati sfuggenti, di maschere e pose, della fine di un’era e dell’inizio di un’altra. Un racconto che si racconta da sé, fin dal titolo: L’informatore – un racconto ironico.

 

L’altra new entry è I morti di James Joyce.

In questo ultimo, breve e stupendo racconto della raccolta Gente di Dublino, e come in tutti i precedenti, i personaggi di James Joyce rinunciano ai sogni e alle illusioni. “Era venuto per lui il momento di andare a ovest”, scrive Joyce: dove si trova Michael Furey, dove si trovano i morti e il loro ricordo. Nel racconto i coniugi Gabriel e Gretta si rendono conto che il presente è inscindibile dal passato, così come i vivi sono inscindibili dai morti.

Accanto agli Eletti c’è anche Gli Eletti XL che vanta titoli come Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, Il primo fuoco e altre novelle di Gabriele D’annunzio e le Lettere d’amore tra Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti.

La Casa editrice Alter ego è infinitamente sorprendete, nuovi progetti si stagliano all’orizzonte.  Tante sono le novità di prossima pubblicazione: un testo di Pavese, un racconto Fitzgerald, una selezione di racconti di Lovecraft e la raccolta di racconti popolari Nani e folletti dell’antropologa Maria Savi Lopez.

Un appuntamento importante è fissato a settembre 2020 per la collana di narrativa contemporanea straniera. In arrivo il primo titolo di un’autrice canadese, pluripremiata e mai tradotta in Italia, dedicato alla vita di Emily Dickinson.

Proprio la citazione della Dickinson “A tutti è dovuto il mattino, ad alcuni la notte. A solo pochi Eletti, la luce dell’aurora“ è stata scelta dalla casa editrice Alter ego per presentare al pubblico la loro nuova collana.

 

http://www.alteregoedizioni.it/shop

 

 

 

 

 

 

 

 

Edizioni Le Assassine: le donne al centro della letteratura gialla

Edizioni Le Assassine, diretta da Tiziana Elsa Prina, è un piccolo gruppo di appassionate/i di crime che da anni lavora nel mondo editoriale, occupandosi di scelta dei libri, traduzioni, editing e comunicazione. La casa editrice propone la letteratura gialla, declinandola nelle sue svariate sfaccettature – giallo a suspence, deduttivo, hard boiled, psicologico, noir –, negli stili più diversi – fantasiosi, essenziali, sofisticati, semplici, d’antan – e nei contesti geografici più vari – Marocco, Malesia, Canada, ma anche Germania, Francia, solo un piccolo esempio dei Paesi da cui vengono le scrittrici.

 Il logo di Edizioni Le Assassine è un volto enigmatico, che rievoca donne un po’ misteriose, immerse in un’atmosfera inquietante. 

Pur spaziando dall’enigma della camera chiusa al thriller psicologico, al noir, Edizioni Le Assassine ha “un centro di gravità permanente”: protagoniste della narrazione, oltre che le scrittrici, ci sono nel bene e nel male le donne, talvolta vittime e talaltra vessatrici.

Si è voluto avere, inoltre, uno sguardo più ampio sul mondo e così è stato pensato, di dedicarsi ai romanzi stranieri, mettendosi sulle tracce di penne che abitano i quattro angoli del globo e delle storie che più entusiasmano.

La ricerca non si ferma al presente, la passione per il crime, come una macchina del tempo, ha portato alla scoperta di scrittrici del passato, coraggiose pioniere di questo genere, A volte potranno sembrare distanti perché soggette a certe convenzioni letterarie e sociali, ma non per questo sono meno capaci di creare atmosfere intriganti.

La scelta di trattare la letteratura gialla non solo al femminile ma anche di scrittrici straniere sia viventi, per la collana Oltreconfine, che non per quella Vintage ha catalizzato l’attenzione di molte testate nazionali, trasformando Edizioni Le Assassine in un caso editoriale.

 

L’urlo dell’innocente per la collana Oltreconfine delle Edizioni Le Assassine

L’ultima uscita sul mercato editoriale de Le Edizioni Assassine è L’urlo dell’innocente di Unity Dow.

Unity Dow, giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana è nata in un’area rurale dove i valori tradizionali erano dominanti; ha frequentato Giurisprudenza all’Università del Botwsana e dello Swaziland e poi a Edinburgh in Scozia, suscitando con la sua educazione occidentale un misto di stima, ma anche di sospetto. Impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata tra le fondatrici di EmagnBasadi, la prima organizzazione femminile del Paese. Si è occupata dei diritti dei gay e ha partecipato anche alla creazione di Aids Action Trust. Prima donna giudice dell’Alta Corte del Botswana, si è impegnata molto per la democratizzazione delle leggi del Paese, per esempio nell’ambito del diritto di famiglia.

Personaggio poliedrico, ha dimostrato il suo valore anche come scrittrice; nei suoi libri spesso emergono i conflitti tra i valori occidentali e quelli tradizionali, ma anche i problemi riguardanti i rapporti tra uomo e donna in un continente afflitto dalla povertà come quello africano. Dow ha contribuito al libro Schicksal Afrika (Destino Africa) dell’ex presidente tedesco Horst Koehler (2009), e ha spesso fatto parte di missioni dell’Onu in Sierra Leone e Ruanda. Oltre al conferimento della Legion d’onore francese, Unity Dow è stata menzionata al Women of the World Summit nel marzo 2011 come una delle 150 donne che “scuotono il mondo”. Dal 2013 è entrata in politica e da allora ha più volte rivestito il ruolo di ministro.

Sinossi

Una ragazzina di dodici anni sparisce nei pressi del suo villaggio, nel Botswana. La polizia locale dice alla madre che è stata presa e uccisa dalle bestie feroci. Cinque anni dopo, la giovane Amantle Bokaa viene inviata in quel villaggio sperduto dell’Africa per assolvere un tirocinio nell’ospedale, e lì accidentalmente trova una scatola dalla misteriosa etichetta. La scatola contiene qualcosa che riporta al caso ormai archiviato e dà luogo alla ricerca della verità, verità che risulterà ben più terribile di quanto Amantle possa immaginare.

