Le città invisibili di Calvino e il viaggio come fuga dalla realtà

Italo Calvino è senza dubbio uno degli scrittori più inesauribili e apprezzati del ‘900. Personalità di enorme rilevanza artistica, sociale nonché politica e infaticabile ricercatore della verità, si è posto spesso fuori dagli schemi non solo nella sperimentazione letteraria. A tal proposito uno dei suoi libri forse più apprezzati e conosciuti, insieme al Barone rampante e al Visconte dimezzato, è senz’altro Le città invisibili, romanzo pubblicato in prima edizione nel 1972 per gli editori Einaudi.

Un racconto tra i fondamentali della cosiddetta letteratura combinatoria che alla spicciola potrebbe essere descritto come un fantasioso diario di viaggio. Il protagonista delle vicende narrate in questo libro è Marco Polo, il viaggiatore e mercante veneziano vissuto a tra l’ultimo decennio del 1200 e il terzo decennio del 1300 conosciuto ai più per la sua opera letteraria più famosa Il Milione.

Da sempre ammantato di una certa aura mistica stravagante e misteriosa (a lui si attribuisce l’introduzione del gioco delle carte a Venezia e pare fosse amico intimo dell’eretico Pietro d’Albino), sul celebre giramondo si è anche favoleggiato di una sua possibile affiliazione templare mentre qualcuno sostiene sia stato un agente segreto al servizio del Papa Gregorio X, inviato in oriente per convertire l’imperatore dei tartari Kublai Khan alla causa dei cristiani in Terra Santa in chiave anti islamica.

Proprio Kublai Khan è l’interlocutore privilegiato al quale Polo svela i suoi rendiconti onirici conditi di aneddoti fiabeschi sulle 55 città raccolte nei 9 capitoli del libro di Calvino e visitate dal veneziano nel corso dei suoi lunghi pellegrinaggi in giro per il mondo. All’imperatore viene narrato di luoghi fantastici e surreali frutto della mente del viaggiatore che pesca nel suo immaginario tracciando una sorta di mappa del suo universo chimerico.

Nessuna delle città raccontate nel libro ha infatti un corrispettivo reale, le scene di vita esotica e le avventure vissute da Polo sono infatti solo il riflesso della vivace mente del narratore che senz’altro esagera o meglio arricchisce quello che probabilmente ha in parte anche vissuto.

Marco Polo portrait_Wikipedia 

Si è già scritto molto sul fatto che Polo non abbia effettivamente visitato all’epoca alcuni luoghi narrati nel Milione e forse, quando buttava giù le prime bozze del romanzo, lo stesso Calvino non doveva essere proprio del tutto convinto dell’autenticità di alcune parti del capolavoro del celebre veneziano ramingo.

Dubbi fondati o meno resta il fatto che le sue probabili esagerazioni ed i suoi miraggi forniscono l’ideale punto di partenza di questo viaggio nell’assurdo che l’impareggiabile penna dell’autore trasforma in pura arte letteraria facendo diventare reale ciò che mai potrebbe esserlo. In fondo il potere dell’immaginazione aiuta a combattere le disillusioni della vita di tutti i giorni, basta infatti chiudere gli occhi per ritrovarsi catapultati “nell’habitat” a noi più congeniale che è anche un po’ quello che sembra confermare il Marco Polo “calviniano” in uno dei passi forse più significativi dell’opera: “Se ti dico che la città a cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.

Il concetto di evasione dalla realtà e di “svago perpetuo” delle Città Invisibili è rafforzata anche dalla struttura stessa del romanzo che si presenta come un uroboros di racconti nel quale i capitoli formano un ideale continuum. Non è mai ben chiaro né l’inizio né la fine del racconto e grazie a questo escamotage il lettore balza agilmente nella complessa ragnatela intessuta da Calvino, senza rischiare di perdere il senso del racconto pur leggendo capitoli a caso.

In una conferenza del 1983 tenuta alla Columbia University di New York a fu lo stesso autore a confermare la volontà di voler rendere questo libro fluido e “liberamente” leggibile: “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”.

Una delle possibili chiavi di lettura del libro è quello dell’immaginazione via di fuga, ancora di salvezza, rifugio o destinazione nel quale è possibile viaggiare dando sfogo al proprio malessere esistenziale.

Lisbona: brio, colori e un pizzico di malinconia

Lisbona… brio e colori… che non bastano mai!

Lisbona è una delle capitali europee più “emozionanti, con una sua identità culturale forte ed un pizzico di malinconia che trova espressione con le note del fado, la musica popolare portoghese che è patrimonio dell’umanità che risuona tra i vicoli stretti ed antichi del quartiere Alfama.

