‘Che il libeccio faccia il mio gioco’ di Luisa Aliotta; il mondo rifiutato e il mondo immaginato

Siamo sempre tutti preoccupati del nostro essere fuori da noi stessi: il ruolo familiare, quello lavorativo, il posto occupato in società. Ma quanto, davvero, ognuno di noi si preoccupa del nostro essere interiore? Che il libeccio faccia il mio gioco, vincitore del Premio Mestre 2025) di Luisa Aliotta si apre al lettore con una citazione di Pessoa che riporta invece la “vita interiore” al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni dell’essere umano, nella fattispecie dello stesso poeta.

Fernando Pessoa ha votato la sua intera esistenza al “sogno” e alla frammentazione dell’io, concentrandosi sulla sua realtà interiore, lontana dal banale quotidiano. Molta influenza del pensiero e dell’opera di Pessoa si ritrovano nell’opera di Aliotta la quale comunque è riuscita a fare propri gli insegnamenti di questo grande maestro del Novecento e scrivere un romanzo che racconti la sua personale visione del legame che unisce l’essere umano al suo io interiore.

Il libro racconta di una giovane donna, Ludovica De Broca, direttrice di biblioteca e scrittrice, amante della vita in una maniera spropositata si abbandona alla passione di tutto ciò ritiene essere bello, come una vera e propria esteta che ama “la purezza” in ogni sua forma. Rapita dal suo estro e dalla sua fantasia arriva addirittura allo scontro con colleghi e amici proprio perché, talmente presa dal suo mondo interiore, sembra quasi rinnegare quello reale e condiviso con gli altri esseri umani.

L’ebbra euforia interiore della protagonista sembra quasi isolarla dal mondo esterno, creare una barriera tra il suo essere protagonista del “vero mondo di carta” e il suo non riuscire a esserlo nel mondo condiviso con tutti gli altri. Un ostacolo alle relazioni, anche sentimentali, con le persone che la circondano. Questo fino a quando non incontra una persona che, in modi differenti, convive con una “barriera” con il mondo esterno al pari di Ludovica e anche questo, o proprio questo, li fa convergere in un nuovo ulteriore mondo, che riescono a condividere.

Che il libeccio faccia il mio gioco. Omaggio alle parole in volo (Mazzanti, 2025) è un libro che racconta la vita, l’euforia della giovane protagonista che origina proprio dall’incontro/scontro da questi due mondi nei quali lei sogna e vive eppure è una narrazione da cui traspare una tristezza che è, forse, la medesima che accompagna le esistenze degli uomini, qualsiasi sia il mondo che scelgono di abitare. Una sorta di malinconia che induce il lettore a riflessioni sulla vita certo ma anche sul tempo, la memoria, i ricordi, i sogni. Quelli realizzati e quelli infranti.

L’autrice non affronta direttamente le grandi tematiche esistenziali che hanno sempre suscitato domande e incertezze negli esseri umani, la sua narrazione di questo avviene più in maniera indiretta, ovvero attraverso la protagonista, il suo vissuto e, soprattutto, il suo immaginato.

Il premio Nobel per la letteratura José Saramago in Cecità (1995) avvolge i suoi protagonisti in una nube lattuginosa al punto da renderli incapaci di vedere. A causa di questa cecità essi si lasciano trasportare dalla violenza e dal terrore. La Ludovica di Luisa Aliotta sembra volersi estraniare dal mondo che la circonda per lo stesso motivo, perché tutti intorno a lei sono ciechi al vero amore, alla purezza. Incapaci di vedere ciò che solamente il mondo di carta sembra poterle donare.

La metafora della vista utilizzata da Saramago è molto espressiva e attuale, se si pensa alla società di oggi nella quale la cecità rischia di diventare l’incapacità di pensare. Egualmente significativo è il simbolismo nascosto dietro la scrittura di Aliotta: l’incontro con il ragazzo sordomuto diventa l’unica valida chiave per infrangere il confine tra il suo mondo di carta e quello reale. A nulla sono serviti tutti gli altri tentativi a superare l’incomunicabilità tra i due mondi: l’amore estremizzato al punto da cercare nel tradimento la sua vera essenza, lettere scritte e mai consegnate, giochi di significati e sguardi identitari… tutte forme di comunicazione interrotte, mal formulate o, per certi versi, mendaci le quali, invece di agevolare l’incontro e la comunicazione, hanno sortito l’effetto contrario.

Comunicare senza l’ascolto e senza la parola è un qualcosa che molto si avvicina alla ricerca introspettiva, fatta appunto di sogni, pensieri, silenzio e simboli. Nella ricerca interiore, la parola e l’ascolto superficiale spesso finiscono per diventare degli ostacoli alla ricerca stessa. Il silenzio diventa un qualcosa di necessario e irrinunciabile, il vero strumento comunicativo utile alla comprensione del sé, all’ascolto della voce interiore.

