La guerra civile ucraina del 1917-21 vista dallo scrittore Bulgakov. Il caos di Kiev

Durante la guerra civile che imperversò in Ucraina tra il 1917 e il 1921 – ribattezzata dagli studiosi Ukranian-Soviet War – le sorti dei soldati, fossero essi “rossi”, “bianchi” o nazionalisti ucraini, erano nelle mani degli ufficiali medici che seguivano le eterne avanzate e ritirate di tutti gli schieramenti: alcuni di questi medici erano volontari, altri erano obbligati a servire per l’una o l’altra parte pena la morte. È quanto accadde allo scrittore Michail Afanas’evič Bulgakov nel 1919: com’è stato possibile che i Volontari arruolassero uno
scrittore? Come è possibile far coincidere la figura dell’autore del romanzo Il Maestro e Margherita con quella del medico reazionario dei Volontari di Denikin?

La più completa biografia su Michail Bulgakov uscì nel 1988 ad opera di Marietta Čudakova che vi lavorò incessantemente dal 1966, anno della prima pubblicazione sovietica de Il Maestro e Margherita. L’interesse e l’entusiasmo che seguirono alla pubblicazione del romanzo resero palese la totale mancanza di informazioni riguardo il suo autore: non solo non era conosciuto come letterato ma non si sapeva nemmeno chi fosse, dove fosse nato o cosa avesse fatto nella vita.

L’anonimato in cui visse e morì – nel 1940 – Michail Bulgakov affonda le sue radici negli anni ’30 del Novecento, anni turbolenti e pericolosi in un’Unione Sovietica alle porte delle purghe staliniane: in quel periodo, a seguito di numerosi problemi con la censura, Bulgakov scrisse una lettera al Governo dell’URSS chiedendo che gli fosse concesso di vivere pienamente e di scrivere – quindi di espatriare per poterlo fare – oppure che gli fosse dato un lavoro con cui sostentarsi, costringendosi di fatto al silenzio. Stalin stesso rispose a questa lettera con una telefonata, con la quale concesse al letterato un lavoro presso il Teatro dell’Arte di Mosca. Da quel momento in poi, Bulgakov sarebbe caduto nell’oblio fino al 1966.

Riscoprendo la biografia di Michail Bulgakov – nonostante i tentativi sovietici di presentarlo come uno scrittore in linea con il partito
– in aggiunta ad ulteriori opere che sono andate ad arricchire le pagine della letteratura russa e mondiale, sono venuti alla luce stralci
di una vita fuori dall’ordinario.

Il ritrovamento del primo articolo dichiaratamente “bianco” – pubblicato dallo scrittore nel 1920 – e delle Lettere al Governo dell’URSS (1930), ci possono far finalmente apprezzare appieno l’originale pensiero bulgakoviano, inserendolo nel giusto
contesto storico-politico; grazie inoltre alla ripubblicazione del suo primo romanzo La Guardia Bianca – dai tratti autobiografici – è stato possibile comprendere il caos che imperversò a Kiev negli anni tra il 1917 e il 1920.

Attraverso questi scritti è possibile illustrare la Guerra Civile Europea da un punto di vista inedito ma altrettanto vero poiché essi, nonostante siano il contraltare degli scritti rivoluzionari, giacché usciti dalla penna di un intellettuale “bianco” e quindi vinto, descrivono una realtà “diabolica” e mostruosa quanto quella descritta dai vincitori.

Il soggiorno a Groznyj portò con sè l’occasione per Michail Bulgakov di pubblicare su un giornale locale il suo primo articolo. Quest’ultimo cadde nell’oblio ancor prima del suo autore – e per mano di esso – dal momento che, trionfando la Rivoluzione, uno scritto estremamente anti-rivoluzionario avrebbe condannato definitivamente Bulgakov al confino o alla morte.

Egli stesso cercò in ogni modo di nascondere l’articolo reazionario alla vista dei commissari del popolo e agli occhi della polizia segreta: le ricerche della sua biografa, però, l’hanno riportato alla luce negli anni ’70, grazie alle testimonianze di un suo amico e della sua prima moglie che ben ricordavano lo scritto. L’articolo era rimasto sepolto e conservato nella Biblioteca Scientifica dell’Archivio di Stato che aveva tra il materiale raccolto tutti i numeri del giornale su cui era stato pubblicato.

L’articolo, pubblicato il 26 Novembre 1919 e firmato M.B., sintetizza crudamente gli ultimi due anni di guerra civile e il titolo – “Prospettive Venture” – non può che suonare come un ossimoro poiché, non solo l’articolo guarda al passato e alle disgrazie accadute – come fa l’Angelus Novus di Klee nelle tesi di Walter Benjamin – ma non esprime alcuna speranza per un futuro incerto nel quale le colpe dei padri ricadranno sui figli che dovranno pagare “[…] tutto con onestà [e serbare] eterna memoria della rivoluzione sociale!”.

Il testo è un’analisi lucida e consapevole della disgrazia occorsa all’Impero Russo, una catastrofe talmente grande “[…] che viene voglia di chiuderli, gli occhi e dalla quale non ha scampo nemmeno il futuro poiché – secondo Bulgakov – il popolo russo dovrà combattere
ancora per riconquistare tutte le città andate perse nello scontro con i bolscevichi: “Palmo a palmo gli eroici Volontari strappano la terra russa dalle mani di Trockij”, scrive Bulgakov per il quale nessuna delle parti in lotta è legittima se non quella dei “bianchi”.

Egli, infatti, abborre la “rivoluzione sociale” (“la nostra patria sventurata ha toccato il fondo nel baratro della vergogna e della sciagura nelle quali l’ha costretta la grande rivoluzione sociale”) e, allo stesso modo, non può appoggiare i nazionalisti ucraini colpevoli – forse ancor più dei bolscevichi – di voler staccare Kiev, la madre delle città russe, dall’Impero.

Bulgakov è russo e non può tollerare che un’insensato nazionalismo trionfi sull’ancestrale legame che tiene insieme Kiev e la Grande Russia. Non è disposto a compromessi nel momento in cui scrive:

“Ma dovremo combattere, e molto sangue scorrerà, giacché dietro a Trockij si accalcano i pazzi armati che ha accalappiato, e la nostra non sarà vita, ma uno scontro mortale./ Dobbiamo combattere. […] Pazzi e canaglie verranno cacciati, dispersi, annientati. / E la guerra finirà”.

