Alla ricerca del denaro perduto: Marcel Proust pagava i giornali per avere recensioni positive

A nessun scrittore piacciono le stroncature, o le recensioni meno che entusiastiche; ed anche Marcel Proust non era da meno. L’autore francese (all’epoca ancora in erba) proprio non riusciva a fare breccia nel cuore dell’editore Grasset, che definiva “illeggibile” il primo tomo della “Recherche”. Così emerge, da una serie di lettere dell’autore di “Un amour de Swann”, che l’autore esordiente non solo cedette all’auto-pubblicazione (come si sapeva), per vedere finalmente coronato il suo sogno, ma pagò personalmente per ottenere critiche positive.

Secondo il Guardian, che ricostruisce tutta la storia, Proust sborsò nel 1913 l’equivalente di trecento franchi dell’epoca, per veder pubblicata una recensione favorevole (e in prima pagina) sul Figaro. Più cara, 660 franchi, la tariffa per un altro articolo colmo di elogi, sul Journal des Débats. Non solo: queste fioriture di gradevoli impressioni venivano a volte scritte dallo stesso autore, che voleva vendere più copie possibile. Così “Dalla parte di Swann” viene definito un “piccolo capolavoro” che spazza via  in un soffio i “sapori soporifici” degli altri volumi concorrenti –  la cui unica pecca, in realtà, era di essere usciti in contemporanea con il suo. Proust si paragona (nientemeno) a Charles Dickens, e dice di avere una “scrittura quasi troppo luminosa per l’occhio”, che in qualche modo suggerisce la “quarta dimensione del cubismo”. In un’altra missiva, l’autore goloso di madeleine si lamenta che i suoi stessi scritti autopromozionali venissero in qualche modo modificati dai redattori del Figaro. Perché da quell’articolo è sparita la parola “eminente” così graziosamente apposta accanto al suo nome?

Pagare per ottenere degli elogi dai giornali, ha ricordato Benoit Puttemans, esperto di Sotheby’s, era una pratica corrente all’epoca. “Proust – sostiene, anche se dagli estratti trapelati non si direbbe – lo ha fatto con piglio da maestro, senza mai essere troppo diretto”. C’è da dire che l’autore doveva rientrare, in ogni modo, delle spese sostenute per la pubblicazione. E che non poteva andare troppo per il sottile. Tuttavia, che tristezza. Arrivare a far ricopiare a macchina le sue recensioni manoscritte, a un dipendente di Grasset, per evitare che qualcuno risalisse all’autore dalla grafia. “France Info” evoca, addirittura, il reato di corruzione.

I posteri hanno già deciso sulla qualità della sua opera; tutti gli autori più sofisticati devono qualcosa a quell’uomo pieno di idiosincrasie, che scriveva in una stanza foderata di sughero.  Ma, certo, qualcuno penserà di cambiare il titolo del suo capolavoro in un più prosaico “Alla ricerca del denaro perduto”.

 

Fonte: http://www.ilgazzettino.it/cultura/quando_marcel_proust_pagava_i_giornali_per_avere_recensioni_positive-3270274.html

José Saramago, dissidente ritrattista, ironico e compassionevole, dell’umanità

Scomodo, eretico e dissidente in tutta la sua vita e nella sua intera produzione, José Saramago ha scolpito capolavori destinati a scuotere la coscienza individuale e collettiva per decenni.

Unico premio Nobel nella storia del Portogallo, José de Sousa Saramago nasce in una piccolissima frazione del comune di Golegã nel 1922, quattro anni prima del colpo di stato che avrebbe condotto il paese sotto il dispotismo fascista di Antonio Salazar. Sono anni difficili per la nazione ed in particolare per la famiglia dello scrittore che, costretto ad abbandonare gli studi tecnici, si dedica ad occupazioni precarie di ogni tipo (fabbro, meccanico, disegnatore) prima di divenire direttore di produzione nel campo dell’editoria. Saramago è convinto oppositore della dittatura, ed è costretto a subire la censura di Salazar prima come giornalista poi come autore, con il primo romanzo -presto ripudiato- Terra del peccato. Si iscrive poi clandestinamente al Partito Comunista, riuscendo ripetutamente ad evitare la cattura. Pubblica alcune raccolte di poesia, dedicandosi infine – a partire dalla Rivoluzione dei Garofani (1974)-  interamente alla scrittura di romanzi e alla formazione di un nuovo stile magistrale destinato a segnare inevitabilmente la futura letteratura europea. Ma è solo negli anni novanta che giunge il riconoscimento internazionale per la sua opera, con capolavori quali Cecità, Il vangelo secondo Gesù Cristo e Storia dell’assedio di Lisbona. Nel 1998 l’Accademia Reale delle scienze decide di consegnare il più alto riconoscimento per la letteratura proprio a Saramago “che con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria”, come recita la motivazione ufficiale.

