La lunga strada verso una vera Europa

In attesa di capire esattamente le posizioni che prenderà in politica estera ed economica la nuova amministrazione USA guidata da Donald Trump, l’Europa si ritrova a fare i conti con sé stessa e con una unione sempre più fragile dopo la Brexit, le minacce di veto italiano sul bilancio e la crescita esponenziale delle forze populiste in molti Paesi.

Di fatti questa situazione di incertezza espone le economie più fragili dell’Unione a speculazioni che possono assumere dimensioni molto significative e, se a questo si somma la minaccia di un ridimensionamento del materno abbraccio americano sulla vecchia Europa, possiamo pensare che ci apprestiamo a vivere un futuro complicato. Una situazione inedita per molti Paesi che si ritrovano, così, a dover prendere delle decisioni in autonomia che determineranno il futuro di tutti.

L’unica via percorribile è puntare tutto sull’Europa, rilanciando l’idea, già presente nel Manifesto di Ventotene, di una Europa unita e federale che superi di fatto il principio dello Stato Nazione. In altre parole costituire gli Stati Uniti d’Europa. Il primo argine a questo processo è rappresentato dalle attuali e poco credibili leadership europee che, dimostratesi eccessivamente legate alla finanza, non sembrano essere in grado  di prendere una decisione che esporrebbe molte cancellerie all’ipotesi, tutt’altro che remota, di derive populiste.

Eppure la fusione delle economie europee in un unico soggetto è l’unico modo per poter contare qualcosa su uno scacchiere internazionale strutturato in quattro blocchi: Usa, Russia, Cina ed economie emergenti che, diversamente, potranno soffocare a piacimento il vecchio continente toccando le fragilità strutturali di ogni singolo Stato.

Si provi solo ad immaginare dal punto di vista finanziario cosa possa significare la cancellazione dei singoli debiti pubblici, con la conseguente scomparsa di azioni speculative dei signori della finanza, e la creazione di un unico eurobond capace di dare garanzie senza precedenti.

Pensiamo a cosa vorrebbe dire una forma di diritto comune con regole uguali per gli europei e una Costituzione condivisa che consenta di eleggere il presidente degli Stati Uniti d’Europa con partiti sovranazionali, in grado di riscrivere le attuali strutturazioni ideologiche, e capaci di raccogliere al proprio interno cittadini che possono essere, finalmente, protagonisti reali nelle decisioni che li riguardano.

Un parlamento, un esercito, una moneta e una Costituzione unica per guardare con più serenità al futuro e poter contare fattivamente qualcosa nelle decisioni chiave che il mondo dovrà prendere da qui in avanti perché ci sono emergenze, vedi il clima, che non possono essere più procrastinate.

In una logica federale ogni singolo Stato potrà svolgere alcune funzioni di coordinamento e di politica economica, ma il cuore delle decisioni dovrà essere altrove in un vero parlamento politico capace di dettare la linea a quella che potenzialmente può rappresentare la prima economia al mondo.

Bisogna osare perché l’alternativa a tutto questo si chiama populismo e la storia ci ha insegnato che non porta a nulla di buono.

Trump presidente, anche Reagan faceva paura. Ma chi temeva disastri fu smentito

Washington, 10 novembre 2016 – Il cow boy e il loose cannon! Nel vocabolario della sinistra il cow boy era Ronald Reagan. Ora il loose cannon, cannone libero o mina vagante, è Donald Trump. Reagan fu eletto nel novembre 1980. Poveri noi, si leggeva, ha il dito sul grilletto. È un anticomunista viscerale, un nemico della coesistenza pacifica. Farà scoppiare la terza guerra mondiale.

Sì, una guerra ci fu. Fredda, non calda. La vinse senza sparare un colpo. A Berlino crollò il muro. L’Europa dell’Est ritornò libera. L’impero del male si disintegrò. Il comunismo finì nella spazzatura della storia: sopravvisse nel revisionismo cinese, che copiando il capitalismo rinnegò se stesso.

E Trump? Un pazzo, un irresponsabile. Davvero sarà un pericolo per la pace? Sconforto e allarme regnano sulle due sponde dell’Atlantico. Giornali, televisioni, le intellighenzie universitarie, gli sponsor delle multinazionali globalizzate e dei trattati commerciali ammoniscono ad aspettarci il peggio. Sarebbero loro in esclusiva i garanti della stabilità e della sicurezza, anche quando, come sotto Obama, hanno contribuito a rendere il mondo più e non meno pericoloso, meno e non più sicuro, meno e non più prospero. Le analogie si fermano qui. Il 40esimo presidente non era solo il cow boy di mediocri western. Era stato un ottimo governatore in California. Dunque aveva quell’esperienza di governo che manca al 45esimo presidente. E anche il suo conservatorismo era diverso. Per rilanciare l’economia del dopo Carter, Reagan si riferiva a Milton Friedman, al monetarismo, alla supply side economy, alla deregulation amministrativa e sociale.

Trump ha idee meno dogmatiche. Il suo liberismo appare pragmatico, in linea con il suo elettorato: popolare non populista, in rivolta contro la globalization, contro la finanza speculativa, contro i poteri forti degli apparati, contro le multinazionali, contro l’immigrazione clandestina, contro il multiculturalismo, il buonismo, il politically correct, la refrattarietà a chiamare il terrorismo islamico con il suo nome. Non un elettorato conservatore, ma contrario alla conservazione dello status quo.

È l’elettorato bianco, ma sorprendentemente per un quarto anche ispanico. Medio-basso, feroce contro le élite newyorkesi. Dunque da Trump verrà un sì alla deregulation senza toccare il pubblico nell’assistenza e nella previdenza. Il che non toglie che l’Obamacare sarà annullata. Quella pasticciata riforma, la sola eredità di Obama, ha fatto esplodere i costi della sanità, senza peraltro coprire l’intera popolazione. E inoltre sarebbe incostituzionale.