Queste parole riportano alla mente quelle di un altro russo dalla parte opposta del fronte, il rivoluzionario Victor Serge, che nel suo Ville en danger – pubblicato anch’esso nel 1919 – descrive i meccanismi di questo “annientamento del nemico”:

“Guerra a morte senza ipocrisia umanitaria, in cui non c’è Croce Rossa, in cui non sono ammessi i barellieri. Guerra primitiva, guerra di sterminio, guerra civile. […] La legge è: uccidere o essere uccisi”.

 

Caterina Mongardini

Sanremo 2022. La mistificazione della musica e della realtà. Zalone fuoriclasse

Nel 2019 fu la volta di Mahmood come il ragazzo figlio di madre italiana e padre egiziano perfettamente integrato a vincere il Festival di Sanremo con la canzone “Soldi” le cui frasi in arabo e rime furbe avevano mandato in visibilio la giuria di qualità (infima) radical chic che annullò il verdetto popolare che voleva Ultimo al primo posto, quest’anno, a Sanremo 2022 Mahmood si è presentato in coppia con tale Blanco cantando “Brividi”, canzone inascoltabile e incantabile, con scontato inserto rappato, testo debole e messaggio mainstream incorporato, la solita solfa dell’italo-immigrato e del carrozzone gender-fluid che ha fatto la differenza più che la canzone stessa e le voci lagnose dei tue interpreti, soprattutto quella salmodiante di Mahmood. Della canzone si salvano le due battute iniziali, quella senza voce, che sembrano un’introduzione Fusion.

Sanremo 2022: la canzone vincitrice

Brividi, manco a dirlo, ha vinto Sanremo 2022 suscitando polemiche, come accade da sempre alla kermesse canora (basti pensare alle edizioni più recenti: il vergognoso secondo posto del principe Filiberto, la vittoria del piccione di Povia sulla meravigliosa canzone dei Nomadi “Dove si va”), battendo la fiabesca ed eterea Elisa, che trasmette una sensazione di pace quando canta, seconda classificata con “O forse sei tu” e l’eterno ragazzo Gianni Morandi, terzo classificato con l’allegra canzone “Apri tutte le porte”.

C’erano almeno altre 5 canzoni più belle della vincitrice di quest’anno, più orecchiabili ed emozionanti, ma durante le serate del Festival sala stampa e giuria demoscopica hanno tenuto in alto Mahmood e Blanco, fino all’ultima serata che prevedeva anche il voto da casa. Segno dei nostri tempi: si deve affermare quanto più si può una ideologia, quasi a volerla installare a tutti i costi della testa dei più riottosi, retrogradi fascisti, transomofobi!

Come tante altre parate della televisione pubblica, il festival, da leggere come fatto antropologico, veicola messaggi politici e nuovi conformismi, quindi è esso stesso propaganda di opinioni e stili di vita che non hanno utili economici immediati ma di condizionamento delle masse, soprattutto dei giovani. Non sono le case discografiche a tratte profitto dal festival luogo, come tanti altri, dove si consumano markette, bensì gli sponsor.

Le presenze perlopiù da “superopsiti” di Elisa, Massimo Ranieri, Gianni Morandi, Iva Zanicchi sono servite ad alzare l’asticella del concorso, a far contenti tutti, visto che Sanremo è un festival nazionalpopolare. Si certo i suddetti cantanti non hanno bisogno di Sanremo, continuano a stare sulla scena da anni, hanno venduto e vendono dischi, fatto concerti, hanno una carriera. Carriera che molto probabilmente non avranno la maggior parte di coloro che hanno partecipato alla gara, perlopiù incapaci di cantare, “rapper” improvvisate per mascherare le proprie lacune canore.

Brividi tra qualche anno sarà dimenticata, non entrerà nel quotidiano degli italiani, nella storia del Festival, e non vincerà nemmeno all’Eurovision, le canzoni di Ranieri, Zanicchi, Morandi, Elisa e altri che magari non hanno nemmeno mai partecipato a Sanremo (Venditti, De Gregori, Guccini, che però fu escluso e De André che non amava la competizione), oppure non hanno mai vinto, invece sono entrate nel nostro cuore, sono diventate parte della nostra italianità.

La formula sanremese andrebbe ancora una volta rivista: è indecente e irrispettoso inserire all’interno della stesso gruppo quelli che una volta si chiamavano “big” e i giovani sconosciuti o usciti dai talent, le “quote Maria de Filippi” che registrano migliaia di visualizzazioni sui social e su Youtube. Si ritorni alla divisione tra big e nuove proposte, possibilmente dando più spazio alla qualità musicale piuttosto che allo show e ai pistolotti moralisti per educare il popolo incivile che non vuole adeguarsi alle ideologie e al politicamente corretto.

L’ipocrisia dei benpensanti

Del resto bisogna ricordare che nel 2019 nessuno scrisse che a vincere Sanremo era stato un rapper di nome Mahmood, tutti scrissero che a vincere era stato un italo-egiziano di nome Mahmood. E a farlo furono soprattutto i giornali di sinistra, strumentalizzando la sua vittoria per andare contro Salvini.

Non ci sarà mai integrazione se si continuerà a sottolineare in questo modo le differenze. lo stesso discorso vale anche se ci spostiamo sul terreno del gender fluid, del femminismo, del razzismo. Non si fa che parlare di inclusività; si è visto un lungo e imbarazzante monologo da parte di un’attrice italiana di colore, Lorena Cesarini, in veste di moralizzatrice tesissima e testimonial di un libro sul razzismo edito dalla Nave di Teseo, in virtù del fatto di aver ricevuto insulti razzisti sui social da qualche imbecille. Questi atti vergognosi non fanno dell’Italia un paese razzista e probabilmente certi insulti non hanno nemmeno quella matrice. Ma fa comodo pensarlo a chi si prepara la lezioncina moralistica.

Non ci sono forse anche altri preoccupanti problemi? Ad esempio la confusione nelle nozioni più semplici, il pressappochismo dialettico, l’instabilità emotiva, l’inclinazione, oltre che al narcisismo e all’omologazione, a un cripto-fascismo travestito da movimentismo progressista, che sfociare in delirio di onnipotenza, il vittimismo a prescindere, i pregiudizi al contrario, la superficialità?

