Il fascino e l’incanto degli anni ottanta: esce il 15 ottobre il primo singolo di Giuseppe Gimmi

Giuseppe Gimmi ambisce ad essere un artista completo. Lo scorso anno ha lanciato un progetto di recupero culturale delle icone e dello stile degli anni ottanta e prosegue nel raccontare la sua vita o il suo stile di vita attraverso un adeguato discorso di creatività.

Agganciandosi a figure mitologiche ormai come Alberto Sordi, Sergio Leone, Carlo Verdone, Jerry Calà e Tommaso Paradiso, il suo discorso si dispiega con ansie cancellate dalle istanze culturali degli anni ottanta.

Gimmi ha trovato la sua salvezza che vuole condividere con la gente nel mondo incantato degli anni ottanta e ora vuole raccontarcelo con un brano musicale in uscita il 15 ottobre alle 13:30 unendo creatività e amore. Il brano apre bene col piano. La voce è sospirata. Non mente quando dice di voler affogare le ansie col patinato degli anni ottanta. Degli anni ottanta ha anche l’estrema facilità del brano, la produzione che sa di elettronica, di suoni standard, di strumenti con facili effetti. Lui si è soffermato sull’echo del sax, ma tutta la struttura del pezzo è un classicone che tocca Grignani, Tozzi e a tratti Venditti. Il testo non racconta una storia, tuttavia è molto descrittivo, essendo dedicato alla sua città natale che in questo brano ha le sembianze di una donna nella quale lui si perde in un languore melodico costruito su suoni facili.

Giuseppe Gimmi ha solo 23 anni, (classe 1997), e ha cominciato con una linea di moda, dedicata ai suoi eroi anni ottanta ai quali dedica e regala un capo di abbigliamento, una maglietta in questo caso. Il suo progetto si dispiega poi in campo musicale e cinematografico. Per cui possiamo constatare che sta scrivendo una sceneggiatura e ha, appunto, prodotto un brano musicale dal titolo: Allora lo hai capito?

Lo abbiamo incontrato telefonicamente e via web. Le sue parole sono molto chiare.

Giuseppe Gimmi è un ragazzo di Fasano e circa un anno fa ha, come dicevamo, lanciato un’idea artistica per raccontare e racchiudere la sua forte passione: gli anni ’80 attraverso cinema e musica e scrittura, e realizza una linea di maglie uniche e personalizzate, che rappresentano ciò che sceglie di scrivere la gente, trasformando tutto il materiale con forme e colori completamente anni 80, prendendo spunto da copertine di cinema o musica.
Questa idea racchiude una forma di comunicazione da e per la gente, che diventa subito protagonista, grazie alla scrittura veicolata da una suggestione (ogni maglia è un pezzo unico).

Ha realizzato e consegnato molti lavori, per citarne alcuni: a Ronn Moss, Devin Devasquez Alessandro Cattelan, Marina Di Guardo (mamma di Chiara Ferragni), Rocco Papaleo, Enrico Montesano, Alessandro Borghi, Jerry Calà, ‪Fabri Fibra, Diodato, Carlo Cracco, Stefania Casini, Igor righetti (centenario Alberto Sordi) Antonio Decaro.

E ora, in attesa del suo lavoro cinematografico, godiamoci il suo primo singolo: Allora lo hai capito?

La Notte delle Stelle all’Anfiteatro Campano. Il grande omaggio a Ennio Morricone con il concerto di Lello Petrarca

Musica, arte, enogastronomia ed astronomia. Saranno gli ingredienti di una delle “Notti delle Stelle” più speciali in programma quest’anno in Campania per San Lorenzo. La Notte delle Stelle ideata dall’Arena Spartacus Festival, la rassegna di cinema, danza, letteratura, musica e teatro che anima tutte le sere estive l’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, il secondo più grande al mondo per dimensioni dopo il Colosseo. Il programma completo del Festival propone per lunedì 10 agosto il concerto di Lello Petrarca pianista, compositore, polistrumentista ed arrangiatore che tra le sue molteplici collaborazioni vanta quelle con Nino Buonocore, Daniele Sepe, Stefano Di Battista, Markus Stockhausen, Fabrizio Bosso, Gabriele Mirabassi e tanti altri. Sarà un viaggio musicale da “Morricone a Napoli” quello di Petrarca. Un concerto inedito che miscelerà le musiche da film del grande Ennio Morricone scomparso da appena un mese con composizioni originali e rielaborazioni dei temi più noti delle varie tradizioni musicali, a cominciare da quella partenopea.

Prima del concerto a partire dalle 20 come ogni sera nell’ambito dell’Arena Spartacus Festival sarà sempre aperta l’area caffetteria, pizzeria e ristorazione stabilmente curata da Amico Bio Arena Spartacus, che dal 2013 è il primo ristorante biologico al mondo in un sito archeologico e che in occasione del Festival propone speciali menù tematici a prezzi ridotti. Dopo il concerto l’osservazione delle stelle cadenti sul prato dell’Arena Spartacus a due passi dall’Anfiteatro Campano nella sua versione notturna illuminata.

Joe Barbieri, Daniele Sepe e Sergio Caputo nel programma musicale di Agosto sul palco dell’Anfiteatro Campano che nella sezione Teatro ospiterà anche “La guerra di Troia” del Demiurgo

La sezione musicale del Festival, diretta da Donato Cutolo, a fine Agosto, dopo i due grandi tributi a Stevie Wonder ed Ennio Morricone, metterà in campo tre calibri da 90 con i concerti di Joe Barbieri (25 Agosto) e Sergio Caputo (30 Agosto) organizzati in collaborazione con il Napoli Jazz Club e con la ‘ciurma’ guidata da Daniele Sepe che il 27 Agosto porterà sul palco dell’Arena Spartacus “Le nuove avventure di Capitan Capitone”.

Dopo le serate comiche di Luglio la sezione teatrale dell‘Arena Spartacus Festival, diretta da Maurizio Zarzaca, il 28 Agosto accenderà i riflettori sull’epica e sulla storia ospitando “La guerra di Troia” rivisitata da “Il Demiurgo”, una delle più importanti compagnie teatrali italiane del settore della narrazione teatrale all’interno dei siti culturali. Un preludio di future iniziative che la rete culturale nata attorno al Festival organizzerà anche con le scuole della Campania.

Dai film d’autore alle pellicole da Oscar musicati da Morricone: la sezione cinema ospita anche nuove uscite e anteprime nazionali come “Il delitto Mattarella” e “Crescendo #makemusicnotwar”

Cinque le serate fisse del Festival, organizzate con la direzione artistica di Nicola Grispello, stabilmente dedicate al cinema (lunedì, martedì, mercoledì, sabato e domenica). Il martedì continueranno le “Anteprime al Cinema“: pellicole mai viste al cinema causa Coronavirus, ma presentate in Premium video on demand, e riproposte ora sul grande schermo con lo scopo di riavvicinare il pubblico ad una visione collettiva del film dopo il ‘lockdown’. Come avverrà, ad esempio, martedì 11 Agosto per “Favolacce” il film dei fratelli d’Innocenzo, con uno straordinario Elio Germano, vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino per la migliore sceneggiatura. Il mercoledì saranno presentati i film Premi Oscar e vincitori di Festival internazionali. Una categoria in cui spiccano “C’era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino premiato con l’Oscar 2020 a Brad Pitt (12 Agosto) e “Green Book” di Peter Farrelly trionfatore agli Oscar 2019 come miglior film dell’anno (26 Agosto).