Fonte: Quotidiano.net

Trump: un Presidente contro

“Domani comunque sorgerà il sole”, con queste parole Barack Obama saluta il risultato a sorpresa che incorona Donald Trump 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un risultato a sorpresa, ma se vogliamo neanche troppo, che sottolinea anche al di fuori dei confini europei una inesorabile e incontenibile ascesa delle forze populiste e xenofobe che incarnano la cosiddetta pancia delle democrazie occidentali. E così, dopo quello di Orban contro i migranti, si prepara la costruzione di nuovi muri sia fisici che morali per chiudere fuori il diverso e rendersi prigionieri in casa propria.

Il verdetto americano, amarissimo per gran parte delle élite europee, sottolinea ancora una volta la crisi profonda che sta attraversando il sistema democratico moderno nato proprio negli States. Alexis de Tocqueville nel celebre saggio La democrazia in America aveva profeticamente scritto: “ […] Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. […] Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri. […] Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla.

Tocqueville scriveva in un’epoca molto lontana dalla nostra e, pur essendo cambiate le condizioni generali, troviamo il suo pensiero di grande lungimiranza. Al centro della campagna elettorale di Trump non c’era il raggiungimento di uno status superiore, ma la difesa di quello che si ha dell’American way of life percepito come qualcosa che è in pericolo a causa di un nemico esterno. Le ricette proposte sono infantili e figlie di una visione semplicistica dei processi storici banalizzati e ridotti in uno slogan.

In attesa di “rompere il tetto di cristallo” è necessario fare alcune considerazioni impopolari su quello che sta accadendo alla nostra democrazia che, come diceva Churchill è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora, ma che sta mostrando in sé il germe della propria autodistruzione.

  1. La ricerca di accaparramento dell’elettore mediano, ossia di colui che si pone in maniera moderata sulle questioni e che generalmente rappresenta la fascia media della popolazione, è il preambolo della sconfitta perché questa figura, quasi mitologica, ha compreso che il rapporto costi/benefici del voto è nullo e quindi non va a votare;
  2. I programmi elettorali incentrati sull’equilibrio dei mercati non affascinano la gente che vive l’economia reale e non quella finanziaria. La crisi di plastica del 2008 ha ormai aperto un solco insanabile tra le due economie e l’elettorato tende a privilegiare nelle sue scelte chi è contro la finanza;
  3. Si è esultato per la fine delle ideologie e, in particolar modo in Europa, si sono trasformati i partiti in semplici comitati elettorali privandoli del ruolo, essenziale, di agenzia di socializzazione democratica.
  4. Nell’era della comunicazione globale i social hanno sostituito di gran lunga i tradizionali mezzi di comunicazione, cosa che sa benissimo il nostro Renzi, semplificando la narrazione di questioni molto complesse. La democrazia di domani deve essere in grado di essere credibile ben al di là di un post virale;
  5. Il reclutamento della classe dirigente è legato al capo del momento che solitamente sceglie di circondarsi di personaggi improponibili e gestibili che fanno aumentare, e di molto, la forza dei movimenti antisistema;
  6. La politica è percepita come qualcosa di distante, distaccato e superfluo. La gente vive la propria quotidianità in maniera isolata e non crede nella reale possibilità di cambiamento legato a scelte politiche.

Questi pochi punti racchiudono alcune delle criticità della nostra democrazia. Trump ha vinto non perché ha parlato alla pancia della gente ma perché ha parlato in maniera differente. Se al posto della Clinton, che incarnava il potere consolidato, ci fosse stato Sanders probabilmente oggi commenteremmo qualcosa di diverso, ma a quanto pare non è possibile cambiare.

Una democrazia credibile può parlare in maniera chiara dei problemi percepiti dall’elettorato senza cadere in contraddizioni. È il caso del fenomeno del secolo, quello migratorio, che non rappresenta assolutamente una emergenza, ma qualcosa di epocale con cui prima o poi bisognava fare i conti. È impensabile continuare a gestire il pianeta a proprio piacimento senza innescare reazioni.

Ha sicuramente ragione Obama, domani tornerà il sole, ma noi saremo ancora una volta con i paraocchi.

Buon lavoro Mr Trump.

L’attualità o inattualità di Pasolini, che dopo 41 anni va di traverso a tutti

P P Pasolini è il Santo patrono degli Intellettuali italiani e di tutti i profeti scontenti. Disperata­mente attuale o perdutamente inattuale, su di lui si accaniscono infinite autopsie, sul cor­po, sui libri, sulle idee politiche, ancora oggi a 41 anni esatti dalla sua morte.

Lasciamo stare il solito giochino se Pasolini era di destra o di sinistra. Pasolini era Pasolini, marxista eretico e reazionario, comunista antimoderno, populista rurale e spirito religioso ma blasfemo; esteta decadente, parallelo in senso inverso a D’Annunzio. Oggi è scomodo a sinistra come al centro e a destra, inadattabile all’epoca delle passioni spente e delle ideologie cadaveri.

Ve lo vedete Pasolini nella tv a colori o commerciale, nelle prime e terze pagine di oggi, a dialogare, fare opinione e gossip? Più facile vederlo in una caricatura di Crozza, Marcorè e Guzzanti che da Vespa, a Ballarò o da Santoro. Oggi sarebbe contro Berlusconi ma anche contro il berlusconismo di sinistra e il vuoto spinto generale. In una cosa Pasolini fu profeta ascoltato: nelle Lettere luterane auspicò che la Rai fosse appaltata ai partiti. Purtroppo fu accontentato.