Visitare Lisbona è d’obbligo per far “ridere un po’ l’anima”, ci si può imbattere in piste da ballo a cielo aperto lungo l’Avenida Liberdade, una delle strade principali della città, mangiare buonissimi piatti tipici all’interno del mercato “Time out” , anche se pagandoli un po’ di più rispetto alla media cittadina, ma l’atmosfera che si respira in questo mercato coperto moderno è qualcosa di meraviglioso!

Si può anche respirare l’atmosfera insolita, vivace e giovane che aleggia a Lx factory, un’ex area industriale ora trasformata in una sorta di villaggio hipster, con negozi, locali, bancarelle e murales che sono veri e propri capolavori della street art, elemento caratterizzante di Lisbona ed una delle librerie più belle al mondo, la Lev Devagar, dove si può viaggiare con la fantasia insieme ad un moderno “Geppetto”, Pietro Proserpio, creatore di origini italiane che vi incanta mostrando e raccontando le sue piccole grandi opere d’Arte: marchingegni realizzati con materiali di uso quotidiano. Un’esperienza che può sembrare magari banale ma che invece ti “accende” un po’ di felicità nel petto! La stessa felicità che si respira, soprattutto da maggio, quando migliaia di giovani si riversano sui prati che circondano la famosissima torre di Belém, uno dei simboli della città, per partecipare ad uno dei tanti concerti all’aperto che si svolgono nella metropoli: l’ “Out jazz”.

Camminare per le grandi piazze, raggiungere i punti alti con i caratteristici elevadores, passare da un baretto all’altro nel quartiere “Barrio Alto” , ingozzarsi fino a farsi salire la glicemia di pasteis de nata di Manteigaira (quelli più buoni della capitale), sfrecciare con la testa fuori dal finestrino del tram 28 o magari anche solo fotografarlo, godersi i panorami mozzafiato dai vari miradouros di Lisbona, visitare il castello di Sao Jorge o il monastero de Los Jeronimos, prendere un caffè buonissimo, perdersi nel suo “ambiente popolare” e rumoroso senza pianificare più di tanto le visite alla città. Ci vorrebbero giorni per elencare tutto quello che Lisbona offre, per ogni età e ceto sociale, una città, con le sue emozioni, alla portata di tutti che, è obbligo ripetere, non bastano mai!

I libri di viaggio più appassionanti, per chi sogna di partire

Libri di viaggio, testi per sognare e scoprire, attraverso le pagine, mondi nuovi e spesso sconosciuti. La letteratura si dedica al tema del viaggio già dai tempi più antichi – basti pensare al Milione di Marco Polo– e oggi è più che mai attuale. Nel 2019, infatti, ricorre il 50° anniversario della morte di Jack Kerouac, lo scrittore simbolo della Beat Generation, idolo di un’intera generazione di giovani sognatori. Al viaggio è dedicata anche la Giornata Mondiale della Poesia, che a Verona ha ospitato la rassegna “Poesia e Viaggio”, in omaggio anche al libro di Eugenio Montale Fuori di casa.

Chi ama questo genere spesso desidera cimentarsi in qualche “viaggio letterario”, per andare alla scoperta dei Paesi che lo hanno più ispirato. A costoro abbiamo pensato di suggerire alcuni testi, classici e moderni, che possono essere lo spunto per un viaggio reale, sulle orme degli scrittori e delle loro suggestioni.

Sulla Strada e la mitica Route 66 – Jack Kerouac

Un tratto della Route 66 in Arizona, photo by Víťa Válka, License:Pixabay

Non potevamo che iniziare con Jack Kerouac, colui che ha donato al mondo un’immagine iconica e suggestiva del Mito americano. Sulla strada narra dei viaggi fatti da Kerouac attraverso gli Stati Uniti, spesso accompagnato dall’amico Neal Cassady, nel periodo che va dal 1947 al 1950. Il libro, scritto su un unico rullo di carta lungo ben 36 metri, racconta le idee e le impressioni che Kerouac ha raccolto durante il suo vagabondare. Tra i personaggi troviamo anche il poeta Allen Ginsberg e lo scrittore William S. Burroughs considerati fondatori, insieme a Kerouac, della Beat Generation, un movimento impegnato a condannare l’ipocrisia borghese. La prima parte del viaggio si svolge da New York alla California, passando attraverso la Route 66. Uno degli itinerari più popolari è quello che da Chicago passa per l’Iowa e il Nebraska e arriva a Denver, in Colorado. Da qui si prosegue attraverso Wyoming, Utah e Nevada fino a Mill City, ovvero San Francisco. Sono i percorsi suggestivi del mitico West, scanditi da paesaggi sconfinati e suggestivi, da canyon e aquile guizzanti. Un altro percorso possibile è quello che dalla Virginia arriva in California attraverso gli Stati del Sud, passando per New Orleans, El Paso in Texas e Tucson in Arizona.

