‘Il mio amico Sam’ di Valentina Zanusso. Due esistenze agli antipodi per una rinascita

Un incontro impossibile che può cambiare due vite; è la storia de “Il mio amico Sam”, il nuovo romanzo di Valentina Zanusso, pubblicato da The Wall Edizioni, che affronta temi delicati come la solitudine, la disperazione e la possibilità di rinascere anche quando tutto sembra perduto.

Il libro si apre con una scena potente: un anziano uomo, convinto di essere malato terminale, si prepara a togliersi la vita su un ponte nel cuore della notte. Un gesto estremo che verrà interrotto da una serie di coincidenze imprevedibili che lo porteranno a incontrare Sam, un giovane fragile e insicuro, alle prese con le proprie paure e con un misterioso oggetto capace di indicare la strada verso ciò di cui si ha più bisogno.

Da quell’incontro improbabile nasce un viaggio umano e simbolico che mette di fronte due esistenze agli antipodi: un vecchio disilluso che ha perso ogni speranza e un ragazzo che non ha ancora trovato il coraggio di vivere davvero.

Il mio amico Sam è un romanzo che alterna momenti di ironia, tensione e profonda riflessione, raccontando con delicatezza come anche l’incontro più casuale possa cambiare il destino di una persona.

Attraverso personaggi imperfetti ma autentici, Valentina Zanusso costruisce una storia capace di parlare a chiunque abbia attraversato momenti di difficoltà o si sia sentito smarrito.

Il mio amico Sam: trama e contenuti

Il romanzo si apre con il vecchio Sam sul Ponte della Libertà, deciso a suicidarsi per evitare il destino che teme più di tutto: diventare un corpo inerme e dipendente dagli altri. Un evento banale (la pubblicità di un fast food e un cane che abbaia) interrompe il suo gesto. Decide allora di concedersi un ultimo pasto.

Nel fast food incontra il giovane Sam, un ragazzo profondamente infelice che vive intrappolato nella vergogna per il proprio corpo e in un ambiente familiare distruttivo. Il ragazzo possiede il Noes, una misteriosa pietra magica che indica la direzione verso ciò di cui una persona ha davvero bisogno. Quella notte la pietra lo ha guidato proprio lì.

Il destino dei due uomini si incrocia. Dopo una serie di eventi e coincidenze, iniziano a frequentarsi e a seguire insieme le indicazioni del Noes, che li porta in diversi luoghi della città: cinema, negozi, sale giochi, locali, musei.

Queste “tappe” non sono casuali: servono a spingerli fuori dalla loro zona di comfort e a confrontarsi con le proprie paure.

Durante questo percorso:

il giovane Sam inizia a riacquistare fiducia in sé stesso;

il vecchio Sam riscopre il valore delle piccole esperienze e della compagnia;

entrambi affrontano il peso del proprio passato.

Il vecchio rivela il trauma che ha segnato la sua vita: un’infanzia segnata dalla guerra e dalla fame. La paura di perdere la propria famiglia lo aveva portato a ossessionarsi con il lavoro e il denaro, fino a distruggere il rapporto con il figlio Albert. Il senso di colpa lo ha tormentato per tutta la vita.

I due uomini finiscono così per diventare ciò che non hanno mai avuto: un padre e un figlio l’uno per l’altro.

Con il passare del tempo la salute del vecchio peggiora. Un incidente gli rompe il femore e lo costringe a letto in ospedale, dove la sua condizione degenerativa lo trasforma lentamente in un uomo prigioniero del proprio corpo.

Il giovane Sam continua a visitarlo, raccontandogli storie e immaginando nuove avventure per alleviare la sua sofferenza.

Alla fine il vecchio muore il 5 giugno, ma prima appare al ragazzo in sogno nel luogo simbolico dove tutto era iniziato: il fast food. Non parla, ma gli indica le casse del locale, suggerendo che lì c’è ancora qualcosa di importante per lui. Poi scompare in una luce accecante.

Un mese dopo la morte dell’uomo, il giovane riceve l’unica eredità lasciata dall’amico: il suo taccuino.

Dentro trova una frase scritta su uno scontrino: “Amico mio, riprovaci.”

Capisce che il vecchio non gli ha lasciato denaro perché voleva che credesse nelle proprie capacità. Il taccuino contiene anche una mappa dei luoghi in cui il Noes lo aveva guidato.

