Electric Warrior: si scrive glam rock si legge Marc Bolan

Electric Warrior- Reprise Records-1971
Electric Warrior- Reprise Records-1971

Bello, sexy, con una voce calda e suadente, Marc Bolan, nel 1971, è l’Apollo dello star system. Milioni di fans in delirio lo seguono come fosse il pifferaio di Hamlin, affascinati dal suo modo di stare in scena, dalle sue mise sgargianti e dalla sua musica travolgente. Volutamente frivolo, dichiaratamente superficiale, intenzionalmente destabilizzante, riscuote un successo talmente grande da far rispolverare ai giornalisti di settore un termine che non si sentiva da circa un decennio: bolanmania. Eppure a quasi quarant’anni dalla morte, avvenuta il 16 settembre del 1977 per un incidente stradale, se ne parla sempre troppo poco. Colpevolmente aggiungerei, poiché Bolan è l’artista che a traghettato il rock dall’utopia degli anni ’60 alla grandeur dei ’70. Un figura centrale, dunque, per l’evoluzione della musica che, dopo l’eccessiva serietà del periodo hippie, aveva bisogno di maggiore disimpegno. E’ il primo ad indossare piume e lustrini per salire su un palco giocando con la sua stessa identità; il primo a contaminare il folk degli esordi con dosi massicce di boogie e quintali di distorsori; il primo a infarcire i suoi testi ricchi di riferimenti fantascientifici e tolkeniani con piccantissime metafore sessuali. Nasce così il glam rock, ovvero glamour rock, una corrente caratterizzata da uno stile pacchiano ed eccessivo e da un’ambiguità musicale e di genere, che segnerà un’epoca. Oggi il glam è, ovviamente, fuori moda ma, al tempo, fa milioni di proseliti tra cui David Bowie, Elton John, i Kiss, Lou Reed, Gary Glitter, Slade ed il nostro (basta vedere i video) Renato Zero. L’atto di nascita è Electric Warrior, pubblicato il 24 settembre del 1971 a firma Marc Bolan & T.Rex (di fatto un duo poiché l’unico altro componente del gruppo è il percussionista Steve Peregrin Took), divenuto, con gli anni, un vero e proprio classico.

“Un disco rock & roll riuscito e di successo è come un’incantesimo” (Marc Bolan- Rolling Stone-1971)

Al di là del suo valore documentale, quest’opera stupisce per la qualità musicale, lirica e tecnica in esso profusa. Dopotutto è un grandissimo disco. In esso c’è una carica libidinosa indescrivibile, un turbine di ritmo e lussuria difficilmente riscontrabile in dischi coevi. Bassi attutiti, ritmo squadrato, chitarre scure e torride, una voce torbida e sensuale, un filo di riverbero ed ecco che la magia si compie. Da Mambo Sun a Rip Off, passando per l’acustica Cosmic Dancer, l’arcinota Get It On (Bang A Gong), la meravigliosa Jeepster, l’eccitante Lean Woman Blues, la dilatata Life Is A Gas, è musica che scuote, stimola, accende, andando a toccare gli istinti primordiali dell’uomo. Le metafore e le similitudini contenute nei testi hanno fatto scuola, l’abbinamento donne/motori diventa un paradigma (You’re built like a car, you’ve got a hub cap diamond star halo/ Sei fatta come una macchina,hai un coprimozzo di diamante con un alone di stelle”), il boogie, con il suo andamento saltellante, fornisce il ritmo giusto tanto ai pezzi quanto alle rutilanti esibizioni live.

Marc Bolan-1971

Le vendite sono, da subito, clamorose. Soprattutto in Gran Bretagna, Electric Warrior vola in cima alla classifica, trainato dallo splendido singolo Hot Love e vi resta per numerose settimane diventando il disco più venduto dell’anno. Il resto lo fa il fascino indiscutibile del personaggio Bolan, ex modello, dotato di un carisma ed un sex appeal unici al mondo. Bello come il sole, diventa ben presto l’incarnazione della moderna rock star, trasgressiva, eccessiva, ricchissima e dannata. I suoi live assurgono ad happening infuocati in cui schiere di ragazze adoranti si riuniscono per vedere il “guerriero elettrico” che, vestito di piume e lamè, disserta su donne, sesso e macchine, inondando la platea con un fiume di note palpitanti. Ma in fondo non è questa l’essenza del rock? Non è per questo che siamo qui?