Scarica il Programma Agosto 2020 (1)

‘Born under a bad sign’ di Albert King: la fenomenale giostra di chitarre elettriche tra Manchester e Londra

La storia dell’album Born under a bad sign di Albert King, comincia con Eric Clapton che fa qualcosa di pazzesco. Pubblica tre dischi in quasi due anni esatti con tre gruppi diversi: 1). Five Live Yardbirds con gli Yardbirds, 1964; 2). Beano con John Mayall e i Bluesbreakers, 1966; 3). Fresh Cream coi Cream, appunto, nel 66 anche questo – per arrivare al 70 manca ancora qualcosa, ma poi ci saranno i Blind Faith e i Derek And The Dominos (formati durante le registrazioni di All things must pass di George Harrison). Ma il punto è che ciascuno di questi dischi, compreso quello dei Blind Faith e il primo di Derek And The Dominos, è un disco leggendario di un gruppo leggendario; e da qui in avanti la carriera di Eric Clapton camminerà da sola e per inerzia verso il paradiso – ma relativamente a questo nostro racconto a noi interessano il lavoro degli Yardbirds e quello di John Mayall (Eric Clapton is God).

Qui la faccenda s’ingrossa, allora. Perchè gli Yardbirds, infatti, Londra, sono conosciuti non solo come il gruppo che ha dato i natali alla chitarra di Eric Clapton, lo abbiamo già detto; di Jeff Beck, che formerà un suo gruppo con due favole eterne a 33rpm con Ron Wood, poi terzo chitarrista dei Rolling Stones, e Rod Stewart; e di Jimmy Page, poi coi Led Zeppelin. Laddove John Mayall, a sua volta, Manchester, è invece conosciuto per aver consacrato, sì, la sei corde di Clapton dopo gli Yardbirds, lo abbiamo già visto; quindi quella di Peter Green, poi Fleetwood Mac; e quella di Mick Taylor, che sarà con cinque dischi, se non sbaglio, protagonista di quello che con ogni probabilità è il periodo più interessante dei Rolling Stones dopo la scomparsa del loro primo chitarrista, Brian Jones, nel 1969 – e con Eric Clapton, Jimmy Page, Jeff Beck e Peter Green, sottacendo i Rolling, si consumano le dita dei nomi dei più importanti chitarristi della storia della musica contemporanea.

Riassumendo quindi in pochissime parole, a spanne si può dire che gli Yardbirds, da Londra, diventano i Led Zeppelin e i Bluesbreakers, da Manchester, i Fleetwood Mac.

A riguardo infine dei Fleetwood Mac e del loro chitarrista fondatore, Peter Green, possiamo dire che condivide molti aspetti della propra parabola artistica con Syd Barrett. Come Syd Barrett infatti forma un gruppo. Come Syd Barrett del gruppo fondato è la principale forza creativa. E proprio come Syd Barrett, chitarrista anche lui, viene allontanato dal gruppo per problemi di droga che gli hanno confuso e incasinato, diciamola con Pulp Fiction, il modo di parlare (voleva cambiare vita dopo essersi strafatto di acidi). E per cui la configurazione finale dice di due figure affatto da ripensare seriamente e da rivalutare alla grande.

A questo punto, uno dei principali artefici del revival di Peter Green e Syd Barrett è David Gilmour.
Gilmour infatti lo scorso febbraio, il 25 mi sembra proprio di aver letto, ha partecipato a una serata in onore di Peter Green tenutasi al Palladium di Londra. Per l’occasione Gilmour suona tre pezzi dei Fleetwood Mac, compreso Albatross, singolo del 68.

E qui, adesso, sul finire di questo nostro racconto, si va sul campo delle opinioni, del se, ma e forse; ma è probabile che così facendo Gilmour abbia voluto ancora una volta ricordare Syd Barrett – o comunque sull’accostamento casca subito l’occhio – e questa volta nei termini di una delle più grandi chitarre sperimentali del Regno Unito o sicuramente in grado di tenere testa a Peter Green – almeno stando al primo disco dei Pink Floyd. E in ogni caso questo fenomenale passage della musica inglese tra Manchester e Londra ci ha portati a parlare ancora una volta di Syd Barrett. E a questo punto non è ancora chiara una cosa. Non si capisce cioè per quale caspita di accidenti del pensiero, forse un rovescio neuronale temporalesco, qui si finisce sempre col parlare di Syd Barrett – e se è possibile un giudizio personale, proprio stando al primo disco dei Floyd e ai suoi due solisti, è probabile che Syd Barrett sia una delle migliori chitarre sperimentali di sempre….esattamente come Peter Green, ex Bluesbreakers, Manchester.

Comunque non ce n’è, la versione di Born Under A Bad Sign, canzone di

, la versione dei Cream, quindi, è la migliore. Una l’ha registrata anche Peter Green. Non era stato ancora detto; i Pink Floyd poi possono sicuramente distrarre e confondere, è ovvio, ci mancherebbe, cavoli, la musica psichedelica è una vera figata; si fa quindi preferire il primo dei velvet underground, ma poi the dark side of the moon è quanto di meglio abbia offerto il music business fino ad ora; ma i Cream sono imbattibili se non sono i migliori. E poi sono la miglior band di hard blues bianco elettrico. Loro sono i padri naturali dell’Hard Rock – a cui ha contribuito anche Peter Green.

 

Peter Green
29/10/46 – 25/7/20
Ad perpetuam rei memoriam

 

Sinatra, Elvis, Dylan, Springsteen: macroscopia di una storia leggendaria

Con Frank Sinatra si racconta una storia dei due mondi, di due epoche, quasi, del novecento; e c’è di fatti con lui un pre e un post guerra mondiale, e una visione d’insieme che va all’inseguimento del futuro da costruire consonante a nuove canzoni e melodie per nuovi altari popolari – il pop appunto, il sinonimo più trascurato di cultura di massa, dal quarto d’ora celebre per chiunque a the medium is the message, la macchina è il messaggio, la produzione, il progresso, e in questo caso la ricostruzione anche di una musica nuova; e il pop è anche un sottogenere della cultura di massa e un genere musicale con linee di confine assolutamente precise.

Il primo punto è che comunque il punto di vista è squisitamente maschilista, ma non poteva essere diversamente, perché oltre alla Monroe, Patty Smith, Madonna, Tori Amos, Cat Power qualcuna del periodo beat, o degli anni trenta/cinquanta, qui non si riesce ad andare. E allora sotto con Frank Sinatra e le bobby soxers, alle quali farà poi seguito l’hop sock dell’era del rock and roll; ma è questo un discorso, seppur interessantissimo e di costume, le calze, le calze rosse, il baseball, la nascita delle cheerleaders, non volendo entrare nello specifico di traduzioni e tradizioni d’oltreoceano, dal quale in ogni caso si sta alla larga per non dare a tutto il lavoro il tono di un’improvvisazione sul tema american music (oh, I like american music, Violent Femmes, Why do birds sing… Do androids dream of electric ships?, racconti da universi distopici).

Subito dopo gli esordi prebellici, dunque, Frank Sinatra oltre che per la sua voce, e il formidabile controllo in grado di esercitare su di essa, è conosciuto come il pack master del Rat Pack, approssimativamente Las Vegas, anni cinquanta, (Only The Lonly, 1958 e seconda metà del 2018, deluxe edition per il 60mo) in cui a volerli ricordare in blocco si raccoglievano: Errol Flynn, Ava Gardner, Nat King Cole, Robert Mitchum, Elizabeth Taylor, Janet Leigh, Tony Curtis, Mickey Rooney, Lena Horne, Jerry Lewis, Cesar Romero e i membri originali del Holmby Hills Rat Pack, la casa di Humphrey Bogart, erano Frank Sinatra, Judy Garland, Sid Luft, Humphrey Bogart, Swifty Lazar, Nathaniel Benchley, David Niven, Katharine Hepburn, Spencer Tracy, George Cukor, Cary Grant, Rex Harrison, Jimmy Van Heusen; e con questa denominazione si arriva fino agli anni sessanta con la seguente formazione: Sinatra, ancora, sempre leader con Bogart, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford, Joey Bishop, Marilyn Monroe, Angie Dickinson, Juliet Prowse, Buddy Greco, Shirley MacLaine; arrivando poi a the Jack Pack con JF Kennedy (al momento di scrivere, molti di questi sono solo dei nomi, ma nell’ultimo disco in uscita a momenti, Dylan dedicherà proprio una canzone a JFK; e i tre precedenti compreso il penultimo triplo sono praticamente delle raccolte di tunes già suonati e cantati dallo stesso Frank Sinatra).

