Vendere al meglio i tuoi libri usati richiede di scegliere la piattaforma giusta e seguire alcuni semplici accorgimenti. La scelta dipende molto dal tipo di libro che si vuole vendere ma anche dalla qualità della piattaforma.
Bookbotè una start-up moderna che dà una seconda vita ai libri usati. In passato, i libri già letti venivano spesso buttati via. Per Bookbot, questo è uno spreco terribile. Per questo motivo si sono dati una missione: trovare un modo per dare una nuova vita ai libri che hanno già raccontato la loro storia.
Vendere libri di seconda mano è l’obiettivo di Bookbot che affonda le proprie radici nella bellissima città di Praga. L’attività si propone di raggiungere il mondo intero. Sono già presenti in Germania, Austria e Slovacchia, ma le loro ambizioni non si fermano qui. Non vogliono solo farsi un nome e offrire libri a prezzi convenienti: puntano anche a Francia, Italia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi.
Il riciclo per Bookbot è importante, perché vendere libri di seconda mano significa risparmiare carta, conservare risorse e promuovere la sostenibilità.
offrire ai lettori la possibilità di scoprire un servizio innovativo e unico in Italia per acquistare libri usati in modo semplice e sicuro;
dare visibilità a un catalogo molto ampio, con oltre 1,6 milioni di titoli disponibili, comprese edizioni fuori catalogo;
proporre un servizio utile e attuale, che permette di leggere di più spendendo meno, un tema vicino a chi ama i libri.
Bookbot si distingue per alcune caratteristiche uniche:
ogni libro è fotografato singolarmente, così il lettore sa esattamente cosa acquista;
abbiamo oltre 1,6 milioni di titoli disponibili, comprese edizioni fuori catalogo;
la nostra missione è dare nuova vita ai libri e rendere la lettura accessibile a tutti.
Bookbot si distingue per un’amplia scelta di libri soprattutto nella sezione narrativa e saggistica.
Non è un futuro lontano quello immaginato da Alex Mai in L’alba di una lunga notte. È un domani fin troppo vicino: Roma, anno 2036. La città che conosciamo, con le sue piazze, i suoi palazzi e il suo rumore di fondo, resta sullo sfondo, ma è attraversata da una mutazione profonda. Le riforme — legalizzazione di prostituzione, droga, gioco d’azzardo, eutanasia — sono solo la facciata di un sistema in cui il potere ha smesso di essere riconoscibile. Non ha più un volto, ma agisce tramite strutture opache, apparentemente legittime, che lavorano in simbiosi con la criminalità organizzata.
La democrazia è morta, ma nessuno se ne è accorto. Valerio Romani si risveglia in una clinica senza ricordi del proprio passato. Nella Capitale che porta il suo cognome, la morte è diventata spettacolo e i cittadini votano online per decidere chi deve morire nell’Arena. L’Impero delle Ombre governa attraverso app che sembrano social network ma sono strumenti di controllo totale.
Mentre Valerio cerca disperatamente la verità su se stesso, l’ispettore Anselmo Pagani indaga su omicidi che potrebbero svelare i segreti più oscuri del nuovo regime. Entrambi dovranno affrontare una cospirazione che decide chi ha il diritto di sopravvivere.
“L’Alba di una Lunga Notte” non è solo distopia: è una profezia inquietante su dove stiamo andando. Alex Mai costruisce una Roma del futuro prossimo terribilmente plausibile, dove tecnologia e potere si fondono in un cocktail tossico che trasforma i cittadini in gladiatori inconsapevoli.
Un thriller distopico che unisce l’investigazione urbana alla speculazione politica, perfetto per lettori di Black Mirror e George Orwell che vogliono vedere cosa succede quando il futuro distopico non è più fantascienza, ma cronaca.
Primo volume della saga “L’Impero delle Ombre” – una serie che promette di ridefinire il thriller italiano contemporaneo.
PROLOGO
Roma, via Chiana
Prima domenica di maggio, 2024
Il cortile, ampio e inondato di sole, concedeva qua e là rifugi d’ombra sotto gli alberi. L’aria frizzante di una promessa estiva spingeva un gruppetto di ragazzini a liberare le biciclette dalle catene, gli sguardi fiduciosi rivolti al cielo incerto: plumbeo in direzione della Nomentana, sereno verso la Salaria. Poco distante, il ritmo cadenzato di un pallone calciato da tre ragazzi rompeva la quiete, un’attesa vibrante per la consueta partita pomeridiana a Villa Ada.