Il percorso introspettivo compiuto dalla protagonista del libro la quale, pur ricercando affannosamente la vita vera e l’amore puro, non riesce a vivere nella realtà esterna a sé stessa, ricorda a tratti il paradosso della novella di Pirandello Mondo di carta (1909) dove il protagonista è talmente innamorato della lettura da non vedere e non riconoscere altro mondo se non quello descritto nei suoi tanti libri. Pur amando la letteratura di viaggio, il protagonista della novella di Pirandello è un uomo immobile nella sua lettura al punto da chiedersi se sia mai davvero stato qualcosa di altro oltre questo. Allo stesso modo, leggendo il libro di Aliotta ci si chiede se Ludovica sia o possa mai davvero essere qualcosa di altro oltre la sua immaginazione, oltre il suo mondo di carta.

Anche se l’autrice ha costruito per i suoi lettori un finale dal quale traspare, in un certo qual modo, la speranza che i due mondi possano dialogare, emerge anche in esso quel profondo senso di malinconia che accompagna tutto il testo, molto simile a quello che si ritrova in Pirandello ma anche in Sciascia, una malinconia legata proprio al racconto della vita “vera” si essa esterna alla persona che interna a essa.

Un sentimento che non rattrista il lettore, come per certo non deve aver rattristato l’autrice durante la scrittura, perché legato a quella che lo stesso Sciascia ha definito la funzione sociale degli intellettuali. Gli scritti di Sciascia, come è stato anche per Pirandello, attraverso il racconto del “personale” dei protagonisti permettono di ricostruire elementi vivi della vita politica, sociale, culturale dell’epoca.

Il romanzo di Luisa Aliotta, attraverso il racconto delle vicende e delle vicissitudini di Ludovica, permette al lettore una riflessione sull’oggi, sull’essere sempre in bilico tra il reale e l’irreale, tra mondo reale e mondo virtuale, tra desideri e sogni infranti, tra sentimenti forti passioni e anaffettività. Tra un mondo rifiutato e un mondo immaginato.

 

L’autrice

Luisa Aliotta è una scrittrice e insegnante di Lettere e Filosofia, nata in provincia di Napoli il 28 giugno 1993. Laureata in Filosofia e Storia presso l’Università Federico II di Napoli, scrive con un approccio post-esistenzialista e influenze romantiche. Le sue opere esplorano temi esistenziali, riflettendo sull’individuo e le sue contraddizioni. Ha vinto premi letterari, tra cui il secondo posto al Premio Hombres di giornalismo nel 2023, il primo posto al Premio di poesia Amalia Vilotta nel 2021, e il primo posto al concorso Versi e Non Versi nel 2024 con l’articolo “Come nasce un insegnante di materie umanistiche”. Le sue influenze includono Pessoa, Moravia, Pavese, e Bufalino. Inoltre, gestisce un blog intitolato “La donna che guarda”, dedicato alla divulgazione culturale, dove esplora e condivide riflessioni su letteratura, filosofia e tematiche esistenziali. Nel giugno dell’anno corrente vince il Premio Città di Mestre, grazie al quale pubblica il suo primo romanzo, Che il libeccio faccia il mio gioco, edito da Mazzanti Editori.

 

 

‘Visite e altri incontri di apparente marginalità’, l’esistenza precaria secondo Marco Zenone

Uscito in seconda ristampa a ottobre 2025 con Scatole Parlanti, Visite e altri incontri di apparente marginalità di Marco Zenone è un libro che affronta con leggiadra leggerezza un tema molto profondo legato alla salute delle persone: l’ansia dell’attesa per una visita, un controllo, un esame, un consulto. Ovvero per qualsiasi cosa “costringa” l’essere umano a fare i conti con la caducità della propria esistenza.

Il libro è uno spin-off di Non ti voglio (Edizioni Effedì, 2020), privo questa volta di riferimenti autobiografici. Nel suo primo romanzo infatti l’autore aveva apertamente parlato della sua malattia, diabete di tipo 1, di cui ha sofferto fin dall’infanzia. Si ritrovano invece in questo nuovo romanzo alcuni dei personaggi caratterizzanti il primo romanzo di autofiction, in particolare Sandro “Highlander” Giovannetti. Il fulcro delle vicende narrate sono proprio le visite, i consulti, le indagini mediche che hanno quasi sempre un risvolto tragicomico e rappresentano il motivo conduttore del libro nonché il legame tra Highlander e Edoardo “Dino” Giovannetti.

Pur avendo scelto di non mettere riferimenti autobiografici, il libro di Zenone sembra rifarsi comunque al filone letterario che mescola realtà e fiction per narrare del fenomeno in atto della progressiva confusione tra i due mondi, reale e immaginario.

In un mondo, il nostro, nel quale la realtà sembra essere diventata solo un’operazione di marketing ormai, il realismo come modello di narrazione può aspirare a diventare credibile solo se usato in maniera paradossale. Ed è esattamente ciò che ha fatto Zenone in Visite e altri incontri di apparente marginalità. Ricordando in parte i registri narrativi fatti propri anche da Walter Siti in Troppi paradisi (Einaudi, 2006), Zenone inserisce in maniera quasi compulsiva tutti i registri narrativi della “comunicazione sincera”: dialoghi interiori, narrazione in prima persona, ricordi familiari e personali, espressioni tratte dal linguaggio parlato. Lo stesso Siti ha definito il suo libro come un’autobiografia di fatti non accaduti. Egual definizione si potrebbe usare per descrivere il romanzo di Zenone, nel quale egli racconta nel dettaglio tutta una serie di accadimenti mai realmente avvenuti eppure con un tale pathos da essere realistici. Come la stessa ambientazione: la cittadina di Borgoamaro, inesistente sulla carta ma realistica in tutto e per tutto.