Di P P Pasolini è celebrato il lato più detestabile: il blasfemo regista de La ricotta e del sadico Salò, l’omosessuale che ama i ragazzini, l’intellettuale marxista da salotto e da tv che pure auspica la morte dei salotti e della tv. Oggi domina quel ceto neoborghese che Pasolini criticò ferocemente: «Il conformismo presentato come indignazione, cameratismo, coro, gazzarra, ricatto morale, creazione di false tensioni e attese precostituite, demagogia, linciaggio, razzismo, moralismo, disumanità». Hanno sostituito la vecchia borghesia, cristiana e perbenista, con la nuova borghesia, cinica, gaudente e progressiva. Pasolini criticava il sesso ridotto a obbligo e consumo, nell’onda permissiva vide il nuovo oppio dei popoli.

P P Pasolini, intellettuale scomodo e antimoderno

Lottando contro i valori tradizionali e religiosi, notava Pasolini, i giovani estremisti rendevano un servizio al nemico che dicevano di combattere: sgombrando il terreno da religione e valori, lasciavano campo libero al dominio del neocapitalismo, con il suo laicismo, le sue merci e la sua tecnocrazia. Secondo Pasolini «l’unica contestazione globale del presente è il passato », e «solo nella Tradizione è il mio amore». Non c’è male per uno «de sinistra». «La destra divina è dentro di noi nel sonno» scriveva PPP. Nota un critico su Pasolini: «La nostalgia per un modo di essere che appartiene al passato (e che talvolta dà a Pasolini quasi un timido e sgraziato furore reazionario) e non si restaurerà più per una definitiva vittoria del male… e dei valori nuovi che a Pasolini sembrano intollerabili». Un po’ esagerato questo critico, chi è? Pier Paolo Pasolini medesimo.

La differenza tra i conservatori e P P Pasolini era che i primi lo erano nel nome del padre (da qui il loro paternalismo autoritario), lui lo era nel nome della madre (da qui il suo legame ombelicale col passato). In quella differenza c’è la sua eresia e la sua omosessualità. All’amor patrio Pasolini preferì l’amor matrio. Più che le radici amava le matrici, la madre terra, la madre chiesa e la madre lingua. «Assisto dall’orlo estremo di qualche età sepolta». Ma per Pasolini le macerie spirituali presenti non erano paragonabili con quelle del passato; che la tv con i suoi modelli pervertiva l’anima del Paese; che la libertà sessuale e omosessuale è una forma ossessiva di conformismo e di consumismo; che i giovani di oggi sono morti che camminano, omologati e spenti, artificiali e contro natura (parole sue). Il dubbio sorge spontaneo: ma Pasolini parla del suo tempo o del nostro? Se l’Italia era così già nei primi anni Settanta, che c’entra Berlusconi che non era al governo e nemmeno si occupava di tv? E il clerico-fascismo di cui lui parlava, che ci azzeccava con questa Italia nichilista e consumista che è proprio il contrario dell’Italia voluta dai preti e dai fascisti?

Come sarebbe “etichettato” oggi Pasolini?

Insomma, di questo cortocircuito pasoliniano nessuno scrive; ma i ribelli e i dubbiosi non sono più ammessi. Pensiamo alle sue poesie friulane e tradizionaliste (che lo avvicinano ad un’altra personalità complessa del Novecento, ovvero quella di Yukio Mishima): l’ultima poesia è dedicata a un giovane fascista, in cui Pasolini si richiama alla destra divina, onirica, invitandolo a difendere, conservare, pregare. Oggi c’è chi riutilizza tutto ciò per legittimare piccole porcherie della politica presente. P P Pasolini stesso, del resto, si definiva uno “sgraziato reazionario”,  contro la modernità, il ‘68, la borghesia radical chic, la società permissiva e irreligiosa, l’aborto e la manipolazione genetica, i figli di papà che attaccano i poliziotti ma risparmiano i magistrati, la pornocrazia e la droga.

Pasolini rifiutò di entrare nel movimento omosessuale, il <<Fuori>>, e oggi sarebbe contro il gay pride e il matrimonio gay perché, lui omosessuale, aveva un’idea tragica e intimamente cattolica dell’omosessualità che viveva come scandalo e trasgressione e non pretendeva il certificato del sindaco e l’elogio dei mass media. Se fosse ancora in vita gli darebbero del bigotto omofobo. Criticò la tv del suo tempo perché volgare e dissacrante (“La volgarità è il momento di pieno rigoglio del conformismo”, diceva), assai prima che spuntasse Berlusconi, criticava il fascismo non perché fosse il braccio armato della reazione ma perché aveva concorso a distruggere i valori tradizionali e amava il comunismo perché a suo dire era una forma di resistenza all’irreligione e alla modernità neocapitalista, odiava la DC non perché fosse un partito conservatore e confessionale ma perché la riteneva agente della scristianizzazione e del nuovo capitalismo, anzi la definiva «il nulla ideologico mafioso». Preferiva il mondo contadino e i valori religiosi all’industria, al femminismo, al laicismo.

Perché oggi nessuno riconosce che criticava il razzismo perché riteneva che nascesse da un’intolleranza dei moderni verso gli antichi, degli industrializzati verso gli arretrati, di coloro che vivono nella luce artificiale dello sviluppo verso coloro che hanno «facce bruciate dal sole di epoche andate», e amava il terzo Mondo più per antimodernità alla Guenon che per filantropia alla Veltroni?

Certo, Pasolini era comunista, era anzi “marxista eretico” come si definiva; ha fatto film indigeribili, era ossessionato dal sesso, ha scritto in anticipo il processo delle Br ad Aldo Moro e a Carlo Casalegno; ha criticato la tv e la stampa borghese ma troneggiava su entrambi. Ed è stato avversato dai conservatori benpensanti non perché fosse omosessuale, come oggi si ripete, ma perché ritenuto pedofilo, corruttore di minori.

