Riflessioni sull’utilità dell’invenzione storica: contemplare il passato per riflettere sul futuro tra ucronia e utopia

Cosa sarebbe successo se i Patti Lateranensi non fossero stati sottoscritti? E se la morte prematura di Benito Mussolini avesse portato alla guida del governo un Dino Grandi? E se invece fosse toccato a Galeazzo Ciano, ambizioso genero del Duce? E se quest’ultimo avesse dato avvio a una politica filo-americana, magari sposando una Rockefeller, pilotando il Paese verso un’economica liberal-capitalista? E se Filippo Tommaso Marinetti avesse scritto un fantasioso romanzo storico, consegnato direttamente al Duce, influenzando la sua politica?
Nell’epoca in cui la nostra attenzione è incatenata all’attimo presente, osserviamo incoscienti le inebrianti fluttuazioni cui sono soggette le storie e gli eventi, a volte in modo del tutto fittizio ed irreale, nel tentativo – quasi sempre riuscito – di confondere lo spettatore ed impedirgli di maturare una propria, salda convinzione. E se iniziassimo ad inventare le narrazioni che più desideriamo, a scapito dei fatti genuini, stanchi del circo mediatico – facendoci beffe di giornali, TV e del sistema scolastico? Contemplare il passato porta inevitabilmente a riflettere sul futuro – un tempo che contiene le nostre speranze e le paure di ciò che potrebbe accadere; infatti, mentre non abbiamo alcun controllo sugli eventi trascorsi, il futuro sembra terreno fertile per congetture di ogni tipo. Le speculazioni sull’avvenire ci consentono di correggere le storture e di esaminare i disastri che non riusciamo a superare nel presente: la finzione funge da rifugio finale e ideale. Il filosofo Charles Renouvier scelse la parola ucronia come titolo del suo romanzo del 1876, dalla radice greca, avente come significato senza tempo; stava seguendo il modello stabilito qualche secolo prima da sir Thomas More, la cui Utopia, termine di uguale derivazione, significa non-luogo. Se l’utopia, dunque, è un luogo che non esiste in questo mondo, l’ucronia è un tempo – inteso come concatenazione di eventi – mai accaduto; se l’utopia è posta nell’oltre-mondo, l’ucronia sviluppa una trama alternativa, considerando cosa sarebbe successo al mutare di determinati eventi-chiave. Tale speculazione, tuttavia, non deve ridursi a pura frivolezza, poiché il contrasto con ciò che realmente è accaduto può approfondire la nostra comprensione del momento attuale. Non si tratta di esercizi per intellettuali perditempo, è da rilevarne il notevole contenuto filosofico e pedagogico: nell’utopia, da Platone al Rinascimento, si disegna una città ideale come modello per la condotta virtuosa del cittadino nella sua vita concreta; nell’ucronia, si ricorda che la storia è il teatro del sempre possibile, a scapito di ogni “storicismo” paralizzante.

La storia alternativa è un campo estremamente vasto. Alcuni tra giornalisti, studiosi e romanzieri, hanno provato a raccontare, in un volume intitolato Fantafascismi, curato da Gianfranco de Turris, appena pubblicato per Bietti, le differenti svolte che la storia d’Italia, fra il 1921 e il 1945, avrebbe potuto intraprendere se alcuni episodi (non) si fossero verificati ovvero se gli accadimenti avessero seguito un indirizzo diverso. Giacinto Reale, ad esempio, prova a rimescolare le carte in quel fatidico 28 ottobre 1922: mentre le colonne fasciste muovono alla volta della Capitale, per dare inizio alla storica “marcia”, Benito Mussolini attende a distanza, negli uffici del Popolo d’Italia a Milano, assieme al fratello Arnaldo, pronto a partire non appena la situazione volgerà in favore del movimento.
Ad un certo punto, si vede costretto a scendere in strada per sedare un dissidio tra i suoi uomini e le guardie reali; ed è qui che la cronaca imbocca un’altra via: egli rimane coinvolto in una sparatoria, ferito gravemente; si decide, in segreto, dopo aver riportato il corpo all’interno dell’edificio, di trasportarlo in Svizzera, per operare la rimozione del proiettile; ma proprio mentre costeggia il lago di Como, nei pressi di Dongo, l’ambulanza si ribalta e Mussolini viene scaraventato fuori, morendo sul colpo. Allora, diffusasi la notizia, il re decide di firmare lo stato d’assedio e incaricare l’anziano Giovanni Giolitti per la formazione di un nuovo governo cui faranno parte anche esponenti fascisti, mentre – per ironia della sorte – la celebrazione del funerale di colui che sarebbe dovuto diventare il Duce del Fascismo avrà luogo in Milano a Piazzale Loreto.

Suggestivo e visionario il racconto di Dalmazio Frau, con protagonista Armando Brasini, immaginato come architetto ufficiale del regime in luogo di Marcello Piacentini; la nuova Roma da lui disegnata, invece del freddo e monumentale stile del Piacentini, appare così fascinosa da far esclamare ad un giornalista venuto dall’America:

Intuisco in un solo istante che ogni edificio, ogni piazza, ogni chiesa, ogni monumento, obelisco voluto da Armando Brasini altro non è se non uno dei magici punti sulla terra che servono a convogliare le influenze sottili che permeano il cosmo. Un’immensa, grandiosa magia che fa di Roma il Centro dell’Universo.

E ancora: quale svolta avrebbe avuto la politica italiana se il 9 giugno 1936, al posto di Galeazzo Ciano, ambizioso genero del Duce, fosse divenuto ministro degli affari esteri il conte Giovanni Capasso Torre di Caprara?

Realizzato da Vito Tripi come favolosa raccolta di appunti tratti dal diario dello stesso ministro, di note provenienti dal Ministero della Cultura Popolare e di articoli pubblicati su giornali italiani ed esteri, il racconto delinea l’azione della nuova politica italiana la quale, dopo aver sostenuto lo sforzo dei franchisti nella guerra civile spagnola, riesce a portare un governo amico in Francia, poiché il presidente della Repubblica Albert Lebrun, nel timore che si potesse verificare una crisi come quella spagnola, scioglie le camere senza indire nuove elezioni, nominando un Comitato di Salute Pubblica con a capo l’eroe di Verdun, il maresciallo Philippe Petain. Assieme a queste due nazioni, e con il Portogallo, il Principato di Monaco, la Repubblica di San Marino, la Romania e la Bulgaria, la Grecia e l’Ungheria, il Duce si porrà a capo di una “Lega Latina” (poi “Lega Europea”) – alleanza sia difensiva che offensiva – la quale, con l’appoggio del Regno Unito di Gran Bretagna, affronterà la Germania nazionalsocialista, l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, uscendo vincitrice dalla seconda guerra mondiale, con il regime fascista in trionfo per i decenni a venire.

