Quella certa idea di politica che manca tanto alla sinistra

Mentre nel mondo si addensano fosche nubi e gli equilibri internazionali rischiano di saltare definitivamente, qui in Italia a sinistra si cerca di trovare il bandolo della matassa e una identità che da troppo tempo sembra essere smarrita.

Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci o fraintendimenti: non è il momento storico per pensare a scissioni o alla nascita di nuovi soggetti politici di sinistra. Il tempo stringe e alle porte si affacciano scenari che non promettono nulla di buono. È bizzarro che oggi a pensare ad una possibile scissione dal PD siano proprio coloro che nel lontano 2007 si ostinarono a voler dare vita, mediante quella che all’epoca fu definita una vera e propria fusione fredda, ad un organismo che racchiudesse al proprio interno i DS e la Margherita.

Da allora sono trascorsi 10 anni durante i quali la politica è cambiata profondamente. I Ds nel 2007 erano il primo partito in Europa per numero di iscritti, se ne contavano poco più di 615 mila, mentre la Margherita contava al suo interno, secondo le statistiche ufficiali, circa 430 mila iscritti. Dalla fusione dei due partiti nasceva, dunque, un soggetto da più di un milione di militanti.

Le statistiche implacabili ci raccontano invece di un PD che oggi non raggiunge neanche i 400 mila tesserati. È importante riflettere su questi numeri perché quando si parla di congressi, primarie, politiche di governo e di politica in generale non si può non pensare che i primi interlocutori debbano essere gli iscritti che si devono poter riconoscere nelle scelte del proprio partito.

All’indomani delle vocazioni maggioritarie, dei patti del Nazareno, delle politiche economiche poco chiare, dei provvedimenti contro i lavoratori e dei governi trasversali, il cittadino non trova più un modello di sintesi nel partito e vive un senso di smarrimento, incarnato suo malgrado dal rottamatore Renzi.

Un tempo il partito, nella sua rigidità dogmatica, rappresentava una risposta affidabile in grado di narrare una visione del mondo che poteva essere condivisibile o meno, ma rappresentava qualcosa di unico a cui moltitudini di uomini e donne dedicavano la propria vita.

Oggi tutto questo non esiste più. È difficile, ad esempio, capire quale sia esattamente la linea economica che guida il governo, o comprendere le esatte strategie in materia di sviluppo. Il manifesto dell’inadeguatezza della classe dirigente sta tutto in un ministro dell’economia che non conosce il prezzo di un litro di latte. Siamo ai titoli di coda dove traspare l’immagine di un PD salottiero molto più orientato agli accordi sotto banco che alla ricerca di un vero consenso.

L’incapacità, l’approssimazione e l’incompetenza, che hanno infettato tutte le forze politiche, hanno partorito il mito della casta e generato la voglia di fuga dei cittadini alla ricerca di un altrove al di fuori dei partiti che purtroppo non può esistere. Nel frattempo si sono distrutte le sentinelle presenti sui territori con figure inadeguate che ricoprono ruoli di primo piano nella vita delle comunità e che incarnano alla perfezione la mediocrità del sistema partitico nazionale. Un rampantismo inedito, in particolare a sinistra, che ha spazzato via scuole di formazione e la salita nei gradi della struttura partitica per lasciare spazio a giovani arroganti assetati di potere.

Ora è il momento della responsabilità. Il PD ha il dovere di rimettersi in carreggiata e di fare una scelta definitiva di campo aprendosi a tutte le forze della sinistra democratica. Un tempo le tesi congressuali servivano a questo. Tutto il resto è una commedia chiamata Leopolda.

Di fatto, la democrazia per funzionare ha bisogno dei partiti e i partiti per esistere necessitano della militanza. Se mancano questi elementi il sistema si collassa e nascono forze antisistema che sono destinate ad assumere una rilevanza sempre maggiore.

La non riforma delle forze dell’ordine italiane-l’abolizione del Corpo Forestale

Tra le tante semplificazioni tentate dal governo Renzi, ce n’è una che sicuramente è tra le peggiori, anche se tra le meno denunciate, a causa del solito disinteresse italiano, che si traduce in vera e propria ignoranza per i dettagli. Si sta parlando del capitolo della riforma della Pubblica Amministrazione a firma del ministro Marianna Madia (ma diciamo a firma Renzi) riguardante l’abolizione del Corpo forestale dello Stato (CfS) come corpo a sé stante, per essere invece inglobato in quello dei carabinieri.

In occasione di tragedie come quella causata ultimamente dalla neve all’hotel Rigopiano e in tutta l’Italia centrale – ammesso che la colpa poi sia stata effettivamente della sola neve e non delle imprudenze e inefficienze umane – si è riacceso il dibattito sull’opportunità o meno di una tale riforma. Ovviamente che i forestali diventino carabinieri, non vuol dire che non sappiano più fare i forestali, ma che svolgono tale compito con la divisa dei carabinieri, invece che con quella verde dei forestali. Fin qui la cosa non cambia, non migliora e probabilmente non peggiora.

Solo fin qui però. Il punto è chiedersi se tale riforma sia inserita in un contesto che le dia un senso un po’ più marcato di quello del fare una riforma che non cambia nulla, né in peggio, né in meglio, perché se così fosse, perché allora farla? La risposta è semplice: il contesto di ulteriori riforme razionalizzanti e semplificative del sistema delle forze di sicurezza italiane non è stato veramente compiuto, ma era necessario, in tipico stile renziano, far invece apparire che la riforma ci fosse, quindi quale corpo abolire? Il più “facile” da eliminare, più facile perché è un corpo di valore numerico abbastanza limitato (7-8000 elementi a livello nazionale), e sicuramente meno conosciuto rispetto a carabinieri o guardia di finanza. Non c’è solo questo però. I carabinieri ottengono la gestione dei reati di competenza del Corpo forestale dello Stato, non tramite i nuovi carabinieri ex forestali, ma tramite il proprio personale. Già, perché gli ex forestali devono scegliere se diventare militari come i carabinieri e riempire buchi di organico o andare in mobilità e poi lasciare.