Voci si mescolavano, un brusio ora sommesso ora più vivace, tessendo la trama sonora del mattino.
«Monica, è stato un pensiero davvero gentile portarmi questi libri» sussurrò Valerio. I suoi occhi, attratti da quelli scuri della ragazza, faticavano a distogliersi, mentre le mani stringevano i volumi con un’intensità quasi dolorosa.
«Me li avevi chiesti, immaginavo ti avrebbe fatto piacere» replicò lei con un tono più distaccato. Valerio le piaceva, certo, ma non più degli altri volti familiari che animavano le sue giornate tra i banchi di scuola e le strade del quartiere.
Poco lontano, Marco e Chiara trafficavano con i lucchetti delle biciclette.
«Mio fratello dice che siete gialli perché vi pisciate in faccia controvento» esordì lei, la voce tagliente, evitando il contatto visivo. «Quanto è scemo, ha un cervello minuscolo…»
«Tranquilla,» rispose lui con un sorriso che non raggiungeva gli occhi, «ne ho sentite di peggiori e probabilmente ne sentirò altre prima di stasera.»
«Poi, tu hai il nome italiano. Gliel’ho detto, ma lui se ne frega… è ignorante come un… non lo dico! Non sono razzista come lui!»
Marco combatté contro l’istinto di allontanare lo sguardo verso le scarpe, poi fissò gli occhi in quelli di lei.
«Quello non sarebbe razzismo, Chiara. Il colore della pelle non si sceglie, l’ignoranza sì. Se uno vuole davvero imparare, prima o poi ci riesce. Anche se non ha tempo o soldi. Giusto?»
Chiara rimase in silenzio, il tema dei soldi era un tasto dolente. I jeans strappati andavano di moda, ma i suoi erano proprio consumati. Sognava una chitarra, le cui corde aveva imparato ad accarezzare l’anno precedente grazie a un amico.
Senza uno strumento proprio, i progressi che desiderava ardentemente sarebbero rimasti un miraggio, un ostacolo al suo sogno di trasformare la musica in un’ancora di salvezza, un riscatto da quella vita sfilacciata che aveva avuto fin lì. Con un gesto deciso, spinse sul pedale e si lanciò fuori dal cortile, immediatamente seguita da Marco.
«Pagnotte’, allora? Si va al mare?» domandò Anselmo, la voce impaziente.
«Aspetto il Gatto. Non lo vedo da ieri, era con Roberta, chissà in quale anfratto si saranno nascosti. Temo che dovremo lasciarlo perdere. Anche Pallonaro è ormai un fantasma, da quando ha preso a studiare seriamente è sparito dalla circolazione: sembrava lo facesse per dispetto al padre, invece eccolo lì, ansioso di indossare la cravatta come lui! Nadina tra poco scende… e pure Anna, che magari non sarà una bellezza, ma le sue battute ti fanno piegare in due dalle risate. Me le rivendo, ma non riesco a far ridere quanto lei!»
«Eccomi» annunciò Nadina, la sua figura slanciata che compariva sulla soglia. «Però ve lo dico subito, niente mare per me oggi, devo andare a pranzo da…»
«Ancora tua zia?» sbuffò Anselmo. «Sentite, ragazzi, che ne dite di una partita a pallavolo a Villa Ada? Non sarà la stessa cosa della spiaggia, ma almeno ci muoviamo un po’…»
Parigi. Una panchina. Due anime che non si aspettavano, eppure si trovano. Certe persone non entrano nelle nostre vite: le abitano. È da questa consapevolezza che nasce “Monsieur Soleil – Oltre le apparenze”, il nuovo romanzo di Paola Sbarbada Ferrari, pubblicato da Gilgamesh Edizioni e disponibile dal 6 settembre 2025 in tutte le librerie, sia in formato cartaceo che e-book. Un incontro casuale ai Giardini di Lussemburgo diventa germoglio: Jeanne, una donna che ha smesso di credere nella possibilità di rinascere, e Augusto, un clochard dal cuore colto e vulnerabile, si siedono uno accanto all’altra.