“Layla & “Other Assorted Love Songs”: il disperato blues dei Derek & The Dominos

Layla & Other Assorted Love Songs-Polydor-1970

Nel 1970 Eric Clapton, stanco della fama e dell’aura leggendaria creatasi intorno alla sua figura dopo le trionfali esperienze con Yardbirds, Cream e Blind Faith, decide di formare un gruppo nel quale poter essere solamente un semplice musicista. Sulla falsariga dell’esperienza già fatta precedentemente da altri gruppi, uno su tutti i Beatles che “per guardare il mondo con altri occhi” ed allentare la pressione diedero vita all’immortale alter ego Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, adotta lo pseudonimo di Derek (soprannome nato dalla crasi tra Del, suo vecchio nickname, ed Eric) e con altri tre colleghi, Carl Radle al basso, Bobby Withlock alle tastiere, Jim Gordon alla batteria, forma il gruppo dei Derek & The Dominos. Abbandona il suono grosso e gonfio della Gibson, con cui aveva “sporcato” il blues infarcendolo di psichedelia e si converte alla Fender Stratocaster con cui medita un drastico ritorno alle origini. Il momento creativo, d’altronde, è ottimo anche grazie ad una tormentatissima storia d’amore entrata di diritto negli annali del rock. Sul finire degli anni ’60, “Manolenta” stringe una profonda amicizia con George Harrison, che darà vita ad un’assidua frequentazione ed a collaborazioni di lusso. In quel periodo l’ex baronetto è sposato con la bellissima modella Pattie Boyd. In breve tempo Eric si accorge di essere perdutamente innamorato della moglie del suo migliore amico e ne fa la sua musa ispiratrice.

Tutti sapevano (in merito all’infatuazione di Clapton per Pattie Boyd) che George non ha dato niente, ma Eric questo non lo sapeva” – Bobby Withlock 1970

Layla & Other Assorted Love Songs riflette questo tormento. Gronda di desiderio e passione per Pattie ma nel contempo trasuda rabbia e dolore per la delicatissima situazione che si è creata con George. A dare una forma precisa a questo vortice di sentimenti contrastanti è, ancora una volta, il blues, che con la sua malleabilità permette di distillare emozioni così diverse in gocce di splendore. A dar manforte al chitarrista innamorato si aggiunge, in qualità di guest star, il principe della slide guitar  Duane Allman.

Eric Clapton e Duane Allman nel 1970

Il feeling immediato, la stima reciproca ed il profondo affetto tra i due signori della sei corde si riflette in epici intrecci chitarristici che vanno ad impreziosire quattordici brani di strepitosa bellezza ed incredibile intensità. Le delicate I Looked Away, Bell Bottom Blues, I’m Yours le rabbiose Keep On Growing, Nobody Knows When You’re Down And Out, Anyday, le potenti Tell The Truth, Key To The Highway, Why Does Love Got To Be So Sad, Have You Ever Loved A Woman, la liquida Little Wing (inserita come tributo ad Hendrix morto durante le registrazioni), il riff fulminante di Layla, lo struggimento di It’s Too Late e Thorn Tree In The Garden, contengono tutte un messaggio d’amore che difficilmente può essere equivocato. La voce si fa rauca ed a tratti disperata, le parole colpiscono per la carica di pathos che contengono. Dal punto di vista tecnico l’album è semplicemente strabiliante. Le chitarre si saturano, si distorcono, s’intrecciano quasi a voler seguire lo strazio dell’autore.

La sessione ritmica batte incessantemente il tempo per dare ancora più forza alle parole. L’organo ululante e tastiere martellanti forniscono il necessario accompagnamento alle visioni chitarristiche della premiata ditta Clapton & Allman. Uscito in un periodo ancora dominato dai sentori della controcultura hippie, quest’album all’inizio non viene capito ed apprezzato ma non appena i fumi lisergici della psichedelia si dissolvono, trova finalmente la sua giusta collocazione tra le pietre miliari del rock. E’ tutt’ora uno dei migliori esempi di blues bianco ed elettrico mai incisi. I suoni e le partiture in esso contenuti vengono presi a modello da decine di gruppi più o meno famosi. Nonostante la vita con le sue bellezze e le sue tragedie (Clapton sposerà la Boyd nel 1974, Duane Allman morirà tragicamente nel 1971) abbia edulcorato il clima mitico della sua gestazione ed incisione, le tematiche universali in esso contenute sono in grado di colpire ed accomunare ogni essere umano che non può non immedesimarsi di fronte ad un amore contrastato o alla fine di una bella amicizia.