Seguendo quel messaggio, Sam decide di tornare al primo luogo della loro storia: il fast food.

Qui finalmente trova il coraggio di fare ciò che un tempo non aveva osato: parlare con la cassiera che gli piaceva da sempre.

Da quell’incontro nasce una relazione con Daisy, una ragazza appassionata di musica come lui. Insieme iniziano a suonare e cantare nei locali. Sam riprende la sua passione per la chitarra e ritrova fiducia in sé stesso.

Col tempo perde molto peso,cambia completamente vita, si trasferisce con Daisy, continua a suonare, diventa proprietario di un locale musicale chiamato Lucky Dog, nome scelto in ricordo del cane che aveva guidato gli eventi della loro storia.

Il Noes, la pietra che guida verso il proprio destino, viene infine restituito al luogo da cui proviene: un lago. Il giovane Sam capisce che quell’oggetto non appartiene a nessuno e che il suo scopo è solo aiutare le persone a trovare la propria strada.

Anni dopo, Sam guarda alla propria vita con gratitudine. Senza l’incontro con il vecchio non sarebbe mai cambiato e probabilmente sarebbe morto nell’incendio che distrusse la casa del padre.

Il vecchio Sam gli ha salvato la vita, proprio come lui aveva salvato la sua anima.

La loro amicizia dimostra che non è mai troppo tardi per cambiare, le persone possono salvare a vicenda il proprio destino.

A volte basta un incontro casuale per cambiare completamente la direzione della vita.

 

 

‘Le due vite di Andrii Rosliuk’, di Olivia Crosio. Una storia di speranza ucraino-italiana

Si può appassionare il lettore alla vicenda di un uomo che non ce l’ha fatta? Ad una storia dove il protagonista non esce vincitore, o perlomeno come nel modo in cui siamo abituati un personaggio vincente, eroe. “Le due vite di Andrii Rosliuk” (Arkadia Editore, 2026), di Olivia Crosio, è la storia «allegra e piena di vita» di un uomo che non ce l’ha fatta. È anche un romanzo, voluto dal suo protagonista. Andrii Rosliuk e sua madre Nataliia lasciano l’Ucraina a causa della guerra e della malattia di lui. Vengono caricati su un autobus e portati in Italia, a Milano, dove lui tenterà un trapianto di midollo. Si lasciano dietro famiglia, amici, progetti e speranze, ma anche le polpette preferite di Andrii, la sua auto rossa con il cambio automatico e una certa bottiglia di whisky.

A Milano iniziano una seconda vita, popolata di angeli. Nataliia, che si credeva una donna concreta, ne vede ovunque e, come se non bastasse, inizia ad avere sogni premonitori. E poi tram, metropolitana, tram. Con la sua energia, «il piccolo folletto ucraino» s’impadronisce di cuori e cucine. Intanto Andrii lotta. La continuità con la loro vita precedente è data dai frequenti battibecchi, che lasciano ogni volta piccata lei, pentito lui. La sera Andrii, che è un informatico di successo e continua a lavorare nonostante tutto, riceve telefonate da amiche e amici rimasti in Ucraina. Tutti lo aspettano, non vedono l’ora di bere con lui quella certa bottiglia di whisky. E i colpi contro il muro stanno a significare che Iryna e Myla, nella stanza accanto, hanno la cena pronta anche per lui. Le cure di Andrii procedono fino a un ennesimo ricovero. E allora lui decide che, prima di addormentarsi, forse è meglio incaricare qualcuno di scrivere la sua storia, perché «comunque vada a finire, sarà stato bellissimo».

Un viaggio non solo geografico ma esistenziale e psicologico, scevro dalla retorica stucchevole sulla guerra e sulla malattia che ti rende solo buono e mansueto. Il protagonista è entusiasta della vita perché consapevole che la malattia di cui è affetto lo ha potenziato nello spirito e nell’intelletto; non è una figura da compatire, strumento di sensibilizzazione alla causa ucraina per chi legge, ma un uomo di successo, pieno di vita, simbolo di resistenza totale. E Andrii sa bene che ogni giorno di resistenza in Ucraina è un giorno di speranza. Dal romanzo di Crosio, emerge come si senta la mancanza da parte dell’Ucraina della giusta fierezza della propria memoria storica e linguistica. A volte si ha la sensazione che troppi ucraini vogliano chiudere la propria identità in un concetto nazionale stretto e limitato, di carattere locale e folklorico, o – peggio ancora – in teorie variamente arcaizzanti o mistiche. Nel contempo, l’Ucraina, soprattutto da quando è iniziata l’invasione russa, vuole stabilire una vera e propria identità linguistica.

