Gerusalemme e il sionismo: una lettura geopolitica, teologica e geografia

Rileggere lo scontro in Palestina e più in generale nel Vicino e Medio Oriente attraverso le lenti della geopolitica e della geografia è l’unico sistema per sganciarlo da una narrazione pre-costruita ad uso e consumo dell’Occidente. Il giurista tedesco Carl Schmitt nel suo studio sul concetto di politico affermò che tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati poiché sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia. Secondo il prof. Claudio Mutti la stessa geopolitica, pur essendo una scienza del tutto profana, non è estranea a questa dinamica evolutiva. E, di fatto, esiste una segreta influenza, per lo più sconosciuta o ignorata dagli odierni analisti geopolitici e geo-economici, esercitata dalle scienze tradizionali sull’immaginario collettivo. Esiste dunque un profondo impatto residuale degli archetipi della geografia sacra sedimentato nell’immaginario collettivo che determina la struttura stessa del pensiero geopolitico. La geopolitica ha dunque una discendenza diretta dalla geografia sacra. E questa relazione si esprime in modo determinante e visibile a tutti in primo luogo nella contesa attorno ai centri spirituali. Gerusalemme, e più in generale l’intera Palestina, rappresentano la più evidente dimostrazione di questa relazione segreta ed ignorata tra geopolitica e geografia sacra. La Palestina, inoltre, è terreno di scontro tra due visioni antitetiche del mondo che si esprimono in una delle dicotomie classiche del pensiero geopolitico: la dicotomia Occidente/Oriente. Il padre della geopolitica, il geografo svedese Rudolf Kjellen, descriveva questa dicotomia come opposizione tra una visione del mondo (quella occidentale) tutta votata all’idea del progresso senza limiti, ed una visione del mondo “orientale” indirizzata verso il rispetto della tradizione ed uno stile di vita votato alla contemplazione. Un’idea che non si scosta da quella prettamente guenoniana che vedeva il prevalere nell’Occidente di un sistema filosofico e di una cosmovisione assolutamente materialista (soprattutto a seguito della Riforma protestante, del trionfo del mercantilismo, dell’individualismo e la riduzione della religione alla sola sfera della morale) e nell’Oriente il prevalere di una visione in cui ordine fisico e metafisico rimangono strettamente interconnessi. Scriveva Renè Guènon: l’Occidente cambia mentre l’Oriente permane nella sua immutabilità.

Non si può, inoltre, non considerare il fatto che in molte tradizioni culturali prettamente eurasiatiche l’Occidente (landa della sera e terra dell’occaso) veniva percepito come un luogo di perdizione, una terra dei morti dalla quale non vi fosse via d’uscita per i semplici mortali. Da qui deriva l’idea heideggeriana che il processo di occidentalizzazione del mondo intero vada di pari passo con il processo di de-potenziamento dello spirito e delle verità religiose tradizionali. Lo Shaykh al-Ishraq Sohrawardi parlava espressamente della condizione di “esilio occidentale” (un mondo delle tenebre dominato dal male a causa dell’assenza, del distacco e della lontananza da Dio) dalla quale l’uomo deve fuggire per raggiungere l’Oriente delle luci e dunque la sua completa realizzazione spirituale. Non è un caso se il grande iranista Henry Corbin ha parlato di evidenti corrispondenze tra la teosofia islamica e l’analitica heideggeriana.

Ora, Gerusalemme, non solo è il centro spirituale per eccellenza delle tre principali religioni monoteistiche, ma è anche un “centro del mondo”, un axis mundi (punto di congiunzione tra cielo e terra). A Gerusalemme il viaggio notturno del Profeta ha assunto la direttrice dell’esaltazione. E il tempio di Salomone, costruito sul monte Sion e distrutto da Nabucodonosor nel 595 a.C., era la residenza di Jahvè tra gli israeliti. Dunque, oltre alla chiave di lettura dicotomica classica oppressi/oppressori, tanto cara all’Imam Khomeini così come ad Ali Shariati, la lotta in Palestina e per Gerusalemme può essere interpretata anche nei termini di resistenza e opposizione alla volontà “occidentale” di appropriazione e possesso di questo centro a cui seguirebbe la sua totale desacralizzazione.
Un processo visibile anche ad occhio nudo se si considera l’oscenità post-moderna degli insediamenti sionisti cementificati e costruiti ad alveare che hanno distrutto il panorama storico di Gerusalemme. Un processo iniziato nel 1967 con la conquista della parte Est della città quando i sionisti, in totale spregio di secoli di storia, buttarono giù un intero quartiere della vecchia Gerusalemme per costruire uno spiazzo di fronte al Muro occidentale. Una lezione anti-storica fatta propria dagli attuali alleati wahhabiti capaci di distruggere il centro storico di Awamiyah nella regione a maggioranza sciita di al-Qatif con la pretesa di “riqualificazione dell’area e caccia a presunti terroristi”.

Una vera e propria usurpazione se consideriamo che il Muro occidentale è un luogo sacro tanto agli ebrei quanto ai musulmani. Nelle sue prossimità si ritiene che il cavallo del Profeta, Buraq, avesse la stalla nel momento in cui Egli compì il Mi’raj. Per secoli ebrei e musulmani hanno pregato insieme in questo luogo senza alcun problema particolare. E solo negli anni Venti con il crescere dell’arroganza sionista hanno iniziato a verificarsi i primi scontri. Questo terreno era di proprietà di una fondazione religiosa islamica appartenente ad una nobile famiglia palestinese. Il Gran Muftì Hajj Amin al-Husseini fece pervenire all’amministrazione mandataria britannica una tale quantità di documenti che provavano tale diritto che questa nei cosiddetti White Papers non poté far altro che riconoscere la proprietà del luogo alla comunità islamica. É dunque abbastanza chiaro che ad oggi lo scontro in Palestina sia un prodotto di questa concezione dicotomica del mondo e che possa essere oggetto di uno studio approfondito per la cosiddetta “geopolitica delle religioni”.

Il sionismo ha sì un’origine “occidentale” ma non è affatto un movimento laico nei suoi obiettivi. Il padre fondatore del sionismo moderno Theodor Herzl disegnò i confini del futuro Stato di Israele sulla base di quanto riportato nel libro della Genesi: ovvero, dal fiume d’Egitto – il Nilo – al grande fiume, l’Eufrate. Non solo. Nella sua opera Lo Stato ebraico (opera dallo scarsissimo valore letterario ma emblematica ed utile per comprendere come funzionasse sin dal principio la mentalità sionista) scrive:

la Palestina è la nostra patria storica, indimenticabile […] se sua Maestà il Sultano ci desse la Palestina ci potremmo impegnare a sistemare completamente le finanze dell’Impero Ottomano; per l’Europa che dovrà garantire la nostra esistenza, rappresenteremo colà un vallo contro l’Asia, copriremo l’ufficio di avamposto della civiltà contro la barbarie.

Ora, sappiamo tutti che il Sultano non accettò questa proposta. Cosa che gli valse una rivoluzione, quella dei Giovani Turchi del 1908 che di fatto sancì la distruzione definitiva delle rimanenti istituzioni che resero grande l’Impero. Una rivoluzione che nella prefazione ad un’edizione dei Protocolli dei savi di Sion veniva definita come la “rivoluzione ebraica in Turchia”. Non è dato sapere quanto questa affermazione possa essere veritiera e non è il caso di entrare nel merito sulla veridicità o meno dei Protocolli. Tuttavia, tale definizione nasce dalla constatazione che molti degli esponenti di questo movimento discendevano da famiglie israelite residenti nei Balcani legatesi al movimento messianico ebraico del XVII secolo noto come sabbatianesimo (nome che deriva dal suo fondatore Sabbati Zevi) e successivamente convertitesi in modo del tutto superficiale, per non dire falso, all’Islam per proseguire quella che era la missione del loro autoproclamato Messia: la distruzione dell’Islam dall’interno in modo da rendere possibile la restaurazione del Regno di Israele in Palestina.
Spesso il sabbatianesimo viene anche associato al wahhabismo. Nathan di Gaza, l’ispiratore di Sabbatai Zevi, scrisse a suo tempo dei rapporti a diverse comunità ebraiche dell’Europa e del Nordafrica in cui si parlava di un fantomatico esercito che, sorto dal deserto del Najd in Arabia, avrebbe conquistato Mecca e Medina e distrutto le tombe della famiglia del Profeta e dei suoi compagni. Esattamente ciò che fecero i wahhabiti quando si impossessarono dei luoghi santi dell’Islam. Per questo da una prospettiva prettamente islamica la liberazione di Gerusalemme non può prescindere dalla liberazione in primis di Mecca e Medina.

Inoltre, lungi dall’aver costituito un vallo contro la barbarie (cosa totalmente priva di senso visto che la Palestina era parte dell’Impero Ottomano, un’entità geopolitica perfettamente inserita nel sistema delle relazioni internazionali del periodo e rappresentante di una civiltà millenaria ben lontana dal poter essere definita come barbarica), è stato proprio il sionismo a portare la barbarie colonialista occidentale in Palestina. Si pensi alla violenza brutale dei gruppi armati sionisti: il Lehi, l’Irgun, agli attentati terroristici, alle stragi nei villaggi arabi (come quella di Deir Yassin in cui vennero trucidate oltre 250 persone) avvenute ben prima dello scoppio della guerra del 1948, o ai cecchini dell’Unità 101 guidata da Ariel Sharon che aprivano il fuoco su inermi contadini che cercavano di raccogliere i frutti della loro terra.
Il sionismo ha le sue radici ideologiche nel Talmud, nei testi della tradizione rabbinica (in una specifica interpretazione del Talmud, un’interpretazione a proprio uso e consumo) e nello stesso messianismo ebraico: nel movimento dei Cariati (i cosiddetti “scritturali” che addirittura rinnegarono il Talmud), nell’opera di Solomon Molcho, nel sabbatianesimo, o in quella di Jacob Frank (reincarnazione di Sabbatai Zevi). Tuttavia la religione talmudica, sviluppatasi tra gli ebrei della diaspora, risulta essere sostanzialmente differente dalla religione praticata al tempo dei Re e dei Profeti. La religiosità dei Re israeliti venne influenzata in modo determinante da quella cananea e mesopotamica in generale e nonostante fosse già presente il carattere esclusivista ed etno-nazionalista, rimaneva di carattere tradizionale, incentrata sul culto, sul sacrificio rituale e sul rapporto diretto con Dio. Il Re, secondo il Salmo 110, era “sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” e Salomone costruì il Tempio accanto al palazzo reale associando il culto alla monarchia stessa.