“Superfly”: La rovente denuncia di Curtis Mayfield

Superfly-Custom-1972

In pochi casi una colonna sonora è decisamente migliore del film cui fa sfondo; Superfly è uno di questi. Il film omonimo, uno dei primi esempi di blaxploitation (genere nato nei primi anni ’70 concepito e realizzato da e per gli afroamericani ed incentrato sulla vita disagiata dei ghetti neri, antesignano del moderno gangsta), non è proprio una pietra miliare del cinema. La storia di uno spacciatore che vive le sua vita al limite, tra lusso sfrenato e sparatorie (Superfly/Superfigo per l’appunto), nonostante le scene scabrose che all’epoca destarono un certo scalpore, si lascia facilmente dimenticare. Per la colonna sonora le cose vanno molto diversamente. Curtis Mayfield, conosciuto anche come Il Professore Del Soul, concepisce un vero capolavoro, uno dei maggiori esempi di black music di sempre. Una miscela di funk rovente, percussioni africane, bassi pulsanti, chitarre grattate, ottoni bollenti e testi che denunciano il marcio che regna nei bassifondi neri delle grandi metropoli americane. A differenza della pellicola che sembra giustificare e quasi esaltare una vita al di fuori della legge, il buon Curtis, nel suo disco, inserisce un messaggio che si colloca esattamente all’opposto.

“Il messaggio del film era diluito da contrastanti scopi schizoidi perché rende affascinante la coscienza machisto-cocainomane, il messaggio anti-droga nella colonna sonora di Mayfield è molto più forte e più definito che nel film” (Bob Donat- Rolling Stone-1972)

Basta scorrere la track list per scendere nell’inferno del ghetto ed assaporarne le brutture, la pericolosità, la violenza. Titoli quali Little Child Runnin’ Wild, Pusherman, Freddie’s Dead, Give Me Your Love (Love Song), No Thing On Me (Cocaine Song) lasciano ben poco all’immaginazione. I testi ancora meno.

Liriche taglienti, dure, ricche di slang, accentuano il realismo della descrizione scuotendo coscienza dell’ascoltatore. Quest’album infatti non contiene solo grande musica ma anche una netta presa di posizione ed una precisa denuncia nei confronti della malavita che imperversava nelle smisurate periferie statunitensi, introducendo, insieme ai contemporanei What’s Going on di Marvin Gaye e Innervisions di Stevie Wonder, un nuovo impegno sociale nella soul music. Dal punto di vista strettamente tecnico si può senza dubbio affermare che quest’album è esaltante. Complesso, ricco, meravigliosamente suonato ed arrangiato, ogni nota cade al punto giusto dando vita a mini suite insaporite dal ritmo rovente del funk. Su tutto il falsetto inarrivabile e la voce flautata del Professor Curtis, vero strumento aggiunto al già ricchissimo caleidoscopio musicale. Ballabile nonostante la durezza e la difficoltà, estremamente impegnato malgrado l’estrema orecchiabilità e piacevolezza, Superfly è, a tutt’oggi, uno dei metri di paragone in fatto di stile, poetica, tematiche e suono per gli artisti hip hop, r’n’b e soul che popolano il panorama black. Senza scadere mai nel volgare o nel turpiloquio; Mayfield è riuscito nell’impresa di svelare con garbo ed efficacia le deplorevoli condizioni di un’intera razza, favorendo l’integrazione e l’uguaglianza sociale. Il successo clamoroso di vendite all’uscita conferma, ancora una volta, la trasversalità di un’opera capace di unire bianchi e neri sotto il segno del funk, una grande scuola in grado d’infrangere ogni barriera storica ed umana.

