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“Exile On Main Street”: La grandeur degli Stones

Ruvido, lercio, sudato, grezzo, sfinito, eclettico; queste sono le sensazioni generate dall’ascolto di "Exile On Main Street", dodicesimo album dei Rolling Stones. Un’opera colossale, un magnifico doppio album i cui pezzi trasudano blues, country, rock’n’roll e boogie. Jagger e Richards, al massimo della forma e dell’ispirazione (alimentata anche da montagne di droga e fiumi di alcol), scrivono luride canzoni piene di sesso, giocatori d’azzardo, angeli neri, tossicodipendenza, demoni e spiritualità. Il tutto è accompagnato da chitarre affilate come rasoi, una solida base ritmica ed una voce che sembra uscita più da un profondo buco nero che dalle corde vocali di una celebrata rockstar.

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“Aida”: Il sorriso dolceamaro di Rino Gaetano

Solo con l’avvento del nuovo millennio il nome e l’opera di Rino Gaetano sono stati ampiamente rivalutati e apprezzati. Musicisti quali Elio E Le Storie Tese, Daniele Silvestri, Alex Britti, Simone Cristicchi, Articolo 31, ne hanno a più riprese riconosciuto l’influenza cerando in numerosi brani di ricalcarne lo stile. Miriadi di tribute band sparse per tutto il paese ne ripropongono costantemente l’intero repertorio mentre alcuni suoi cavalli di battaglia sono diventati titoli di film (Mio fratello è figlio unico) o di programmi televisivi (Ma il cielo è sempre più blu) e sono, oramai, una presenza fissa dell’ airplay radiofonico; a dimostrazione che Rino Gaetano non è stato una meteora della musica italiana ma un precursore, uno in grado di guardare al passato per capire il futuro.

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Addio a Giorgio Faletti, scrittore e poliedrico uomo di spettacolo

Giorgio Faletti era malato da tempo. Un tumore ai polmoni lo aveva colpito e oggi lo ha portato via in silenzio. Come uno scherzo, un gioco, beffandosi di noi, di chi lo ha amato, ascoltato, sentito fino in fondo in quelle pagine scritte con passione e desiderio. Desiderio di non arrendersi mai, di lasciare in questa vita qualcosa che fosse più di una semplice presenza. E lui, Giorgio Faletti, ci è riuscito.

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“John Lennon/Plastic Ono Band”: L’Inferno di un Beatle

John Lennon/Plastic Ono Band è un album scarno, spoglio, drammatico e profondamente intimista. Quando, l’11 dicembre del 1970, questo misterioso oggetto fa la sua comparsa nei negozi John Lennon ha un bel po’ di demoni da esorcizzare ed un bel po’ di rospi da sputare fuori. L’infanzia difficile, i genitori inesistenti, il successo vorticoso, il divorzio da Cynthia, il distacco da Julian, l’eroina, Yoko Ono, il recentissimo e traumatico scioglimento dei Beatles

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‘In Rock’ dei Deep Purple: Un monumento in musica

In Rock. Più che un titolo, un imperativo categorico. Un comandamento. Uno stile di vita. Con questo incredibile quarto album i Deep Purple sprigionano, per la prima volta, il loro inimitabile sound, ruvido come carta vetrata, solido come una roccia e grande come una montagna. Già dalla copertina (a giudizio dello scrivente una delle più belle mai realizzate) Gillian e soci mettono subito le cose in chiaro, facendosi ritrarre scolpiti sul fianco del Monte Rushmore, al posto degli storici presidenti degli Stati Uniti. Non si tratta di megalomania ma di grandezza e potenza. Dopo aver sostituito Rod Evans e Rick Simper con Ian Gillian e Roger Glover, i Deep Purple trovano la quadratura del cerchio e si apprestano a diventare i “presidenti” della scena musicale anni ‘70. Non per nulla sono considerati, insieme a Led Zeppelin e Black Sabbath, i padri fondatori dell’hard rock e successive derivazioni. Ma mentre gli Zeppelin sono più immediati e sanguigni ed i Sabbath più tormentati e rabbiosi, i Deep Purple sono più tecnici e raffinati, contaminando il loro stile con la psichedelia, il progressive e persino le suggestioni classiche.

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“Song In The Key Of Life” di Stevie Wonder: Black Masterpiece

All’inizio degli anni ’70 la carriera di Stevie Wonder è caratterizzata da un’imponente crescendo rossiniano. Nel breve volgere di quattro anni (dal 1972 al 1976) e di quattro album ( Music Of My Mind, Talking Book, Innervision e Fulfillingness First Finale), il genio di Saginaw sveste i panni di ragazzo prodigio della black music per trasformarsi in figura dominante e star assoluta del panorama musicale internazionale. Stanco del controllo eccessivo che la Motown esercitava sulla sua produzione, Wonder decide di dire basta.

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