Er monno de mezzo, er monno de Carminati

Mi chiamano Pirata.
Come a Pantani.
La differenza è che io non pedalo, io nun coro, io sto fermo, inammovibbile, e se il mondo mi cambia attorno io sto sempre qua, presente! E mi adatto ai cambiamenti, utile per ogni occasione, ‘n omo per tutte ‘e staggioni, perché di quelli come me, cor pelo su lo stommeco, zarvognuno, il bisogno prima o poi s’arisente.

Mi chiamano Pirata per via che sono mezzo cecato, da quella volta che la Madama me se voleva beve, a me e all’artri due camerata amichi mia, e ci tese l’imboscata fatidica, che son già quasi quarant’anni. Embeh, sì, insomma, infrociamo nel posto di blocco e ‘sti infami attaccano a sparare. Pijano e ce scaricano addosso l’intero caricatore delle mitragliette che c’hanno in dotazione. Una pallottola mi si è infilata dentro un orecchio e, per riuscire, mi s’è portata via l’occhio sinistro. Da allora ci porto una benda, come Barbanera o Sir Henry Morgan. Ecco spiegato il perché mi chiamano il Pirata… Esse ‘n fascio, un terrorista, uno della lotta armata m’è costato un occhio daa testa, se pò ddì. Anche se me ce so’ pure levato parecchie soddisfazioni, questo nun lo posso negà…

Dice che so’ stato io a schioppà quee du’ zecche de Fausto e Iaio. Dice che collaboravo con la Banda della Magliana, che Renatino De Pedis – quello che fu sepolto a Sant’Apollinare in Classe, come un santo – me teneva in palma de mano, perché ero io quello che gli riforniva la santabbarbara, tra armi bianche, ferri, fucili, bombe a mano. Dice che ho rapinato più banche io che Bonnie e Clyde; ma del resto com’è che scriveva l’amico vostro, lì, Carlo Marx?! «Il vero crimine è fondare una banca, non rapinarla» o me sbajo?! Dice che ne ho mannati più io all’arberi pizzuti de la Commare Secca ‘mperzona: che se poco poco qualcheduno faceva uno sgarro a me o agli amici miei tempo due giorni e si beccava una palla in fronte dal sottoscritto, senza troppi complimenti. Dice che a un certo punto però, per avècce ‘r culo parato, mi sono messo a fare i favori a destra e a manca, a li preti e a li potenti, ar Vaticano e allo Stato. Marcinkus, l’arciprete che teneva il mazzo di chiavi dello Ior come San Pietro fa con quelle del paradiso, i Servizi Segreti, i Democristi, la P2: dice che chiunque fabbisognasse di piaceri un po’… particolari, che solo io potevo sbrigare, si rivolgeva a me, a Carminatuccio suo. Dice che era mia la mano che ha freddato la bonanima de Pecorelli, giusto pe ffà ‘na cortesia ar Granne Gobbo. Dice finanche che c’ero pur’io a piazzare la bomba alla stazione di Bologna. Dice, dice ma se sa: la gente esagera. Apre la bocca pe daje fiato, perché, strigne strigne, alla fine della giostra, di processi me ne hanno fatti a bizzeffe, lo Stato Italiano ci ha rimesso più per mandare al gabbio me che per finire la Salerno-Reggio Calabria… Abbastava che un pentito scureggiasse che subbito me chiamaveno a ggiudizzio. E con quali risultati?
Assoluzione piena! Sempre!

Per tutte ‘ste storie io dar Palazzaccio sono sempre uscito a testa alta, intonso come un pupetto. Insufficienza di prove. Testimonianze che mi scagionavano immancabilmente. L’imputato è innocente! Il fatto non sussiste! Toh! Pijatevelo ‘nzaccoccia!
E dove non arrivava il proscioglimento ci stavano gli indulti, i condoni, le amnistie, le prescrizioni, la scarcerazione per buona condotta e… vai col tango!
La magra volta che m’hanno pizzicato seriamente era per via della rapina del ’99 alla Banca di Roma. Sìne, vabbeh, ma quella volta più che de ‘na rapa trattavasi letteralmente di ca-po-la-voro nel campo delle rapine bancarie: unanimemente riconosciuto. M’ero portato appresso un gruppetto di “cassettari” (che in gergo sta a indicare i marioli specializzati nell’effrazione delle cassette di sicurezza). Ci introducemmo quatti quatti nel caveau della banca e ci fumammo un patrimonio! Il bello è che la banca era considerata più inespugnabile della città di Troia, siccome stava dentro l’edificio del Ministero di Grazia e Giustizia, sorvegliata notte e dì da sbirri a go-go. Poi capì ‘a figura demmerda che se so’ rimediati… Per entracce come cavallo di Troia avevo adoperato un compare che ci si intrufolò acchittato da guardia giurata e che una volta dentro ci fece penetrare nel deposito sotterraneo, dove agimmo indisturbati. Andammo a colpo sicuro: c’avevo dietro una lista, cosicché feci aprire solo le cassette che mi sconfinferavano di più. Specie quelle di certi giudici, avvocati e papaveri di mia conoscenza… Così facendo, oltre al lauto bottino, mi impadronii di una serie di documenti personali segretissimi che tengo ancora nascosti, da qualche parte che so solo io: finché c’ho quelli chi m’ammazza a me? Co’ tutti i santi in paradiso che me so’ assicurato…
Lì m’hanno condannato, ok. M’hanno appioppato quattro miseri annucci, ma ne è pur valsa la pena. Poi, del resto, pure lì, passa poco che… zac! T’arrivò l’ennesimo indulto e… bonanotte al zecchio!
Eppoi? Dopo tutti ‘st’anni m’è cascata ‘sta tegola, tra capo e collo: vent’anni m’hanno dato stavolta, che avevo pure messo la testa a posto…

Perché al tempo, indultato e a piede libero, mi disse: «Basta, Massimì, c’hai ‘n’età! Mò è giunto ‘r momento de mette a posto la capoccia!»
Basta politica, basta coi fasci, basta pure co li morti, con le rapine, con le sparatorie per strada. Basta con tutta ‘sta merda. S’è chiuso un ciclo, Massimì: datte ‘na regolata!