José Saramago è stato spesso accusato di antisemitismo per non aver esitato a paragonare gli orrori del massacro palestinese da parte degli israeliani a quelli di Auschwitz, oltre a essere stato al centro di significative polemiche con la chiesa cattolica per aver dichiarato manifestamente il suo ateismo in alcune delle opere più controverse( da alcuni espressamente definite blasfeme) quali Caino e Il vangelo secondo Gesù Cristo. All’esplicito rifiuto della possibile candidatura di quest’ultimo romanzo ad un importante premio letterario europeo, l’autore portoghese risponde con l’esilio volontario alle Canarie, dove morirà tempo dopo per un malore all’età di ottantasette anni. Ma le polemiche del genio eretico investirono anche casa nostra quando, dopo aver più volte criticato dal suo diario virtuale l’attività dell’allora presidente Silvio Berlusconi, l’Einaudi (allora di proprietà dello stesso imprenditore) decise di non pubblicare Il quaderno, raccolta degli scritti sul suo Blog. La totalità dei diritti editoriali dell’opera di Saramago passerà successivamente alla Feltrinelli.

Tecnicamente la sua produzione è caratterizzata da un uso assolutamente irrituale della punteggiatura, da frasi dalla lunghezza anticonvenzionale e dalla totale assenza di virgolette durante i dialoghi, separati tutt’al più da virgole. Ma è soprattutto nel contenuto e nella sdipanazione del processo narrativo che José Saramago mostra la sua geniale invenzione dissidente, allorché ci presenta i personaggi attraverso un’umanità denudata da qualsiasi finzione o ipocrisia letteraria, nelle grandi imprese come nei piccoli gesti, nell’Eden cristiano come nel misterioso e macroscopico “Centro” de La caverna, incarnazione metaforica e straordinaria di una globalizzazione che inghiotte gli individui e la loro humanitas.

I romanzi del premio Nobel di Azinhaga offrono una prospettiva immanente di vicende e storie altrimenti narrate con asetticismo biografico o viceversa, attraverso una finzione e una spettacolarizzazione quasi cinematografica. È ciò che avviene, infatti, nell’unica interpretazione (se si trascura “Enemy” tratto da L’Uomo duplicato) su pellicola mai realizzata di una sua opera, Blindness (Cecità), espressamente lontana da quell’ironico ma compassionevole ritratto dell’umanità che rende invece il romanzo di riferimento un capolavoro. La filosofia di José Saramago (a tratti Hobbesiana, talvolta espressamente Platonica come ne La caverna) trova spesso origine in un evento o in una situazione inaspettati, e che per questo costringono a riadattare i propri parametri di valutazione e ad acquisire una coscienza disillusa, e purtuttavia leggera e quasi distante da quella stessa concretezza dei fatti in cui precedentemente si era stati calati.

Ed è proprio un apologia del pensiero l’ultimo messaggio lasciato sul suo blog, la mattina della morte. “Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”.

 

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/homines/jose-saramago/

Boris Vian, tra musica e letteratura, sperimentatore ineffabile

In nemmeno quarant’anni di vita, Boris Vian si è inserito nel panorama culturale parigino del primo Novecento nelle vesti più disparate: ingegnere, musicista, scrittore impegnato ed ironico. Un malato di cuore che per questo non è mai sazio di una vita di cui già presagisce la brevità. Nato nel 1920 a Ville-d’Avray e morto nel 1959 a Parigi, egli è al contempo figlio e padre del proprio tempo, subendone le tendenze e al contempo ravvivando queste ultime negli aspetti più prolifici. Con la sua variegata produzione artistica, tra musica e letteratura, sperimenta ogni possibilità di innovazione, indaga le profondità dell’animo umano in maniera insolita, ineffabile, sottendendo messaggi malinconici e reali, così attuali che si stenta a non classificare la produzione di Vian come profetica e futurista nel suo genere.

“Un poeta / è un essere unico / in tanti esemplari, / che pensa solamente in versi / e non scrive che in musica / su soggetti diversi / sia rossi che verdi / ma sempre magnifici.”
Boris Vian e la musica sono figli di una stessa epoca. Quando alleva un Vian adolescente, trombettista in erba, la musica riveste un ruolo materno; diverrà invece quasi una figlia, una protetta, quando sarà seguita, animata, promossa nelle sue forme più innovative da un Vian maturo, che di musica s’intende, che musica produce e promuove. Dall’acquisto, nel 1934, della prima tromba con la quale suona nel complesso costituito da amici e dai fratelli Lélio e Alain, a quando ingaggia Miles Davis nel 1957, di tempo ne è passato.

Le evoluzioni di Boris Vian in campo musicale sono da ascrivere al clima di generale rinnovamento artistico in cui il Jazz la fa da padrone, configurandosi come nuova tradizione, destinata a porsi come erede del Charleston degli Anni ‘20. Se la felice temperie culturale parigina ha contribuito ad attirare in Francia musicisti come Duke Ellington, ben presto si assiste al fiorire di nuovi gruppi Jazz quali il Quartet du Hot Club de France, oltre alle riviste settoriali nelle quali lo stesso Vian scrive numerosi articoli di critica e ritratti di artisti dell’epoca. Quando il jazz prende piede, a dispetto delle critiche antimoderniste ed antiamericaniste che rifiutavano il cosiddetto bepop, Boris Vian si colloca nei club del quartiere parigino di Saint-Germain, pian piano sostituitosi nella sua funzione a Montmartre. Cafè de Flore, Tabou, Saint-German (di proprietà dello stesso Vian) sono i club che si configurano come incubatori di una tradizione, punto di ritrovo non solo per musicisti ma anche per intellettuali (Quenau, Merleau-Ponty, Lemarchand, Camus, Sartre).