Oggi si assiste invece all’infondato dibattito per cui è stata l’assenza della forestale a rendere più difficili i soccorsi al Rigopiano e dintorni appenninici, ma appunto i forestali esistono ancora, anche se ora si chiamano carabinieri. Dunque che cosa si sarebbe dovuto semplificare per avere un effettiva semplificazione e maggiore efficienza nei soccorsi?

Innanzitutto polizia e carabinieri, di fatto, svolgono la medesima funzione di ordine pubblico. I carabinieri sono anche altro, sono una forza armata, ma perché una forza armata ha una seconda natura che è quella di tutela della pubblica sicurezza, quando esiste già la polizia? Chi ad esempio vuole fare una denuncia, poniamo contro ignoti, può andare tanto in un commissariato di polizia che in uno dei carabinieri. Cosa cambia? Niente. Anzi no, cambia che si pagano due strutture per gli uffici, quindi doppi comandi, come a dire due teste che comandano un solo corpo (ordine pubblico). Poi abbiamo la guardia di finanza, che si occupa soprattutto di reati fiscali e finanziari. Ottimo, ma essendo comunque reati non basterebbe inglobare la guardia di finanza nella polizia ed eliminare un ennesimo costo di uffici per un ulteriore comando a sé stante?

Per venire infine ai forestali, sono stati aboliti per i motivi che dovrebbero valere altrettanto bene per l’abolizione dei carabinieri e guardia di finanzia, per poi inglobarli dentro la polizia. Soprattutto si sarebbero potuti abolire i corpi di forestali regionali presenti in Italia. Ecco un’altra tipica sorpresa da sistema marcio:il CfS non può coprire le regioni a statuto speciale (Valle d’Aosta, TrentinoAlto Adige/province di Trento e Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Sardegna), ma non solo, anche le regioni a statuto ordinario hanno i loro forestali regionali meno formati del corpo nazionale (quelli calabresi sono5.887!).Si si vuole semplificare si possono togliere le prerogative delle regioni a statuto speciale in tema di tutela ambientale con una vera riforma costituzionale di un singolo e semplice articolo che faccia subentrare il CfS. Perché poi esistono anche i corpi forestali regionali ordinari? Sono uno dei tanti postifici per raccomandati, che sarebbero altrimenti senza futuro.

In conclusione si poteva scegliere di accorpare anche polizia e carabinieri, o polizia e guardia di finanza, abolire i forestali regionali, invece… meglio accorpare solo il Corpo forestale dello Stato. E queste sono riforme?

Movimento 5 stelle. L’inesperienza e il sistema sono giustificazioni?

Il Movimento 5 stelle non è riuscito a cambiare l’alleanza al Parlamento europeo: voleva passare dall’alleanza con lo UKIP, United kingdom indipendent party, di Nigel Farage dentro il gruppo EFDD, Europe of freedom and direct democracy (anti-europeisti), all’ALDE, Alleanza dei democratici e liberali per l’Europa, di Guy Verhofstadt (europeisti). L’ALDE, tramite il suo leader, ha rifiutato l’alleanza. Alessandro di Battista, uno dei leader del direttorio del Movimento 5 stelle, ha reagito affermando, o meglio riaffermando, poiché lo dice ad ogni smacco, che è colpa del sistema che non ha voluto i 5 stelle. Tale presa di posizione non è però più giustificabile a gennaio 2017.

Prima di un commento politico, si possono citare alcuni detti popolari a cui fare appello e che anche semplici persone di buon senso – non serve essere politici – avrebbero potuto tenere presenti, per evitare il fallimento dell’alleanza con l’ALDE, cioè “non dire gatto se non l’hai nel sacco”, oppure “non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso”. Questi detti aiutano a sottolineare che rigettare l’alleanza con l’EFDD prima di avere un accordo di ferro con l’ALDE è di un’ingenuità tale, che neppure un lavoratore qualsiasi avrebbe commesso: non si lascia un lavoro, senza averne prima un altro già firmato, figuriamoci se un errore del genere può commetterlo un politico. La politica è un’arte in cui la scaltrezza e la diffidenza, può non piacere, ma fanno parte del gioco, proprio perché gli attori in campo rispondono e perseguono interessi diversi.

Come secondo motivo non si può predicare la trasparenza e poi svegliarsi la mattina e, senza aver mai intavolato una discussione sulla nuova strategia europea, lanciare la proposta di un cambio totale (passare dagli antieuropeisti agli europeisti) e indire immediatamente una consultazione per ratificarla, senzache chi all’interno del movimento fosse stato contrario, avesse avuto la possibilità di esprimere le ragioni opposte a quelle di Beppe Grillo, e solo poi mettere ai voti. Quello che i 5 stelle giustamente predicano, la trasparenza, pare essere dunque la prima cosa che razzolano male, perché in democrazia il solo fatto di votare non esaurisce il campo della libertà: prima ancora del voto, è il confronto su ciò che si vota a dare quella consapevolezza ai votanti, che è il vero vento che spinge il voto verso il compimento della libertà democratica.

Altro motivo è che, probabilmente con realismo, i 5 stelle giudicano le categorie destra e sinistra ormai non più utilizzabili: esiste ormai il sistema e l’anti-sistema, l’establishment e l’anti-establishment, europeisti ed anti-europeisti, ma allora fare finta che anche le nuove categorie non esistano, dopo averle assecondate e averci costruito il proprio consenso è di nuovo un errore grave. Come ci si può alleare con gli anti-europeisti e poi cercare all’improvviso l’alleanza con uno dei gruppi storicamente più europeisti del Parlamento europeo? A Grillo potranno non importare le categorie e i valori politici, ma solo i singoli obiettivi di volta in volta perseguibili, ma se agli altri a cui si vuole unire invece quelle categorie importano, ne avrebbe dovuto tenere conto. Non farlo significa pensare di comandare in un mondo di stupidi, purtroppo chi in politica ragiona così, scopre poi che i presunti stupidi ti sconfiggono con un semplice no.