M’ero scelto un lavoro serio, stavolta: consulente. O qualcosa del genere, sì, insomma…
Anfatti, col nome che mi sono costruito negli anni, agguato dopo agguato, rapina dopo rapina, con le amicizie che ho stretto fin da pischello, dal Msi al Fuan ai Nar al Sismi, per elencare solo alcune delle tante sigle che mi riempiono la rubrica – che mò l’amici d’infanzia cicciano fuori ovunque, a Finmeccanica, al governo, in regione, in municipio, ripuliti e inghingherati, che manco si snusa più l’odore de fascio… – beh, con tutte le conoscenze che mi sono procurato negli anni – datosi che so’ sempre stato un regazzo simpatico, uno se fa volè bene – optai per un lavoretto da prepensionamento, tranquillo tranquillo: si trattava di mettere d’accordo i piani alti con i sotterranei criminali. Un politico, un appaltatore, un pezzo grosso c’aveva necessità di farsi fare qualche lavoro sporco dalla mala? Ci stavo io a fare da tramite. Tutto qua. Una mano lava l’altra, sempre di quello si tratta. Si doveva dare una sveglia a qualche permesso rimasto sepolto tra le scartoffie del Campidoglio? Alzavo la cornetta e tempo un giorno la pratica era smaltita.

Dice che a Roma facevo il bello e il cattivo tempo, dice ch’ero l’ottavo re dell’Urbe, ma, a conti fatti, di che stamo a parlà? Aiutini da sopra a sotto e viceversa e io… stavo nel mezzo. Niente più.
E ora, per questo, invece de ringraziàmme, m’hanno comminato vent’anni, dico io…
Ebbeh, ma allora ditelo che nun ve va popo de fa lavorà ‘a ggente perbene…

La guerra di Ferruccio

Continua a far discutere l’ultimo libro del giornalista Ferruccio De Bortoli, dedicato al tema dei ‘poteri forti’ italiani, per il passaggio sul caso della Banca Etruria. lo stesso De Bortoli ha sostenuto durante la trasmissione Otto e mezzo su La7 sul caso Boschi che “La Banca Etruria è una storia di massoneria”. Il sottosegretario Maria Elena Boschi ha annunciato querela.

 

Riveli sepolto in un libro di tua mano,
non è uno scherzo non è il fatto quotidiano,
che se lo inventa dalle pagine dei rossi,
ma sono i mille imbrogli dei Boschi

Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i gigli argentati
non più le cazzate dei raccomandati
portati in braccio da quella demente
Così ti calunniava ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
governi triste come chi deve
de Bortoli sputa contro una delle tue allieve.

Fermati Ferruccio, fermati adesso
lascia che il giglio magico ti passi un po’ addosso
dei miei sms in battaglia ti porti la voce
“Chi fece la fonte ebbe in cambio una croce”…

Ma tu non lo udisti e il libro vendeva
con le pagine piene di bava
ed arrivasti a ottener la querela
in un bel giorno di primavera.

E mentre marciavi con la minaccia in spalle
vedesti la Boschi in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la faccia di un altro colore.

Querelalo Maria Elena, querelalo ora
e dopo una querela querelalo ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra e coprire le sue malelingue

“E se lo querelo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore”.

E mentre gli usi questa premura
Ferruccio si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’editoria
non ti ricambia la cortesia.
Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in Parlamento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere un avvocato per ogni peccato.

Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in Parlamento
che la tua Banca finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno.

“Boschetta mia querelare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Boschetta bella dritta all’inferno
avrei preferito mandartici io quest’in inverno.”

E mentre l’avvocato ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi della tua banca le lire
dentro alla bocca stringevi pressioni
troppo gelate per scioglier Ghizzoni.

Dormi sepolta dal fatto quotidiano
non è Ferruccio non è la mia mano
che ti fan cadere dal seggio dei gigli grossi
ma sono i mille imbrogli dei Boschi.

‘Perché sei tu, Romeo?’ I Romeo di Renzi babbo, Virginia Raggi e Luca Lotti

Se si sente pronunciare il nome Romeo da un po’ di tempo a questa parte la mente non va più a un nobile amore contrastato o a un balcone veronese riprodotto alla buona con quattro assi di legno dentro un teatro elisabettiano dalla forma circolare.

Romeo, da amorosa antonomasia che era, è decaduto ultimamente a cognome ridondante delle cronache politiche italiane: più partitamente di quelle che riguardano altri tipi di amorazzi (sempre in voga e mai sufficientemente avversati nel nostro soleggiato Belpaese) tra il governo della cosa pubblica e l’imprenditoria più spregiudicata.

Per chi ancora non ci fosse arrivato, i due Romei in oggetto sono rispettivamente Salvatore e Alfredo.
Il primo era stato messo a capo della segreteria della Raggi con conseguente triplicazione del suo stipendio di dirigente municipale. Coinvolto suo malgrado nello scandalo legato a Marra, è poi tornato più prepotentemente alla ribalta mediatica per via della ormai celebre serie di polizze sulla vita stipulate a favore della sindaca (per chi gradisca l’uso di questo orripilante boldrinismo, o aberrazione grammaticale che dir si voglia) cui il suo ufficio faceva capo. A tutto ciò va poi aggiunta la ben informata diceria carpita all’ex-assessore Berdini circa una segreta liason tra i due (che tuttavia in qualità di buen retiro alla classica balconata preferivano notoriamente i tetti del Campidoglio).

Tanto da suggerire una rilettura del Grande Bardo dall’improbabile titolo di Romeo e Virginetta, che finisca, come già l’originale, con Romeo che, posto di fronte al suicidio simulato della propria amata si toglie la vita, ma in cui stavolta la coprotagonista, una volta ridestatasi dallo stato di morte apparente (che doveva essere poi uno dei suoi ricorrenti malori), constatato il trapasso del proprio drudo, anziché farla anche lei finita per davvero, se ne va dritta dritta a riscuotere l’assicurazione.

C’è da aggiungere che chi scrive in realtà crede alla sincerità della Raggi quando sostiene che quelle polizze le siano state intitolate a sua insaputa (con l’arguibile secondo fine di imbrattarne ulteriormente la reputazione e trascinarla insieme al firmatario delle stesse in un’eventuale, precipitevole caduta), visto che la prima cittadina romana ci pare più sprovveduta e desolantemente incapace che disonesta.
Romeo Alfredo invece è appena stato tradotto alle patrie galere con la grave imputazione di associazione a delinquere. Si tratta di un palazzinaro casertano le cui cointeressenze tuttavia si dirigono anch’esse sin da subito verso la nostra generosa Capitale (del resto l’originario termine alto-medievale romeo non designava forse il devoto pellegrino la cui destinazione ultima fosse per l’appunto Roma?). È qui che attacca a lambire e blandire i centri del potere pubblico, segnatamente la CONSIP istituto governativo preposto alla spesa e, idealmente, al risparmio delle pubbliche imprese.