Sull’acqua. Da Saint Tropez a Montecarlo – Guy de Maupassant

Uno scorcio di Cap Ferrat a Montecarlo.
Photo by Gianfilippo Maiga, License:Pixabay

In questo libro Maupassant narra di un viaggio rilassante fatto in aprile insieme a due marinai lungo la costa Azzurra, a bordo della barca chiamata ‘Bel Ami’. L’autore descrive in modo semplice gli spettacoli offerti dal paesaggio, che si intrecciano a riflessioni più generali sulla vita, la guerra, l’amore, le relazioni interpersonali. Un libro per chi desidera conoscere la costa francese, una delle più belle del Mediterraneo, che si conclude con l’arrivo a Montecarlo, città che vale sempre la pena visitare, se decidete di seguire le orme dello scrittore. Qui aveva da poco aperto i battenti anche il celebre casinò, che ai tempi di Maupassant probabilmente non aveva ancora raggiunto la fama odierna, e che oggi è sede di numerosi eventi di portata internazionale, come il concerto dei Beach Boys, o lo European Poker Tour del 25 aprile. Leggendo questo diario di viaggio viene subito il desiderio di seguire le orme dell’autore, di salire su una barca per ammirare la bellezza della costa Azzurra.

Un indovino mi disse – Tiziano Terzani

Tempio buddista sulle montagne del Laos.
Photo by Igor Mattio, License: Pixabay

Tutto parte da una profezia: un indovino aveva avvisato Terzani di non spostarsi in aereo nel 1993, per nessun motivo. Allora il giornalista, corrispondente dall’Asia per Der Spiegel, famoso settimanale tedesco, prendendo spunto da questo avvertimento inizia a girare il continente con ogni mezzo, tranne appunto l’aereo. Il risultato è un avvincente diario di viaggio e di avventura, che ci conduce alla scoperta di tradizioni, villaggi rurali e modernissime città. Il libro è un animato susseguirsi di leggende, aneddoti sulla vita quotidiana nei paesini dell’Asia e fa emergere molto bene la dicotomia tra aree in cui lo sviluppo è veloce, come la Cina, la Thailandia, o Singapore e quelli ancora saldamente ancorati alle tradizioni secolari, quali il Laos e la Birmania. Terzani descrive anche i diversi incontri che ha con astrologi e indovini, stregoni e santoni, uno per ciascuno dei Paesi che visita. Un libro sicuramente utile a capire nel profondo la cultura asiatica, le sue molte sfaccettature, per partire alla scoperta di questo continente.

Vado verso il Capo – Sergio Ramazzotti

Photo by Kgebel, License: Pixabay

Un diario di viaggio talmente famoso che è stato adottato come libro di testo nel corso di Sociologia del turismo all’Università Iulm di Milano. Nel 2016, a 20 anni dalla prima edizione, Feltrinelli lo ha ripubblicato nella collana digitale, con l’aggiunta di numerose foto inedite. Il lavoro di Ramazzotti parte da una sfida lanciata da Gilberto Milano, capo redattore di Auto Capital: percorrere l’intera l’Africa, da Algeri a Città del Capo, usando tutti i mezzi di trasporto disponibili e senza soldi per corrompere le autorità di frontiera. Ecco, allora, una narrazione che si dipana per 13.000 km percorsi con autobus affollati, treno, auto, camion, traghetti, barche, bicicletta e che attraversa il Sahara, la giungla e coinvolge in pieno il lettore. Tra le mete più affascinanti, lo Zambia e il Sudafrica, con i meravigliosi parchi naturali e le cascate imponenti: un viaggio tutto da sognare, in un continente misterioso e ricco di meraviglie.