Se il Jazz degli Anni ’20, ai tempi della sua prima importazione, si inserisce a latere di una tradizione secondo la quale nei club si ballano ancora Tango e Valzer, ai margini di ciò che è comune e istituzionalizzato rimane anche più tardi, negli Anni ’40,  quando il governo di Vichy, collaborazionista e conservatore, tra le sue riforme moralizzatrici inserisce l’imperativo “rasare gli zazous”- i giovani con capelli lunghi raccolti in un codino, vestiti di giacche lunghe, pantaloni attillati e ombrello. Ancora una volta ai confini del divertissement si colloca dunque le zazou, un jazz che è una forma di resistenza, un passatempo contestatario, avverso al regime poiché sospettato di simpatizzare con gli alleati e i neri americani. Scampato ai rastrellamenti a causa dei problemi di cuore, Vian emblema della Saint-German di quell’epoca non fa nulla per mettere a tacere le voci che gridano allo scandalo del preteso libertinismo caratteristico dei club, degli orari d’apertura prolungati nella notte, dell’immaginario del club come catacomba moderna dove la buona gioventù si dissolve assieme ai buoni costumi. Proprio quei luoghi, tutt’altro che ricettacolo di corruttela e depravazione, sono stati banco di prova unico di un Boris Vian (divenuto direttore del reparto jazzistico della Philips) ormai punto di riferimento per i musicisti americani di transito in Francia, e al contempo banco di prova ultimo per una Parigi che dopo il periodo di Saint-Germain, a partire dalla metà degli Anni ’50 non sarà più un’attrattiva per i musicisti come lo era per le vecchie generazioni e non potrà più competere con una New York che si avviava ad essere l’indiscussa capitale del Jazz.

Se fin qui si può pensare che ci sia molta storia e poco Boris Vian, si è destinati a ricredersi. Nel momento stesso in cui l’attività artistica di Vian non può essere nettamente definita in un preciso ruolo, un determinato genere, una cronologia costante, si vede come ciò che rimane da considerare è il tempo inteso come “lunghezza”, se si considera l’arco della sua vita (1920-1959) come “epoca”, se si considera che la temperie culturale in cui l’akmè di Boris Vian va collocata influenza e contemporaneamente è influenzata da quest’ultimo, che ne è parimenti figlio e padre. Ecco come Vian non è solo nella Saint-Germain del jazz e della cultura, ma è la Saint-Germain del jazz e della cultura.
Qualora si tenti di definire entro confini netti la produzione di Vian, ci si accorge di trovarsi a camminare su un terreno paludoso. Difficile inquadrare, riassumere, sintetizzare i prodotti della sua attività, restia ad essere soggetta ad etichettature. Ineffabile è l’aggettivo che per certi versi risulta adeguato a descrivere lo stesso Vian autore, lontano dal voler essere digerito dalla critica in una determinata veste o in un determinato ruolo. In meno di quarant’anni è vissuto un Vian “imprenditore” (proprietario del club Saint-German), come un Vian laureato in ingegneria metallurgica; c’è poi il giornalista critico, il traduttore, il romanziere, lo sceneggiatore teatrale, il Patafisico. A ben guardare, se musica e letteratura non sono le uniche componenti della sua vita, sono senz’altro i campi in cui l’estro di Vian si esprime in maniera più prolifica e completa. Autore di più di cinquecento canzoni, dieci romanzi, sette opere teatrali, è senz’altro al suo lettore che  Boris Vian fornisce la più funzionale chiave d’accesso per la comprensione della sua poetica e della sua persona. L’aspetto più affascinante che emerge dalla lettura delle sue opere è la contraddizione tra l’uno e il molteplice.

La spiccata tendenza alla poliedricità che si riscontra nella sua biografia, la si può trovare nella stessa produzione letteraria. Le sue molte vite si intravedono forse nella eteronimia degli pseudonimi: si pensi al famoso Vernon Sullivan col quale, per sfuggire alla censura, pubblicò romanzi hard boiled (neonato genere americano di noir caratterizzato da lessico e descrizioni forti e crude). L’eclettismo si coglie nei romanzi in cui l’intreccio tendente all’assurdo e all’inverosimile, è intriso di particolari, indizi, sfumature senza cogliere i quali la comprensione del romanzo risulterebbe parziale e manomessa. La stessa tecnica di allusione, le atmosfere surreali e quasi oniriche, le metafore, la retorica dell’assurdo, vogliono deliberatamente stravolgere la prosa canonica, la classica comprensibilità del buon romanzo borghese.