Scrivere storie alternative è come camminare sopra un filo sottile, mentre si è bendati, attraversando un uragano. Si tende a credere, a questo punto, che gran parte della storia sia contingente, che gli eventi e le narrazioni siano inclini a divergere, ma che – in ogni caso – un destino non manifesto farà da raccordo alla molteplicità delle ipotesi; perché ciò che rende buona la fantasia storica è quel senso di autenticità, la percezione che gli avvenimenti, dopotutto, siano radicati nella realtà e dunque, se le cose fossero andate diversamente in un punto critico, ciò che ne sarebbe conseguito avrebbe assunto il carattere di inevitabilità. Certo, la storia ha i suoi aspetti deterministici; ma le possibilità insite in molti frangenti screditano l’enfasi sul meccanicismo e sottolineano l’elemento del caso e la rivendicazione della libertà individuale, compromessa dai sistemi sia idealistici che positivistici.

 

Gabriele Sabetta- L’intellettuale dissidente

I sessisti moderati.l’affaire Weinstein e ‘Vice’

L’affaire Weinstein è stata delirante se pensiamo come ha riportato sulle prime pagine personalità dello show-bizslittate col tempo nel dimenticatoio della storia. Quei maledetti “15 minuti di celebrità” li vogliono tutti e allora perché non cavalcare lo scandalo delle molestie sessuali per risorgere dall’oltretomba. Nel girone dell’inferno statunitense, dove regna la doppia morale puritana, gli uomini sembrano incapaci di controllare una libidine gonfiata da una società delle immagini frustrante e auto-contemplativa che ti fa vedere ovunque culi, cosce e tette, con il divieto sacrosanto di toccare. Il linciaggio mediatico non perdona. I lib-lib, monopolisti della democrazia, sono lì che ti aspettano per farti la festa, anche se nel gioco delle parti, a volte, le parti si invertono.

La redazione statunitense di Vice, sì sì stiamo parlando di quella rivista patinata per i millennials seduta dalla parte della Ragione, colosso valutato quasi 6 miliardi di dollari, che in tutti questi anni ha demonizzato chiunque diffondesse un’opinione diversa dalla loro moralizzando la società occidentale con i suoi nuovi valori progressivi, è stata accusata in un’inchiesta del New York Times di palpeggiamenti, richieste di sesso, commenti osceni, baci non richiesti e persino di aggressioni. Si registrerebbero ben quattro episodi di abusi, risolti con accordi finanziari, a cui si aggiungono altre 20 denunce, tra cui quello di Martina Veltroni, figlia dell’ex ministro e segretario del Pd, riguardo una relazione avuta con Jason Mojica, ex direttore nonché responsabile del settore documentari. Insomma, se il produttore cinematografico Weinstein aveva messo in imbarazzo i democratici statunitensi (e loro affini di tutto il mondo) con le sue donazioni stratosferiche, ora il caso Vice sta aprendo una voragine nell’universo liberal, cool e cosmopolitan che faceva della lotta alla cultura sessista e maschilista del Vecchio Mondo un destino manifesto.

Il grande cortocircuito ideologico colpisce il nuovo maschio occidentale che aveva rinunciato – a parole – alla sua virilità pensando che il fattore biologico (dunque fallico) fosse una sovrastruttura creata dall’uomo per sottomettere la donna, quanto la femmina, vittima della sua stessa professione di fede libertaria. Gli elementi per farne uno scandalo planetario non mancavano eppure tutto questo accade durante le feste natalizie, quando giornali e televisioni sono in ferie, per cui quando i nuovi reazionari vi aggrediranno con la loro morale pol-corr ricordategli che il passato è molto più galantuomo del loro futuro imbottito di ipocrisia.

 

Sebastiano Caputo-L’intellettuale dissidente

Gli schiavi delle feste del Natale

Essere sfruttati lavorando durante le Festività, nella volgarità dei centri commerciali, sintetizza al meglio tutte le contraddizioni di un modello di sviluppo condannato all’esplosione. Siamo nel pieno delle festività del Natale e negli ultimi giorni è riemersa la proposta di legge – presentata dal Movimento Cinque Stelle con in testa Michele Dell’Orco primo firmatario- che prevede la chiusura degli esercizi commerciali almeno sei dei dodici giorni festivi previsti durante l’anno. Il ddl, approvato nel 2014 alla Camera, risulta ormai fermo da tre anni al Senato. Tuttavia essendo agli sgoccioli dello scioglimento delle Camere, la legge potrebbe essere approvata in brevissimo tempo. Manca però la volontà politica di Pd e Forza Italia.

Il lavoratore italiano, dal 1997 – anno dell’entrata in vigore della legge Treu, la quale ha di fatto legalizzato il lavoro interinale – ha visto ridotti progressivamente tutele e diritti conquistati in anni ed anni di lotte politiche e sindacali, in nome di una presunta flessibilità voluta dai mercati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: aumento della disoccupazione giovanile e della precarietà, chiusura di aziende ed attività economiche, suicidi e disperazione generale. Nonostante ciò, gli sciacalli del politicamente corretto parlano di ripresa e di aumento dei posti di lavoro. Secondo costoro lasciare aperti i negozi anche nei giorni festivi e alla domenica significherebbe incentivare il commercio e l’occupazione.

Tutto vero se non fosse per il fatto che all’interno dei negozi esista quel contenuto umano che si vorrebbe sostituire con macchine – prive di qualunque diritto e tutela giuridica – sempre operative ventiquattro ore su ventiquattro. Inoltre, con l’avanzare della New Economy (vedi Amazon, Google, Yahoo) le piccole e medie imprese – da sempre motore dell’economia italiana – rischiano nell’imminente di venire sconquassate a causa della loro impossibilità di reggere la concorrenza al ribasso. Quest’ultima leggasi come totale cancellazione dei diritti dei lavoratori italiani i quali, per rendersi competitivi con i lavoratori di altre nazioni in cui i diritti ed i salari sono decisamente più risicati che nel Bel Paese, saranno costretti a rinunciarvi pur di poter mantenere il proprio posto di lavoro.