 

La guardava senza malizia: semplicemente la voleva, ne sentiva il bisogno. Certo, nel volerla e nel sentirne il bisogno c’era una qualche forma di affetto, anche se era difficile definirlo tale. E lei era, a conti fatti, disponibile. La guardava ridere con gli amici, gettando la testa all’indietro, mentre forse imitava con le braccia il volo di un uccello. Era intenta a raccontare una storia divertente ai compagni e tutti l’ascoltavano. Probabilmente stava facendo la sciocchina, come talvolta succede ai ragazzini. Qualsiasi cosa stesse facendo, non si era accorta che lui la osservava. Era la seconda volta che con l’auto passava accanto a quel gruppetto di bambini. Non aveva avuto difficoltà a riconoscerla, l’aveva già puntata in precedenza. No, la guardava senza malizia, senza volerle fare del male o causare dolore ai suoi famigliari. Semplicemente la voleva, ne sentiva il bisogno: dopo, il dolore sarebbe stato inevitabile. Sotto ogni aspetto lo si poteva considerare una brava persona

“Questo romanzo pubblicato da una piccola casa editrice australiana che ho trovato alla Fiera di Francoforte non è solo un thriller nato dalla fertile fantasia di uno scrittore, ma una storia che si basa su un caso vero o, forse, sarebbe meglio dire su casi veri di omicidi rituali. L’autrice, che tra l’altro è una donna nota nel continente africano per le sue battaglie per i diritti civili, ci porta infatti in un mondo sconosciuto a molti occidentali e attraverso la narrazione riesce non solo a creare quella suspense che si cerca in questo genere di romanzi, ma a farci capire aspetti di una società così lontana dalla nostra. Un libro, insomma, che incuriosisce, ma che strappa anche il cuore per quel che ci mostra” – ha dichiarato l’editrice Tiziana Elsa Prina

Edizioni Le Assassine: Il mistero della vetreria per la collana vintage

Edizioni Le Assassine arricchisce la sua collana vintage con Il mistero della vetreria di Margaret Armstrong, scritto nel 1939 con il titolo Murder in Stained Glass.

Margaret Armstrong nasce nel 1867 a New York da una famiglia socialmente molto in vista. Per gran parte della sua vita è illustratrice molto apprezzata di copertine in stile Art Nouveau e solo in età avanzata si dedica alla scrittura, diventando un’esponente tardiva della Golden Age. Come il padre, grande conoscitore dell’arte vetraria, e una sorella, Margaret si distingue per le sue doti artistiche e in tarda età abbandona l’attività di illustratrice per dedicarsi alla scrittura, pubblicando due biografie e tre romanzi gialli molto apprezzati dalla critica; tra i suoi lettori si annovera anche Agatha Christie.

Sinossi

La signorina Trumbull, agiata e frizzante newyorkese di mezza età, decide di lasciare la sua comoda dimora per andare a trovare la vecchia amica Charlotte. Non può sottrarsi all’invito, che prevede però già noioso, sia perché preferisce la vita effervescente di New York alla tranquillità della campagna, sia perché considera la donna un po’ triste e cupa. Tuttavia le sue previsioni saranno del tutto scombinate quando nella fornace della vetreria di Frederick Ullathorne, noto creatore di vetrate artistiche, verranno ritrovati resti umani. Grazie alla sua spiccata curiosità e a un’innata capacità investigativa, la signorina Trumbull si troverà così coinvolta nell’indagine ̶ che si rivela alquanto complicata ̶ per scoprire chi era la vittima e chi l’assassino; la guida la certezza di essere più abile del detective incaricato del caso, e di riuscire a “vedere ciò che altri non hanno visto”. Non sa che la sua intraprendenza potrebbe costarle cara.

Immagino che il tempo, bello o brutto che sia, abbia spesso fatto la differenza nella vita delle persone. È un’ovvietà, senza dubbio: tuttavia quando ripenso alla parte che ho avuto nel caso Ullathorne, mi rendo conto che se il sole non fosse stato così splendente in quel particolare lunedì mattina dello scorso marzo, niente di quello che è avvenuto a Bassett’s Bridge sarebbe accaduto esattamente nello stesso modo, e anzi una parte non sarebbe successa affatto. Perché io non sarei stata là. Era un po’ come quella filastrocca che diceva: “E venne il gatto che si mangiò il topo, che al mercato eccetera eccetera”.  il tempo non si fosse messo al bello, non sarei andata a far visita a Charlotte Blair

Haycraft, uno dei maggiori studiosi del genere giallo,  considerò Margaret Armstrong tra le migliori scrittrici che ricorsero nei loro romanzi alla tecnica dell’HIBK (Had I But Know ovvero “se lo avessi saputo”), di cui un’altra autrice americana, Mary Roberts Rinehat, fu l’iniziatrice

Ella utilizza questa tecnica, soprattutto nella parte iniziale e in quella finale. L’elemento caratterizzante era costituito dal narratore, di solito una donna, non più giovane e benestante, che si lamentava per le cose che avrebbe potuto fare per prevenire i terribili crimini esposti nella storia, se solo avesse avuto l’acutezza di prevederli.

Mentre per alcune detective amatoriali HIBK l’accusa è quella di mancare di razionalità e dunque di presentare un’investigatrice che resta incapace di risolvere il caso e che deve alla fine rivolgersi a un uomo per risolverlo, la nostra signorina Trumbull sa investigare con vigore e intelligenza e giunge alla soluzione più logica, se solo l’autrice non intervenisse con un paio di mosse che portano a un esito inatteso della vicenda.

Insomma, ci viene presentata una figura di donna agiata, determinata e single e che a tratti ci meraviglia per la sua libertà di pensiero e di azione: in nuce ha tutte le caratteristiche della donna emancipata che sa bastare a se stessa, pur non rinunciando a un certo lato romantico soprattutto nei confronti di due giovani personaggi della storia che faticano a coronare il loro sogno d’amore: in quel caso si presenterà non più come una novella Sherlock Holmes ma come la Fata Turchina.

Un altro elemento interessante del libro e della tecnica narrativa a cui si faceva riferimento è la narrazione in prima persona, che nel giallo della Armstrong riesce a dare un tono leggero e anche divertente all’intera vicenda, cosa non facile visti i tranelli e le difficoltà che pone l’utilizzo della prima persona al posto della terza. Immaginiamo infatti un personaggio come Miss Marple che narra in prima persona invece che in terza come perderebbe molto della sua attrattiva, anche se in fondo entrambe le investigatrici hanno almeno una somiglianza: la capacità di trarre informazioni dalle chiacchiere degli altri.

Abbastanza curioso, poi, il fatto che uno dei personaggi più immorali e spiacevoli del romanzo abbia la stessa professione del padre della Armstrong. Che in qualche modo rispecchiasse una relazione difficile padre-figlia?

Anche Charlotte, l’amica dell’investigatrice improvvisata, ricorda vagamente la scrittrice: le accomuna la passione per la natura, che portò l’autrice a viaggiare per il West, raccogliendo nozioni sui fiori selvatici che poi mise in un libro.

Domina comunque sull’intera storia il personaggio della signorina Trumbull, che inizialmente indaga per curiosità, ma poi viene spinta dalla volontà di anticipare le mosse della polizia per soddisfare un suo personale bisogno, quello di arrivare a un finale del caso che sia positivo per le persone che le sono care, più che per un senso di giustizia. Non manca infatti un lato romantico della donna che influenza talvolta le sue teorie, rendendole un po’ fantasiose, anche se poi lei sa prendere in mano le situazioni con molto senso pratico.

Pur trovandoci di fronte a un delitto, non proviamo angoscia, ma curiosità per il dipanarsi della vicenda, e il modo leggero in cui la donna tratteggia personaggi e situazioni spesso ci strappa un sorriso.