Lei cerca rifugio dal silenzio della sua vita, lui porta con sé l’odore pungente del vino e del vento, ma anche parole che scaldano più di un abbraccio. In quell’incontro inatteso prende vita un racconto delicato e nello stesso tempo profondo, che svela la potenza dell’amicizia e la meraviglia della rinascita silenziosa. È un romanzo intenso, che parla piano ma resta dentro a lungo. “Ho scritto questa storia pensando a ciò che non si vede, alle crepe che diventano luce”in questo modo l’autrice svela l’anima del libro.
Pagina dopo pagina, “Monsieur Soleil – Oltre le apparenze” diventa il racconto delicato e potente di un incontro capace di cambiare il corso di due vite. Una prosa sobria e luminosa accompagna il lettore attraverso i silenzi colmi di significato, i bagliori d’infanzia e i segreti che non smettono di bruciare. Parigi, con i suoi giardini e le sue ombre, si fa palcoscenico discreto di una rinascita, quella che nasce dall’empatia, dal coraggio di guardarsi oltre il giudizio, dalla bellezza inattesa di una mano tesa. Perché a volte, per salvarsi, non serve nient’altro che sedersi accanto a qualcuno che ha già conosciuto la fine, ma ha scelto di restare umano.
Note d’autore
Paola Sbarbada Ferrari, nata a Mantova, è un’artista che intreccia nella sua vita musica, scrittura e ricerca espressiva. Conosciuta anche con lo pseudonimo Marea ispirato dalla forza evocativa dell’oceano e delle sue maree, porta avanti dal 2017 un percorso musicale componendo brani che trasformano emozioni intime in melodie originali.
Ha esordito in narrativa con “Il casolare sull’aia” (Gilgamesh Edizioni, 2022), romanzo accolto con entusiasmo dai lettori per la sua capacità di coniugare memoria familiare e introspezione personale. A seguire, nel 2024, ha pubblicato “L’Oblio nei tuoi occhi”, confermando una scrittura attenta alle fragilità dell’animo umano e ai legami profondi che lo attraversano.
Parallelamente alla scrittura, Paola ha sviluppato una solida carriera musicale: dagli studi di canto e chitarra acustica presso la scuola Casnici di Carpenedolo fino alle collaborazioni con musicisti e produttori di rilievo del panorama nazionale e internazionale. La musica, come la scrittura, rappresenta per lei un modo per trasformare il vissuto in bellezza condivisa.
Nel suo percorso creativo ha lavorato con professionisti quali M. Susa (collaboratore di Alexia, Raf, Umberto Tozzi), M. Zangirolami (Emis Killa, Mahmood, Fabri Fibra), D. Bontempi (Vasco Rossi, Battiato, Ligabue, 883 e molti altri), oltre che con il collettivo femminile SONGBOX, guidato da Elisabetta Filippini e Alessandra Dresda, che ha curato l’arrangiamento del suo ultimo singolo “Dietro Nuvole”. Sempre con SONGBOX il 24 maggio 2024 Marea torna al francese con il brano “Je T’aime” nelle vesti di un’autentica tra le chanteuses francesi contemporanee. Dalla collaborazione con Mauro Susa nasce i brano “Occhi grigi”, online dal 24 ottobre 2024, un brano inedito di Marea che decide di togliere da un cassetto.
“Occhi grigi” racconta una storia toccante di solitudine, speranza e la profonda ricerca di affetto. Accanto alla sua attività artistica, Paola svolge anche un lavoro nel settore della finanza, testimoniando una personalità versatile e capace di muoversi con passione tra mondi diversi. La sua sensibilità è radicata nell’ascolto della musica che l’ha accompagnata fin da bambina — da De André a Mina, da Aznavour alla lirica di Puccini e Verdi — ereditata in particolare dalla madre, che le ha trasmesso la forza della voce come espressione dell’anima.
Con “Monsieur Soleil – Oltre le apparenze” (Gilgamesh Edizioni, 2025), Paola Sbarbada Ferrari conferma la sua cifra narrativa: delicata, empatica, luminosa. Una voce che invita a guardare oltre le apparenze per scoprire la dignità nascosta nelle fragilità di ciascuno.