 

Chi ha lasciato l’Ucraina a causa della guerra. Le due vite di Andrii Rosliuk

‘Nel nome del padre’, la nuova raccolta poetica di Nunzio di Sarno

Nel nome del padre è l’ultima raccolta poetica di Nunzio Di Sarno, docente e psicologo, pubblicata da Eretica edizioni. Di Sarno ha pubblicato tre raccolte di versi: Mu (Oédipus, 2020), Wu (Bertoni 2021) ed Ellenika (Eretica 2023). Suoi articoli e poesie sono presenti su diversi blog, siti e riviste. Mu project è un progetto di poesia, video, musica e immagini, che porta avanti da alcuni anni su siti e social.

Prefazione

La tabula rasa è un’illusione.

Questo vale per l’individuo e per i gruppi.

Si entra in questo mondo e se ne esce, intrecciati ai vivi e ai morti: i legami invisibili ci definiscono, rinsaldandosi ad ogni respiro e plasmandoci nelle lunghe catene transgenerazionali. Conoscere se stessi significa conoscere ciò che degli altri portiamo in noi, realizzando come e perché certe trasmissioni — e non altre — si siano fissate nella nostra coscienza.

La presente opera è il resoconto di un viaggio di individuazione.

Il poeta, addentrandosi nelle sue storie familiari e sondando le parti profonde di sé, rivive il rimosso e il represso, stando dentro e fuori, per integrare mancanze e traumi, comprenderne l’ineluttabilità sistemica e accettare la funzione omeostatica delle difese, così da ricostruire una nuova storia.

La ricerca è esperienziale: piani e processi sono sempre intrecciati per garantire una comprensione ampia e approfondita.

Le pratiche psicofisiche orientali, diverse forme di meditazione — soprattutto lo zen e il Vajrayana — insieme a filosofia occidentale, psicologia e psicoterapia sono vissute dal poeta in corpo, parola e mente (concetti del Dharma), per tenere insieme il rigore e la disciplina della scienza e l’intuizione, l’ascolto e l’empatia dell’arte, in un sentiero di conoscenza e trasformazione.

La relazione col padre, non solo per questioni edipiche, è al centro dell’opera, pur con rimandi multipli e diacronici alle altre figure, familiari e non.

La consapevole connessione tra inconscio individuale e collettivo apre, a intermittenza, alle corrispondenze con alcuni archetipi, che si rivelano per affinità. Nell’esplorazione di mondi interiori ed esteriori, la scrittura permette al poeta di tessere un filo di senso e di protezione, come la parola nella psicoterapia e il mantra nel Vajrayana.

 

Antenati

 

Canapa mattoni e poco più

A tener su la pelle bruciata

Di contadini e manovali –

Saggi ignoranti di provincia

 

Giacche e cravatte a mostrare

Una fierezza composta e dura

Per gli stenti superati a fatica

Dopo guerre e contrabbando

 

Eccovi con falci e martelli

Risplendenti nel lavoro

Che traccia sui vostri volti

La bellezza della rivincita

 

Voi che avete dato il pane

A noi che siamo venuti

Un tetto e tempo necessari

Per maturare conoscenza

 

A voi mi prostro perché

Senza di voi io non sarei

 

Ed è con voi riscattati

Dai nostri stessi mali

Che solo potrò essere

 

‘L’eredità Ferramonti’ di Gaetano Carlo Chelli. Un classico dimenticato

L’Eredità Ferramonti di Gaetano Carlo Chelli, è un classico dimenticato uscito per la prima volta nel 1883 (anno dello scandalo della Banca Romana), ristampato nel 1972 e dal quale fu tratto il film omonimo di Mauro Bolognini nel 1976.

