L’educazione emotiva, una rivoluzione culturale gentile. Due libri di Gabriele Plumari

Se possiamo insegnare l’inglese ai bambini delle elementari, perché non possiamo fare lo stesso con l’educazione emotiva?  Gabriele Plumari, manager e autore di narrative psicopedagogiche, ha ben chiaro il tipo di approccio che, al giorno d’oggi, sarebbe indispensabile tra giovani e adolescenti. Nei suoi libri, infatti, l’autore affronta i drammi adolescenziali per proporre una rivoluzione educativa e culturale, ma che possa essere alla portata di tutti. Si tratta di un’educazione non solo della mente, ma soprattutto del cuore racconta Plumari: i suoi libri, “Paolo e i Quattro Mostri” e “10 – La Perfezione dell’Imperfezione” fanno immergere i suoi lettori in un mondo vero e diretto, fatto di dolore, di sofferenza, ma anche di rinascita e speranza.

Nel primo libro, Paolo cresce in un ambiente crudele, segnato da abusi sessuali, violenza fisica e bullismo. L’unico conforto è il cibo, che diventa il suo “quarto mostro”. Questi mostri, metafora delle sue dipendenze e traumi, lo accompagnano fino all’età adulta, trasformandolo in una persona che perpetua la stessa violenza subita. Ma grazie all’amore e al supporto, “le catene di odio” possono essere spezzate. Nel secondo libro, invece, si parla di Marta, un’adolescente brillante e disciplinata, che insegue la perfezione in ogni aspetto della sua vita: a scuola, nella danza e persino nel controllo del cibo. Cresciuta in una famiglia ossessionata dal successo e dall’apparenza, si trova schiacciata sotto il peso di standard irrealistici. È un viaggio tra pressioni sociali e complessità dell’adolescenza, ma che permette una profonda riflessione sul concetto di felicità.

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I miei libri non sono semplici racconti – spiega Plumari – ma degli specchi che riflettono la realtà di oggi. Gli adolescenti devono affrontare sempre più drammi, e spesso si ritrovano ad “affogare” nella loro solitudine. Vorrei davvero che ci fosse un cambiamento, che può avvenire solo attraverso l’impegno di noi adulti . Dietro le sue storie, infatti, c’è un progetto più grande: il sogno di una rivoluzione educativa.

Secondo Plumari, infatti, ci sarebbe la necessità di introdurre dei percorsi di educazione sentimentale nelle scuole, supportati dalla presenza di terapeuti che possano fungere da ponte tra insegnanti, genitori e alunni. La nostra società è sempre più connessa, ma sempre più fragile – sottolinea l’autore – e i nostri ragazzi si ritrovano soli, i genitori e i docenti sono spesso impreparati ad affrontare le nuove sfide emotive. Vorrei un mondo in cui i problemi fossero prevenuti attraverso un cambiamento culturale e scolastico, in cui ogni bambino possa essere accolto e guidato verso una crescita emotiva consapevole.

La scrittura di Plumari evidenzia come una maggiore consapevolezza emotiva potrebbe prevenire molti dei drammi che popolano le cronache: suicidi, violenze, isolamento e disturbi psicologici. Per Plumari, la chiave è formare una generazione capace di affrontare le difficoltà con empatia e resilienza, rompendo il ciclo di sofferenza che troppo spesso caratterizza la crescita.

L’anima creativa del manager, inoltre, ha uno stile ben preciso, basato sulla semplicità e la chiarezza. Vorrei raggiungere tutti, anche chi non legge abitualmente. Non mi interessa impressionare con lo stile. Mi interessa che il mio messaggio arrivi forte e chiaro, e che sia capace di sostenere i bambini più vulnerabili, di formare genitori più consapevoli e di aiutare gli insegnanti a gestire la complessità delle nuove generazioni. Dietro ogni tragedia c’è l’opportunità di riscatto, e dietro ogni difficoltà si nasconde una possibilità di crescita, aggiunge Plumari, convinto che una rivoluzione “gentile” sia indispensabile, ma perfettamente attuabile. Basta solo volerlo. Lo dobbiamo ai nostri ragazzi.