In tutti i casi è evidente che anche nel caso di Frank Sinatra, come nel caso già osservato dei Velvet Underground, il cinema abbia fatto da catalizzatore di un vero e proprio movimento culturale, di una scuola di pensiero, di un’avanguardia come si direbbe in Europa, e questo lo si può constatare da Gershwin in avanti; e da Fitzgerald a scendere la storia che si propone sembra essere più o meno sempre la stessa, cinema e musica raccontano le due facce della stessa medaglia in una vera e propria e splendida configurazione multimediale – e il discorso Frank Sinatra potrebbe finire in questo istante senza nominare nemmeno una sola sua canzone.

Di fatto nessuno potrebbe negare che la carriera di Frank Sinatra sia strettamente e intimamente legata al cinema, se consideriamo che ha vinto un Oscar e un Golden Globe con From Here To Eternity e per miglior supporting actor, soprattutto.

The Song Is You, allora, è un box set di cinque CDs che raccoglie tutte le prime registrazioni di Sinatra con la Tommy Dorsey Orchestra, i suoi primi tentativi solisti come band leader, registrazioni radiofoniche varie degli esordi, il tutto proprio a partire dal 1942.

Musicalmente parlando, sperando che non sia la solita coincidenza si segnalano: Sinatra At The Sand con Count Basie e Quincy Jones (quello di Soul Bossa, uno dei produttori più importanti del music business americano), ma in questo disco si perde la metà del senso se non si capisce la lingua perfettamente: Frank Sinatra è un performer, un entertainer prevalentemente, lo stereotipo degli artisti di genere a seguire, si potrebbe dire, musica da club in qualche misura, dove la scena è prevalentemente quella di Las Vegas (è del maggio 2018 l’uscita tripla deluxe su cd e in digitale dal titolo Standing Room Only, con tre concerti: Las Vegas ’66, Philadelphia ’74, Dallas ’87); il successivo con Duke Ellington; My Way, ovviamente, 1969; eh, già…That’s Life, di tre anni prima, e della title track il testo è quasi lo stesso di Helter Skelter – ed evitiamo di commuoverci: si va avanti – ; Strangers In The Night, che risulta essere anche questo del 1966; e, siamo in tempi di fusion, non solo con Miles Davis e Bob Dylan, tempi di globalizzazione dei generi (Masoko Tanga, The Police, una delle conclusioni più di pregio), il disco di bossa nova appunto con Antonio Carlos Jobim del ‘67, complementare alla registrazione di Gilberto/Getz.

Arrivati a questo punto, in attesa di sapere qual è la “Best Band You Never Heard In Your Life”, tra quella di Imaginari Diseases, The Petit Wazoo del 1972; The Mothers 1970, cd quadruplo che esce adesso; The Mothers 1971 al Fillmore east; Live In NY 78; Roxy And Elsewhere, 1974; You Can’t Do That On Stage Anymore (volumi vari); Joe’s Camuflage, addirittura sui rehearsals e basta del 75, con lo scheletro di Any Dawners? che verrà pronto per You Are What You Is; Broadway the hard way, 1988, The Best Band You Never Heard, appunto, sul 1988 anche questo, band di dodici pezzi che durò meno delle Mothers 1970, in cui se stupisce la perfetta resa musicologica di Stairway to heaven, con la sua Purple Haze in medley con Sunshine of your live sembra già di sentire qualcosa di Pork Soda….con modi già sperimentati con The Torture Never Stops, versione Thing-Fish, pezzo con cui stava vincendo un Grammy alla prima cerimonia degli stessi… favoloso Frank Zappa, petit wazoo, Grand Wazoo, Waca Jawaca, Chunga’s Revenge, Drawing Witch, Them Or Us, Apostrophe…..Zoot Allure…..Overnite Sensation, You Are What You Is, e possiamo andare avanti all’infinito, e chissà quale altro miracoloso live di Zappa con l’ennesimo fantassolo esiste da far uscire; e poi c’è Joe’s Garage – e quando lo si ascolta per intero Joe’s Garage? – che oltre che ricordarci che un ragionamento sul music business Zappa lo aveva già fatto subito agli esordi con We’re Only In It For The Money, è da ascoltare assieme a The Wall di cui è a conti fatti la versione allegra… per cui Frank Zappa….che tra tutti è sempre un po’ quello più difficile da mettere da parte…e in attesa di una risposta o di uno studio chiarificatore, si diceva, poi ti casca l’occhio su John McLaughlin che pubblica con la sua Mahavishnu Orchestra The Inner Mounting.

Cioè McLaughling non ha colpi pop tipo Camarillo Brillo, Sharleena, Be In My Video, Disco Boy, ma alla fine chi è meglio McLaughlin o Frank Zappa?, ascoltiamo Noonword Race, ascoltiamo i Deep Purple,  McLaughlin è poi il chitarrista della svolta elettrica di Miles Davis con cui Zappa compete alla grande, e con McLaughlin Miles Davis pubblica Bitches Brew (Tomago Rat?) che fa cinquant’anni quest’anno – ma il discorso di fusione è “gioco vecchio oramai”, e comunque, attenzione, sono ben cinque in meno di Subterranean Home Sick Blues di Bob Dylan e dell’esplosiva propulsione elettrica con la quale si apre Bringing It All Back Home (1965), l’album della svolta elettrica o della confutazione folk dello stesso Dylan, che traghettando in direzione rock a partire da ambienti affatto folk e tradizionali, precorre anche Hot Rats e di ben quattro anni e il video è una gran bella botta – strepitoso Dylan – e tutto questo per dire solo che tre sono i grandi discorsi di fusion o di integrazione di genere che si possono fare, quindi: uno con Zappa, uno con Dylan e uno con Miles Davis; e il primo in battuta è proprio Bob Dylan con la doppia uscita del 1965: Bringing It All Back Home e Higway 61 Revisited. E il discorso, cioè, a voler solo sottolineare la portata colossale di Bob Dylan, questo lo si può proprio finire qui.

Si segnala: degli anni ottanta l’uscita clamorosa Dylan & The Dead coi Grateful Dead, e loro poi sono tra i migliori a suonare Bob Dylan dal vivo (meglio anche dei Birds; si veda Postcards Of The Hanging); il documentario di Martin Scorsese sul tour Rolling Thunder Revue; e il Nobel vinto per la letteratura – e tutti i discorsi cominciano da qui, e qui si chiude il discorso sulla fusion con la giusta dignità, con una citazione sulla doppia dorsale dell’abiura di Syd Barrett in Jugband Blues e della confutazione di John Keats e di una delle sue odi: “Information is not knoweledge. Knoweledge is not wisdom. Truth is not beauty. Beauty is not love. Love is not music. Music s the best”, Packard Goose, Frank Zappa, Joe’s Garage – ma c’è un errore ancheadesso: tutti i discorsi iniziano qui: Elvis Presley, ed Elvis, si sa, è il numero uno. Ma anche qui è contesa tra Beatles e Presley su chi sia il numero uno: Elvis alla fine è un po’ un tipo alla Frank Sinatra perfettamente conteso e condiviso tra musica e cinema.