Il lavoratore, senza più tutele e diritti, è a tutti gli effetti un individuo atomizzato privo della gioia di poter godere degli affetti della famiglia. Quest’ultima risulta nemica della stessa società materialista e consumista che da tempo le ha dichiarato una guerra senza tregua. Dunque, aldilà della bontà di una proposta di legge – idealmente condivisibile – bisognerebbe tuttavia convergere verso una nuova sintesi di carattere politico che avesse come fondamento la rinascita della potenza del lavoro produttivo. Ripensare il Lavoro dal punto di vista umano e sociale – e non più in termini mercantilistici e schiavistici – significherà lanciare la sfida verso un futuro in cui le nuove tecnologie potranno alleviare le fatiche quotidiane dell’Uomo o renderlo, paradossalmente, ancora più sfruttato e alienato: ancora una volta, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e alla proprietà dei mezzi di produzione appare il nodo cruciale della questione.

 

Di www.lintellettualedissidente.it/cartucce/gli-schiavi-delle-feste/ Francesco Marrara

Il vero Oscar Wilde: apologeta del dolore. Un’analisi del ‘De Profundis’

Siete sicuri di sapere davvero chi fosse Oscar Wilde? Dico a quelli che sventolano i suoi libri, agli uomini di marketing che abusano dei suoi aforismi, ostentano le sue frasi e civettano con il suo personaggio, adulandolo ed emulandolo. A ben vedere, la versione di Wilde che viene proposta e che va per la maggiore oggi delinea davvero il profilo di un profeta del nostro tempo: prima del Novecento stabilì l’evasione dell’arte dalla morale e consumò il divorzio tra Bello e Buono; frequentò i salotti prima che questi fossero proiettati in Tv, precorrendo la figura dell’intellettuale-divo, conversatore mordace e col gusto dello scandalo e del paradosso; infine, con il suo stile di scrittura, fatto di aforismi fulminanti e caustici, precorse l’epoca di Twitter e di Facebook. Ma se davvero la vita di Wilde fu un’opera d’arte, come recitava una frase in odore di estetismo, ripresa da Nietzsche nella Nascita della Tragedia e che stregò D’Annunzio, allora questa storia va raccontata fino alla fine, fino all’ultima riga dell’ultimo capitolo.

È scorretto dare una versione ammezzata o parziale, non è giusto stroncare il finale dell’opera adombrando significati fuorvianti; e infatti c’è un ultimo, grandioso capitolo della spettacolare vita di Oscar Wilde che viene sovente omesso o liquidato frettolosamente, ma che invece dice molto di quest’autore, dà compimento a tutta la sua esistenza precedente e ce la fa leggere in modo diverso.
Questa parte è la lunga clausura in prigione, a Reading, a cui Wilde fu costretto a seguito delle denunce sporte a suo danno dal padre di un suo amato, ovvero Lord Alfred Douglas, che l’aveva pubblicamente additato come corruttore del giovane figlio. L’eredità più grande di quel periodo, l’opera con cui Wilde fa i conti con i suoi anni in carcere, è una lunga lettera scritta quando era ancora in prigione, indirizzata proprio ad Alfred e pubblicata in seguito col titolo di De Profundis.

Questo libro è davvero il passaggio finale della vita di Wilde, la sua ultima opera, in un certo senso il suo testamento spirituale, affidato al giovane Alfred. Ma il De Profundis fa anche chiarezza su questo rapporto, che in molti hanno voluto idealizzare o mistificare. Non è vero, infatti, che quella tra i due fosse una storia d’amore idilliaca, spezzata dal clima sessuofobo ed intollerante dell’Inghilterra vittoriana: è vero, al contrario, che Wilde fosse totalmente soffocato dal giovane Alfred, ragazzo dissoluto, superficiale ed opportunista, di cui però il grande scrittore irlandese era divenuto letteralmente succube.

Nella lettera Wilde descrive, con una tensione emotiva veramente drammatica, la volgarità di Alfred, il modo in cui il ragazzo si serviva di lui solo per ottenere soldi, vino e feste; il suo penoso narcisismo e la sua rabbiosa rivendicazione di ogni capriccio; il modo in cui Alfred sfruttasse la sua protezione per farsi scudo del padre, nei confronti del quale provava un odio profondo. Perfino la colpa della sua condanna alla prigione, per Wilde non è da attribuire alla società, al padre del ragazzo o a chicchessia, ma allo stesso Alfred, che aveva costretto Wilde a denunciare suo padre per una bagatella famigliare e la cui accusa s’era presto ritorta contro lo scrittore, su cui il padre di Alfred aveva vomitato addosso le peggiori calunnie.

Dallo scritto si capisce che non fu Wilde a plagiare un efebo ingenuo ed imberbe, ma che in realtà fu proprio il giovane e spregiudicato Alfred a sottomettere, gettandolo in uno stato di soffocante sudditanza, il più grande scrittore dell’Inghilterra vittoriana. Wilde quando parla di lui non mostra né rancore né acrimonia, ma solo una delusione amara e sconfortante, perfino pietà per quel ragazzo che, già così giovane, aveva gettato via la vita per votarla alla lussuria, all’eccesso stomachevole di cibo e di vino, all’ozio parassitario e sterile ed alla depravazione più spregiudicata.

Chi addita Wilde come libertino e come precursore dell’orgoglio gay si sorprenderebbe di leggere le righe in cui confessa il proprio amore per la moglie ed il rammarico per averla delusa, ed in cui rimpiange che il rapporto con Alfred non si sia mantenuto casto, solamente spirituale:

Mi biasimo di aver lasciato che un’amicizia non intellettuale, un’amicizia il cui primo scopo non era la creazione o la contemplazione di cose belle, dominasse interamente la mia esistenza

E sono perfino penosi gli episodi citati da Wilde per dimostrare all’amico la sua aridità, per esempio quando Alfred vide Wilde malato e scomparve da casa sua per vari giorni, senza neppure portargli il libro che lo scrittore gli aveva chiesto per alleviare la propria convalescenza, e quando finalmente si rifece vivo freddò Wilde con infami parole:

Quando non sei su un piedistallo, non sei più interessante

Il De Profundis di Wilde è importante proprio per questo: perché in quest’opera lo scrittore irlandese fa i conti con se stesso, con la sua vita, con la sua attività di letterato e di provocatore prima di entrare in carcere, rivendicando i propri meriti ma anche riconoscendo i propri sbagli. Wilde rivendica l’attività di letterato, il culto dell’estetismo, l’amore per il bello e per le arti; ma allo stesso tempo abiura le sue eccessive concessioni, che traspaiono anche da qualche aforisma poco felice, ad una concezione tutta edonista della vita, ad una sprezzante ironia nei confronti del popolo e delle persone semplici, ad una visione del mondo disincantata e cinica. Scrive Wilde:

Mi lasciai ammaliare in lunghi incanti di abbandoni sensuali e senza senso. Mi divertii a fare il flaneur, il dandy, l’uomo di mondo. Mi circondai di persone dalla natura più infima e dalla mente più meschina. […]. Ciò che era stato per me il paradosso nella sfera del pensiero, diventò la perversità nella sfera della passione. Il desiderio, alla fine, divenne una malattia, una follia, forse tutte e due. Non mi importò più della vita degli altri. Prendevo il piacere ovunque volevo e passavo oltre.

Ecco un vecchio cultore del piacere che sconta sulla sua pelle e denuncia con forza morale enorme lo scotto dell’edonismo morboso tanto in voga oggi: se il godimento viene liberato da ogni salutare limitazione, diventa ingordo ed insaziabile, inquina amicizie e rapporti, ci porta a dimenticare gli altri e la realtà e a piegarci al narcisismo, ci fa smarrire il senso profondo delle cose e delle relazioni, ci inaridisce e ci immiserisce.

La vera scoperta, accanto ai limiti e alle brutture del piacere smodato, che Wilde fa in prigione è invece il carattere necessario e fecondo che nella vita di ciascuno hanno il dolore, la privazione, la sofferenza. Oggi, nell’Europa opulenta dei due terzi di garantiti, questo è ancora un messaggio irricevibile, e anche noi facciamo fatica ad accoglierlo senza sentirci inadeguati, impreparati, non all’altezza. E però questa è una verità che ciascuno di noi ha provato sulla sua pelle, ha avvertito profondamente dentro di sé almeno una volta: quando proviamo una sofferenza, pur piccola che sia, una volta che l’abbiamo superata il mondo ci sembra più leggero, le nostre priorità sono riordinate, i nostri rapporti con chi ci ha visti inermi e vulnerabili diventano più sinceri e profondi. Ma ancora, l’ansia di dover sempre apparire o di essere sempre perfetti ed impeccabili svanisce, si diventa più maturi, si intuisce l’importanza davvero relativa delle nostre vicende, personali e individuali, rispetto alla vita nella sua vastità: spesso, ci si rende disponibili a mettere la nostra piccola esistenza al servizio di qualcosa di più grande, che ci trascende e ci sovrasta.

Qui Wilde tocca un tema che scandagliò con singolare profondità Nietzsche in “Al di là del Bene e del Male”, ma che è anche onnipresente in Dostoevskij: ovvero la necessità per ciascuno di portare la propria croce, di passare dalla sofferenza per arrivare ad una forma di amore più vero, che non si arresti alla superficie, alle apparenze, alle tendenze. Wilde, con una franchezza ed onestà morale che ce lo fa sentire vicino, ammette anche che, durante la sua vita prima dell’arrivo in carcere, aveva vissuto infantilmente come se il dolore e la sofferenza non esistessero, aveva voluto provare, secondo una mania molto in voga oggi, ad abolire la croce dalla sua vita, vivendo una vita in cui ci fosse solo il piacere:

Insuccessi, infamia, povertà, dolore, disperazione, sofferenza, le lacrime persino, le parole spezzate che mormorano le labbra di chi soffre, il rimorso che lastrica di spine ogni cammino, la coscienza che giudica e condanna, l’avvilimento che punisce, l’infelicità che si cosparge il capo di cenere, l’angoscia che si avvolge nell’abito di sacco e versa fiele nel suo bicchiere: tutto ciò mi spaventava.

Oggi la società dei consumi e dello spettacolo ci prospetta sempre più spesso la favola di un mondo depurato dal dolore, in cui ci siano solo il piacere, lo svago, la dissolutezza gaia, il divertimento: a volte anche noi ne siamo sedotti, ammaliati e tentati. Ma quello che c’insegna Wilde è che questo mondo, senza croci e sacrifici, è un mondo falso, che ci porta a non conoscere veramente nessuno a fondo, neppure noi stessi, e in cui finiamo solo per adeguarci alle maschere, alle pose ed ai comportamenti preconfezionati che la società ci propone. Scrive Wilde, in una frase che dà il senso più pieno della sua conversione letteraria ed esistenziale, di una bellezza ed una forza spaventose:

La sofferenza, al contrario del piacere, non porta la maschera

In tutto questo, è quasi naturale che Wilde additi Gesù come modello non solo per ogni vita ma anche per ogni arte. “Riconosco una più intima ed immediata connessione tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista […].” In questa meravigliosa accettazione del mondo “al di là del bene e del male”, in questo amor fati, Wilde arriva anche a formulare una sua personale teodicea: egli dice che Dio, pur essendo buono, permette il dolore perché è solo mediante al dolore che si può pervenire all’amore:

[…] se il mondo è stato, come ho già detto, costruito sul dolore, le mani dell’amore ne sono state l’artefice: l’anima dell’uomo, infatti, per cui il mondo è stato creato, non avrebbe potuto in nessun altro modo raggiungere le vette della sua perfezione. Piacere per il corpo bello, ma dolore per l’anima bella.

È un messaggio difficile da ricevere oggi: che ne sappiamo, noi figli del benessere, di che sia la vera sofferenza? Ma tentare di accettare ed affrontare la vita, anche nei suoi rischi e nelle sue privazioni; cercare di mostrarsi anche con le proprie fragilità e le proprie ferite è forse l’unico modo di vivere davvero, di essere davvero se stessi, di dare un senso ai propri giorni ed ai propri incontri, di non circondarci solo di persone che ci abbandonerebbero se non fossimo più “su un piedistallo”. È questa anche l’esortazione suprema e finale che fa Wilde a Lord Douglas, il ragazzo che pure l’aveva così vergognosamente amareggiato: di non eludere né scansare le preoccupazioni e le difficoltà, rinchiudendosi nella protezione della madre o nel suo delirio narcisistico, infantile ed isterico, ma affrontare queste difficoltà, attraversare “la polvere”, per scoprire la sua vera identità, per conoscere finalmente se stesso, oltre alle maschere e alle apparenze dietro cui si nascondeva. Forse così anche il loro rapporto, così misero ed infelice, avrebbe potuto assumere un senso nella comprensione di quest’eredità profonda.