Gli stessi testi del Pentateuco si riferiscono a tradizioni orali arcaiche reinterpretate e corrette nel corso di molti secoli. Il racconto di Adamo ricorda da vicino il tema mesopotamico dell’immortalizzazione mancata di Gilgamesh. Eroe mitico che i curdi considerano come loro antenato ancestrale. Basti pensare al libro del leader del PKK “Eredi di Gilgamesh”. Una vicinanza che spiega sotto certi aspetti l’attuale assonanza geopolitica tra curdi e israeliani ed ancora una volta dimostra il legame fondamentale tra geopolitica e geografia sacra. Col Talmud e con l’evoluzione del “rabbinismo” si sviluppa una sorta di ideale messianico ed al contempo utopico retrospettivo che vede nella restaurazione del Regno di Israele lo schiudersi di una nuova era a seguito della quale il popolo eletto dominerà non solo la Palestina ma anche il mondo intero. Il Regno atteso è un regno alla lettera. Vale a dire un dominio effettivo su questa terra di un popolo eletto da Dio a tale scopo. L’idea di Shalom (pace) e di Sedeq (giustizia) sono direttamente collegate all’idea di supremazia sui nemici e sui popoli. Attraverso questa interpretazione delle scritture, la pace universale del Pentateuco diventa una pax giudaica (molto simile alla cosiddetta pax americana) ottenuta o tramite libera sottomissione (noachismo) o con la vittoria eclatante sui nemici. È scritto (Genesi 22, 17-18) che nella discendenza di Abramo saranno benedette tutte le nazioni. Nell’interpretazione rabbinica questa “benedizione” è strettamente legata alla sottomissione ad Israele ed al suo Messia.

Questo è il sostrato ideologico attraverso il quale si è fondato il sionismo. Asher Ginzberg, uno dei principali esponenti del cosiddetto sionismo spirituale o esoterico (che per certi versi si discosta dal sionismo “moderato”, per modo di dire, di Theodor Herzl) scrisse un piccolo saggio, scopiazzato da Nietzsche, dal titolo Inversione di tutti i valori, in cui il concetto nietzschiano di superuomo veniva sostituito dall’idea di supernazione da identificare ovviamente con Israele destinata a dominare sul mondo intero. E non è un caso se molti esegeti cristiani e musulmani del Talmud abbiano identificato il Messia ebraico non come persona singolare ma come popolo, e dunque come il ritorno degli ebrei numericamente aumentati in Palestina a cui seguirà la ricostruzione del Tempio come profetizzato da Ezechiele. Sappiamo bene che l’attuale popolazione palestinese è di etnia semitica e discende in buona parte anche da famiglie israelite convertitesi al cristianesimo o all’Islam. Il processo di arabizzazione e islamizzazione della popolazione autoctona della Palestina, dopo la conquista islamica di Gerusalemme nel 637, fu lungo e complesso. Questo è uno dei motivi per i quali lo Shaykh Imran Hosein (un deviato sufi per i wahhabiti), nel suo testo “Gerusalemme nel Corano” ha identificato gli attuali occupanti sionisti della città, di origine per lo più europea (ma vi sono anche etiopi, indiani, nordafricani) portatori di tratti fenotipici totalmente diversi rispetto alla popolazione indigena della Palestina (sia essa ebraica, cristiana e musulmana), nelle malvagie genti di Gog e Magog che hanno un ruolo centrale nell’escatologia sia cristiana che islamica. Ed è per questo motivo che lo Shaykh identifica Israele come espressione della compiuta oppressione e peccaminosità. E nell’Islam non c’è nessuna forma di tolleranza per l’oppressione.

A dimostrazione che questa sia una interpretazione a proprio uso e consumo sta il fatto che il Talmud babilonese, come sostenuto tra l’altro dai Neturei Karta, vieti esplicitamente il ritorno in armi nella “Terra Promessa”. Il successo del sionismo è dovuto proprio alla sua capacità di propagandare il suo credo. I sionisti hanno investito miliardi di dollari per fare in modo che la loro interpretazione dei testi sacri venisse a coincidere e ad essere identificata con l’ebraismo nella sua totalità. Oggi, di fatto, è difficile trovare un ebreo indifferente alle sorti di Israele o in netta opposizione con le sue scelte politiche. Tanto che gli stessi ebrei che vivono all’infuori dell’entità sionista, e che non hanno nessuna intenzione di trasferirvisi, comunque la finanziano economicamente e la sostengono politicamente. Il caso più emblematico è la lobby sionista statunitense: l’AIPAC (American Israeli Public Affairs Commitee).

Oggi al potere a Washington vi è l’ala più oltranzista di questa lobby. Ma negli ultimi settanta anni, Israele, con la sola eccezione dell’amministrazione Eisenhower che mai ha digerito le pesanti ingerenze dell’AIPAC nella politica statunitense, ha sempre rappresentato il pilastro della geopolitica nordamericana nella regione. Un ruolo condiviso per due decenni con il regime dello Shah Mohammed Reza Pahlavi in Iran che oggi qualcuno sembra rimpiangere. Senza andare troppo indietro nel tempo l’amministrazione Obama ha contribuito a finanziare il sistema di difesa anti-missilistico Iron Dome ed ha rafforzato il cosiddetto “qualitative military edge” fornendo ad Israele armamenti sempre più sofisticati e strutture atte al lotta contro la guerra cibernetica.

Ora, il successo di questa operazione di propaganda si è riflettuto anche nello sdoganamento di cui il sionismo ha goduto nella cristianità occidentale. È risaputo che l’Osservatore Romano nei primi del Novecento fosse carico di articoli che muovevano delle critiche feroci al neonato movimento ed ai suoi propositi. Una voce critica che si è via via affievolita fino alla totale acquiescenza dopo il Concilio Vaticano II. E questa operazione è la medesima attuata dal wahhabismo saudita che ha cercato, attraverso uno spregiudicato utilizzo della propria ricchezza, di assumere la leadership dell’Islam sunnita facendo in modo che la stessa identità sunnita venisse a coincidere la sua interpretazione a-culturale ed anti-tradizionale dell’Islam. Solo recentemente, con la Dichiarazione di Grozny sull’identità sunnita, importanti guide spirituali dell’Islam sunnita (tra cui il Grande Imam dell’Università di al-Azhar) hanno rigettato il wahhabismo come deviazione cercando di riappropriarsi di una identità per troppo tempo usurpata dalla questa setta eterodossa.
Attraverso questa ideologia messianica, connaturata al sionismo, si può intuire il motivo per il quale Israele non sia affatto interessato ad un negoziato che riconosca un qualsiasi diritto di esistenza ad uno Stato palestinese. Ogni tentativo di questo tipo è miseramente fallito: i negoziati di Oslo, il piano di pace arabo, l’iniziativa di Ginevra, la roadmap ed il processo di Annapolis sponsorizzati dall’amministrazione Bush. Ed è emblematico a tal proposito il recente voto interno al Likud sulla proposta di annessione degli insediamenti in Cisgiordania ed il voto della Knesset sull’unità di Gerusalemme. Il più grave errore della dirigenza palestinese è stato credere nella possibilità della propria autodeterminazione attraverso una soluzione negoziale. A chi si ostina a sostenere che gli arabi fecero male a non accettare il piano di spartizione stabilito dall’ONU, basterà ricordare che già prima del conflitto del 1948, i sionisti avevano approntato un piano (noto come Piano Dalet) che di fatto prevedeva già l’occupazione di territori che il progetto delle Nazioni Unite aveva assegnato alla componente araba.

L’obiettivo sionista è ed è sempre stato la realizzazione compiuta della “Grande Israele”. Si pensi al ruolo cruciale giocato dal Gush Emunim (il blocco dei fedeli, il movimento messianico che ha sostenuto la campagna di colonizzazione della Cisgiordania), ai coloni di Kyriat Arba ad Hebron ed al massacro compiuto da uno di essi nella moschea di Ibrahim nel 1994. Va da sé che esistono due tipi di coloni: quelli che lo fanno nella convinzione “religiosa” che le terre della Giudea e della Samaria appartengano ad aeternum ad Israele, e coloro che la fanno per mera convenienza economica visto che la tassazione imposta dallo Stato israeliano ai coloni è praticamente inesistente. La politica israeliana nei territori occupanti è estremamente ambigua. Questa viola apertamente la Convenzione dell’Aia su leggi ed usi della guerra terrestre (1907) e la Convenzione di Ginevra (1949). Tuttavia, il sionismo non considera questi territori come “occupati” ma come parte integrante del territorio nazionale di Israele. Non a caso la guerra del 1967 cui seguì l’occupazione della Cisgiordania, del Sinai e della alture del Golan, venne descritta nei termini di “guerra di liberazione”.

Inoltre, durante l’invasione del Libano del 1982 (l’operazione “Pace in Galilea”) il rabbinato militare fornì ai soldati che occupavano il sud del paese dei cedri delle cartine in cui i nomi dei villaggi libanesi comparivano in ebraico ed in cui la stessa fascia meridionale del paese appariva come già annessa ad Israele. Un infausto destino che solo la forza di Hezbollah è stata capace di sovvertire. E sempre negli anni Ottanta, sulla rivista sionista Kivunin (Direzioni) apparve un contributo dal titolo Una strategia per Israele negli anni 80, ma meglio noto come Piano Yinon, che riletto alla luce dell’attuale panorama geopolitico del Vicino Oriente, rende bene l’idea tanto dei reali obiettivi sionisti (la disgregazione del mondo arabo) quanto del nefasto ruolo nordamericano nel tentativo della loro realizzazione. È scritto:

la dissoluzione dell’Iraq è importante per noi quanto e più di quella della Siria. L’Iraq, ricco di petrolio, è un candidato garantito per gli obiettivi di Israele […] In Iraq una divisione in province lungo linee etnico-religiose è possibile. Così tre o più Stati esisteranno attorno alle tre città più importanti.