‘Taquim’, il diario di bordo del manager Antonio de Magistris per promuovere i borghi d’Italia

Taquìm è un diario di bordo, un taccuino, un quaderno dove annotare e descrivere i territori da esplorare, forse un nuovo modo di
interpetrare la realizzazione di un libro, forse un blog virtuale e non, dove raccontare emozioni e sensazioni.
Il termine taccuino deriva dall’arabo taquìm, con il significato di “disposizione ordinata”, ed era anticamente utilizzato per definire un
calendario o un almanacco, da qui la nascita del nome del progetto che mi seguirà nei miei racconti, ed esattamente un diario al mio
seguito per annotare appunti, promemoria, date, album per la realizzazione di schizzi, abbozzi e disegni, foto e interviste.
In taquìm, il manager campano, Presidente Regionale per l’ I.I.C.Q. e Presidente Regione Campania Federistoranti Antonio de Magistris racconta i borghi d’ Italia, la storia, l’architettura, le tradizioni e i sapori, le comunità, i progetti e le proposte indirizzate al recupero e allo sviluppo di questi fantastici luoghi incantati. Non mancheranno raccolte di paesaggi rurali raccontati attraverso i loro incredibili colori e le proprie agricolture.

Taquìm sarà dunque anche un album per ritagli (cosiddetto scrapbook), dove sensazioni e gusti diverranno le matrici del linguaggio
identificativo del territorio da esplorare, osservare e raccontare. Un “diario di campagna” che sarà uno strumento utile e rievocativo atto per conoscere e far conoscere quei luoghi e le comunità che rappresentano le aree più interne del nostro paese, dove il tutelare e l’incentivare diventano un binomio indissolubile.

Il viaggio culturale di De Magistris si apre con un borgo del Sannio, Bonea, in cui gli stretti percorsi viari sfociano di tanto in tanto, in slarghi e piccoli invasi, dove oltre alla presenza di alcune importanti emergenze architettoniche, si denota la presenza di alcune caratteristiche fontane, che si percepiscono anche attraverso il suono dell’acqua. I fasci di luce che penetrano di volta in volta sui piccoli tracciati viari superando i tetti dei manufatti sembrano illuminare l’incantevole borgo che diventa uno scenario da favola.

Taquìm è corredato da foto e citazioni, delibere comunali in merito all’iter certificativo della D.O.T., immagini di cibo e ricette locali, articoli di giornale, mappe, logogenesi, promozione del progetto Falanghina al Borgo- Incontri con l’Autore : Territori e testimoni del Made in
Italy
destinato alla valorizzazione turistica di quelli che ormai sono comunemente definiti i “giacimenti enogastronomici” punta a dare un impulso decisivo e organizzato a uno dei fattori primari di successo del turismo che, tuttavia, non ha ancora acquisito il rango di “prodotto turistico” autonomo.

A chiudere il libro di De Magistris, accompagnato dall’hastag #viaggionelcuoredelgusto. una proposta per Bonea per la promozione di sinergie tra produttori di eccellenze locali nella proiezione di fare sistema tra agricoltori, ristoratori, accoglienza e ospitalità, tradizione, cultura, arte e storia, come presupposto di identità
territoriale, ma anche per muoversi sul piano strategico, unendo intenti, interessi, e sviluppando quindi un progetto comune, per dare valenza economica e attrattiva al territorio.

 

Sui sentieri d’Irlanda, paese visceralmente indipendente, globalizzato a modo suo, che ama il progresso ma non lo baratta con la propria originalità

Un paese che ha dato i natali a Oscar Wilde, George Bernard Show, a James Joyce dovrebbe attirare la curiosità di chi voglia capire in che condizioni ambientali nascano creatività e genio. Questo approccio, per quanto idealista, non è fuorviante per capire l’Irlanda, terra di fini scrittori, di generosi bevitori di birra, di cordialissimi padroni di casa e di altre variegate conformazioni di carattere. Al fine di immergersi in un mondo così diverso occorre scaricare una serie di preconcetti mediterranei: il primo è che tutti ti vogliano fregare. In Irlanda anche i più sospettosi e introversi hanno un filo di incanto verso il prossimo. In secondo luogo, una coordinata importante è il tempo. Il tempo dell’Irlanda è lento ma non abbastanza da dare l’idea di accidia. Tutti hanno qualcosa da fare ma uniscono a questa condizione, la consapevolezza che c’è abbastanza tempo per farlo. Lo si vede dalle file al benzinaio, dalle code ai semafori: gli irlandesi sono distesi, indifferenti, celano sorrisetti di autocompiacimento: l’attesa non li snerva, forse ne corrobora la giovialità, forse negli intervalli vuoti architettano qualche buona battuta da usare nei pub.