Ancora, come è possibile fare un errore del genere dopo due anni e mezzo di esperienza al Parlamento europeo? E’ gravissimo. In un qualsiasi posto di lavoro la prova dura un mese, e se proprio è un lavoro nuovo, si fanno dei tirocini di 6 mesi – forse un anno! -ma dopo due anni e mezzo commettere un errore tale da soli, è di unatale gravità,che qualsiasi datore di lavoro avrebbe licenziato il dipendente. Loro invece accusano il sistema, ma poiché hanno fatto tutto da soli, dopo due anni e mezzo non è l’inesperienza ad averli sconfitti, ma l’assenza di capacità, che si ha o non si ha.

Quanto nuovamente alla democraticità, forse Grillo, abituato a calare dall’alto le decisioni, pur dopo aver propagandato la libertà nuova e riconquistata del cittadino contro il sistema, si aspettava che Verhofstadt, altrettanto cinico, dopo aver stretto un accordo con lui, potesse altrettanto autoritariamente calarla dall’alto al suo gruppo e questo, come dentro i 5 stelle, avrebbe accettato. Non è successo perché in un gruppo di liberi, se il capo propone una cosa del tutto contraria a quello che è lo spirito del gruppo, il gruppo non obbedisce e respinge l’accordo. Inoltre in politica Grillo e i suoi esperti di due anni e mezzo di Parlamento europeo non sanno che un accordo è di ferro non solo perché i vertici si stringono le mani, ma anche perché i membri dei gruppi sono d’accordo. Lo avrebbe saputo se avessero conosciuto cos’è un movimento di gente libera. Pare, da come è andata, che non sappia nessuno cosa siauna vera libertà politica nei 5 stelle.

Gli errori dei 5 stelle

Il prezzo che i 5 stelle stanno pagando per questo errore sono la perdita della co-presidenza dell’EFDD, l’accettazione, dettata dallo UKIP, di indire un referendum in Italia sulla permanenza nell’area euro (legittima l’idea del referendum, non che siano gli inglesi a decidere cosa si fa in Italia tramite la sottomissione di una forza politica italiana che obbedisce), l’abbandono di due dei 17 membri del gruppo. Ogni europarlamentare 5 stelle ha firmato un contratto che prevede una penale in caso di abbandono del gruppo. Se Grillo sapesse che né in Europa né in Italia esiste il vincolo di mandato e che un contratto del genere è nullo, perché gli eletti rispondono agli elettori e non ad un’azienda privata, la Casaleggio Associati, se si fossero preparati meglio…

E per un movimento che si prepara a voler governare il Paese intero, per ora c’è solo la certezza che non ha né il sostrato culturale, né la preparazione politica, né la competenza tecnica, né un coerente gruppo di obiettivi per affrontare questo impegno. Forse vinceranno, ma vincere non necessariamente dimostra di essere i migliori, dimostra solo che la maggioranza delle persone lo crede. Credere ed essere sono una differenza che forse costerà cara al nostro Paese.

 

 

 

M’ALA o non M’ALA? Non M’ALA! Il rifiuto di Gentiloni a Verdini

ALA sta per Alleanza liberalpopolare-autonomie, partito di Denis Verdini, distaccatosi da Forza Italia e sostenitore ufficioso del passato governo di Matteo Renzi. Alcuni giorni fa Enrico Zanetti, ex vice-ministro dell’economia del detto governo ed ex segretario dell’ormai defunto partito politico Scelta civica, sia durante la formazione del Governo di Paolo Gentiloni, cioè nella scelta dei ministri, sia durante la conseguente scelta dei sottosegretari, ha sdegnosamente preso atto del rifiuto da parte del medesimo governo di accoglierli nella fila della nuova, ma solo formalmente, maggioranza di governo.

Cosa c’entra ALA? E soprattutto, chi è Zanetti? E’ una personalità curiosa: entra in Parlamento nel 2013 con Scelta civica, al cui vertice c’era l’ex presidente del consiglio e attuale senatore a vita Mario Monti, partito che si schiera per il governo di coalizione con il centro-destra di Forza Italia e poi con il nuovo centro-destra di Angelino Alfano. Quando Monti lascia (senza dirlo lui, ma probabilmente il dolore di non essere di nuovo presidente del consiglio deve averlo schiacciato) il partito elegge come nuovo segretario di Scelta civica Stefania Giannini, ormai ex ministro dell’istruzione del governo Renzi. La Giannini decide anch’ella di abbandonare il partito e di passare al partito democratico (di nuovo, senza dirlo lei si può sostenere che lasciò un partito senza prospettive per un posto nel carro del nuovo e apparentemente invincibile leader politico Renzi) insieme ad altri membri parlamentari del medesimo partito. Cosa che ovviamente lasciò il partito privo, in poco tempo e per ben due volte, dei propri vertici politico-parlamentari – da lì iniziò ad essere soprannominato Sciolta civica.

Fu eletto Enrico Zanetti come nuovo segretario. Segretario che sembrò voler puntare sulla riconquista di un’identità e di un peso del partito dopo quanto accaduto, tanto da apostrofaremalamente la Giannini, invitandola almeno ad un dignitoso silenzio. Quale spessore morale lasciò intuire il segretario! Pur se leader solo di una formazione parlamentare minima, esclusa ormai dal Senato, ma pronta a mantenere la propria dignità contro i propri stessi capi, che l’avevano tradita.

Poi… Già,poi… Poi Enrico Zanetti, da segretario (cioè nuovo vertice di Scelta civica) decide di traghettare il partito in una nuova formazione, insieme ai verdiniani di ALA, dando vita a Scelta civica verso i cittadini per l’Italia – maie (nome facile da ricordare, da vero comunicatore!). Già, peccato che a seguirlo, su 23 deputati, sono stati solo 3! Gli altri sono stati costretti a rinunciare al nome Scelta civica, anche se sono la maggioranza e anche se Mario Monti ha protestato, definendosi proprietario del simbolo e contrario, in quanto tale, alla cessione del nome al nuovo traditore, che in un colpo solo, da grande moralista ipocrita, pensa magari di non avere tradito sostanzialmente, perché il nome se l’è portato con sé. Il nome… ma non il partito, dettaglio abbastanza notevole da scordare per l’ambizioso Zanetti, che fondando un nuovo partito con Denis Verdini e i suoi, lo ha fatto entrare di fatto al governo di cui Zanetti faceva parte.