L’accusa vuole che il Romeo Alfredo sia più volte ricorso, tramite profusione delle più laute regalie, al Renzi babbo dell’ex-premier e alle sue millantate capacità di influenzarne la dirigenza circa l’assegnazione degli appalti (da destinarsi, manco a dirlo, a Romeo e alla sospetta camarilla che lo circondava).
Inquisiti nell’inchiesta, in compagnia di Tiziano Renzi, anche il comandante generale della Benemerita e l’allora sottosegretario renziano Luca Lotti, poi, sotto Gentiloni, addirittura promosso a ministro dello sport, attualmente in carica. Il che ci riporta, in tema di omonimie, a un altro, più remoto processo e a un altro Lotti, efferato sodale di Vanni e Pacciani nelle loro macabre scorrerie tra i colli fiesolani.

Ebbene, speriamo solo che anche in tutta questa storiaccia di lottizzazioni, romeizzazioni e renzizzazioni il Lotti renzian-gentiloniano si decida un giorno o l’altro a svuotare sportivamente il sacco – anche solo in onore del dicastero che presiede – così da dare nuovo impulso alle indagini, confessando – come già fece il suo omonimo predecessore – tutto quel che sa a proposito dei relativi compagni di merende, che, a quanto si può capire, al posto di far risparmiare lo Stato, utilizzavano fraudolentemente il suddetto sistema di garanzia per favorire i soliti amici degli amici.

Anche se, per rimanere in area shakespeariana, già ci sembra di sentire le voci dei vari inquisiti, all’interno delle diverse inchieste, unirsi nel solito coro, a invocare ad alta voce, come già faceva il pallido principe Amleto: «Angeli e ministri di grazia, difendeteci!»
Sebbene i nostri – siamo certi – si appelleranno più puntualmente a quelli di grazia e giustizia a loro più politicamente vicini.

La fine delle avventure di Renzocchio. Storia di un premierino

C’era una volta…
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un presidente del consiglio.
O meglio, un presidente del consiglio dimissionario, di nome Renzocchio.

Sì, perché Renzocchio aveva solo da poche ore ricevuto la più grande batosta della vita sua. Una batosta sonorissima, enorme, semi-plebiscitaria e al momento giaceva sfranto e smarrito a culo molle sul sedile imbottito della poltroncina scarlatta collocata quasi al centro del suo gabinetto personale, però in procinto di essere a breve predisposto per qualchedun altro, per il suo successore, ancora ignoto. Subito dopo la consegna di quella cazzo di campanellina, il cui debole trillo sarebbe suonato alle sue orecchie come uno stuolo di campane a morto. E dire che era trascorso così poco tempo – appena un soffio! – da quando l’aveva a sua volta strappata di mano a un recalcitrante Enrico Letta, cui era subentrato con la gioia infame di un pargolo dispettoso, felice delle ulcere e dei traumi psico-somatici che quel colpo di mano avrebbe provocato nell’antipatico compagno di partito.

Era solo, Renzocchio, in penombra, camicia bianca, senza pantaloni, le scarpe nere tirate a lucido ancora addosso, le calze tenute su dai reggicalze elastici che col loro morso gli segnavano i polpacci. Lo sguardo perso nel vuoto, una mano penzoloni giù dal bracciolo, l’altra a reggere svogliata un cocktail analcolico a base di Red Bull, che si andava sempre più annacquando, man mano che il ghiaccio si scioglieva. Mille giorni! O giù di lì. E poi… aveva voluto puntare tutto su quel dannato referendum, il cui esito ora lo risucchiava giù, allo sprofondo, come un gorgo oscuro. Les jeux sont faits. Rien ne va plus.
«Non credevo mi odiassero così tanto…» gli scappò detto, a filo di voce. Si guardò subito intorno, gli occhi spalancati dal timore che qualche orecchio estraneo avesse potuto cogliere quella esclamazione di momentanea amarezza. Ma no, non c’era nessuno. Ciaone-Carbone stava guardando le registrazioni di Uomini e Donne per trovare qualche altra espressione giovanilistica da esibire in tale drammatica circostanza e risultare simpatico, Genny Migliore pensava: “Ma chi me lo ha fatto fare ad andare via da SEL..”. Paolo Romano chiedeva consiglio a Scilipoti, Maria Elena non la si era più vista: in pieno exit-poll l’era scomparsa, come una fatina, e insieme a lei anche la paresi facciale che l’ha accompagnata durante questi mille giorni. I tanti tirapiedi eran stati tenuti fuor dell’uscio: il capo voleva star solo, ‘un gli garbava di averli tra i piedi in quel frangente, dedicato alla riflessione introspettiva. Come in un saggio di yoga per principianti: Oooom, oooom, oooom…

«Italiani, popolo viziato…» attaccò a pensare a voce alta Renzocchio, scrutando il bicchiere tubolare che impugnava, «Puoi concedergli la luna, ma prima o poi ti getteranno via come una buccia di limone strizzato, basta che appena appena abbiano l’impressione che da te non c’è più nulla da cavare…»
«Quello che hai avuto tra le mani era un potere enorme…»
La voce rimbombò all’improvviso all’interno dello studiolo, senza che se ne potesse individuare con esattezza la provenienza.

Il premier dimissionario guardò tutto in giro, ma… niente, nessuno.
«La gente credeva in te. Si fidava. Per qualche tempo ti volle anche bene. Ti offrirono le proprie vite. Ma sai come va a finire questo genere di cose: qualsiasi luna di miele volge tragicamente al termine, quando non viene consumata per bene e nei tempi giusti…»
«Chi parla? Deh, chi parla?» cominciò a sbraitare lui, levandosi dalla poltroncina di scatto, in mutande, e lasciando cascare a terra il cocktailino, che si frantumò in mille gocce variopinte e altrettanti pezzi di vetro scintillante.
Nessuna risposta.
«E che potevano pretendere più ancora?» rispose allora lui, fissando un punto imprecisato del soffitto.
«Loro chiedevano pane e tu che gli hai dato? Brioche scadute da tre anni…» continuava la vocina, impertinente.
«Gli ho dato gli 80 euri in più dall’Inps, diobòno, gli ho abbassato l’Imu, gli ho abolito Equitalia…» cercava di difendersi il premier uscente.
«La disoccupazione è all’11,6%. Quella giovanile è superiore al 36%.»
«E io gli ho levato l’art. 18, per facilitare le assunzioni da parte delle imprese. Ci avevano già provato parecchi prima di me, ma l’è il mio governo che l’ha spuntata!»
«E così facendo avete annientato le già scarse tutele per i lavoratori e agevolato licenziamenti e buone uscite…».

