“Back In Black”: la rinascita degli AC/DC

Back In Black-Atco Records-1980
Back In Black-Atco Records-1980

Nel luglio del 1979 gli AC/DC pubblicano Highway To Hell, l’album della raggiunta maturità e della definitiva consacrazione. Sei mesi dopo, nel febbraio del 1980, il cantante e leader carismatico Bon Scott muore sul sedile posteriore di un’auto ucciso dall’abuso di alcool dopo una notte di bagordi. La crisi è inevitabile. Che fare? Sciogliere definitivamente la band all’apice del successo, oppure continuare nonostante tutto? Dopo un periodo di comprensibile lutto i fratelli Angus e Malcom Young decidono di tirare dritto per la loro strada.

“Bè, vaffanculo, non ho intenzione di starmene seduto a frignare per un anno intero cazzo!” (Malcom Young-1980)

Avevano già pronto qualche brano scaturito dalle prolifiche session per Highway To Hell in cui c’era ancora Bon ed, insieme al nuovo vocalist Brian Johnson, si chiudono ai Compass Point Studios di Nassau (Bahamas) per completare il disco che avrebbe dovuto segnare il nuovo corso del gruppo. Nemmeno cinque mesi dopo, nel luglio dell’80, il nuovo lavoro è pronto e viene pubblicato col significativo titolo Back In Black.

Bon Scott (1946-1980)

La copertina, interamente nera, con la scritta grigia lascia trapelare due cose: il commosso omaggio al compagno da poco scomparso e la morte come tematica di fondo dell’opera. D’altronde il sinistro suono di campane a morto che apre la prima facciata ed introduce Hells Bells  non può essere frainteso. Nemmeno la poderosa Shoot To Thrill, la torrida Let Me Put My Love Into You, la furente Back In Black, la trascinante You Shook Me All Night Long e la blueseggiante Rock’N’Roll Ain’t Noise Pollution lasciano troppo spazio a ragionamenti. Il suono è semplice, grezzo, potente, diretto, come se i Led Zeppelin, in una serata di festa, avessero alzato al massimo il volume dei loro amplificatori. La stridula voce di Johnson snocciola luride storie d’amore e distruzione mentre l’indiavolato Angus Young produce iperbolici riff con la sua leggendaria Gibson “Diavoletto”. In poche parole rock allo stato puro. Il pubblico e la critica premiano unanimemente l’album che frantuma ogni record arrivando ad essere il secondo più venduto della storia dopo Thriller di Michael Jackson. Gli AC/DC passano dall’inferno dello scioglimento al paradiso del rock in un solo anno. Un miracolo, musicalmente parlando, anche considerando il fatto che lo scetticismo intorno a loro era grande. L’hard rock era un genere in calo all’inizio degli anni ’80 (John Bonham sarebbe morto di li a poco mettendo fine alla parabola degli Zeppelin), il punk imperversava, il defunto cantante era considerato una colonna portante e c’erano forti dubbi riguardo alla qualità del sostituto scelto.

Ogni incertezza viene fugata all’istante non appena la puntina tocca il vinile. La qualità dei brani è eccellente, il gruppo appare in forma strepitosa ed anche Johnson si integra alla perfezione con i nuovi compagni tanto da non far rimpiangere, nemmeno, per un minuto Bon Scott, facendosi accettare anche dai fan più irriducibili. Probabilmente la rabbia, il dolore, la paura della fine hanno fornito il carburante necessario a comporre questo capolavoro. Ogni canzone del disco è un distillato purissimo di emozioni primordiali in salsa overdrive e nello stesso tempo un urlo salvifico carico di dolore e liberazione. Difficile trovare un album altrettanto sincero, energico e godibile, un vero e proprio capolavoro la cui magia si ripete ogni volta che tornano a rintoccare le campane dell’inferno.