Era il 14 luglio del 2016, il 4 dicembre scorso, cioè pochi mesi dopo, il governo verso cui ogni capo di Scelta civica ha perso la dignità in cambio di una poltrona, cadde. Poveri Zanetti e Verdini! Hanno fatto tanto: il primo per assumere sempre più importanza, ma mantenere intatta l’immagine di non traditore, il secondo accettando da sempre anche quell’immagine, pur di entrare al governo, per poi ritrovarsi a dover negoziare di nuovo un posticino, che rifletta il loro ricatto numerico al Senato.

Gentiloni, nuovo presidente del consiglio, questa volta sì con un po’ di dignità, ha invece salutato Zanetti e Verdini. Forse perché, al contrario di Renzi, Gentiloni è meno ambizioso e più lucido e sa che i traditori, anche se dicono di volerti sostenere, prima o poi ti tradiscono, e farsi tradire per un governo destinato a durare poco, a fare poco ed ad essere in fondo poco, sarebbe stupido. Gentiloni è parso non esserlo. Per fortuna.

Vittoria del No, Renzi si dimette. La superbia partì a cavallo e tornò a piedi

La maggioranza dei cittadini italiani aventi diritto, ha detto No alla riforma costituzionale e al premier Matteo Renzi che ha personalizzato oltremodo questo referendum. L’Italia si sveglia con un governo che si prepara alle dimissioni dopo mille giorni di permanenza, e con il presidente del Consiglio che, in seguito ad un dignitoso discorso che ha tenuto ieri sera, subito dopo aver appreso l’esito del referendum, ha rimesso il proprio mandato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha però sottolineato, già dopo un’ora di colloquio con il premier durante il pomeriggio che ci sono “impegni e scadenze di cui le istituzioni dovranno assicurare in ogni caso il rispetto, garantendo risposte all’altezza dei problemi del momento”. Il passo indietro di Renzi è stato congelato fino all’approvazione della Legge di Bilancio. Renzi dunque resta ancora in carica fino alla fine della settimana a causa di questa impellenza, co buona pace degli avvoltoi.

Il dato definitivo del referendum dice che l’affluenza in tutte le regioni ha superato il 50%, sebbene non ci fosse il quorum, al No è andato oltre il 59% dei voti, mentre al Sì il 40,4%. I favorevoli l’hanno spuntata solo in Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Toscana (dati del Viminale). Una batosta per Renzi e il suo governo che su questa riforma avevano puntato tutto.

Possibili scenari dopo le dimissioni di Renzi

Tra le ipotesi per il dopo Renzi, c’è che Mattarella decida di privilegiare la continuità tra passato e presente, incaricando un ministro del governo PD (i nomi che circolano sono quelli dei ministri dell’Economia Padoan, quello delle Infrastrutture Delrio e quello della Cultura Franceschini. Non c’è chiarezza per quanto riguarda la maggioranza e in riferimento a questo aspetto, il compito potrebbe essere affidato anche a una figura istituzionale, come quella del presidente del Senato Pietro Grasso. Il M5S e la Lega chiedono elezioni, ed in effetti questa legge elettorale attualmente favorirebbe i pentastellati ma c’è il problema di una legge elettorale da fare, perché l’Italicum vale solo per la Camera. Diversa la posizione di altre forze politiche, tra le quali Forza Italia che chiede di rimettere totalmente alla legge, così come Sinistra Italiana che dall’Italicum è penalizzata. A ciò si aggiunge il freno della Corte costituzionale che non si pronuncerà prima di gennaio. Di sicuro le forze politiche uscite vincenti da questo referendum premeranno affinché non si vada al voto il prima possibile.

La schiacciante vittoria del No e il ridimensionamento ontologico di Renzi e company

Ma tornando a ciò che è accaduto ieri sera, alla schiacciante vittoria del No e al discorso privo di innalzamento di toni che aveva caratterizzato la campagna referendiaria per il Sì di Renzi, il quale si è permesso di tutto e di più (persino strumentalizzare le malattie) con l’appoggio della maggior parte dei giornali nostrani, i quali, se al posto di Renzi ci fosse stato Berlusconi, avrebbero gridato allo scandalo, è ancora una volta utile e importante sottolineare come anche stavolta, dopo la Brexit e la vittoria di Trump, la realtà abia superato la narrazione del governo, della finanza, delle oligarchie economiche, degli opinionisti parrucconi che affermavano che qualora avesse vinto il no, l’Italia non sarebbe mai uscita dalla palude in cui versa e che a votare no erano solo conservatori, e ancora: della Rai e dei giornalisti servili verso Renzi, dei personaggi dello spettacolo e degli esponenti della politica estera. Nulla hanno potuto Roberto Benigni, il premio Strega Francesco Piccolo e Michele Santoro. Ancora una volta il popolo ha votato con la propria testa, senza lasciarsi sedurre da facili slogan e convincere che i promulgatori del no fossero un’accozzaglia e rappresentassero “la casta”. Nulla hanno potuto i provvedimenti e riforme del governo Renzi attuate durante questi mille giorni, tutti in direzione dell’esito positivo del referendum di ieri.