I pistolotti moralistici

Il cantante Marco Mengoni nella serata finale del Festival, ha menzionato la Costituzione, facendo confusione tra minaccia ed insulto, citando alcune espressioni di utenti social, a senso, perché naturalmente le vittime sono sempre quelle categorie di persone che a quanto pare non possono essere oggetto di satira, di scherzo, perché no di insofferenza. Insofferenza dovuta al continuo martellamento mediatico su tematiche che non dovrebbero essere nemmeno tali, perché si tratta della sfera più intima della persona. A Sanremo possono partecipare tutti, purché dotati di una qualche cifra artistica, nessuno impedisce ad un omosessuale, ad un figlio di immigrati, ad un transgender, di partecipare. Perché questa ossessione? Perché nominare chi fa una critica, una battuta, come hater? Perché non dire che anche chi è ritenuto vittima a priori, si lancia in offese, praticando turpiloquio e violenza verbale?

Lucio Dalla, che amava partecipare a Sanremo, era omosessuale, ma non ne ha fatto mai una bandiera. La sua bandiera erano le sue canzoni. Promuoveva la sua arte, non una causa, una ideologia da far assimilare a tutti i costi a chi la vede in modo diverso o a chi non interessa minimamente il privato di una persona.

L’insofferenza si fa ancora più forte se si pensa al periodo storico gli italiani stanno vivendo, alle restrizioni, a chi si vede privare di veri diritti, a chi viene discriminato perché non ha un pass per andare dal tabaccaio, a chi si vede costretto a cedere ad un ricatto per non perdere il lavoro. Dal punto di vista di queste persone, vedere pontificare in tv su razzismo (inesistente) e fluidità di genere può annoiare e infastidire, non perché le persone siano tutte razziste, omofobe o perché tirino fuori il loro lato razzista ed omofobo, adagio trendy per assecondare la convinzione di chi vede questo mondo cattivo, razzista, e omofobo, contro di loro, piuttosto perché sono consapevoli di non essere fortunati quanto i fenomeni arroganti che salgono su un palco importante, dimostrando quanto siano distaccati dalla realtà e dai problemi seri della gente comune che in testa ha ben altri pensieri e che non capisce che cosa si dovrebbe dire o fare per supportare la gender fluidity stando attenti a non urtare mai la sensibilità altrui.

 

Checco Zalone: una boccata di ossigeno

A squarciare il velo dei buoni propositi e dei sentimenti nobili a Sanremo 2022 ci ha pensato Checco Zalone, un moderno Alberto Sordi che si fa beffe del famigerato uomo medio, e che pure ha suscito qualche disappunto nella comunità LGBTQ che evidentemente non ha compreso il sarcasmo di Zalone e che vorrebbe essere narrata in termini entusiastici. C’è anche chi ha etichettato il suo sketch sui trans come anti-omofobo. Insomma ognuno ci ha visto quello che voleva.

Tuttavia Zalone non ha fatto nulla di quello accennato, il comico pugliese di diverte a fare la spola a tutta velocità tra gli opposti estremismi dove risalta alla sua inimitabile maniera bipartisan di prendersi gioco di tutti, senza scadere in discorsi lacrimevoli che menzionano la parola diritti, ottenendo il risultato di far credere ogni volta a ciascuno (tele)spettatore che non sia lui, bensì il vicino di sedia, casa o di poltrona a essere preso per il sedere e svelato nella sua ipocrisia. Strepitose anche le parodie del rapper assalito dai propri demoni e del virologo di Cellino San Marco che scimmiotta Albano.

Sanremo ormai è diventato anche il festival dei meme, ma c’è ben poco di edificante e magnifico in questa mutazione virtuale; ciò dimostra che siamo una società chiusa su se stessa, legata ai video, agli smartphone, alle faccine, ai meme, dove ogni pettegolezzo di bassa bottega o pensierino da due soldi diventa virale! Si dovrebbe invece insegnare ai giovani che virale non è sinonimo di importante, rivoluzionario, eversivo e di fare di se stessi uomini e donne costruttori della Storia, imitando i loro nonni e nonne non cantanti improbabili con i capelli rosa, con la gonna e autotune. Non li rende dei geniali ribelli, semmai dei pargoli ammaestrati che pensano di fare successo senza avere talento, senza studiare, senza capire cosa sia l’Arte.
Quale sarà il prossimo step moralistico-canoro? Una canzone anti-specista? Perché no. Ambientalista? C’è già, ed è la soave “Ci vuole un fiore” di Sergio Endrigo, scritta da Gianni Rodari ben prima di Greta Thunberg e company.
Brevissima nota a margine: fanno tenerezza alcuni vecchi ed irriducibili comunisti come Vauro che si sono eccitati credendo davvero che il pugno chiuso della Rappresentante di lista alla fine della canzone Ciao Ciao fosse un riferimento alla loro ideologia. Anche Salvini ci ha creduto, e si è lamentato.
Ma come funziona esattamente il televoto? Davvero è impensabile che chi sponsorizza un artista non abbia il potere di acquistare molti voti.

 

 

 

Il padre del green pass? L’imperatore Decio!

Di chi parlava il grande ideologo Gramsci? Chi intendeva quando scrisse che l’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari? Quali alunni aveva in mente? Noi, forse? Probabile. Quelli che si fecero traghettare dall’altra sponda del Lete, irretiti dallo skyline della Metropolis del Capitale.Smemorati che non sanno più granché dei valori che il sangue aveva infuso nell’anima.

Quelli delle partite online a PES e delle tredici sfumature di Iphone, dei matrimoni senza promessa e dei gel ritardanti, dei fantasmini salvapiedi e delle creme antiage. Noi e non altri, quelli che facevano sega alle lezioni che la Magistra vitae dava a titolo gratuito, confidando nel Lucignolo di turno, pupazzi di Collodi.

“Lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, figurati che le vacanze d’autunno cominciano col primo gennaio e finiscono con l’ultimo di dicembre”.

E la Storia, guardandoci, non può che far spallucce. Quinto Decio fu un orco affamato. Al suo estro devono essersi ispirati il Drago e la claque dei dragoncelli, quando pescavano dal cilindro la perla nera, altroché verde, del gran pass. Execrabile animal, (bestia esecrabile), per Lattanzio. Restitutor sacrorum (restauratore delle cose sacre) per gli adulatori. È così che riporta l’epigrafe funeraria di Decio, dissotterrata nel ’52. Poiché – consolazione imperitura – qualsiasi onnipotenza umana, alfine, porta la sua deadline.