Nei libri come quello di Zenone, l’ambientazione non è mai solo uno sfondo alle vicende narrate ma un elemento chiave per la comprensione del testo, del messaggio che l’autore vuol trasmettere con la sua opera e, dal punto di vista dell’io narrante, un mezzo per l’esplorazione del sé, per rievocare ricordi e accadimenti del passato e legarli al presente narrativo in maniera tale da rendere la narrazione più complessa, articolata eppure, al contempo, più soggettiva e personale anche se distante dallo sterile resoconto autobiografico.

Per un’inchiesta condotta da Les Annales politiques ed littéraires il 26 febbraio 1922, viene chiesta a Marcel Proust una spiegazione sulla natura analitica e psicologica della sua narrativa. Egli risponde di non preferire l’espressione romanzo d’analisi perché ha assunto il senso di studio al microscopio. Un’espressione falsata nel linguaggio comune, dato che le cose infinitamente piccole non sono affatto – come dimostra la medicina – prive di importanza. Dichiara inoltre di preferire il telescopio al microscopio. Come preferisce l’espressione romanzo di introspezione rispetto a romanzo di analisi.

Egual ragionamento sembra aver seguito Zenone in questo suo nuovo romanzo, che si distacca dal primo proprio nella sua mancanza di riferimenti autobiografici diretti. Quasi come se l’autore avesse voluto, per il tramite dell’introspezione, dare al libro un taglio più universale. Come se avesse accantonato il microscopio e abbracciato il telescopio. Leggendo i dettagliati racconti dell’io narrante del libro di Zenone sembra proprio che l’autore abbia voluto compiere un percorso che dal particolare conduce al globale, inteso non solo e non tanto come “il mondo” dei protagonisti quanto l’esistenza stessa degli esseri umani.

Zenone ha inserito nel testo una quantità considerevole di flashback e flashforward. Il risultato è una narrazione continuamente interrotta da salti nel passato dell’io narrante o anticipazioni sul futuro dello stesso che, in alcuni passaggi, catturano l’attenzione del lettore mentre in altri ingenerano una certa confusione nella lettura. Il bilancio sull’intero libro rimane comunque positivo,   al punto che chi legge si chiede se il tutto non sia poi effettivamente voluto dallo stesso autore.

Zenone racconta la tragicità dell’esistenza umana utilizzando l’arma potente dell’ironia. Un’abilità che non può non far pensare a Italo Calvino e le sue Cosmicomiche: racconti che sono deliri sull’impossibilità di pensare il mondo se non attraverso figure umane, o meglio smorfie umane. Il serio e il divertente non sono poi così distanti e, per Calvino, esiste un dramma al fondo di ogni comicità. E questo sembra essere proprio il filo conduttore che ha segnato il tracciato lungo il quale Zenone ha scritto Visite e altri incontri di apparente marginalità.

“Fate presto”, il romanzo di Gloria Vocaturo sul terremoto in Irpinia nel 1980

“Fate presto” è un titolo rimasto nella storia del giornalismo italiano. E’ “Fate presto”, quello che il Mattino di Napoli pubblica pochi giorni dopo la scossa che quarant’anni fa colpì Irpinia e Basilicata. Nasce da una riunione di redazione, con Pietro Gargano e il direttore Roberto Ciuni. “Fare presto” è la proposta di Gargano, “Fate presto” è il titolo scritto nel taccuino del direttore. Un appello nei giorni della rabbia e del dolore, segnati dal ritardo dei soccorsi e dalla mancanza di coordinamento.

L’espressione “Fate presto” è ripresa dalla scrittrice Gloria Vocaturo (Troisi- ‘O ssaie comme fa ‘o core; Iskra un’epica di pace nel conflitto russo-ucraino; Autobiografia di mio padre. Trump, il patriota che divide l’America. Le raccolte poetiche: È solo parte di me, Speranza), nel libro omonimo edito da Castelvecchi Editore, 2025 e che racconta il terremoto dell’Irpinia del 1980 attraverso uno sguardo inedito: la voce della terra stessa, che irrompe come narratore e carnefice.

In un intreccio di storie – studenti, famiglie, medici, sopravvissuti– Gloria Vocaturo costruisce un romanzo corale che attraversa Napoli e l’Irpinia in quei novanta secondi che hanno cambiato per sempre il volto del Sud. La scrittura, poetica e crudele, non si limita alla cronaca ma restituisce l’esperienza intima del crollo, il buio, la polvere, la lotta per resistere. Ne nasce una testimonianza viva, che illumina la fragilità delle vite spezzate e la forza dei legami umani, trasformando la memoria di una tragedia in racconto universale.

Gloria Vocaturo non vuole solo ricordare un evento storico, ma dare forma alla sua eco interiore, al modo in cui continua a risuonare nelle vite, nelle città, nel paesaggio del Sud Italia. La scelta di far parlare il terremoto, e poi di contrastarne la voce con quella dei suoi personaggi, è una dichiarazione poetica per riflettere sul dolore, sull’abbandono e sulla forza ostinata di chi, nonostante tutto, continua a chiamare per nome i vivi e i morti.