 

Fonti

https://edizionileassassine.it/prodotto/lurlo-dellinnocente/

https://edizionileassassine.it/prodotto/il-mistero-della-vetreria/

 

 

Paolo Ivaldi, editore di ‘Achille e la tartaruga” presente al Salone del Libro di Torino: “Il miglior boicottaggio non è impedire ad altri di sedersi”

Paolo Ivaldi è un piccolo editore indipendente di Torino con all’attivo 60 pubblicazioni in 10 anni, e che (fortunatamente per lui), non vive di sola editoria; nel 2008 ha fondato la casa editrice Achille e la tartaruga (presente al controverso Salone del Libro di Torino, su cui calerà il sipario il 13 maggio), di cui ciascuna Collana si rifà al tema del paradosso di Zenone, che esprime le contraddizioni della cultura occidentale. Ivaldi si occupa soprattutto d’arte ma non ha rinunciato al suo sogno e alla sua genuina passione per la scrittura. La sua casa editrice mira a realizzare un prodotto di buona qualità, in un mercato dove la percentuale dei piccoli editori che in questo momento sono in netta difficoltà e che potrebbero sparire nei prossimi anni, se non mesi, sono circa il 40 per cento, secondo stime attendibili. Alcuni editori riescono a restare a galla, attuando pratiche che funzionano, facendo fruttare le proprie idee e la propria creatività, non facendosi travolgere dalla crisi. In questo senso Ivaldi è andato oltre il prodotto librario in se, editando anche un mensile online: La storia e la bellezza.

Logo casa editrice Achille e la tartaruga

 

1. Perché nel 2009 ha deciso di fondare una casa editrice?

Già da diversi anni ne parlavo con amici con i quali condividevo l’interesse per la scrittura, all’epoca organizzavamo incontri, cene, laboratori durante i quali scrivevamo e leggevamo. Tuttora ancora succede ma sempre più di rado. Mi ero laureato non da molto e deluso dal mondo della ricerca ho pensato che l’unica strada per me poteva essere crescere per migliorare qualcosa in cui credevo io. Poi il mio sogno segreto fin dalla più tenera età è sempre stato quello di progettare una casa editrice, possibilmente a tema. Ho scelto il tema di Achille e la tartaruga perché il paradosso di Zenone, esprime le contraddizioni e la sensazione di scacco in cui si trova oggi la cultura e il pensiero Occidentale.

2. Cosa distingue la sua casa editrice dalle altre?

Non è facile paragonare la propria esperienza con quella altrui. Posso dire che cerco di realizzare un prodotto di buona qualità, artigianale per molti versi, selezionato nei contenuti e anche di piacevole fattura. E di offrirlo ai lettori a un buon prezzo. Non pubblico tutto quello che mi viene proposto e talvolta capita di rifiutare vantaggiose offerte di pubblicazione, per i motivi più diversi.

3. Trova delle affinità particolari tra mondo dell’editoria e mondo dell’arte, quest’ultima sua attività principale?

Il “Sistema” Italia, non so se sia così anche all’estero, è un sistema molto bloccato e questo vale anche per l’editoria e per l’arte, penso ancora di più per il mondo dello spettacolo o dello sport. Il mondo dell’editoria è diviso in due realtà assai ben separate. I cinque principali gruppi editoriali italiani si dividono il 95% del fatturato totale e quindi quando si parla di editoria bisogna avere ben chiaro a quale delle due realtà ci stiamo riferendo perché è evidente che anche le regole del gioco siano di conseguenza assai diverse.

4. Tre autori che avrebbe voluto pubblicare

Se si tratta di un gioco che non ha limiti penso ai classici: ad esempio un libro che mi ha segnato profondamente come lettore è Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki. Fra gli autori italiani invece mi sarebbe piaciuto molto conoscere di persona Calvino, nei suoi racconti in particolare mi sento come a casa. Per citare un contemporaneo invece mi ha molto colpito Domani nella battaglia pensa a me di J. Marìas che pure essendo un racconto sostanzialmente realistico è avvolto in una atmosfera irreale molto suggestiva. E poi Nooteboom che ho avuto la fortuna di incontrare personalmente. E infine Pessoa, non posso non citare Pessoa, anche se siamo già a cinque. Ho scelto tutti narratori con l’eccezione di Pessoa, perché come lettore vedo scrittori poco coraggiosi che sembrano non avere la sufficiente personalità per sperimentare o inventare nuove strade. Sono appiattiti sull’attualità che non è interessante, non serve uno scrittore per raccontarla, è sufficiente un cronista. Lo scrittore dovrebbe anticiparla se possibile inventarla, il materiale sul quale si basa la letteratura non è il reale ma il possibile. Non ho parlato dei saggi e non ho citato la poesia perché a mio modo di vedere l’arte si avvicina alla verità più della scienza e più della filosofia e il banco di prova di uno scrittore è il romanzo più della poesia.

5. Se non avesse la “protezione” del suo lavoro principale, Lei si sentirebbe di appartenere a quale di queste categorie: editore che resiste, editore prova ad innovare, editore che soffre?

Nella mia attività editoriale ciò che più mi pesa è il fatto di essere da solo. In parte è dovuto al caso, in parte alle circostanze in parte è proprio un’esigenza mia. Oltre ad avere dei vantaggi questo è anche un grande svantaggio perché il lavoro non può essere legato o dipendere troppo da come io mi sento in positivo o in negativo o peggio dalle situazioni della mia vita. È come salire su un treno che a un certo si ferma in aperta campagna, non ci sono stazioni nel raggio di chilometri, non si può scendere, le porte e i finestrini sono bloccati. Passano i minuti e fra i passeggeri comincia a diffondersi un certo sconforto (ho pubblicato circa 60 libri in questi dieci anni di attività e non ho mai conosciuto un autore che, a pieno diritto, non fosse impaziente di vedere presto l’uscita del proprio libro); poi a un certo punto il treno riparte misteriosamente così come si era fermato e tutto viene in fretta dimenticato e insieme al sollievo ci dimentica anche di non aver compreso il motivo della sosta.

6. Cosa ne pensa della polemica stucchevole nata intorno alla presenza della casa editrice Altaforte? Nonostante le polemiche il libro di Salvini sta andando molto bene, come i libri sul Duce, pubblicati da grandi case editrici (non esenti da strafalcioni storici)…

La vicenda è iniziata e si è conclusa a mio modo di vedere nel peggiore dei modi. Il miglior boicottaggio non è lasciare una sedia vuota, o impedire ad altri di sedersi, rischiamo come sempre di ottenere l’effetto contrario. Se questo editore, che non conosco nel caso specifico, ha la possibilità di pubblicare testi significa che la sua attività non è illegale, per quanto io personalmente ne posso capire. Se non mi piace o non mi interessa non è sufficiente ignorare e rivolgersi altrove? Se ho timore che le sue idee si diffondano creando disagio e instabilità sociale l’unica vera risposta è la cultura, cercare di fare noi per primi le cose bene e diffondere consapevolezza in quelli che possiamo raggiungere, guardandoci non solo dal fascismo in senso stretto (quello che alberga dentro di noi come sosteneva Umberto Eco) ma dai diversi tipi di fascismo che ci circondano. Fra l’altro Ezra Pound è stato tutto fuorché fascista nelle sue idee, nei suoi scritti, e nel sangue che ha versato lui stesso per amore della libertà. La libertà è l’esatto opposto del fascismo.