Gli obiettivi del piano sono praticamente gli stessi del progetto Grande Medio Oriente propugnato dall’amministrazione Bush-Cheney nei primi anni duemila dopo l’11 settembre, compresa la costituzione del pivot geopolitico curdo di fondamentale importanza per ogni operazione di destabilizzazione dell’area.

Appare dunque evidente quanto né Israele (uno Stato militarizzato e poliziesco che si nutre di conflitto), né gli Stati Uniti siano interessati alla pace nella regione. La dimostrazione è sotto gli occhi di tutti: il sostegno al terrorismo; l’illegale presenza statunitense in Siria; la tempistica con la quale si è proceduto alle dichiarazioni su Gerusalemme capitale; l’inasprirsi dei bombardamenti della coalizione a guida saudita nello Yemen; le trame oscure che ora aleggiano sull’Iran. Il connubio USA-Israele ha di fatto imposto alla regione una situazione di perenne guerra ibrida attraverso la quale non sono più gli eserciti ad affrontarsi ma attori differenti coadiuvati da una profonda operazione di manipolazione mediatica. A questo proposito sarà utile ricordare che la decisione dell’amministrazione Trump su Gerusalemme è il prodotto di una scelta presa sotto la presidenza Clinton e successivamente ribadita da Obama. L’amministrazione Clinton, per ciò che concerne la Palestina, ha fatto più danni di qualsiasi altra amministrazione nordamericana. Clinton concesse 10 miliardi di dollari di finanziamento ad Israele per insediare quasi un milione di immigrati ebraici arrivati a seguito del crollo dell’URSS. Una cifra sicuramente ragguardevole che è andata a sommarsi ai circa tre miliardi di dollari annui di aiuto estero che Israele ottiene da circa trent’anni a questa parte.

Fare del complottismo retroattivo è sempre un’operazione rischiosa. Tuttavia, è quasi lampante che tutti e tre i principali eventi storici e geopolitici del Novecento, i due conflitti mondiali ed il crollo dell’URSS, si siano conclusi con una vittoria del sionismo su ogni fronte. È risaputo che Israele contribuì in modo determinante, con la CIA ed attraverso il regime islamista pakistano di Zia ul-Haq, ad armare il jihad in Afghanistan. Una guerra che fece sprofondare l’economia sovietica. Una vicenda abbastanza paradossale se si considera che fu proprio l’URSS ad essere il principale sostenitore della creazione di Israele nella seconda metà degli anni Quaranta proprio perché Stalin, ingannato dal carattere socialisteggiante del sionismo ed alle operazione terroristiche delle bande sioniste contro i britannici, si convinse di poterlo usare come strumento geopolitico in chiave anti-occidentale.

Nel momento in cui il conflitto del 1948 venne interrotto dalla prima tregua, i sionisti, in evidente difficoltà nonostante la superiorità numerica sul campo e la totale inattività di cinque dei sette eserciti arabi coinvolti, violando le regole stabilite dal mediatore ONU (il conte Folke Bernadotte, successivamente ucciso proprio dai sionisti), ingrossarono le proprie fila e ricevettero ingenti armamenti tramite la Cecoslovacchia. L’URSS fu tra le prima nazioni a riconoscere Israele. Un errore che costò molto caro a Stalin e più in generale alla stessa Unione Sovietica negli anni successivi se si considera che Israele ha mosso guerra ad ogni alleato sovietico nell’area già dal 1956 con l’aggressione all’Egitto a seguito dell’accordo segreto di Sevres con Francia e Gran Bretagna che addirittura imponeva un ultimatum ad un paese attaccato e non a quello attaccante. Una vicenda ancora una volta emblematica del nefasto ruolo occidentale nel conflitto arabo-israeliano.

Pensiamo anche ai 3000 miliardi di marchi tedeschi che la Germania Ovest versò nelle casse sioniste come “risarcimento” per l’olocausto e che di fatto consentirono all’entità sionista di sopravvivere nel momento più critico della sua neonata esistenza (anni Cinquanta e Sessanta) comprando armi da Francia e Stati Uniti. Una magnifica espressione di quella che Julius Evola chiamava ideologia di Norimberga e che Costanzo Preve definiva religione olocaustica. Ovvero quel senso di colpa “indotto” all’Europa che di fatto impedisce ogni processo di reale emancipazione dalla servitù nordatlantica.

 

L’intellettuale dissidente

I peccati dell’innovazione tecnologica, la New Economy con il suoi web e robot

La nostra epoca è caratterizzata da una crescente innovazione tecnologica presente in tutti gli ambiti della nostra vita. Accanto a questa spinta allo sviluppo, s’instaura una nuova struttura economica: la cosiddetta New Economy, che si contraddistingue dalle forme economiche del passato per il fatto di essere caratterizzata da elementi inediti: opera in un mercato globale; riesce ad abbattere egregiamente i costi di lavoro ed è localizzata in uno spazio indefinito: la rete. Nel libro Al posto tuo: così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Riccardo Staglianò spiega bene il modo in cui le nuove tecnologie incarnano lo spirito della New Economy. La crescita esponenziale dello sviluppo tecnologico è diretta verso l’automazione dei metodi di produzione e la digitalizzazione dei servizi.

Si possono citare tre esempi plastici in grado di riassumere al meglio la portata di queste innovazioni: il primo è l’invenzione di Baxter e Sawyer, due robot in grado di svolgere rispettivamente compiti industriali semplici e operazioni più precise solo attraverso una semplice programmazione eseguita da un lavoratore privo di competenze tecniche; il secondo è il software NarrativeScience, capace persino di scrivere, attraverso un sistema algoritmico, articoli giornalistici impostati secondo un determinato stile o taglio editoriale; il terzo è Amazon, negozio globale online divoratore della concorrenza locale, che sfrutta i propri dipendenti e i negozi che vendono attraverso la sua piattaforma per poter essere iper-funzionale e iper-competitivo.

Sono due i fenomeni problematici determinati dalle tendenze innovatrici rappresentati in questi esempi. Il primo fenomeno è relativo alla sostituzione dei lavoratori con le macchine: uno studio di Frey e Osborne, ricercatori all’Università di Oxford, sostiene che il 47% dei mestieri ricade nella categoria ad alto rischio di sostituzione nel prossimo futuro. Da una parte, la minaccia fa riferimento alla sostituzione dei lavori manuali attraverso l’automazione dei metodi di produzione; dall’altra invece, l’invasione di sistemi algoritmici e informatici comporta la sostituzione dei lavoratori negli ambiti lavorativi di natura intellettuale. Sono due gli ordini di problemi determinati da questo rimpiazzo di manodopera per mezzo di queste metodologie. Il primo è strettamente economico e occorre affrontarlo partendo da un presupposto relativo al funzionamento del capitalismo: la teoria del plus-valore di Marx. Il modello marxiano descrive il modo in cui il datore di lavoro si approprierebbe della differenza economica tra il costo della manodopera del lavoratore e il prezzo finale della merce.

Questa teoria spiega anche il motivo per cui il sistema capitalistico selvaggio ha una tendenza verso cicli di crisi economiche: il datore di lavoro subisce le spinte al ribasso dei prezzi delle merci dalla concorrenza presente sul mercato, che conseguentemente lo condiziona all’abbassamento del costo della manodopera. Per aggirare questa tendenza, il datore di lavoro ricorre all’utilizzo di macchine per rendere più produttivi i lavoratori. Ma l’aumento di produttività non è un bene: la maggior produttività per mezzo delle macchine non solo comporta un minor numero di lavoratori, ma porta a produrre un surplus di beni, a cui consegue la distruzione del valore della merce e, a sua volta, al crollo del mercato.

Negli anni Settanta, questa tendenza alla crisi viene affrontata attraverso la pratica della delocalizzazione in Paesi emergenti come l’India o la Cina, luoghi in cui il costo della manodopera era bassissimo. Oggi invece, sembra che l’ideale da perseguire per affrontare questa tendenza sia il lavoratore robot: una manodopera automatizzata i cui costi di manutenzione sono infinitamente più bassi rispetto agli stipendi dei lavoratori da impiegare per lo stesso livello di produttività. Risulta ovvio però che se la soluzione del capitalismo rimane “maggior produttività al minor costo possibile” il continuo abbassamento dei costi della manodopera comporterà la distruzione della classe media, nonché l’annullamento della sua forza d’acquisto: sacrificio richiesto per il piacere di poter produrre a poco, e non più al prezzo giusto. Il secondo ordine di problemi relativo alla sostituzione dei lavoratori è prettamente etico, e fa riferimento al tema della deresponsabilizzazione. L’effetto più eclatante del progresso tecnologico è l’emancipazione progressiva delle nostre azioni dai vincoli morali. Gli strumenti tecnologici non vengono più creati per raggiungere un particolare fine, bensì sono loro a stabilire, grazie alle possibilità che offrono, ciò che si può o si deve fare: a vincolare le nostre azioni c’è solamente il limite tecnologico che non siamo riusciti ancora ad oltrepassare.

Nel momento in cui il principio che determina le scelte politiche, economiche e sociali non tiene più conto delle conseguenze etiche di una determinata innovazione, si giunge al punto in cui non vi è più possibilità di applicazione della responsabilità morale agli effetti delle azioni umane. Gli effetti collaterali dannosi o indesiderati devono essere considerati alla luce dell’azione che li produce. Oggi invece, questo discorso sugli effettivi rischi delle tecnologie sembra essere sostituito dall’idea di “danno collaterale”; idea che suggerisce come effetti positivi e negativi non concorrano sullo stesso piano, anzi: le conseguenze negative prodotte dalla tecnica ma ignote fino a quel momento, sembrano accadere fatalmente e casualmente, senza consequenzialità tra l’applicazione e i suoi effetti. Occorre invece calcolare i rischi dell’innovazione tecnologica; chiedersi che cosa possa pesare maggiormente per la società; e una volta trovata la risposta, scegliere se proseguire con quel tipo d’innovazione oppure arrestarla. Ad esempio, in termini di responsabilità morale, è meglio un uomo o un sistema tecnologico alla guida di un’automobile?