A forza di udirla, quella strana voce cominciava a sembrargli sempre più familiare, ma, incalzato dal botta e risposta, soprassedé per replicarle, ostentando una certa fierezza: «Durante questo governo abbiamo macinato 660 nuovi posti di lavoro al giorno, oh bellino!»
«Quelli mica contano… Si tratta perlopiù di lavoretti temporanei pagati col voucher… Come quando fai venire la colf in casa a lavorare in nero e se, sul più bello, rimane fulminata col filo dell’aspirapolvere scoperto, prepari in corsa il voucherino prima di chiamare l’autoambulanza, così sei sicuro di non andare nelle grane…»

Cominciò a cercare dappertutto: sotto i cuscini, nei cassetti della scrivania in mogano, dietro il ritratto del Presidente della Repubblica. Intanto la voce proseguiva: «Avete continuato con le solite malversazioni, le solite ‘ndrine, gli intrallazzi, gli inciuci…»
«Ma come!» sbottò lui, simulando un qualche disappunto, tanto che buttava tutto sottosopra nella vana ricerca, «Ho pure reintrodotto il falso in bilancio io! E la responsabilità civile dei magistrati…»
«Tutta fuffa! Tutto fumo negli occhi! Il grosso ti sei ben guardato dal farlo. Gli inquisiti, le bustarelle, gli sprechi. Dovevate tagliarvi lo stipendio, dovevate falciare le spese. Quei soldi sarebbero serviti per il microcredito, per il reddito di cittadinanza…»
Ora aveva capito di chi si trattasse, ne era certo: lo avrebbe stanato a ogni costo!
Si mise a guardare anche negli anfratti più riposti, mentre continuava nel frattempo a discolparsi: «Grazie al mio governo ora hanno il divorzio breve, le unioni civili… Ho pure fatto rimpatriare quei due bucaioli di Marò, tanto per dare un contentino un po’ a tutti…»

«Eh, ma come vedi, alla fine i tuoi calcoli erano sbagliati: il popolo l’ha capita. Non le ha volute più le tue polpette avvelenate. Ha morso la mano che lo nutriva di alimenti adulterati! Ha capito che tutte queste belle novità erano la foglia di fico per nascondere e proteggere i soliti, vecchi poteri…»
«Basta con codeste bischerate!» sbottò il premier, alzando di colpo la lampada, da sotto la quale gli sembrava giungere la vocina. E infatti eccolo, là sotto, scoperto, l’esserino! Quel portavoce della coscienza a sei zampette: il Gryllus Loquens, in termini linneiani.

«T’ho beccato, oh grullo!» esclamò trionfante, agitando un pugno per aria.
«No… Grillo!» rettificò quello, mentre già il pugno chiuso del presidente ancora in carica gli si andava abbattendo addosso, cercando di spiaccicarne con tutta la forza l’esoscheletro.
Ma il Grillo ebbe la prontezza di caricare il peso sulle lunghe zampe posteriori e improvvisare un salto a parabola che lo salvò dal brutto colpo, che intanto andava a martellare a vuoto il tavolino, scuotendolo orribilmente.
«A presto rivederci!» fece in tempo a profetizzare l’esserino, mentre spariva dalla stanza attraverso chissà quale pertugio, lasciando l’altro a bocca aperta e con un palmo di naso.

Epilogo

Un mattino, al risveglio da elezioni inquiete, il presidente del consiglio si trovò trasformato in un enorme insetto ortottero.
Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, gli bastava alzare un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruno, diviso da solchi arcuati. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
L’ultima copia di zampe in particolare era più lunga ancora delle altre. Queste ultime zampe erano stranamente seghettate nella parte interna. Il nuovo presidente del consiglio, del tutto spontaneamente, attaccò a sfregarle una contro l’altra: «Onestà! Onestà! Onestà!» prese così a frinire, in un crescendo che si fece ben presto assordante.

Dialogo referendario tra Socrate e Protagora

La lettura incrociata di alcuni frammenti di Platone e di Senofonte pervenuti sino a noi riguardanti un dialogo tra Socrate e Protagora sul Referendum Costituzionale, che trattano entrambi del soprastante episodio, ci informa che l’animato dibattito tra i due grandi filosofi si protrasse sino a notte fonda. Man mano si aggiungevano seguaci dall’una e dall’altra parte, sino a creare una mischia sempre più estesa. Ci vollero le guardie, munite di grandi secchie di acqua gelida, per riportarli tutti a più miti consigli. Quanto ai successivi esiti della riforma costituzionale, i testi si mostrano invece lacunosi.

 

– Oh Socrate, quale fortuna imbattermi durante una passeggiata mattutina senza pretese nel più savio tra i sapienti, la mente più lucida e sottile che l’astro di Apollo si benigni di intiepidire coi propri raggi! Quale onore, vecchio mio! Ti porgo i miei più deferenti saluti. Kaire, Socrate! Kalimera!

– Tu mi lusinghi e però eccedi, mio buon Protagora. Io altro non sono che un modestissimo cittadino di questo nostro splendente stato, che, al pari di esso, ricerca sempre il buono e il giusto come viatici per il proprio cammino.

– Ben detto, esimio, molto ben detto. So bene come tu ricerchi ostinatamente la verità e come sia solito proteggerla e difenderla strenuamente. Proprio a tal proposito già da qualche giorno intendevo domandarti se è poi vero quel che si va dicendo sopra le tue più recenti scelte.

– A cosa alludi, mio caro?

– Mi è stato riferito, oh maestro – ma son voci, confido, senza alcun fondamento – che tu ti sia pubblicamente detto contrario alla riforma della costituzione della polis a me commissionata da Pericle in persona.

– Chi ti ha riferito non mentiva. Ecco, per renderti più chiara la mia posizione, dimmi, Protagora, tu a una antica strada certa e già battuta da migliaia di tuoi predecessori, che mai se ne poterono dire delusi, preferiresti forse un nuovo sentiero, abbozzato dalla sera alla mattina da mani inesperte, senza neanche capire bene dove esso conduca, se a un porto sicuro o a un orrido inatteso?

-Oh sommo Socrate, così dicendo sembri tradire la rettitudine di pensiero che anche i più aspri avversari ti riconoscono: come puoi, infatti, tratteggiare paragoni di tal genere, quando sarebbe assai più corretto argomentare che ciò che noi andiamo tentando è sostituire semmai un vecchio tratturo ormai del tutto sconnesso e inadatto alle esigenze della moderna viabilità con un percorso affatto nuovo, dritto e agevole, sul quale la vettura che mena seco l’intera cittadinanza potrà finalmente viaggiare spedita e senza impedimento alcuno?