8. La sua più grande soddisfazione nell’ambito editoriale?

Ho fatto esperimenti molto interessanti con il teatro che è un genere tutt’altro che commerciale; ho pubblicato i testi inediti di alcuni spettacoli e li ho accompagnati alle rappresentazioni, utilizzando lo spettacolo stesso come evento per il libro. E al pubblico piaciuto molto, quindi questo significa che in Italia i lettori non è vero che non ci sono, magari piuttosto è l’offerta culturale a non essere abbastanza allettante.

9. Come vede l’editoria italiana tra 10 anni?

Secondo me gli editori italiani stanno commettendo l’errore ma qualcuno per fortuna se n’è accorto, di trascurare gli ebook e i libri multimediali. Può darsi anche che fra dieci anni il web sarà molto meno importante di oggi o soppiantato da nuove tecnologie che nemmeno sono all’orizzonte ma bisogna attrezzarci bene oggi, se vogliamo essere competitivi in futuro.

 

 

Quanti libri vengono scritti, pubblicati e letti ogni anno in Italia? Quanto vale il mercato dell’editoria? Chi sono gli italiani che leggono? Scoprilo nell’infografica!

Nelle classifiche internazionali sulla lettura dei libri, l’Italia si trova sempre in posizioni relativamente basse, riscontrando un’alta produzione di titoli (in aumento anno dopo anno) contro una bassa percentuale di lettori (che diminuisce anno dopo anno).
Per fare chiarezza sulla reale situazione del mercato dell’editoria in Italia, abbiamo raccolto un po’ di dati relativi ai tre grandi soggetti che compongono questo mondo (gli editori, i libri e i lettori) e abbiamo creato l’infografica “L’editoria in Italia: pesci grandi e piccoli in un mare di libri”, che potete vedere qui sotto.

Pesci grandi e pesci piccoli

Sono diversi i dati che balzano di più all’occhio, ma uno di quelli più eclatanti riguarda la distribuzione dei titoli pubblicati in un anno tra i vari editori presenti in Italia. Andiamo con ordine. In Italia ci sono circa 1500 editori, che si dividono in 3 categorie:
Piccoli Editori (sono il 54,8% e pubblicano meno di 10 titoli l’anno)
Medi Editori (sono il 31,6% e pubblicano tra 11 e 50 titoli l’anno)
Grandi Editori (sono il 13,6% e pubblicano più di 50 titoli l’anno)

Come potete intuire, la quasi totalità dell’offerta letteraria pubblicata in Italia viene pubblicata dai Grandi Editori, che però sono molti meno rispetto ai piccoli editori. Questo significa che la maggior parte dei titoli pubblicati in un anno arrivano dalle grandi o grandissime case editrici, mentre le più piccole si concentrano su una produzione più ridotta e specializzata.
Anche la distribuzione degli editori sul territorio è abbastanza polarizzata, con la metà delle case editrici che ha sede al Nord, il 30% al Centro e solo il 20% al Sud.

Un mare di libri

Durante il 2016 (anno a cui si riferiscono i dati), sono stati pubblicati in Italia 61.188 titoli e sono state stampate 129 milioni di copie. Si tratta di un numero molto elevato, soprattutto se riportato ai generi letterari principali, che sono sostanzialmente tre:
Categoria “Varia Adulti” (romanzi, avventura, gialli, poesia, teatro, saggistica…) – 85%
Categoria “Ragazzi” – 8%
Libri Scolastici – 7%

I libri in Italia vengono letti per la maggiore in formato cartaceo, ma è in corso un notevole aumento della fruizione di ebook da parte dei lettori tanto che, su oltre 61.000 titoli, ben il 35,8% è stato pubblicato anche in ebook, anche se il formato digitale rappresenta in media meno del 10% del fatturato complessivo di una casa editrice.

Identikit dei lettori in Italia

Mentre si pubblicano tantissimi titoli ogni anno, il numero totale di lettori sfiora appena il 40% della popolazione, pari a 23,3 milioni di persone. Tra queste ci sono lettori forti, che leggono più di 12 libri all’anno (e sono il 14,1%) e lettori deboli, che leggono massimo 3 libri all’anno (e sono il 45%).
Sono diversi i fattori che influiscono sulla lettura, e tra questi si evidenziano principalmente il sesso e il titolo di studio. È dalla fine degli anni ’80, infatti, che in Italia si è affermata la tendenza che vede le donne come le lettrici più assidue. Come si vede dall’infografica, questa tendenza vale per tutte le fasce d’età, dai 6 agli 80 anni.
Per quanto riguarda il titolo di studio, invece, leggono regolarmente il 73,6% dei laureati, il 48,9% dei diplomati e il 23,9% di chi possiede la licenza elementare.
Ora che hai un’idea generale della situazione del mercato editoriale in Italia, guarda l’infografica e scopri tutti gli altri dati! Poi, se ti è piaciuta, condividila con i tuoi amici per dare vita a una discussione interessante!

 

Fonte:

Il mercato editoriale in Italia

Malia Delrai, dal self publishing alla fondazione della Delrai Edizioni

La Delrai Edizioni nasce nel 2016 per opera di Malia Delrai, autrice proveniente dal campo del self publishing che ha deciso di mettersi in gioco anche nel mondo della piccola editoria. La sua casa editrice ha l’obiettivo di arrivare al lettore privilegiando la passione e le esigenze dei suoi scrittori, e non limitandosi alla mera parte commerciale. La Delrai Edizioni pubblica, senza chiedere alcun anticipo agli autori, vari generi letterari: dal romance al thriller, dall’erotico al fantasy. Abbiamo incontrato l’autrice-editrice che ci ha raccontato delle sue passioni e anticipato alcune novità riguardanti la Delrai Edizioni che sarà presente al Salone del Libro di Torino del prossimo 18 maggio.

 

 

Malia Delrai nasce come scrittrice e approda all’universo dell’editoria. Come sono nate queste due passioni? Quando hai capito la necessità di scrivere e quando hai maturato la voglia di metterti al servizio di altri autori?

La passione per la scrittura è nata una decina d’anni fa, direi quasi per caso. Cercavo a tutti i costi qualcosa che mi identificasse e che potesse dar senso alla mia vita. Sorrido quando penso che la scrittura non fosse la mia prima opzione, ho provato un corso di disegno e anche uno per fare a maglia, ma poi è stato inevitabile che non riuscissi a combinare niente di buono, non erano adatti a me. Sono entrata in un sito dove all’epoca si scrivevano fan fiction e ho tentato, così per gioco, e non è più finita. In realtà pubblicare per se stessi, da soli, non è poi granché per me, nel senso che dà tante soddisfazioni, questo certo, ma se ami lavorare insieme agli altri, condividere le tue passioni con altre persone, arriva il bisogno di impegnarsi in questo, perciò ho maturato il desiderio di aprire una casa editrice e di condividere i miei scrittori con i lettori. Sai qual è la cosa più bella? Appassionarsi ad altre storie, viverle dentro come se fossero proprie, riconoscere la bravura di altri autori e cercare di fare il meglio per loro. È qualcosa che va al di là di qualsiasi soddisfazione personale, ed è molto molto più gratificante.