‘Purgatorio’, l’esistenza deragliata di Ilaria Palomba

Il canto XV del Purgatorio di Dante è un’eccezione. Si tratta di un canto di passaggio, dove la consueta narrazione si ferma per far posto a una parentesi meditativa. Il primo elemento incontrato è la luce, messa in rilievo, come spesso avviene nell’opera, da una precisazione astronomica. La luce attraversa l’intero canto, tiene assieme gli altri temi solo all’apparenza irrelati; e in questo frangente è sia quella del sole sia quella dell’angelo che indica l’uscita dal girone. Il lettore si confronterà con tre vicende: quella di Maria, che anziché rimproverare il figlio smarritosi nel tempio si rivolge dolcemente a lui mettendo a nudo il suo patimento; quella di Pisistrato che, malgrado l’avversione della moglie, perdona il ragazzo reo di aver baciato sua figlia; la sequenza culmina infine con Stefano – il martire che, lapidato, perdonerà i suoi carnefici.[1]

Anche la vita di Ilaria Palomba raccontata in Purgatorio è un passaggio: dalla morte alla vita. Dal buio alla luce. Ma non si tratta di una vera e propria resurrezione. Di sicuro non è stato un percorso facile. Iniziato con lunghi mesi di degenza ospedaliera durante i quali a farla da padrone è stato il dolore, provato fin dal primo risveglio in ospedale, nel «ventre del Leviatano», uno «spazio liscio tra terra e cielo, un Purgatorio».

La vicenda narrata da Alighieri dello smarrimento di Gesù ragazzo a Gerusalemme e della reazione dolce di Maria, propria della poetica e del linguaggio del Purgatorio dantesco, ricorda molto la relazione che Ilaria ha con sua madre, l’atteggiamento di quest’ultima la quale, in netta contrapposizione al comportamento del marito, è molto accondiscendente con la figlia, nonostante la sua riottosità e scontrosità. Anche se è con il padre che Ilaria ha lo scontro maggiore perché questi proprio non riesce a comprendere le ragioni delle sue azioni.

Nella società contemporanea stiamo assistendo, tra l’altro, a un ritorno in grande stile di un atteggiamento di stampo neo-romantico, caratterizzato principalmente da una sempre più diffusa rivalutazione degli aspetti affettivo-emotivi come valore fondamentale per l’essere umano.[2]

L’individuo delle “tribù” contemporanee è un enfant eternel, un bambino completamente assorbito in un suo universo affettivo-emotivo. Usciti definitivamente dalla cultura “eroica” giudaico-cristiana che ha caratterizzato la modernità, basata sulla concezione di un individuo attivo e padrone di sé e dell’ambiente circostante, si sarebbe entrati nell’universo del “vitalismo” delle tribù postmoderne, fondato non più sulla pianificazione e sulla realizzazione di determinati progetti ma prevalentemente orientato a lasciar godere del piacere di stare insieme, di condividere l’intensità del momento, di prendere il mondo per quello che è.[3]

Quello che stiamo vivendo oggi sembra dunque un processo di slittamento da un individuo dotato di un’identità stabile che esercita le sue funzioni sulla base di rapporti contrattuali ben definiti, a una persona fornita di molteplici possibili identificazioni, in grado di ricoprire indifferentemente svariati ruoli all’interno di “tribù affettivo-emotive”.[4]

Sulle spalle dell’individuo occidentale incombeva, circa un secolo fa, una patologia psichica definita clinicamente nevrosi. Oggi incombe la depressione. Se la nevrosi va considerata un “dramma della colpa”, la depressione è una “tragedia dell’insufficienza”. La conquista della definitiva emancipazione dell’individuo finalmente sovrano, il diritto di scegliere, il dovere di diventare se stessi, senza poter fare appello ad alcun ordine esterno, avrebbe imposto un pesante tributo, rappresentato appunto in una forma alternativa di dipendenza: la dipendenza da se stessi.[5]

Le peculiarità socio-psicologiche che caratterizzano l’attuale fase del processo di individualizzazione, sarebbero legate fondamentalmente alla paralisi dettata da una sorta di terrore: quello che l’uomo contemporaneo ha di scoprire in se stesso i motivi della sua dipendenza, la sua fragilità, la sua inevitabile mortalità, in breve tutto ciò che gli ricorda la sgradevole verità dei suoi limiti. Egli soffre della “malattia di non saper soffrire”.[6]

Per Ilaria il reincanto è l’amore, lo cerca senza neanche rendersi conto di farlo, lo rifiuta con la stessa intensità, inconsciamente, perché le forze lesioniste e distruttive hanno sempre o quasi la meglio. Anche l’amore per lei è dolore. Un dolore che spesso si trasforma in rabbia o in ossessione.