“Modern Sounds In Country & Western Music”: L’integrazione secondo Ray Charles

Ray Charles Robinson da Albany, Georgia, era un uomo del Sud. Del profondo Sud fatto di piantagioni, povertà, arretratezza culturale, razzismo ma anche grande musica. Dal blues al gospel, dal country al bluegrass, era tutto un fluire di note che s’influenzavano vicendevolmente senza trovare mai però, una codificazione compiuta. Tutto ciò non poteva non colpire il sensibile orecchio del giovane Charles che, dopo anni di dura gavetta e sacrifici, decide di riproporre alcuni dei brani più famosi della tradizione americana irrobustendoli con dosi massicce di soul. Il progetto è ambizioso, rischioso e politicamente destabilizzate. Un nero che canta le canzoni dei bianchi stravolgendole e contaminandole con lo stile del ghetto. Inconcepibile, inaudito, assolutamente pazzesco; in molti storcono la bocca al solo pensiero di tale commistione. Ma Ray va dritto per la sua strada forte del suo istinto e della sua incomparabile voce.

“Alcune delle ballate, che erano già di per se così belle, era come se le avesse composte lo stesso Charles, anche se lui stava suonando esattamente la melodia originale. Eppure quando Ray Charles le canta è come se fosse sempre una nuova canzone” (Daniel Cooper- saggista musicale)

Proprio qui sta la forza e l’innovazione del progetto. Far suonare una trita e ritrita canzone popolare come un pezzo mai udito prima, anche se tutti lo conoscono, mettendo per la prima volta d’accordo le due grandi anime della musica e della nazione americana: quella bianca e quella nera. Modern Sounds In Country And Westrn Music esce nel 1962, in un periodo storico molto turbolento per gli Stati Uniti. Sono gli anni della lotta per i Diritti Civili e l’Integrazione Razziale, del movimento studentesco, della Marcia su Washington, di Martin Luther King, Malcom X e delle Black Panthers. Un clima, dunque, carico di tensione e contrapposizione ma anche di indiscutibile novità in cui quest’opera si inserisce in quanto manifesto politico/musicale della nascente Grande Nazione. L’anello di congiunzione tra due culture; la pietra angolare della musica statunitense in cui due “tradizioni” si fondono dando vita ad un unico grande suono innovativo, sublime, maestoso.

Ecco quindi che Bye Bye Love, hit degli Everly Brothers, diventa un infuocato swing, Born To Loose, di Frankie Brown, si trasforma in una meravigliosa ballad strappalacrime, Hey Good Lookin’ di Hank Williams, assurge ad inno soul mentre la splendida I Can’t Stop Loving You, di Don Gibson, diviene un canto gospel carico di pathos e disperazione. Il lavoro di Ray Charles è semplicemente superbo. Gli arrangiamenti raffinati a base di archi, il ritmo sferzante rafforzato da ottoni infuocati, il pianoforte capace di trasmettere sensazioni contrastanti e profonde, l’assoluta padronanza dei pezzi e dello studio di registrazione, la voce incredibile capace di emettere urla lancinanti per poi trasformarsi in un sussurro delicato, hanno fatto di quest’album un capolavoro, una pietra miliare già dal primo ascolto. Modern Sounds mette subito d’accordo tutti, pubblico e critica, bianchi e neri, ricchi e poveri, giovani e vecchi, fin dal giorno della sua pubblicazione. Il successo è enorme come pure le implicazioni sociali e politiche. L’integrazione, almeno sul piano musicale è avvenuta. L’aggettivo “moderno”, posto nel titolo del disco significa proprio questo: il superamento delle barriere razziali e culturali che permettono alla musica di avere la stessa bellezza e valenza per tutti. Ma questo disco è moderno ancora oggi, a più di mezzo secolo dalla data di uscita. Nessun altro artista è più riuscito nell’impresa di fondere in maniera tanto mirabile due correnti così antitetiche senza minimamente stravolgere le caratteristiche originarie di entrambi. Nessun altro artista si è potuto permettere d’influenzare così pesantemente il pensiero sociale e politico di una generazione. The Genius ha dimostrato definitivamente che c’è qualcosa di bianco nella musica nera e viceversa.