La memoria è responsabilità e nel racconto di Vocaturo non si può non fare riferimento al discorso di Pertini, tra i primi ad arrivare nei luoghi del disastro, quando in televisione si rivolse agli italiani: “…Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”, invitando tutti “ad andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.   Ma il titolo che a Gargano costò di più arriva il 29 novembre: “Speranza è morta, arrivano le ruspe”. “Ne fui turbato – ricorda – ma era quella la scelta e come leader della zona ci toccava un ruolo di capofila, e ce lo pigliammo con dolore”. 

“Fate presto” ha fatto il giro del mondo, perché il terremoto del 23 novembre 1980 è una ferita che il tempo non potrà mai rimarginare. Novanta secondi che hanno ridisegnato per sempre il volto dell’Irpinia, della Basilicata, di Napoli.

Il libro di Vocaturo lascia parlare il terremoto stesso, restituendo voce a chi quella notte ha perso tutto. I personaggi sono di fantasia ma realistici, interpreti del dolore di una popolazione piegata dal terremoto.

C’è spazio tra le pagine, anche per omaggiare la solidarietà spontanea che esplose nei giorni successivi al disastro, quasi a compensare il ritardo dei soccorsi. Ai radioamatori che tennero viva la comunicazione quando tutto era spento. Ai vigili del fuoco, medici, infermieri che non abbandonarono il loro posto. Ai volontari arrivati da ogni parte d’Italia, ai cittadini comuni che donarono coperte, cibo, conforto.

“Fate presto” è una drammatica geografia del dolore e della speranza, un resoconto umano che mostra quanto la sensibilità e il coraggio di ogni singolo individuo, prima che cittadino, possa fare la differenza anche nelle tragedie.

 

Articolo pubblicato sul Riformista

 

 

 

Margaret Atwood contro il mondo reale nel suo memoir ‘Il libro delle vite’

Margaret Atwood ha la reputazione di fare previsioni inquietantemente accurate sul futuro dell’umanità nei suoi romanzi. Questo è piuttosto strano, perché – come dimostra il suo nuovo memoir, Il libro delle vite – è in realtà piuttosto ottusa quando si tratta di interpretare gli esseri umani. Non nota l’interesse romantico maschile, nemmeno quando è ovvio; è colta di sorpresa dalle rivalità in una casa editrice indipendente, tra l’altro; non riesce a capire perché così tante “belle donne single e ben vestite” se ne stessero sedute da sole nei bar di Praga nel 1984, e debbano esserne informate.

Quando suo padre è gravemente malato, non “capisce bene” perché sua madre vada in ospedale ogni giorno per fargli ascoltare le sue registrazioni preferite di Beethoven: “Sicuramente un paio di volte a settimana basterebbero”. Più tardi, mentre il suo compagno giace morente, finalmente capisce il punto.

Condisce il suo memoir con domande sul “perché”, come se stesse controllando ansiosamente eventuali dettagli che potrebbero essere sfuggiti. Pone anche domande sconcertanti sul suo passato, sebbene sembri piacevolmente indifferente alle risposte. Del suo temperamento, spiega: “Ero più interessata alle persone di carta che potevo creare che a immergermi profondamente nella mia psiche, ammesso che una cosa del genere esista”.

Essendo abile nel creare miti, l’85enne ancora effervescente intreccia senza soluzione di continuità i suoi deficit interpretativi in ​​una vivida storia delle origini: “Una delle mie teorie sugli scrittori di romanzi è che non ne sappiano di più sulla natura umana rispetto ad altri: ne sanno meno, e i loro romanzi sono tentativi di capirla”.

Il libro delle vite di Margaret Atwood

Suo padre era un entomologo; come lui, non riesce a smettere di catalogare mentalmente frammenti del mondo, per poi fare riferimenti incrociati. “Se osservassi attentamente, sarei in grado di scoprire come funzionano le cose, qualunque cosa siano. A volte si trattava di dispositivi meccanici, come le macchine da cucire. Ma di solito erano persone“.

Ma sebbene le menti fossero difficili da padroneggiare, in altri ambiti informativi Atwood era nel suo elemento. Amava imparare codici e cifrari arcani, per poi applicarli. Divenne capace di identificare fauna e flora rare, leggere la mano, fare carte stellari, individuare fantasmi. Per un periodo si laureò in letteratura inglese ad Harvard, ma il ruolo di teorica con spirito critico non sembrava calzarle; il suo interesse per il mondo è molto più pratico. Ama costruire romanzi partendo da immagini e idee, così come le piace creare abiti, torte, spettacoli di marionette, fumetti, operette, poesie e barzellette.

Sebbene non sia chiaro da dove provenga tutta quella creatività, la sua inclinazione pratica sembra essere stata imprescindibile durante un’infanzia estremamente avventurosa. Il Libro delle Vite descrive allegramente un’esistenza pericolosa in compagnia di genitori intrepidi e di un fratello maggiore: vivere in zone remote del Quebec e dell’Ontario, dormire in tenda, sopravvivere a quasi annegamenti, scacciare serpenti e orsi con nonchalance e avere sempre freddo. Qualsiasi lettore che usi uno schermo per far crescere il proprio figlio presumibilmente abbasserà la testa per la vergogna.