Se oggi P P Pasolini non accettasse di farsi testimonial della borghesia radical, ma continuasse a scrivere le cose di ieri, magari criticando il berlusconismo di destra e di sinistra, non sarebbe in vetrina e in tv, ma scriverebbe su giornali marginali, sarebbe scansato come petulante, moralista e catastrofista, quasi iettatore. Perciò non dite (ipocriti!): “Ah, come ci vorrebbe oggi un Pasolini!”: se ci fosse davvero, finirebbe chiuso in un cesso. La sinistra ne ha fatto un suo eroe ma per anni l’ha emarginato e persino espulso dal Partito comunista perché omosessuale. Pasolini oggi andrebbe di traverso a tutti. E non ha eredi.

 

Fonte: Marcello Veneziani blog

Addio a Tina Anselmi, prima donna italiana ministro. Introdusse il Servizio Sanitario Nazionale

È morta la scorsa notte nella sua casa di Castelfranco Veneto Tina Anselmi, prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica: fu nominata nel luglio del 1976 titolare del dicastero del lavoro e della previdenza sociale in un governo presieduto da Giulio Andreotti. Tina Anselmi, eletta più volte parlamentare della Democrazia Cristiana, aveva 89 anni.

Dopo aver ricoperto la carica di ministro del Lavoro, Tina Anselmi fu ministro della Sanità nel quarto e quinto governo Andreotti e legò il suo nome alla riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1981, nel corso dell’ottava legislatura, fu nominata presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985. I funerali saranno celebrati venerdì 4 novembre nel Duomo di Castelfranco Veneto.

Tina Anselmi all’età di 17 anni decide di prendere parte attivamente alla Resistenza. Con il nome di battaglia di «Gabriella» diventa staffetta della brigata Cesare Battisti al comando di Gino Sartor, quindi passa al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Frattanto, nel dicembre dello stesso 1944, s’iscrive alla Democrazia Cristiana e partecipa attivamente alla vita del partito. È l’inizio di una lunga carriera che la porterà a ricoprire diversi incarichi. Il 2016 è stato un anno di riconoscimenti per la Anselmi: le è stato dedicato un francobollo e la sua città le ha tributario un omaggio per l’anniversario della sua nomina a ministro 40 anni prima.

I messaggi di cordoglio dal mondo politico per la scomparsa di Tina Anselmi

«Profondamente colpito dalla scomparsa di Tina Anselmi, partigiana, parlamentare, ministro di grande prestigio, ne ricordo il limpido impegno per la legalità e il bene comune»: così il capo dello Stato, Sergio Mattarella. «Con Tina Anselmi scompare una figura esemplare della storia repubblicana» è il ricordo del presidente del Consiglio Matteo Renzi. «Partigiana, sindacalista, impegnata nella vita politica e nelle istituzioni, prima donna ministro della storia italiana. Il suo impegno per le pari opportunità e contro la P2 e la sua personalità forte e discreta ne hanno fatto un esempio per chiunque creda alla politica come passione per la libertà. Ai familiari il cordoglio mio personale e di tutto il governo». Romano Prodi si dice «profondamente addolorato per la scomparsa di Tina Anselmi, alla quale ero legato da grande stima e sincero affetto. Il nostro Paese deve molto al suo impegno politico e civile. La sua costante attenzione e la sua determinazione per l’affermazione dei diritti ha saputo tradursi, nel corso della sua vita pubblica, in iniziative fondamentali a cominciare dalla radicale riforma del Servizio sanitario nazionale», aggiunge l’ex presidente del Consiglio. «Addio a Tina Anselmi, partigiana, parlamentare, prima donna ministra. Una donna, una grande madre della democrazia, a cui dobbiamo molto». Lo scrive su twitter Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato. «Tina Anselmi è stata una protagonista della storia repubblicana, sin dalla scelta giovanile di stare dalla parte della Resistenza e poi dalla parte dei diritti, innanzitutto delle donne», ricorda Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera. «Siamo tutti addolorati e commossi per la scomparsa di Tina Anselmi, una grande donna, sindacalista della Cisl, parlamentare e prima donna ministra in Italia — ha scritto sulla pagina Facebook della Cisl la segretaria generale Annamaria FurlanAnselmi è stata un simbolo di emancipazione civile, di impegno politico e sociale per tutte le donne italiane. Una vera madre della Patria. Tutta la sua vita è stata una esempio di coraggio, di competenza e di moralità nella azione politica, di grande vicinanza alle ragioni dei più deboli e bisognosi della società italiana». «Tina Anselmi con la sua fermezza gentile ha mostrato cosa significhi passione per la democrazia e per l’Italia. Il cordoglio del Pd». Lo scrive su twitter Lorenzo Guerini, vice segretario del Pd.

Una donna autentica, un politico onesto e capace

Tina Anselmi è stata capace di mettere sulla graticola tutti o quasi tutti i potentati della partitocrazia, una donna autentica e onesta, indipendente, vera rappresentante del popolo. Avrebbe meritato la Presidenza della Repubblica, ma avrebbe pestato troppi piedi e scoperchiato troppe pentole.

Aveva detto: <<Forse molte cose che continuano a succedere possono avvenire e ripetersi proprio perché non é stata fatta ancora piena luce su quanto avevamo scoperto con la Commissione parlamentare sulla P2. In questo senso le classi dirigenti politiche che si sono succedute in questi anni hanno una grandissima responsabilità. Spesso mi chiedo: Perché non hanno voluto andare a fondo? Perché nessuno ha voluto capire cosa c’era veramente dietro? Perché nessuno ha voluto vederci chiaro dopo che in alcuni articoli pubblicati (uno anche a firma del figlio di Gelli) si é sostenuto che gli affiliati alla Loggia P2 erano molti di più di quelli che la mia Commissione aveva scoperto? Chi sono? Credo che finché non si farà piena luce su quella drammatica vicende non capiremo fino in fondo chi trama dietro le quinte e se le intercettazioni di questi ultimi mesi sono collegate e collegabili a quel potere occulto che, ne sono convinta, c’è e attraversa tanti ambiti della nostra società, anche quelli più insospettabili, anche quelli che dicono di volersi occupare solo di ideali o di spirito>>.