In Autunno a Pechino ad esempio, si nota un utilizzo del titolo e delle citazioni improntato al non-sense: se da una parte le citazioni introduttive a ciascun capitolo sembrano non aver nulla a che vedere con l’argomento del capitolo che segue, dall’altra non c’è alcuna pertinenza fra contenuto del romanzo e un autunno a Pechino. Anzi, una dimensione parallela e desertica denominata Exopotamia fa da sfondo desolante alle vicende che coinvolgono i personaggi, giunti lì per contribuire alla costruzione di una ferrovia destinata a non portare in nessun luogo. Il romanzo trasmette un messaggio ineffabile, che inizialmente si stenta a cogliere nel suo significato più profondo ma di cui si sente l’eco tremendamente malinconico. Di nuovo, unicità e molteplicità si ravvedono ne La schiuma dei giorni, storia d’amore che letteralmente inghiotte i due protagonisti. E’ solo una trama a sfondo sentimentale? In esso c’è il germe di una critica sociale? Trasmette una visione tragica, una morale nichilista, pessimista? Probabilmente tutte queste domande costituiscono possibili chiavi di lettura e di ri-lettura. Ognuna di esse fornisce una lettura pluralista, uno sguardo focale sul molteplice. L’irrealismo e l’assurdo non si configurano dunque come contrapposizione alla realtà, rifugio da essa, negazione di essa ma al contrario sono sua lucida rappresentazione. Ineffabilità mista a concretezza, singolarità e molteplicità, sono affiancate da un linguaggio del tutto originale e talvolta straniante, caratterizzato da giochi di parole e neologismi. Con Boris Vian sembra quasi che la poesia e i suoi stilemi siano penetrati nella prosa. Insolito narratore ed abile dissacratore, conduce una sottile critica ad ogni forma di diktat culturale. Da animatore del club di Saint-Germain, alla velata parodia dell’erudizione fine a se stessa, dell’esistenzialismo ormai divenuto di moda in quegli anni – lo ridicolizza proprio lui che collaborava con la rivista Les Temps Modernes e che era amico di Sartre.

Le sue peculiarità sono distorsione, straniamento, manomissione assieme a straordinaria profondità di riflessione, sensibilità, originalità. Artista engagé ma al contempo ironico, è caratterizzato dal rifiuto di ogni economia, ogni astensione, da uno spirito vitalistico sfrenato che non scade mai nell’esaltazione o nell’autodistruzione.
Un sano e sfrenato desiderio di vivere che si spense con lui la mattina del 23 giugno 1959, a trentanove anni, nel Cinema Marbeuf dove Boris Vian assisteva alla prima cinematografica di J’irai cracher sur vos tombes (Sputerò sulle vostre tombe),controverso romanzo edito sotto pseudonimo.

“Distruggono il mondo / In pez i /Distruggono il mondo / A colpi di martello / Ma non mi importa / Non mi importa davvero/| Ne rimane abbastanza per me / Ne rimane abbastanza / Basta che io ami / Una piuma azzurra / Una pista di sabbia / Un uccello pauroso / Basta che io ami / Un filo d’erba sottile/| Una goccia di rugiada / Un grillo di bosco / Possono rompere il mondo / In frantumi / Ne rimane abbastanza per me […].”

 

Fonte: BorisVian-L’intellettuale dissidente

10 frasi per innamorarsi di Franz Kafka, lucido traduttore del malessere spirtuale dell’uomo

Franz Kafka occupa un posto di primo piano nell’ambito di una produzione letteraria che ha saputo trarre grande forze creativa dal primo conflitto mondiale, sia per la lucidità con cui lo scrittore ha saputo interpretarlo, sia per l’originalità con cui è riuscito a dare forma alle tensioni esistenziali e sociali dell’uomo contemporaneo, invano alla ricerca di una propria identità e di un ruolo. Il senso di frustrazione e di malessere spirituale dell’individuo prende spesso nei racconti di Franz Kafka, la forma dell’allucinazione, dell’incubo, tanto più angosciante quanto più minuzioso è il realismo con cui viene rappresentato. Caratteristica costante di Kafka è quella di iniziare il racconto in medias res, in modo diretto, senza premesse che giustifichino la situazione delineata (ad esempio la trasformazione di Gregor Samsa nel capolavoro La metamorfosi). Il suo stile nasce dal rapporto con i grandi modelli del decadentismo, ma anche sotto l’influenza delle opere di Martin Buber e del teatro jiddish, la tradizione misticheggiante del chassidismo.
Franz Kafka presenta persone, oggetti, e ambienti con estrema precisione e realismo. Ma si tratta di una realtà piena di risvolti e di implicazioni simboliche, oniriche, inquietanti.

Nato a Praga, città in cui si fondono cultura slava, tedesca ed ebraica, nel 1883 da un ricco commerciante di origine ebraica, con il quale lo scrittore ceco ha durante l’infanzia un rapporto difficile, Franz Kafka studia in una scuola umanistica e in un’università tedesca e si interessa molto di mistica ebraica e del pensiero di Kierkegaard. Si laurea in legge nel 1906 trovando lavoro presso una compagnia assicuratrice; per il sopraggiungere della tubercolosi è costretto a lasciare il lavoro e a compiere alcuni viaggi in Italia fino a stabilirvisi fino al 1920. Muore a Kirling nel 1924 a soli 41 anni. Insoddisfatto delle sue opere, Franz Kafka in vita ha pubblicato solo alcune prose, nel 1916 La metamorfosi e La condanna e nel 1919 Nella colonia penale. La rimanente produzione, tra cui si ricordano Il processo, pubblicato nel 1925, Il castello nel 1926 e il romanzo incompiuto America nel 1927, è stata pubblicata postuma dall’amico Max Brod che ha disobbedito alla volontà testamentaria del grande scrittore.