Dai suoi stoici antenati della Nuova Scozia, “Peggy” (il suo nome in famiglia) ha ereditato anche un’avversione ormai fuori moda per l’autocommiserazione e l’introspezione. I suoi parenti “consideravano maleducazione mettersi in mostra, piagnucolare e lamentarsi, o esprimere le emozioni in modo eccessivo, o addirittura del tutto”. Più avanti nella vita, mostra insofferenza per la depressione del marito, autoironica come “Signora Aggiustatutto”. “Ti senti meglio ora? Che ne dici di ora? Guarda, abbiamo una pentola per la fonduta! Non ti rende felice?” Il matrimonio non dura.

È divertente incrociare queste intuizioni personali con i suoi romanzi. Come la loro autrice, i racconti sono follemente creativi; privi di sentimentalismi e spesso macabri; pieni di affascinanti dettagli empirici; amano i rimandi incrociati tra domini. Sono anche avari di analisi psicologica, infondendo invece in modo numinoso il mondo naturale e gli oggetti creati dall’uomo di sensazioni inconsce. Il suo oggetto naturale più famoso è il corpo femminile: immaginato come cibo (La donna commestibile); come materiale medico in decomposizione (Lesioni corporali); come bestiame da riproduzione (Il racconto dell’ancella). Il tema l’ha resa enormemente popolare tra le femministe, un fatto che lei chiaramente vive come una benedizione a metà.

Certo, Atwood non è una candidata ovvia per guidare il movimento femminista. Ama fare amicizia con il sesso maschile, e solo il racconto dei suoi anni universitari nelle sue memorie fornisce una descrizione appropriata di un’amicizia femminile. Non ha nulla a che fare con il vittimismo: l’autore di una cupa violenza sessuale durante un corso di specializzazione riceve una rapida e sentita maledizione prima che la narrazione proceda. E quando, negli anni ’70, un regista chiede una “donna nuda avvolta nel cellophane” per una sceneggiatura che sta scrivendo, lei acconsente volentieri.

È anche marcatamente ambivalente nei confronti delle altre donne. Sebbene non comprenda molto di psicologia femminile nei dettagli, è almeno ben consapevole del suo lato tossico. In Occhi di gatto, Atwood ha descritto in modo forense la brutalità reciproca di bambine di 9 anni. Nel memoir, otteniamo la versione reale, con la giovane Peggy come vittima sventurata. Sa anche per esperienza quanto le donne adulte possano essere invidiose e vendicative. A un certo punto, la protagonista del distopico “Il racconto dell’ancella” accusa cupamente la madre assente, una femminista della seconda ondata: “Volevi una cultura femminile. Bene, ora ce n’è una”.

La sua visione politica è prevalentemente progressista, il che la pone in contrasto con l’umore prevalente nel progressismo moderno, spesso a suo merito. Grande sostenitrice della libertà di espressione, ha presentato Salman Rushdie sul palco poco dopo la fatwa. Ha anche firmato la lettera di Harper’s contro un “clima intollerante” nel 2020. Ed è molto attenta al giusto processo, non avendo nulla a che fare con gli eccessi da regolamento di conti del movimento #MeToo.

In quel periodo, Atwood ha difeso un professore dell’Università della British Columbia da quella che sembra essere stata una feroce caccia alle streghe. In seguito, i cacciatori di streghe hanno cercato di aggredire anche lei, sebbene lei li abbia respinti con la sua enorme fama e un saggio caustico intitolato “Sono una cattiva femminista?”. Nelle sue memorie, riflette sul fatto che “quando le sette sono al loro apice, l’equità e i diritti umani vanno a farsi benedire”, ed è altrettanto critica nei confronti della mancanza di riguardo di Donald Trump per il processo legale attuale.

Allo stesso modo, però, è rimasta per lo più in silenzio sul culto autoritario del gender che ancora opera nel suo cortile canadese, se non per diffondere alcune informazioni poco chiare sui cromosomi e infastidirsi quando Hadley Freeman glielo ha chiesto. A quanto pare, ha riflettuto poco sul perché adolescenti con un livello cromosomico nella media possano fare la fila per farsi espungere chirurgicamente gli organi sessuali. Questo ha portato molte donne deluse a inveire contro Atwood su internet. Ma ci sono indizi suggestivi del suo punto cieco in “Il libro delle vite”.

Forse è perché Atwood è una classica progressista, disinteressata ad affermazioni non verificabili sulla falsa coscienza; o forse perché fatica a collocarsi con immaginazione nella mente di chiunque sia abbastanza gregario da soccombere alla pressione sociale – cosa che lei stessa manifestamente non è. E c’è anche il fatto che, nel suo lavoro, sembra spesso mostrare un profondo disagio nei confronti del corpo femminile. È parte di ciò che rende la sua visione artistica così avvincente, anche se probabilmente compromette le sue idee politiche.