Meditiamo. Riposa in pace coraggiosa Tina Anselmi, vera amica della democrazia.

 

Fonte: Il Corriere della Sera

Donald Trump e Hillary Clinton: l’inquietante e la muffa

Diciamo la verità: i candidati per le vicinissime Presidenziali USA non brillano per profondità intellettuale e contenuti. Anche il terzo e ultimo scontro tenutosi pochi giorni fa a Las Vegas tra il repubblicano miliardario Donald Trump e la democratica moglie di Bill Clinton, Hillary è stato certamente deludente per chi si aspettava colpi di scena, conigli dal cilindro o comunque qualcosa che andasse oltre colpi bassi e insulti reciproci.

Donald Trump ha dichiarato ancora una volta che rifiuterà un’eventuale sconfitta, lanciandosi  in un attacco ai media e al loro ruolo nel manipolare le elezioni. Hillary, dal canto suo, ha affermato che l’affermazione di Trump è in contrasto con la storia democratica degli Stati Uniti, storia con luci ma anche molte ombre, in verità, i quali probabilmente, a dispetto di quello che pensano in molti e cioè che l’impresentabile è solo ed esclusivamente Trump, meritano, proprio in virtù della loro storia, due pessimi candidati come Donald Trum e Hillary Clinton.

Donald Trump rappresenta un’anomalia nel panorama politico statunitense ed internazionale attuale, e la sua analisi permette di capire l’evoluzione della mentalità e delle concezioni politiche del popolo a stelle e a strisce. Donald Trump ha ottenuto consensi in un paese smarrito, in crisi di identità, che desidera un leader forte e carismatico. Gli USA sono un Paese lacerato da disuguaglianze sociali e ridurre i milioni di americani sostenitori di Trump a un branco di buzzurri reazionari, populisti, xenofobi e fanatici delle armi, come fanno diversi commentatori, anche di casa nostra, che si concentrano solo sulle uscite infelici del candidato repubblicano, vuol dire essere riduttivi e superficiali. Bisognerebbe andare oltre le banali semplificazioni e cercare di comprendere perché Trump è riuscito a porsi in posizione di vantaggio su tutti gli altri concorrenti alla nomination repubblicana. Perché parla alla pancia del Paese, dirà qualcuno, frase ormai stantia, adoperata ogni volta anche in Italia per spiegare il successo del M5S; ma l’outsider politico Trump è un fenomeno complesso, tipicamente americano.

Donald Trump: l’inquietante outsider politico

Senza dubbio Donald Trump è un uomo controverso, eccentrico, involontariamente comico, inquietante, protagonista di sgradevoli commenti sulle donne, imprevedibile che utilizza un linguaggio semplice e diretto accompagnato da una retorica che non è ben vista dalle élites. Il business-man newyorkese viene considerato un pericolo per la democrazia da buona parte della stampa e dall’establishment politica qualora dovesse diventare il prossimo presidente degli USA. Ma perché il cattivone Trump è inviso ai circoli intellettuali che contano, ai giornali patinati come il New York Times e allo Star System che invece appoggiano Hillary Clinton?

Donald Trump in fondo è un provincialotto made USA, propugnatore dell’isolazionismo (perlomeno a parole), che non aspira a giocare a “globocop”. Anche Obama nel 2008 era il leader della distensione, promettendo di mettere la parola fine alla crociata cominciata da Bush in Medio Oriente contro il mondo arabo-musulmano e persiano. Ma con il passare dei mesi le élites di potere ed il Pentagono lo hanno ricomprato costringendolo a sostenere vecchi e nuovi fronti di guerra.

Tra le accuse mosse a Trump oltre a quelle di razzismo e islamofobia vi sono quelle di sessismo avallate da  testimonianze di diverse donne che hanno sostenuto di essere state molestate in passato da Trump e da una registrazione spuntata qualche settimana fa dove il candidato repubblicano affermava che “se sei una star puoi fare quello che vuoi”. Ci dovrebbe essere meno imbarazzo quando si dice la verità: ci sono donne che di fronte all’uomo di potere si umiliano, ci sono uomini che fanno valere il loro potere nelle loro relazioni con le donne e donne che ci stanno, perché gli conviene. Quando si tira fuori con grancassa mediatica la storia dell'”offesa alle donne, le quali sono sempre e solo povere vittime del porco di turno”, il più delle volte è una bufala.

L’ipocrisia sulle battute pseudo-sessiste

Quelle di Donald Trump sono tipiche battute scollacciate da ambiente maschile, che anche le donne conoscono benissimo e non si scandalizzano. Semmai è curioso che queste “povere” donne spuntino come funghi a distanza di anni dalle presente molestie e accusino Trump. Non si può giudicare un politico per le volgarità da bar che dice in privato; cosa succederebbe se si registrassero tutti i commenti privati sulle donne espressi dai vari politici ipocriti che oggi inorridiscono e si imbarazzano arrossendo per le vanterie e le battute sboccate di Trump?