Venisti da me per conoscere i piaceri della vita e i piaceri dell’arte. Forse io sono destinato a insegnarti una cosa assai più splendida: il significato del dolore, la sua bellezza.

 

Luca Gritti-L’intellettuale dissidente

Poesie inedite dell’autore emergente Fabio Strinati

BREVI ACCENNI

I

Gli alberi sembrano virgole le foglie
attaccate ai rami una mandria
di pensieri l’autunno
dai colori i tessuti
le rime e i baci attaccati
sulle brine. Noi, siamo
in un abbraccio la carezza,
forme come in un campo
l’erba spunta al cielo
un letto largo
di colore: per te un verso
d’acqua delineato
scende sulla penna
il sipario spettacolo
teatrale.

II

Montagne fuse in cielo le alte
sembianze invase le nuvole
dai pianti acerbi, figure
del creato eterno. Per me sei anche tu
lampo smuovermi dentro
vene di bosco l’anima libera
di espandersi;

gli occhi, angolo di posto
isolato uniti in fuga su di te,
vicina isola rifugio
incubazione l’inverno.

III

Forza centripeta ci assorbe integri
due alberi di remi i nostri abbracci
al porticciolo una panchina
stabile immortale;
due mani scivolano sui particolari
schiena indossa vibrazione
a fianco in burrasca è il mare…
col suo flauto traverso
melodia invernale
infuria e raro sguardo ai volti
l’amore in volo una rondine
e un gabbiano.

IV

Pensiamo ai nostri ormoni, strani, strani
impazziti prospera natura c’invade e
piomba come in una stanza planano
spartiti autoctoni.

Pensiamo ai nostri sentimenti raffinati
le baionette i baci sulla lingua sulla punta,
arruolati alla vita fremiti e fusi i cuori
armati dei loro resti rigogliosa rendita
l’amore, somma di battaglie
due corpi astratti mossi dalla voglia.

V

Brevi accenni di te che al mio sguardo sospiri,
che inclini movenza sul mio corpo
superstite come naufrago al pensiero
della terraferma. Sei per me, letteratura,
forma d’arte al sangue evoluta;
proiezione in me del tuo sussurro, geometria
distillato di frantoio l’insieme fondersi
in un liquido perché vitale…

Fabio Strinati

Castrazione nazionale! Le molestie (presunte e reali) nostrane e d’oltreoceano

Agli italiani, popolo giocoso e provolone, erano rimasti due ambiti in cui esercitare la virilità e simulare un po’ di potenza: il calcio e il sesso. Estromessi dai mondiali ed evirati a mezzo stampa nel nome delle molestie sessuali, gli italiani hanno perso gli ultimi rifugi per la propria autostima.
Siamo in piena castrazione nazionale.

Non vi parlerò della disfatta ai mondiali che costerà ascolti, introiti pubblicitari e recherà tristezza e noia nella vita giocosa degli italiani. Ma mi soffermerò su quel filone che scorre ormai da settimane tra cinema e media, sesso e molestie.

Proviamo a dare una veduta d’insieme di questo gioco al massacro e al gossip che dura ormai da settimane. In principio, come sempre, fu l’America e la Casa madre del cinema, Hollywood, dove un mondo di femministe e umanitari, progressisti e antirazzisti, si scoprì un immondo porcaio dove tutti sapevano, anche le suddette anime belle, ma tacevano per viltà e convenienza, o peggio per aver partecipato anch’esse al traffico di sesso e film.
C’è chi si è aggrappato al politically correct adducendo come alibi della sua pedofilia il fatto di aver avuto un padre nazista, cercando la redenzione nel suo outing-promessa: d’ora in poi vivrò da gay. Evviva, si è riscattato, santo subito.
Poi a rimorchio vennero i nostri. Tra l’America e l’Italia il ponte fu l’Asia, e non nel senso di un continente ma di un’attrice incontinente che dopo anni di silenzio decise di vuotare il sacco sulle violenze subite nei due mondi.
E per dimostrare che non siamo da meno dei nostri superiori e liberatori, gli yankees liberal & radical, è cominciata la caccia al porco nostrano, made in Italy.

È iniziato il filone SPQR, Sono Porci Questi Registi. È partita una carrellata di nomi, anche insospettabili o innocenti, coinvolti nel giro.
È venuta fuori la peggior Italia perché a farla da protagonisti sono soprattutto tre categorie: registi allupati che esercitavano il loro potere, proponendo un infame cambio merce, sesso in cambio di parti nei film; poi il mondo di mezzo dei ruffiani, papponi e guardoni; e infine lo squallido mondo di aspiranti attricette in cui è difficile distinguere tra vere vittime, complici della compravendita, un tempo consenzienti, accusatrici a fini di ricatto, malate di protagonismo, maddalene pentite a scoppio ritardato, squinzie coi loro siti intimi più visitati di un blog; tutto pur di entrare nel meraviglioso mondo delle star.

Che si auto-assolvevano con la scusa: era l’unico modo per lavorare. Ora, diventare attrici non è una necessità ma una scelta, a volte una vanità, comunque un’ambizione.
Se ti chiedono di prostituirti (e questo vale in altre forme anche per i maschi), puoi cambiare porta o cambiar mestiere o puntare solo sul tuo talento. O puoi denunciare, appena succede il misfatto.
Ma farlo dopo anni, in mucchio, random, crea sospetti e confusione. Perché si perdono i confini tra violentate (rare), costrette in senso psicologico (meno rare), molestate (numerose), un po’ forzate e un po’ consenzienti (tantissime), più false vittime, a loro volta seduttive e invoglianti, di presunti ingrifati, che a volte erano semplici, innocui benché fastidiosi provoloni.

In questa storia chi ci rimette? A parte le vere vittime di violenza e prevaricazione, ci rimettono le ragazze brave, cioè capaci e meritevoli, che non si sono concesse o che non erano appetibili agli orchi in questione; poi ci rimettono i registi bravi che si sono limitati a oneste avances come sempre accade dacché esiste il mondo, ma che non hanno forzato nessuno e nemmeno abusato del loro ruolo, anche se hanno cercato di trarre fascino e richiamo dalla loro posizione preminente (deprecabile, ma entro certi limiti, comprensibile e non penalmente rilevante).
E ci ha rimesso la credibilità del cinema italiano.