Partiamo da Dublino. La prima impressione che si ha a Dublino è quella di un grande villaggio. Come nei villaggi tutta la vitalità è schiacciata al livello della strada, al piano terra o quasi. I palazzi raggiungono al massimo il terzo-quarto piano, tranne qualche rara eccezioni, e questo conferisce al paesaggio un clima di condivisione che in una metropoli è un’ insolita peculiarità. Per dare un’idea più efficace di questa sensazione occorre individuare la sua antitesi naturale, Milano, in cui, per qualche ragione, si ha l’idea che il vero gioco si stia giocando negli ultimi riservati piani di qualche palazzone.
Se Milano usa tutta la sua frenesia la mattina per prendere i mezzi pubblici, Dublino la spende la sera nei pub, e se a Milano la serietà è una garanzia di qualità, a Dublino ingenera sospetti.
Tutto questo però non ha contrappesi sul lato dell’efficienza, che oltre la Manica è una virtù scontata e proprio per questo amabile. Inutile elencare i vari luoghi di attrazione che sono disseminati a Dublino, dal disteso e magnifico Trinity College alle interessanti Gallerie, andarci è doveroso e divertente ma forse non è la cosa più importante. A Dublino non c’è molto da vedere, c’è più da sentire, da provare. In questo senso il viaggiatore oculare potrebbe rimanerne deluso o quanto meno perplesso.

I pub, come giustamente fa notare la mitica Lonely Planet, sono la prima meta perché sono la via d’accesso all’anima profonda del posto, un’autentica Stele di Rosetta per capire un linguaggio e un’ antropologia antica e immutata. I pub sono ovunque e sono tutti un po’ bui come devono essere le interiora di qualcosa. Bere birra è importante, non berla è possibile a patto di rimanere un po’ fuori dal gran gioco di società. Ma questo non dispiace all’osservatore, che per natura sa apprezzare anche le distanze. Se Dublino è interessante, la vera Irlanda, quella fuori Dublino, è perfino iniziatica. Uscire da Dublino significa traversare un luogo originario, profondo, in cui la parola geologia ha un significato tangibile e stupefacente per noi che veniamo da terre ricoperte da scorze enormi di cemento: basti pensare alle imponenti scogliere occidentali, al tavolato del Burren, al più morbido Kerry, linee molto diverse che delineano un volto policromo e poliforme di cui si rimane infatuati. Le zone che ho visto arrivando nella bellissima cittadina di Galway sono quasi disabitate, si incontrano case sparse a svariati chilometri di distanza. Le case sono discrete, nel senso che presenziano con discrezione. Hanno colori chiari e tetti molto inclinati che riprendono le sfumature dell’ardesia. Nei centri abitati che si incontrano lungo le vie di comunicazione, le dimore diventano a mano a mano più colorate quasi a segnalare con gioioso incanto la presenza di una contrada umana. Il punto forse è proprio questo. Se George Bernard Shaw scrisse che gli angeli in paradiso non sono nessuno di speciale, è anche vero che in alcune zone della Terra, vista la rarefatta demografia, gli uomini possono esserlo.

Galway è una graziosa città sull’oceano, un luogo ventoso in cui l’orizzonte è quasi sempre grigio scuro, un ultimo lembo di terra in cui si capisce meglio che altrove la parola confine. Continuando giù si incontra il tavolato calcareo del Burren e poi altri paesaggi, pieni di laghetti, animali selvatici e indisturbati esseri umani. I paesini sono legati al centro da imponenti cattedrali gotiche che molto spesso fiancheggiano un campo santo con le caratteristiche alte croci con l’anello, simbolo della cristianità irlandese. Non è difficile incontrare nel sud strade stracolme di B&B come nella zona di Killarney: non lasciatevi confondere dal nome un po’ inflazionato, sono gioielli rari: molte volte sono fattorie che offrono ospitalità a buon mercato, altre sono raffinate ville di campagna con visuali epifaniche sulla natura.

Galway city

Al di là della bellezza, c’è qualcos’altro però in Irlanda, un’idea politico-esistenziale o qualcosa che somiglia ad una profezia positiva. Nell’Irlanda come è oggi c’è un’alternativa per il mondo di domani: un ritorno alle relazioni, ai luoghi d’incontro, una progressiva riabilitazione della vita con gli altri. A differenza di qualche ristorante conformemente alternativo delle zone nostre, nei pub di Dublino non c’è mai scritto “Posa il cellulare, comunica!”, ma nessuno lo usa perché la convivialità prevale e ha qualcosa di sacro. Quanto al rapporto con la natura, tutto lascia immaginare un equilibrato contratto con la civiltà, in cui quest’ultima si rassegna ad essere una parte del tutto. Il clima che si respira non è quello scanzonatamente alcolico che la vulgata scolaresca riporta in Italia, né c’è solo profonda meditazione come vorrebbero gli integralisti del paesaggio, ma entrambe le cose insieme fanno dell’Irlanda la patria di un metodo di meditazione: uno zen atipico, strutturato come un’ideologia e leggero come una piuma. Ultima nota, la guida a sinistra dà la sensazione di essere contromano: è una sensazione gradevolissima e propedeutica alla comprensione di quella terra.