Il secondo fenomeno problematico di questa spinta innovatrice della New Economy è la precarizzazione del lavoro; tendenza particolarmente riscontrabile in due punti. In primo luogo, la New Economy produce sistemi di monetizzazione alternativi come il crowdsourcing (modello di business incentrato sulla collaborazione esterna di persone a progetti aziendali) e la sharing economy (“economia della condivisione”): concezioni economiche che all’apparenza possono risultare positive, rivoluzionarie e richiamanti modalità di condivisione eco-sostenibili; ma se contestualizzate e analizzate, rivelano tutta la loro portata precarizzante. Il 2007 è l’anno in cui scoppia la peggior crisi economica dalla Grande Depressione, la quale non fa altro che impoverire la classe media. È in questo momento che subentra la soluzione: “la sharing economy vi tende una mano d’aiuto! La sharing economy può aiutarvi ad arrotondare lo stipendio o a permettere di pagare l’affitto!”. Ma la verità la si può trovare provando a rispondere ad una domanda molto semplice: perché abbiamo bisogno di guadagnare più di prima? La sharing economy rappresenta veramente un’evoluzione dell’economia? Risulta evidente che la sua nascita è collegata alla crisi economica e alle sue drammatiche conseguenze.

La precondizione di questa sharing economy infatti è stato un mercato del lavoro depresso che, a partire dal 2008, si è caratterizzato per un abbassamento dei posti di lavoro fissi e parallelamente da una crescita impetuosa dei lavori part-time: chi ha perso un lavoro vero è costretto a ricorrere a numerosi microlavoretti, attraverso i quali si sperimenta nuovamente il lavoro a cottimo in versione 2.0. Mechanical Turk, il servizio internet di crowsourcing di Amazon Web Service, è solo uno degli esempi di sistemi a cottimo in cui la paga per ogni singolo lavoro non solo è bassissima (si parla di qualche centesimo di retribuzione a prestazione); ma dai guadagni ottenuti bisogna togliere un sacco di cose, come le cure mediche e le spese per la manutenzione della propria strumentazione; ma soprattutto non è previsto nessun contributo da versare per l’ottenimento della pensione. Si tratta quindi di sistemi economici del tutto insufficienti a risolvere le problematiche causate dallo sviluppo tecnologico: non contribuiscono minimamente a limitare le disuguaglianze economiche prodotte dalla concezione di sviluppo a loro affine, perché non pagano neanche le tasse utili al welfare.

In secondo luogo, Internet introduce varianti strutturali nella società e nell’economia rispetto al passato. Una delle idee più eversive del web 2.0 è stata quella della gratuità: un certo numero di merci si può trovare online gratuitamente. I contenuti vengono offerti gratis perché i professionisti remunerati (come i programmatori, i musicisti o i giornalisti) vengono sostituiti con gli utenti, che condividono in maniera totalmente volontaria e gratuità i contenuti da loro creati. L’utente produce e l’utente consuma: nasce una nuova figura: il prosumer. L’unico a guadagnarci in questo schema però non è questa nuova figura, bensì chi gestisce la piattaforma.

Ma il motivo della gratuità delle merci online non è relativa solo alla sostituzione del professionista con l’utente. Google, Facebook e Instagram sono servizi completamente gratuiti soprattutto perché cediamo loro volontariamente una quantità di informazioni digitali incredibili: informazioni raccolte nei database aziendali con lo scopo di classificare categorie di consumatori diverse e di individuare così le tendenze di consumo, per mezzo delle quali si può determinare a quali fasce di persone e in quale momento un dato prodotto può essere venduto più facilmente. In questo modo, il prosumer non produce solamente contenuti, ma anche i dati utili a scoprire le tendenze: la necessità di creare domanda per un certo tipo di bene viene annullata addossando questo ruolo al consumatore, che diventa autonomamente il sorvegliante di se stesso.

La sostituzione dei lavoratori e la precarizzazione del lavoro sono i due fenomeni della New Economy che comportano un’evidente crescita di disuguaglianza e disparità economico-sociale tra due “classi”: da una parte, l’élite proprietaria di robot o piattaforme informatiche; dall’altra la massa di lavoratori precari, utenti peraltro di quelle stesse piattaforme. Come affrontare queste disuguaglianze crescenti, frutto della New Economy e di un’innovazione tecnologica sempre in crescita e sempre più imprevedibile? Quali sono i modi per affrontare quest’epoca? In Tesi sulla filosofia della storia, Walter Benjamin delinea sostanzialmente due possibilità. La prima è negare che l’innovazione tecnologica sia progresso, rifiutandola come fecero i luddisti nel 1813, le cui battaglie certamente non comportarono l’arresto dello sviluppo, ma non furono in ogni caso vane: grazie alle loro lotte, il tema dei problemi derivati dall’automazione venne sdoganato e l’avvio di contrattazioni nei mercati di lavoro consentirono di migliorare le condizioni in fabbrica.

La seconda possibilità è accettare lo sviluppo tecnologico e piegarlo a proprio vantaggio. Nel libro La nuova rivoluzione delle macchine, Andrew McAfee elabora delle misure politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche: migliorare le prospettive dei lavoratori alla luce di una crescita economica e produttiva complessiva. Le più importanti sono: il miglioramento dei metodi d’istruzione e d’insegnamento per mezzo delle nuove tecnologie; incentivare l’imprenditoria ed in particolare le start-up, ritenute vettori fondamentali per creare posti di lavoro e inventarne di nuovi; investire sulla ricerca scientifica e sulle infrastrutture, mettendo in moto una politica keynesiana; mettendo in pratica modalità di tassazione pigouviana, ovvero mirata a scoraggiare determinate attività come l’inquinamento, o sulla rendita, come la proprietà di terreni, la quale non subirebbe la riduzione dell’offerta sul mercato. Queste proposte politiche sono accompagnate da raccomandazioni a lungo termine, come l’idea di un’imposta negativa, che consiste nell’ottenere una frazione di tassazione pagata dal governo nel momento in cui il reddito risulta essere al di sotto di una determinata soglia.

È evidente però che queste misure politiche non solo non tengono contro dei problemi ecologici conseguenti ad una continua crescita produttiva complessiva, ma non scalfiscono minimamente le fonti che producono la disuguaglianza: non esistono ancora proposte veramente efficaci che si fanno promotrici di una tassazione sui metodi di produzione automatizzati o sul web. Gli Stati infatti non sono in grado di agire fiscalmente perché le aziende e le imprese private non solo riescono ad aggirare la tassazione, ma sono anche in grado di minacciare i governi rispetto a determinate misure fiscali. Il potere dei grandi colossi economici riesce a soppiantare il potere politico attraverso il ricatto: possono legittimamente disattivare il funzionamento di servizi digitali, ormai diventati essenziali in questo sistema economico-sociale.

Nel 2014 ad esempio, Google riesce a ricattare il governo spagnolo di Rajoy: l’approvazione della legge che avrebbe obbligato l’azienda a pagare gli editori per l’utilizzo dei loro contenuti, evidentemente non piaceva. Così, il giorno prima dell’entrata in vigore, Google decide di disattivare il servizio News del suo motore di ricerca, con la perdita del 10-15% del traffico sulle pagine web delle testate giornalistiche. Ma d’altronde, s’incentiva questo sistema ogni volta che acquistiamo un prodotto a basso costo su Amazon. E lo si fa senza badare a tutte le ripercussioni che un atto semplice come questo produce: è la New Economy, bellezza! Ma la convenienza vale quanto ciò che si sta perdendo?

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

 

Geopolitica: la reale natura del conflitto nello Yemen

Il geografo svedese Rudolf Kjellen fu abile nell’individuare nella dicotomia occidente/oriente uno dei pilastri portanti del pensiero geopolitico. Da molti considerato come il padre fondatore di questa disciplina, Kjellen, non negando la derivazione della stessa dalla geografia sacra, vedeva nell’idea di Occidente un mondo orientato indiscutibilmente verso il progresso senza limiti; mentre nell’Oriente riconosceva degli istinti primordiali votati alla contemplazione, ad una visione maggiormente pessimistica della vita ed al rispetto delle tradizioni. Questa dicotomia geopolitica può essere la prima chiave di lettura dialettica attraverso la quale interpretare il conflitto nello Yemen come lo scontro tra una modernità che tutto ingloba in nome di una forma mentis nichilistica in cui l’unica verità assoluta è il profitto economico e delle forze, ancorate alla tradizione, che percepiscono come imposta ed estranea alla loro cultura la negazione dell’ordine metafisico e la scissione stessa tra questo e l’ordine fisico.

E sempre la geopolitica attraverso un’altra dicotomia classica, quella tra terra e mare, può fornire un’altra interessante possibilità di interpretazione del conflitto yemenita. Non è infatti un caso se sono stati i mercanti sunniti di scuola shafi’ita (una delle quattro scuole giuridiche ortodosse dell’Islam sunnita) che vivevano nella fascia costiera del paese ad essere maggiormente influenzati dalla cultura occidentale arrivata attraverso il colonialismo britannico. Di fatto, furono loro verso la metà del secolo scorso a spingere per una maggiore apertura dello Yemen verso il mondo rispetto alla popolazione delle montagne e degli altopiani maggiormente legata all’imamato zaidita e alla sua tradizionale struttura di potere. La principale preoccupazione dell’Imam Yahya, al potere fino al 1948, era proprio quella di mantenere il paese immune da una penetrazione culturale straniera che riteneva perniciosa e potenzialmente destabilizzante. Dunque, lo scontro attuale può anche essere interpretato come lotta tra città e campagna: tra una città aperta all’innovazione e anche ai più deleteri esiti della modernità e una campagna ancora legata a sistemi di produzione e distribuzione tradizionali. Non è un caso se i primi atti di ribellione degli Houthi sono stati causati dalla politica filoamericana e di connivenza con il salafismo introdotto nel paese dai sauditi del presidente Saleh e dal totale disinteresse del potere centrale per le aree rurali e montuose del nord del paese da cui proviene proprio il nucleo storico del clan famigliare degli Houthi.