– A-ah vecchia lenza, è proprio qua che ti volevo! Tu quindi osi affermare di te stesso che sei in grado di dare alla città una costituzione più buona e funzionale di quella che dovremmo abbandonare. Ma tu, mio erudito amico, non puoi certo fingere di non sapere a chi viene attribuita la genesi di quella sacrosanta raccolta di regole, nevvero? C’è chi la dice donata agli ateniesi direttamente dalle mani numinose della loro patrona, la saggia Atena. Altri sostengono sia stata estesa di suo pugno dallo stesso fondatore della polis, il prode Teseo. Considerando entrambi i casi, tu Protagora, per quanto provveduto di acume, potresti a buon diritto rendere la pariglia a cotanta concorrenza, così da formulare regolamenti che possano dirsi eguali se non migliori di quelli profferiti da una divinità o da un eroe? Sei tu dunque almeno un semidio, oh Protagora? E se la risposta è sì, quale fu il nume che discese in quel di Abdera coi lombi infiammati dalla visione di tua madre, se è lecito domandartelo?

– Oh nobile Socrate, cerchiamo di lasciar stare le madri altrui, che nel presente discorso poco c’entrano… Per rispondere invece a tono al tuo appunto, la miglior difesa è proprio negare una mia natura soprannaturale. Sono uomo né più né meno di te e uomo del mio tempo per di più. È proprio questo a permettermi di saggiare e pertanto rimediare alle esigenze dei miei contemporanei, inevitabilmente mortificati da una legislazione muffa e stantia che ormai mostra la corda. Non c’è bisogno di scomodare i presunti abitanti dell’Olimpio per dare risposta a ciò che contingenze e tempi correnti richiedono. Questo lo capirebbe anche una bestia da soma…

– Stai forse sottintendendo che meno capisco di un somaro?

– Mai mi permetterei, collega.

– Mmm, ti voglio credere… Quanto a quel che dici, il bene e il giusto non appassiscono né si fanno vizzi con lo scorrere delle stagioni. Essi sono imperituri e sempre eguali a se stessi. Ciò ch’era giusto per i nostri padri si manterrà tale anche per i nostri figli.

– Il bene e il giusto sono mobili, come mobile è la vita e a noi tocca stare dietro alla loro volubilità, cercando di volta in volta di adeguare la norma all’epoca in cui la si metta in atto, a meno che non si sia più duri e cocciuti di una bestia da soma, questo è chiaro.

– Stai di nuovo insinuando che io sia più ottuso di un somaro, per caso?
– Eh come potrei offendere una mente eccelsa come la tua?
– Mmm, sì sì, va bene, ma… tornando a noi, mai mi sognerei di battagliare con te, onorevole amico, ma è il bene che mi preme massimamente e, se me lo consenti, la difesa di esso è preferibile anche alla difesa di una persona a me cara come tu sei.

– E cosa credi che mi abbia spinto ad accettare la proposta di Pericle, se non la difesa del bene, che impegna me non di meno? Il bene della polis e del suo principale ordinamento, per essere chiari.
– (a mezza voce) Ah! E io che per un attimo mi ero ingannato, credendo che tutta questa operazione costituzionale ad altro non servisse se non a coprire il cosiddetto scandalo delle Erme, con cui avete rischiato di andare a bagno tu e tutti i soci tuoi che stanno al governo della città…

– Cos’è che dici? Cosa bofonchi sotto quel barbone lercio e puzzolente? Lo scandalo delle Erme, dici? E che c’entro io? Che c’entra Pericle?

-No, niente, voci che girano…
– Ah, beh, se è per questo, voci ne girano un po’ su tutti i fronti…
– Che vorresti dire con quest’ultima piazzata?

– Beh, c’è per esempio qualche malalingua che avanza il dubbio che tu stia dalla parte di chi rifiuta i cambiamenti per risentimento piuttosto che per un’onesta presa di posizione. Costoro sostengono che tu te la sia legata al dito quando col passato regime ti chiamarono a tua volta a redigere una nuova costituzione ma, alla fine dell’impresa, il clamore pubblico suscitato da quell’iniziativa vi costrinse a lasciar perdere…

– Ah mi fanno solo ridere! Io mi oppongo alla riforma perché essa va contro l’interesse del cittadino, mentre quella che avrei fatto attuare io avrebbe salvaguardato lo spirito costituzionale. Chi è tanto idiota da cacciare tali balle? Vorrei averlo qui davanti, ora, per cantargliene quattro, ma soprattutto per… suonargliele!

– Tranquillo Socrate! Ho pensato già io a difendere il tuo onore. A tali malinformati ho risposto: “Ma cosa andate cianciando? Com’è possibile che avessero dato da riscrivere la costituzione proprio a Socrate, che tutti sanno essere un emerito analfabeta?!

– E con questo? Mi sono sempre rifiutato di imparare a leggere e scrivere e me ne faccio un vanto, va bene? E poi, sempre meglio analfabeta che uno sciagurato sicofante al soldo del potere, pronto a svendere il più sacro documento dello stato per qualche dracma, come il figlio beone che dia in prestito la madre in cambio di una damigiana piena…
– Chi sarebbe il sicofante? Chi è come il beone che dà via la madre? Ah, ma se la metti così, buttandola sul personale, non mi resta che risponderti che c’è poco da fidarsi dell’opinione di vecchio bavoso che se la fa coi ragazzini…
– E tu allora? Che per vile denaro vendi i tuoi servizi da oratore rileccato a cani e porci? Che accetti a lezione anche i figli zucconi di quegli aristocratici che fanno la fila davanti alla tua porta, purché il compenso sia adeguato?
– Beh, sempre meglio quello che inchiappettarseli appena si voltano, i figli degli aristocratici…
– Scroccone! Parolaio a cottimo! E tu vorresti dettare le leggi a questa città?
– Pederasta! Fannullone perdigiorno! La prima voce che scriverò sulla nuova Costituzione è che da Atene vengano bandite una volta per tutte le vecchie scorregge come te!
– Ora voglio che la tua bocca ben curata ripeta daccapo tutto il tuo bel discorsetto contro il pugno che ti sto per sferrare!

– Sta’ attento, vecchiaccio, che con un calcio dei miei ti mando nell’Ade prima ancora di quando ti toccherebbe!
– Chi ti appoggia è una manica di corrotti, che vuole solo allungare i propri artigli sulla polis!
– Tu e i tuoi invece siete un’accozzaglia di impiastri legati insieme solo dall’odio contro Pericle!
– Vieni qua a dirlo, bel visino, c’è un bel destro che ti aspetta!