Non è forse più grave e volgare la risata pubblica della signora paladina delle donne, Hillary Clinton sul barbaro scempio del cadavere Gheddafi linciato dai guerriglieri libici alleati della Nato? Senza rammentare a buona parte dell’opinione pubblica che il marito della futuribile presidente degli USA risponde al nome di Bill Clinton (la signora utilizza il cognome del consorte, non il proprio), di certo non un stinco di santo, dell’ex Presidente alla Casa Bianca con Monica Lewinsky non si hanno video ma possiamo benissimo immaginare di che tipo di trattamento si sia trattato, così come gli altri tradimenti di Bill. Probabilmente ad aver attratto Monica Lewinsky e altre è stata la folgorante bellezza di Bill Clinton non il tipico fascino che deriva dal potere.

Tutti ricordiamo lo scandalo giornalisticamente noto come Sexgate, che costrinse Clinton a subire un lungo procedimento giudiziario per le accuse di spergiuro seguite alle sue dichiarazioni in merito alla vicenda rilasciate nel corso del processo per un caso di presunte molestie sessuali nei confronti della giornalista Paula Jones, conosciuta da Clinton quando era governatore dell’Arkansas. Durante quel processo il presidente degli Stati Uniti negò di avere avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky, ma nel corso della sua testimonianza di fronte al Grand jury del 1998 Clinton ammise invece di avere avuto una “relazione fisica impropria” con la stagista. Forse solo la signora Clinton che certamente ha perdonato il marito per amore, non per convenienza e fare carriera, ha rimosso quella triste vicenda e sentenzia contro Donald Trump.

Chi è davvero Hillary Clinton?

Ma chi è davvero Hillary Clinton, colei che si autodefinisce come l’ultima speranza per il popolo americano, l’ultima cosa tra i cittadini statunitensi e l’Apocalisse, e che si pone come la nonna buona e rassicurante delle favole? Partiamo da una mail inviata dalla Clinton nell’agosto 2014 a John Podesta, uno dei più stretti collaboratori della famiglia Clinton ed oggi a capo della sua campagna elettorale: <<I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione>>. La mail rilasciata da Wikileaks ha del clamoroso, come altre che ha signora Clinton ha provveduto a cancellare. Nonostante Hillary Clinton sapesse dell’appoggio che i regimi del Golfo alleati degli Usa danno all’Isis, ha continuato ad accettare milioni di dollari di finanziamento per la sua Fondazione proprio da questi regimi che lei stessa riconosce essere sponsor del terrorismo di matrice islamica. Questo è davvero imbarazzante e sconcertante non le battute pseudo-sessiste di Trump.

Durante questa campagna elettorale per le Presidenziali, Trump è stato ripetutamente attaccato per il suo atteggiamento non ostile nei confronti della Russia di Vladimir Putin; dipinto come un fantoccio manipolato da potenze straniere. Nell’ultimo dibattito televisivo, la Clinton ha affermato: “Non è mai successo prima che un avversario (Putin) si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni”. Ma Putin non finanzia la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia è impegnata a combattere l’Isis e il terrorismo in Siria e in Asia Centrale. Al contrario, i sauditi amici della Clinton finanziano la sua Fondazione di famiglia con la stessa mano con cui finanziano l’Isis e Al Qaeda. A tal proposito risulta illuminante l’affermazione di Glenn Greenwald, importante giornalista d’inchiesta di area liberal: “Tutti coloro che desiderano sostenere che i sauditi abbiano donato milioni di dollari alla Fondazione Clinton per il desiderio magnanimo di aiutare le sue cause benefiche, alzino la mano”.

Ciò che si sa con certezza su Trump è che non è sopportato dall’oligarchia che ha ordinato ai media statunitensi di distruggerlo con ogni mezzo. Se Trump dovesse insediarsi alla Casa Bianca, non significa che potrebbe prevalere sull’oligarchia, la quale è radicata a Washington e controlla cariche di politica economica ed estera, gruppi di lobbisti, e naturalmente i media. Il popolo non controlla un bel niente.
Cosa dobbiamo pensare davvero quando vediamo condannare Donald Trump perché non vuole la guerra con la Russia o la delocalizzazione dell’economia americana?

Hillary Clinton è colei che disse ai banchieri di Wall Street che le riforme del settore finanziario americano devono essere appannaggio di coloro che sono meglio posizionati all’interno del settore stesso. E questi eletti, ovvero banchieri e multinazionali condividono con la Clinton lo stesso sogno, ovvero quello di stabilire un mercato comune mondiale, senza confini.

Se l’imprenditore miliardario Donald Trump con i suoi lati oscuri, la sua rozzezza rappresenta un elemento destabilizzante, di disturbo, di rottura, di inquietudine, un’anomalia insomma, Hillary Clinton è la muffa che si ripropone, appoggiata da personaggi come Soros, dalla JP Morgan e dalla Goldman Sachs, rappresentando quel cinismo nell’uso di un potere senza regole, nella manipolazione dei media sui quali non si troveranno notizie uniti ad una visione del ruolo degli Stati Uniti come sentinelle del mondo autorizzate a scatenare guerre umanitarie dietro pretesti inventati (e la Libia ne è un esempio lampante), a macchinare crisi nazionali e “colpi di Stato democratici” (vedi Ucraina), oltre che un serio pericolo per il mondo. Ma la Clinton è donna come Obama era nero, dunque entrambi ideali condottieri di una nazione, capitati nel momento storico giusto.

Due bassi profili politici entrambi dunque, per motivi diversi, ma se si dovesse scegliere il meno peggio, probabilmente tra i due, sarebbe proprio il cattivone Donald Trump soprattutto in virtù del fatto che quello che possa essere Trump, non lo sappiamo, quello che è ed è stata Hillary Clinton, invece, è tutto documento. Documento marcio.

Una cosa è certa: Donald Trump non è la causa della crisi del Partito Repubblicano, semmai una sua manifestazione e non è lì per caso. E la Clinton non è l’ultima speranza per il popolo a stelle e strisce. Sarebbe opportuno chiedersi perché gli USA non riescono ad esprimere candidati all’altezza del loro ruolo e delle sfide globali che devono affrontare. Che la ragione sia che sono entrati in una crisi che nessuna delle loro élite ha le soluzioni giuste per fronteggiare?