“Captain Fantastic And The Brown Dirt Cowboy”: l’irripetibile epopea di Elton John

Captain Fantastic And The Brown Dirt Cowboy- MCA Records-1975

Non era inusuale, alla metà degli anni ’70, imbattersi in un curioso personaggio in grado di riempire qualsiasi stadio, auditorium o sala da ballo del pianeta. Cavalcava un piano magico, vestiva abiti sgargianti fatti di raso e paillettes, indossava occhiali fantasmagorici e cappelli dalla foggia improbabile ma soprattutto, aveva un talento ineguagliabile nel raccontare storie. Dopo aver detto “addio al sentiero di mattoni gialli” questo curioso personaggio decide di dotarsi di un alter ego in grado di competere col veneratissimo Ziggy Stardust (impersonato da David Bowie) e di diventare la più pura espressione del glam rock. Captain Fantastic si fa chiamare ma, dietro al nome mirabolante ed all’aspetto decisamente kitsch, si nasconde un timido ed occhialuto pianista inglese: Reginald Dwight meglio noto come Elton John. Dopo una serie di album all’insegna del più classico cantautorato di matrice pop, nel 1973, l’artista britannico rompe ogni indugio e da alle stampe il suo lavoro più ambizioso Goodbye Yellow Brick Road, monumentale doppio album dal successo clamoroso, infarcito di rock, ballads e poesia. Dietro tanta grandeur ci sono tematiche di altissimo spessore umano quale la perdita dell’innocenza ed il passaggio ad una fase più matura e consapevole della vita nascoste dietro melodie di grande complessità tecnica e versi di innegabile valore poetico. Due anni dopo (e dopo il meno riuscito Caribou) Elton John riesce a fare addirittura di meglio. Insieme al fido paroliere Bernie Taupin, progetta un concept album strettamente autobiografico incentrato sul biennio 1967-1969 durante il quale i due cercavano il modo di affermarsi nel mondo della musica. Il risultato è Captain Fantastic And The Borwn Dirt Cowboy, il cui titolo rivela il carattere introspettivo e metaforico del disco. Il Capitano Fantastico è, infatti, l’anima eccentrica e chiassosa del duo (Elton John) mentre Lo Sporco Cowboy Impolverato ne rappresenta il lato più intimista e riflessivo (Bernie Taupin). Questo chilometrico nome può anche essere visto come l’inquietudine che si nasconde dietro la magnificenza o, più propriamente, come la drammaticità dei temi affrontati inseriti in brani di straordinaria bellezza. Il tormento e l’estasi in buona sostanza, le due facce di una stessa medaglia.

Molte delle canzoni in questo disco sono ispirate alla frustrazione e all’insicurezza, e più in generale alla sgradevolezza del music business. Elton e Bernie sembrano quindi molto forti e sicuri di sé sulla copertina, ma in realtà sono circondati da figure cupe, avide, inquietanti. Una metafora dei contenuti del disco” (David Larkam-1975)

La sopracitata copertina merita una menzione a parte. Affidata al disegnatore Alan Aldridge è semplicemente sensazionale; sembra un quadro di Hieronymus Bosch popolata com’è di creature fantastiche e mostruose, colori accesi ed atmosfere surrealistiche. Un vero e proprio quadro, un’opera pittorica, degna di essere inserita tra le migliori cinque cover del rock al pari di quelle ideate da artisti quali Andy Warhol, Robert Crumb, Rick Griffin e Peter Blake. La musica racchiusa dentro tanto splendore grafico è tra la migliore mai composta dal team John/Taupin.

Elton John (sx) e Bernie Taupin (dx)

Si parte con la title track, potente ballata dagli umori country dichiaratamente autocelebrativa e, passando dalla criptica Tower Of Babel ricca di riferimenti alla Bibbia, si arriva, attraverso le strepitose Someone Saved My Life Tonight, Bitter Off Dead e We All Fall In Love Sometimes, alla maestosa Curtains ideale quadratura del cerchio in quanto mirabile sintesi di tutto il lirismo taupiniano. Inciso con la cosiddetta “formazione classica” ossia Dee Murray al basso, Nigel Olsson alla batteria, Davey Johnstone alle chitarre e Ray Cooper alle percussioni, Captain Fantastic rappresenta lo zenith creativo per i due autori e, nel contempo, la loro definitiva consacrazione a stelle di prima grandezza del firmamento musicale internazionale. Il successo di vendite è enorme ed il plauso della critica unanime oltre ogni qualsiasi previsione dal momento che gli intenti di partenza erano ben diversi. Non si voleva fare un album commerciale bensì un opera ben più profonda, piena di riferimenti personali ed argomenti importanti senza essere vincolati in alcun modo ai risultati di vendita. Il fatto che ne sia stato estratto “un solo” singolo, Someone Saved My Life Tonight, è la prova che la libertà da ogni vincolo discografico era pressoché totale. Probabilmente è proprio questa sua autenticità, unitamente all’elevatissima qualità tecnica, musicale e poetica a farne un best seller ed uno dei migliori prodotti della musica contemporanea. Mai Sir. Elton John era apparso così fragile ed umano dietro la sua maschera di lenti colorate.