 

1 Lascia dormire il futuro come merita: se lo svegli prima del tempo, otterrai un presente assonnato

2 Un idiota è un idiota; due idioti sono due idioti. Diecimila idioti sono un partito politico.

3 Di una cosa sono convinto: un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi.

4 Il tempo che ti è assegnato è così breve che se perdi un secondo hai già perduto tutta la vita, perché non dura di più, dura solo quanto il tempo che perdi. Se dunque hai imboccato una via, prosegui per quella, in qualunque circostanza, non puoi che guadagnare, non corri alcun pericolo, alla fine forse precipiterai, ma se ti fossi voltato indietro fin dopo i primi passi e fossi sceso giù per la scala, saresti precipitato fin da principio, e non forse, ma certissimamente.

5 C’è una meta, ma non una via; ciò che chiamiamo via è un indugiare.

6 In teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo.

7 Gustav Janouch gli domanda: E Cristo?. Kafka, chinando il capo, risponde: È un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi.

8 Ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia.

9 Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno in testa, a che serve leggerlo?

10 Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori

Nino Savarese, scrittore classico alla ricerca del dèmone presente nella natura

Gli inizi letterari di Nino Savarese (Enna, 11 settembre 1882 – Roma, 8 gennaio 1945) sono tra la Voce e la Ronda. Il gusto di questo romanziere di fama internazionale è quello di un frammentista e saggista, inteso ad ingigantire in forme liriche una realtà macerata dalla riflessione critica; accompagnata da una certa nostalgia per una narrativa ricondotta alle fonti di un epos popolaresco e dialettale. Alle Operette, nate nell’ambito delle sopracitate riviste, e ai Pensieri e allegorie, Nino Savarese ha aggiunto quanto di meglio gli offriva il suo lavoro degli ultimi anni, ovvero le prose che portano il titolo Meraviglie dei giorni. In esse c’è probabilmente il miglior Savarese, senza però dimenticare le Singolari avventure.

Savarese, oltre che prosatore d’arte in senso stretto, è stato anche narratore di un romanzo riuscito, tra il picaresco e il filosofico, come Singolari avventure, ma non lo si può dire altrettanto dei suoi romanzi veri e propri come Rossomanno, Il capopopolo, la Storia d’un brigante o in certi racconti di fondo regionale come Storie e fantasie, dove l’eredità verghiana si sente ancora come peso, grezzo documento. Del resto anche là il suo interesse, più che verso una narrazione imperniata sul costume o sui caratteri, Nino Savarese tende entro una cornice storica e regionale, a suggerire il senso che gli è proprio: il lento, assiduo e fatale trascorrere del tempo, la sua erosione nelle cose, il loro consumarsi. La noia di quel brigante per forza, l’assenza di una passione o in Rossomanno il trascorrere su quel feudo siciliano delle generazioni, il passaggio su di esso della storia illustre e di quella minuta delle umane formiche e il loro perpetuo rinascere, mentre le testimonianze di quel passaggio via via si corrodono: questi sono i sentimenti che lo scrittore ha sempre cercato e suggerito nelle sue pagine.

I sottili pensieri che intessono la prosa di Nino Savarese, le rapide immagini che le danno forza e rilievo, possono calarsi in questa forma d’arte con un maggiore equilibrio e con compiuta felicità d’arte. La cornice nella quale Savarese ritaglia le sue immagini è, pur senza precise e puntuali determinazioni, il paesaggio siciliano, o meglio un’ideale campagna che coincide con i luoghi natali dello scrittore. Ma Savarese non ci dà di esso una descrizione o un’interpretazione paesistica, né vi cerca personaggi o elementi di costume per dedurne pagine di idillio descrittivo, oppure scene di vita di provincia. La conversazione che egli vi scorge non è né l’eccezionale né il caratteristico, ma l’interno dèmone che segretamente le muta, le trasforma e le carica di storia.

La chiaroveggenza di Nino Savarese avverte la segreta erosione che il tempo opera sulle cose e, ad esempio, nella ferma luce di un’estate egli vede ciò che per gradi l’avvia verso il suo fatale corrompersi, il suo sentimento non è portato per questo, romanticamente, verso patetiche tonalità, ma piuttosto verso la contemplazione di un ordine, di una legge cosmica. Spirito essenzialmente classico, Savarese vede il demonico della natura come una forza da cui guardarsi; è questa ricerca di un ordine e di una misura che stimola la sua mente, di più che la sua stessa fantasia , che si imbeve della coscienza storica insita nel mondo, ricercandone la segreta armonia. Soprattutto quando Savarese, come nei poemetti L’insetto, L’assalto delle formiche, La morte dell’albero, trama le immagini in un gioco di analogie, in lui tutto ciò non è gioco d’intelligenza, piacere di metafora, ma si tratta di un trasferirsi morale nell’oggetto, per guardare il rapporto tra il piccolo e il grande con un sentimento di cosmicità. In questo senso Ricerca di un’ombra risulta essere l’opera più “filtrata” e matura, densa di stucchi, di Nino Savarese, dove egli ha adunato e concentrato più nudamente con un stile nitido, il fondo più segreto del suo animo riflessivo e classicamente sereno.