Presidenziali USA: chi la spunterà?

Ci siamo, e viene voglia di dire “finalmente”, il prossimo 6 novembre sapremo chi la spunterà nelle Presidenziali Usa tra Donald Trump e Hillary Clinton.

Dal nostro angolo di osservazione europeo la campagna elettorale per le Presidenziali USA sta scivolando via stancamente tra tante polemiche e pochi contenuti. Scandali sessuali, provocazioni, frasi ad effetto e sciacallaggio reciproco, sono gli elementi di una sceneggiatura davvero deludente per chi si aspettava che il Paese più importante dello scacchiere internazionale potesse prendere nell’immediato futuro decisioni responsabili per il proprio e l’altrui destino. L’ultimo serratissimo confronto tra Clinton e Trump, tenutosi ieri a Las Vegas, non ha fatto altro che ricalcare inevitabilmente il copione già visto. A trionfare, pur nella sconfitta, è stato ancora una volta Donald Trump, miliardario e uomo potente, che, con il suo stile tutt’altro che politicamente corretto, ha dichiarato che non è sicuro che riconoscerà l’eventuale vittoria dell’avversaria perché le elezioni sono, a suo dire, truccate.

Razzista, provocatore, maleducato e antipatico, Trump è riuscito a proiettare su di sé le attenzioni del ceto meno colto degli Stati Uniti, la cui icona vivente è Homer Simpson, che ha trovato nel magnate la proiezione di quello che vorrebbe essere. Idee facili, comprensibili e a buon mercato che rappresentano un riscatto nei confronti dell’apparato di potere.

E così, anche gli USA stanno provando sulla propria pelle il significato della crisi della democrazia. Clinton e Trump nel loro rush finale stanno recitando due versioni differenti della stessa idea del mondo e, pur con idee differenti in campo economico e sociale, non mettono mai in discussione lo stile di vita americano che sta contribuendo alla distruzione del pianeta.

Ben diverso sarebbe stato l’esito di questa campagna se a spuntarla come candidato alle Presidenziali Usa tra i Democratici fosse stato Sanders con la sua visione radicalmente differente dell’economia, dell’ambiente e della società. Stiamo, invece, rigirando il solito minestrone con la Clinton, che come dice ripetutamente il suo avversario è al potere da 30 anni, e Trump, che non può contare neanche sull’appoggio del suo intero partito ed incarna la pancia del Paese.

In campo economico i due candidati hanno ribadito le classiche posizioni dei rispettivi partiti. Da un lato troviamo una certa attenzione nei confronti dell’equità sociale con i temi dei salari minimi e dei diritti, dall’altra la professione di liberismo con una diminuzione delle tasse per i ceti più abbienti. Il vero campo minato dell’intera campagna delle Presidenziali è stato l’immigrazione con i muri di Trump e i proclami di integrazione della Clinton. Restano sullo sfondo, e non è un dettaglio da poco, le paure dettate dal terrorismo, dalle scie delinquenziali che attanagliano molte città e da un uso fuori controllo delle armi. Questi gli ingredienti con l’aggiunta, sul finale, della sagoma di Putin con lo spionaggio informatico tra Usa e Russia.

Insomma, un B-Movie a tutti gli effetti che non meriterebbe neanche di essere recensito e che siamo costretti a guardare sino alla fine, anche perché non sappiamo che fine abbia fatto il telecomando.

Addio a Dario Fo, capopopolo e ‘giullare’ di corte dell’ultrasinistra

Dario Fo si è spento ieri 13 ottobre, all’età di 90 anni a Milano, tre anni dopo la morte della sua amatissima compagna di vita Franca Rame. Negli ultimi anni aveva dato pubblicamente il suo appoggio al M5S, ravvisando nel Movimento fondato dal suo amico Beppe Grillo, alcuni valori propri della sinistra che, disilluso, non riscontrava più nel partito.

Dario Fo, la cultura popolare e l’ideologia manichea

Dario Fo è stato un importante attore di teatro, regista, autore, sceneggiatore, pittore. Sarcastico e umorista, si è aggiudicato il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997, e ha inventato con il grammelot, una nuova lingua volgare, che racchiudeva i dialetti di tutta Italia. Dario Fo è stato un giullare che ha trasformato in giullare a sua volta anche Francesco d’Assisi, raccontando la vita del santo più amato in Italia in maniera  efficace e divertente. La sua opera più conosciuta è senza dubbio Mistero Buffo, del 1969, costituita da un insieme di monologhi che descrivono alcuni episodi di argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù.

L’opinione pubblica e molti addetti ai lavori reputano Dario Fo, secondo il quale la cultura popolare e la sua architettura collettiva (non quella ufficiale) è il vero cardine della storia del teatro e di tutte le arti, un character che si è contraddistinto per il diverso uso del corpo e delle potenzialità sceniche dell’attore: ogni suono, parola o canto uniti alla gestualità danno vita ad un insieme semantico indivisibile, di cui il racconto degli eventi è un canovaccio, accompagnato da un nonsense linguistico, da uno stile irriverente, buffonesco e parossistico, atto a dileggiare il potere, che si richiama alle rappresentazioni medioevali eseguite dai giullari e dai cantastorie. A ben osservare, Dario Fo non sembra proprio che si sia battuto per restituire dignità agli oppressi, indipendentemente dalla sua volontà, sulla quale non possiamo aprire un dibattito, ma sembra piuttosto che il nostro “giullare” abbia spalleggiato un certo tipo di potere, passando da ribelle a conformista; e il potere, come ci insegna il teatro elisabettiano, è sempre uguale a se stesso e non è né positivo, né negativo. Dario Fo è stato propugnatore di un’ideologia manichea, i cui ipse dixit sono ben lontani dal fulgore e dalla saggezza dei fools elisabettiani, delle gesta epiche dei plays di Shakespeare che raccontano la natura umana.