Invece la discografia del piccolo collezionista dopo 33 anni con Bruce Springsteen si è fermata alle Seeger Sessions: di Magic si apprezza l’immensa Radio Nowhere, ma mancano: Wrecking Ball, Working On A Dream, Magic, appunto, High Hopes, ma questo è un disco a parte, e si riprende con Western Stars, vero ritorno alla grandezza originaria del Boss – Bruce Springsteen è al colonna sonora di una vita intera, e Blinded By The Light è un film evidentemente tratto da una storia vera. Springsteen inoltre si è reso protagonista di un show&tell per alleggerire con Calvin&Hobbes, sold out per quasi due anni ininterrotti, a Broadway, ma il Boss è il Boss, ragazzi, non c’è niente da fare. Il 99 segna l’anno della rinascita con i concerti di reunion della E Street Band culminati nel bellissimo Live in NYC del 2001 soprattutto in DVD. Poi ci sarà lo strepitoso The Rising, e il resto non è nemmeno più storia ormai, ma si divide tra mito&leggenda dei giorni nostri.

Ad ogni modo il postulato di estetica abbracciato da Keats e confutato in Joe’s Garage – la bellezza è verità – era già stato messo in discussione dagli U2 in The Playboy Mansion, 1998. Springsteen invece si è allineato alle intenzioni filosofiche di Kant in qualche maniera, arrivando a dire in No Surrender: I wanna sleep beneath peaceful skies in my lover’s bed, with a wide open country in my eyes and these romantic dreams in my head…il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.

While singin’ the blues, allora, a real Bob Dylan experience – e a scanso di equivoci, per non sbagliare, è meglio che ti fai una big babol: “the pump don’t work ‘cause the vandals took the handle” – Subterranean Homesick Blues, Bob Dylan, 1965.

 

Fonti: https://le-citazioni.it/frasi/176448-frank-zappa-informazione-non-e-conoscenza-conoscenza-non-e/

sinatra.com

elvis.com

zappa.com

bobdylan.com

brucespringsteen.net

Charlie Parker, John Coltrane, Wayne Shorter: Miles Davis & the saxophones

La paranoica fissazione con un genere musicale contemplato ed esplorato nella sua più totale e completa complessità porta inevitabilmente alla ricerca di tutto ciò che gli sta attorno configurando un continuum fenomenale di genere a intermittenza di suoni dai più disparati insiemi musicali. Dal ’69 al ’74, da In a Silent Way a Get Up With It, il protagonista del racconto è più doverosamente John McLaughling, un chitarrista inglese, laddove nei sogni, nei desideri di partenza, nei progetti e nelle idee iniziali, questa figura musicale avrebbe dovuto combaciare con le fattezze artistiche di Jimi HendrixMiles Davis aveva un progetto musicale che contemplava l’introduzione della chitarra di Hendrix, ma quello che ne è venuto fuori fu solo un chiacchierato pastiche sentimentale a tre tra Miles, Jimi, e la signora Mabry Davis, Mademoiselle Mabry, come nell’ultima traccia di Filles De Kilimanjaro, suite orchestrale di oltre un quarto d’ora del 1968, Miles Davis, e al sax c’era già Wayne Shorter che chiudeva lo storico periodo del secondo grande quintetto, e che lo accompagnerà fino agli sviluppi più estremi del progetto di fusione elettrica tra musica jazz e musica rock – e questa è la seconda volta in quattro anni che la chitarra elettrica fa scalpore, fa scandalo, fa impazzire il pubblico; ed era già successo con Bob Dylan nel ‘65 quando il cantautore si presentò al Newport Folk Festival con una Stratocaster a tracolla e si beccò gli insulti e lo sdegno del pubblico (quella chitarra è stata venduta all’asta attorno al 1992 o giù di lì, per duemilioni di dollari).

Il protagonista sarebbe più doverosamente John McLaughing, è vero, ma coi saxophoni di Miles Davis si costruisce comparativamente una storia maggiore.

In realtà, ma sono probabilmente molteplici i prototipi del genere di fusione, la prima botta – e fa male ancora adesso quel disco – arriva da Duke Ellington nel 1962, con una scarpata blues d’altri tempi, un blusaccio primordiale, con uno degli egregi, dei molto onorevoli, per dirla con Joyce, senza il coraggio di dire il preferito da queste parti, della musica mondiale: Money Jungle con un trio pazzesco formato dallo stesso Ellington al piano, Max Roach alla batteria, già visto con Davis nella birth, in studio, ‘49-‘51 ca., of the cool e pre-birth of the cool, Live At The Royal Roost, NYC del settembre del 48 col celebre noneth detto la tuba band, come da note di copertina della premiata stampa della Durium, collana Jazz Live, note di Sandra Novelli – tutto comunque documentato nell’uscita del ‘57 a cura della Capitol dal titolo appunto The Birth Of The Cool – e, risalendo a Money Jungle, Charles Mingus al basso, un acidissimo Charlie Mingus e molto libero, free, al basso, contrabbasso.

Non è stato ancora detto niente di né di Charlie Parker né di John Coltrane, e con Shorter appena appena accennato, si va già verso l’ennesima nuova era del jazz, ulteriore capovolgimento di fronte capitanato da Miles Davis; e tutto sommato in qualche misura vengono tralasciati proprio Jerry Mulligan e Lee Konitz tra gli altri, i primi due sax del dopo Charlie Parker, la nascita del cool come già detto, anche perchè il disco esce postumo nel ’57, e si va verso il Miles Davis Quintet come atto primo del post Charlie Parker, al quale viene apposto Walking, anche questo senza John Coltrane – ma John Coltrane sarà presente in Kind Of Blue, il disco jazz più venduto in assoluto, o in qualche modo, il corrispettivo di The Dark Side Of The Moon in ambito jazz.

John Coltrane è dunque il sassofonista del dopo Charlie Parker, del primo Miles Davis Quintet, degli anni cinquanta, delle registrazioni della Prestige (The Legendary Prestige Quintet Sessions), del Caffè Bohemia; John Coltrane è il sassofonista che ha preso il posto di Sonny Rollins nel gruppo per far uscire Milestones, Round About Midnight, Cookin’, Steamin’, Relaxin’, Workin’ e poi nel 1959 ci sarà Kind Of Blue: Miles Davis, John Coltrane, Cannonball Adderley, Bill Evans, Winton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb – nel mezzo ci stà Walkin’ con un’altra formazione: un attestato di leggendaria sicurezza.

La storia ad ogni modo, quasi tutta quanta dall’inizio alla fine, si svolge quasi completamente a NYC, o lì ha più di un suo centro, e questa di John Coltrane in particolare attorno al Bohemia Cafè che ha recentemente riaperto.

E questi sono gli anni successivi a quelli in cui è ambientato On The Road, e i beatnik, allora, sono a un passo, la beat generation era già quasi tutta lì, e curiosità vuole che proprio The New Bohemia sia il titolo di un libro che descrive alla perfezione i contorni del new cinema americano, la sua natura underground, da cui letteralmente i Velvet Underground, e di cui lo stesso Andy Warhol faceva parte o vi era in misure diverse coinvolto, lui come Nam June Paick, Rauschenberg, Jones, Oldemburg, Kelly, Indiana, per dirne alcuni; ma per quel che riguarda il solo Andy Warhol, lui di fatto nasce come grafico anche di copertine di dischi di musica jazz, e forse nelle Metamorfosi c’è qualcosa di vero, Ovidio aveva ragione, magari la reincarnazione esiste, la resurrezione è verità, e se non esiste la reincarnazione, il darwinismo ne ha dimostrato la felice intuizione – Prestige, ad ogni buon conto, e questo è il seguito, e si va verso l’ennesima metamorfosi del jazz e la controcultura americana degli anni sessanta dei tempi a venire (è Jack Kerouac a dircelo che sono adiacenti) e Miles Davis, Wayne Shorter al sax, cavalca alla perfezione la chitarra elettrica: dopo E.S.P., Miles Smiles, Sorcerer, Nefertiti, Miles In The Sky, Filles De Kilinajaro, entrano In A Silent Way, Bitches Brew, e Jack Johnson, poi esce Wayne Shorter e l’elettricità corre sola sul filo fino a On The Corner, Big Fun, Get Up With It, e poi il silenzio fino agli anni ottanta, fino al magico EP Rubberband stampato lo scorso anno per la prima volta.