«Essere ossessionati è vivere il pensiero come un doppio mostruoso, farselo scivolare dentro senza nessuna forma di erotismo. È uno stupro. Io non volevo sognare, ogni volta sognavo qualcuno che mi assediava, erano le persone che avrei ucciso se non avessi deciso di uccidere me. Il suicidio è un omicidio mancato».

In tutto il mondo, quasi 800.000 persone si suicidano ogni anno. Le evidenze suggeriscono che per ogni persona che muore suicida, vi sono molte più persone che tentano il suicidio. Circa l’85-95% delle morti per suicidio si verificano in persone con una malattia mentale diagnosticabile al momento del decesso. Il disturbo più comune che contribuisce al comportamento suicidario è la depressione. Le esperienze infantili traumatiche, tra cui soprattutto l’abuso fisico e sessuale, aumentano il rischio di tentato suicidio. L’isolamento, quasi tutte le malattie mentali e alcune malattie croniche pongono i soggetti a rischio di suicidio.[7]

Ilaria non ha malattie mentali eppure, secondo lo psichiatra che la segue, una volta fuori dall’unità spinale potrebbe essere a rischio suicidio. Ancora. Per lei «vivere è un Purgatorio senza uscita, neanche la morte è vera, non si può fuggire da nessuna parte. Ogni porta è sbarrata. Vivere è un obbligo cui non posso sottrarmi, devo solo scegliere se farlo da cadavere o da persona».

Si è tentati di pensare che un incidente possa restituire senso a una vita dilaniata, come quella di Ilaria che non voleva vivere ma neanche morire: sospesa nel mezzo di tutti i mondi, sospesa tra le dimensioni. Sospesa in quel pensiero dissociato che diventa realtà, verità. Ella considera il deragliamento una feritoia attraverso cui il reale si mostra. E invece l’incidente può rappresentare solo la luce che illumina il buio, il nascosto, l’incompreso.

Una scelta difficile da comprendere quella di Pisistrato nel già citato canto del Purgatorio. Dante lo scelse come esempio di mitezza d’animo, riprendendo un episodio raccontato da Valerio Massimo: un giovane, innamorato della figlia del tiranno, l’abbraccia e la bacia in pubblico suscitando l’ira della madre della ragazza che chiede vendetta per l’offesa subita. Ma Pisistrato risponde con atteggiamento pacato e contenuto, dimostrando grande temperanza e dominio di sé.

L’episodio rimanda a quanto narrato nel libro da Palomba anche se nel lettore rimane il dubbio se riferirlo al comportamento di Ilaria, la quale non riesce a contenere se stessa oppure a suo padre il quale sembra non vedere e non capire le reali e profonde ragioni alla base degli atteggiamenti di sua figlia. Oppure ancora nell’atteggiamento remissivo di sua madre, laddove diventa ella stessa una contemporanea Pisistrato e, nonostante gli incitamenti del marito, non riesce a dare addosso alla figlia perché in fin dei conti sembra proprio questo ciò che Ilaria vuole. Prendersi la colpa. Di tutto. Farsi del male. Sentirsi vicina al suo faro oscuro: «Sono una suicida, la diagnosi più consona è suicida, perché è sin dalla nascita che faccio l’amore con la morte». E che la ricerca. Nello scontro con i genitori come nelle storie d’amore: «Gli uomini che ho amato erano tutte le manifestazioni della morte».

Esattamente come il canto XV del Purgatorio dantesco, anche il libro di Ilaria Palomba è un’eccezione. Una narrazione di passaggio che racconta il percorso di un’esistenza deragliata la cui protagonista comunica con il e al lettore la sua esigenza meditativa e riflessiva senza uno scopo prefissato se non quello di capire e dare risposta ai tanti interrogativi che attanagliano la mente e il corpo di Ilaria. È questa la luce che ella rincorre per l’intero libro.