 

Bibliografia: G. Titta Rosa, Vita letteraria del Novecento, V. III.

 

10 frasi per ricordare Luigi Pirandello a 150 anni dalla sua nascita

Luigi Pirandello, nato esattamente 150 anni fa ad Agrigento, è stato uno degli scrittori e drammaturghi più significativi del panorama letterario del ‘900, vissuto negli anni del crollo del positivismo e nel periodo dell’età giolittiana con la conseguente crisi dello Stato italiano. Questo senso di disagio si riversa inevitabilmente sull’uomo e l’intellettuale Luigi Pirandello che non si riconosce più e fatica a trovare una posizione all’interno della società. Da queste premesse si sviluppa il relativismo pirandelliano e quindi il contrasto tra forma e vita: l’uomo e le cose cambiano in base a chi li percepisce, dunque l’uomo non è uno solo ma ha tante forme: crede di essere unico ma è centomila e alla fine nessuno. Questo nessuno è costretto ad indossare una maschera per relazionarsi con la società, la quale impone dei condizionamenti sociali che impediscono il manifestarsi di una vita autentica. L’unico modo per sfuggire da questa condizione di falsità è la follia: attraverso di essa infatti l’uomo può smascherarsi e svelare il vero io. Questa è ciò che Luigi Pirandello definisce umorismo, sentimento del contrario. 

Tali tematiche esistenziali costellano tutta la poetica di Pirandello che in maniera eclettica incastona nei diversi generi da lui affrontati dai romanzi, alla saggistica, alla poesia alla narrativa fino al teatro. Le sue opere più celebri sono Il Fu Mattia Pascal, Uno nessuno e centomila, l’Umorismo, Novelle per un anno, Sei personaggi in cerca d’autore.

 

1.”Imparerai a tue spese che lungo il  tuo cammino incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi visi”

2.”C’è una maschera  per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno”

3.”E’ molto più facile  essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini si dev’essere sempre”

4.”La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”

5.”Nulla è più complicato delle sincerità”

6.”Gli unici modi per fuggire dalla vita sono la pazzia e l’ironia”

7.”Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”

8,”Nulla atterrisce più di uno specchio una coscienza non tranquilla”

9.” E’ l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno, e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito, il tempo moriva lui restava”

10. “Le anime hanno un loro particolare modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nelle schiavitù dell’esigenze sociali”

 

 

André Malraux, romanziere avventuroso e ‘umanista laico’

André Malraux, nato a Parigi nel 1901, è tra i personaggi più eclettici del XX secolo. La sua giovinezza è animata da innumerevoli passioni: i viaggi, il desiderio di scrivere e l’amore per l’arte. Nel 1921 pubblica il suo primo romanzo: Lune di Carta, opera ispirata al cubismo.

Cultore e amante dell’Archeologia, Malraux parte per l’Asia nel 1923 per una spedizione in Indocina. Qui è accusato di aver sottratto dei bassorilievi di Khmer e deve subire un processo. Questa esperienza, per quanto sventurata, si rivela proficua, in quanto Malraux scopre la corruzione del mondo coloniale e la miseria degli Indigeni indocinesi. Ciò marca l’inizio della sua carriera politica.

Dopo un breve ritorno in Francia, André Malraux riparte per l’Indocina. Qui fonda un giornale nel quale denuncia con forza i pilastri del sistema coloniale. Queste vicende sono produttive soprattutto a livello letterario perché ispirano i romanzi: I Conquistatori pubblicato nel 1928 e La via dei Re nel 1930.

In questi anni, entra in contatto con il movimento rivoluzionario Giovane Annam e con i
protagonisti dell’insurrezione a Shangai. A questo impegno politico fa corrispondere un romanzo: questi eventi, saranno lo sfondo di uno dei suoi scritti più celebri, La condizione umana del 1933, che lo consacrerà nel panorama letterario del Novecento. Durante l’ascesa del fascismo, Malraux aderisce al Comitato Mondiale Antifascista: milita a favore del comunismo, che è per lui l’unico modo per combattere efficacemente queste ideologie così “chiuse”. Nel 1935 pubblica Il tempo del disprezzo, un invito a resistere ai regimi totalitari che si espandono in Europa.

L’anno seguente partecipa alla guerra civile in Spagna a fianco dei Repubblicani: in questa cornice è inquadrato un altro dei suoi romanzi, La Speranza, che vede la luce nel 1937, dove si assiste al crollo della repubblica spagnola. Nella seconda guerra mondiale,diviene membro della Resistenza sotto l’occupazione tedesca e viene arrestato dalla Gestapo ma riesce a fuggire.

Aderisce al gallismo, e viene nominato Ministro dell’informazione. Il suo incontro con il generale de Gaulle nel 1944, sul fronte dell’Alsazia segna una nuova tappa della sua esistenza: Malraux infatti abbandona la letteratura per dedicarsi all’arte. L’amore per l’arte offre all’autore francese nuovi scorci letterari: nascono i saggi La voce del silenzio nel 1951, il Museo immaginario della scultura mondiale nel 1952-54, La metamorfosi degli dei nel 1967.