Dario Fo, tra teatro e politica

Figlio di un ferroviere e di una casalinga, Dario Fo crebbe in un paesino del lago Maggiore, in un ambito familiare intellettualmente molto vivace. La prima esperienza artistica fu presso l’Accademia di Brera, poi ci furono la guerra e la divisa della Repubblica di Salò, la radio con Franco Paraenti e Dyrano al Piccolo di Milano con Il dito nell’occhio; nonché il cinema con Lo sviato di Carlo Lizzani e soprattuto l’amore con l’attrice e drammaturga Franca Rame, con la quale firma Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare, sino a diventare uno dei maggiori protagonisti del teatro italiano ed europeo e dell’intellighentia nostrana. Ma per ricordare in maniera giusta Dario Fo, bisogna menzionare anche misfatti non solo glorie, altrimenti si scade nell’apologia, scalfendo la memoria.

Dario Fo fu tra i giovani balilla che aderirono alla Repubblica di Salò, per combattare per la Patria perduta. E fin qui la cosa non deve sorprendere, dato che la maggior parte dei ragazzini cresciuti sotto il regime fascista, sotto il segno del Duce, presero parte alla Repubblica Sociale Italiana nata in seguito alla destituzione di Benito Mussolini. Dario Fo, allora diciassettenne andò a combattere volontario tra i parà della RSI, nel Raggruppamento A.P.A.R. di Tradate. Ancora nulla da obiettare, sarebbe troppo facile sentenziare allegramente sul passato di una persona, processare la sua storia, ma ciò che infastidisce a molti del Dario Fo “politico” sono le omissioni e i cambi di bandiera durante la sua vecchiaia, o come avrebbe preferito dire lui, l’anzianità, perché i vecchi sono ottusi e nostalgici, a differenza degli anziani. L’autore del Mistero buffo, non ha mai parlato del suo passato da repubblichino di sua sponte, e quando lo ha fatto incalzato da qualcuno ha spiegato che andò volontario tra i parà dell’esercito della RSI per far cadere le accuse di antifascismo che pendevano su suo padre, temendo una rappresaglia fascista. Sono parole che lasciano esterrefatti.

Sono motivazioni labili quelle di Dario Fo, “paracule”, inaccettabili soprattutto se si pensa ad un’altra figura di rilievo del nostro teatro che ha condiviso gli stessi ideali adolescenziali di Fo, quella di Giorgio Albertazzi, anche lui giovanissimo combattente nelle fila dei repubblichini. Ma a differenza del suo collega non lo ha mai negato e rinnegato. Fo è stato un intellettuale della sinistra non di sinistra, sinistra che in questi giorni si stanno sperticando in stucchevoli encomi e retorici panegirici verso “il grande artista e uomo libero” che è stato Dario Fo. Si usano sempre gli stessi termini quando ci lascia un intellettuale o uomo di cultura, magari sopravvalutato, come probabilmente è stato il Nobel per la Letteratura assegnato a Fo (premio che in realtà è un martello politico, più che un riconoscimento ad un vero e serio risultato letterario), se si pensa che scrittori come Gesualdo Bufalino, tanto per fare un nome, non hanno mai avuto l’onore di vedersi consegnare un meritato premio Nobel. Ma Dario Fo è stato un “poeta di corte dell’ultrasinistra”, come soleva dire Indro Montanelli, (il quale riservò a Fo una pungente battuta: “Ha la statura del suo nome”), un intoccabile, e se alcuni suoi show televisivi sono falliti, è perchè gran parte dell’opinione pubblica ha attribuito i suoi flop a censure o a cospirazioni (non si capisce bene da parte di chi e perché), non perchè non funzionavano.

Per ricordare in toto Dario Fo, non possiamo non dimenticarci della sua difesa degli assassini del rogo di Primavalle nel 1973 e della vergognosa firma della condanna del commissario Calabresi. Così come non possiamo dimeticare l’invettiva di Fo contro gli intellettuali italiani, rei di essere asserviti al pensiero unico:

“Abbiamo oggi una classe d’intellettuali che in gran parte ha perso il tamburo, un formidabile strumento per svegliare i bambini imbambolati. Tacciono in molti: non hanno dignità e quindi non s’indignano. Ecco cos’è terribile e incredibile: la mancanza di indignazione. Molti pensano: ma chi me lo fa fare di espormi? Un giorno magari avrò bisogno di qualcosa, di un favore, di un aiuto da chi ora sto criticando. Tutto è giocato sui ricatti, sulla possibilità di avere un vantaggio. Chi fa informazione o opinione ha capito una cosa: bisogna stare al gioco”.

Un intellettuale però non dovrebbe nemmeno rinnegare il proprio passato e fare il “paraculo”. Ma siamo certi che Dario Fo non ce ne avrebbe voluto, proprio in virtù della sua giusta invettiva contro i seguaci del pensiero unico, lo stesso che vuole i non estimatori dell’artista e dell’uomo Fo, ignoranti, fascisti o schiavi del potere. Surreale. Che la terra ti sia lieve signor Fo e che i suoi seguaci non siano troppo snob e sprezzanti con chi non è riuscito a farsi sedurre dalla sua rivoluzione linguistica, che ha trovato il suo Mistero non buffo ma noioso. In fondo siamo liberi di disfarci del senso di colpa che ci induce a farci intimidire dal rango di un artista, a non comprendere delle opere soprattutto quando queste non vogliono farsi comprendere da tutti noi.

 

Exit mobile version