 

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/societa/sui-sentieri-dirlanda/

Budapest, città dalla doppia anima, nostalgica ed elegante

Budapest, capitale d’Ungheria, spesso paragonata a Parigi per la sua magnificenza, per la somiglianza delle strade, forse per la rinomata “simpatia” dei cittadini (sens de l’humor! nrd), e per la vita che ruota intorno ad un fiume, il Danubio che divide Buda, la città storica, da Pest, la città nuova. Un dualismo “simbiotico” come ha detto qualcuno che accresce ancor di più l’unicità di questa meravigliosa città dell’Est, con i suoi decadenti palazzi, ma allo stesso tempo eleganti. La decadenza (quasi una vena nostalgica) tipica delle città dell’ex URSS si percepisce già perdendosi nell’ammirare i paesaggi della periferia durante il tragitto in pullman dall’aeroporto al centro città. Decadenza in “ripresa’”, tipica delle città di mitteleuropa d’influenza sovietica,  forse dovuta anche al fatto che è stata ricostruita quasi interamente dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Fino al Medioevo i due quartieri di Budapest erano città indipendenti, unite da ponti su chiatte solo d’estate. Oggigiorno collegate da spettacolari ponti, il più importante quello delle Catene, davvero suggestivo soprattutto se lo si attraversa di sera; la vista con i monumenti delle due parti della città illuminati è davvero d’effetto. Pest è la parte più giovane, sempre in movimento, negozi all’ultima moda, ristoranti, i famosi bar, le meravigliose pasticcerie (eh si,  i dolci ungheresi sono davvero degni di nota, basti pensare alla torta tipica, la Dobos, cinque strati di pan di spagna, cioccolato e copertura al caramello), l’imponente Parlamento, simbolo di questa città, che si affaccia sul fiume, lungo la passeggiata per arrivarci si possono ammirare, con tanta nostalgia, le scarpe sulla riva del Danubio, opera che ricorda la strage di cittadini ebrei durante la seconda guerra mondiale, che venivano fucilati e gettati nelle acque del fiume. Lo stesso senso d’imponenza che si prova dinnanzi il Parlamento, dovuto anche alla stessa altezza di edificio (intenta a ricreare il giusto equilibrio tra parte religiosa e parte politica della città) lo si prova anche ammirando la Basilica di Santo Stefano, che ospita la reliquia del Re/ Santo, fondatore dell’Ungheria.

Oltre alle vie dello shopping, proprio alla fine della strada più famosa, Vàci Utca, c’è il mercato centrale, il più grande mercato coperto d’Europa; costruzione enorme di mattoni rossi, con il tetto ricoperto di maioliche. Ci si perde tra i suoi banchi di souvenir e specialità tipiche come gli spiedini di salsiccia, pancetta e formaggio o il Làngos, tipica “frittella” con panna acida e formaggio , e sulla quale si possono aggiungere vari ingredienti, e all’interno del mercato si può trovare il più buono della città!

Il quartiere ebraico di Pest, tappa obbligatoria per tutti i turisti che visitano la bellissima capitale ungherese, ha come cuore la Grande Sinagoga di Via Dohàny, la più grande d’Europa e la seconda più grande al mondo, in stile neo-moresco. Fanno parte del complesso della Grande Sinagoga anche il Museo Ebraico, con una vasta collezione di reliquie, alcuni oggetti rituali e anche una sala dedicata all’Olocausto, il cimitero e l’ultimo elemento, l’albero della vita, quasi un memoriale somigliante ad un salice piangente sulle cui foglie sono iscritti i nomi delle vittime dell’olocausto.

Nel cuore di Buda, nella quale ci si arriva con una caratteristica funicolare, sembra di essere catapultati indietro nel tempo, infatti salendo lungo la Scalinata degli Asburgo ci si trova davanti al fulcro della storia di Ungheria: il Palazzo reale, poi più avantila Chiesa di San Mattia con le sue guglie gotiche e il corvo con l’anello d’oro simbolo reale, e il Bastione dei Pescatori, costruzione singolare  con sette torri bianche dalla quale dalle sue terrazze vi si trova una vista indimenticabile che è valsa ad ottenere il titolo di patrimonio dell’UNESCO.