Nella Roma umbertina, travolta dalla speculazione e dall’ascesa di una nuova borghesia senza scrupoli, la famiglia Ferramonti si lacera attorno all’eredità del patriarca Gregorio, ex garzone diventato ricco fornaio. I figli, divorati da ambizione, rancore e avidità, si muovono in un mondo opaco di intrighi familiari, calcoli economici e compromessi morali. Dominata dalla figura inquietante e ambigua di Irene, donna bellissima e spietata, la vicenda diventa un affresco impietoso della nascente Italia postunitaria. Un grande romanzo realista che smaschera le radici profonde della corruzione moderna. Questa stampa propone un’edizione critica ampiamente corredata delle note di Trifone e Gualdo.

 Proprio la perenne attualità della vicenda avrà contribuito a stimolare l’interesse del cinema per il libro, fino a promuoverne nel 1976 la trasposizione in un film di successo diretto dal regista Mauro Bolognini, con l’impiego di interpreti famosi nei ruoli dei sei personaggi principali (Antony Quinn e Dominique Sanda nei panni di Gregorio e Irene; Fabio Testi, Gigi Proietti, Adriana Asti e Paolo Bonacelli in quelli di Mario, Pippo, Teta e Paolo).

Pier Paolo Pasolini definì Chelli, “dopo Verga e prima di Svevo, il più grande narratore italiano dell’Ottocento”. Impersonale quanto lucidissimo osservatore della realtà politico-sociale, lo scrittore costruisce una straordinaria sceneggiatura in cui si intrecciano abilmente il romanzesco, l’avventuroso e la spietata analisi psicologica. Irene, l’affascinanate ed ambigua protagonista della storia, è la tenace interprete della voracità e dell’intraprendenza generate dal desiderio malefico ma irresistibile della roba.

Chelli, usando la tecnica del “discorso libero indiretto” trasferisce nella realtà narrata il suo punto di vista con una funzionalità di tipo giornalistico, impersonale, secondo i dettami del verismo, esploso con Verga in quegli anni, lasciando liberi i personaggi di esprimersi e di agire.

 Gaetano Carlo Chelli è stato il primo narratore verista ad aver ambientato le sue storie nella capitale d’Italia, descrivendo le vicende derivanti dal tumultuoso e disordinato sviluppo nell’età umbertina. Le sue opere salirono alla ribalta nel Novecento grazie a Roberto Bigazzi, che curò la riedizione de L’eredità Ferramonti, capolavoro di Chelli. Da questo romanzo nel 1976 nacque l’omonimo film di successo.

Pietro Trifone insegna Storia della lingua ita­liana nell’Università di Roma Tor Vergata, di cui è professore emerito. Dal 1996 al 2004 è stato rettore dell’Università per Stranieri di Siena. È socio ordinario dell’Accademia della Crusca.

Irene Gualdo è assegnista presso la Sapienza Università di Roma. Nel 2018 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze documentarie, linguistiche e letterarie, in cotutela con l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha scritto Diventare insegnante (Utet, 2024).

“Orlando Furioso, una perenne fuga dell’armonia nella follia” di Mauro di Ruvo. la lettura filologica e semiologica

Un libro impegnativo e stimolante, il saggio del critico d’arte Mauro Di Ruvo dedicato al celebre poema L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, che riflette sull’irriducibilità del destino e sull’illusione da cui deriva la forza, la furia e la fede di Orlando.

“Orlando Furioso, una perenne fuga dell’armonia nella follia”, edizioni Helicon, 2025, non è un volume monografico di storia della letteratura, ma di semiologia e di filologia romanza, di psicologia ed estetica analitica. É in questa fusione interdisciplinare che si scopre infatti la complessità interpretativa del poema, intriso di passioni, fomenti, malinconie e delusioni di una vita attraversata non tra i circoscritti tumulti comunali e borghesi, ma proprio tra le lotte e i dissidi interiori di un gentiluomo nella placida corte estense, specchio della rovinosa e insana atmosfera italiana ed europea cinquecentesca.

Dal Cinquecento ad oggi la fortuna di un poema come l’Orlando Furioso è stata traversata non di rado nelle molteplici pieghe del suo fascino, come soltanto un’altra opera della letteratura italiana è stata guardata, la Divina Commedia.

Lo spirito della Commedia che evoca l’unità del molteplice, nota di Ruvo, si frantuma nel Furioso, che invoca l’unità nel molteplice.

Sebbene si stia assistendo nell’ultimo nostro decennio ad una graduale disattenzione non certo simile all’entusiasmo di qualche secolo fa di cui godevano le due opere, pur nella

incolmabile distanza che ce ne separa alla nostra società, qualora sotto i nostri occhi il caso ce ne affidi un’oscura pagina, ci sembrerà di riscrivere da capo la nostra vita.