Contrariamente a quello che saremmo indotti a pensare, la parola scritta ha un margine d’imprecisione, di aleatorietà, di inafferrabilità di cui è priva la parola orale, arricchita di tutta la gestualità e di un rapporto diretto, emotivo, con chi la ascolta. Perciò la parola scritta deve trovare una sua espressività attraverso percorsi estremamente complessi e specifici. Ne era convinto lo scrittore Giuseppe Pontiggia, che articolava il suo pensiero in due brevi lezioni del 1987 e del 1988, ora riunite nel libro Scrittori non si nasce. Il linguaggio della narrativa con un’introduzione di Daniela Marcheschi.
Come spiega l’autore, bisognerebbe coltivare la scrittura come qualcosa di segreto, di clandestino, per avvicinare zone misteriose di sé stessi e conoscere il mondo. C’è un momento decisivo in questo esercizio, quello in cui gli strumenti messi a fuoco attraverso il lavoro di anni producono, con il concorso della cosiddetta ispirazione, l’evento nuovo che è il linguaggio narrativo. Perché “un romanzo non può permettersi di essere inverosimile, la realtà spesso lo è”.
Pontiggia sapeva che, se il linguaggio influenza la vita sociale come insegna l’antropologia linguistica, anche la vita sociale influenza il linguaggio; e in ciò sta la grande responsabilità di ogni essere umano, e dello scrittore ancora di più, in quanto da addetto lavora con la parola in una data comunità. Una funzione culturale e civile insostituibile, la sua, per la tutela di un bene comune. (Daniela Marcheschi)
Giuseppe Pontiggia (1934-2003) pubblica nel 1959 il suo primo romanzo autobiografico La morte in banca. Consulente delle case editrici Adelphi e Mondadori, si dedica alla saggistica e alla critica letteraria. Vince il Premio Strega nel 1989 con La grande sera, il Super Flaiano nel 1994 con Vite di uomini non illustri, il Premio Chiara alla carriera nel 1997 e il Premio Campiello, il Premio Società dei Lettori e il Pen Club nel 2001 con Nati due volte, romanzo tradotto in molte lingue che ha ispirato il film Le chiavi di casa di Gianni Amelio.
Giacomo Leopardiè uno di quei “mostri sacri” della poesia e della letteratura italiana a cui siamo abituati ad accostarci con reverenza fin dai tempi della scuola. Di lui sappiamo la vita isolata, il fisico provato, la mente che aspira all’infinito.
E poi c’è Savinio. Che si getta in un corpo a corpo viscerale guidato da un sentimento antico: la simpatia, che lo stesso Savinio precisa nel significato di “passioni accoppiate“. Un “Leopardi c’est moi” che gli permette digressioni irriverenti, affondi mirati, smascheramenti impensati: come quando si riferisce al “mantello posticcio” del pessimismo del “contino” o quando ironizza sulla passione (molto poco virile, molto poco adatta a un pensatore) per gelati e sorbetti o ancora quando, incontrandolo da ectoplasma
per le strade di Napoli, condivide con il poeta avventure improbabili.
Leopardi – che nel Dialogo della Natura e di un Islandese predice Baudelaire; che nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare predice il Wagner del Tristano; che nei suoi filologici giochi predice Nietzsche; che nelle battute finali del Dialogo della Terra e della Luna predice l’umorismo del music-hall (dice la Terra: «Addio dunque; buon giorno», e la Luna risponde: «Addio; buona notte») – Leopardi noi lo possiamo trattare con la confidenza di un contemporaneo.
Savinio ha inseguito Leopardi per quasi tutta la vita. Lo ha letto, annotato, imitato. Ha sentito una profonda simpatia per la sua persona e per la sua scrittura, affidandola a tre testi indimenticabili: Drammaticità di Leopardi, Il sorbetto di Leopardi e All’insegna dello Starita grande. Un saggio, un articolo di giornale e un racconto. Uno studio critico in anticipo sui tempi, un ritratto dissacrante ma innamorato, una storia di fantasmi e trattorie maledette. Come fil rouge la città di Napoli, luogo di una conferenza sul teatro dialogico del recanatese, sfondo delle passeggiate in discesa del “contino” appassionato di gelati, infine dimora delle sue peregrinazioni da ectoplasma. E se per Savinio le carte napoletane del grande poeta racchiudono la fuga straordinaria di chi «tutto vuole pensare, tutto vedere, tutto notare, prima di arrivare alla libertà», le tre carte leopardiane qui raccolte – come nel celebre gioco truffaldino – nascondono e palesano freneticamente un rispecchiamento che va oltre il tributo.