Ma la geopolitica aiuta a comprendere anche i fatti successivi alla fine dell’imamato nel 1962. È stato lo studioso statunitense Nicholas Spykman ad individuare, in parziale opposizione alla teoria dell’Heartland di Halford Mackinder, nel controllo del Rimland (la fascia costiera del continente eurasiatico) il principio cardine sul quale fondare il sistema di dominio talassocratico del globo da parte della potenza nordamericana. E proprio nello Yemen si trova uno snodo di cruciale importanza per l’attuazione di questo sistema di controllo: lo stretto di Bab el-Mandeb che collega il Mar Rosso ed il canale di Suez con l’Oceano Indiano. Ora, sin dagli anni Sessanta del Novecento, gli Stati Uniti hanno delegato ai sauditi, loro principali alleati regionali, ogni politica concernente lo Yemen. E di fatto, i sauditi, già protagonisti di un conflitto con l’imamato yemenita nei primi anni Trenta, dopo la morte dell’Imam Ahmad (figlio dell’Imam Yahya) non hanno mai del tutto abbandonato il paese.

Alcuni cenni storici a questo punto si rendono indispensabili. Senza tornare indietro fino alla storia delle mitica Regina di Saba, posseduta con l’inganno dal Re giudaico Salomone come ricorda il poema etiope La gloria dei Re, sarà opportuno ricordare che lo Yemen, con alterne fortune, è stato un imamato zaidita fin dal 911 dopo Cristo e che il potere temporale di questo Imam era riconosciuto anche dalla componente sunnita della popolazione. Gli zaiditi sono una corrente dell’Islam sciita che, a differenza della componente maggioritaria dello sciismo rappresentata dai duodecimani, riconosce la legittimità solo dei primi cinque Imam. Questa corrente infatti non riconosce come quinto Imam Muhammad al-Baqir (il “ricercatore che giunge all’essenza delle cose” secondo la tradizione duodecimana) ma il suo fratellastro Zayd che studiò presso Wasil ibn ‘Ata, il fondatore della scuola teologica neoplatonica del mutazilismo resa ideologia di Stato dal califfato abbaside nel IX secolo. Gli zaiditi rifiutano l’idea cardine dello sciismo dell’occultamento dell’Imam: una concezione che deriva dall’impossibilità per un Soggetto partecipe del divino di attestare con la sua presenza fisica alla rovina del mondo derivante dall’assenza di una cosmovisione metafisica. Egli, essendo portatore di una concezione dell’universo-mondo paradisiaco-polare rifiuta l’idea del paradiso perduto. Egli non è un soggetto esule come l’uomo, dunque si occulta e con esso viene ad occultarsi il paradiso stesso fino alla sua Parusia finale che condurrà alla vittoria sull’ingiustizia.

Questa concezione non viene accettata dalla dottrina zaidita perché la comunità non può rimanere priva di una guida. La dottrina zaidita si fonda infatti sul concetto di imamat al-mafdul: ovvero, la possibilità che l’imamato venga affidato anche ad una guida meno qualificata nel caso un individuo migliore non possa svolgere al momento tale funzione. Ciò giustificherebbe il fatto che Abu Bakr e Omar, ma non Othaman, abbiano scavalcato Ali, cugino e genero del Profeta, come guida della neonata comunità islamica nel momento della morte di quest’ultimo. Secondo questa dottrina chiunque discenda da Fatima (la figlia del Profeta) e dia vita ad una ribellione per ristabilire e difendere i principi dell’Islam può diventare Imam. Dunque la discendenza padre-figlio non è obbligatoria. Il primo Imam zaidita a guidare lo Yemen, infatti, non discendeva da Hussein ma da suo fratello Hassan. Inoltre, gli zaiditi, che enfatizzano un rapporto diretto col divino, sono assai vicini al sunnismo ed in ambito giuridico si rifanno alla scuola giuridica hanafita. Non è altresì da dimenticare che esistono diverse forme di zaidismo ed i jarudi, che prendono il nome dal teologo Sulayman ibn Jarir, paradossalmente i più vicini allo sciismo duodecimano iraniano, sono ad oggi quasi estinti nello Yemen,

Dunque, appare da subito evidente che ogni tentativo di presentare l’appoggio, più o meno presunto, dell’Iran al movimento Ansarullah (soccorritori o aiutanti di Dio) legato alla famiglia Houthi sulla base di un’affinità ideologica, religiosa e dogmatica è del tutto infondato. È abbastanza inappropriato anche parlare degli Houthi come alleati dell’Iran. Se non si può negare il sostegno e l’amicizia di Teheran, è altrettanto vero che tale sostegno è di natura più morale che materiale in senso stretto. Ad accomunare la Repubblica islamica con gli Houthi, forse, vi è semplicemente un’idea di rivoluzione che si attui nel pieno rispetto del reale significato di questo termine: ovvero, come re-evolvere, come moto che riporta all’indietro verso un punto di partenza attraverso il quale si neghi con forza quella negazione del sacro imposta dalla modernità occidentale. Il 1962 è l’anno chiave nella storia recente dello Yemen non solo perché sancisce la fine dell’imamato ma anche perché segna l’inizio dell’ingerenza saudita nei suoi affari interni a seguito del conflitto per procura con l’Egitto nasseriano nel più ampio contesto di quella che molti storici hanno definito la “guerra fredda araba”.

Di fatto, il presidente Nasser, partecipando attivamente al conflitto civile nello Yemen in sostegno dei nazionalisti repubblicani e modernisti percepiti come vicini all’ideologia nazionalsocialista in chiave araba da lui propugnata, compì un doppio errore tattico visto che privò l’esercito di preziose risorse fondamentali per il confronto con il principale nemico individuato in Israele e sostenne il cambio di regime in un paese che era già ampiamente schierato con la causa panaraba essendo stata l’unica nazione ad aderire nel 1958 al progetto della Repubblica araba unita proprio con l’Egitto e la Siria ed avendo inviato emissari sia alla Conferenza di Bandung del 1955 che a quella di Belgrado del 1961 dei paesi non allineati. Senza considerare il fatto che l’imamato aveva in più di un’occasione dimostrato la sua ostilità nei confronti dei sauditi portatori di quel wahhabismo percepito come assolutamente estraneo alle forme islamiche tradizionali. E non è da dimenticare che per tutti gli anni Venti e Trenta, l’imamato yemenita, nella prospettiva di combattere la presenza coloniale britannica ad Aden, aveva stretto legami d’amicizia con l’Italia fascista. Non si può dimenticare l’accoglienza che proprio l’Imam Yahya riservò al leggendario “Comandante Diavolo” Amedeo Guillet nel momento in cui questo, malato e isolato, fuggì nello Yemen dopo la sua instancabile guerriglia contro gli inglesi in Africa orientale nel 1941.

Nel momento della morte dell’Imam Ahmad fu paradossalmente l’Arabia Saudita, retaggio coloniale britannico, ad appoggiare il campo conservatore nella speranza di indebolire l’Egitto, che in quel preciso momento storico, con l’Iran alle prese con la fallimentare “Rivoluzione bianca” dello Shah, veniva identificato come il principale nemico da combattere. Il conflitto si concluse con un parziale compromesso nel 1967 dopo il disastro della cosiddetta “guerra dei sei giorni” che sancì il fallimento del progetto panarabo nasseriano. Ma il paese era già profondamente diviso tra un nord in cui l’influenza saudita diventerà sempre più consistente ed un sud satellite dell’URSS orientato verso una forma di marxismo-leninismo con slanci islamisti. La presidenza Saleh, iniziata senza grandi speranze di lunga vita nel 1978, ha segnato nel bene e soprattutto nel male la storia recente dello Yemen. Ancorato il paese all’Iraq di Saddam Hussein, lo Yemen di Saleh non aderì al Consiglio di Cooperazione del Golfo e non condannò l’intervento sovietico in Afghanistan, ma sostenne l’Iraq nella sua vigliacca aggressione all’Iran su procura saudita e nordamericana. E quando l’Iraq occupò militarmente il Kuwait come contropartita per l’ingente sforzo bellico sostenuto contro il paese degli ayatollah, Saleh non potè far altro che sostenere ancora una volta il regime baathista. Cosa che gli costò l’antipatia saudita e come ritorsione il rientro forzato di tutti i migranti economici yemeniti che avevano trovato lavoro in Arabia Saudita negli anni del boom petrolifero successivo al blocco del 1973.

Saleh è anche stato l’artefice della riunificazione del paese e sin dall’adozione della nuova costituzione nel 1994 con il suo il suo partito, il Congresso Generale del Popolo, ed in talune circostanze in combutta col partito islamista Islah, è rimasto saldamente ancorato al potere. Dopo l’11 settembre, come molti altri leader del mondo arabo ha ricercato l’appoggio occidentale con la pretesa di fungere da katechon contro il terrorismo qaidista estremamente attivo nello Yemen sin dal 2000 con il grave attentato al porto di Aden contro un cacciatorpediniere statunitense che costò la vita a 17 marinai. Tanto che nel 2010 il congresso USA ha stanziato la cifra di 150 milioni di dollari per combattere il terrorismo nello Yemen. Le rivolte scoppiate nel mondo arabo a seguito dell’infausto discorso del Cairo di Barack Obama nel 2009 non hanno risparmiato il paese che già nei primi anni duemila, dopo l’assassinio nel 2004 di Hussein al-Houthi da parte delle milizie governative, dovette affrontare in successione almeno dieci diverse operazioni militari del governo centrale contro la ribellione degli Houthi. Una ribellione che ancora una volta non può essere interpretata in chiave settaria visto che Saleh stesso era zaidita.