Di Ruvo, descrivendo in modo puntuale lo sfondo storico del tempo, affronta la micro trama dell’opera concentrandosi sulla frustrazione della vanità degli sforzi umani, come quello di dover asservire la nobiltà di un animo elevato ai servigi materiali di un dinasta, lo stesso sforzo di piegarsi alle occasioni di matrigna sopravvivenza per concedersi un piccolo angolo di degna vita e l’incombenza effimera del prestigio signorile davanti all’illusione del longevo potere tradito dall’altrui scettro. E infine l’incostanza della fiducia e della fede umana coperta dal velo dell’adulazione cortigiana che viene travolta dall’«instabil ruota» della Fortuna, sono questi i gradi che segna il termometro dell’ironia nella secreta stanza dell’Ariosto, il quale non affidò le sorti dei cavalieri alla corte cui pur il poema è dedicato, non per caso, ma alla moltitudine degli uomini, ad un universo le cui vaghe note è meglio risuonino nel segreto angolo del poeta, nella follia.

Ariosto ha assorbito da Petrarca ormai lo spirito immutabile dell’uomo e lo ha trasferito nell’unico luogo non accessibile alla ragione umana, dove essa è rovesciata, la follia, perché solo qui poteva dipingere «the inconsistency of man».

Le personalità che sfilano nel poema, infatti, per quanto diverse e sfaccettate, sono accomunate dal conflitto interiore tra il perseguimento di un desiderio e l’adempimento del proprio dovere: nella gravosa scelta d’indirizzare i propri sforzi a favore dell’uno o dell’altro obiettivo è declinato il concetto di libero arbitrio secondo l’Ariosto; e la libertà di decisione, considerata la natura dell’uomo, si concretizza spesso in una serie di errori.

Orlando è un simbolo di quell’oscurità che lo trattiene fuori dal mondo, e crea in lui l’effetto teatrale del doppio.

 

 

 

 

 

 

 

‘Gargoyle’ di Alfredo Vassalluzzo: l’umanità dimenticata

Cosa accade davvero dentro le carceri? Nella percezione collettiva, il carcere è il luogo dove vengono confinati i condannati. Una sorta di girone infernale come lo aveva immaginato Dante Alighieri. Nella Commedia Dante suddivide i condannati in livelli a seconda della gravità del peccato commesso, ma la condanna era per tutti comunque e sempre eterna. Ciò non accade nelle carceri, nelle quali, pur condividendo gli stessi spazi, i condannati vi restano per periodi di tempo differenti, commisurati alla condanna di ognuno. Ciò che sembra accomunare l’Inferno dantesco e le carceri è il desiderio nutrito dalle altre persone, dalla società, dal mondo fuori da essi di dimenticarli. Il carcere è uno di quei luoghi che la società tende a rimuovere, a confinare ai margini della coscienza collettiva.

Gli interrogativi di fondo sono sempre gli stessi: è davvero utile il carcere per la redenzione dei condannati? Quali sono realmente gli effetti positivi dell’incarcerazione di massa sulla società?

Alfredo Vassalluzzo in Gargoyle (Sensibili alle foglie, 2026) porta la realtà carceraria al centro della sua narrazione, focalizzando sulle persone detenute, i ristretti confinati nel loro “girone” che ogni giorno devono affrontare la vita dietro le sbarre ma con lo sguardo e la mente sempre rivolti oltre di esse. Persone complesse che affrontano situazioni e sentimenti contrastanti, a volte infantilizzati dall’istituzione totale.

Leggendo le pagine del libro di Vassalluzzo ritornano alla mente quelle di Mery per sempre (Aurelio Grimaldi, 1989) ambientato nel carcere minorile Malaspina di Palermo avente sempre come voce narrante l’insegnate, come in Gargoyle. Con le dovute differenze, si potrebbe però egualmente idealizzare il romanzo di Vassalluzzo come un naturale prosieguo e aggiornamento di un genere narrativo/cinematografico legato al crudo realismo del racconto in carcere. Ovvero di un’istituzione la quale, tendenzialmente, dà l’impressione di adattarsi ai tempi senza modificare i suoi tratti sostanziali. Esattamente come accade leggendo i libri che parlano di essa e dei suoi ristretti. Libri diversi tra loro certo ma con un profondo legame che sembra unirli proprio nei punti bui di questi istituti che chiudono i peccatori circondandoli di sbarre nella speranza che ciò serva a costringerli a fare i conti con la propria coscienza. Le carceri non risolvono i problemi sociali, anzi li aggravano, trascinandosi dietro violenza, ingiustizie e altre forme di discriminazione. Ma un mondo senza carceri è davvero possibile? E se sì, allora dove sconterebbero la loro pena i condannati?