Dopo l’originale florilegio Vite di Mercurio, curato per Edizioni Spartaco da Silvio Perrella nella collana “Elitropia” diretta da Alessio Bottone, anche questi testi di Savinio su Leopardi sapranno stupire e appassionare il lettore.
Drammaticità di Leopardi. Il sorbetto di Leopardi. All’insegna dello Starita grande. Un saggio, un articolo di giornale e un racconto. Un tuffo di testa nella poetica e nella prosa di Leopardi, nella sua rilettura a fianco e a paragone di altri grandi della letteratura, della lirica, del teatro. Savinio si insinua nelle pieghe delle parole, le seziona e le esamina fino a distillare la grandezza di Leopardi. Lo mette a confronto con una letteratura italiana “priva di dubbi”, “troppo sicura di sé”, “affermativa”, in cui “il contino” “introduce il dubbio – l’utile, fecondo, prezioso dubbio” colmando quella che Savinio stesso definisce una lacuna, grazie alla sua capacità di cercare la dissonanza, di “sonare sui soli tasti neri”. E gli riconosce, soprattutto, la capacità poco comune tra gli uomini di lettere (della sua epoca, come di quella di Leopardi), di non vivere e scrivere nel continuo riferimento a sé: “Leopardi muove dal proprio centro verso la linea d’orizzonte, sempre ferma laggiù e non mai raggiunta”.
I curatori
Silvio Perrella è un palermitano che vive tra Napoli e Roma e torna quanto più può nella sua città d’origine. Tra i suoi libri, Calvino (1999), Fino a Salgareda (2003), Giùnapoli (2006), fino a Doppio scatto (2015), Io ho paura (2018) e Petraio (2021). Con Raffaele La Capria ha scritto Di terra e mare (2018). Ad ora incerta è il suo più recente programma radiofonico dedicato alla poesia, andato in onda sulle frequenze della Radio svizzera italiana. Ore incerte (2024) è il suo ultimo libro-navigazione. Per RadioRaiTre racconta luoghi e persone. Per Edizioni Spartaco ha curato Vite di Mercurio (2023) di Alberto Savinio.
Alessio Bottone è assegnista di ricerca in Letteratura italiana all’Università degli Studi di Salerno. I suoi principali interessi di studio riguardano la cultura del Settecento, la didattica del testo letterario e la prosa del Novecento. Ha pubblicato la monografia Settecento dialogico. Scienza, “militanza”,letteratura (Edizioni dell’Orso, 2022) e curato l’edizione dei Dialoghi intorno a’ tremuoti di Onofrio De Colaci (Franco Di Mauro Editore, 2023). Autore di saggi apparsi in varie riviste scientifiche nazionali e internazionali, per Edizioni Spartaco è direttore della collana di classici “Elitropia”.
Per la prima volta in italiano, la traduzione (per Lorenzo de’ Medici Press), di un classico della narrativa sensazionalistica inglese. Con una sapiente inventiva romanzesca, Le Queux raccoglie in questo libro l’insieme delle rivelazioni scritte – quasi in forma di resoconto storico – dal giovane Feodor Rajevski,il segretario e servitorepersonale di Rasputin. Pagine e pagine di segreti, tradimenti e sotterfugi sconvolgenti attorno alla figura di una delle più inquietanti personalità della Russia moderna.
I colpi di scena si susseguono in unavertiginosa cavalcata storica dove si intrecciano truci passioni, smodata ambizione e tragedia umana. Le Queux, da maestro dell’invenzione, traccia di Rasputin un profilo ipnotico e agghiacciante al tempo stesso, nel cuore della corte imperiale russa e sullo sfondo di uno dei più drammatici momenti della storia: dalla prima guerra mondiale alla rivoluzione.