Infine, l’aspetto più becero e stomachevole in questa vicenda è il moralismo mediatico.
Dopo aver deriso e scacciato la morale, ridicolizzato la famiglia e il pudore, viene riattivato un moralismo cinico, che funge solo da giogo mediatico per penalizzare i concorrenti o metterli fuori gioco. Sesso senza limiti, permissivismo assoluto e porci comodi forever; ma tolleranza zero per chi sgarra dalla precettistica gay-trans-femminista.

Fonte:

Castrazione nazionale

I mostri a due Teste dell’Istruzione Americana: i Dottorati di Scrittura Creativa

Dottorati in inglese e scrittura creativa. Sembra assurdo, all’occhio dell’italiano sepolto tra i tomi di letteratura e critica letteraria. Un’analisi femminista dell’opera di Molière. Letterature comparate come se piovesse. La schiena dello studente che s’incurva sempre di più, le gocce di sudore che cadono inesorabilmente sulle righe fitte fitte scritte da uno studioso estone dal nome impronunciabile. Questo significa fare un dottorato in materie umanistiche. Nient’altro.
D’accordo, sto esagerando. E’ vero anche che, secondo una qualche convinzione comune, studiare scrittura creativa in Italia va bene come hobby della domenica alla scuola privata o al club del libro di paese.

Non fraintendetemi: sono tutte esperienze che arricchiscono sempre, nel bene e nel male. I libri dell’aspirante scrittore, soprattutto se ha l’obiettivo di vendere parecchio, saranno letti non solo dagli intellettuali e dai critici, ma soprattutto dalla gente “comune”. Quindi il parere del circolo del libro è importante tanto quanto quello del professorone di letteratura. D’altro canto, per noi italiani, pensare di specializzarsi a livello di dottorato in una materia come Creative Writing sembra quantomeno bizzarro. Eppure il PhD in Creative Writing, o meglio, il “PhD in English, with Emphasis on Creative Writing” (Inglese con focus sulla Scrittura Creativa), esiste. E, a seconda della specializzazione dello studente, può vertere su fiction, poetry, non-fiction e altri generi (playwriting, screen writing, etc.). Insomma, quando hai finito i quattro anni di corso non dovresti (teoricamente) essere soltanto un cervellone, ma anche uno scrittore. Come se essere una sola delle due non fosse abbastanza complicato.

Il PhD in Inglese e Scrittura Creativa non è una passeggiata. Non è tutto readings (così sono chiamate le letture pubbliche) e discussioni su racconti al chiaro di luna accompagnati da birre e sigarette. O meglio, a volte lo è, ma ne è solo la parte più piacevole. Per essere un buon dottorando è opportuno imparare a insegnare inglese, scrivere secondo i canoni accademici e, ovviamente, fare ricerca. Ma non solo. Perché ovviamente, tra una conferenza, un meeting e un corso, lo studente dovrebbe anche cercare di scrivere i suoi sofferti romanzi. O racconti. O poesie. O memoir. Le cosiddette giornate di venticinque ore non sono mai abbastanza per il dottorando.

Ma alla fine – che poi è questo il punto focale – alla fine, questi studenti, questi ipotetici cervelloni, un contratto a una casa editrice lo strapperanno prima o poi o no? E se anche la risposta fosse sì, è davvero necessario prendere un dottorato per essere pubblicati? Assolutamente no. Per quello ci vogliono solo fortuna e talento.
Per quanto comprenda a pieno le controversie riguardo l’effettiva utilità di un corso di scrittura creativa, non solo a livello di workshop presso una scuola privata ma anche a livello accademico, riconosco che la scelta di conseguire un master (qui si chiamano MA o MFA, Master of Arts o Master of Fine Arts) o un dottorato in Creative Writing sia più intelligente di ciò che possa sembrare. Questo vale sia per lo scrittore in erba che per quello già pubblicato.

Diciamoci la verità: per quanto il sistema editoriale statunitense sia molto più fluido e prospero di quello italiano, pochissimi scrittori possono permettersi di vivere esclusivamente delle vendite dei propri romanzi o raccolte. Stephen King riceve anticipi da capogiro, e per questo può tranquillamente starsene a casa a fare foto alla sua canina Molly “The Thing of Evil” per postarle su Facebook (se non lo avete ancora fatto, a proposito, seguitelo. Non ve ne pentirete). Ma la maggior parte degli scrittori non può certo vantarsi di ricevere cifre simili per i propri lavori. Per questo motivo, però, grazie all’altissimo numero di programmi di Creative Writing in tutti gli USA, gli autori possono comunque vivere della propria scrittura, insegnando ciò che hanno imparato a una nuova generazione di aspiranti scrittori. In altre parole, gli scrittori pubblicati hanno bisogno di “finanziarsi” per permettersi di svolgere il mestiere che vorrebbero fare i loro stessi studenti, ovvero coloro che un giorno avranno lo stesso identico problema economico, a meno che tra le loro fila non si nasconda una nuova J.K. Rowling o James Patterson.

Conseguire un dottorato o un master significa quindi incontrare i criteri per poter insegnare all’università, dedicando una buona fetta di tempo alla didattica, ma garantendosi la tranquillità che basta per sedersi alla scrivania e scrivere senza doversi svegliare nel bel mezzo della notte col pensiero delle bollette che incombono.
Non sto dicendo che il motivo per cui i programmi in scrittura creativa a livello accademico abbiano avuto un enorme successo sia solo quello di sostenere gli scrittori pubblicati alla canna del gas. Alcuni docenti e scrittori credono profondamente nella didattica della scrittura creativa e provano un’enorme soddisfazione nel vedere i propri studenti crescere e sviluppare quella che chiamiamo “voce”. Non tutti hanno il talento né la costanza di continuare a scrivere a prescindere da ciò che viene richiesto dal professore, ma quello che conta è che in un dottorato di inglese e scrittura creativa non siano solo i corsi di poesia e narrativa ad arricchire l’esperienza dello studente. Il dottorando seguirà corsi di letteratura, di composizione, di linguistica. Non tutti strapperanno un contratto alla casa editrice, ma magari, tra le fila di chi vorrebbe diventare un grande scrittore, si nasconde anche chi diventerà un importante critico letterario, uno spietato agente, un talentuoso editore, un magnifico insegnante di letteratura o un brillante giornalista.