L’idea di un inesorabile mantenimento dello status quo si evince anche dal libro di Vassalluzzo, a partire già dal titolo scelto: Gargoylecome le immobili statue in pietra che troneggiano le facciate di imponenti palazzi. Immobili eppure necessarie. Come la figura dell’educatore: una presenza fissa, costante, necessaria ma per certo non risolutiva di tutte le problematiche esistenti e persistenti.

Vassalluzzo affronta tutte le problematiche più cogenti del sistema carcerario italiano e scrive il suo romanzo con un profondo spirito non di rivalsa ma di giustizia, con la ferma volontà di dare voce a chi non ne ha più o non ne ha mai avuta in realtà.

Non si può affermare che l’esperienza di insegnamento in carcere abbia fisicamente segnato l’autore, ma di sicuro la sua mente ne è stata fortemente colpita. Ci sono situazioni, emozioni, sentimenti, dolori che imprimono il loro segno in maniera indelebile e cambiano l’esistenza delle persone. Dalle pagine del libro traspare il bisogno dell’autore di raccontare la storia dei detenuti incontrati, del libro di Damir e tutto ciò che poi è stato. Quasi come se scriverlo sia stato un richiamo della sua coscienza. Non che egli abbia una qualche responsabilità personale ma un peso, lo stesso che grava si tutti noi allorquando ci scontriamo con la dura realtà e la consapevolezza di aver dimenticato, anche solo per un istante, la sofferenza che colpisce l’umanità abbandonata, dimenticata, emarginata, discriminata. Persone magari cui anche Dante avrebbe dato una pena leggera che avrebbe poi dato sollievo a tutti gli altri umani, per loro fortuna o virtù, esclusi dai gironi infernali.

‘Baby Gang’ di Gabriele Lanci. Dalla cronaca nera al romanzo di formazione e memoriale

Baby gang 74 – Ragazzi a caccia di uomini di Gabriele Lanci si colloca nel filone del romanzo di formazione, intrecciando memoria storica, cronaca nera e commedia adolescenziale. Il libro prende le mosse da un fatto realmente accaduto a Lanciano nel 1974: il suicidio di un bambino di 12 anni, vittima di violenza sessuale. Un evento che segnò profondamente la città e che nel romanzo diventa il detonatore di una vicenda narrativa dai toni insieme drammatici e grotteschi.

Protagonisti sono cinque adolescenti tra i 14 e i 16 anni, appartenenti a contesti sociali diversi, che decidono di mettersi sulle tracce del possibile responsabile. A guidarli è Paolo, il più grande, che imprime al gruppo una struttura quasi iniziatica: i ragazzi si definiscono “fratelli” e si vincolano con un giuramento di sangue, trasformando la loro amicizia in una sorta di confraternita segreta.

L’indagine improvvisata si sviluppa in un clima che mescola spirito d’avventura e goliardia. I cinque iniziano ad aggredire presunti maniaci in una zona ambigua della città, dando vita a una spirale di violenza che cresce progressivamente di intensità. Il registro narrativo, tuttavia, resta spesso comico e grottesco, sottolineando la distanza tra la gravità delle azioni e l’immaturità di chi le compie.

Il romanzo si distingue per l’attenzione alla ricostruzione storica e sociale della Lanciano degli anni Settanta. Scuola, quartieri, linguaggi giovanili e orientamenti politici dell’epoca fanno da sfondo a una storia ispirata a vicende autentiche. Ampio spazio è riservato ai dialoghi, che riproducono la lingua parlata cittadina, mentre la narrazione adotta di volta in volta il punto di vista dei protagonisti, imitandone il modo di pensare e di percepire la realtà.