Ma cosa sappiamo davvero di Rasputin? Grigórij Efimovic Rasputin, ladro di cavalli prima e consigliere privato dei Romanoff e mistico russo dopo, nasce a Pokrovskoe il 21 gennaio 1869 in un villaggio della Siberia orientale. Quinto di nove figli, di cui solo due raggiunsero l’età matura, Rasputin dimostra fin da piccolo un’indole improntata sulla spiritualità. Dopo essersi sposato nel 1887, infatti, lascia la sua famiglia e i lavori nei campi per dirigersi verso un monastero a Verchotur’e e vestirsi dei panni del pellegrino. Ben presto afferma di aver avuto una visione della Madonna di Kazan’ e proprio dopo questo episodio decide di dedicarsi completamente alla vita mistica. In quegli anni visita i luoghi santi a piedi, fa ritorno al suo villaggio per aiutare la famiglia nei lavori agricoli ed è solito tenere degli incontri privati nella propria abitazione. Spostandosi da monasteri a conventi e pregando e vivendo di elemosina, Rasputin arriva a San Pietroburgo dove approda alla corte dello zar Nicola II di Russia e della moglie Aleksandra. A Corte è circondato da donne e si comincia a mormorare che sia in grado di prevedere il futuro e guarire i malati. (dall’introduzione)
William Le Queux (1864-1927) scrittore, viaggiatore e diplomatico, ha proposto al pubblico di tutta Europa oltre 150 romanzi. Considerato un maestro del genere poliziesco, giallo e thrilling, Le Queux univa alle trame complesse e ai colpi di scena un particolare interesse per le vicende storiche del suo tempo che seppe reinterpretare e rendere avvincenti a suo modo. La passione per i documenti e i dettagli storici colloca le sue opere a metà strada fra saggio e romanzo. Fra le sue più fortunate creazioni, La spia dello zar (1910), Il mistero del raggio verde (1915), L’ombra del passato (1915), I segreti del Foreign Office (1920).
Un racconto autobiografico che riporta alla luce gli esordi, l’amicizia profonda con Lucio Battisti e l’epopea dei Dik Dik: la storia di una generazione, scritta da chi l’ha vissuta. Bologna, 6 giugno 2025 – Cosa succede quando a scrivere è chi ha vissuto in prima persona l’inizio di un’epoca? Succede che il racconto si fa vivido, personale, nostalgico e appassionato. È quello che accade in “Storia di due amici e dei Dik Dik”, il nuovo libro di Pietruccio Montalbetti edito da Minerva (con una prefazione di Marco Buticchi), che è al tempo stesso un’autobiografia, un omaggio all’amico Lucio Battisti, e un percorso musicale e umano attraverso i decenni più travolgenti della musica italiana.
Con uno stile diretto e sincero, Pietruccio – fondatore e storico chitarrista dei Dik Dik – rievoca il tempo delle radio pirata, delle prime chitarre sognate e sudate, delle notti passate a provare nelle sale parrocchiali e dei lunghi viaggi in Cinquecento, con strumenti caricati fino al soffitto, pur di suonare in qualche balera di provincia.
Ma soprattutto, racconta Lucio. Non il mito, non il personaggio riservato che poi tutti avrebbero conosciuto, ma “l’uomo”, l’amico. “Quando sento la parola ‘amicizia’, mi viene in mente solo un nome: Lucio”, scrive l’autore. L’incontro con Battisti, avvenuto quasi per caso in uno studio di registrazione, dà il via a un rapporto profondo e duraturo, fatto di stima reciproca e condivisione. Un rapporto che precede la fama, e che proprio per questo è autentico, schietto, commovente.
“Lui suonava e cantava cose sue, alcune acerbe, altre sorprendenti. Mi chiese un parere e io, forse con un pizzico di benevolenza, gli dissi che erano belle. Ma una mi colpì davvero. Decisi di inciderla nel nostro primo disco. Era Se rimani con me. E fu il primo brano a portare ufficialmente la firma di Lucio Battisti”.
Questa storia è anche quella di una band che ha fatto la storia: i Dik Dik. Dagli inizi sotto il nome “I Dreamers”, alle prime audizioni alla Ricordi, dalle prove con l’amplificatore nel pianerottolo fino ai successi in classifica, il libro attraversa la parabola di un gruppo che ha segnato la colonna sonora di una generazione. “Sognando la California”, “Il vento”, “L’isola di Wight”: canzoni diventate inni, specchi fedeli di un’epoca fatta di ribellione, ideali, amori e viaggi interiori.
“I Dik Dik – scrive Marco Buticchi nella prefazione – hanno accompagnato la mia generazione: ci hanno fatto crescere, innamorare, contestare, sognare. E la meraviglia è che quel vento soffia ancora. Quelle canzoni sono leve invisibili, come direbbe Archimede, capaci di sollevare mondi interiori”.