L’alleanza tra gli Houthi e Saleh, sancita in seguito dell’intervento saudita nel conflitto, che molti ha sorpreso, non può che essere letta esclusivamente in chiave strategica. Questa alleanza aveva il mero obiettivo di arrivare alla conquista della capitale Sana’a e procedere alla defenestrazione del presidente ad interim Abdrabbuh Mansour Hadi, eletto nel 2012 a seguito di un elezione in cui era l’unico candidato e con un mandato presidenziale di soli due anni poi prolungato di un altro anno nel 2014. Per questo ha poco senso parlare di “legittimo presidente yemenita” quando si fa riferimento ad Hadi che, tra l’altro, prima della sua ignominiosa fuga in Arabia Saudita, aveva rassegnato le dimissioni salvo poi essersi rimangiato la parola dichiarando il colpo di Stato ed il Supremo Consiglio Rivoluzionario posto a guida del paese dai ribelli Houthi come incostituzionali.

Non nuovo a voltafaccia e ad ambigui rapporti con i sauditi, Saleh ha sorpreso solo gli analisti meno attenti quando recentemente ha dichiarato di essere pronto (ancora una volta) a “voltare pagina”. E non sarebbe sorprendente se fosse stato pronto ad intavolare nuove trattative con i sauditi ed i loro epigoni nel momento stesso in cui è stato ucciso. I suoi rapporti con gli Houthi non sono mai stati idilliaci e già in settembre si parlò di una sua probabile messa in arresto da parte delle forze rivoluzionarie.

Di sicuro, la sua uccisione segna il passaggio ad una nuova fase del conflitto che terminerà solo con il definitivo annichilimento di una delle due parti in lotta. La criminale azione militare saudita sta assumendo i contorni del vero e proprio “terrorismo di Stato” come è stato definito dai vertici militari iraniani. I bombardamenti sauditi, infatti, ricordano da vicino quelli dei loro alleati sionisti su Gaza. Non vi è nessuna ratio nella scelta degli obiettivi. Ospedali, scuole, moschee e addirittura campi di calcio diventano obiettivi militarmente sensibili sulla base della mera volontà di diffondere terrore e orrore. Gli stessi aiuti umanitari diventano quasi ipocriti e ridicoli se si considera che arrivano dalle stesse mani che armano i sauditi.

La drammaticità della situazione assume dei contorni ancora più tristi se si pensa che l’Imam Khomeini, colui che con la Rivoluzione islamica in Iran ha scatenato l’odio dei wahhabiti sul finire degli anni Settanta del secolo scorso, dichiarò:

i fratelli sciiti e sunniti dovrebbero evitare ogni tipo di disputa. Coloro che tentano di provocare dissidi tra i nostri fratelli sunniti e sciiti sono agenti delle grandi potenze e cospirano con i nemici dell’Islam e vogliono che essi trionfino sui musulmani.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente-geopolitica Yemen

La realtà è una fake news

I social network e il web sono ufficialmente luoghi insicuri. La crociata dell’establishment contro il sistema delle cosiddette “fake news” è stata lanciata dal palco della Leopolda 8. Il frontman è Matteo Renzi ma la regia è di un certo Andrea Stroppa, ragazzetto di 23 anni che ha lavorato come capo del reparto ricerca e sviluppo di una società di consulenza, la Cys4, di cui Marco Carrai, fedelissimo del segretario del PD, era socio, supportato dalla piattaforma Buzzfeed. Peccato però che l’inchiesta – firmata a quattro mani da Alberto Nardelli e Craig Silverman – che presumeva svelare l’intreccio tra movimenti nazionalisti e populisti con una rete di siti internet rei di fabbricare e diffondere “fake news” abbia ricondotto – come ha ammesso lo stesso New York Times qualche giorno dopo – a Davide e Giancarlo Colono, proprietari attraverso le loro società con scopo di lucro ma senza alcun collegamento partitico di DirettaNews e iNews24 (con annesse pagine Facebook con milioni di “mi piace” chiuse senza preavviso dallo staff di Zuckerberg!), due quotidiani online che non pretendevano fare libera informazione ma raccogliere clic riportando (e non fabbricando!) notizie e fatti, il più delle volte, con titoli incendiari e strillati. Se ci si pensa bene non c’è nulla di sensazionalistico in tutta questa storia dato che ilclickbaiting – una tecnica per attirare il maggior numero possibile d’internauti per generare rendite pubblicitarie – viene sfruttata da tutti, persino dalle testate “autorevoli”, da Repubblica al Corriere della Sera, da Il Giornale a Libero, dal Fatto Quotidiano a La Stampa. Insomma se la legge fosse uguale per tutti oggi non potremmo più informarci in rete. Ma andiamo avanti.

La produzione di “fake news” è una questione ben più seria che va oltre il flusso statistico e diventa pericolosa quando viene inserita in un’agenda giornalistica in funzione di un’agenda politica (ad esempio l’invenzione delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per giustificare l’intervento miltiare statunitense in Iraq oppure l’enfatizzazione dell’incremento dello spread per far cadere il governo Berlusconi nel 2011 e far insediare quello tecnico di Mario Monti). In questo caso specifico, a pochi mesi dalle elezioni politiche in Italia e, vista la vittoria di Donald Trump contro il sistema dell’informazione mainstream negli Usa, serviva una capro espiatorio – due siti apartitici con milioni e milioni di utenze – da gettare nella spirale della liquidazione coatta (di “censura” non è corretto parlarne per quanto non ci sia stata la possibilità di replica sui social) per spianare la strada ad una vera e propria strategia che mira ad arginare il dissenso mediatico camuffandola come campagna “angelica” – con il supporto di Facebook – contro le bufale. In Senato sarebbe già pronto un disegno di legge presentato dal Partito Democratico a firma del capogruppo Luigi Zanda e di Rosanna Filippin, per contrastare il fenomeno “della diffusione su internet sui social network di contenuti illeciti e delle fake news”.

Un ddl che sarebbe condivisibile oltre che legittimo se non fosse in realtà un meccanismo sofisticato di auto-celebrazione e di auto-difesa funzionale alla strategia scritta sopra oltre che a scaricare la produzione di notizie false sul web ed evitare furbescamente il mea culpa. Perché diciamocelo questi presunti “nemici della disinformazione” hanno inquinato il dibattito politico-culturale per tutti questi anni con notizie orientate, faziose, manipolate, commissionate, silenziate, copiate e incollate senza nessuna verifica della fonte. Di esempi se ne potrebbero fare all’infinito ma il fact-checking ferisce a targhe alterne, quando fa più comodo, a colpi di algoritmi studiati da nerd rinchiusi nelle università che sul campo non ci sono mai andati perché la realtà, impietosa, cruda, con tutta la sua violenza simbolica, non esiste.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

«Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio stragi del Sid>>. Un libro chiede una nuova inchiesta sul caso

Pier Paolo Pasolini era spiato dall’ufficio D del Sid, il famigerato reparto dei servizi segreti militari che negli stessi anni stava inquinando e depistando le indagini sulla strage nera di Piazza Fontana. E poco prima di essere ucciso, il grande scrittore si scambiava lettere riservate con Giovanni Ventura, il terrorista di destra, legato proprio al Sid, che dopo l’arresto e mesi di carcere sembrava sul punto di pentirsi e aveva cominciato a confessare le bombe sui treni dell’estate 1969 e gli altri attentati preparatori della strategia della tensione. Un carteggio inedito, durato sette mesi, che ha portato l’intellettuale di sinistra a chiedere apertamente all’ex editore neonazista di uscire finalmente dall’omertà e raccontare tutta la verità sull’attentato che ha cambiato la storia d’Italia.

Sono passati esattamente 42 anni dalla morte violenta di Pasolini, assassinato nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Per il brutale omicidio dello scrittore, regista e polemista scomodo, c’è un unico colpevole ufficiale: Pino Pelosi, 17enne all’epoca del delitto, condannato dal tribunale minorile a nove anni e sette mesi, scarcerato nel 1983, morto nel luglio scorso dopo una lunga malattia. I familiari, gli amici più stretti, gli avvocati di parte civile e molti studiosi sono sempre stati convinti, come gli stessi giudici di primo grado, che l’omicidio sia stato deciso da mandanti rimasti occulti ed eseguito da altri complici, probabilmente un gruppo di criminali legati alla destra eversiva, come lo stesso Pelosi aveva finito per confermare, tra molte reticenze (giustificate dalla paura di vendette anche sui parenti), in una celebre intervista televisiva alla Rai.

Ora un nuovo libro-inchiesta, firmato da Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, e da Andrea Speranzoni, avvocato e saggista, chiede ai magistrati di Roma di riaprire le indagini sull’omicidio Pasolini. Per approfondire nuove piste investigative, portate alla luce grazie alla digitalizzazione dell’enorme archivio del processo di Catanzaro su Piazza Fontana: tonnellate di carte rimaste sepolte dagli anni Settanta negli scantinati giudiziari, trasportate a Milano e a Brescia negli anni Novanta per far ripartire le inchieste sulle stragi impunite, e poi scannerizzate da una cooperativa di detenuti di Cremona. Con il risultato di rendere accessibili e ricercabili decine di migliaia di documenti perduti, dimenticati e in qualche caso del tutto inediti.

Il libro, “Pasolini. Un omicidio politico” (prefazione di Carlo Lucarelli, editore Castelvecchi) è stato presentato dai due autori ieri, giovedì 2 novembre nella sala Aldo Moro della Camera dei deputati, dove è atteso l’intervento dell’avvocato Guido Calvi, che come parte civile fu il primo a denunciare, insieme al collega Nino Marazzita, i possibili complici neri che terrorizzavano Pelosi. Paolo Bolognesi, che è anche deputato, è il primo firmatario della proposta di legge per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Pasolini.