 

Il libro

 

Ilaria Palomba, Purgatorio, Alter Ego Edizioni, Viterbo, 2025

[1]M. Renzi, Dal tenue allo straziante: Purgatorio XV, L’Indiscreto, 11 marzo 2021.

[2]G. Pecchinenda, Il coinvolgimento tecnologico: il Sé incerto e i nuovi media, in Quaderni di Sociologia, 44/2007 – la società contemporanea / Giovani e nuovi media.

[3]M. Maffesoli, Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini e Associati, Milano, 2004.

[4]G. Pecchinenda, op.cit.

[5]A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino, 2010.

[6]H.E. Richter, Il complesso di Dio, Ipermedium Libri, S.Maria C.V (CE), 2001.

[7]C. Moutier, Comportamento suicidario, in Manuale MSD.

‘Come la neve nessun rumore’, il thriller ad alta quota di Marco Lugli

Trecentosessantacinque pagine intrise di sentimenti con un’unica costante, la vita. E’: ‘Come la neve nessun rumore’, un’indagine ad alta quota per il commissario Gelsomino, il nuovo libro di Marco Lugli.

Reduce dai precedenti successi, tornano le indagini del commissario Gelsomino, alla sua sesta avventura. Il romanzo, scritto da Marco Lugli, è preceduto infatti da diversi episodi: Nel Tuo Sangue, Ego Me Absolvo, La Madre (romanzo finalista Amazon Storyteller), Le Sepolture, È solo il mio nome.

Il romanzo, ambientato in Val di Fassa, presenta fin dalle prime pagine le prodezze naturalistiche delle Dolomiti. Il commissario Gelsomino, trovatosi in vacanza, si trova coinvolto in un’indagine surreale, dove il malcapitato protagonista è il giovanissimo Ivan, figlio di Tiziano Detomas. Il testo di Lugli fotografa con precisione la realtà cui chi vive in montagna si trova a districare: da un lato vi è la voglia di non deteriorare le bellezze naturali, dall’altra vi è l’esigenza di far soldi e poter sopravvivere con la stessa. Una contraddizione che ben viene raccontata nel romanzo di Lugli, la stessa che vede contrapposti in due visioni differenti Ivan e suo padre. Il testo racconta storie veraci e personaggi ben costruiti. Nuovi e vecchi volti si mescolano insieme, creando con Gelsomino un dream team capace di andare a capo della verità assoluta. Sullo sfondo una storia avvenuta vent’anni prima, che vede protagonisti Livio Pederiva e Piero Bernard, la cui amicizia si interruppe “per il taglio di una corda”. Stesso taglio che Lugli utilizza per raccontare la storia di Ivan, le cui vicende regalano al lettore un thriller avvincente e sensazionale. Marco Lugli è uno scrittore indipendente che vive e lavora tra l’Emilia e il Salento. Ai noti romanzi gialli dedicati alle indagini del commissario Luigi Gelsomino affianca titoli di narrativa contemporanea. Il suo ultimo romanzo è adatto agli amanti del thriller e ancora una volta, attraverso il personaggio di Gelsomino, regala al suo pubblico un’indagine senza pari. Una tragedia in alta quota.

Lugli riflette sui pericoli dell’alpinismo, unendo le sue osservazioni a riferimenti cinematografici che arricchiscono ulteriormente il contesto.
“Come la neve nessun rumore” è un romanzo imperdibile per gli appassionati di thriller, che riesce al contempo a celebrare la sublime bellezza della natura. Con uno stile narrativo chiaro e avvincente, l’autore costruisce un’intensa storia di comunità divisa tra la conservazione del suo patrimonio naturale e le pressioni economiche.

“Haiku- Centomila stagioni di cuore”, la nuova raccolta poetica di Lisa di Giovanni

“Haiku- Centomila stagioni di cuore” di Lisa Di Giovanni (Edizioni Jolly Roger) è una raccolta poetica che ci trasporta in un viaggio attraverso le stagioni e l’amore, utilizzando l’antica forma poetica dell’haiku. Con una struttura divisa in cinque sezioni — una per ciascuna delle quattro stagioni e una dedicata all’amore — il libro esplora i cambiamenti ciclici della natura e i momenti fugaci, ma profondamente intensi, dell’esperienza umana.