 

Cosa consigli a chi sta provando ad emergere come scrittore? Meglio il self-publishing oppure affidarsi all’esperienza e all’appoggio di una casa editrice?

Non potrei mai dire cosa sia meglio, perché tutto parte da punti di vista differenti, obiettivi diversi. Se un autore punta a un guadagno immediato, o comunque a un percorso “solitario”, allora di sicuro è meglio il self-publishing, ma se invece vuole e desidera coltivare il lavoro di squadra, il rapporto con altri autori e con un editore, cercare insieme insomma una risposta alle sue esigenze insieme ad altri che lavorano nel campo, allora è bello anche affidarsi a un editore. Per certo so che il mondo dell’editoria non è così facile, perché c’è di tutto nel calderone, ma non credo che il mondo del self sia poi tanto differente.

 

Cosa consigli invece a chi ha il sogno di aprire una piccola casa editrice? In Italia ne nascono moltissime ogni giorno eppure l’impero editoriale è comandato sempre dalle stesse ‘big’. Ne vale la pena? C’è la possibilità di farsi conoscere e creare qualcosa di proprio e indipendente dai grandi colossi? Cosa ricordi dei primi passaggi per aprire la Delrai Edizioni?

Io mi sono affidata a persone competenti, da sola sarebbe stato impossibile. Non è solo questione di passaggi da fare, ma di persone che ovviamente ti seguono in questo percorso: è necessario un commercialista, un legale, una persona competente che possa dirti come effettivamente ci si deve muovere. Se ne vale la pena? Dipende dagli obiettivi che si hanno, dal tempo che ci si vuole dedicare. A volte penso di impazzire, altre invece mi sento soddisfatta. Aprire una casa editrice è qualcosa che si fa per passione all’inizio, si pensa: Ehi, i libri mi piacciono! E poi ci si scontra col resto e si capisce che “il libro” è “solo una” delle cose che si deve creare. Il resto: la logistica, la burocrazia, gli eventi… è tutto da gestire e lo si deve fare, non si può abbandonare. È tutto importante, tutto. Il comando delle big è naturale perché hanno un grande capitale da investire e tanti soldi per potersi permettere quello che hanno, un piccolo editore invece questa possibilità non ce l’ha. Ma a volte mi domando se siano i soldi che fanno la differenza, se veramente servono questi e basta per poter essere definiti “grandi”. Spero che ci sia la possibilità di farti conoscere e creare qualcosa di proprio a prescindere dai grandi editori, spero di riuscirci, lo vedrò nei prossimi anni, ora è presto, per ora cerco di fare del mio meglio e mettercela tutta.

 

Descrivi Malia Delrai in tre parole.

Sole, cuore, amore. 😛

 

Qual è l’autore che non hai pubblicato e che vorresti pubblicare?

Uberto Ceretoli. Lo considero un grande del fantasy e dello steampunk, però non pubblica con me, purtroppo. Credo che sia uno dei più grandi che ultimamente io abbia letto e che mi è rimasto nel cuore. Lo trovo un autore di grandissimo talento. Tu pensa che invece forse si avvererà il mio sogno di pubblicare una persona che stimo, ma per ora non faccio nomi. Finché non succede, non ci crederò.

 

Quali sono le tue letture preferite?

Amo tantissimo lo steampunk, è uno dei generi che preferisco, ma anche il fantasy non mi dispiace. Poi ovviamente c’è il romance, l’erotico… diciamo che amo parecchi generi. Ho letto anche thriller che mi hanno lasciata senza parole. Sono piuttosto onnivora come lettrice, spesso però mi rendo conto che ricerco anche io, come molti, una realtà per ruggire dalla mia. Non perché la mia non mi piaccia ovviamente, anzi, ma perché mi piace vivere diverse vite e sognare diversi mondi.

 

Per finire, sei stata alla fiera di Milano e sarai a quella di Torino. Cosa dobbiamo aspettarci come novità firmate Delrai?

Oh, non so nemmeno io cosa aspettarmi. Tutto sta succedendo molto velocemente, troppo velocemente, e io fatico a stare dietro a ogni cosa. Ho conosciuto persone meravigliose, davvero meravigliose, che mi stanno sostenendo, che lavorano con me, ed è bello. Vorrei poter vivere di questo lavoro, anche se per ora non è possibile, mi impegno e do il massimo perché è un grande amore. Cosa aspettarsi dalla Delrai? Tanti nomi, di autori bravi, capaci, che ce la stanno mettendo tutta, che ci credono ancora, che non pensano che i lettori siano solo numeri, che con umiltà cercano ancora di farcela. Io non posso mollare, per me loro sono tutto, sono importantissimi. Vorrei poter far nomi, ma è prematuro. Però… io penso in grande!

 

 

Adriano Gabellone, fondatore dell’Onirica Edizioni

Adriano Gabellone è il fondatore dell’ Onirica Edizioni, casa editrice nata nel 2010 per dare spazio a giovani talenti emergenti. Nel 2016 al progetto iniziale si unisce anche il marchio editoriale <<Il Puntino>>, totalmente dedicato alla letteratura per l’infanzia e per ragazzi. Adriano Gabellone ci ha parlato delle origini della sua casa editrice, di come vede il mercato editoriale oggi e di come il ruolo dell’editore può sopravvivere al fenomento sempre crescente del self publishing.

 

1. Salve, Adriano Gabellone, comincio con il ringraziarla di aver accettato questa intervista per ‘900 letterario. Propongo di iniziare dal principio, ovvero: come è nato il progetto della sua casa editrice ‘Onirica Edizioni’?

Ho sempre avuto la passione della lettura e dell’informatica fin da ragazzo e diversi anni fa, assieme a un collega di lavoro, creammo un sito web dove aspiranti scrittori potevano proporre al pubblico le loro opere e commentare quelle pubblicate dagli altri utenti. E’ un po’ quello che oggi facciamo attraverso Facebook, solo che correva l’anno 2001, quando il termine social network non era ancora stato coniato. Comunque, con il passare degli anni questo sito web si evolse e fu da spunto per nuovi progetti, che, grazie anche alla fondamentale collaborazione di alcune persone a me vicine in quel periodo, videro nella fondazione di una casa editrice, il più importante passo finale.

 

2. Qual è stato il primo titolo che ha pubblicato per “Onirica Edizioni”?

Le nostre prime due pubblicazioni furono le due raccolte antologiche nate grazie al contributo degli autori che frequentavano il nostro sito di scrittura creativa, una di poesie, e una di racconti sulla tematica del raptus. Se sono scettico su un libro difficilmente lo pubblico, e quelle volte che mi sono fatto convincere i risultati non sono stati differenti dalle aspettative. Causa anche il periodo di crisi e incertezza, è più facile che accada il contrario. Ma è anche capitato di scommettere su alcuni titoli che per fortuna hanno incontrato il favore del pubblico.