 

Confessione di un sovrintendente alle zone sismiche

C’è un mito induista che si incarica di spiegarci la ragione per cui avvengono i terremoti: la terra poggia sulla groppa di colossali elefanti, le cui zampe a loro volta sono posate sui carapaci di una fila di immense testuggini. Le testuggini infine si reggono sul dorso squamoso di un cobra ancor più gigantesco. Quando una di queste bestie cosmiche si smuove appena, ecco che allora la terra smotta e trema, con crescente intensità a seconda di quante di esse siano occupate nel sommovimento in zone sismiche.

Qui da noi, a ben guardare, non ce la passiamo poi diversamente, sempre che si abbia voglia di calare la sopracitata favoletta indù nel contesto socio-politico nostrano, dove i pachidermi rappresentano la bulimica pesantezza della burocrazia, le tartarughe stanno per la lentezza reattiva dello Stato e il crotalo interpreta la corruzione serpeggiante, sulle cui soffocanti spire l’intera baracca si fonda.
Il giochino può anche apparire divertente, almeno sino a quando non realizzi che le cose davvero stanno così e che non è tanto la tettonica a placche a far crollare ponti, tetti e chiese, spesso sopra le teste di innocenti sottostanti. E neanche sono imputabili a un’ira superna, divina o diabolica che sia, i danni e le vittime del sisma. Più che altro la colpa è umana, parliamoci chiaro. La colpa è nostra. È mia.
E dire che lo sappiamo tutti che queste sono zone terremotate almeno da quando Dominiddio separò acqua e terre emerse e che prima o poi ci doveva ben ricapitare che il terreno ci sgroppasse sotto ai piedi come la schiena di un mulo imbizzarrito.

Eppure quando mi chiamarono quella famosa mattina dall’ufficio esponendomi testuali parole: «Ingegnere, c’è da dare il nulla osta per l’agibilità delle case giù al borgo, ora che hanno concluso i lavori di risistemazione» non è che mi fossi messo più di tanto una mano sulla coscienza, a voi posso dirlo. E se qualcuno avesse equivocato quel mio gesto frettoloso di tastarmi dalle parti del cuore, beh, in realtà era giusto per palpare la bustarella che mi ero infilato nella tasca interna della giacca, dopo che mi era stata allungata (con largo anticipo sull’assegnazione ufficiale della perizia) dall’imprenditore edile che, guarda caso, era lo stesso al quale era stata appaltata la messa in sicurezza del borgo in oggetto.
Andai, feci il sopralluogo, constatai che le varie strutture antisismiche erano state tirate su alla bell’e meglio e appiccicate insieme con lo sputo. Altroché scosse telluriche, quelle non avrebbero retto manco a una bomba d’acqua troppo intensa, ma… importava poco. Ripalpai la soffice imbottitura della bustarella che portavo vicina vicina al cuore. Senza più alcuna esitazione firmai in calce ai documenti, approvando in tal modo che il restauro era stato compiuto… a regola d’arte!

Per chi non lo sapesse, la filiera funziona così: il palazzinaro “vince” l’appalto grazie al generoso emolumento passato sottobanco al politico di turno (compreso il codazzo dei fidi scrutinatori), poi, tenendo conto di un esborso tanto salato, tenderà a portare avanti i lavori con materiali di risparmio, che incidano il meno possibile sul guadagno finale. Infine, affinché una tale porcheria passi il vaglio della pubblica sovrintendenza si vedrà costretto a prevedere un contentino anche per il funzionario preposto, che zitto e consenziente, prende e porta a casa. E così si va avanti. Del resto tutti quanti teniamo famiglia, un mutuo da pagare, il corso di tennis per il figlio maggiore, l’utilitaria nuova per la consorte, un collier di tanto in tanto per l’amichetta. Voi mi capite, no? Sarete uomini di mondo come me, spero non vi scandalizziate per così poco. Se te ne danno l’occasione, beh, è umano approfittarne, dico bene? Del resto è quella che fa l’uomo ladro, o almeno così si dice.

Quis custodiet custodes? Si domandava quell’antico filosofo: chi controlla i controllori?
La risposta è semplice: un cazzo di nessuno! Vi ricordate il cobra degli Indù di poco fa? Qua, più propriamente, si tratta invece dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda. È un diallele, un circolo vizioso da cui la vedo dura venire fuori. I funzionari e l’intero apparato di controllo vengono selezionati mica perché bravi, preparati, acuti e integerrimi: tutto il contrario, belli miei! O almeno, la conditio sine qua non è che si prestino a far parte di questo dannato carosello senza fare troppe storie. È una selezione che viene naturale, è una selezione mendeliana, per così dire.

E allora? Come mettere in sicurezza le nostre zone sismiche? E per il futuro e la salvaguardia dei nostri figli?  Zero speranze? Se ancora attendete l’avvento messianico di un qualche spirito morale che, prima o poi, sovverta il sistema di sana pianta, riportando in auge professionalità e serietà, beh, state freschi.
Per come la vedo io, l’unica è che, col costante aumento delle tangenti richieste e i consequenziali tagli sempre più pesanti sui materiali impiegati, un giorno, neppure troppo lontano, si arrivi a ricostruire le case con cartone e colla vinilica, cosicché non siano neanche più un pericolo qualora cascassero in testa a chi ci abita dentro…

Hillaryous Jokes o la campagna elettorale a stelle e strisce

«Sapete quando si dice “Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”?!»
A questa uscita l’intero staff scoppiò all’unisono in una fragorosa risata, mentre colei che ne era l’autrice, abbozzando un mezzo sogghigno da maestrina saccente, finiva di tracannare il doppio bourbon on the rocks che impugnava saldamente, senza intanto staccare mai gli occhi dalla fotografia sulla prima pagina del quotidiano nazionale che reggeva con l’altra mano.

Strizzava gli occhi miopi fino a farne due fessure pur di non dover perder tempo a cercare gli occhiali da vista, mentre ancora una volta osservava l’uomo ritratto nella foto di repertorio: abbottato e largo come un guardaroba quattro stagioni, i vestiti fatti su misura che gli cadevano comunque male addosso prendendo un aspetto sciatto e dozzinale, una carnagione che aveva il colore delle arance californiane in piena maturazione, con quel pastone di autoabbronzante e di cerone corpirughe spalmatoci sopra a palettate e – ciliegina sulla torta – quel pennacchio improponibile che aveva come massiccio riporto sopra il capoccione, proprio di chi non sia mai riuscito a digerire la propria genetica predestinazione alla calvizie.
Un pagliaccio! Ecco cos’era. E l’aspetto fisico era il meno: quanto al resto, beh, ne sparava di certe da far scordare le peggiori figuracce di Bush Junior. Era un gaffeur nato, uno che non sapeva mai stare al suo posto. Era… l’avversario perfetto!