Pur affrontando un tema drammatico, Lanci sceglie un tono che aderisce all’universo adolescenziale, fatto di ironia, spacconeria e incoscienza. Ne emerge un romanzo che riflette sui rischi della giustizia fai-da-te e sulla fragilità dell’età giovane, restituendo al tempo stesso il ritratto vivido di una generazione e di una provincia italiana nel pieno degli anni Settanta.

 

Sinossi

Baby gang 74 – Ragazzi a caccia di uomini – è un libro di narrativa contemporanea che rientra nel genere del romanzo di formazione e si inserisce nel filone della letteratura comica e goliardica.  Il romanzo ha a tema una tragica vicenda di cronaca che si è e verificata realmente a Lanciano, in Abruzzo, nel 1974: il suicidio di un bambino di 12 anni, che viveva in un quartiere storico, dopo essere stato vittima di violenza sessuale.

Cinque adolescenti, di diversa estrazione socioculturale tra i 14 ed i 16 anni, si mettono sulle tracce dell’eventuale responsabile. Paolo, il più grande, dà al gruppo un’organizzazione di tipo massonico, inducendo gli amici a chiamarsi fratelli ed a legarsi in un patto di sangue attraverso un giuramento iniziatico. I cinque ragazzi perseguono il fine che si sono posti con un misto di impegno, di senso dell’avventura e di spirito goliardico, aggredendo dei maniaci in una zona equivoca della città in un crescendo di atti di crudeltà dal tono umoristico e grottesco.

I fatti narrati sono ispirati a vicende autentiche e ritraggono in modo realistico e documentato l’ambiente socioculturale, alcuni aspetti delle tendenze politiche giovanili e del mondo della scuola di Lanciano alla metà degli anni settanta.

Il romanzo utilizza spesso il dialogo che mima atteggiamenti della lingua parlata allora nella città e riprende nelle parti indirette il punto di vista di ciascuno dei protagonisti imitandone il modo di pensare e di atteggiarsi dinanzi alle circostanze che lo riguardano. Nonostante il contenuto drammatico della narrazione il linguaggio è orientato ad un registro comico e goliardico che vuole aderire al modo di riflettere, di entrare in relazione coi propri coetanei e di esprimersi verbalmente caratteristico degli adolescenti.

Gabriele Lanci è nato a Sant’Apollinare, un paese agricolo, presso la Costa dei Trabocchi in Abruzzo.  Dopo aver conseguito la maturità classica e la laurea in lettere con una tesi su Guido Morselli (relatori Giacinto Spagnoletti ed UmbertoRusso) ha svolto la sua attività di insegnante di Lettere negli Istituti Tecnici e nei Licei in varie località del Piemonte, del Riminese, ad Ortona ed a Lanciano. È autore delle opere narrative Internet Stories (2009 – Maremmi – Firenze) ed Ukraina (2022- Il foglio letterario -Piombino). Ha pubblicato numerose ed accurate recensioni e saggi in varie riviste letterarie e culturali (Campi immaginabili, Rivista di studi italiani, Punto d’Incontro, L’Acacia, Leggere: tutti…).

‘Il segreto del Vangelo di Tommaso’ di Giovanna Garbuio, l’eterno fascino dello gnosticismo

Il Vangelo di Tommaso è uno dei testi apocrifi preferiti da miticisti e scrittori cospirazionisti per creare un profilo leggendario di Gesù. Non fa eccezione Govanna Garbuio che, con il libro Il Segreto del Vangelo di Tommaso, pubblicato da Edizioni Il Punto d’Incontro e in uscita il prossimo 6 febbraio, accompagna il lettore in un’esplorazione abbastanza profonda del Vangelo di Tommaso, uno dei testi più affascinanti, divertenti e controversi della tradizione cristiana antica, riportandolo alla sua funzione originaria di testo iniziatico e trasformativo.

Il Vangelo di Tommaso, infatti, escluso dal canone ufficiale, non racconta una storia né propone una dottrina morale, è invece una raccolta di detti attribuiti a Gesù, logia che parlano direttamente alla coscienza e invitano a un ribaltamento radicale dello sguardo. Non una promessa di salvezza futura dunque, ma un’indicazione chiara e immediata: il Regno è dentro di noi ed è accessibile qui e ora.

Pagina dopo pagina, Giovanna Garbuio tenta di offrire una lettura che intreccia ricerca storica, interpretazione simbolica ed esperienza diretta, restituendo al testo la sua dimensione più autentica e viva. Il risultato è un libro che non chiede di credere, ma di riconoscere.