PJ Harvey, tra maschera e scrittura

Sono praticamente cresciuta circondata da ragazzi fino alla scuola secondaria, intorno agli undici anni. All’epoca sembravo più un ragazzo che una ragazza, ma ho avuto fidanzati come tutte le altre…
 
Sappiamo poco di Polly Jean Harvey (9 Ottobre 1969, Yeovil), della ragazza di periferia nata nel Dorset; molto, invece, del suo personaggio e questo proprio grazie a lei, alla sua forza dirompente e alla sua capacità di stare sul palco senza ingabbiarsi in nessun ruolo se non quello di se stessa, dandosi in pasto al pubblico. Molti amano definirla un personaggio controverso ma, andando ad indagare nel suo suo passato,  non ci giungono notizie di traumi inenarrabili o eventi di particolare rilievo, la sua infanzia è stata abbastanza serena, la sua adolescenza ribelle ma, ad ogni modo,  immersa nella musica e questo clima in cui è cresciuta l’ha sicuramente aiutata ad essere quello che è, al di là di ogni contesto delineabile. Come se Polly venisse dal nulla ed assieme a lei la sua musica. Chi è PJ Harvey? Un’immagine sfocata eppure così incisiva, così contemporanea.
Polly, sin da piccola impara a suonare il sax e ciò l’avvicina inizialmente al blues, primo vero amore, ma si lascia inevitabilmente influenzare dai generi più diversi, oltre al rock, lo stoner, poi il trip-hop e la nu-new wave senza mai perdere il file rouge che, crescendo, caratterizzerà sempre i suoi dischi.
Nel 1985 entra a far parte dei Boulogne, esperienza che sfumerà presto ma che sarà determinante per la sua formazione e la sua carriera. Lo stesso sarà per i Polekats, secondo gruppo, questa volta folk, a cui aderirà con una nuova foga. Ma sarà solo con John Parish, quando ha ormai diciotto anni, che giungerà alla svolta: entra a far parte degli Automatic Dlamini. Siamo all’inizio degli anni Novanta, anni in cui tanti sono i retaggi da trascinarsi dietro quante le novità.  E trovare una propria collocazione è molto più difficile di quanto si possa immaginare. Nasce il PJ Harvey Trio, celebre il singolo di debutto Dress. Infatti il successo fu immediato. E da questo momento in poi sempre in salita con l’uscita di singoli in cui emerge, senza ombra di dubbio, tutta la sua verve rabbiosa e malinconica. Ciò che sottolinea la Harvey nei suoi nuovi pezzi è il costante senso di inadeguatezza che accompagna la sua esistenza. E l’accompagnerà fino agli anni successivi, in cui spesso la musica si troverà ad essere ancella di alcune ideologie da cui la Harvey si distacca, preferendo raccontare il disagio profondo dell’uomo, avulso da orientamenti politici e dalle tendenze del tempo. Sul femminismo a cui fu accostata in quegli anni, infatti, dice:
Non penso mai al femminismo, voglio dire non mi sfiora mai la mente. Certamente non penso in termini di genere quando scrivo canzoni, e non ho mai avuto problemi che non potessi superare per il fatto di essere una donna. Forse non sono grata per le cose che sono avvenute prima di me. Ma non credo ci sia nessun bisogno di essere consapevoli di essere una donna in questo campo. Mi sembra solo una perdita di tempo. Non offro un supporto specifico alle donne. Offro supporto alle persone che scrivono musica, molte delle quali sono uomini. 
Restando sempre sopra le righe, si limita a denunciare ciò che accade con ironia. Arriva Rid of me prodotto da Steve Albini, che pone al centro dei testi la lotta e la divisione fra i sessi ed arriva con la stessa determinazione con cui arrivò Dry pochi anni prima (1992) ma con scelte e consapevolezze diverse. Polly adesso abbraccia il suo pubblico, provando ad interpretarne i gusti e tante sono anche le collaborazioni con artisti in grado di affiancarla sul palco seducendo nuovi ascoltatori.
To Bring You My Love, del 1995, è considerato ”il disco della maturità”, quelle delle Harvey sono vere e proprie scelte di campo, sul palco appare diversa, si traveste, stravolge il suo stile e lo impone. Sale con la maschera.
Inizia così la sua carriera da solista e la pubblicazione del singolo Down by the Water le permette di scalare le vette di tutte le classifiche. Al 1998 risale invece, l’album ritenuto da lei quello più riuscito: Is this Desire? con influenze più elettroniche, amato moltissimo dalla critica.
Per Stories from the city/Stories from the sea (2000), collabora con Thom Yorke e incide Uh Huh her (2004), quando è già una trentacinquenne in grado di suonare praticamente tutto. In questo album predominano ancora folk e blues. Più tradizionali le sonorità che sembrano appartenere a White Chalk, uscito solo due anni dopo. Con A Woman A Man Walked By, firmato assieme a John Parish e Let England Shake si conferma artista indiscussa degli ultima anni duemila. Sempre ai margini, ai confini, ma per scelta e protagonista a tutti gli effetti di una scena che resisteva ad insorgenze di ogni tipo. E che, forse, resiste tutt’ora.
La sua musica è esorcizzante? Probabilmente sì. Probabilmente un interminabile percorso di introspezione fino alla catarsi. Un percorso, potremmo dire,  che dura da più di quarant’anni.
 