 

Per la prima volta in italiano “Due racconti” di Virginia e Leonardo Woolf e “Indagine su Cézanne” di Charles F. Ramuz

Per la prima volta in italiano due volumi che ci conducono alle origini della modernità letteraria e artistica europea: i primi racconti pubblicati da Virginia e Leonard Woolf con la nascita della Hogarth Press e la raffinata lettura che Charles-Ferdinand Ramuz dedica all’arte di Cézanne.

 

Virginia e Leonard Woolf

DUE RACCONTI

Traduzione e cura di Sara Grosoli

Con le silografie dell’edizione originale di Dora Carrington

Pagine 68

OLIGO

Dal 28 novembre

 

Nella primavera del 1917 i coniugi Virginia e Leonard Woolf installarono una macchina da stampa nella sala da pranzo di Hogarth House, la loro residenza a Richmond. Nasceva così la Hogarth Press. Two Stories fu il primo volume pubblicato e comprendeva i racconti Il segno sul muro di Virginia e Tre ebrei di Leonard, un testo – quest’ultimo – pressoché sconosciuto in Italia, in cui l’autore, nato in una famiglia ebraica d’orientamento liberale, ironizza sui modi di vivere britannici.

Sara Grosoli, laureata in Lingue e letterature straniere all’Università di Bologna, ha concentrato i suoi studi sulla narrativa vittoriana. Ha lavorato come lettrice di narrativa straniera per la casa editrice Rizzoli. Ha tradotto opere di Charlotte Brontë, Mary Wollstonecraft, Louisa M. Alcott, George Sand, Mary Shelley, Isaak Babel’, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell, M.E. Braddon, Sarah Bernhardt e George Eliot. Ha curato un’edizione critica delle lettere di Anna Bolena e la pubblicazione della biografia di Jane Austen scritta dalle nipoti dell’autrice. Per Oligo Editore ha tradotto Come Shakespeare giunse a scrivere La tempesta di Rudyard Kipling, Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges e Tu non sconosci la mia dottrina di Anne Bronte.

 

Charles-Ferdinand Ramuz

Indagine su Cézanne

A cura di Marino Magliani

Traduzione di Sandro Ricaldone e Marino Magliani

Prefazione di sandro Ricaldone

Con disegni e acquerelli di Cézanne

Pagine 72

OLIGO

Dal 28 novembre

Charles-Ferdinand Ramuz (Losanna, 1878-Pully-1947), poeta e scrittore, è stato tra i più significativi intellettuali svizzeri della prima metà del Novecento. A Parigi tra il 1902 e il 1914, rientrato in patria fonda la rivista “Cahiers vaudois”, sul cui primo numero pubblica Raison d’être, il manifesto in cui esprime la sua volontà di profonda identificazione con la natura, il paese e la lingua romanda. Nel 1918 scrive l’Histoire du soldat, musicato da Igor Stravinskij. Non stupisce, quindi, il suo interesse verso la ricerca pittorica di Cézanne che ha dato vita a questi due brevi saggi narrati, uno del 1914 e l’altro uscito postumo nel 1948, qui pubblicati in italiano per la prima volta e anticipati da una recensione di una mostra parigina del 1906. L’attenzione al paesaggio, al dato naturale, alla sintesi espressiva accomuna infatti lo stile del grande pittore francese alla prosa ricercata di Ramuz.

Marino Magliani, di origini liguri, ha vissuto per anni tra Spagna e America Latina, per poi trasferirsi in Olanda. Scrittore e traduttore, ha pubblicato per molti editori, tra cui 66thand2nd, Chiarelettere, Hopefulmonster, Italo Svevo, Longanesi, L’Orma, Sironi. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti. Nel 2022 è rientrato nella dozzina del Premio Strega e nel 2024 è stato tra i finalisti del Premio Alassio. Per Oligo dirige la collana Ronzinante.

Sandro Ricaldone (Genova, 1951), studioso e critico d’arte di formazione giuridica, dall’inizio degli anni Ottanta ha avviato approfondimenti su gruppi e movimenti del secondo Novecento attraverso saggi confluiti nella rivista “Ocra”, da lui fondata e, in seguito, curando mostre e rassegne. Ha collaborato a numerose riviste e quotidiani, fra cui “Il Secolo XIX”. Tra i suoi volumi più recenti: L’avant-garde se rend pas (2018) e Da una non breve unità di tempo (2023) entrambi per l’editrice Il Canneto.

‘La clessidra di bambù’, i versi del poeta cinese Li Po in Italia dal 14 novembre

Impregnato di taoismo e mistica ascensionale, assetato d’infinito quanto Baudelaire, sapiente quanto Coleridge e Goethe, pulsante di vita quanto il mitico Villon. Questo era Li Po, definito l’immortale poeta della Cina. Un narratore unico: mistico, visionario, capace di sogni improvvisi. Quasi shakespeariano nella sua incessante sperimentazione di ogni gamma narrativa: dal sublime al nostalgico, dal mistico al sentimentale, dal realistico al tragico. Un autore di imperitura grandezza ammirato e venerato da Gustav Mahler, Ezra Pound, Herman Hesse.