Matteo Renzi e i suoi yes-men and women sono partiti a cavallo e tornati a piedi, sembrano essere già lontani i giorni in cui arroganti ed irridenti (come dimenticare l’ormai celebre l’hashtag “Ciaone” di Ernesto Carbone in seguito al mancato quorum del referendum sulle trivelle), esponenti del Pd come Romano, Migliore, Morani, Boschi presenziavano in TV con la sicurezza stampata in volto che avrebbe vinto il sì, prevedendo scenari apocalittici in caso di vittoria del no e usando provvedimenti giusti come il superamento del bicameralismo paritario, il taglio delle poltrone in Parlamento e l’abolizione del CNEL come specchietto per le allodole, coprendo l’intero pasticcio quale era la riforma costituzionale, scritta, tra gli altri, da personaggi come Verdini. Insomma: i nuovi 100 senatori sarebbero stati eletti in gran segreto dalla casta politica all’interno dei Consigli regionali, che attualmente sono quasi tutti nelle mani del PD e con l’attuale legge elettorale per la Camera, gli italiani non avrebbero potuto più eleggere nemmeno una buona parte dei deputati, poiché sarebbero stati gli stessi partiti ad indicare il nome del primo degli eletti in ogni collegio. Inoltre la riforma prevedeva l’abbassamento della soglia dei voti necessari per l’elezione del Presidente della Repubblica da parte dei parlamentari, consentendo in questo modo ad un unico partito (in questo momento storico il PD di Renzi) di controllare anche la nomina della più alta carica dello Stato. In sintesi, Renzi avrebbe governato indisturbato per altri venti anni.

La maggioranza degli italiani ha preferito mantenere la Costituzione di Parri e Calamandrei

La maggioranza degli italiani, che da alcuni radical chic ed intellettualoidi  saranno ovviamente etichettati come “populisti”, ha preferito mantenere la Costituzione di Calamandrei e Parri. Tuttavia sarebbe bastato modificarla davvero solo in quei pochi aspetti che avrebbero semplificato e sburocratizzato il sistema, e la maggior parte avrebbe votato positivamente, mentre si è preferito smantellarla dando l’immunità parlamentare ai consiglieri regionali che avrebbero risposto agli interessi del partito piuttosto che a quelli del loro territorio, non facendo più votare i cittadini per il Senato. Molti cittadini italiani questo lo hanno capito, essendosi informati a dovere, soprattutto sul web, nel merito della riforma.

La campagna referendaria di Renzi è stata al limite dell’indecenza (come quella dei suoi adepti, una su tutti Maria Elena Boschi, la fatina dal sorriso sempre pronto, depositaria della narrazione renziana, che ha affermato che chi avrebbe votato no sarebbe stato come Casa Pound, e che i veri partigiani avrebbero votato sì), consegnandoci un Renzi diverso da quello che in molti ha trasmesso speranza, delle primarie, un Renzi accentratore, troppo sicuro di se, onnipresente in TV, bugiardo e arrogante.

Le dimissioni di Renzi da Capo del Governo concludono un breve ciclo cominciato con la sua nomina con un tweet, con un accordo interno al ceto dirigente italiano e sostenuto dalla finanza, e terminato con un voto su una riforma (scritta male e divisiva per il Paese, nella quale invece, tutti dovrebbero riconoscersi) invocata da una banca d’affari, senza mai passare per un’elezione. Senza contare, essendo stato quello sul referendum anche un voto al governo, che molto poco, se non nulla, è stato fatto per contrastare disoccupazione, precariato e austerità. Il PD sembra davvero aver dimenticato la propria base sociale. Non a caso chi ha votato massicciamente No sono stati proprio gli under 35. Che sia l’inizio di una nuova Storia, e che la data del 4 dicembre 2016 venga fissata bene nella mente di chi ha in mente di stravolgere anche lui in futuro la Carta Costituzionale, chiunque egli sia. L’invasione delle cavallette non c’è stata e non ci sarà, sebbene alcuni esponenti del PD renziano pensino che dopo di loro ci sarà il nulla e che siano ancora l’unica alternativa possibile.

Riforma costituzionale: un referendum pensato male e proposto peggio

Si comincia a discutere sulle regole quando le cose non vanno e non si ha la forza – il coraggio, l’intelligenza – di confrontarsi di più sulle idee. Il referendum del 4 dicembre è diventato nel corso di quest’anno l’espressione evidente di un paradosso politico: di fronte a una disaffezione sempre più clamorosa per i partiti e per tutti i cosiddetti corpi intermedi, si è pensato di mettere in scena un derby sulla costituzione, con una mobilitazione di massa che forse avrebbe meritato migliori cause.

Dallo ius soli alla riforma delle carceri, dalla legalizzazione della cannabis all’introduzione del reato di tortura, ci sono tantissimi temi su cui lo spirito riformatore di questo governo si è dimostrato molto meno innovativo di quanto continua a dichiarare a parole, senza contare che anche quelle riforme su cui ha investito di più – come il jobs act o la Buona scuola – stanno rivelando, già dopo un anno, tanti dei limiti di efficacia che ne evidenziavano i loro critici.

Matteo Renzi è anche riuscito a imporre una separazione del campo politico in un modo inedito rispetto alla polarità della seconda repubblica – ossia centrosinistra versus centrodestra – e l’ha fatto usando una consultazione che avrebbe dovuto provare invece a unire ideologie contrapposte.

Questo referendum nei fatti è un’elezione politica: da una parte è schierato il Partito democratico di fede renziana e qualche partitino che appoggia questo governo (l’Ala di Denis Verdini e l’Ncd di Angelino Alfano), dall’altra una compagine articolatissima (minoranza Pd, buona parte della sinistra parlamentare ed extraparlamentare, quel che resta di Scelta civica, la Lega, il Movimento 5 stelle).

La divisione è anche nella società: per esempio Confindustria e Cgil hanno fatto dichiarazioni di voto opposte, la prima schierandosi per il sì e la seconda per il no.

Referendum: contestazioni di metodo

Così qualunque sarà l’esito del 4 dicembre, le sue conseguenze renderanno eclatante quanto non sia stata una buona idea politicizzare e rendere così divisivo un referendum costituzionale.

È sicuro che la disinvoltura – diciamo l’azzardo – di Matteo Renzi sia stata evidentemente calcolata: il proposito di legittimare il suo governo attraverso tre eventi che sono diversi da un’elezione parlamentare. Ed ecco che abbiamo avuto la vittoria alle primarie del Pd, poi il voto europeo e ora il referendum. E le voci che suggeriscono le sue eventuali dimissioni in questa settimana confermano solo questa idea pokeristica del potere renziano.