“Elvis Presley”: la nascita di un mito

Elvis Presley-RCA-1956

Dopo le prime, storiche, incisioni per la Sun Records di Sam Phillips, l’allora vent’enne Elvis Presley era già un uomo da 35.000 dollari. Tale infatti è la somma sborsata dalla RCA per accaparrarsi la voce, le movenze, i diritti e l’istinto del giovane artista di Tupelo. Questa manciata di registrazioni effettuate per la piccola label di Memphis, unitamente alle prime incendiarie esibizioni nei teatri locali, avevano, infatti, contribuito a ridefinire i parametri della musica giovanile degli Stati del Sud. Del resto Elvis aveva delle caratteristiche che nessun cantante fino ad allora aveva mai posseduto. La sua sensualità debordante, la sua abilità nel “tenere” il palcoscenico, la capacità di catalizzare l’attenzione di occhi e orecchie suscitando veri e propri fenomeni d’isteria collettiva unitamente alla voce più sexy mai udita, lo trasformano ben presto in una icona il cui impatto sulla cultura americana è paragonabile, per forza ed effetto, solo al terremoto di San Francisco del 1906.

Prima di Elvis il mondo era in bianco e nero. Poi è arrivato… ed ecco un grandioso technicolor”. (Keith Richards)

Il passaggio alla RCA segna la definitiva consacrazione del giovane Presley (consentendo alla Sun Records di sopravvivere ancora qualche anno; quel tanto che basta per lanciare altri “mostri sacri” quali Johnny Cash, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison) ed il suo trionfale ingresso nello star system. La nuova casa discografica, intelligentemente, per cercare di riprodurre il clima di spontaneità che regnava nel piccolo studio di Memphis, lascia praticamente carta bianca al cantante arrivando ad affiancargli perfino gli stessi musicisti che lo hanno accompagnato nelle prime prove davanti al microfono (Scotty Moore alla chitarra e Bill Black al contrabbasso). I risultati non sono però elettrizzanti. L’aria che si respirava nelle stanze della grande multinazionale, probabilmente impediva ad Elvis di lavorare con la scioltezza sia fisica che mentale sfoggiata alla corte di Sam Phillips tanto che, nel disco d’esordio, intitolato semplicemente Elvis Presley, sono contenuti brani registrati qualche anno prima nella sua città natale. Nonostante tutto la furia iconoclasta della nuova stella giovanile esce fuori in tutta la sua potenza dai microsolchi di questa epocale opera prima.

Elvis “The Pelvis”-1956

Da Blue Suede Shoes ad I Got Woman, da Just Because a Tutti Frutti, da Blue Moon a Money Honey, quest’album rappresenta la quint’essenza del rock, la fonte primigenia da cui nascerà la musica popolare della seconda metà del XX secolo. Pubblicato nel marzo del 1956 diventa il primo disco della storia a vendere un milione di copie. La storica copertina, con il nome del cantante in lettere rosa e verdi, viene ripresa da un’ infinità di gruppi (i Clash in London Calling, Tom Waits in Rain Dogs, K.D.Lang in Reintarnation solo per citarne alcuni) diventando un oggetto di culto. Ma non è di certo solo il fascino della copertina o la bravura del cantante a farne una pietra miliare. La sua forza sta nell’essere l’indiscusso trait d’union tra bianco e nero, tra melodia ed istinto, tra country e blues ovvero le due grandi anime della musica americana. Una commistione rarissima, quasi un miracolo di fronte al quale non si poteva in alcun modo restare indifferente, nel bene o nel male. Inoltre si può dire che Elvis Prelsey sia stato il primo disco di un giovane per i giovani, concepito e dedicato ai teenager, che fino a quel momento erano praticamente ignorati dall’industria discografica. Una vera e propria rivoluzione copernicana dopo la quale niente sarà più come prima.