Montalbetti racconta tutto con lucidità e ironia: i provini andati male, i produttori improbabili, le notti senza un soldo e la voglia incrollabile di “fare un disco”. Le pagine scorrono tra aneddoti gustosi, incontri fortuiti, piccoli grandi miracoli della vita. Come la madre di Pietruccio, che per sostenere il figlio durante le prove diventa una presenza costante nella sala parrocchiale. O come don Angelo, il viceparroco che firma una lettera di raccomandazione alla Ricordi pur di aiutarli a ottenere un provino. Una Milano popolare, viva, solidale, fa da sfondo a queste storie: una città in cui tutto sembrava possibile.
“Storia di due amici e dei Dik Dik” è un libro per nostalgici, una dichiarazione d’amore alla musica, all’amicizia, alla giovinezza vissuta intensamente. E anche un promemoria che, dietro ogni grande canzone, ogni mito, ci sono incontri fortuiti, passioni feroci, prove ed errori, e soprattutto persone.
“Lucio era timido, profondo, ossessionato dalla musica – ricorda Montalbetti –. In quella prima giornata passata insieme mi raccontò di suo nonno, che gli aveva costruito il primo flauto con le sue mani. Poi si addormentò, come fanno i bambini piccoli. Era un’anima bella. Non potevi non volergli bene”.
Un libro che emoziona, diverte, commuove. E che lascia in chi legge il desiderio di tornare a quei giorni in cui tutto era da costruire. Pietruccio Montalbetti ci consegna non solo un pezzo di storia della musica italiana, ma anche – e soprattutto – un pezzo della sua vita. E, per estensione, della nostra.
L’autore
Pietruccio Montalbetti Storico chitarrista dei Dik Dik, il gruppo musicale fondato nel 1965 e mai tramontato nel cuore degli italiani, è nato a Milano nel 1941.Tra i loro più grandi successi: Se rimani con me, Sognando la California, Io mi fermo qui, Senza luce, Il vento, Il primo giorno di primavera, L’isola di Wight, Come passa il tempo e molte altre. Con la band ha all’attivo ben quattro partecipazioni al Festival di Sanremo, più una come solista. Ha collaborato con artisti del calibro di Lucio Battisti, Mogol, Rita Pavone, Ricky Gianco, Caterina Caselli, Donatello, Giorgio Faletti, i Camaleonti e Maurizio Vandelli. Appassionato da sempre di viaggi, è stato in Colombia, a Cuba, in Messico, Belize,
Guatemala, India, Nepal, Thailandia, Birmania, Ecuador, alle Galapagos, in Perù, Venezuela, nella Guyana, in Africa e nel Sahara. E’ autore dei libri: Sognando la California, scalando il Kilimangiaro (2011), Io e Lucio Battisti (2013), Settanta a settemila. Una sfida senza limiti di età (2014), I ragazzi della via Stendhal (2017), Il mistero della bicicletta abbandonata (2021).
I tre gemelli imperfetti di Enrico Casartelli è un romanzo che guarda alle grandi saghe familiari, in particolare della letteratura americana. La storia si svolge tra le città di Pisa e Como, in Italia, e New York, Boston e Southampton negli Stati Uniti. Una vicenda che rimanda il lettore alla narrazione di Singer ne La famiglia Karnowski: un affresco familiare che viene narrato attraverso le vicende quotidiane di tre diverse generazioni.
Nel libro di Casartelli la generazione “parlante” è quella dei figli, i tre gemelli che vivono, o meglio cercano di sopravvivere, con una grande ombra a oscurare il loro cuore. La tragica morte dei genitori e l’alone di mistero che la circonda ha condizionato non poco le loro esistenze. La tenacia di Sara porterà i tre a una sorta di rinascita, ingenerata dalla consapevolezza della verità svelata, ristabilendo ordine equilibrio e benessere economico all’intera famiglia, esattamente come accade per Georg Karnowski, il quale incarna il vertice di un percorso di integrazione e ascesa sociale. Percorso poi vanificato dall’indole distruttiva del nipote. Nel libro di Casartelli sarà invece il destino a decidere, ancora una volta, l’interruzione di un percorso appena iniziato.
Il romanzo di Casartelli, anche per le contenute dimensioni, non rientra pienamente nei canoni del genere ma lo ricorda per i tratti caratterizzanti la vicenda e i suoi protagonisti.