Ma alla fine chi era Charlie Parker, allora? Charlie Parker era un sassofonista americano. Nell’autobiografia di Miles Davis occupa tutta la prima parte, e di John Coltrane praticamente e di Wayne Shorter non c’è traccia nella seconda parte. Nella sua autobiografia, Miles Davis passa la metà del tempo a insultare Charlie Parker in tutti i modi, a glorificarlo, ad amarlo e a odiarlo. Charlie Parker muore nel 1955, un anno dopo la nascita del rock&roll, un anno dopo la consacrazione della chitarra elettrica, e per scoprire cosa sono tutti quegli assoli del rock&roll, è sufficiente ascoltare un disco di Charlie Parker e sostituire il sax con la chitarra elettrica, quello che di fatto è successo con il Miles Davis dell’ ”ultima” metamorfosi del jazz, con tempi più soft e cool, parlando di Miles, rispetto alla frenesia di Charlie Parker.

Nella sua autobiografia Miles Davis descrive Charlie Parker come un frenetico strafatto di eroina che si ingozzava di pollo fritto e suonava da dio: buttandola lì per chiudere, saltando lo swing, il boogie, e il rithm&blues, giocando a una vanitosa rivendicazione jazz, il rock&roll è il be bop suonato con la chitarra elettrica – Charlie Parker è per estensione il prototipo del chitarrista solista.

Di John Coltrane e Wayne Shorter si segnalano rispettivamente Giant Steps e Blue Train dall’una parte e Schizophrenia e i Weather Report dall’altra (Black Market).

Chi era Charlie Parker lo ha già documentato ampliamente Jack Kerouac, e la sua vita sarà uno standard per le avanguardie future verosimilmente spericolate come James Dean che muore nel suo stesso anno.

Un ultima curiosità ci spinge a notare che le prove generali di Bitches Brew, a tutti gli effetti il primo album elettrico di Miles Davis, si sono per così dire tenute al Fillmore East, sempre da quelle parti, NYC, l’equivalente del Blue Note per il jazz, nel marzo del 1970 la stessa sera in cui Neil Young & The Crazy Horse registrano uno dei più formidabili live albums di sempre con una rendition elettromagnetica di Cawgirl In The Sand. Poi ci sarà l’isola di Wight per Miles Davis e per la sua band, e seicentomila persone di gloria finalmente tutta intera per il jazz e la sua storia.

 

Fonte: tidal.com e le sue liner notes for liquid music.
Photo: http://birkajazz.se/archive/blueNote1500.htm

Giuseppe Gimmi, rivivere e assaporare la nostalgia degli anni ’80 con un velo di tristezza

“Mi mancheresti anche se non ci fossimo conosciuti” recita un celebre aforisma che pare non avere autore e che trasuda nostalgia. Frase che sembra essere stata scritta apposta per Giuseppe Gimmi, ragazzo pugliese di 22 anni che circa un anno fa ha lanciato l’idea artistica “The Vintage” per raccontare e racchiudere la sua forte passione: gli anni ’80, realizzando una linea di maglie personalizzate, che rappresentano ciò che sceglie di scrivere la gente.

Giuseppe crea, trasformando tutto il materiale con forme e colori completamente anni 80, prendendo spunto da copertine di cinema o musica. Idea vincente la sua, perché racchiude una forma di comunicazione da e per la gente, che diventa subito protagonista, grazie alla scrittura veicolata da una suggestione (ogni maglia prodotta infatti è un pezzo unico). Giuseppe per trarre ispirazione studia le pellicole del grande cinema e la musica anni ’80.

Ha realizzato e consegnato molti lavori a personaggi dello spettacolo, per citarti alcuni: Ronn Moss, Alessandro Cattelan, Marina Di Guardo (mamma di Chiara Ferragni), Rocco Papaleo, Enrico Montesano, Alessandro Borghi, Jerry Calà, ‪Fabri Fibra‬ e tanti altri.

Non ha vissuto quegli anni Giuseppe ma li rivive in primis lui stesso con grande intensità, energia e rispetto, senza lasciarsi guidare solo dal sentimentalismo e dalla nostalgia per non aver vissuto quegli anni che oggi a molti giovani sembrano irripetibili, irraggiungibili.

Per diletto Giuseppe compone anche dei brani musicali che potrebbero un giorno essere racchiusi in una raccolta e pubblicati, tra questi anche l’uscita del mio primo singolo a settembre; ma senza tralasciare lo studio approfondito soprattutto del cinema di quegli anni attraverso la passione per figure come quelle di Alberto Sordi e Carlo Verdone, che ci hanno messo alla berlina i nostri vizi, manie, ansie e tic, in quel momento d’oro del cinema italiano, che univa commedia e tragedia, brillanti invenzioni romanzesche e tetro dramma della Storia. L’ansia che scaturisce dal bisogno di infinito, dalla nostalgia e dal rimpianto di non essere nati in quel periodo e che funge da filo conduttore anche per quanto riguarda, ad esempio, le sonorità e la malinconia di fondo che si respira nelle canzoni di Tommaso Paradiso.

 

1 Come e quando nasce la passione per gli anni ’80?

Nasce tutto da ansie e momenti di solitudine che percorrono la mia vita, fin da bambino, da sogni e miti che si mescolano in un passato come un film di Sergio Leone. L’essere bambino è un qualcosa che noi tutti ci portiamo. Nato in una vecchia masseria pugliese, ho apprezzato e praticamente fatto mio ogni cosa che mi circonda dalla porta che cigola alle ore 6.00 del mattino prima di andare a correre, al canto degli uccelli al profumo dei jeans e delle t-shirt lavate a mano fino ad arrivare alla sera uno dei momenti che io amo, quando tutto sembra fermo, si sentono solo i grilli che cantano e fanno festa e le stelle che brillano nei nostri occhi, penso che tutto questo sia la vita. Ho sempre amato in realtà i miti, dove crescere e imparare. Da qui parte la mia grande voglia di riscoprire quel sapore semplice del passato, che alcune volte può essere anche crudele. Ho iniziato a guardare i primi film essendo del 1997 con tematiche anni 80, quindi diciamo vicini a me anche se molto lontani, da qui ho scoperto che tanti film del passato sono per me una sorta di liberazione anti stress che allontanano le miei ansie facendomi rivivere momenti che sento miei.
Ad esempio, vacanze di natale 83, li c’è un grande fascino, per me c’è tutto, c’è quella grande nostalgia di un Natale fatto di semplicità ma sopratutto di spensieratezza. Quindi per me l’era di quel tempo e di quei miti parte da qui, non tralasciando però altri anni importanti, però a me piace portare sempre questi miti e i loro pensieri anche in una fase attuale. Penso che noi tutti dobbiamo guardare un film di Steven Spielberg, come E.T film incredibilmente magico, ascoltare Lucio Dalla quando si torna a casa dopo un lungo viaggio, piangere quando risuonano le note di c’era una volta in America, ecco la mia vita è questa.