“Aoxomoxoa”: la parola magica dei Grateful Dead

Aoxomoxoa-Warner Bros.-1969

Per chiunque volesse capire quale fosse l’atmosfera di San Francisco sul finire degli anni ’60 e quale fosse il suono della West Coast durante quei magici giorni, Aoxomoxoa è il disco che fa per voi. Un’opera allucinata e allucinogena partorita direttamente dalle viscere di Haight Asbury traboccante di effluvi acidi provenienti dal Golden Gate Park e di tensioni sessantottesche della vicina San Francisco State University. Già dalla epocale copertina (siamo sui livelli di Sgt.Pepper in quanto a significati nascosti) ad opera del maestro Rick Griffin, s’intuisce il contenuto dell’album. I colori accesissimi, i teschi, i feti stilizzati, il nome della band scritto in caratteri psichedelici, un sole accecante, i funghi e le piante “magiche” rimandano alla più classica simbologia della controcultura hippie mentre “la parola” Aoxomoxoa, un palindromo il cui significato non è mai stato completamente chiarito, richiama alla mente formule magiche, mantra di meditazione e significati esoterici. Demiurghi di cotanto splendore i Grateful Dead, vera band simbolo della Summer Of Love. Resi celebri dalle loro fantasmagoriche performances agli acid-test organizzati da Ken Kesey e Robert Hunter, durante i quali improvvisavano per ore sotto l’effetto di LSD, i Dead erano abituati a comporre ed incidere in totale libertà senza alcun riguardo per il minutaggio, l’armonia e l’orecchiabilità del prodotto finale. Con Aoxomoxoa finalmente riescono a trovare il giusto compromesso tra sperimentazione e commerciabilità dando vita ad un album strepitoso. Scompaiono le lunghe jam strumentali ed i medley per lasciar spazio a brani di durata decisamente più “normale” molto più adatti ai passaggi in radio o alla formula del 45 giri. Nonostante queste ovvie limitazioni la carica psichedelica e sovversiva della band rimane sostanzialmente intatta.

“Nessun’altra musica esprime uno stile di vita così delicato, amorevole e vitale” (Rolling Stone-1969)

L’incontro tra rock e spiritualità in St Sthephen, la gioiosità di Dupree’s Diamond Blues, la voce effettata e tremolante in Rosemary, l’etereo organo in Doin That Rag, la straniante, lisergica e monumentale Mountains Of The Moon, la criptica e dissonante China Cat Sunflower, l’ipnotica e spettrale What’s Become Of The Baby, la rivisitazione in chiave acida del blues in Cosmic Charlie, sono tutte tappe di un unico grande trip al centro del più importante sballo musical-culturale di fine secolo. I testi, ricchi di immagini simboliche, citazioni letterarie, allusioni alla cultura della droga, ben si adattano all’ecletticità della musica che si fa tenera, violenta, sognante, cantilenante o assolutamente inquietante a seconda delle necessità e delle sensazioni. Tecnicamente i Grateful Dead danno prova di grande perizia forgiando suoni e colori inediti, trovando soluzioni armoniche all’avanguardia, cimentandosi con strumenti inusuali, fino a comporre un variegatissimo caleidoscopio sonoro di enorme impatto e innegabile bellezza. Certo, a distanza di anni, quest’album può apparire datato e indissolubilmente legato al periodo storico in cui è stato generato, ma il fascino ed il valore artistico assoluto rimangono intatti anche a quasi mezzo secolo di distanza.

Jerry Garcia leader dei Grateful Dead

Questo grazie alle voci ed alle chitarre di Jerry Garcia e Bob Weir, alle tastiere di Tom Constanten e Ron “Pigpen” McKernan, alle percussioni di Mickey Hart e Bill Kreutzmann, al basso di Phil Lesh, che da semplice “comune hippie” hanno saputo evolversi, con il loro talento e la loro abilità, in uno dei più grandi gruppi di tutti i tempi in grado di smuovere milioni di fans in tutto il mondo. Negli anni a seguire i Grateful Dead cambieranno drasticamente registro (anche forse per scelte di natura commerciale) abbandonando la psichedelia per orientarsi verso un più rassicurante folk-rock (con risultati peraltro eccellenti vedi i successivi Workingman’s Dead e American Beauty) in grado di proiettarli nella parte alta delle classifiche ma il loro momento più alto ed ispirato lo si può trovare tra i solchi di questo disco realizzato quando erano ancora i signori incontrastati della scena musicale californiana; i rivoluzionari e lisergici paladini del movimento hippie, gli unici in grado di tramandarne ai posteri la meraviglia, l’importanza e la grandezza.