 

3. Quali sono, a suo parere, gli elementi base che un buon libro deve avere per entrare nel mercato editoriale e accattivare l’attenzione del lettore?

Sicuramente il punto cardine è avere una buona storia da raccontare. Non necessariamente un argomento di cui nessuno abbia mai parlato, purché si sia in grado di raccontarlo in maniera differente. Quindi ci vorrebbe una particolare cura per lo stile. Un libro deve catturare il lettore fin dalle prime righe, quando i personaggi e la trama ancora non hanno preso forma, catapultandolo da subito nella storia. Spesso ci capita di iniziare dei libri che abbandoniamo dopo una decina di pagine (e anche meno) proprio a causa di uno stile povero che propone una lettura incespicante e priva di fluidità, banale e noiosa, benché alla base possa esserci una storia interessante.

 

4. Cosa significa pubblicare un libro al giorno d’oggi? Ovvero com’è cambiato il ruolo dello scrittore con la nascita del self publishing e com’è cambiato il ruolo dell’editore? Molti pensano che ebook e siti di print on demand abbiano iniziato un processo di disintermediazione che elimina gradualmente figure professionali come l’editor, il grafico e il copywriter. Lei come si pone in questo dibattito?

Il self publishing è una strada adatta solo a poche persone dotate di uno spiccato senso commerciale, tant’è che i casi di successo si contano sulle dita di una mano. Spesso si tende a pensare che il ruolo dell’editore ormai sia superfluo, ma il successo di un libro dipende anche dai quei “piccoli” accorgimenti che si possono acquisire solo grazie ad anni di esperienza nel mercato editoriale. E infatti, a eccezione dei casi isolati citati all’inizio, la maggior parte delle persone che seguono la strada del self-publishing tornano in un secondo momento a cercare la strada della pubblicazione “tradizionale”.

 

5. ‘Il Post’ del 22 Settembre scrive: “Non ci sarà un unico salone del libro tra Torino e Milano”. Come commenta la polemica che va avanti da tutta l’estate circa la locazione della fiera del libro più grande d’Italia?

Partecipo alla maggior parte delle fiere dedicate all’editoria presenti nel centro-nord, ma mi sono sempre rifiutato di partecipare al Salone del libro in quanto è una kermesse che va a solo beneficio dei grandi gruppi editoriali, mentre i piccoli editori faticano a rientrare dell’investimento necessario per prender parte a un evento di tale portata. La speranza è che a seguito di questo dibattito possa nascere qualcosa di buono anche per la piccola editoria indipendente, anche se ne dubito fortemente.

 

6. Andiamo un po’ più sul personale, qual è il suo libro preferito? E qual è il libro che avrebbe voluto pubblicare con la sua casa editrice?

Oddio, scegliere solo un libro per me sarebbe davvero impossibile, perché ogni libro che ho letto in qualche modo mi ha lasciato qualcosa. Ma essendo io un tipo abbastanza sedentario e riflessivo, prediligo spesso le letture avventurose e ricche di mistero. E, visto che il primo amore non si scorda mai, penso che Moby Dick resti il mio romanzo preferito in quanto è stato quello che ha dato il via a tutto facendomi innamorare della letteratura.
Il libro che avrei voluto pubblicare l’ho pubblicato, ma il titolo non ve lo dirò mai. Lascio a voi il piacere di scoprirlo leggendo i libri della nostra piccola casa editrice.

 

7. “Leggere è…” come continuerebbe questa frase?

La fonte dell’eterna giovinezza, perché significa nutrire la mente, e salire su un treno diretto verso mondi inesplorati.

Il guanto di sfida di “Racconti edizioni”

Ai più attenti e curiosi frequentatori dello scorso Salone di Torino, non sarà sfuggito, nei pressi dell’Incubatore, spulciando tra i volumi di alcune piccole case editrici, il bancone della neonata Racconti edizioni che lì esponeva i tre libri del suo catalogo. Abbiamo posto alcune domande ai giovani editori: di seguito riportiamo le loro risposte “corali”.

D: Racconti edizioni è una realtà che personalmente ho conosciuto al Salone e che mi ha colpito immediatamente per il suo spirito. Ma quando nasce Racconti edizioni? E chi c’è dietro questo nome?

R: È un progetto che si concretizza formalmente a ottobre 2015 ma che comincia a delinearsi almeno due anni prima a partire dall’incontro tra i futuri, e a quel tempo ignari, editori Stefano Friani ed Emanuele Giammarco al Master di Editoria della Sapienza. Tutto nasce dalla passione smodata per la letteratura, e in particolare per la forma breve, e la classica pinta di troppo tra amici che ha trasformato un’idea solo coccolata nel cassetto in realtà. La consapevolezza che il sistema editoriale italiano avesse dimenticato la short story e che un intera nicchia di mercato fosse del tutto inesplorata ha fatto il resto. Senza calcolare che per due giovani che si affacciano al mondo editoriale probabilmente sarà più facile aprire una casa editrice che lavorare in qualche altro modo. Sembra un paradosso, ma è una delle conseguenze della crisi economica.

D: “Varrebbe la pena chiedersi perché, in tutti questi anni, non siano state impiegate e concentrate energie soltanto nel racconto. Perché la brevità, un limite ma anche uno stimolo per lo scrittore e la sua creatività letteraria, non sia stato considerato allo stesso modo uno sprone per la creatività editoriale. Abbiamo provato a rispondere e non ci siamo riusciti”: questo scrivete nella sezione “Chi siamo” del sito. Ecco, proviamo a rispondere oggi in questa sede: perché il racconto (tanto quanto la poesia in verità) in Italia trova così poco spazio e lettori?

R: I motivi sono diversi e ancora non del tutto chiari. Provando a rispondere si potrebbe accennare a una certa ritrosia endemica nei confronti del racconto, a quel dogma per cui le short story in Italia non venderebbero (da qui il nostro hashtag ironico #iraccontinonvendono). Questa convinzione ha generato un cortocircuito per cui gli editori non investono risorse per promuovere in modo adeguato le raccolte di racconti e di conseguenza ne dilapidano il grande potenziale. D’altra parte gli scrittori fanno fatica a emergere se nessuno crede in loro e se, una volta pubblicati, rischiano di finire nel dimenticatoio nel giro di poco tempo per mancanza di attenzioni. Tutto ciò genera una convinzione generale che la forma breve sia un qualcosa di minore, facilmente trascurabile. Fin qui la nostra esperienza ci insegna che non è così. I lettori di racconti esistono e sono tanti. Ma semplicemente l’offerta non soddisfa la domanda.

D: Voi avete esordito con un catalogo composto da soli tre libri (Sono il guardiano del faro di Éric Faye; Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry; Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh). A posteriori è stata questa una scelta coraggiosa o azzardata? Ha ripagato?