Con il ritorno di De Gaulle al potere, Malraux diventa ministro della cultura. Pubblica nel 1967 un’opera autobiografica, Antimemorie, in cui si esprime compiutamente la sua concezione del mondo, basata su una ricerca dell’assoluto. Muore nel 1976.

Il nuovo Umanesimo di Malraux

Nei suoi romanzi Malraux ricerca i valori universali che, sono alla base delle azioni umane: la dignità, che può spingere l’uomo alla morte volontaria per dare un senso alla sua vita e la fraternità, che porta a unirsi per andare oltre l’egoismo e lottare per il bene comune.

Nel dopoguerra Malraux medita sulla storia e sul significato delle opere d’arte, gli strumenti più adatti per l’uomo a prendere coscienza del proprio destino e quindi ad appropriarsene. L’arte si configura come l’elemento a portata dell’uomo, la sua unica chance di immortalità; essa infatti, “come ogni conversione, è la rottura di un rapporto anteriore fra un uomo e un mondo”. Attraverso la riflessione sulla natura e sui valori della arti figurative, lo scrittore introduce un nuovo tipo di umanesimo, l’Umanesimo laico, basato sul rifiuto degli impulsi violenti che animano la natura umana.

La condizione umana: un dramma esistenziale

La condizione umana, romanzo del 1933 insignito del Premio Goncourt è pubblicato prima in feuilleton nella rivista Nouvelle Reveu Française e poi in un volume. Anbientato in Cina, alla fine degli anni Venti, La condizione umana evoca la rottura dell’alleanza tra il Kuomintang di Chang Kai-shek e il partito comunista cinese e l’inizio delle repressioni comuniste. I protagonisti del romanzo sono Kyo, Tchen, Katow. Essi subiscono il medesimo destino: la morte.

Il romanzo, pervaso da un afflato rivoluzionario, più che storico è esistenziale in quanto mette in luce un degli aspetti tragico della vita umana. La dignità di questi uomini è calpestata e la condizione umana si riduce ad una condizione animale. La condizione umana, il titolo del romanzo, richiama il pensiero di Pascal: l’uomo è solo con il suo destino.

Eppure, in questo dramma la speranza persiste: l’uomo non può sfuggire alla sua condizione, ma, può attraverso la morte volontaria dare un senso alla sua vita. Difatti Kyo si uccide in carcere con del cianuro, e ciò fa di lui un eroe positivo, pronto a morire in nome di un ideale; Tchen si suicida per riscattare la propria dignità e anche Katow è annoverato tra gli eroi, poiché mostra la sua umanità, cedendo la propria fialetta di cianuro ad un prigioniero, terrorizzato all’idea delle torture.

Affrontando questi grandi temi di etica e politica, Malraux ha posto la sua penna al servizio del collettività annunciando, in qualche modo, la littérature engageé cioè la letteratura impegnata già impiegata da Sartre e Camus. Le opere di André Malraux infatti offrono un interessante memoriale della vita politica e culturale del XX secolo, dove, e qui risiede la forza dell’opera, gli ideali rivoluzionari ed ideologici sono messi in secondo piano rispetto all’umanità dei personaggi resi memorabili dai loro tormenti e passioni, dalle loro paure e dalle loro speranze.

Come ha giustamente sottolineato Enzo Golino, il tono alto della scrittura di Malraux evoca la grande tradizione retorica della letteratura francese e s’impenna spesso in arditi funambolismi di stile. Manierista dell’ideologia, campione di un sovversivismo reversibile che di mito in mito, tra menzogna e leggenda, gli ha fatto percorrere il tragitto dalla rivoluzione comunista a De Gaulle, autodidatta di genio, poeta dell’eroismo spettacolare, voce che si atteggia a profezia, Malraux ancora oggi avrebbe qualcosa da dire in un mondo dove l’irreparabile conflitto tra l’ uomo e ciò che egli ha creato dilania il mondo occidentale e ha dato vita al regno dell’assurdo. E lo direbbe con la stessa scioletezza espressiva sorprendente, intessuta di sfrenato egotismo e di oracolare eloquenza, che il suo amico André Gide descrisse bilanciando garbatamente ammirazione e malignità.