“Teaser And The Firecat”: gli acquerelli di Cat Stevens

Teaser And The Firecat- Island-1971

Nel 1970 Cat Stevens era uno dei cantautori più popolari e rappresentativi della sua generazione. Dopo la pubblicazione di Tea For The Tillerman, autentico best seller era, francamente, difficile fare di meglio. La sua delicata poetica fatta di critica sociale, umori ecologisti, sussurri amorosi unita a scintillanti melodie di stampo pop scala le classifiche e proietta l’artista nell’Olimpo del rock. Father And Son, Wild World, Where Do The Children Play? Diventano immediatamente dei classici immortali capaci di superare ogni confine spazio-temporale. Perfettamente logico prevedere un calo, una battuta d’arresto o comunque un prodotto più deludente quale seguito di questo indiscutibile capolavoro. Invece la sua ispirazione è talmente prolifica da fargli concepire, comporre e pubblicare un album diverso e forse anche migliore del precedente. Tra enormi aspettative Teaser And The Firecat esce nell’ottobre del 1971 con lo stesso titolo di un libro di fiabe per bambini ideato, scritto ed illustrato dallo stesso Stevens (inutile cercarlo, è fuori catalogo dalla metà degli anni ’70). La copertina dal sapore vagamente naif disegnata dall’autore (come quella di Tea For The Tillerman del resto) presenta i protagonisti, un buffo bambino con un cilindro viola ed il suo gatto rosso, che, tanto nel libro quanto nel disco, devono riportare in cielo la luna precipitata improvvisamente sulla terra. Le atmosfere sono oniriche, sognanti, venate di un sottile misticismo grazie anche ad arrangiamenti prettamente acustici che tratteggiano melodie sobrie, delicate, simili a filastrocche che ben si adattano alle caratteristiche dei due strambi personaggi. I testi assumono una forte connotazione poetica che si esprime attraverso giochi di parole, metafore e figure retoriche in grado di essere comunque assimilati e compresi da qualunque ascoltatore. Grazie a questa apparente semplicità Cat Stevens riceve critiche pesanti che vengono subito zittite dall’imponente successo di pubblico.

“Cat è diventato un artista affidabile, un buon artista, ma lui sembra essere uno di quei compositori che non si sviluppa, che non è in grado di sorprendere” (Timothy Crouse- Rolling Stone-1971)

La dolente auto confessione di The Wind, le mediterranee Rubylove e Tuesday’s Dead (con il bouzouki greco in bella evidenza), la delicatissima If I Laugh, fino alla leggendaria rielaborazione dell’inno cristiano Morning Has Borken (impreziosita dal piano di Rick Wakeman), alla meravigliosa Moonshadow ed alla veemente Peace Train, attestano il grande valore artistico dell’album.

Cat Stevens live 1971

La peculiarità di questo lavoro sta nel fatto che Cat Stevens riprende la ricerca delle radici europee della sua musica (è sempre andato fiero delle sue origini greche, il vero nome è Steven Demetre Georgiou) iniziata con Mona Bone Jakon e per la prima volta compare una spiccata attenzione nei confronti di tematiche religiose che caratterizzerà il resto della sua carriera fino alla clamorosa conversione all’Islam del 1977. Un album dunque che è una riflessione su se stesso, una riflessione sul mondo e sulla natura, una riflessione del rapporto tra se, il mondo, la natura e l’assoluto. C’è ottimismo, pacatezza, euforia, serenità, emozioni tipiche della persona che ha trovato la strada giusta per essere in pace con l’universo. Mancano le considerazioni sulle brutture del quotidiano, sui tormentati rapporti intergenerazionali, sulla violenza, sulla morte, sul’amore non corrisposto o sui rapporti uomo/donna. Non ci sono tematiche politiche o sociali, non c’è denuncia o esortazione, non ci sono proteste o prese di posizione ma solo le lucide sensazioni in forma di canzone di un uomo che ha cominciato a guardare la sua anima e ciò che la circonda con occhi differenti. Piccoli tesori di redenzione adatti ai bambini di tutte le età. E va bene così.