“Rumours”: i tormenti dei Fleetwood Mac

Roumours-Reprise-1977

Dopo aver attraversato una marea di peripezie ed una pletora di formazioni, i Fleetwood Mac si ritrovano, alla metà degli anni ’70, davanti ad un bivio epocale: rimanere una band underground o entrare definitivamente tra i grandi del rock. La scelta ovviamente cade sulla seconda ipotesi quindi, da oscuri interpreti di puro British Blues derivanti da una costola dei Bluesbrakers di John Myall, il gruppo si trasforma in una sfavillante fabbrica di puro pop. Non c’è più spazio per le digressioni mistico/chitarristiche del folle Peter Green o per oniriche visioni lisergiche sulla falsariga della splendida Albatross, è il momento di cominciare a fare sul serio e di cominciare a stazionare stabilmente nella parte alta delle classifiche. Complice di tale rivoluzione l’ingresso in formazione di tre nuovi membri, il chitarrista Lindsay Buckingham, la cantante/tastierista Christine McVie e la cantante Stevie Nicks, che cambieranno indelebilmente il suono e lo stile della band. Nonostante un amalgama mai completamente raggiunta, i risultati non tardano ad arrivare.

“Riuscimmo a diventare amici solo fino ad un certo punto” (Lindsay Buckingham)

Dopo l’ottimo album omonimo del 1975 che frutta successi come Rhiannon e Say You Love Me, i Fleetwood Mac registrano il loro capolavoro: l’epocale Rumours. Composto in un momento di grandissime tensioni interne (le coppie del gruppo, John/Christine McVie e Buckingham/Nicks, si stavano separando), l’album è un perfetto distillato di sentimenti contrastanti quali amore, odio, gioia, sofferenza e abbandono. Ne sono un ottimo esempio la melodiosa Second Hand News,  la magnifica Dreams, l’arcinota Don’t Stop, la traslucida Songbird e la blueseggiante The Chain, vero inno corale al tradimento. Altre perle sono rappresentate dall’acustica Never Going Back Again, dalla tambureggiante I Don’t Want To Know, e dall’oscura Gold Dust Woman dietro cui si nasconde un’ispirazione fuori dal comune fornita, evidentemente, dal travagliato periodo sentimentale.

Peter Green membro fondatore dei Fleetwood Mac fuoriuscito nel 1969

Alla indubbia qualità del materiale composto si aggiunge una notevole perizia tecnica in fase sia d’incisione che di post produzione. L’enorme talento chitarristico di Buckingham ben si amalgama con la solida base ritmica fornita dal duo Fleetwod/John McVie, mentre le tastiere di Christine forniscono il giusto tappeto ad ogni singolo pezzo. Le voci si fondono alla perfezione, i suoni sono levigati e sicuri, ogni nota è al suo posto, nulla in Rumours è lasciato al caso, ogni cosa trova la sua giusta collocazione contribuendo ad aumentarne la sensazione di forza e compattezza. Pubblico e critica premiano, unanimemente ed anche un po’ inaspettatamente, il disco facendolo schizzare direttamente in vetta alle classifiche fino a farlo diventare il sesto album più venduto della storia. Senza dubbio il grande appeal radiofonico dei brani in esso contenuti e la dolorosa universalità dei temi trattati (quasi un concept album sulla fine di un amore e sulla conseguente separazione) ne fanno un bestseller, una vera e propria pietra miliare della musica di fine secolo. Pochi altri gruppi come i Fleetwood Mac hanno saputo raggiungere un tale strepitoso successo planetario e pochi altri gruppi hanno saputo trasformare tormenti privati in arte pubblica di tale bellezza.