Studiare scrittura, leggere i grandi autori, analizzare le loro storie, vite e opere non può mai fare male, anche se non dovesse risultare in un anticipo da due milioni di dollari alla Penguin per il romanzo del secolo. Ecco perché, forse, dovremmo imparare dalla fiducia che gli Americani hanno nell’idea che ognuno prima o poi troverà la propria strada, dall’orgoglio di aver fatto parte di una comunità specifica (quella del campus) e di aver studiato una materia così interessante. Fidiamoci di noi stessi, senza mai darci importanza. Crediamoci. Negli Stati Uniti purtroppo l’istruzione è molto costosa, ma con una buona dose d’impegno è possibile lavorare all’università, e solitamente gli studenti del dottorato sono pagati profumatamente per studiare. Pagati per studiare ciò che vogliono, che sia letteratura, scrittura, linguistica. Solo questo dovrebbe convincerci che, dopotutto, fare un dottorato in Scrittura Creativa poi così male non è.

 

Lo sgombero di Roma in Piazza Indipendenza: un’operazione giusta con buona pace della becera indignazione dei perbenisti e radical chic

Lo scorso 24 agosto a Roma, in Piazza Indipendenza, la polizia ha eseguito la sentenza di sgombero di uno stabile di proprietà privata, che era stato occupato da anni da centinaia di immigrati, quasi tutti regolari. Come al solito il Paese, sia i suoi rappresentanti ai diversi livelli istituzionali e non, sia l’opinione pubblica, si sono divisi, divisione accentuata dalla modalità di tale sgombero.
E’ il caso non solo di partire dai fatti, ma anche di finirci, e solo allora maturare un giudizio.

I fatti sono i seguenti: in Italia vige il diritto italiano. Questo vuol dire che tale diritto, al contrario di quanto pensano alcuni, sia di estrema destra che di estrema sinistra, ma soprattutto di estrema stupidità, è italiano non perché riguarda gli italiani, ma perché riguarda tutti coloro che si trovano sul territorio italiano. Dunque anche gli immigrati regolari. Questi ultimi sono pertanto persone con dei diritti e dei doveri, entrambi, non solo diritti, né solo doveri.
Immigrato regolare, nel caso in questione rifugiato, cioè immigrato riconosciuto come proveniente da un Paese (nel caso Eritrea) in cui la sua vita era in pericolo, ha diritto giuridico, cioè riconosciuto dalla legge (differente dal diritto umano in generale), di avere ospitalità, residenza e alloggio. Ovviamente ha anche i doveri connessi alla sua permanenza nel nostro territorio. Nel caso in questione tali migranti regolari non hanno ricevuto un alloggio, pur essendogli riconosciuto.

Nel nostro territorio, sia per gli italiani che per gli stranieri (regolari o meno che siano), l’occupazione di una qualsiasi proprietà privata è un reato. Occupazione di proprietà privata vuol dire che a casa mia o vostra qualcuno entra con la forza (qualsiasi violazione di domicilio in quanto tale è forzosa, anche se la porta è lasciata aperta per incuria dal proprietario) e ci vive. Non conta che tipo di difficoltà spingano l’occupante ad agire così, resta il fatto che qualcosa di mio, che la legge riconosce come mio, viene rubato da un estraneo, che si giustifica con le proprie difficoltà. Cioè viola il mio domicilio e ruba il mio spazio: è un furto, così si chiama. Al danno come al solito si unisce la beffa, perché il privato in questo caso ha continuato a pagare le bollette di coloro che illegalmente e ingiustamente occupavano la sua proprietà, e ha perso sia i soldi dell’investimento lavorativo che lì voleva attuare, che i posti di lavoro che ne sarebbe conseguiti.

Il privato ricorre alla giustizia dei tribunali, che gli dà ragione: la proprietà è un diritto inalienabile, va ripristinata la proprietà del privato. Tradotto, il palazzo va sgombrato dai migranti.
Siamo in Italia, questo a quanto pare significa che una sentenza venga applicato dopo qualche anno. Cioè qualche giorno fa, nel 2017!

Lo sgombero, a detta di alcuni commenti, è stato eccessivamente violento. Qui si devono sottolineare alcuni impliciti. La violenza di base sta nell’occupazione illegale (cioè, come si diceva su, avvenuta con la forza) del palazzo. Altra violenza ancora sta nell’ammissione del comune di Roma che gli abusivi impedivano anche l’accesso ai funzionari del comune stesso per un censimento e un rapporto sulla situazione. In un tale contesto lo sgombero si attua di fatto con la forza, proprio perché è una risposta a persone che si sono imposte con la forza e che quindi presumibilmente non vogliono andarsene di propria spontanea volontà. E’ plausibile ritenere che se gli abusivi avessero obbedito immediatamente allo sgombero (perché sì, assurdamente, alla legge si obbedisce) le forze dell’ordine non avrebbero dovuto agire coattamente. Gli idranti, i manganelli e i gas lacrimogeni sono usati per spostare persone che la magistratura e la legge avevano stabilito che se ne dovessero andare e che invece facevano resistenza con sassi e bottiglie. A questo punto si inseriscono una mancanza e due episodi in particolare, che hanno suscitato scalpore nei differenti schieramenti.

La mancanza è la più grave di tutte: pare che tale sgombero fosse stato programmato senza che la politica trovasse immediatamente alloggi alternativi, rendendo più comprensibile lo spaesamento dei rifugiati e quindi la loro, pur illegale, modalità di resistenza. Alcune soluzioni stanno emergendo, due delle quali sembrano essere la disponibilità di alcune villette in provincia di Rieti, a 80 km circa da Roma, e le abitazioni sequestrate alla mafia (quindi presumibilmente dislocate soprattutto nel sud Italia). A queste possibili soluzioni i rifugiati pare abbiano risposto inizialmente, almeno stando alla interviste, con un rifiuto. Ora, lo stato dovrebbe garantire al rifugiato un alloggio, non anche la località che lui preferisce. Rieti non piace, peggio per loro: l’ospitalità, per quanto garantita dalla legge, non può permettere di diventare lo sfruttamento dei fessi. Si accampano scuse del tipo che da Rieti è difficile raggiungere Roma, o che le scuole ormai erano vicine a dove loro vivevano illegalmente. Certo, ma le scuole esistono anche a Rieti e nel sud Italia, mentre i posti di lavoro eventualmente ormai presenti a Roma, vanno, qui si deve dire purtroppo, messi in discussione, cercando di mantenere l’immigrato nel suo posto di lavoro, ma se esso confligge con la disponibilità di un alloggio, purtroppo, si ripete, l’immigrato dovrà spostarsi e cercare altro lavoro. La repubblica italiana deve garantire dunque i diritti spirituali della persona e quelli materiali, ma tra quelli materiali non esiste il diritto di vivere per forza a Roma, né il diritto di lavorare lì, invece che in altro posto, o il diritto di andare a scuola lì, piuttosto che altrove. Questi non sono diritti, ma desideri, sta alla politica decidere se soddisfarli, ma non ha il dovere di farlo, poiché non sono diritti, ma possibilità.