Essendo Decio il trentaseiesimo, in ordine di successione imperiale, e poi non così tonto come l’espressione sul suo busto farebbe ipotizzare, aveva tutti gli elementi per comprendere un fatto. E cioè che più questi cristiani li si attaccava platealmente, con ogni accorgimento scenico del caso – le damnationes ad bestias o le esecuzioni in serie sulle vie consolari – più gli si faceva un favore. Di contro, l’autorità imperiale ne usciva con un colpo per l’immagine. Le opposte prospettive di un Tertulliano e un Tacito, menti sopraffine, una cristiana, l’altra pagana, colgono all’unisono il nocciolo della situazione. Il sangue [dei martiri] è il seme dei cristiani, fa il primo. Mentre il secondo precisa come

“benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, dato che venivano uccisi non per il bene comune, quanto per la ferocia di un singolo uomo”.

Così Decio, ponderati i suggerimenti, raccolse attorno ai triclini la sua corte di tirapiedi e leccaculo ad ampio range politico, e con quello sguardo a mezz’asta più del rettile che non del romano, propose l’idea d’un libellus. Un che? – dovettero chiedergli col rispetto dovuto all’autorità di un sovrano.

Libellus, documento da rilasciare a ogni singolo civis romanus, onde certificarne la fedeltà allo Stato – spiegò lui. E per attenersi alla forma, nonostante il potere assoluto del quale disponeva, la cosa fu varata a mezzo di un editto. Correva l’anno 250 dopo Cristo, ma, come in un wormhole, quel lembo del tempo s’è connesso con il nostro.

Nel Ddl dei cari antenati si ordinava ai cittadini dell’Impero di presentarsi davanti a una commissione per officiare un sacrificio propiziatorio, in gergo supplicatio. Il rifiuto a presentarsi, nei giorni delle udienze della commissione, siglava un’ammissione di colpa da pagare dapprima col carcere e la tortura. Poi, se renitenti, con la pena di morte. Gesto di buona volontà con cui onorare gli dèi, sia quelli da sempre ritenuti celesti, sia quelli che i loro meriti abbiano posti in cielo, Ercole, Libero, Esculapio, Castoro, Polluce, Quirino – come riporta Cicerone nel “De legibus”.

Bastava che ti mettessi in fila per un hub sacrificale, offrissi incenso all’Imperatore, arrostissi un piccione o un coniglio sul braciere sacro, ne mandassi giù un boccone ed il pass ti veniva rilasciato. Lapsus, il libellus.

“Io, sempre, senza interruzione sacrificai agli dei e adesso alla vostra presenza, in conformità con quanto prescrive l’editto, ho fatto un sacrificio della carne della vittima sacrificata”.

Così riportava la pergamena che ti saresti messo in tasca. Così, con il libellus, avevi accesso alle terme, al teatro, allo stadio, alla popina. E perfino al lavoro. A proposito di lapsus, erano propriamente detti lapsi (dal verbo labi, scivolare) quanti fra i cristiani cedevano al ricatto e, per sopravvivenza civile, onoravano gli dèi pagani. Cosa che si sarebbe riproposta nel Giappone del secolo XVII, coi kirishitan dagli occhi a mandorla costretti a calpestare le loro immagini del Messia, della Vergine, dei Santi, per giuramento al divino Imperatore.

 

Alessandro Busa

La legge come arma di uno stato autoritario: siamo tutti colpevoli!

Per chi viene scritta la Legge? E be’: per tutti, no? Se la Legge è uguale per tutti, allora è ovvio che viene scritta per tutti. Passiamo per un attimo sopra questa sottile ipocrisia, dal momento che sarà pure vero che la Legge è uguale per tutti, però l’abbiamo visto tante volte che non tutti sono uguali di fronte alla Legge (qualcuno, al solito, è più uguale degli altri, e qualcuno molto meno).

Consideriamo invece la domanda: per chi viene scritta la Legge? Qual è la persona che ha in testa il Legislatore – figura mitologica, mezzo anonimo Licurgo e mezzo onorevole di provincia che risponde agli ordini del suo Partito – quando redige un testo di legge? Uno può rispondere: ma non deve avere in testa nessuno in particolare, se non il cittadino qualunque!

Quello che una volta era l’uomo della strada e che adesso è l’uomo e/o donna divanato davanti a piccì o tivvù, dipende dall’età. Se la Giustizia è bendata (e quindi cieca) quando giudica, figuriamoci allora se il Legislatore ci vede quando scrive una legge!

In realtà, non è proprio così. Consideriamo un esempio tutto sommato noto di Legislazione: Dio affida a Mosè le Tavole della Legge. Un modello legislativo che ha anche avuto qualche fortuna, nei secoli.

Lì sta scritto che, date le premesse (ovvero la fonte della Legge: Io sono il Signore Dio tuo), ci sono cose non devono essere fatte (Non rubare, Non uccidere), e cose che invece devono essere fatte (Onora il padre e la madre). E c’è pure qualche utile suggerimento su come condursi nel tempo libero (Ricordati di santificare le feste).

E se a qualcuno, con l’aria che tira, può sembrare un vetusto testo antifemminista e sessuofobo (e quindi prossimamente punibile), risponderemo che rappresenta piuttosto l’esatto contrario: è l’uomo che non deve desiderare la donna d’altri – la donna può evidentemente fare quel che vuole, quindi è molto più libera.

Insomma, nelle Tavole della Legge il destinatario dei precetti era una persona qualunque, la quale veniva avvisata del confine tra lecito e illecito. Un po’ nebbiose le conseguenze, d’accordo: ma sapere quando l’Altissimo non sarebbe stato contento, in ogni caso, era più che sufficiente.

In Italia questo modello non vale – il Legislatore ci vede benissimo e sa a priori che siamo tutti colpevoli. Mafiosi. Corrotti e corruttori. Evasori totali. E scrive le leggi partendo da questa indubitabile premessa. Arrivando poi a esiti discutibili.

Cristo non sfilerebbe mai al Pride. Se ‘Dio è morto’, l’uomo insieme a lui, tra le mode anticlericali

Ed ecco, di nuovo, il Pride. Noioso come un gioco di ruolo di tre generazioni fa, variazione sul tema di guardie e ladri da giocarsi tra finti indignati e finti tolleranti. Non parliamone troppo, ché l’irrilevanza dell’evento si potrebbe riassumere nelle stesse due righe che bastano alla trama di una qualsiasi puntata di Don Matteo.

Oltre alla polvere, però, il Pride condivide con la geriatrica fiction Rai anche la teologia: lo stesso cristianesimo scemo e zuccheroso, ma rivoltato al contrario. Ovvero, una blasfemia scema e zuccherosa, senza idee, che si riduce ogni volta alle stesse ovvie trovate. Gesù coi tacchi, insomma, e altri imbarazzi del genere.