“Highway 61 Revisited”: la rivoluzione di Bob Dylan

Highway 61 Revisited- Columbia Records-1965

Ci sono album capaci di modificare il corso degli eventi, di influenzare il pensiero e le coscienze di intere generazioni cambiandone per sempre l’identità ed addirittura la storia. Highway 61 Revisited di Bob Dylan è uno di questi. S’impone nell’immenso caleidoscopio musicale degli anni ’60 grazie ad una, fino ad allora, inedita miscela sonora e a delle liriche che, per la prima volta, assumono dignità letteraria. Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, da Duluth, Minnesota, non è nuovo a queste cose. Dapprima infarcisce di poesia la canzone di protesta, il folk di monumenti quali Woody Guthrie e Pete Seeger, componendo classici senza tempo quali Blowin In The Wind o The Times They Are A- Changin’, in cui riesce nell’impresa di coniugare acuta critica sociale con metafore e surrealismo. Poi frequenta personaggi chiave della beat generation quali il poeta Allen Ginsberg, che gli insegna un nuovo uso delle parole ed un nuovo metodo di scrittura. Quindi stanco della sua immagine di “menestrello” tutto armonica e chitarra decide di mettere su un dannatissimo gruppo rock e spazzare via per sempre il folk. Con l’aiuto di musicisti quali Robbie Robertson, Levon Helm, Garth Hudson (futuri componenti del gruppo The Band) compone ed incide Bringing It All Back Home, primo storico capitolo della cosiddetta “trilogia elettrica”. Pubblicato nel marzo del 1965 è uno shock terribile per i fan della prima ora che non apprezzano assolutamente il nuovo corso dylaniano arrivando, perfino, a bollarlo come traditore. Ma Dylan va dritto per la sua strada e, dopo aver reclutato gente del calibro di Mike Bloomfield, Al Kooper, Harvey Brooks e Charlie McCoy, registra il secondo atto del suo personalissimo trittico. Pubblicato a soli cinque mesi di distanza dal lavoro precedente, Highway 61 Revisited è un attacco frontale alla musica Americana. Intitolato significativamente col nome dell’autostrada che collega il Minnesota (stato natale dell’autore) con la Louisiana (patria della musica nera per eccellenza), quest’album stupisce immediatamente pubblico e critica per i testi di altissimo livello poetico/concettuale ed un sound tipicamente rock pieno di venature blues.

“E’ inconcepibilmente buono….come può una mente umana fare questo?” (Phil Ochs– cantante e compositore-1965)

La geniale apertura di Like A Rolling Stone (che Bruce Springsteen definì “un colpo di rullante che suonava come se qualcuno ti avesse spalancato le porte della mente”) pianta un chiodo nel futuro. Bob Dylan snocciola la storia di una disadattata con uno stile che, pur richiamando il più tipico talking-blues, anticipa il futuro strizzando l’occhio al rap. Su tutto un ritornello ormai leggendario ed il memorabile riff organistico di Kooper.

Bob Dylan durante le session per Higway 61 Revisited

Le parole volano, si rincorrono, si trasformano nella voce di Dylan che persegue la sua lucida visione poetica in Tombstone Blues, in  It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, nella tambureggiante From A Buick 6, nella dolente Ballad Of A Thin Man, nell’appassionata Queen Jane Approximately, nella divertente cavalcata Higway 61 Revisited, nella tenera Just Like Tom Thumb’s Blues, fino ad arrivare allo scarno ed apocalittico affresco di Desolation Row (unico brano interamente acustico presente nell’album) contenente uno dei testi più belli e significativi mai scritti nella storia della musica contemporanea. Si viene così a comporre uno straordinario mosaico fatto di citazioni colte, richiami biblici, solidità country, vertiginose iperboli, visioni estatiche, suoni insoliti, robustezza blues, rabbia folk, tormenti privati, pubbliche virtù, brillantezza pop che ha, per la cultura del ‘900, la stessa identica valenza di quadro di Picasso o di un romanzo di Hemingway.

Dylan è al culmine del suo genio e della sua sregolatezza (che lo porterà a pubblicare, meno di un anno dopo l’acclamatissimo capolavoro e primo doppio album del rock Blonde On Blonde) riuscendo a vedere quello che altri non vedono e a sentire cose che altri non sentono. Nessuna concessione al successo, alla critica ed al pubblico, solo la ferma intenzione di un artista a perseguire una sensazione, un sogno traslucido, una visione in barba a tutte le convenzioni socio-poetico-musicali. La consacrazione arriverà suo malgrado trasformando quest’album seminale e rivoluzionario in un autentico trionfo in grado di innalzare il suo autore a figura iconica del XX secolo.