Il primo episodio grave invece è stato quello del funzionario di polizia che pronuncia queste parole (che chissà quante volta avrà pronunciato parole simili ad un suo connazionale): “Se non obbediscono spezzagli un braccio”. La giustificazione dello stesso è stata poi che era un frase in libertà, che non avrebbe dovuto pronunciare, mentre chi lo difende in generale afferma che in quelle situazioni come in altre lavorative, seppur differenti, escono molte frasi che esprimono più la tensione, che l’intenzione. Comprensibilissimo, ma non sufficiente. Perché? Si confrontino le due situazioni: un cittadino normale arrabbiato per il traffico, dunque in tensione, urla un romanesco “mo (adesso) t’ammazzo” ad un altro autista; seconda situazione, quella in questione: un funzionario che comanda alcuni poliziotti ordina di dover spezzare il braccio ai resistenti. La differenza è evidente: il primo non ha per legge il monopolio della forza, non ha armi con sé, non ha nessuno a cui può dare ordini, la sua è dunque una frase, terribile certo, ma priva dei mezzi, a meno che non sia un assassino, per divenire reale, la seconda frase, quella del funzionario di polizia, non è più una frase, ma un ordine nel momento stesso in cui i suoi uomini lo ascoltano, nel momento in cui la pronuncia in servizio, durante un’operazione, nel momento in cui il suo lavoro prevede, a differenza del cittadino, un addestramento alla tensione, che dovrebbe evitare che il monopolio della forza diventi un abuso della forza. Dunque l’immigrato se avesse sentito tale frase, avrebbe avuto ragione di temerne la possibile traduzione nella realtà. Tale funzionario va sanzionato, perché per lui la violazione del diritto è addirittura più grave che la violenza del privato cittadino. Inoltre ci si sta fossilizzando su questa frase e non si è rivolta l’attenzione, ad esempio, al poliziotto che invece va a confortare una donna.

Il secondo episodio è il famoso lancio della bombola vuota di gas da parte di un rifugiato dal balcone del palazzo, mentre in piazza c’era la polizia. E’ stato accertato che non è stato lanciato addosso alla polizia, dunque per ferire od uccidere, ma come monito a non avvicinarsi, dunque una minaccia di violenza, più che una violenza. Questo non toglie che sia grave ugualmente. Gravissimo. Chiunque di noi usasse oggetti più o meno pesanti per esprimere una minaccia ad un poliziotto che sta agendo in nome della legge, commetterebbe un reato, le intenzioni non lo giustificano: l’atto, pur fermo al gesto simbolico e non pericoloso, rimane un atto ostile alle forze di polizia. Un reato.
Dunque, come ad ogni manifestazione, va tristemente constatato che se un reato, come lancio di oggetti contro un poliziotto, o insulti a pubblico ufficiale etc… lo si commette singolarmente, è reato, se lo commettono in tanti si chiama manifestazione, resistenza, diritto alla casa, disobbedienza civile, etc… La massa però non crea diritti, né all’occupazione abusiva, né alla violenza.

Nel ’68 Pasolini difendeva i poliziotti, veri proletari, dagli studenti che facevano le barricate, per la maggior parte figli di papà che giocavano a fare i rivoluzionari per noia. Purtroppo a distanza di cinquant’anni non è cambiato nulla. E Pasolini aveva ragione da vendere. Fra di loro c’è Mario Capanna, rivoluzionario di quegli anni che oggi difende a spada tratta i vitalizi. Oppure pensiamo al sovversivo Francesco Caruso, che è passato dalla barricate alla cattedra universitaria a Catanzaro. Il che è tutto dire. E guardacaso è abbastanza palese una certa contiguità tra alcune ONG, associazioni, convegni, premi giornalistici, finanziamenti… Solitamente chi difende a prescindere i migranti ed è per l’accoglienza senza se e senza ma, non vive i problemi quotidiani dei cittadini che sono a contatto con i migranti ed è per l’abolizione della proprietà privata e delle frontiere, idee criminogene.

Si può allora dire che c’è un colpevole solo e più vittime. Il colpevole è la politica, lo stato, che avrebbe dovuto impedire il crearsi di una tale situazione e non l’ha fatto, costringendo il diritto della legge a scontrarsi con il diritto alla casa dei rifugiati. Eschilo diceva che il diritto lotta contro il diritto, se si riferiva alla politica, si sbagliava. In una democrazia il diritto evita i conflitti, non entra in conflitto, la democrazia è (dovrebbe essere) armonia di interessi, interessi che esprimono dei diritti. Se la democrazia smette di tessere l’ordito, di essere sarta di tutti i fili, come direbbe Platone nel Politico, allora fa emergere l’anarchia, e tra democrazia e anarchia c’è e ci sarà sempre contraddizione.

Infine, se è vero che non ci può essere accoglienza vera senza sufficienti risorse – perché sì, l’accoglienza è una scelta morale, ma una scelta morale senza mezzi per farla come si deve diventa scelta immorale, cecità sulle conseguenze – è però altrettanto vero che in uno stato in cui il diritto lotta contro il diritto, la solidarietà non sarà mai possibile, perché costringe alla lotta, invece che al compromesso, costringe il vinto ad una sopravvivenza illegale e il vincitore ad un abuso, seppur legale. Se gli italiani vogliono rimanere persone morali, devono costruire insieme una democrazia dove non esista questa contraddizione, che non vuol dire accogliere tutti o nessuno, ma accogliere umanamente. Come sempre, la sfida di diventare veramente esseri umani ci ritorna addosso.