Più che semplicemente osservarlo si può ben dire che lo ammirasse in qualche maniera. O, meglio, che lo contemplasse, con un misto di gratitudine e raccapriccio.
“L’utile idiota”. In quesi mesi le tornò spesso alla mente quella famosa definizione coniata da Lenin: calzante come non mai nel caso in oggetto. Lei e il suo entourage avevano brigato e mosso le loro pedine più insospettabili pur di favorire Trump nella candidatura repubblicana: la signora ci andava in brodo di giuggiole al solo pensiero di un testa a testa con quell’opulento troglodita. Con uno così come antagonista a lei era permesso di tutto, no? Chi mai se ne sarebbe accorto, presi com’erano dallo spettacolo indecoroso del clown a centro-pista coi pantaloni calati e un barattolo ricolmo di acquavite di patate distillata nella vasca da bagno di casa in una mano.

C’era neanche più da escogitare una campagna elettorale vera e propria: bastava figurare come l’unica alternativa possibile a quel Creso ritardato… et voilà! Benedetto sempre sia il sistema bipartitico! Un dualismo perfetto, anzi: manicheismo puro, portato alle estreme, fruttuose conseguenze: il bene contro il male, la Giusta Parte contro la Bestia 666, la composta santità contro la più sciatta inettitudine. L’importante era saper ben interpretare l’alternativa sana (che, a tradurla onestamente, poi si riduceva, come al solito, a voler dire “la meno peggio”).
Con tutto il polverone sollevato da Trump, e da lui alimentato ogni giorno che Dio mandasse in terra, i bravi cittadini americani sembravano essersi pure scordati che lei fosse donna, il che non poteva che farle gioco in una società come la loro, ancora sostanzialmente maschilista (non meno di quel vecchio cafone di Trump), che tuttavia aveva almeno il buon gusto di fingere di vergognarsene, in superficie…
Era stata lunga e dura arrivare sin là.

All’inizio, quand’era ancora al campus a studiare legge, il suo petto era rigonfio delle più alte aspirazioni e poi via via aveva cominciato a corrompersi a contatto con le ragioni di questo sporco mondo.
Del resto, com’è che si dice? La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E se questo è vero, vale anche il contrario: il salvacondotto per il Cielo si paga con compromessi e intrighi. E lei all’Empireo del potere, quello che aveva puntato fino dall’inizio del proprio cammino, ci stava arrivando: aveva già la mano appoggiata sul pomello della porta d’ingresso.
Al solo pensarci, la pervadeva la stessa identica gioia orgasmica di quando le riferirono del brutale ammazzamento del rais libico da parte degli insorti che lei, dalla stanza ovale, aveva così bene orchestrato.

Certo, sin dalla partenza aveva pur dovuto scendere a patti con i propri fini machiavellici e i loschi calcoli politici che essi avrebbero comportato: innanzitutto aveva represso gli istinti meno… popolari e di conseguenza aveva preso al laccio il tordo, cioé Bill, un bambacione sempre attaccato alle gonnelle della prima che passasse, ma col sorriso giusto e la faccia da Kennedy, le parole melliflue sempre in bocca, la capacità di piacere e imporsi alla gente. Già allora lei subodorava che si sarebbe fatto strada.
E lei al suo fianco, passo passo, a spiegargli la sera, in tinello, quello che lui avrebbe dovuto dire e fare la mattina, in faccia al popolo. Fino poi a divenire first lady, che era sempre meglio di niente.
Non era Jackie però, non era Eleanor. Non visse mai di luce riflessa, lei. Quello aveva rappresentato solo il suo fatidico trampolino di lancio… E infatti ecco che ne approfittava finalmente, ora che i tempi si erano fatti ormai maturi, come le mele cotogne che la nonna bolliva in pentola per confezionarci l’american pie che avrebbe poi messo a raffreddare sul davanzale un pomeriggio intero: lei, come la classica crostata nazionale, aveva saputo attendere, sul proprio davanzale, che i tempi fossero quelli giusti.
Ma perché tutto si inquadrasse provvidenzialmente mancava il giusto concorrente, quello così gonzo, così brutto e così villano da far sorvolare sulla balzana elezione di una donna come capo di stato, a seguire quella ancor più balzana di un afroamericano, il doppio mandato già assolto da un liberal, a cui stavano per seguire almeno altri quattro anni governati sempre da una democratica (in barba all’inderogabile logica dell’alternanza), la sua salute cagionevole, i vari raggiri, i favori alle multinazionali, l’appoggio di inutili azioni di guerra operati da lei in qualità di segretario di stato.

Ed ecco che, in largo anticipo su Santa Klaus, era arrivato Donald Trump. Meglio della manna che era piovuta in testa agli israeliti nel bel mezzo del deserto…
Con lui come controparte i giochi erano fatti: tutto le sarebbe stato permesso.
Neanche c’era da chiedersi chi la maggioranza degli americani avrebbero preferito al momento del voto.
Era un po’ come mettere a confronto la crostata di mele con… il pasticcio di porco, si divertiva a pensare Hillary tra sé e sé, mentre l’occhio, dalla foto stampata sul giornale, le scivolò sulle lunghe gambe accavallate, fasciate dalle attillate autoreggenti, della stagista che le stava di fronte ad annotare gli impegni della presidentessa in pectore per il pomeriggio.
La signora si aggiustò i capelli cotonati, fece tintinnare il ghiaccio mezzo sciolto rimasto nel tumbler e quindi, occhi negli occhi, le dettò, ostentando il bicchiere: «Voglio un altro di questi tra mezzora in camera mia. E… portamelo tu!»

Poi si alzò dalla sedia e sparì dalla stanza trotterellando sulle sue gambe corte, ancor più ostacolate nell’articolazione del movimento dal tailleur troppo stretto. Nulla era meglio del potere – sospirò pienamente soddisfatta – neanche il sesso.