“Paranoid”: il cupo vortice dei Black Sabbath

Paranoid-Vertigo Records-1970

All’epoca del loro secondo album, nel settembre del 1970, i Black Sabbath avevano già scioccato il mondo (musicale e non) grazie al loro epocale debutto. Suoni cupi, atmosfere lugubri, una cover inquietante, una evidente fascinazione per tutto ciò che è occulto, magico e misterioso rappresentano gli ingredienti essenziali per dar vita ad una nuova corrente che da li a pochi anni farà milioni di proseliti: l’heavy metal.  Il sound del gruppo è una miscela di hard rock e psichedelia caratterizzato dai poderosi power chords di Tony Iommi, dalla rocciosa sezione ritmica di Geezer Butler (basso) e Bill Ward (batteria) e dal raglio agonico del cantante Ozzy Osbourne. Tecnicamente non si avvicinano nemmeno ai ben più celebrati “colleghi” quali Led ZeppelinDeep Purple, ma i Black Sabbath hanno il potere di scrivere testi altamente evocativi, che uniti a melodie ipnotiche ed ad uno spiccato gusto per la teatralità, gli conferisce uno stile unico ed inconfondibile. Alla fin fine sono solo un ex gruppo blues con tendenze hippie ma l’appeal sui giovani adolescenti delusi dalla rovinosa fine della “summer of love” è innegabile. I benpensanti del tempo, ovviamente, non sono dello stesso parere e la band diviene oggetto di critiche spietate. A questo punto Osbourne e soci cambiano direzione rivolgendo la loro attenzione alle debolezze, alle deviazioni, alle paure più recondite dell’animo umano.

“Sul loro secondo album estremamente heavy metal, Paranoid, ci sono lamenti sulla distruzione della guerra e l’ipocrisia dei politici, i pericoli della tecnologia, e i pericoli dell’abuso di droga” (Rolling Stone-1970)

La straniante tirata antimilitarista di War Pigs, la poderosa ed alienata Paranoid, la dilatata Planet Carvan, la fantascientifica Iron Man, l’inquietante Electric Funeral, la marcia tossica di Hand Of Doom, la torrenziale Rat Salad (unico brano strumentale del disco), la violenta Fairies Wear Boots, rappresentano tutte tessere di un mosaico atto a scandagliare la metà oscura che ogni uomo ha dentro di se. Il risultato è un album violento, pesante, pauroso ma anche estremamente affascinante, significativo, culturalmente e sociologicamente importante. La generazione dei figli dei fiori entra nell’autunno degli anni ’70 incerta sulle gambe, squassata da dubbi, rabbia, delusione, alienazione e angoscia. Questo cantano i Black Sabbath ed è proprio questo ad attrarre e respingere il pubblico.

Black Sabbath-1970

C’è chi li ama in quanto portavoci di un malessere generazionale, c’è chi li odia perché quello che dicono mette paura. Sicuramente non passano inosservati anche grazie ad un notevole feeling tra i vari musicisti. A dispetto della semplicità delle incisioni (unici effetti usati l’eco per la voce e l’immancabile overdrive per la chitarra) il gruppo restituisce una compattezza ed una potenza non comune nonostante la strumentazione ridotta e la non elevata cifra tecnica. Il fatto poi che questo lavoro è stato inciso in soli cinque giorni e con un budget limitatissimo denota una comunità d’intenti ed un’ispirazione veramente notevole. Il suo impatto e la sua influenza sono stati e restano enormi e le sue eco si propagano fino ai giorni nostri. Megadeth, Green Day, Pantera, Slayer sono solo alcuni degli artisti che hanno rivisitato i brani contenuti in Paranoid ed hanno ammesso la fondamentale influenza dei Black Sabbath, sia dal punto di vista lirico che musicale, nella loro produzione. Milioni di gruppi, famosi e non, ne hanno copiato il modo di stare in scena, il look maledetto, l’iconografia magico-satanista, gli spunti granguignoleschi e le tematiche tormentate consacrandoli personaggi simbolo, non solo di un modo di fare musica, ma di un vero e proprio stile di vita. A distanza di più di quarant’anni la forza inossidabile di Paranoid resiste costantemente allo scorrere del tempo, al mutare delle mode ed al progresso della tecnica, diventando una vera e propria pietra miliare del rock ed uno dei migliori album mai incisi in assoluto.