Una selezione dei suoi versi, a cura di Roberto Mussapi, consente di avvicinare la lirica di Li Po (701-762), considerato il più grande di una straordinaria stagione di poeti che nell’ottavo secolo d.C. danno vita in Cina a un eccezionale fenomeno artistico, paragonabile a quello dei poeti latini dell’età augustea, degli elisabettiani, degli stilnovisti, dei rinascimentali, dei romantici. Secondo la leggenda, questo spirito libero e irrequieto, in un’estrema sintesi di inquietudine e di estasi, morì affogato nel fiume, ubriaco, mentre cercava di afferrare la luna. 

In montagna un giorno d’estate

Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma,
Seduto colla camicia aperta in un verde bosco.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra
sporgente;
Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.

 

Li Po ammirava i paesaggi ed era solito passeggiare tra fertili pianure e montagne boschive: “su ponti oscillanti di legno, passava fra cime di pietra, vedeva strapiombi da cui balzavano le acque urlanti, mentre i banchi di nebbia s’arrampicavano sui fianchi frastagliati. O da alti valichi scorgeva, nelle pianure, laghi verde-azzurri e risaie allagate con le pozze d’acqua luccicanti al sole. Senza scendere dal mulo, a volte prendeva appunti o buttava giù una poesia. O fermata la bestia, schizzava a inchiostro l’impressione che uno scorcio di paesaggio gli faceva.”

 Li Po (701-762) è considerato il più grande di una straordinaria stagione di poeti che nell’ottavo secolo d.C. danno vita in Cina a un eccezionale fenomeno artistico, paragonabile a quello dei poeti latini dell’età augustea, degli elisabettiani, degli stilnovisti, dei rinascimentali, dei romantici. Distante dal confucianesimo e illuminato dal Tao, aveva rinunciato a sostenere gli esami imperiali il cui superamento gli avrebbe garantito un titolo di studio ufficiale e importante. Secondo la leggenda, questo spirito libero e irrequieto, in un’estrema sintesi di inquietudine e estasi, morì affogato nel fiume, ubriaco, mentre cercava di afferrare la luna.

 Roberto Mussapi, tra i maggiori poeti italiani contemporanei, è autore di saggi, opere teatrali e narrative, traduzioni da testi classici e contemporanei. Vincitore del Premio Lerici Pea Internazionale alla carriera nel 2024, è membro della Fondazione Valla ed editorialista e critico teatrale del quotidiano Avvenire.

‘Amore e dovere’ di Tolstoj. Un libro dimenticato

Da ufficiale, nel Caucaso e a Sebastopoli, conduce un’esistenza “d’orgia e di gioco” e assiste agli orrori della guerra. A trentaquattro anni si sposa e, nell’ambiente calmo e pacifico della famiglia, scrive due dei suoi capolavori, Guerra e pace e Anna Karenina. Ma, alle soglie dei cinquanta, Tolstoj abbandona il mondo e si ritira nel suo eremo di Jàsnaja-Poljana per lavorare la terra. Un’esistenza semplice che, ispirata alla dottrina cristiana, rinuncia alle ricchezze terrene ed esercita la bontà verso gli altri.  A questa concezione religiosa lo scrittore si ispira anche nel trattare il grande problema dell’amore come appare in uno scritto dimenticato, Amore e dovere, edito da Bibliotheka.

Il testo è profondamente influenzato dallo stile di vita che Tolstoj aveva deciso di intraprendere, una sorta di ritiro ispirato dalla dottrina cristiana e improntato verso il lavoro manuale e la bontà verso gli esseri viventi. Può essere considerato una sorta di manuale nel quale i capitoli sono suddivisi per argomenti, come il motivo per i quali gli esseri umani provano amore, le diverse forme del sentimento, la relazione fra i due sessi, l’amore in relazione al dovere e un capitolo è dedicato al ruolo delle donne e delle madri.

Secondo lo scrittore russo, l’uomo ama, non perché sia suo interesse amar questo o quello, ma perché l’amore è l’essenza dell’anima sua; perché non può non amare. L’uomo non vive per soddisfare i suoi bisogni, ma vive per l’amore. Il vero amore, quello che si manifesta, non per via di parole, ma di atti, dà solo la vera sagacia e la saggezza vera. L’amore non può essere sciocco. Là dove cessa l’amore, comincia il disgusto. L’amore è un sentimento che si può avere, ma non si può predicare. L’unità nell’amore, può dar la maggiore somma d’amore. Per essere capace di amare gli altri, bisogna non amare esclusivamente se stesso.

L’autore

Scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo, Lev Tolstoj (1828 – 1910), divenuto celebre in patria grazie a una serie di racconti giovanili sulla realtà della guerra, acquisì risonanza mondiale grazie al successo di Guerra e Pace e Anna Karenina, a cui seguirono opere narrative sempre più rivolte all’introspezione dei personaggi e alla riflessione morale. È ricordato per la sua idea della “non violenza attiva”, secondo la quale l’uomo deve impegnarsi fortemente contro le ingiustizie, senza usare la violenza. Un pensiero che ispirò importanti figure di pacifisti, tra cui il Mahatma Gandhi e Martin Luther King. 