“The Velvet Underground & Nico”: i demoni di Lou Reed

Nell’anno di grazia 1967, mentre sulla West Coast si sprigionano i profumi, i colori ed i suoni della Summer Of Love, dall’altro lato dell’America le cose vanno molto diversamente. Nel cuore di New York un genio di nome Andy Warhol fonda una factory in cui trovano rifugio numerosi artisti d’avanguardia che si cimentano col cinema, la pittura, la fotografia, la scultura e la musica all’insegna della più pura sperimentazione. Un vero e proprio crogiuolo d’idee ed influenze che inevitabilmente gravitano intorno al genio indiscusso di Warhol. Durante quei frenetici giorni è ospite della factory uno strano ragazzo, che ama vestire di nero, indossare occhiali scuri ed esplorare tutte le sensazioni che apre l’uso delle droghe, il suo nome è Lou Reed. E’ un musicista, ma le sue idee, il suo aspetto e la sua poetica sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla controcultura hippie all’epoca dominante. Il suo mondo è pieno di ambiguità, di disagio esistenziale, di deviazioni sessuali e di tossicodipendenza; a lui non interessa l’amore universale quanto piuttosto il lato oscuro presente in ogni uomo.

Il re della pop art ne rimane inevitabilmente affascinato tanto da costruirgli un gruppo su misura e finanziarne il debutto discografico. Il 12 marzo del 1967 trova posto sugli scaffali dei negozi di dischi uno strano oggetto, un quadrato bianco con una banana gialla disegnata sopra ed accanto il nome del gruppo: The Velvet Underground & Nico. Ovviamente già la copertina ha un valore assoluto in quanto concepita e disegnata da uno dei più grandi artisti del 900, ma è soprattutto il nome scelto dalla band a colpire. Il “velluto sotterraneo” (nella fattispecie John Cale, Sterling Morrison, Moe Tucker e lo stesso Reed) rimanda immediatamente a qualcosa di sommerso, nascosto, latente, oscuro mentre Nico è una notissima modella famosa per la sua abbagliante bellezza e lo stile di vita bohemien. Un’accoppiata decisamente bizzarra e spiazzante ma che alla lunga risulta vincente. La voce monocorde di Nico, infatti, si adatta alla perfezione ai testi perversi ed alle melodie drogate dei Velvet. La sua algida bellezza, inoltre, riusciva in qualche modo ad integrarsi con il look decisamente “dark” del resto della band. All’epoca tanta stranezza, però, non è accettata ed il disco, sia per gli enormi costi di stampa sia per i suoi argomenti scabrosi, viene immediatamente censurato dai mass-media e quasi subito ritirato dai negozi. La critica lo boicotta totalmente rifiutandosi di recensirlo decretandone, di fatto, il fallimento commerciale.

“Soltanto cento persone acquistarono il primo disco dei Velvet Underground, ma ciascuno di quei cento oggi o è un critico musicale o è un musicista rock” (Brian Eno)

Inutile dire che col tempo viene ampiamente rivalutato se non addirittura osannato fino ad essere definito il miglio album di debutto di tutti i tempi. Si può senz’altro affermare che è un album caduto sulla terra dal futuro. Già nel 1967 era avanti di trent’anni e le sue eco sono praticamente ovunque; dal punk al grunge, dalla new wawe al post-rock, tutti hanno un grosso debito di riconoscenza nei confronti di questo disco.

Lou Reed e Nico

Le crisi di astinenza domenicali in Sunday Morning, la paranoia dovuta ad una lunga attesa del pusher di fiducia in I’m Waiting For The Man, la descrizione di una mangiatrice di uomini in Femme Fatale, un rapporto sado maso in Venus In Furs, la vita degli spacciatori di Union Square in Run Run Run, gli inutili frequentatori della factory in All Tomorrow Parties, l’allucinata Heroin, la gelosia violenta in There She Goes Again, l’amore tenero in I’ll Be Your Mirror, le sperimentali The Black Angel’s Death Song ed European Song sono tutti tasselli di un mosaico lirico/musicale che per la prima volta è riesce a svelare senza alcun tipo di restrizione le deviazioni, i buchi neri dell’animo umano un vortice di note scuro ed inquietante. Per la cultura dell’epoca è chiaramente uno shock ed anche i per i giovani imbevuti di peace & love quest’opera rappresenta esattamente quello che non vogliono sentirsi dire. Negli anni del libero amore, della fantasia al potere, dell’esaltazione floreale, i Velvet Underground rappresentano la cattiva coscienza della società, gli outsider che con le loro luride storie metropolitane fatte di squallore e depravazione mostrano il marciume nascosto dietro la facciata variopinta dell’Estate dell’Amore, annunciando inesorabilmente la fine imminente dell’epopea hippie e l’inizio del disincanto.

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