“Second Helping”: la purezza dei Lynyrd Skynyrd

Second Helping-MCA Records-1974

Maledetti, senza alcuna regola, assidui sostenitori e praticanti della sacra triade del rock (sesso, droga & rock’n’roll), i Lynyrd Skynyrd, nel 1974, sono un gruppo in cerca di definitiva consacrazione dopo aver mostrato autentici sprazzi di genio nel loro album di debutto: Pronouced Leh-nerd Skin-nerd. Nonostante continue tensioni interne, dovute al carattere irascibile e rissaiolo dei vari membri, gli Skynyrd riescono nell’impresa di comporre, incidere e produrre un disco epocale, vero manifesto degli anni ’70 e del southern rock in particolare. Un autentico distillato di tutta la mitologia sudista infarcito di chitarre affilate come rasoi, voci roche, sentori boogie conditi da umori blues, swamp ed honky tonk. I degni eredi di Allman Brothers Band e Creedence Clearwater Revival trovano finalmente la formula necessaria a proiettare il sound del Sud in vetta alle classifiche.

“Well, I heard Mr. Young sing about her/Well, I heard ol’ Neil put her down/ Well, I hope Neil Young will remember/A Southern man don’t need him around anyhow” (Sweet Home Alabama)

Second Helping, pubblicato nell’aprile del 1974, diventa immediatamente un classico. La voce rabbiosa di Ronnie Van Zandt snocciola storie fatte di amori turbolenti, frustrazione personale e dosi massicce di orgoglio sudista mentre i tre chitarristi, Gary Rossington, Ed King, Allen Collins dialogano tra loro intrecciando riff in maniera talmente precisa da sembrare fili di un’ invisibile ragnatela musicale. La batteria di Bob Burns, il basso di Leon Wilkenson e le tastiere di Billy Powell forniscono il carburante necessario a far viaggiare quest’album come un treno in corsa. Da questo affiatamento pressoché perfetto, in grado di produrre un suono grezzo e potente, nascono capolavori quali Sweet Home Alabama, diventato il pezzo simbolo dei Lynyrd Skynyrd, grazie ai numerosi riferimenti alla cultura southern, ad una decisa polemica con Neil Young ed ad un ritmo sincopato e travolgente. Da segnalare anche il loro lato tenero nella splendida I Need You, power ballad disperata e straziante. L’adrenalinica Don’t Ask Me No Questions, la provocatoria Working For MCA, la magnifica Ballad For Curtis Loew, la paludosa Swamp Music, la drammatica The Needle And The Spoon, fino ad arrivare alla gigantesca cover di Call Me The Breeze, composta da J.J.Cale, sono tappe di un percorso attraverso la filosofia esistenzial-musicale di un’intera regione. Musica da sentire, musica da ballare, perfetta per i luridi saloon del Tennessee come per la programmazione delle maggiori radio del paese. Il motivo di tanto successo sta nell’esplosiva miscela tra melodie godibilissime e parole semplici ma efficaci in grado di essere memorizzate all’istante e cantate in maniera quasi naturale.

Lynyrd Skynyrd nel 1974

C’è da dire, però, che tecnicamente i brani degli Skynyrd non sono di facile esecuzione. I complessi fraseggi di chitarra, le diteggiature di basso, i ricami di pianoforte, denotano una tecnica ed una preparazione fuori dal comune. Queste caratteristiche, unitamente ad una immagine pubblica debosciata e violenta, ha fatto si che i loro concerti diventassero veri e propri happening a base di alcool, droghe e risse. Negli anni successivi la band attraverserà periodi di grande turbolenza contraddistinti da continui cambi d’organico, problemi con la legge e scarsa ispirazione musicale, fino al tragico volo del 1977 che decimerà l’organico del gruppo. Fino a quel momento, però, si può senz’altro dire che i Lynyrd Skynyrd sono stati una delle più significative espressioni del rock americano, in grado di assimilare la lezione impartita dagli illustri predecessori e di riproporla con uno stile assolutamente unico e accattivante. L’amore per il blues, il country, il soul, il rockabilly emerge in queste magnifiche composizioni originali che colpiscono per la loro freschezza e atemporalità oltreché per la loro indiscutibile bellezza tecnica e melodica. A più di quarant’anni di distanza Second Helping rimane uno degli esempi più fulgidi del southern rock ed una pietra miliare della musica di fine millennio capace di donare agli autori un’immortalità in grado di trascendere perfino un incidente aereo.