La capitale dell’Ungheria ha la seconda metropolitana più antica del mondo e le stazioni sono vere e proprie opere d’arte ‘vintage’. Budapest è luogo di paradossi, capitalismo e comunismo, con le due sponde opposte del fiume, religioni a confronto, eleganza e degrado. Comprendere questa doppia anima è l’essenza del viaggio nella capitale ungherese.

Londra, crogiolo di culture: tra finanza e l’ora del thè

Londra: chi non ha mai sognato di andare almeno una volta nella città dalle mille opportunità?!
Già, perché anche solo qualche giorno a Londra può essere un’opportunità. Londra è una città che cambia anche il nostro modo di rapportarci alla vita.

Crogiolo di culture, miscuglio di colori e odori: questo è Londra e si diventa quasi parte del suo “tran tran” senza sosta, ammirando il curioso stile di vita dei Londinesi. Lavoro, finanza, obiettivi e carriera, ma quando arriva l’ora del thè o il venerdì sera, tutto si ferma in favore di cibo, drink e vita sociale e i londinesi sanno godersi il momento come nessuno al mondo.

Per quanto riguarda la logistica, Stansted è l’aeroporto ben collegato al centro città, anche se bisogna diffidare della compagnia di bus Terravision, azienda ormai in fallimento ma che continua a vendere biglietti online. Attraversare la città per raggiungere il centro, poi, ti fa assaggiare già un po’ della magia di Londra. Alloggiare nel quartiere Victoria significa esser a pochi passi dai maggiori punti d’interesse.
Proprio lì, a poche centinaia di metri da Victoria Station, infatti, sorge imponente e austera l’Abbazia di Westminster, luogo in cui si concentra la storia dell’intero paese, tra intrighi, curiosità, anneddoti, e tra sacro e profano. Visitarla è doveroso, quasi quanto la foto ricordo col Big Ben sullo sfondo.

Nelle vicinanze nell’Abbazia, campeggia il London Eye, la magnifica ruota panoramica con una vista mozzafiato sulla skyline (e oltre nrd) della città, alla quale si può accedere, benchè si dica che Londra sia cara, con l’offerta 2×1 promossa dalla National Rail. Altre attrazioni sono parte di questo programma di offerte, come ad esempio il famosissimo museo delle cere di Madame Tussaud e la stessa Abbazia di Westmister, insieme a tante altre. Passeggiare sulla riva del Tamigi al tramonto è qualcosa di straordinario, come straordinario è godersi la vista del Tower Bridge da una pachina vicino al fiume, o il mondo attorno a Piccadilly Circus.

Come non menzionare Oxford Street poi, “l’arteria” della metropoli, e il cuore pulsante della città, meta di giovani e modaioli, il quartiere di Camden Town, con i suoi negozi e il suo caratteristico mercato di cibo proveniente da ogni parte del mondo. E proprio a proposito di cibo, non si può non accennare al Five Guys, che sebbene non sia proprio caratteristico come il rinomato fish and chips, è la catena di fast food più di qualità che si possa desiderare, se poi ci si aggiunge l’opportunità di poter riempire il bicchiere di cola ogni volta che si vuole; una capatina è d’obbligo.

Come obbligo è assistere al maestoso cambio della guardia a Buckingham Palace, momento solenne e “affollato”. Arrivarci attraversando uno dei vialoni che dal parco arrivano al palazzo reale, tra scoiattoli, tanto verde e migliaia di persone, è quasi un rito.

Un viaggio a Londra lo si potrebbe dedicare soltanto ed interamente alla metro che ha 150 anni di storia e si configura come un mondo parallelo caratterizzano da stazioni-opere d’arte, basti pensare alla King’s Cross con il binario 9 e 3/4, tributo alla saga di Harry Potter, il quale richiama milioni di fans accaniti da tutto il mondo, complice la presenza del negozio di souvenir accanto alla stazione.

Tirana, un’aquila che si prepara a volare alto

Tirana: si apre il sipario, ed ecco una città appena nata. Del secondo dopoguerra restano in mostra il monumento ai caduti e una certa antichità del pensiero, di una mentalità divisa tra passato e presente, rinnovamento e conformismo. La capitale dell’Albania, con poco meno di un milione di abitanti, porta ancora lo strascico degli anni ’90, fatto di emigrazione, amara speranza e di quella strana rivincita sulla modernità dei paesi europei, con la fuga degli albanesi, i residui della dittatura comunista, e il mix (non sempre felice e gestibile) di religioni.

Tirana respira una frenesia da rilancio: sfrecciano macchine europee e non solo, brillano le vetrine delle boutique da sposa, e si alzano i profumi dei prodotti tipici del paese delle aquile. Come il Burek, dal sapore orientale, che gli esercenti vendono nei chioschetti ricordando la genuinità di un mercato urbano spezzato dai vertiginosi edifici di recente costruzione. Per non parlare del traffico: indomabile, è un’altra caratteristica della città, una piccola giungla da tenere sotto controllo, con l’aiuto dei vigili e una discreta dose di pazienza.