Questa è la prima contestazione di metodo che si può fare; è pure vero che se il sì dovesse perdere con una percentuale significativa – per esempio il 40 per cento – da un punto di vista del consenso nei confronti di Renzi sarebbe addirittura un risultato comunque alto.

La seconda contestazione di metodo è la speciosità di un quesito che sulla scheda è posto in modo molto netto e accattivante, ma che non riflette la complessità e certe ambiguità del testo della riforma. Ci sono state parecchie obiezioni su questo punto – addirittura ricorsi. Si può citare un giurista di valore come Luigi Ferrajoli sul tema: “Questa lettura e questa conoscenza saranno impedite ai cittadini dal quesito ingannevole e accattivante su cui saranno chiamati a votare, trasmesso ossessivamente in televisione e perciò in grado di compromettere l’autenticità del voto: ‘Approvate… il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi’ della politica e altre piacevolezze. I contenuti della legge sono infatti, come i pochi informati ben sanno, assai più gravi e certamente diversi. […] Ciò su cui i cittadini voteranno non è il titolo della legge di revisione, ma le norme in essa contenute”.

La fine del bicameralismo perfetto lascia davanti a sé un vuoto normativo e politico

Un terzo elemento distorsivo – di metodo anche questo – è il testo confuso della riforma. Si deve votare sì o no avendo davanti un testo con molti elementi disomogenei: si potrebbe essere in disaccordo, per dire, sulla diminuzione del numero dei senatori, ma d’accordo sulla revisione del titolo quinto. È abbastanza lampante che il referendum propone delle modifiche strutturali che rendono davvero impegnativo farsi un’opinione sulle conseguenze per la vita democratica futura dell’Italia (la riforma del senato, appunto), e altre modifiche più marginali (la soppressione del Cnel, per esempio) che si potevano ottenere con l’azione legislativa del parlamento, se il governo avesse lavorato per costruire una maggioranza più ampia, quella dei due terzi necessaria per non indire il referendum.

Un quarto elemento di ambiguità di questo referendum – sempre di metodo parliamo – è che la fine del bicameralismo perfetto, o paritario che dir si voglia, lascia davanti a sé un vuoto normativo e politico e i promotori della riforma non hanno proposto molto per colmarlo. Al senato resteranno alcune prerogative legislative (secondo il comitato del sì si tratta di nemmeno il 3 per cento delle leggi), il che induce alcuni a pensare come sia inutile questo senato; altri – compreso chi scrive – a quanto sia stato poco preso in considerazione un sistema di checks and balances (pesi e contrappesi istituzionali); altri ancora a sottolineare quanto sarà complicato gestire i contenziosi tra le competenze della camera e del nuovo senato.

Dobbiamo osservare con un sano scetticismo la bizzarria di una campagna elettorale accanita

Le obiezioni di metodo potrebbero essere ancora molte. Una, quasi didascalica, riguarda il nome del senato: avrebbe ancora senso chiamare così una camera dove potrebbero essere eletti anche dei diciottenni? Un’altra è quella sollevata da Michele Ainis riguardo a una contraddizione nascosta tra le pieghe del testo Boschi: il ridimensionamento dei poteri regionali (la parte sul titolo quinto) lascia fuori le autonomie regionali, che anzi – in virtù di una legge del 2015 che impedisce di legiferare sulle regioni a statuto speciale senza il consenso delle stesse – uscirebbero ulteriormente rafforzate da questa riforma costituzionale, in un paradosso per cui le leggi delle province autonome di Trento o di Bolzano conterebbero più della costituzione italiana.

Si potrebbe continuare elencando i dubbi sul “merito” della riforma – il più consistente è quello secondo cui forse non è vero che avere due camere che fanno lo stesso lavoro rallenta il ritmo dell’approvazione delle nostre leggi, o ne riduce il numero. I dati di Openpolis ci dicono che nell’ultimo anno solo il 20 per cento delle leggi approvate ha richiesto due letture, che le leggi proposte dal governo hanno avuto una gestazione parlamentare media decisamente breve (156 giorni) e che in Italia si producono molte più leggi che in Francia e in Germania.

Oppure potremmo adeguarci allo stile del dibattito soprattutto delle ultime settimane che ha cercato di legittimare lo status di strumentalizzazione politica di questa consultazione. Ma forse la mossa migliore da fare in questa scacchiera del referendum è quella del cavallo, ossia provare a osservare dall’esterno, con un sano scetticismo, la bizzarria di una campagna elettorale accanita, violenta, polarizzata, in una fase in cui la crisi della politica è a uno dei suoi massimi storici. E porci qualche interrogativo.

Alle elezioni politiche del 1948 (le prime con la costituzione italiana) andò a votare il 92,2 per cento degli aventi diritto, nel 1992 eravamo scesi all’87,3 per cento, nel 2008 al 78,1, nel 2013 al 72,2: davvero il problema principale di questo paese è la governabilità e non la rappresentanza e la partecipazione?

Una crisi politica è stata trasformata in una crisi costituzionale

Quando nel 2013 l’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi conquistò la segreteria del Partito democratico poteva contare su 539mila iscritti, nel 2015 sono stati 385mila (nel 2009, al momento della fondazione, erano 831mila). L’ambizione di rinnovamento di un partito – la rottamazione e via dicendo – ha coinciso con la disaffezione.

Le cose non vanno meglio nelle altre formazioni politiche: Forza Italia e la Lega dichiarano entrambi poco più di centomila iscritti, Sel solo 3.600 ossia addirittura meno di Possibile (il movimento di Pippo Civati) che ne ha 4.800, il Movimento 5 stelle non dà dati ufficiali – l’ultimo a tirare fuori un numero è stato Roberto Casaleggio un anno fa che diceva 130mila. In Italia meno di un milione di persone è militante di un qualche movimento o partito: davvero il problema principale di questo paese sono le regole e non l’impegno attivo, la costruzione del consenso?