R: Se consideriamo l’ottima stampa e i consensi dei lettori raccolti dai nostri titoli si può affermare di sì. Chiaramente è un aspetto che potrà chiarirsi più in là nel tempo quando avremo uno storico di almeno un anno. In ogni caso quel che conta è che, essendo Racconti una casa editrice di progetto, le scelte sono molto chiare e per forza di cose devono seguire l’idea originale in tutti i suoi aspetti. Una delle prerogative è proprio quella di essere una casa editrice di catalogo e quindi proporre ai lettori un’ampia gamma di scelta, nel caso specifico un’illuminazione panoramica su una forma che versava nell’oblio editoriale. I primi tre titoli ne sono un esempio: Appunti da un bordello turco è il rilancio in Italia di un autore già noto e premiato nel mondo anglosassone ma dimenticato nel nostro paese. Mistry, autore di Lezioni di nuoto, è uno scrittore di fama internazionale già pubblicato in Italia da Fazi. Anche Eric Faye, autore del numero 3, è un nome di assoluta garanzia soprattutto nel suo paese d’origine, la Francia.

Il simbolo della casa edititrice “Racconti”, uno scarafaggio, “protagonista” della Metamorfosi di Kafka

D: Sul vostro sito si legge che il prossimo libro in uscita sarà Karma clown di Altaf Tyrewala. Come mai a oggi non avete un italiano fra i testi in catalogo? E contate di far entrare qualche autore nostrano nella vostra scuderia?

R: Karma clown è un libro davvero godibile, l’autore riesce ad abbinare la freschezza della scrittura a una vena ironica e critica allo stesso tempo. Una volta scovato ci è sembrato necessario lanciarlo in queste tempistiche proprio per seguire quel discorso di catalogo a cui si accennava prima. Essendo un libro che segue per ambientazione e vissuto dell’autore la traccia del numero 2, Lezioni di nuoto, ma che se ne discosta per stile e struttura pensiamo possa puntellare il nostro catalogo. Per quanto riguarda gli autori italiani abbiamo intenzione di pubblicarne a partire da ottobre 2017. Abbiamo deciso di prenderci del tempo per esplorare in modo accurato il mare magnum della produzione di racconti. Proprio per i problemi legati allo status della forma breve e alla condizione degli autori nel nostro paese. Non volevamo partire col piede sbagliato ed essendo ancora una piccola realtà non potevamo essere frettolosi. Siamo convinti che sia una scelta seria e oculata.

D: Domanda di rito: quali sono le sfide della piccola editoria italiana? E qual è secondo voi la direzione da prendere per superare con successo l’impasse di questo periodo storico?

R: Le sfida principale è banalmente quella di ridare linfa dal basso a un settore in piena crisi che ormai, salvo poche e virtuose eccezioni, segue delle logiche di mercato insostenibili e controproducenti. Questa osservazione è applicabile ai diversi elementi della filiera editoriale. Risollevare il settore probabilmente vuol dire ripartire dal particolare, dalle piccole librerie, dalla cura per l’oggetto libro e quindi dal rispetto del lettore che troppo spesso viene sottostimato e di conseguenza ingozzato di proposte scadenti. Per citare una meravigliosa serie tv, Boris, il motto potrebbe essere Qualità o morte! Guardando i numeri ci si può deprimere facilmente: in Italia si legge pochissimo. Ma vuol dire anche che ci sono moltissimi lettori potenziali da conquistare. Questa deve essere la direzione, ma vanno cambiate molte cose. Le piccole case editrici devono proporre qualcosa di diverso. Noi ci stiamo provando con un’operazione avventurosa ai limiti dell’harakiri: pubblicare soltanto raccolte di racconti. Ma d’altra parte ci piace anche perché è una sfida spericolata.

D: In molte realtà estere autori grandi e piccoli possono vivere dignitosamente di scrittura pubblicando su riviste specializzate i propri lavori (racconti brevi, a puntate ecc.). Penso a quanto si può leggere, ad esempio, in On Writing di Stephen King, ma gli esempi sono molteplici. Perché qui in Italia le riviste che pubblicano racconti non pagano? È solo colpa di una crisi dell’editoria che sembra non avere fine?

R: Il fatto che le riviste non paghino è principalmente legato all’andamento economico generale e a quello del settore. È un tendenza negativa che vale anche per altre professioni che hanno a che fare con la scrittura. Non stupisce che riviste tutto sommato di nicchia non abbiano le disponibilità necessarie per valorizzare il lavoro di qualcuno che invece lo meriterebbe. Probabilmente questa incapacità è vissuta male in primis da chi si ritrova costretto a subirla e infliggerla a qualcun altro. Per quanto riguarda la nicchia nella nicchia, la forma breve, la morsa è ancora più stringente, ma ciò non vuol dire che la pubblicazione di un racconto su una rivista sia tempo perso. Tutt’altro. C’è un fermento importante attorno al racconto. Nel semi-deserto di nuove proposte dell’editoria tradizionale nascono piccole riviste, portali, osservatori che si occupano di incentivare la short story e in cui sono impegnati giovani o navigati, personaggi noti e meno noti, autori, editor e altre figure. La comunità che fa perno attorno alla forma breve insomma sta crescendo in fretta. Penso a esperienze come Cattedrale o Effe. Da parte nostra, il blog collegato alla casa editrice Altri Animali (link) si pone proprio in questa prospettiva. Per esempio ogni martedì pubblichiamo un racconto selezionato dalla nostra redazione nella rubrica “Il racconto del martedì”.

‘SuiGeneris’: Oriana Conte e la sua editoria

Dopo una piccola pausa estiva riprendiamo a conoscere la piccola editoria: questa volta abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere virtuali con Oriana Conte, che dirige la piccola ma intraprendente SuiGeneris, casa editrice nata nel 2014 in quel di Torino.

D: Cominciamo dalle basi: chi siete voi e cosa è SuiGeneris?

R: SuiGeneris è una casa editrice indipendente, aperta da me nel novembre del 2014. Al momento abbiamo sette pubblicazioni: Racconti Gialli, Carmen, Tutto relativo tranne… il Vento, Talita Kum, IlMorandazzo, Storia della filosofia a sonetti, Al cuore non si comanda, ai dipendenti sì. Tutti gli autori della casa editrice sono esordienti. Si può scegliere di pubblicare testi di successo sicuro e immediato, commerciali o si può scegliere di rischiare e di fare un lavoro di ricerca per scovare talenti ancora poco conosciuti. Questa seconda opzione è quella che mi appassiona e stimola di più.

D: Si dice spesso che l’editoria è in crisi, che poche persone leggono, che solo le grandi catene vanno avanti. E allora come vi è venuto in mente di aprire una nuova casa editrice? Cosa vi ha spinto e, soprattutto, quale obiettivo vi ha animati?

R: Quando qualcuno mi chiede se sono pazza ad aver aperto una casa editrice a ventitré anni, data la crisi ecc. ecc., io rispondo che non sono pazza e che ho con me in redazione Napoleone e Shakespeare. Perché poi risponda proprio questi due non so.

Le grandi catene hanno costruito i loro anelli, devono pur aver iniziato anche loro. Qualcuno potrebbe sorprendersi a scoprire che Moravia pubblicò in un primo momento a pagamento e che i racconti di Kafka furono stampati in 1000 copie e l’editore Kurt Wolff affermava di non aver venduto neanche quelle 1000 finché Kafka era in vita. Neo edizioni, aperta da pochissimo, ha già avuto un suo libro tra i candidati allo Strega.