“Il Segreto del Vangelo di Tommaso” non è un commentario teologico, né un saggio accademico in senso stretto, è un percorso di consapevolezza che mostra come il messaggio originario attribuito a Gesù parli ancora oggi all’essere umano contemporaneo, indicando una via di responsabilità, presenza e libertà interiore.

Il cuore del libro ruota attorno a un’intuizione centrale: la realtà che viviamo è il riflesso della nostra coscienza. Un principio universale che attraversa le grandi tradizioni sapienziali e che nel Vangelo di Tommaso trova una delle sue espressioni più radicali e luminose.

L’intento di Giovanna Garbuio è quello di accompagnare il lettore a riconoscere il significato profondo dei logia, mostrando come essi non siano enigmi da interpretare, ma strumenti pratici per trasformare il modo di percepire se stessi, gli altri e la vita.
Per l’autrice “Il Segreto del Vangelo di Tommaso” si rivolge a chi sente il bisogno di andare oltre le letture dogmatiche del cristianesimo, a chi è interessato alla dimensione interiore del messaggio evangelico e a chi cerca una spiritualità incarnata, capace di dialogare con la vita quotidiana.

In realtà, i vangeli apocrifi, che sicuramente vanno letti, studiati e approfonditi, sono una manna per coloro che non soddisfatti del Gesù evangelico, e che hanno voluto sbizzarrirsi nel trasformare il profilo del Figlio di Dio a proprio piacimento, trovando spunto dalla moltitudine di informazioni bizzarre e storicamente infondate in essi contenuti.

Secondo lo storico John P. Meier infatti:

«Probabilmente il Vangelo di Tommaso circolava in più di una forma e passò attraverso vari stadi di redazione. La versione copta che possediamo probabilmente non è identica alla forma dell’opera originale greco, qualunque sia stata, ammesso che si possa parlare della forma originale greca», i cui detti «sono giustapposti ad altri di evidente timbro gnostico e a volte sembrano essere stati rielaborati per veicolare un messaggio gnostico. E’ solo alla luce di questa strana miscela di misticismo, ascetismo, panteismo e politeismo che molti detti di Gesù possono essere compresi». Si tratta di una «rielaborazione gnostica della tradizione sinottica».

L’orientamento complessivo del redattore del Vangelo di Tommaso è gnostico. Dal momento che una visione del mondo gnostica di questo tipo non fu impiegata per “reinterpretare” il cristianesimo in maniera così approfondita prima del II. secolo d.C., il Vangelo di Tommaso nella sua totalità non può certamente essere un riflesso affidabile del Gesù storico o delle più antiche fonti del cristianesimo del I secolo.

L’operazione di Garbuio è abbastanza accattivante, e come i vangeli gnostici, non trasmette un messaggio di fede, sembra semmai un manuale di spiritualità hawaiana di cui l’autrice è esperta e praticante, che vuole accaparrarsi una sorta di legittimità alta, “cristiana”.

“Partendo dal presupposto ormai acquisito che le sacre scritture di ogni dottrina non sono cronache storiche di eventi reali, ma
sono piuttosto narrazioni simboliche universali, capaci di rivelare le verità eterne dell’esistenza e dell’essenza umana, tutte le sacre scritture (quindi anche il Vangelo di Tommaso) sono con centrati di Saggezza ancestrale che parlano direttamente a me di Me, anche quando non lo capisco, e questo arriva e lavora“, sostiene l’autrice nell’introduzione. Peccato  che gran parte degli eventi evangelici si siano dimostrati affidabili storicamente. La storicità di Cristo e di buona parte delle vicende evangeliche, compresa la vicinanza degli eventi tra morte, sepolcro vuoto e testimonianze della Resurrezione, sono effettivamente un autentico sputo in faccia a tutti i nemici di Gesù o del Gesù canonico.

Il vangelo segreto di Tommaso, è senza dubbio consigliato a tutti gli appassionati di esoterismo, ai cultori di yoga, ai meditatori, ai buddisti, e a coloro che vogliono vedersi assecondate le proprie convinzioni, nonché un’occasione per riflettere sul valore storico dei vangeli apocrifi e su quanta presa essi abbiano su chi pensa che Gesù, considerato al pari di Buddha, sia davvero svelato da questi ultimi.

 

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