Humpie Trumpie o la campagna elettorale a stelle e strisce

Quartier Generale del Comitato Repubblicano.
Trump Palace, New York City
10 ottobre 2016, ore 9.23 antimeridiane

 

Trumpie: «Ok ok, ragazzi, allora? Com’è andata la trasmissione?»
«Ammerda, Mister D.»
«A…? Che vuoi dire?»
«Che quella vecchia cagna arruffata ci ha stesi un’altra volta. Intendiamoci, non è stata una completa débâcle. Lo zoccolo duro del nostro elettorato come sempre ci è rimasto fedele, ma per il resto… Signore, faceva prima a rinchiudersi nella stanza d’albergo tutta notte con una delle sue donnine a ore. Almeno da quelle parti… qualcosa si sarebbe mosso, eh eh eh».
«Cazzo, io non ti pago fior fior di verdoni per farmi propinare in faccia questo tuo umorismo da liceale foruncoloso…»
«Ehm, chiedo venia, Mister D… Quello che le volevo dire è che… sì, insomma, non abbiamo recuperato neanche uno zero virgola, mi capisce?»
«Mmm, ti capisco fin troppo bene, diamine… Ma quella maledetta storia di quel grasso satiro del marito che molesta qualsiasi donnesca forma di vita che ancora respiri non doveva avere un suo appeal sul pubblico?»
«Nah, Mister D, già lo avevo previsto: è roba antica, roba debole. Non è neanche mai finito a processo per quella roba lì… Avrà smanacciato qualche culo, ci avrà provato pesantemente con qualcuna dello staff, ebbene? Non è neanche mai stato provato. Parole al vento, signore. Certo nulla a che fare con lo sbobinamento di quei suoi vecchi discorsi sessisti circa la facilità con cui tira su le sue compagne di letto grazie ai soldi e al prestigio, Mister D. Quella sì che è difficile da far mandare giù ai milioni di femministe con diritto di voto…»
«Bah, quelle stupide e starnazzanti oche pelose… E che avrò mai detto di strano, del resto? Che l’acqua è bagnata? Gesù, lo sanno tutti che gira così a questo lurido mondo. E di che si meravigliano allora? In che razza di congrega di sciocche educande si è trasformata questa nazione? Ah, la vedranno questi mentecatti, appena arrivo io nella stanza dei bottoni: qua cambia tutto! Ehm, perché ce la farò a entrare nella stanza dei bottoni, giusto?… Ora vuoi spiegarmi come mai fai quella faccia?»
«Ehm, signore, con tutta franchezza, beh, se va avanti così… sì, insomma… la vedo dura…»
«Ah, fanculo… con la barca di soldi che ci ho speso, maledizione! Ma… di assi nella manica che ci è rimasto?»
«Pochino…»
«Il lesbismo segreto di Missis Perfettini e il fatto che lei e il porco abbiano messo su una famiglia di facciata per poi continuare ognuno con le proprie passioncine nascoste?»
«Primo, è come scoprire l’acqua calda. Secondo, qui non è come quando hanno minacciato Giuliani quattro anni fa di ritirarsi dalla gara elettorale altrimenti lo avrebbero sputtanato con un intero dossier sulla sua omosessualità clandestina, che avrebbe finito per incrinare pesantemente la sua nomea di repubblicano macho e tradizionalista: rivelare apertamente la natura saffica della sua concorrente non farebbe altro che servirle su un piatto d’aergento l’intera comunità lesbo-frocia d’America, con tutte le lobby annesse. Sarebbe a dir poco controproducente…»
«E quel dannato vaso di Pandora delle sue mail segrete che rivelavano con quali mezzucci abbia affossato il suo rivale liberal?»
«Non ha fatto abbastanza presa. La gente se n’è fregata, l’ha vista come una bega tra coinquilini, niente di più. Non le hanno dato la statura morale che ci auguravamo…»
«Ma… i comunisti? Già hanno più alcun aiuto da fornirci?»
«Ehm, i russi non sono più comunisti, almeno non ufficialmente…»
«Uhm, peccato davvero, ci ho sempre lavorato bene coi rossi, specialmente con quei cazzo di cubani dalle lunghe barbe sudice…»
«Ehm, sì… e comunque i russi hanno un sistema di intelligence abbastanza goffo… Rischiano di farci fare delle grosse figuracce piuttosto che tornarci utili…»
«Insomma, siamo col culo a terra…»
«La descrizione, per quanto icastica, credo sia… attinente.»
«Cazzoazzoazzoazzo! Ma non c’è davvero nulla che possiamo fare… Doppio mandato a un negro, subito dopo una donna… Alle prossime che ci aspetta? Un cazzo di presidente licantropo con tre teste?»
«Beh, quello il nostro elettorato lo capirebbe…»
«Smettila di fare lo spiritoso, ché qua il tempo stringe. Su, non possiamo lasciare il paese in mano a quella vacca senza scrupoli… Dai, che ci rimane per le mani? Qua dobbiamo giocare sporco o non se ne esce…»
«Mmm, non so fino a che punto ci convenga… Credo che si sia ormai raschiato il barile…»
«Non ancora, bello! Per esempio, se spifferassimo quella vicenda della ragazzina che la voleva ricattare e che lei ha fatto… sparire grazie alla Cia, quand’era segretario di stato?»
«Vede, signore, non è il caso di mettere le mani in questo genere di letamaio… Si chiama “patto di non belligeranza”: i due candidati si possono colpire anche duramente, ma senza mai andare a pescare i segreti più torbidi. Non si fa. È così fin dagli onorati tempi di George Washington…»
«A-ah! E perché? Se noi invece lo facessimo?»
«Beh, in quel caso la signora le potrebbe replicare pubblicamente di quella volta della stanza d’albergo con quelle tre massaggiatrici cinesi che dopo quella luuuunga notte trascorsa insieme a lei, capo, beh, nessuno ha mai più visto in giro…»
«Ah, quella vecchia stupida storia… Bah… Idea! E se invece tirassimo fuori quell’episodio con quel lobbista che, dopo aver finanziato la campagna elettorale del marito, non si vide ripagato a sufficienza e incominciò a tirar su un polverone coi media locali, ricordi? Tempo un mese ed era stato liquidato da un misterioso incidente automobilistico. Ecco! Secondo le carte che ho qui in realtà ci sono le prove che quella morte non fosse stata affatto accidentale. Ci fu la chiara intercessione della madama in questione che per salvare le chiappe al marito pensò bene di far scendere in campo i…»
«Ah, Mister D, lasci perdere, questa strada non ci porterebbe a nulla di buono. Come lei sa, anche loro si sono documentati approfonditamente. Per dirne una, sanno di quella volta che lei sbaragliò la concorrenza per quell’appalto in North Dakota grazie alla provvidenziale avaria del velivolo con cui si spostava il suo diretto concorrente, il signor… beh, insomma, lei sa chi… O… o il particolare piuttosto imbarazzante circa quel Caravaggio rubato che la vostra famiglia detiene da decenni, nascosto nel caveau della sua villa ad Aspen. Per non parlare poi di quel… quell’ufo che lei fece vivisezionare e poi seppellire sotto sei metri di terra nella sua tenuta nell’Oregon… O ancora…»
«Caaaapisco, ragazzo, sì sì, caaaaapisco. Non c’è bisogno di proseguire… Mmm, mmm, mmm… Ok ok, che ne dici se proseguissimo con la monotona sfilza di donne molestate da Bill?»
«Dico che forse è meglio, Mister D…