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Opere del ‘900

‘L’ombra e la grazia’ di Simone Weil: investigazioni spirituali intorno ad una filosofa che appartiene solo a se stessa

grazia

Figura straordinaria e contraddittoria, Simone Weil attraversa come una rapida meteora il firmamento culturale della prima metà del '900. Irrequieta e indipendente, rifiuta schemi ed etichette confezionati da altri e fa della sua breve vita una ricerca tenace, affannosa, disperante ed impronta il suo stile di vita alla partecipazione, all'impegno, alla sperimentazione, alla testimonianza. La troviamo così nelle vesti di insegnante di filosofia, di operaia, in quella di combattente, sia pure per pochi giorni, nella guerra civile spagnola ("per non essere assente"), di animatrice di primo piano nel dibattito politico, spirituale e filosofico del tempo. Quantunque di famiglia ebrea, non si riconosce in quella religione e non accetta di soffrire, perché la ritiene una condizione non scelta da lei. Appartiene all'area politica della sinistra, ma non ne sposa completamente l'ideologia. Né con la Chiesa, né con Marx. Ci viene in mente la figura di Ignazio Silone, cristiano senza chiesa, socialista senza partito.

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La Napoli ispanica di Francisco Elias de Tejada e il significato attuale dell’Europa

Napoli

Settembre 1734, giorno 19. Una soleggiata giornata bacia l’acqua che bagna il golfo di Napoli; nell’aria il vento tipico dell’atmosfera settembrina soffia sui capelli ricci e mori – quasi a testimoniare una presa di coscienza di dove si è – delle donne occupate nelle consuete mansioni familiari, mentre restituisce energie e vitalità ai pescatori assiepati lungo le rive del golfo. I primi raggi colpiscono imperiosi la collina svettante di Pausilypon (Posillipo), il cui nome, in un paesaggio commisto da visioni suggestive e bellezze naturali, ci testimonia l’effettiva tregua dal pericolo che al solo sguardo di un simile panorama, si prova. Nel frattempo, nel centro della città fervono grandi preparativi. Non è un giorno come gli altri e ciò si riflette nei gesti del volgo, nei volti ansimanti delle vecchie, persino nelle parrucche della nobiltà. Non c’è nulla di più interclassista di una giornata come questa; nulla che unisca e racchiuda in un medesimo spirito, anelito i sentimenti e le emozioni di una intera popolazione.

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‘Il vascello di Ishtar’ di Abraham Merritt: l’uomo che trova gioia in una dimensione fantasy

Il vascello di Ishtar

Nelle ultime pagine di Mito e realtà, il celebre antropologo rumeno Mircea Eliade constatava la sopravvivenza di strutture mitiche nell’immaginario e nel contegno imposti alla collettività dai moderni mass-media (cinema, fumetti, romanzi di avventura): personaggi che presentavano la versione moderna di eroi mitologici o folkloristici incarnavano a tal punto l’ideale di una gran parte della società che gli eventuali “ritocchi” apportati alle loro figure provocavano vere crisi nei lettori e negli spettatori. A proposito di fantastico, segnaliamo la recente riedizione de Il vascello di Ishtar, una delle fiabe più vivaci e fantasiose di Abraham Merritt, apparsa per la prima volta nel 1924 sulle pagine della rivista americana Argosy, come narrazione seriale in sei episodi; questi ultimi furono poi raccolti in un unico volume pubblicato nel 1926, in una forma abbreviata, cancellando alcuni capitoli e riordinando il testo. Ad essere riproposta oggi dall’editore Il Palindromo è la prima versione del romanzo, pubblicata a puntate, con una nuova traduzione di Giuseppe Aguanno. Inoltre, viene rilanciata l’introduzione di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco all’edizione del 1978, con l’aggiunta di un glossario mitologico. In appendice, troviamo le splendide illustrazioni realizzate da Virgil Finlay, apparse sui pulp magazine dell’epoca, un saggio di Andrea Scarabelli, un’approfondita biografia dell’autore a cura di Maria Ceraso e un’aggiornata bibliografia italiana.