“The Dictionary Of Soul”: la grammatica di Mr.Redding

Che cos’è il soul?

The Dictionary Of Soul- Atlantic Records-1967

La risposta a questa semplice domanda può essere molto complessa. Il termine stesso implica un “sentire” di difficile definizione. Si può scegliere di darne una descrizione molto standardizzata, ossia: sottogenere musicale scaturito dal Rhythm And Blues in cui si fondono influenze gospel, jazz, blues e doo woop; oppure si può ascoltare “Complete & Unbelievable: The Otis Redding Dictionary of Soul”, che già nel titolo contiene l’atto di nascita e la definitiva consacrazione della “musica dell’anima”. In questo caso la risposta non si ottiene tramite le parole, ma attraverso l’ascolto e le sensazioni che questo stile è in grado di suscitare. E’ il modo forse più semplice di approcciare e capire cosa sia la “soul music”. Lo sa bene Otis Redding che riesce ad infondere, in tutto il suo repertorio ma soprattutto in quest’album, tanto pathos, tanto fascino e tanta suggestione da divenire, in breve tempo, il più famoso e celebrato artista soul di tutti i tempi. Basti pensare che nel giugno del 1967 è l’unico rappresentante del genere ad essere invitato sul palco del Monterey Pop Festival a fianco di artisti quali Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Animals e Simon & Garfunkel.

 “Il cantato di Redding ricorda una fervente preghiera nera” (Michael Campbell and James Brody- Rock and Roll: An Introduction)

The Dictionary Of Soul rappresenta Redding al suo apice. La voce grezza ed implorante, gli ottoni infuocati, il ritmo pulsante fanno dei brani contenuti in quest’album dei classici immediati sia che si tratti di cover, sia che si tratti di pezzi originali. Basta ascoltare i fiati sinuosi di Fa Fa Fa Fa Fa (Sad Song), storico brano di apertura, per capire immediatamente l’atmosfera che permea il disco.

Otis Redding At Monterey Pop Festival-1967

A dispetto del titolo e del testo malinconico, il ritmo è travolgente e accattivante caratterizzato, nel ritornello, da un originale duetto in forma di “domanda/risposta” tra la band ed il cantante. Si prosegue con la torrida I’m Sick Y’All, la malinconica Tennesse Waltz, la torrenziale Sweet Lorene, per arrivare alla monumentale Try A Little Tenderness, forse il brano più rappresentativo del disco ed uno dei più significativi di Redding in assoluto. La voce passa da un cantato confidenziale fino ad esplodere in una disperata richiesta d’amore, sostenuta dall’incredibile lavoro strumentale dei Booker T. & M.G.’s e dei Bar-Kays. La beatlesiana Day Tripper passa dalle squillanti tonalità tipiche del Liverpool Sound, alle sonorità ruvide e scure del Mississippi. Il lato B è quasi interamente composto da brani originali tra i quali spicca My Lover’s Prayer mirabile distillato di puro Memphis Soul. Continuando il viaggio attraverso gemme quali She Put The Hurt On Me, Ton Of Joy, You’re Still My Baby, Hawg For You e Love Have Mercy, si può arrivare a capire il vero significato della parola soul e la grandezza di Otis Redding quale personaggio chiave della black music, Nella sua voce è racchiusa tutta l’evoluzione della musica nera americana dallo spiritual cristiano fino al moderno R’N’B, passando per il lamento blues di Robert Johnson, il gospel di Mahalia Jackson e le finissime incisioni di Sam Cooke. Pochi altri artisti hanno avuto la capacità di suscitare sensazioni così intense e profonde col semplice ausilio delle corde vocali proprio grazie a questa abilità di riassumere le caratteristiche principali di ognuno di questi generi incanalandole in uno stile innovativo e affascinante. L’influenza è, nemmeno a dirlo, enorme. Tutti gli artisti neri, dalla fine degli anni ’60 in poi, pagano pegno, in un modo o nell’altro, alla figura di Otis Redding. Basta ascoltare le incisioni di Aretha Franklin, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Curtis Mayfield e Sly & The Family Stone per rendersene conto. Una gloria continua, un fascino innegabile ed inesauribile che neppure la morte è riuscita a scalfire.

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