Veniamo da due secoli di straordinaria, potente blasfemia, abbiamo letto Nietzsche proclamarsi l’unico Dio e tutti gli altri dèi nei biglietti della follia, possiamo ubriacarci di Bataille fino al vomito, e anche da noi almeno un superficiale Inno a Satana o uno sforzato Totò che visse due volte si trovano. Ma Gesù coi tacchi no, e soprattutto non da giustificare col solito glitterato catechismo LGBT+.

Mettiamo le cose in chiaro: Cristo non sfilerebbe affatto al Pride, ma non perché ci sono gli omosessuali. Perché il Pride, per quando legittimo in certe sue rivendicazioni, non è una battaglia per i deboli, per gli ultimi. Ce lo raccontano ancora, ma è falso da un pezzo: tra le sex worker unico lascito formativo dell’Erasmus ad Amsterdam e le prostitute di Galilea c’è un abisso sociologico – forse non esistenziale, ma adesso stiamo facendo politica.

E c’è anche fra i gay di Stonewall e i gay di oggi. In mezzo alla spaghettata di assi di oppressione che l’intersezionalità ci offre, quello che attraversa l’orientamento sessuale nell’Occidente contemporaneo sembra sottilissimo di fronte a povertà ed esclusione sociale.

Brutalmente: fra i manifestanti del Pride c’è tanta gente che sta benissimo; gli operai che scioperavano davanti al Lidl di Biandrate, invece, stavano tutti male. Cristo crocifisso accanto a Adil Belakhdim, il sindacalista ucciso, avrebbe avuto senso. Cristo arcobaleno no.

Ma questa pretesa vittimistica assomiglia, dopotutto, a quella di certi cristiani da combattimento, stile Adinolfi, che di mestiere annunciano la fine dei tempi, laddove famiglia e religione stanno mutando, come sempre, in nuove forme di normalità borghese. Due squadre speculari di privilegiati mediatici intenti a scambiarsi volée di chiacchiere – ma Dio non gioca a dadi e nemmeno a tennis.

D’altra parte, non è che ci si possa indignare davvero se qualcuno deride ancora l’uomo della Croce: è un elemento fondamentale della sua narrativa, dai tempi del ladrone miscredente – la scala dei santi si sale fra gloria e scherno, scrive T.S. Eliot.

Quindi la riflessione si riduce alla perplessità: se la blasfemia non sensibilizza nessuno, non offende nessuno, non fa arte, allora a che serve? Serve, come tutto l’attivismo progressista, a vantarsi in pubblico. E basta. Qualche early millennial può ancora ricordare l’epoca in cui dichiararsi anticlericali a scuola suonava vagamente trasgressivo – atei per assenza d’opinioni in merito, invece, lo erano già tutti.

Figure bonariamente caratteristiche, letterarie alla maniera di Stefano Benni, si presentavano con la maglietta di Marilyn Manson o equivalente e ciarlavano di come la religione avesse provocato tutti i mali del mondo. Altri, invece, andavano in palestra per farsi gli addominali, altri ancora derapavano senza casco col motorino.

L’anticlericalismo, però, ha il vantaggio di valere come posizione politica prêt-à-porter, venduta in pratici kit del depensante da associazioni che hanno già pensato al posto degli iscritti, UAAR su tutte.

Insomma, quando c’è da scegliere un mulino contro cui sprecare la propria esistenza, la Chiesa è un’opzione invitante. Innanzitutto perché concettualmente, alla buona, è nemica della scienza (falso), e la scienza piace alla gente che piace.

Poi perché sembra un’istituzione potente, se si ignora l’ininterrotto tracollo dal Rinascimento in poi. Quel relativo poco di potere che resta è oltremondano, ma non nel senso delle chiavi di Pietro. Piuttosto, come i dinosauri di Magrelli: “orfani del futuro, tristi animali da congedo, belve della malinconia”.

La struggente dolcezza di questa lunga estinzione dovrebbe emergere molto più che i lagnosi dibattiti sull’IMU e le scuole paritarie: ma i progressisti, si sa, non hanno senso estetico. In effetti, quando Fedez chiede di abolire il Concordato non si tratta tanto di una persona stupida che esprime un’opinione stupida, quanto di una cosa brutta perché ammuffita: fa un po’ schifo e un po’ ridere questo anticlericalismo coi baffi a manubrio, pre-breccia di Porta Pia, è fastidiosa questa tendenza a invocare lo stato laico come soluzione, quando invece è l’inizio di un problema fondamentale.

Il problema della teologia politica, misteriosamente perso per strada: “tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati”, dice Carl Schmitt.

Facciamola breve, però: l’intervento della Chiesa è stato legittimo e inutile, ugualmente legittime – effetti collaterali della libertà di espressione – e inutili le fanfare di tutti questi bersaglieri in ritardo.

Dunque non ci arrischiamo a rispondere alle domande complesse che emergono, quali per esempio: può uno stato essere davvero laico, senza fondare il potere sovrano sulla metamorfosi del sacro? No; oppure: il ddl Zan andrebbe approvato? Nemmeno.

Sul fondo del Pride, la questione è un’altra: bestemmiare, oggi, non serve a niente come non serve a niente pregare, credenti a parti ovviamente. Ecco i due fuochi nell’ellisse del nichilismo: la morte dell’uomo e la morte di Dio.

Ma tanti supergiovani opinionisti non hanno ancora ammesso la fine dell’essere umano, decostruito dal post-strutturalismo, divenuto incidente della storia.

Ci credono ancora, come le vecchie vedove che parlano alla foto del marito, e fra le conseguenze del delirio c’è la feroce caccia al prete di questi giorni.

La sinistra progressista è tale solo rispetto all’età vittoriana, calendario fisso al 1901 e da lì la retorica apocalittica, che non cambia mai: i gay sono sempre a un passo dal triangolo rosa, l’Italia dalla sovversione fascista e i liberi pensatori dai processi del Santo Uffizio.

Verrebbe da dire che, se siamo ancora ridotti così, potevano risparmiarsi un secolo di fatica. Ma non è vero, perché ci sono state battaglie necessarie, una volta.

Adesso sono finite, ed è cambiato anche il concetto di battaglia politica: i gay non sono discriminati, ma il mondo moderno li inchioda all’ipervisibilità, li totemizza come animali araldici della democrazia; il razzismo è diventato l’influenza coloniale del mercato sulle culture marginali; la religione è ridotta al cratere del Cristianesimo e all’incomunicabilità con l’Islam.