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‘San Tommaso d’Aquino’ di Chesterton: chiarimenti di alcuni equivoci sul tomismo che hanno compromesso la reputazione del cristianesimo in Europa

san tommaso d'aquino

Chesterton scrisse quest’opera nel 1933, quando la crisi del ’29 ancora dava i suoi tremendi colpi al mondo anglosassone ed americano e nell’anno in cui Hitler vinceva le elezioni in Germania. Qualche anno prima si era cimentato nella agiografia di San Francesco, che era stata l’opera prima dopo la sua conversione al cattolicesimo. L’opera su San Tommaso è breve ma densissima, complicata ma a tratti di vera genialità, tant’è che riscosse la stupefatta ammirazione di tomisti di lungo corso e di chiara autorevolezza, come Jacques Maritain e Anton C. Pegis. Perché quest’opera è così importante? Come si riallaccia al discorso sulla riscossa europea grazie alla rinascita della Fede cristiana? In che modo quest’opera ha a che fare con la convinzione che la Fede cristiana possa tornare ad essere cardine e fondamento della civiltà europea, e non soltanto un orpello vuoto al servizio dei politicanti, come lo è stato quasi sempre nell’ultimo secolo? Perché Chesterton parlando di Tommaso parla del tomismo, e chiarendo alcuni equivoci sul tomismo chiarisce alcuni equivoci che hanno compromesso moltissimo la reputazione del cristianesimo in Europa, che si sono annidati come pregiudizi e si sono insidiati nella mentalità condivisa. Quello di Chesterton è più di una biografia di Tommaso: è un libro fondamentale (definitivo, dice Luigi Negri nella prefazione) sul cattolicesimo, su cosa sia e cosa debba rappresentare, lontano dalle mistificazioni e dagli equivoci che l’hanno screditato negli ultimi secoli. In realtà l’opera di Chesterton parte dalla vita di Tommaso, così densa di pensieri ma relativamente povera di fatti, per approdare ad una disamina, breve e folgorante, della dottrina tomista. Il racconto della sua vita sfocia nell’incontro con la sua opera, perché l’uomo fu tutto devoto all’opera, alla sua missione per conto di Dio: rendere giustizia al tomismo è il modo migliore di omaggiare la vita di San Tommaso.

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‘Il dottor Semmelweis’ di Céline, perfetta metafora della classe dirigente italiana

Il dottor Semmelweis

L’importante è esagerare, dicono. L’importante è partecipare, davvero? La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi, sosteneva Socrate. E chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi, asseriva Nietzsche. Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene, affermava Diderot. Un incipit di tutto rispetto, non c’è che dire. Ma il proliferar di tale verbo filosofico e millenario dove ci porta? Negli occhi di Ignazio Filippo Semmelweis, protagonista de Il dottor Semmelweis di Louis-Ferninand Céline.

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Carolina Invernizio, scrittrice di storie macabre e di misteri, o il brutto che piace e che vende?

Carolina Invernizio

In un’intervista, Carolina Invernizio dichiarò di scrivere un romanzo di 200-250 pagine entro una settimana, di non controllare mai i suoi scritti e di prendere ispirazione per le sue opere dagli articoli di giornale. Gramsci la definì “l’onesta gallina della letteratura popolare”, per Emilio Zanzi è stata “la dama che ha anticipato di mezzo secolo la letteratura gialla e supergialla”, i critici la chiamavano “Carolina di Servizio” oppure, inventando un appellativo ormai divenuto proverbiale, “la casalinga di Voghera” (la scrittrice, nell’introduzione ai Romanzi del peccato, risponde loro: “Dei critici ho una allegra vendetta. Ché le mie appassionate lettrici e amiche sono appunto le loro mogli, le loro sorelle”).

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‘Diario di un dolore’ di C. S. Lewis: la sofferenza per la perdita della persona amata e l’incomunicabilità verso ciò che è in noi

Lewis

Le prime pagine di Diario di un dolore, sembrano quasi rievocare, accentuandone l’intensità lirica, gli ultimi versi di una poesia della Rossetti: Stripp’d bare of hope and everything, no more to laugh, no more to sing. I sit alone with sorrow. Ecco, I sit alone with sorrow, è l’immagine evocativa dello scritto. C. S. Lewis (autore del celebre fantasy Le cronache di Narnia, Sorpreso dalla gioia, Le due vie del pellegrino, A viso scoperto, I quattro amori, e primo propositore dell'argomento del desiderio come prova dell'esistenza di Dio) dopo la morte della moglie Joy, buttò giù una serie di note sparse, riflessioni e appunti, riordinate un anno dopo, e pubblicate sotto lo pseudonimo di N. W. Clerk, nel 1961.

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‘Sulla felicità’ di Teilhard de Chardin: l’uomo deve incentrarsi su di se, decentrarsi sull’altro e supercentrarsi su qualcuno più grande di lui

de Chardin

Il breve saggio intitolato Sulla felicità del teologo, geologo e paleontologo gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin è un testo "ardente" che risale al 1942 e tradotto in italiano per la prima volta nel 1970 in un volume che è difficile trovare in commercio: “Il Gesuita proibito – Vita ed opere di P. Teilhard de Chardin", Giancarlo Vigorelli (a cura di), Il Saggiatore. Secondo de Chardin, la felicità è inserire la propria vita nell'avventura del mondo, nella coniugazione di tre atteggiamenti fondamentali: creatività, amore, adorazione.

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