Insomma con l’accelerazione dovuta al meccanismo dei best seller ci si è dimenticati che nella letteratura “grandi ci si diventa”.

L’editoria è in crisi perché è falsata. Il libro trattato come un prodotto qualsiasi è diventato liquido: il lettore è un consumatore. La casa editrice di catena punta sulla quantità, invade gli scaffali. Per il lettore è difficile districarsi, riconoscere tra i tanti il libro che incontra i suoi gusti. Molti non si fidano dei contemporanei e dicono di preferire i classici, sono sicuri che leggendo il Dostoevskij che hanno nella libreria di famiglia non perdono tempo. La casa editrice piccola non ha bisogno di pubblicare 400 titoli l’anno, includendo nel suo catalogo libri di dubbia qualità. La casa editrice piccola può garantire una stretta selezione. Mi ha spinto ad aprire la mia casa editrice l’entusiasmo, e l’obiettivo è avere un approccio umano con gli autori e i lettori, conquistare la loro fiducia pubblicando testi validi, originali, ironici, fuori dai canoni.

D: Mi pare di capire che il vostro catalogo non è suddiviso in collane, e anche il motto della casa – Ogni autore è un genere a sé – lo suggerisce. Come mai questa scelta?

R: Il catalogo è in realtà diviso in tre collane. La prima è Racconti d’ogni genere, dove si vuole dare spazio alla narrativa breve. Sono meno i lettori di racconti rispetto ai lettori di romanzi. Si devono abituare i lettori a scoprire le potenzialità delle narrazioni brevi. C’è poi Pierre Dumayet, dove si pubblicano i testi che vorremmo vedere anche tra i banchi di scuola. SuiGeneris infatti collabora con le scuole, sia Carmen sia Storia della filosofia a sonetti sono stati adottati da alcuni licei. Infine Ciampa e la corda pazza, dove si pubblicano i testi ironici, comici e grotteschi.

D: Quali sono le sfide che avete affrontato dal 2014, e quali quelle attuali? In che modo è cambiato il vostro percorso in questi due anni?

R: È stata ed è ancora una sfida aver aperto una casa editrice. Nel 2014 nessuno conosceva SuiGeneris, adesso inizia a riconoscersi una linea editoriale e a crearsi una cerchia di lettori. La sfida è crescere, sfruttare i canali di comunicazione, scoprire nuovi autori che rappresentino SuiGeneris. Al momento la casa editrice sta collaborando con Daria Spada e Maksim Cristan, organizzatori del Concertino dal Balconcino a Torino, e si pensa a una loro pubblicazione. Inoltre ha iniziato un lavoro di ricerca per una pubblicazione tanto impegnativa che ha richiesto il coinvolgimento di una decina di collaboratori. Non ho mai messo in campo così tante forze, ma l’idea di fondo della pubblicazione, anche se non posso svelarti molto, è interessante e spero che possa essere uscire entro il prossimo anno.

D: Come siete messi per quanto riguarda la distribuzione, e come vi organizzate per le presentazioni dei vostri libri? Cosa ne pensate della grande distribuzione e delle sue alte percentuali?

R: Al momento la distribuzione è diretta, online e in librerie non di catena. Ci si sta muovendo per allargarla. Le alte percentuali richieste dalla grande distribuzione sono il costo più elevato che l’editore deve sostenere, sono eccessive e andrebbero diminuite. Si dovrebbe trovare una formula o un’agevolazione da parte dello Stato per la circolazione dei libri o una regolamentazione che vieti ai distributori di imporre agli editori percentuali di retribuzione così alte. Il distributore arriva a chiedere il 65% del prezzo del libro. Resta una miseria all’autore, l’editore, al traduttore a tutte le figure che hanno contribuito a fare il libro.

SuiGeneris punta molto sul contatto diretto con il lettore, dunque organizza numerosi eventi e presentazioni. Durante le presentazioni si interagisce con il pubblico e ci si assicura che, luci soffuse o no, nessuno si addormenti. Nell’ultimo anno un attore, Gugliemo Basili, mi ha aiutato a rendere più dinamiche le presentazioni. Molti degli autori di SuiGeneris sono capaci di coinvolgere il pubblico, Francesco Deiana, Massimo Pica, Davide Di Rosolini sono proprio spassosi da vedere. Pur avendo assistito più volte alle presentazioni, mi sento ogni volta partecipe anch’io e le presentazioni sono tra i momenti del mio lavoro che apprezzo di più.

D: Eravate presenti al Salone del libro di Torino, nella zona dell’Incubatore. Vorrei una vostra impressione sulla fiera in generale e qualche considerazione sui rapporti di forza fra le big e le indipendenti.

R: SuiGeneris è davvero cresciuta nell’Incubatore. I due anni in cui ha partecipato le sono stati utili sia per le vendite sia per i contatti. La cosa bella del Salone è che hai a disposizione due sedie e un tavolo, e puoi adeguarti, fare il minimo sforzo, poggiare i libri e aspettare che qualcuno si avvicini. O, se non sei un tipo da star fermo e seduto, come sono i tipi di SuiGeneris, puoi arredare il tuo stand in maniera fantasiosa e coinvolgere le persone che passano, raccontargli la tua storia, i tuoi libri, non sederti neanche un attimo. Per farvi un’idea, vi rimando a questo video: SuiGeneris al Salone internazionale del libro di Torino 2016.

I big e le indipendenti hanno due forze di attrattiva diverse. Le case editrici grandi hanno un marchio già affermato, autori conosciuti. Il Salone è per loro un momento di maggiore vendita, ma poco cambia nel loro approccio. Lo stand di Mondadori ricalca le numerose librerie che si trovano in città, e così molti altri delle big. Trovo personalmente che il punto di forza del Salone sia stato anche essere una libreria gigante dov’era possibile farsi in un sol colpo una panoramica varia, ampia, allargata di una gran parte delle pubblicazioni; essere a contatto sia con i big sia con gli indipendenti.

Tutto ciò che è stato fatto da chi ha marciato sul Salone, che esula dagli editori così come dai lettori, è stato deplorevole. E mi riferisco a chi negli anni è stato indagato. Quest’anno la polemica con Milano tocca i vertici dell’assurdo. Nessuno si sognerebbe di spostare il Salone di Francoforte a Monaco, non si capisce perché invece in Italia si debba trasformare una manifestazione culturale in uno strumento di gioco-forza tra due città. Quando tutte le energie spese nello scontro potevano essere impiegate o nell’organizzazione di un altro evento con caratteristiche simili a quelle del Salone in un altro periodo dell’anno (quale in parte era già Bookcity) o nell’organizzazione di qualcosa di più grande insieme (in fondo il Salone è internazionale e le due città sono vicine).

Il risultato di tale mossa è che adesso si parla di questa polemica più di quanto si parla dei libri. E francamente ai lettori interessano i libri, le impalcature e le costruzioni fatte sopra sono un inutile fastidio.