Graham Greene, scrittore-giornalista poliedrico e cosmopolita

Nato a Berkhamsted, in Gran Bretagna il 2 ottobre del 1904, Graham Greene ha dedicato tutta la sua vita alla scrittura senza fermarsi mai. Infatti durante i suoi numerosi viaggi traeva fonti essenziali per la sua poetica. Il contatto con questi luoghi (Africa, Messico, Estremo Oriente, Italia, Francia ecc.), ha permesso di rendere la sua narrativa portavoce a chiare linee dei conflitti e dei mutamenti dell’epoca. Nel caso di Greene è impossibile tracciare confini netti tra vita e opera letteraria, queste due componenti costituiscono in modo inscindibile la sua natura di intellettuale. Proveniente da una famiglia di orientamento protestante, a partire dal 1912, lo scrittore frequenta la scuola di Berkhamsted dove il padre Charles Henry svolge il ruolo di preside. Durante gli anni scolastici è vittima di bullismo, questa esperienza traumatica lo accompagnerà fino ai suoi ultimi giorni e influirà in modo incisivo sulla sua scrittura. Dopo un tentativo di suicidio e le cure psicoanalitiche del dott. Kenneth Richmond, accede al Balliol College di Oxford (1922) dove conosce la sua futura moglie Vivien Dayrell-Browing che lo inizierà al cattolicesimo, aderirà poi nel 1923 al Partito Comunista ma vi rimarrà solo per un mese. Mentre frequenta il College, Greene comincia a scrivere versi che culminano con la pubblicazione della sua prima opera, una raccolta di poesie intitolata Babbling April (1925).

L’attività giornalistica di Greene e l’incontro con Hollywood

Diplomatosi l’anno successivo, lo Greene comincia la sua carriera giornalistica dapprima come volontario al «Nottingham Journal» e poi come vicedirettore presso il «Times» fino al 1930. Nel 1929 lo scrittore pubblica il suo primo romanzo The Man Within, storia di Andrew e dei suoi compagni contrabbandieri che scappano per non essere accusati di omicidio. Dopo l’abbandono del «Times», egli si dedica principalmente alla scrittura e alle sue missioni di inviato speciale. I resoconti dei suoi viaggi in Sierra Leone, Liberia (1934) e Messico (1938) fungono da materiale per opere come Journey Without Maps, The Lawless Roads e nel romanzo The Power and the Glory. All’approssimarsi della seconda guerra mondiale Greene riprende il lavoro di giornalista per lo «Spectator» occupandosi in un primo momento della pagina teatrale e grafica, e di quella letteraria dal 1940-1941. Proprio grazie al suo lavoro di sceneggiatore, egli si trova in diretto rapporto con il mondo di Hollywood; progetta la prima sceneggiatura The Tenth Man rielaborata solo successivamente e collabora con Rattigan trasponendo il suo romanzo Brighton Rock in un film. Dal 1941 al 1943 risiede in Africa impiegato dal Ministero degli Affari Esteri.

In realtà dietro tale apparenza si cela la reale professione di Greene: agente segreto per il governo britannico, ruolo rivestito anche durante la prima guerra mondiale da suo zio Sir W. Graham Greene K.C.B. Tale esperienza è trascritta nel diario di viaggio Convoy to West Africa e trasposta in The Heart of the Matter (1948). Dal 1947 al 1953 Greene scrive alcuni libri per l’infanzia, recensioni letterarie per l’«Evening Standard» e produce un gran numero di introduzioni a testi letterari come al The Good Soldier (1962). Sebbene egli stesso abbia indicato in un primo momento la distinzione tra i suoi romanzi “seri” e “leggeri” rigetta più volte tale affermazione e rinnova il suo disagio per l’etichetta di scrittore “cattolico”. Egli spiega che nonostante la problematicità cattolica assuma un posto principale nei suoi saggi, il suo scopo è voler semplicemente esporre i problemi spirituali che lo tormentano cercando in questo modo di risolverli, ma non ha intenzione di divulgare un credo ideologico.

La passione per i viaggi e l’esotismo

Negli anni ’50 Greene ottiene altri incarichi giornalistici sia come inviato per il «New Republic», che come corrispondente per il «Sunday Times». Questo lavoro lo mette di fronte ad enormi problematiche politiche. Parte poi per il Kenya, la Malesia e l’Indocina, proprio in quest’ultima ambienta il romanzo intitolato The Quiet American (1955), una sorta di thriller psicologico. Nel 1957 soggiorna a Cuba e scrive Our Man in Havana pubblicato l’anno successivo. Nel 1959, compie un viaggio nel Congo belga che funge da sfondo per il romanzo A Burnt-Out Case, trascritto nel diario Congo Journal. Il ’62 è un anno fondamentale per l’autore, egli riceve la laurea ad Honorem in Lettere dall’Università di Cambridge. Seguono altri viaggi che lo conducono in Arabia, Cina, Sud America e infine in Argentina e in Paraguay per il  «Sunday Telegraph». Si reca poi a Panama come ospite del generale Omar Torrijos Herrera, trascrivendo il resoconto di tali esperienze nel volume Getting to Know the General (1984). Proprio in questi luoghi sono ambientati alcuni dei romanzi scritti negli ultimi anni di vita come Travels with My Aunt (1969) e la seconda parte di The Captain and the Enemy (1988) suo ultimo romanzo.

Come si è detto precedentemente gli scritti di Greene non sono altro che rielaborazioni di esperienze di vita, che lo scrittore in prima persona da critico, giornalista, emissario del Foreign Office durante la seconda guerra mondiale, inviato speciale, ha voluto far confluire nel suo corpus letterario avvalendosi di una scrittura chiara e precisa. Nell’ultima parte della sua produzione mostra un risvolto parodico di questi eventi, visibile in The Honorary Consul e nel Monsignor Quixote (1982). Il 3 aprile del 1991 dopo essersi trasferito in Svizzera si spegne, concludendo il suo ultimo “viaggio”, quello della vita.