Negli atti dello storico processo di Piazza Fontana, in particolare, gli autori del libro hanno trovato documenti che provano l’esistenza di un fascicolo del Sid, protocollato con il numero 2942, intestato personalmente a Pasolini. Un dossier, finora ignoto, che comprova un’inquietante attività di spionaggio della sua vita privata e professionale, che mirava a scoprire, in particolare, cosa avesse scoperto negli ottantamila metri di pellicola utilizzati per realizzare il documentario «12 dicembre»: un filmato che sosteneva la tesi della «strage di Stato» quando gli apparati di sicurezza accreditavano ancora la falsa “pista rossa” degli anarchici milanesi.

L’esistenza e il numero di protocollo del dossier segreto su Pasolini è documentata, in particolare, da un’informativa del Sid, pubblicata integralmente nel libro, datata 16 marzo 1971 e indirizzata dagli agenti di Milano all’ufficio D di Roma: il reparto dei servizi destinato ad essere soprannominato “ufficio stragi”, dopo la scoperta che il suo capo, l’allora colonnello (poi generale) Gian Adelio Maletti, e il suo braccio destro, il capitano Antonio Labruna, invece di aiutare la giustizia facevano sparire le prove contro i terroristi neri. Al punto da fornire soldi e documenti falsi per far scappare all’estero e pagare la latitanza ai neofascisti ricercati dai magistrati di Milano.

Maletti e Labruna, entrambi affiliati alla P2, sono stati condannati con sentenza definitiva per il reato di favoreggiamento. Freda e Ventura sono stati proclamati colpevoli in tutti i gradi di giudizio per 16 attentati preparatori del 1969 e assolti in appello per la strage di piazza Fontana, per insufficienza di prove (e abbondanza di depistaggi). Il libro-inchiesta rivela che Pasolini era spiato anche dall’Ufficio Affari Riservati, il servizio parallelo che completava il lavoro sporco degli apparati deviati perseguitando gli innocenti anarchici milanesi.

Un’altra scoperta sorprendente è il ritrovamento, tra gli atti ora informatizzati del maxi-processo di Catanzaro, di un carteggio tra Pasolini e Ventura. Le prime notizie di queste lettere erano emerse grazie a un altro libro-inchiesta, firmato da Simona Zecchi (“Pasolini, massacro di un poeta”, pubblicato nel 2015 dalla casa editrice Ponte alle Grazie), che rivelava per la prima volta anche altri elementi di prova, come la foto di una seconda macchina sul luogo del delitto, diversa dall’auto dello scrittore (con cui Pelosi passò sul corpo della vittima prima di darsi alla fuga), le minacce subite dall’intellettuale antifascista poco prima dell’omicidio e il possibile collegamento con le sue indagini su piazza Fontana. Documentato anche dal carteggio finito agli atti dello storico processo sulla strage.

Nei primi mesi del 1975 lo scrittore riceve una lettera dal terrorista nero, allora detenuto, e decide di rispondergli. La corrispondenza prosegue per circa sette mesi. Ventura è in crisi, ha ormai firmato la cosiddetta “semi-confessione”, ammettendo le responsabilità sue e di Freda per tutti i 16 attentati preparatori (bombe all’università di Padova, in fiera e in tribunale a Milano, e su otto treni delle vacanze), che causarono decine di feriti. Poco prima, il 14 novembre 1974, Pasolini aveva firmato il famoso articolo, sul Corriere della Sera di Piero Ottone, che si apriva con queste parole: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. (…) Io so. Ma non ho le prove (…)».

Nel carteggio, controllato dalla direzione del carcere, Ventura allude a verità inconfessabili, ma resta evasivo e reticente. Poco prima del suo omicidio, in una delle ultime lettere ora pubblicate nel libro-inchiesta, Pasolini lo invita personalmente a confessare tutto: «Gentile Ventura», gli scrive, «vorrei che le sue lettere fossero meno lunghe e più chiare. Una cosa è essere ambigui, un’altra è essere equivoci. Insomma, almeno una volta mi dica sì se è sì, no se è no. La mia impressione è che lei voglia cancellare dalla sua stessa coscienza un errore che oggi non commetterebbe più. (…) Si ricordi che la verità ha un suono speciale, e non ha bisogno di essere né intelligente né sovrabbondante (come del resto non è neanche stupida né scarsa)».

Il processo di primo grado per l’omicidio Pasolini si è chiuso con la condanna di Pino Pelosi «in concorso con ignoti»: i giudici del tribunale considerano assolutamente certa la presenza di altri assassini non identificati. In appello, su richiesta dell’allora procuratore generale, la sentenza cambia: Pelosi diventa l’unico colpevole. In questi anni gli avvocati di parte civile hanno cercato più volte di far riaprire il caso, ma senza risultati.

Ora il libro-inchiesta pubblica molti nuovi elementi di prova, tra cui le testimonianze, finora inedite, di alcuni abitanti dell’Idroscalo, che già nel 2010 hanno verbalizzato che quella notte nel luogo dell’omicidio non c’erano soltanto Pasolini e Pelosi, ma diverse altre persone. La speranza è che il nuovo vertice della procura di Roma, che sta facendo dimenticare la nomea della capitale giudiziaria come «porto delle nebbie», possa fare ogni sforzo per cercare verità e giustizia su un delitto di portata storica come l’omicidio di Pier Paolo Pasolini.

 

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/11/02/news/pier-paolo-pasolini-omicidio-riaprire-il-caso-1.313185?ref=fin

Cosa sappiamo dell’attentato a New York

Ieri, quando in Italia erano circa le 20.30, un furgone ha colpito uno scuolabus e investito diverse persone su una pista ciclabile nella zona sud di Manhattan, New York. Nell’attacco sono state uccise 8 persone e altre 11 sono state ferite. Quello che è successo è stato trattato quasi subito come un attentato terroristico, anche se finora non c’è stata alcuna rivendicazione. L’uomo alla guida del furgone è stato ferito da colpi d’arma da fuoco sparati dalla polizia e poi arrestato. Nelle ultime ore stanno emergendo diverse informazioni sul suo conto: si chiama Sayfullo Saipov, ha 29 anni, è originario dell’Uzbekistan e lavorava come autista per Uber, il famoso servizio di auto private a noleggio con conducente. Non ha precedenti penali rilevanti. Oggi il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha confermato una notizia che era già circolata ieri sera: cioè che dentro il furgone usato per compiere l’attacco sono stati trovati dei riferimenti allo Stato Islamico (o ISIS).

La dinamica dell’attacco è stata chiarita grazie a diverse testimonianze fornite alla polizia e ai giornali (la zona colpita è molto trafficata). Intorno alle 15.30 ora locale, l’uomo alla guida del furgone ha invaso la pista ciclabile investendo diverse persone. Dopo alcune decine di metri ha colpito uno scuolabus, e poco dopo ha abbandonato il furgone. La polizia di New York ha detto che una volta sceso, l’uomo ha mostrato un’arma da paintball (un gioco in cui ci si sparano palline di vernice) e un’altra ad aria compressa. Il New York Times dà per certo che una volta sceso dal furgone l’uomo abbia gridato Allah Akbar, “Dio è il più grande” in arabo. La polizia ha sparato ferendo l’uomo all’addome, prima di arrestarlo.

Nelle ultime ore sono emerse diverse informazioni sull’identità delle persone uccise nell’attentato. Cinque di loro erano cittadini argentini intorno ai quarant’anni. Si trovavano a New York per festeggiare l’anniversario dei 30 anni del loro diploma di liceo insieme alla loro classe. Una delle persone uccise è di nazionalità belga, era in vacanza insieme a sua madre e a sua sorella. Le altre due persone morte nell’attacco non sono ancora state identificate.
Cuomo ha detto che stando alle informazioni disponibili al momento sembra che Saipov abbia agito da solo, senza l’appoggio di una rete. Anche il presidente americano Donald Trump l’ha lasciato intendere, nel suo primo tweet dopo l’incidente. Nel suo secondo tweet, però, ha fatto esplicito riferimento allo Stato Islamico (o ISIS). In molti stanno ipotizzando che dietro l’attacco ci sia proprio l’ISIS.

Rukmini Callimachi, esperta giornalista del New York Times che si occupa di terrorismo e Medio Oriente, ha fatto notare che l’ISIS potrebbe anche decidere di non rivendicare l’attacco, se anche fosse appurato che Saipov sia stato ispirato dalla sua propaganda o fosse in contatto con una cellula del gruppo. Di solito infatti l’ISIS non rivendica attentati in cui il responsabile è stato catturato (anche se Callimachi scrive che in passato ci sono state delle eccezioni).

 

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Cosa sappiamo dell’attentato a New York

La secessione catalana: un’analisi economica e finanziaria

La vicenda della secessione catalana, se osserviamo gli eventi degli ultimi anni, fa parte sicuramente di un processo di accelerazione di conflitti territoriali e politici che è un effetto diretto del crack globale del 2008.  Il referendum scozzese, la Brexit, la stessa primavera araba si possono riassumere in questo tratto unitario di spiegazione. Poi ogni vicenda ha il proprio retroterra storico ma, fatto sta, che quando la grande finanza esplode la geopolitica ne risente.

Andando nello specifico catalano, è anche vero che autonomia territoriale a Barcellona, in un processo contemporaneo di governance delle regioni, e monarchia di Madrid si tengono molto male, sia dal punto di vista giuridico, del funzionamento e delle  gerarchie dei poteri, sia degli obiettivi stessi dello stato centrale e delle autonomie locali. La crisi del 2008, con l’esplosione, in Spagna, della bolla immobiliare e di quella bancaria poco tempo dopo (e relativa disoccupazione record), ha minato questi rapporti già precari. Non è un caso che la crescita politica ed elettorale indipendentista coincida con questi fenomeni. Anche la ripresa successiva alla crisi, eloquente in termini di Pil e di lavoro (precario) prodotto, non è servita, almeno fino ad oggi, a chiudere la forbice, apertasi negli ultimi anni, tra stato centrale e Catalogna.