Leggendo il libro si configura l’idea che l’autore abbia voluto, raccontando la storia familiare dei Riva, rappresentare un percorso privilegiato per parlare d’altro. Una tendenza che aiuta a meglio comprendere le ragioni di un ritorno del romanzo di famiglia nel panorama letterario italiano del XXI secolo.
In psicoanalisi si definisce romanzo famigliare dei genitori l’insieme delle finzioni che sostengono le ricomposizioni e i malfunzionamenti famigliari di oggi a vantaggio della genitorialità scelta. I figli hanno la tendenza a immaginare genitori diversi, a ricomporre la loro famiglia. Un po’ quello che è accaduto a Giorgio, Enrico e Sara i quali per anni non hanno mai neanche parlato apertamente tra di loro di quanto accaduto ai genitori, alzando dei muri dietro i quali ognuno ha “inventato” le proprie ragioni. Una apparente normalità fortemente voluta per dissimulare la finzione che ha generato un dualismo nelle loro vite, spezzandole. Svelato il mistero sulla morte dei genitori, i tre gemelli possono fare i conti anche con il resto delle loro esistenze, tormentate da incertezze, paure, indecisioni, finzioni e paradossi. In particolare, risulta interessante la figura di Enrico, detto Chicco. Un ragazzo che, contrariamente ai fratelli, non ha compiuto un percorso di studi completo, non ha un ruolo sociale elevato, preferendo lavorare il minimo indispensabile nell’officina dello zio e immaginandosi una vita diversa, alternativa, grazie alla complicità del web e dei social. Posta foto ritoccate o scattate ad uopo per far sembrare, sui social, di essere un benestante che vive a City Life e guida macchine sportive lussuose quando, in realtà, vive in provincia e va in giro con un vecchio motorino.
Questo è un aspetto che invita il lettore a meglio riflettere su quella che è la società oggi. Piuttosto che separare e contrapporre, i media moderni hanno tentato di rendere sempre più flebile la linea di demarcazione tra realtà e rappresentazione, con l’intento di innestare la dimensione immaginaria all’interno di quella materiale. Fin quasi a sostituirla. Ormai tutti sembrano avere una vita perfetta. Ma solo sui social. Chicco ne è un esempio lampante. Solo il ritorno alla vita reale, però, gli restituirà quell’equilibrio necessario a far funzionare la sua esistenza, quella vera.
Enrico sembra aver utilizzato la sua vita social immaginata come rifugio per paure e delusioni di quella reale, esattamente come Giorgio e Sara i quali, pur non trovando un approdo virtuale, hanno egualmente costruito una barriera intorno a sé stessi a protezione di quei sentimenti, di quel dolore che tanto li spaventava.
Sono diversi i temi che Casartelli affronta nel libro, a tratti sembrano esserci anche dei riferimenti a recenti fatti di cronaca che potrebbero, in qualche modo, aver ispirato l’autore in alcuni punti della vicenda, eppure ciò che maggiormente risalta agli occhi del lettore è il costante e pressoché invariato tono narrativo. L’intreccio è molto fitto, gli accadimenti numerosi eppure il ritmo della narrazione rimane, dall’inizio alla fine, ancorato a una modalità che potrebbe essere definita slow motion. Non ci sono scenografici coupe de theatre, litigi violenti o aggressioni verbali o fisiche, i protagonisti mantengono sempre un atteggiamento misto tra l’educazione e la rassegnazione eppure gli accadimenti in più occasioni li mettono a dura prova. Contribuisce a ciò anche lo stile di scrittura adottato dall’autore con un fraseggio breve, dialoghi concisi, riflessioni laconiche e puntuali. Il tutto articolato in numerosi capitoli molto corti, modulati quasi come scene o atti di una rappresentazione teatrale.
Del resto Erving Goffman stesso ha indicato la vita come una rappresentazione teatrale, riprendendo posizioni che già sono state di Shakespeare e Pirandello. In nessun momento di una rappresentazione teatrale il pubblico si convincerà che quella sul palco sia la vita reale eppure osservando la “messa in scena” degli attori esso non potrà non riflettere su quanto di reale vi sia. Egualmente il lettore de I tre gemelli imperfetti in nessun momento penserà che quella sia una storia “vera” eppure sarà proprio la multivalenza degli individui rappresentati che le donerà l’autenticità del realismo che il lettore si aspetta.