Avremmo bisogno di una sinistra che non viva di rendita, se fosse possibile. Almeno, avremmo bisogno che i ribelli sbattezzati non fossero così anacronistici. Perché, ricorda Sergio Quinzio, “il nichilismo l’abbiamo già alle spalle, di fronte abbiamo il nulla”.

 

Claudio Chianese

Conferenza mondiale “Crisi globale. Questo già riguarda tutti noi” online il 24 luglio 2021 organizzata dal Movimento Internazionale Allatra

Sarà trasmessa in diretta streaming su più di 1000 canali di piattaforme multimediali di tutto il mondo e in circa 60 lingue diverse la conferenza dal titolo “Crisi globale. Questo già riguarda ognuno di noi” il 24 luglio prossimo che vedrà, tra i protagonisti, personalità internazionali che si confronteranno su tematiche fondamentali per la nostra esistenza.

La conferenza, organizzata dal Movimento Allatra IPM, nata nel 2011 come associazione no profit e apartitica di volontari che aspirano a mettere in atto le proprie qualità al servizio dell’umanità mettendo quest’ultima in cime alla scala dei valori.

Uno degli obiettivi di Allatra è quello di creare una base di distribuzione di informazioni di rete senza precedenti nella storia su migliaia di canali multimediali su piattaforme multiple e tradotte in più lingue per concretizzare l’idea di Società Creativa.

Tra le iniziative che si prefissa la Società Creativa vi sono le conferenze e senza dubbio quella che riguarda la crisi globale non può lasciarci indifferenti. Tra i nomi che prenderanno parte a questo importante dibattito vi sono il filosofo ungherese Ervin Laszlo, nominato due volte al Premio Nobel per la Pace (2004-2005), considerato il fondatore della teoria generale dei sistemi e attualmente consulente del Direttore Generale dell’UNESCO, oltre ad essere membro dell’accademia ungherese delle scienze e autore di libri fondamentali come L’uomo e l’universo, La mente immortale e Obiettivi per l’umanità; Thomas Straub, professore svizzero di gestione internazionale presso la Graduate School of Economics and Management dell’Università du Ginevra e Avraham Loeb, fisico israelo-americano che si occupa anche di astrofisica e cosmologia.

Loeb è professore di scienze naturali presso l’Università di Harvard, è stato a lungo presidente  del dipartimento di astronomia di Harvard, fondatore e direttore della Harvard Black Hole Initiative e direttore dell’Istituto per la teoria e il calcolo presso l’Harvard-Smithsosian Center for Astrophysics.

Questi sono solo tra i nomi illustri che parteciperanno alla conferenza online organizzata dai volontari di tutto il mondo che vogliono essere responsabili della propria vita e di quella delle generazioni future puntando anche sulle nostre capacità creative come propulsori alla formulazione di risposte mirate e strutturate a problemi di cui si parla da decenni ma ai quali ancora non abbiamo dato soluzioni serie quali: il rapporto lavoro-ambiente, il sovrapopolamento, la povertà, la politica monetaria, le lobby, le diseguaglianza, l’ingegneria sociale, ecc…

Tutte tematiche connesse tra loro, le quali saranno affrontate in questa ed in altre conferenze internazionali organizzate da queste nuova realtà che si propone seriamente di capire quali sono le falle della nostra società e di migliorarla partendo dall’individuo e dal suo senso di bellezza (che coincide con l’etica) insito in lui.

Il tema della creatività è centrale per questo Movimento, non a caso ha attratto intellettuali, filosofi, scienziati fin dall’antichità. Il concetto di creatività ha subito nei secoli tante modifiche, migliorando e accrescendo le conoscenze a riguardo, anche grazie alla sempre maggiore
specializzazione delle scienze.

Tutto questo però non è servito ad arrivare ad una sua definizione univoca. Ancora oggi c’è chi illustra il problema della creatività come qualcosa di inspiegabile. Fino al I Secolo a. C. veniva usato il concetto di “genio”, associato a forze spirituali, misteriose e da cui hanno origine qualità, attitudini particolari e fortuna.

Platone descriveva i poeti come soggetti sotto influenza di pazzia divina capace di portarli fuori dai propri sensi. All’epoca di Aristotele, invece, la creatività veniva associata alla follia dell’ispirazione, concetto ripreso più avanti nel Medioevo, ma il filosofo e scienziato macedone aveva intuito che le idee creative fossero il risultato di una sorta di processo mentale che metteva in moto, per associazioni, le
conoscenze dell’individuo.

La creatività è una caratteristica del pensiero umano che riflette la capacità di risolvere un problema in un modo nuovo e originale e di produrre opere che siano nuove, opportune e che abbiano un valore sociale ed è proprio questa una delle mission del Movimento, il quale propone l’atteggiamento creativo come espressione dell’attività umana, che possiamo individuare in molti campi di esplorazione.

È un comportamento umano complesso che coinvolge utilità, bellezza e innovazione.

Come scrisse Henrì Poincarè, matematico, fisico e filosofo naturale, in “Scienza e metodo” (1905) «creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili».

In questa direzione, creatività artistica e creatività scientifica non si differenziano molto, e ai massimi livelli di ricerca contribuiscono ad indicare la strada per scenari futuri come negli intenti di Allatra e nello specifico dell’iniziativa Società Creativa.

 

 

Contatti

Coordinatrice del Progetto Società Creativa negli U.S.A. Olga Schmidt, mail to conferences@allatrunites.com, cell. +1 (650) 381-9499

Coordinatrice del Progetto Società Creativa in Italia, Irina Bezverhni, Cell: +39 3290794082

info@allatraunites.com

 

Per maggiori info: www.allatraunites.com

https://allatraunites.com/global-crisis-this-already-affects-everyone

 

 

Il bestiario del DDL Zan a partire da Draghi l’incommensurabile. Una cronaca grottesca

Facciamoci del male. A ravanare tra i pensieri spericolati di questa tre-giorni-di-paura Vaticano versus Ddl Zan, c’è quasi da rimpiangere i bollettini in diretta del Comitato Tecnico-Scientifico. Ma il rispetto per l’intelligenza, unico partito cui sentiamo di dover immeritatamente iscriverci, ci impone l’improbo lavoro di decrittazione. Armiamoci e armatevi di coraggio.