Questa fragrante crisi non sarà risolta attraverso la modifica del testo costituzionale, ma cominciando ad analizzarne e a contrastarne le ragioni sociali economiche e politiche. Sul suo blog, il senatore Walter Tocci, coordinatore da anni del Centro studi di iniziative per la riforma dello stato (Crs), ha scritto una lunga disamina su questo voto, sottolineando come sia proprio il misconoscimento della crisi della democrazia a far immaginare soluzioni che invece sono solo sintomi.

L’equivoco estremo

Se si rimuovono le cause storico-politiche, il riformismo istituzionale diventa una metafisica senza tempo e senza realtà. Tutto è cominciato quando sono finiti i vecchi partiti, che nel bene e nel male avevano governato il paese, sia in maggioranza sia dall’opposizione. Da allora il ceto politico non ha saputo o non ha voluto rigenerare le strutture politiche adeguandole ai nuovi tempi e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni. Una crisi politica è stata trasformata in una crisi costituzionale. Alcuni politici si sono dati l’alibi dicendo che volevano spostare le montagne ma le procedure parlamentari lo impedivano. “Da molto tempo l’Italia non riesce ad aprirsi al mondo nuovo, non accede alla società della conoscenza, eppure il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, fino a ingigantirlo come il principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso”.

L’estremo equivoco, dunque, è quello in base al quale bisognerebbe votare sì a questo referendum per senso di responsabilità, per evitare il tracollo di un paese indebitatissimo e che precipiterebbe nell’instabilità economica e quindi politica e poi sociale, e sarebbe spazzato da un’onda di speculazione internazionale; avvisaglia di quest’eventualità spaventosa sarebbe già l’aumento dello spread e il calo in borsa delle azioni di varie banche più esposte tra cui il Monte dei Paschi di Siena in quest’ultima settimana. È l’allarme del Financial Times, ed è l’ennesima versione del ricatto che l’autonomia politica, e addirittura quella costituzionale, finisce con il subire da elementi contingenti.

Sarebbe insomma davvero un brutto scenario se l’esito del voto – nel merito costituzionale e nel suo significato politico – fosse comunque ignorato come è accaduto al referendum greco dell’estate del 2015, in nome di un dover essere della storia che è davvero la fine della politica come l’abbiamo conosciuta: l’abdicazione a quella “nuova ragione del mondo” come la definiscono Pierre Dardot e Christian Laval, che nel loro ultimo libro appena uscito in Italia, Guerra alla democrazia, immaginano che le proposte di modificare le costituzioni in Europa saranno costanti nei prossimi anni.

Fonte: Internazionale

Addio a Fidel Castro, il comunista che non fu comunista

“Presto compirò i 90 anni, mai avevo pensato di arrivarci e mai mi sono sforzato di arrivarci. È stato un capriccio del destino. Presto toccherà anche a me, il turno arriva per tutti”. Questo disse Fidel Castro Ruz lo scorso aprile, nel Palacio de Convenciones dell’Avana, rivolgendosi – “forse per l’ultima volta”, come precisò – ai delegati riuniti per l’assemblea di chiusura del VII Congresso del Partido Comunista de Cuba.

E fu, il suo, un discorso assai breve. Il più breve, probabilmente, tra gli innumerevoli da lui tenuti nel corso d’almeno sessant’anni, tutti immancabilmente passati agli archivi come esempi d’una oratoria debordante, entrata nella leggenda per la sua verbosa, teatrale ed ammaliante estensione temporale. Breve e, a suo modo, anche triste e definitivo. Come un addio.

Quel “presto” è, in realtà, oggi. Perché proprio oggi, nella notte tra il 25 ed il 26 novembre 2016, quell’inevitabile, biologico “turno” è infine arrivato. Fidel Castro Ruz è morto. Il comandante en jefe, il líder máximo, el caballo, Fifo, è morto davvero – “ei fu”, verrebbe da dire con un’eco manzonian-napoleonica che a lui, di certo, non sarebbe dispiaciuta – al termine d’una vita che, ben al di là d’ogni scontata considerazione sulla caducità dell’umana esistenza, proprio con la morte è vissuta in una molto peculiare e perenne simbiosi.

Perché, in effetti, proprio la morte – la sua morte, la morte di tutti, la morte, esaltante e macabra, di “patria o muerte” – è sempre stata da Fidel Castro considerata come l’unica possibile alternativa a se stesso e al suo personale trionfo. E, ancor più, perché la sua morte – una morte che appariva “nell’ordine delle cose”, una morte dai suoi nemici cento volte annunciata e da lui, fino a ieri, ogni volta spettacolarmente smentita – è sempre stata parte d’un mito che, costruito con geniale sapienza, è, in ultima analisi, soprattutto un mito di perpetua resurrezione, col tempo trasformatosi in un molto meno mitico, ma egualmente straordinario, monumento alla sopravvivenza.

La morte è infine arrivata. Ed è stata davvero, come Fidel Castro aveva forse involontariamente previsto, la morte che “arriva per tutti”. Terribile, misteriosa e banale. Priva, nella sua ovvietà, d’ogni eroico risvolto. Una morte senza “resurrezione” e molto lontana – paragone, questo anch’esso banale, ma inevitabile – da quella, entrata nel mito, di Ernesto “Che” Guevara.

Fidel Castro è morto. E vale forse la pena partire proprio da qui, da quel suo ultimo e inusualmente sintetico sermone – celebrato di fronte a un Congresso che, secondo alcuni, era chiamato a “superare” la sua eredità, o a più eufemisticamente “attualizzarla”, come suggerivano i documenti congressuali – per cercare di capire che cosa in effetti ci lascia un uomo che tutti, amici e nemici, all’unisono collocano tra i più rilevanti leader politici del XX secolo.

Su questo punto Fidel era stato, in quel suo intervento, molto enfaticamente chiaro e, nel contempo, estremamente generico. Ed era partito da una domanda, la stessa che negli ultimi 60 anni si sono posti, invano, tutti i suoi biografi: “Perché – si era chiesto- sono diventato socialista o, più chiaramente, perché mi sono convertito al comunismo?”. E, curiosamente, aveva poi aggiunto senza rispondere alla domanda: “Parlo perché si comprenda meglio che non sono né un ignorante, né un estremista né un cieco, che non ho acquisito la mia ideologia studiando economia per conto mio”.