Stiamo parlando di una regione che produce il 20% del Pil spagnolo, il 25% delle esportazioni, quindi con un buon equilibrio di conti esteri, e con un reddito procapite superiore al resto della Spagna.
Se guardiamo questo grafico vediamo infatti che il reddito procapite catalano è sensibilmente vicino, rispetto a quello del resto della Spagna, alla media europea. Non c’è da stupirsi: già una regione che si sentiva, e lo era dal punto di vista economico, più europea delle altre del proprio paese -stiamo parlando della Slovenia– fece la secessione senza tante cerimonie (e, rispetto alla guerra civile jugoslava, un numero di morti molto minore).
E’ evidente che, dal punto di vista catalano, la Spagna è un qualcosa che tende a produrre relazioni sociali e reddito inferiori alla Catalogna. E qui l’analisi nel dettaglio della differenza tra investire in impresa in Catalogna e in Spagna chiarirebbe molto sul comportamento delle élite catalane. O sul fatto che, magari, una diversa legislazione sul reddito d’impresa, e sulle sue tassazioni, potrebbe essere giocato dal nuovo governo di Barcellona come incentivo allo sviluppo e all’attrazione di capitali. La parte business del progetto indipendentista, quello promosso dalla componente liberale di questo fronte, sembra prefigurare una sorta di Irlanda mediterranea (non certo una prospettiva di “sinistra”), con maggior forza dello Stato che la promuove e magari con capitali, visti gli investimenti a Barcellona, provenienti da fondi sovrani come quelli del Qatar (questi ultimi una certa attitudine a destabilizzare la politica ce l’hanno. Vedi primavere arabe). Quello che non è chiaro, ed è materiale esplosivo, è quale sistema bancario catalano potrebbe configurarsi. Ricordiamoci che, senza il riconoscimento della Bce, qualsiasi sistema bancario catalano potrebbe incontrare parecchie avventure e guardiamo questo grafico. Ecco il paragone tra andamento degli interessi sul bond catalano e quelli sul bond spagnolo in un grafico molto recente

Come si vede non c’è paragone, a favore del titolo emesso da Barcellona, tra il rendimento dei bond catalani e quelli spagnolo. Speculazione? Stato catalano che si indebita, perché gli interessi alti poi si pagano, per avere una massa monetaria utile per una nuova stagione politica? Investimento oculato? Costi ribassati per finanziare lo stato spagnolo con intervento Bce?

Nella risposta a queste domande vi sta anche la risposta su cosa avviene in quello che è il piano del comando, anche per la politica nelle società liberali: quello del movimento capitali.  Già perché la reazione di Rajoy è un grosso errore politico. E non è solo il riflesso nervoso di uno Stato che, nei momenti di crisi, pensa ancora in modo franchista e teme l’effetto centrifugo magari nei Paesi Baschi e in Galizia. E’ anche la reazione di qualcuno che, in Italia questo particolare è poco chiaro, ha visto sfilarsi nel 2012 il controllo di banche importanti -via Bce ma su direzione d’orchestra francese e soprattutto tedesca- e che poco potrebbe sopportare la secessione catalana. Anche perché, perdendo la quota di Pil catalano in una equa ripartizione dei debiti, il debito spagnolo andrebbe, dal 99% del Pil con un tasso di sviluppo decente (che produce però lavoro precario), a quasi quota 130%. Insomma al livello italiano ma senza la maggiore regione produttiva. Si capisce che, dopo la perdita di sovranità su parte delle banche, la secessione sarebbe un grosso problema per un paese, come quello spagnolo, costretto a reinventarsi. E per un sistema bancario che, basta leggere la stampa tedesca, è un grosso player per le imprese del paese di Angela Merkel.

Vista con la necessaria freddezza tutta questa vicenda pare sia una incompiuta che un elemento di crisi. Una incompiuta perché, senza una strada precisa, sul piano dei rapporti con Ue e Bce, la Catalogna (che vuol entrare nella Ue e nel sistema euro), corre il rischio di avere le convulsioni per poi stare nel limbo. Magari con un bond catalano che, forza delle necessità di finanziamento, diventa preda della speculazione di tutto il mondo. Un elemento di crisi, invece, perché uno stallo tra Madrid e Barcellona, legato allo status futuro della Catalogna, può avere effetti destabilizzanti in Europa ed essere importato nel continente.

Il punto, come sempre in questi casi, sta in chi è più forte nei momenti difficili tra i due contendenti. L’Ue, leggendo a modo suo il diritto internazionale, stando ben attenta agli equilibri continentali, ha detto che non appoggerà l’indipendenza catalana. Durerà questa posizione? Non lo sappiamo ma di certo ci pare curioso che una regione possa provare una secessione senza avere agganci nel continente. Ma razionalità e politica, si sa, sono sempre separate e non è detto che a Barcellona abbiano fatto i conti giusti. Come appare curioso l’errore del governo centrale di far partire la repressione, inizialmente soft (poi degenerata) ma evidente dove conta ovvero le telecamere di Rajoy, con gli indipendentisti erano indietro nei sondaggi a luglio con circa il 34% degli aventi diritto che voleva l’indipendenza. Il consenso successivo, con le mosse di questi giorni, pare averlo aggiunto la repressione di Rajoy e così la frittata è fatta e del domani non vi è certezza.
Nel frattempo una cosa sembra chiara: senza una visione chiara di quale modello economico promuovere, e quale sistema politico a supporto, a sinistra ci vuole la giusta cautela in questa vicenda.

 

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La secessione catalana: un’analisi economica e finanziaria

Orwell e Huxley, distopie per un futuro dispotico

Le distopie sono il termometro delle paure di una società, ma oggi uno stato rigidamente controllato e ordinato non ci sembra più una minaccia credibile. Le cose stanno davvero così?

Si deve a Thomas More il termine “Utopia”, dal nome dell’opera in cui tratteggia una società ideale in un non-luogo o luogo felice (a seconda di quale etimologia si preferisca). Nel corso del ‘900 è stato codificato un genere chiamato, invece “distopia”, dove vengono rappresentati in modo grottesco i tratti più disumani e crudeli di una società immaginaria. Le distopie mostrano un mondo assolutamente antiutopico con intento polemico, per mettere in guardia i lettori contro i pericoli futuri. Le due più famose, probabilmente, sono “1984” di George Orwell e “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley. Ciò che accomuna tutte queste opere, in ogni caso, è il movente delle loro rappresentazioni: la paura. Le distopie mostrano le paure dell’autore, che si fa portavoce di un sentire più grande, circa il futuro della società.

Le due opere citate, pur mostrando due società praticamente opposte, hanno in comune l’elemento di assoluto controllo da parte dello stato. Il clima novecentesco in cui sono state scritte tali opere traspira da ogni pagina. I totalitarismi erano dilaganti negli anni di pubblicazione, l’informazione (come del resto ogni contenuto psicologico, scientifico e filosofico) perdeva la sua verità monolitica per mostrarsi più sfaccettata e – per questo, manipolabile- il mito della natura umana vista come “buona” rovinava sotto i colpi degli avvenimenti storici. La tecnica si metteva al servizio dei sistemi di polizia a fini di controllo e le ideologie avevano ancora delle forme aguzze,  non scendendo a compromessi con la realtà. La paura di finire incasellati, controllati, ridotti a macchine era l’incubo per eccellenza nei paesi liberali. Si può dire che, in generale, questi autori non avessero torto. Queste due opere sono figlie del loro tempo, la loro funzione critica era legittima ed era condivisa da molti. Si è fatto, soprattutto di “1984”, un culto vero e proprio, segno che i timori espressi non erano aria fritta (al di là della strumentalizzazione politica liberale di quest’opera).

Perché, tuttavia, molti film o libri distopico-fantascientifici di oggi non ci spaventano minimamente? Pensiamo a due celebri libri-pellicole di successo come quella di Hunger Games e Divergent. Entrambe presentano una società rigidamente organizzata, non troppo distante da quelle delle grandi distopie del novecento, in cui uno o più eroi sovvertono quest’ordine. Ovviamente l’impostazione narrativa è differente, visto che l’attenzione è concentrata molto più sulla protagonista rispetto a ciò che la circonda. Il target di pubblico è diverso, la complessità è molto inferiore. Tuttavia è lecito chiedersi il perché di queste scelte e perché questi fanta-mondi non siano più spaventosi.
La verità è che queste opere non hanno intento polemico, non denunciano un processo di controllo e incasellamento in atto, pertanto il loro sfondo distopico è più un artificio letterario per proporre una morale di sicuro successo (viva la Libertà, meglio star peggio, ma liberi, che controllati da qualcuno) che un’esasperazione di una tendenza in corso. La morale di queste opere è proprio un rafforzativo dei valori democratico-liberali che non ha quasi più bisogno dello spauracchio totalitario, ma a cui basta l’elevazione dell’individuo a valore in sé (da cui la centralità della vicenda del protagonista).

Che la verità storica stia nei termini sopra enunciati è dubbio. Quelle distopie non ci fanno paura perché noi non crediamo possibile un controllo statale assoluto, non avvertiamo questo timore all’orizzonte, ma questo non vuol dire che il problema non sussista. Grazie soprattutto al progresso tecnico, oggi il controllo può essere totale. La registrazione in un social network consegna tutte le nostre informazioni ad aziende che le sfruttano per proporci cose che potrebbero interessarci, ogni nostra conversazione può essere controllata, i telefoni che abbiamo in tasca sono dei localizzatori e la nostra identità è sparsa per dei database. Per il momento abbiamo molte “licenze”. Sono queste a darci una parvenza di libertà. Ci sono strumenti di consenso più raffinati che la violenza o la coercizione.
Una vera distopia, ad ogni modo, deve denunciare questo, deve essere coerente con il suo tempo come lo sono state in passato quella di Orwell e quella di Huxley.

La libertà è premessa indispensabile della vita intellettuale di un paese: “i filosofi, gli scrittori, gli artisti, persino gli scienziati, non hanno solo bisogno di incoraggiamento e di un pubblico: hanno anche bisogno di costante stimolo degli altri. E’ quasi impossibile pensare senza parlare. (…) se si elimina la libertà di parola, le facoltà creative inaridiscono”. (G. Orwell)

 

Fonte: l’intellettuale dissidente

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