Draghi, per gli amici Pilato. Il nostro primo ministro, finora conosciuto come l’Infallibile, dopo aver ricordato che l’Italia è uno Stato laico, ha precisato che la laicità “non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso”, ma “tutela del pluralismo e delle diversità culturali”, e che fra le norme costituzionali a garanzia dell’indipendenza rispetto alla Chiesa di Roma c’è il Concordato, che in effetti figura nell’articolo 7 della Carta, non in fondo, nelle transitorie e finali.

“Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare”, ha concluso l’Incriticabile. Peana da sinistra: Draghi salvatore della patria laica (e antifascista, non guasta mai). Applausi da destra: Draghi difensore delle fede contro i laicisti mangiapreti. Sveglia: l’Incommensurabile se n’è solo lavato le mani, chiudendo subito qui la rogna e passando il cerino alla commedia delle parti, anzi dei partiti, in Senato dove è fermo il disegno di legge Zan in seguito al via libera della Camera, il 4 novembre scorso. Non sarà un politico in senso stretto, l’Inscalfibile, ma è più furbo del politicante medio. È uomo della finanza.

Murgia as usual. “La principale preoccupazione vaticana è che, se la legge viene approvata, le scuole cattoliche non saranno esentate dal dover insegnare il rispetto per le persone, quale che sia la loro condizione e il loro orientamento. Ma perché mai dovrebbe essere diversamente? Perché per una parte del sistema scolastico finanziato dallo Stato dovrebbero valere leggi diverse da quelle che valgono per tutti gli altri?” (La Stampa, 24/6).

Non ci duole sottolineare che la scrittrice inventrice del “fascistometro”, genialata senza pari, come al solito non ha capito granché. Proprio lei che fa parte della schiera di feticisti della Costituzione sembra ignorare che il Concordato, erede dei Patti Lateranensi del 1929 e revisionato nel 1984, sta appunto dentro la Costituzione.

Ora, gli accordi fra Stato italiano e Santa Madre Romana Cattolica Apostolica eccetera eccetera, da sempre vengono contestati dai laici (quelli veri, non ad annate alterne), perché consistono in un privilegio legislativo inammissibile in un ordinamento giuridicamente normale, il quale non dovrebbe riconoscere trattamenti speciali a questa o a quella religione, anche questa dovesse rappresentare il 99% di chi ha traffici spirituali con qualche Dio.

Rileva poco, qui, che il cattolicesimo faccia sempre meno presa nella vita quotidiana degli italiani; quel che importa è che, fino a quando il favoritismo concordatario non sarà stato abolito, le garanzie previste sono uno scudo che non si capisce perché mai la Chiesa beneficiaria non dovrebbe poter sfruttare, per salvaguardare scuole in cui, sic stantibus rebus, preti e suore hanno tutto il diritto di insegnare la loro dottrina.

Il finanziamento statale alle ‘paritarie’ (in teoria “senza oneri per lo Stato”: sì, come no) diventa scandaloso solo se si presuppone di denunciare quel benedetto Concordato e riscrivere la legislazione religiosa, per intero e daccapo.

Altrimenti, è la solita litania che ogni tanto riciccia fuori dal dimenticato fondo di un certo anticlericalismo di maniera, che suona grottesco in bocca agli sfegatati fan del Papa ambientalista, pro-migranti e, almeno così pareva, filo-lgbt (“Chi sono io per giudicare?”).

Cirinnà, facce ride. “Un prete potrà tranquillamente dire cos’è per la Chiesa la famiglia, se invece dovesse invitare i fedeli a prendere a botte le coppie gay commetterebbe un reato. Chiaro no?” (Il Manifesto, 25/6).

L’autrice di questa perla è Monica Cirinnà, senatrice del Pd la cui fama si deve alla legge d’introduzione delle unioni civili che porta il suo nome. Secondo il diritto, l’ignoranza della legge non salva il reo.

La Cirinnà dimostra di non sapere che se chiunque, non un prete ma proprio chiunque, dovesse esortare qualcuno a usare violenza contro qualcun altro, finirebbe, almeno si spera, davanti a un giudice.

E già oggi, ora, nunc, non grazie al Ddl Zan. A parziale e insufficiente compensazione, la brillante Cirinnà rivela almeno che “se la vecchia maggioranza del Conte 2 tiene senza defezioni, i numeri ci sono”. Leggi: se Renzi e i cattolici del Pd non fanno scherzi, Zan passa. Quanto meno un’informazione utile e sensata l’ha fornita, la neo-ripetente in giurisprudenza.

Verità est una (ma anche no). Nella nota informale, come da gergo diplomatico è chiamata la comunicazione consegnata dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, Paul Gallagher, al nostro Ministero degli Esteri, si legge: “Ci sono espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina”.

Non ci si può stupire che il Papa faccia il Papa, e che il suo magistero “autentico” rimarchi la totale contrarietà a qualsivoglia concezione diversa dalla Verità rivelata, che essendo tale è fissata per sempre, punto e basta.

La leggenda di un Bergoglio aperto e riformatore al punto da rinnegare i fondamenti stessi del cattolicesimo è, appunto, una leggenda.

Funzionale ai suoi detrattori diciamo di destra (che dal punto di vista teologico, le loro ragioni ce le hanno) e ai suoi adoratori diciamo di sinistra (che neanche sanno, nella loro crassa fatuità, di essere stati preceduti da un certo Tolstoj e da un meno noto, ma forse ancor più grande e acuto Elull, grandi eretici in quanto contestatori di tutto ciò che è venuto dopo Cristo, ovvero l’intera Chiesa con annesso armamentario di divieti, sessuofobia e moralismi assortiti).

Il fatto è che nella modernità relativista le verità si scrivono con la minuscola e si declinano al plurale, e piaccia o no questa non è un’interpretazione, è un dato fattuale. Anche eventualmente da combattere, sia chiaro, ma comunque inaggirabile.

Il che dovrebbe indurre gli scatenati adepti del decostruzionismo gender al senso del relativo e, di conseguenza, al rispetto della libertà di professare anche l’idea considerata più retrograda, purché non intacchi la libertà di professare quella altrui. Altrimenti è uno scontro fra asserzioni assolute e dogmi di fede.

Decisamente non un passo avanti ma indietro. Molto indietro. Diciamo alle guerre di religione con cui si affacciò all’onor del mondo la modernità.

Parola di Parolin. Il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, intervistato da Vatican News il 26 giugno ha smorzato la polemica: “Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare la legge. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è”.