Tirana: la storia, il futuro

A Tirana il passato dittatoriale si è spento, e nella zona roccaforte del regime oggi si staglia –nel quartiere Block – il cuore della movida albanese, ricca di locali, pub e ristoranti che fanno invidia ai luoghi cult delle capitali europee. E alla forza austera senza grazia si contrappone l’armonia dei palazzi in costruzione, di hotel a quattro e più stelle e i parchi, come quello che sta sorgendo ancora attorno a Piazza Skanderberg: un monumentale progetto pedonale avviato a giugno 2016, tuttora in corso di svolgimento e voluto fortemente dai cittadini di Tirana. Il progetto porterà nella piazza tre elementi: la pietra sotto forma di lastre alte circa 10-12 cm, e provenienti dalle diverse regioni dell’Albania (da Tropoje e Kukës, Bilishti, Librazhdi, pietre calcaree di Tirana, Korca, Gjirokastër, Saranda, Berat, Valona, Kruja, Bulqiz, Prizren, Ersek, Skrapar), la ricca vegetazione con 900 alberi decorativi con fusto alto. Invece per le fontane e per l’irrigazione dei parchi verrà utilizzata acqua piovana. Il tutto accompagnato da un’illuminazione che bagnerà la piazza e gli edifici intorno, con l’utilizzo di pannelli solari e luce radiante.

Moschea di Tirana

Ma Tirana per chi vuole osservarla con attenzione, è molto più. Una cicatrice che orgogliosa non si vergogna di essere vivida su un’epidermide che resiste, come una rivincita sulla sconfitta, sul dolore di anni di sottomissione. Una promessa di novità e ottimismo. Ma è anche una grossa contraddizione. Accanto alla ricchezza di chi ce l’ha fatta, si accosta la povertà e la semplicità del vecchio, delle famiglie che vivono ancora in abitazioni in pietra, con bagno turco e poca luce. Basta camminare un po’ verso la periferia della capitale per vedere cani randagi che scorrazzano ovunque senza meta, strade sterrate, immagini e sensazioni che ci riportano ai film di Vittorio De Sica, Comencini ma anche a Mamma roma di Pier Paolo Pasolini.

Le contraddizioni

Tirana è la città delle contraddizioni: fresca e vivace, conformista nell’eternare le sue tradizioni come in una bolla di vetro, è la città del bazar dove tabacco e tè costano 10 euro al kilogrammo e gli odori intensi si mescolano alla frenesia dei pedoni. Tirana è anche folkloristica e ribelle: come i contadini ai margini delle vie che vendono ancora pannocchie arrostite e souvenir per turisti e le vetrine che mettono in mostra i negozi per cover di smartphone, molto amati dai visitatori. Le strade a volte, larghe e ampie, ricordano un po’ New York, così come i taxi gialli offrono lo spiraglio di una piccola metropoli divisa tra oriente ed Europa.

La capitale dell’Albania esercita sui visitatori il grande fascino dell’incontro. Difficile trovarsi spaesati, persi o soli a Tirana se in compagnia di qualche autoctono. Perché se c’è una cosa da notare subito, oltre alla tolleranza religiosa ultima conquista degli albanesi, è proprio l’accoglienza spontanea e fiera dei cittadini. Attaccata alle radici ma aperta al nuovo, come una roccia sul mare, Tirana è un’isola urbana: tutt’attorno sorgono ancora campagne e le colline così rudimentali e sole come se fossero dimenticate dal presente, ma così nitide agli occhi.

Fontana illuminata, Centro di Tirana

Credere in Dio è una scelta, ma anche la trasmissione di un messaggio esistenziale. E a Tirana è diretto e chiaro: oltre le vertigini del nuovo, la religione fa soffermare gli ancora pochi turisti che visitano la città per la prima volta: la moschea e la basilica ortodossa sono quasi dirimpettaie, così vicine e così pacificamente, affiancate, amalgamate. Tirana dove un euro vale 140 Lek, e con un basso costo della vita, si riesce con poco e il più è apprezzato. Mentre il ritmo della quotidianità, lontano dalle sfere cittadine, nelle aree rurali ci riporta ai nostri anni ’60, facendo sentire non poco la nostalgia di un passato italiano.

 

Fonti: http://www.tirana.al/projekti-i-sheshit-te-ri-skenderbej/