2 In quale ambito culturale pensi si sia dato il meglio durante gli anni ’80?

Per me gli anni 80 sono stati caratterizzati dalla buona musica e il cinema ma anche dai grandi cartoon. Venendo sicuramente da un cinema fatto da grandi protagonisti gli anni 80 segnano quel cambiamento radicale dove si iniziano a scoprire le vere tendenze di noi tutti, senza più nascondersi, senza più veli. I suoni, i sapori le emozioni erano totalmente diverse. Io come dicevo precedente non gli ho vissuti ma sono qui ora che li racconto. Dentro di me scorre quella grande voglia di conoscere, la conoscenza è per noi l’unico modo per andare avanti. Una dimensione spazio – temporale completamente diversa, ognuno si sentiva protetto da qualche robot o da qualche poster che racchiudeva la propria stanza personale con un mappamondo che girava velocemente per sognare di cambiare il mondo. La musica suonava così forte nella testa da far ballare la gente per un intera estate. Gli anni degli eroi, dei ricordi ma sopratutto delle forti emozioni.

3 Qual è stata per te l’esperienza più esaltante e costruttiva?

Sicuramente l’esperienza più costruttiva in questa mia vita è stata quella di creare un progetto che mi ha portato a scoprire e mi porta ancora oggi a riscoprire la comunicazione. Nel 2017 ho creato un progetto artistico che prende il mio nome dove realizzo delle frasi con forme e colori anni 80 su richiesta personale. Tutto questo mi ha portato a creare un progetto sicuramente fatto di persone che scrivono e si raccontano attraverso una fase di scrittura che poi viene creata da me e applicata in uno studio grafico su delle magliette. Un percorso quindi formativo, che mi ha fatto scoprire la creatività arrivando anche a tanti nomi importanti.

Oltre a questo ho un nuovo progetto in corso, sempre mosso dalle ispirazioni derivanti dal cinema e musica anni 80, ossia quello di specializzarmi nell’affascinante mondo della sceneggiatura in ambito cinematografico.
Per diletto sto anche componendo dei brani musicali che potrebbero un giorno essere racchiusi in una raccolta e pubblicati, tra questi anche l’uscita del mio primo singolo a settembre.

Vorrei esaltare sempre più il mio metodo di scrittura che racchiude, un mondo completamente diverso, tra la realtà è sicuramente il passato. Per me immaginare, creare, sognare amare e imparare sono alla base di tutto. Scrivere, che sia una sceneggiatura o testo musicale ti fa capire in realtà quello che tu vuoi quindi farsi trasportare da quello che il nostro corpo vuole e sicuramente se ci circondiamo di emozioni, di attenzioni ma soprattutto di sogni riusciamo a scrivere e trasmettere qualcosa d’importante. Sognare ovviamente con i piedi per terra perché nella vita nessuno ti regala niente. Una giorno ero a casa sul divano mentre guardavo un documentario sull’importanza della figura di San Giuseppe. Sognare con i piedi per terra quindi, però non perdere mai la capacità di sognare, perché solamente sognando un mondo migliore possiamo aprire le porte ad un futuro.

4 Cosa trovi che manchi manchi di più oggi dell’arte degli anni ’80?

Nulla o forse tutto. Penso che che viviamo noi tutti in un epoca incredibile dove il tempo ci rincorre, dove abbiamo paura di sbagliare dove essere perfetti è giusto. L’arte per me è qualcosa di affascinante quindi libertà d’espressione, dove ognuno di noi deve essere vero, ogni artista ha un mito dietro di sè dove crescere, imparare e sviluppare. Noi abbiamo bisogno di essere imperfetti quindi perfetti perché la vera perfezione si può avere solo se dentro di noi siamo veri. Amare quello che ci piace fare, riflettere prima di giudicare qualcuno o qualcosa, essere liberi di indossare quello che si vuole ed essere liberi soprattutto di essere se stessi.

5 Hai una grande passione per il cinema di Verdone e Sordi, due geni che hanno interpretato e parodiato le manie e i tic degli italiani raccontando un pezzo di storia del costume. Secondo te qual è oggi la favola grottesca che meglio si addice agli italiani?

Non dobbiamo mai lasciare sola l’Italia, perché l’Italia è la nostra mamma. Alberto Sordi per me come penso per l’intero popolo italiano è l’Italia. Un uomo incredibile, elegante e intelligente, vedendo tanti suoi film e leggendo libri si capisce che certi valori, certe emozioni scorrono nelle sue vene. Amare l’Italia, raccontare i suoi difetti e i suoi pregi non è da tutti. Lui è stato l’unico in assoluto a raccontare tutto questo, raccontare il sapore che avevano i vicoli delle vecchie città, le compagnie infinite , raccontare di una Roma completamente diversa da quella attuale, sul nostro schermo Albertone è stato furbo, ingenuo, scapolo, vedovo, uomo d’affari pregiudicato, cinico etc.

Alberto Sordi è stato e sarà sempre un mito dove ognuno di noi dovrà riflettere. Tra le miei più importanti figure di vita c’è anche di Carlo Verdone. Un padre per me, un uomo incredibilmente universale che è entrato a far parte della mia vita. Ansie, tic degli italiani etc, penso che sia uno dei registi attuali più importanti del nostro paese e che non c’è ne saranno più così. Ha saputo puntare sull’umanità, sulle debolezze ma anche sulla fragilità dei suoi personaggi, sicuramente ci sono tante influenze importanti nella sua vita dall’incontro con Sordi, all’incontro fondamentale con Sergio Leone etc
Io ho avuto la fortuna d’incontrarlo per un breve spazio durante un festival del cinema qui in Puglia. Mi piacerebbe un giorno, raccontarli di me, perché ogni volta che scrivo tutto questo io mi commuovo, raccontare l’importanza della sua figura nella mia vita, del suo amore che ha saputo insegnare ed insegna attraverso il cinema, facendoci capire i difetti sicuramente di noi tutti ma soprattutto le fragilità.

Molti di noi nascondono tutto questo, noi tutti abbiamo tutt’ora oggi la forza e la capacità di reagire ma soprattutto capire che tutto quello che ci circonda è il massimo. Solo noi possiamo far pian piano ritornare quei vecchi sapori, ma soprattutto quelle nostre fragilità dove arrampicarsi e scalare vette importanti per un’Italia più bella, possiamo farlo solo insieme. Sicuramente tutto questo lo possiamo fare prendendo spunto e imparando da due mostri del cinema come Alberto Sordi e Carlo Verdone.

6 Come stai vivendo questo importante momento storico? Come pensi l’avrebbe raccontato Sordi?

“Maccarone… m’hai provocato e io te distruggo, maccarone! Io me te magno!”. Avrebbe esordito così secondo me facendoci capire il valore di stare a casa. Sinceramente me la sto vivendo molto bene, perché sono un ragazzo tranquillo che ama tanto la casa ma nello stesso tempo mi mancano persone importanti. Ho scoperto è riflettuto su tante cose in questo periodo, innanzitutto rallentare e godermi sempre più ogni singolo momento, come apparecchiare, prepararsi un buon piatto di spaghetti e un buon vino rosso e gustarlo ma sopratutto apprezzando il suo grande sapore davanti ad un film o una serie tv. Capire il significato ma sopratutto l’importanza delle persone che mi circondano. Nel mio tempo libero tra una sceneggiatura e l’altra ho iniziato a coltivare un piccolo orticello dove piantare prodotti naturali e freschi ed ascoltare buona musica. C’è tanto da fare, leggere libri dare un bacio a mamma o papà e ringraziarli per tutto quello che fanno, andare a correre, aspettare la propria donna o il proprio uomo e capire, che appena la situazione migliorerà solamente un abbraccio può far scomparire tutto questo.

7 La tua sembra essere una semplice “operazione nostalgia” , invece si tratta di un vero e proprio input a riscoprire quegli anni in modo razionale. La tua è dunque una nostalgia propositiva e energica..

Assolutamente. Amo la modernità, i cambiamenti devono essere visti sempre come qualcosa di migliore. Tutti però penso che devono conoscere l’educazione, rispetto reciproco etc da dove poter ripartire. Conoscere la grande commedia italiana, da Totò, da i film di Fantozzi a quelli di Sergio Leone etc. Vorrei che tutti ascoltassero le più grandi colonne sonore come quelle di Ennio Morricone, leggessero libri sulla vita come la Repubblica di Platone che ho scoperto grazie ad un mio punto di riferimento in questa vita che è Tommaso Paradiso. Tutto questo sto cercando di trasmetterlo attraverso fasi di scrittura che possono essere cinematografiche, musicali oppure artistiche.