Roberto Maier è docente di Teologia e di Etiche della terra all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza) e di Ethics and Anthropology of Food all’Università di Parma

‘Il peccato e la grazia. Letteratura e cattolicesimo nella Francia del ‘900’ di Giuliano Vigini

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento alcuni tra i maggiori scrittori francesi vengono attratti dal messaggio del Vangelo e da un sentire condiviso contro i tanti “ismi” del secolo condannati anche dalla Chiesa: positivismo, scientismo, materialismo, naturalismo, modernismo, laicismo. In un saggio dal titolo Il peccato e la grazia. Letteratura e cattolicesimo nella Francia del ‘900,  il saggista Giuliano Vigini offre un quadro completo di questa letteratura lontana da tentazioni apologetiche e certezze inconfutabili, ma capace di dipingere situazioni e personaggi alle prese con azioni delittuose, fallimenti esistenziali, solitudini e angosce, grazie ad autori che meritano di essere nuovamente scoperti, da Bloy a Huysmans, da Péguy a Mauriac, da Claudel a Bernanos.

La narrativa cattolica francese si sviluppò nel periodo compreso tra anni ’20 anni ’60, spesso in dialogo con eventi storici come la guerra diSpagna, la Seconda guerra mondiale la resistenza, influenzando la postura morale politica degli autori. La loro letteratura si distingue per profondità psicologica, tensione mistica forte spirito criticoponendosi come un universo narrativo originale moralmente impegnato.

Se non per tutti, certo per molti artisti e intellettuali euro­pei, gli autori che sono stati oggetto di questo saggio sono stati una presenza rinnovatrice che ha aperto orizzonti e alimentato ideali di tutta una generazione. Ora però ci si domanda come mai tanta eredità sia oggi per gran parte dimenticata dai più e come mai non si tenti di recuperarla e rivalutarla. Certo, non ci si può illudere che, nella temperie del no­stro tempo, si possa assistere a una nuova primavera letteraria di questi scrittori, ma ci si potrebbe almeno augurare che essi possano ancora far parte di una cultura capace di riconoscere ciò che sono stati e che ancora possano dare. (Giuliano Vigini).

Fuori da una connessione strettamente materialista, l’uomo, ogni uomo, guarda sempre più in là. Scriveva Giorgio Saviane in Voglio parlare con Dio (Mondadori, 1996): “Non c’è una regola per trovarti, Dio. Semmai è la regola a non avere regole che mi fa sperare di udire un giorno la tua voce”. La letteratura si muove nell’umano, e nell’umano c’è la morte, non solo la natura. C’è la confessione, il desiderio di un amore che non finisca mai. Anche l’italiano Pier Paolo Pasolini fu attratto dalla figura cristologica proiettata sui suoi giorni per capire la destinazione di un viaggio cognitivo.
Antonio Spadaro, gesuita, teologo, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, ha dedicato molti interventi al rapporto tra letteratura e cattolicesimo. Ricordiamo in particolare Abitare nella possibilità (Jaca Book, 2008), un libro compiuto in cui la correlazione tra la menzogna e la falsità da un lato e la vita e l’esperienza dall’altro, disegna la testimonianza, la malattia mortale e la terrestre visione nella resistenza della parola. Ma non possono esserci distinzioni tra cattolici e non cattolici nell’esame di una coscienza, di una fragilità, di una resistenza. La letteratura investe l’animo e lo deposita nella pagina. Non si può non citare Carlo Bo: Antonio Spadaro ne sottolinea la parola necessaria, che non è evasione o passatempo, ma spirito salvifico. Letteratura come vita, “che abbia la stessa qualità della vita”. Bo non ama mai l’astrazione, un certo distacco.
Scriveva Flannery O’Connor ad un’amica sul rapporto tra fede, cattolicesimo e letteratura: “Tu non scrivi al tuo meglio per restituire con gli interessi il tuo talento al Dio invisibile affinché ne disponga come meglio crede”. Siamo in un cammino di avvenimenti, nella realtà che si vede, che si sente, che si gusta e si tocca indipendentemente da un valore morale, da un desiderio di fuga o da un traino trascendente.
Al centro rimane l’uomo, un mistero infinito, la ricerca di un punto di snodo. Il poeta Mario Luzi ammoniva in un’epoca successiva all’ermetismo e fondata specie su un’apertura spirituale: “La poesia non può essere scritta contro il mondo, ma è concepita dentro di essa”. Lo è per chiunque, credente e non credente.

 

Giuliano Vigini, saggista e docente all’Università Cattolica di Milano, oltre ai numerosi contributi sulla storia dell’editoria e sulla letteratura cristiana antica e moderna (dalla Bibbia a sant’Agostino, da Dante a Manzoni) ha pubblicato studi e traduzioni di scrittori francesi moderni e contemporanei: da Pascal a La Rochefoucauld, da Hugo a Anatole France, da Bloy a Péguy a Mauriac, da Claudel a Saint-Exupéry. Già collaboratore della rivista Studi francesi e del Dizionario critico della letteratura francese (1972), diretto da Franco Simone, è autore di Naturalismo (2016), Scrittori “contro”. La rivolta nella letteratura francese tra secondo Ottocento e Novecento (2021) e Il grande inquisitore. Léon Bloy (2022), oltreché del repertorio Il Novecento letterario francese in Italia. Bibliografia delle traduzioni (1901-2000), con la presentazione di Giovanni Bogliolo (2002-2003, 2 voll.)

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