Detto che nel conquibus il prelato ha ragione, perché un povero giudice avrà la sua bella gatta da pelare quando dovrà stabilire il confine fra ciò è ammesso sostenere e ciò che non lo è, l’impressione è che il pontefice, ben nascosto dietro le quinte da consumato comunicatore quale è (ah, i gesuiti, che lenze), abbia mandato avanti il fido Parolin per dire una parola di distensione che riduce molto la forma, ma non la sostanza della contesa. Ci sarà pure una ragione, d’altronde, se la Chiesa bene o male dura da duemila anni.

Lucetta dei nostri occhi. Ebbene sì, una mente illuminata che l’ha messa giù bene, piana, semplice e incontrovertibile, c’è. È cattolica, ma anche un miscredentaccio uscito dal tunnel postmodernista potrebbe tranquillamente sottoscrivere.

Udite e gioitene tutti: avversare la filosofia ispiratrice del Ddl Zan non è “istigazione all’odio contro gli omosessuali, o i transgender o quanti vogliono essere classificati come fluidi, ma solo libertà di dire che gli esseri umani, tranne una minoranza esigua, nascono o donne o uomini. Dire questo non significa ovviamente che non si possa poi scegliere il comportamento sessuale, anche in opposizione all’appartenenza biologica. Significa solo poter affermare una verità che è sotto gli occhi di tutti, sostenuta anche da laici e da una parte delle femministe. Significa dire che i desideri trovano un limite nella realtà, e dobbiamo tenerne conto se non vogliamo entrare in una confusione pericolosa e sterile”: Lucetta Scaraffia (Il Giorno, 24/6).

Andate in pace, che non è ancora tempo di svaticanamenti.

 

Alessio Mannino

Lo Zan, Fedez e il tiro all’opinione

Tra Fedez e Pillon, tutti a grugnire intorno alla proposta di legge del deputato PD. In democrazia, più si rispetta la diversità, meglio è. Nella finta democrazia liberale, invece, funziona come nella Fattoria degli animali di Orwell: c’è sempre qualcuno che vuol essere più uguale degli altri.

Il diritto liberale funziona così: ogni minoranza deve poter chiedere e, prontamente, da parte della maggioranza esserle dato. Norme, soldi (4 milioni di euro per centri di assistenza a vittime delle violenze di genere), visibilità, riconoscimento sociale. Si sviluppa ad abundantiam, per proliferazione.

Non è una critica, è una constatazione. Tutto quel saltare di nervi, poi, per gli incontri nelle scuole abbinate a una futura Giornata nazionale contro le varie fobie, pare, suvvia, un tantinello sfasato: con tutta l’orgia di materiali di varia natura di cui un ragazzino può ingozzarsi quando gli pare e piace, guardando una qualunque serie su Netflix, o navigando solitario in cameretta sul telefonino (che certi disastrati genitori gli danno in mano quando ancora non sa la differenza fra il coso e la cosina), il terrore che imparino dalla maestra la legittima esistenza degli omosessuali o dei trans suona, diciamo, leggerissimamente fuori dal mondo.

Secondo i seguaci di Fedez, la proposta (già passata alla Camera, bloccata in commissione al Senato dalla Lega) non mette affatto a rischio la libertà di manifestare un’opinione diversa o critica su matrimonio gay o utero in affitto, anche perché è stata munita di un’aggiunta, la cosiddetta “clausola salva-idee”, che salvaguarda la libera espressione di punti di vista purché non vengano “a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

L’ambiguità, in effetti, c’è. Ma come in tutte le pandette, del resto, specie in Italia. Sarà ulteriore lavoro per i giudici nonché per i giornalisti, ghiotti di casi dell’offeso di turno che schizza in tribunale non appena sente un prurito alla propria personale fobia.

Ora, posto che non è in discussione punire chi discrimina un qualsivoglia cittadino a prescindere dalla categoria o dall’appartenenza (se dimostro, per esempio, che pur avendo i titoli mi scarti al lavoro perché non gradisci con chi mi accompagno, vai sanzionato per violazione della basilare uguaglianza, non per altro), specificare, settorializzare, parcellizzare reati di comportamento che dovrebbero valere per tutti è una battaglia che non dovrebbe sfiorare nemmeno un’aula di giustizia, perché è culturale e politica.

Tramite il Dl Zan i promotori intendono far avanzare la loro linea, e ci sta. Ma qua il problema non è il singolo comma del dettato legislativo, è che non dovrebbero proprio esistere i reati di opinione. Chiunque dovrebbe poter sostenere la propria, fosse anche la più indecente, a patto che non agisca per imporla a nessuno.

Si poteva benissimo pensare a giornate celebrative o centri anti-violenza o a inasprire le aggravanti, senza alimentare la dinamica opinionicida dell’iper-regolamentazione fobica.

La legge Zan non proteggerà nessuno, con buona pace di Fedez che non sa nemmeno di cosa parla. Al meglio, non cambierà niente; al peggio, rafforzerà le parti politiche che li discriminano. La legge introduce aggravanti, cioè pene appesantite per reati che già esistono. L’idea che inasprire le pene faccia diminuire il crimine è una delle numerose credenze intuitive ma false, ormai ampiamente smentite dagli studi. Per amor di brevità, citiamo solo la posizione del National Institute of Justice, l’agenzia di ricerca del Dipartimento di Giustizia americano:

“Le leggi pensate per ridurre il crimine concentrandosi principalmente sull’inasprimento della pena sono inefficaci, in parte perché i criminali non conoscono le sanzioni specifiche per i crimini. Pene più severe non correggono i condannati, e il carcere può aumentare la recidiva”.

Inoltre, tralasciando l’ipocrisia e la pochezza intellettuale di alcuni politici che dicono di “stare” con il rapper (fatto che ci dice che la politica ormai è quasi deceduta), il paladino dei trans e dei lavoratori Fedez, “dimentica” quelli di Amazon, multinazionale di cui è sponsor, come dimentica quella canzone in cui ironizzava sull’outing di Tiziano Ferro (uno che sa cantare), o le sue bordate sui carabinieri. L’impressione è che al cantante munito di autotune non interessino davvero i diritti civili, ma consolidare la sua immagine pubblica di influencer, magari sollecitato dalla moglie che ha brandizzato la propria famiglia, facendosi ulteriore pubblicità e “dimostrando” di non essere solo un artista (?) ma un artista impegnato, come si conviene oggi.

 

Fonte  Alessio Mannino

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