8 Cosa pensi delle commedie italiane di oggi?

Servirebbe ripartire e non dimenticare mai quelle vecchie pellicole che hanno cambiato la vita di noi tutti. Sicuramente ci sono tanti talenti però poco veri. La gente ha bisogno di leggere ma sopratutto vedere qualcosa di vero, ha bisogno di ridere, di piangere e quindi di percepire un ciclo verosimile che riesca a racchiudere la propria vita. Il cinema e l’unico modo per arrivare a Dio perché crea un mondo dove vanno ad abitare i nostri sogni o fantasmi, e la musica sottolinea questo nostro percorso.
Quindi cercare di essere più veri fuori ma sopratutto con se stessi e nello stesso tempo di abbandonare il mondo dell’apparire.

9 Cosa speri di trasmettere alle persone che hanno vissuto quegli anni e a chi invece non era ancora nato?

Viaggiando tanto, tra treni aerei o mezzi ho capito che la gente che ha vissuto un certo tipo di passato, quindi un età diversa ha bisogno di ricordare ma sempre con una prospettiva positiva. Il passato come dicevo prima non è sempre così bello, ci sono delle macchie nella nostra anima che non vanno mai via ma ci sono anche dei momenti belli che frequentiamo tramite sogni o emozioni. Io sono un semplice e umile ragazzo, un ragazzo di campagna che ancora crede nel cambiamento, nel romanticismo, e nei ragazzi come me che possono fare la rivoluzione e credo che la gente che ha vissuto questi anni si deve riscoprire ed emozionare come quando tornano a vedere una foto da fanciulli, ma nello stesso tempo ci deve educare a cambiare tutto questo. Quindi una sorta di prospettiva positiva dove rispecchiarsi e unirsi.

 

Giuseppe Gimmi con Enrico Montesano

10 Il tuo più grande sogno?

Il mio più grande sogno? Sognare ancora, e farlo sempre. Rivivere e assaporare la nostalgia del passato con un velo di tristezza, dove il tutto mi conduce ad una dimensione atemporale , in cui vivono realtà e sogno, presente e passato. Vorrei tanto un giorno raccontare i miei pensieri la mia creatività in giro tra teatri e testi musicali. Mi piacerebbe scrivere idee o storie da consegnare a registi importanti, tutto quello che voglio è semplicemente un mondo migliore da raccontare e da guardare insieme come una coppia di anziani che guarda il cielo stellato da una finestra, in una sera calda d’estate.

 

Facebook: https://www.facebook.com/giuseppegimmi97/

Instagram profilo t shirt: https://instagram.com/gimmi_giuseppe_?igshid=squ8fapvzaxh

YouTube: https://m.youtube.com/channel/UCr9qzDEkEaBOoBq7Ch0i1BA?view_as=subscriber

Al via la XII edizione di Venezia Jazz Festival, dal 27 giugno al 13 luglio

Al via la XII edizione di Venezia Jazz Festival, firmata da Veneto Jazz. Giovedì 27 giugno (e fino al 13 luglio), con un suggestivo concerto nell’altana dello Splendid Venice Hotel, l’omaggio ad Astor Piazzolla di Andrea Dessi e Massimo Tagliata (ore 19.30), si inaugura uno dei festival jazz più raffinati dell’estate, un viaggio nei luoghi più affascinanti della città, dagli hotel di charme ai teatri, dalle isole della laguna alle chiese. Cuore del programma, due serate imperdibili al Teatro La Fenice, con la celebrazione dei 50 anni della casa discografica ECM (7 luglio) e il ritorno sulle scene di Dee Dee Bridgewater con il suo omaggio alla Francia e a Josephine Baker (8 luglio).

Pipe Dream è il frutto di una collaborazione internazionale tra Hank Roberts, violoncellista leggendario, e quattro tra i musicisti più creativi e trasversali della nuova scena italiana, Pasquale Mirra, Zeno De Rossi, Giorgio Pacorig e Filippo Vignato, uniti in una formazione dal suono singolare, capace di spaziare tra atmosfere cameristiche, echi africani, new music e folk-rock statunitense (Sale Apollinee, domenica 30 giugno). Hank Roberts è anche il protagonista di un workshop sull’arte dell’improvvisazione (1 – 2 luglio, Caos Studio), con un saggio finale in programma alla Chiesa della Pietà in collaborazione con il Collettivo FAM (martedì 2 luglio, ore 20.30, ingresso libero).

Performance di piano solo per l’architetto dei suoni, Jon Balke, poliedrico pianista e compositore norvegese, seguita dal duo con il trombettista e compositore di confine Giorgio Li Calzi (Sale Apollinee, giovedì 4 luglio, ore 19.30).

Nel festival, ancora spazio alla formazione con il rinnovato workshop dedicato alle apparecchiature Moog ed ai sintetizzatori elettronici, diretto da Enrico Cosimi, all’Isola di San Servolo, battezzata per l’occasione “The Island of Electronicus” (2-6 luglio), con un grande evento finale: in scena Alexander Robotnik, al secolo Maurizio Dami, produttore musicale italiano, uno dei pionieri della disco italiana, autore di Problèmes d’amour (1983), vero inno dell’italo-disco (venerdì 5 luglio, dalle 19.00).

Domenica 7 luglio (ore 20.00), per il “50th Anniversary of ECM”, in scena in un’unica, straordinaria serata, tre artisti rappresentativi della storia dell’etichetta di jazz e musica contemporanea, fondata da Manfred Eicher nel1969. Si tratta del maestro di oud tunisino Anouar Brahem, del poliedrico polistrumentista brasiliano Egberto Gismonti, dell’inossidabile Enrico Rava, artisti e maestri diversissimi fra loro, accomunati da quel suono e quella filosofia che rende ECM riconoscibile nel mondo.

Con “The astounding eyes of Rita”, l’album dedicato alla memoria del poeta palestinese Mahmoud Darwish (1941-2008), del quale ricorrono i dieci anni dall’uscita, il virtuoso del liuto della tradizione orientale Anouar Brahem (oud) propone un nuovo ensemble con Klaus Gesing (clarinetto basso), Björn Meyer (basso) e Khaled Yassine (darbouka, bendir). Dal ricco repertorio del jazz (John Surman, Dave Holland, Jan Garbarek e Jack DeJohnette sono alcuni dei solisti caduti sotto i suoi incantesimi melodici) alle diversificate tradizioni mediterranee ed orientali (dalla nativa Tunisia ai confini di India ed Iran), la musica di Anour Brahem rigorosa ma sensibile ridefinisce constantemente un intelligente universo composito di poesia e cultura, che cerca sempre un equilibrio tra discrezione e sensualità, nostalgia e contemplazione.

In una delle sue rare apparizioni italiane, performance di piano solo e chitarra per il formidabile Egberto Gismonti, uno dei più apprezzati ambasciatori del Brasile e delle sue contaminazioni musicali. Il settantaduenne compositore, figlio di una siciliana e di un libanese, rappresenta un unico tra influenze classiche, lo sconfinato patrimonio musicale brasiliano e le tradizioni indigene della selva amazzonica. Ha composto musica per il cinema, il teatro e la televisione e realizzato più di sessanta dischi, registrando anche con illustri nomi della musica internazionale come Charlie Haden, Jan Garbarek, Naná Vasconcelos.