Più che parlare del perché della sua conversione, Fidel ne aveva, in quel discorso, precisato il quando e come: “Avevo all’incirca 20 anni ed ero appassionato di sport e di alpinismo. Senza alcun precettore che mi aiutasse nello studio del marxismo-leninismo (poco prima era parso dire l’esatto contrario n.d.r.); non ero che un teorico e, naturalmente, avevo una fede totale nella Unione Sovietica”.

Comunista da sempre, dunque. E comunista nel più ortodosso dei termini. Fidel era un comunista con una “fede totale nella Unione Sovietica”, quando, negli anni ’40, nelle fila del Partido Ortodoxo, partecipava alle vicende politiche della Università dell’Avana (nel periodo del cosiddetto “gangsterismo” quando le differenze politiche si risolvevano a colpi di pistola).

Era comunista quando nel luglio del 1953 in una azione definita “avventurista” dal Psp, il partito dei comunisti filo-sovietici cubani, assaltava il Cuartel Moncada. Fidel era comunista – come lui stesso ricorda nella “biografia a quattro mani” scritta con Ignacio Ramonet – anche quando, ancora adolescente nel collegio Belén (e su questo concordano le testimonianze dei suoi compagni di corso e del suo professore e mentore, il gesuita padre Amado Llorente) orgogliosamente cantava “De cara al sol”, l’inno dei franchisti spagnoli.

E da comunista – comunista da sempre, al termine d’una dittatura durata più d’ogni altra nel ventesimo secolo – Fidel verrà ora cremato e sepolto, come da suo espresso desiderio, in quel di Santiago, accanto alla tomba di José Martí, l’“apostolo” del cui pensiero e della cui battaglia per l’indipendenza cubana, Fidel s’era proclamato (in quello che i suoi nemici definiscono un “sequestro”) unico ed autentico erede.

Nato comunista, vissuto da comunista e da comunista sepolto, Fidel Castro, in realtà, comunista non fu. Perché il suo comunismo non è stato, a conti fatti, che il vestito da lui indossato per coprire le brutali nudità di quello che sarebbe passato alla storia come “castrismo”. Ovvero la totale identificazione tra il suo personale potere ed il concetto d’una patria che voleva libera. Libera perché liberata dal peso del neocolonialismo statunitense e libera, anche, anzi, soprattutto, perché “sua”, libera perché pienamente identificata con il suo potere assoluto.

 

Fonte: Il Fattoquotidiano

 

 

Verso il Referendum del 4 dicembre tra sì, no, “ma anche”

Tra le eredità lasciateci da Walter Veltroni c’è una nuova categoria logica che sarebbe molto utile nella scheda che gli italiani si troveranno davanti domenica 4 dicembre quando dovranno esprimersi sul Referendum, il ma-anche. Può sembrare una provocazione ma, di fatti, non lo è. Una ipotesi di riforma che comprende 47 articoli della Costituzione confonderebbe chiunque ed è inevitabile che in una materia così ampia finiscano modifiche condivisibili insieme ad altre non accettabili.

Così nel dibattito sul Referendum, tra balletti di cifre su presunti risparmi, tagli del numero dei parlamentari, modifica del rapporto tra stato e regioni, minacce di derive autoritarie e show televisivi, anche l’elettore più attento continua ad avere più di qualche dubbio. Cerchiamo, a questo punto, di mettere ordine e di chiarire in maniera sintetica in due soli punti le posizioni in campo. I favorevoli all’ipotesi di riforma sostengono che occorre votare sì al Referendum perché:

  1. Si supera il bicameralismo perfetto attualmente presente in Italia che vincola l’approvazione delle leggi a due passaggi parlamentari con due Camere che hanno le stesse funzioni. Con la riforma scompare il Senato così come lo conosciamo oggi e lascerà il posto ad un nuovo organismo composto da rappresentanti degli enti locali che avranno funzioni diverse rispetto alla Camera;
  2. Si tagliano i costi della politica con la scomparsa del CNEL e delle province. La riforma prevede che i consiglieri regionali non potranno percepire un’indennità più alta di quella del sindaco del capoluogo di regione e i gruppi regionali non avranno più il finanziamento pubblico.

Chi si schiera per il no alla riforma, sostiene che:

  1. La riforma rende il sistema più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato non intaccando in maniera significativa i costi della politica e moltiplicando i procedimenti legislativi;
  2. Limita la democrazia in quanto triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari. Inoltre espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare. Il Senato, che non scompare assolutamente, viene privato della scelta dei cittadini divenendo qualcosa di informe e senza legittimazione elettorale.

In estrema sintesi queste le posizioni dei due schieramenti. Come detto, però, nel mezzo c’è la modifica di aspetti rilevanti della Costituzione il cui impatto non è quantificabile con esattezza. Ad esempio il nuovo art. 117 al comma 4 recita: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale“, che si traduce in una forte limitazione sulla determinazione delle scelte dei territori. Non è questione da poco, si pensi all’attuazione di questa norma su questioni delicate come Tap o Ilva, dove interessi economici e impatto ambientale sono molto forti. E se anche questo rientrasse nell’interesse nazionale?

Non essendoci possibilità della casella ma-anche sulla scheda, sarebbe stato preferibile spacchettare i quesiti rendendo più agevole il voto degli elettori.

Nelle ultime ore, inoltre, si continua a caricare di significati diversi la disputa elettorale mettendo in campo rottamazioni e presunte cadute del governo, ma possiamo essere certi che il 5 dicembre se dovesse vincere il sì non arriveranno le cavallette e se dovesse vincere il no non ci saranno speculazioni finanziarie e disastri economici. Sempre che la gente il 4 dicembre vada a votare, in caso contrario la sconfitta sarà sicuramente di tutti.

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