Alla soglia degli 80 anni, Enrico Rava ha voluto pensare ad una Special Edition, raggruppando i musicisti che più gli sono stati vicino negli ultimi anni, per rivisitare i brani più significativi della sua carriera, rivisti in un’ottica odierna, ed interpretare nuove composizioni scritte per questa occasione. Sono Francesco Bearzatti (sax tenore), Giovanni Guidi (pianoforte), Francesco Diodati (chitarra), Gabriele Evangelista (contrabbasso), Enrico Morello (batteria), Gianluca Petrella (trombone).

Lunedì 8 luglio (ore 20.00), a calcare il palcoscenico del Teatro La Fenice, l’altra protagonista del festival, Dee Dee Bridgewater. Con Ira Coleman (basso), Louis Winsberg (chitarra), Marc Berthoumieux (fisarmonica), Minino Garay (percussioni), la grande voce del jazz riporta sulle scene “J’ai Deux Amours”. Con questo progetto rende omaggio a quella che è stata la sua casa per 17 anni, la Francia, con una serie di brani strettamente collegati alla carriera ed alla vita di Josephine Baker, la famosa performer statunitense naturalizzata francese. Il concerto celebra anche famosi chansonniers dell’epoca come Edith Piaf e Charles Trenet.

Venerdì 12 luglio (ore 20.30), appuntamento al Laguna Libre, con Nomad Project, etno-jazz con il clarinettista Robindro Nikolic e Giulio Gavardi (chitarra) e Alvise Seggi (contrabbasso), musicisti provenienti da diverse realtà geografiche e culturali.

Infine, il festival fa tappa a Chioggia, dove propone la California Jazz Conservatory, numerosa formazione studentesca in viaggio in Europa, con repertorio della grande tradizione jazzistica (Piazzetta Vigo, 15 luglio); e un’anteprima esclusiva del nuovo progetto discografico del quartetto del giovane chitarrista Luca Zennaro, con Michelangelo Scandroglio (contrabbasso), Jacopo Fagioli (tromba) e Mattia Galeotti (batteria), e un ospite speciale, una delle giovani promesse del jazz italiano, il pianista Alessandro Lanzoni (Giardino dei Grassi, 31 agosto).

Venezia Jazz Festival è organizzato da Veneto Jazz in collaborazione con Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione del Veneto, Città di Venezia, Teatro La Fenice, San Servolo Servizi Metropolitani, T Fondaco dei Tedeschi, Istituto Chiesa della Pietà e con il sostegno di Despar e Classic Boats Venice.

Valerio Bruner: “la musica e il teatro mi hanno salvato la vita”

Valerio Bruner è un cantautore, autore di teatro e uno scrittore napoletano. Amante dei viaggi, dopo un soggiorno londinese, grossa fonte di ispirazione per la sua carriera artistica, ritorna a Napoli, la sua città natale.

Nel 2013 esce il suo testo teatrale “La Ballata del Drago e del Leone. Alba Gu Brath” edito da OXP Orientexpress. Nel 2014 si laurea in Letterature e Culture Comparate. L’anno successivo scrive e porta in scena, insieme alla compagnia teatrale Te.Co. Teatro di Contrabbando, lo spettacolo autobiografico “Nonsense a Nord del Tamigi”, curandone anche la composizione musicale e l’esecuzione dal vivo. Lo spettacolo vince la rassegna nazionale Stazioni d’Emergenza indetta dal Teatro d’Innovazione Galleria Toledo di Napoli e si classifica come finalista al festival Crash Test Collisioni di Teatro Contemporaneo di Valdagno.

Il 2015 è un anno molto prolifico per Valerio: porta infatti in scena “Malammò o della Madonna puttana”, un monologo in lingua napoletana sulla figura di Maria Maddalena e cura le musiche e l’esecuzione dal vivo de “Il Baciamano” di Manlio Santanelli che poi sarà adattato e portato in scena con Teatro di Contrabbando. Nel 2016 pubblica “None But The Brave, un viaggio immaginario nell’America di Bruce Springsteen”, un’antologia di racconti che Valerio porta in diversi club e in vari teatri, a Napoli e nella provincia. Nel 2017 vede la luce il suo primo album “Down the River”, “cinque canzoni ambientate lungo un fiume immaginario, storie di peccato e redenzione, tristezza e gioia, sogni e rimpianti” come lui stesso afferma. L’album viene insignito del premio Anna Maria Ortese per il suo “linguaggio unico di musica e parole” e nel mese di febbraio il premio Talentum 2019. Nel 2018 Valerio si cimenta nell’esperienza della regia con il corto teatrale “La parabola della rete”, di cui è anche autore.

 

 

Cosa rappresentano per Lei il Teatro e la musica?

Devo tutto al teatro, è da lì che ho iniziato, come devo tutto alla musica. Sono due energie che ti scavano dentro e portano alla luce la tua essenza, chi sei veramente. Posso dire, senza mezzi termini, che la musica e il teatro mi hanno salvato la vita o, quantomeno, hanno fatto in modo che non la sprecassi.

Com’è iniziata la Sua passione per il Teatro e quando si è aggiunta quella per la Musica?

Quello che più mi affascina del teatro è il qui ed ora. Amo il cinema e sono un divoratore di film, ma il teatro ha quella forza in più che si gioca nel presente, in quel sacro vincolo che si crea tra l’attore e il pubblico nel momento in cui si accendono le luci, così come avviene per la musica. Le storie che portiamo in scena e le canzoni che cantiamo sono vive e sempre in evoluzione, si prendono la nostra anima e la mescolano a quella del pubblico per creare qualcosa di nuovo laddove prima non c’era niente. È per questo motivo che ho deciso di fare quello che faccio.

Chi è per lei Bruce Springsteen?

Bruce Springsteen è il mio compagno di viaggio più fidato e le sue canzoni mi hanno tracciato la rotta che sto seguendo.

Il Suo primo album “Down the River” contiene brani interamente in lingua inglese. Come mai questa scelta? E soprattutto non crede che questo possa rappresentare un limite per la diffusione del disco tra la vecchia generazione?

Non so dirti se è stata o meno una scelta, nel senso che, quando ho preso la chitarra e ho buttato giù i primi versi, mi sono reso conto che la mia lingua sarebbe stata l’inglese. Sono un figlio del rock e della sua musicalità, è stato a tutti gli effetti un parto naturale. I personaggi dei miei testi teatrali parlano l’italiano e il napoletano dei vasci, quelli delle mie canzoni camminano in scarpe diverse. Per quanto riguarda la vecchia generazione ti confesso che non ho mai trovato difficoltà a farle arrivare la mia musica, anzi, dovresti vedere quanti rockettari ci sono lì in mezzo.

Quali sono i Suoi riferimenti musicali?

Ascolto ogni genere musicale, dalla classica al pop 3.0, così come spazio dal panorama italiano a quello più internazionale. Non mi impongo limiti e mi piace scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo. Il rock, il blues e il folk restano la mia santa trinità: si va dai fondamenti, Bob Dylan, Johnny Cash, i Rolling Stones, i Doors per citarne alcuni, passando per Bruce Springsteen, Janis Joplin, Patti Smith, i Clash, Lou Reed, Tom Waits, fino ad arrivare ai più recenti Pearl Jam, Nirvana, Lenny Kravitz, Brian Fallon.

Cosa ne pensa del panorama musicale italiano attuale e dei Talent show?

Conosco tanti giovani artisti come me che stanno creando qualcosa di bello e di autentico, ognuno con le proprie forze e ognuno attraverso la lingua e la musicalità che gli scorrono dentro. Oggi che l’artista è chiamato a rivestire tutti i ruoli, dal produttore al manager di se
stesso, non è affatto scontato, quindi chapeau. Non seguo i talent, mi piace andare ad ascoltare la musica live sorseggiando un buon whisky oppure perdermi nelle folle oceaniche dei grandi concerti.

Quali sono le Sue aspettative future?

Portare la mia musica il più lontano possibile.