La scrittura di Lisa Di Giovanni è delicata e contemplativa, evidenziando una raffinata capacità di osservazione affinata dalla sua carriera nel giornalismo. Attraverso i suoi haiku, in soli diciassette sillabe, riesce a catturare l’essenza di paesaggi naturali e sentimenti, offrendo una finestra aperta su mondi ricchi di dettagli. La semplicità dello stile si unisce a un tocco personale e moderno, trasformando ogni componimento in un piccolo capolavoro di chiarezza ed emozione. Le stagioni vengono dipinte con immagini vivide e dettagliate: l’autunno è caratterizzato da foglie dorate, nebbie avvolgenti e crepitii del camino; l’inverno è il silenzio della neve, il gelo e la magia dei cristalli di ghiaccio; la primavera risveglia i sensi con boccioli, piogge tiepide e voli di rondini; l’estate brucia con il sole, il mare e le melodie dei grilli. Queste descrizioni non solo mostrano il cambiamento della natura, ma anche i riflessi emotivi che tali cambiamenti suscitano nel cuore umano.

La sezione dedicata all’amore approfondisce le sfumature delle emozioni amorose: dalla gioia alla nostalgia, dalla passione al conforto. Attraverso le immagini poetiche, l’amore emerge come un’esperienza multiforme e universale, intessuta con le stagioni della natura e della vita. Di Giovanni dipinge momenti di intimità con grande delicatezza: baci sotto la pioggia, mani intrecciate, vecchie lettere cariche di ricordi che riemergono, testimonianza di un sentimento che, nonostante il tempo, continua. La struttura del libro mira a creare un’esperienza di lettura condivisa: mentre una persona legge i versi, l’altra può concentrarsi sull’immagine correlata, immergendosi nel profondo legame tra parola e arte visiva. La stessa poesia si sviluppa in un ambiente rilassante e multisensoriale, potenziata dall’uso di incenso e tisane, come suggerito nella quarta di copertina.

 

 Sinossi

L’Haiku è un tipo di espressione poetica breve fiorita in Giappone intorno al 1600 e si compone, nella sua forma canonica, di tre versi suddivisi in diciassette sillabe (che poi sarebbero “more”, ma per semplicità chiamiamole pure sillabe). Beneficiò del suo massimo splendore durante il periodo Edo con i versi del celebre Matsuo Bashō, ed è giunto ai nostri giorni attraverso una serie di contaminazioni che ne hanno fatto una forma di espressione poetica tra le più ricercate. Dallo schema sillabico 7-5-7 siamo approdati a configurazioni più duttili, dettate dalle esigenza comunicative che prevedono la reciprocità di flusso tra parola scritta e lettore, così che la moderna arte dell’Haiku – pur rispettando la filosofia che ne guida da sempre il componimento – si gratifica di un respiro più ampio svincolandosi dai rigidi schemi metrici ai quali la poesia dei Maestri giapponesi era assoggettata. L’interazione che si viene a creare, inoltre, tra parola e immagine, plasma un nuovo approccio interpretativo al componimento, permettendone la godibilità anche come lettura di coppia. Gli Haiku presenti in questo volume, infatti, sono composti da tre versi e un’immagine ciascuno, proprio affinché ci si possa alternare tra la lettura del testo e la contemplazione dell’illustrazione, affinché chi si concentra sulle immagini possa assorbirne il profondo legame con i versi senza dover distogliere occhi, attenzione e anima dalla figura che completa l’Haiku. L’alternanza tra narratore e spettatore, magari vissuta in un ambiente rilassante e impreziosito dall’aroma leggero di un incenso non troppo aggressivo, crea così un rapporto profondo che fonde poetica e immagine generando un vincolo super sensoriale tra i protagonisti di questa esperienza condivisa.

L’autrice

Lisa Di Giovanni, originaria di Teramo e residente a Roma da oltre vent’anni, è una figura poliedrica nel panorama professionale e culturale italiano. Laureata in psicologia con un master in HR Executive Manager presso la RBS, lavora per una società di telecomunicazioni. Dirige inoltre un ufficio stampa che si occupa di editoria, pubbliche relazioni e organizzazione eventi: PR & Editoria. È consigliere nel direttivo dei Lions Valle Siciliana-Isola del Gran Sasso e portavoce dell’ANAS, dove si occupa di pubbliche relazioni e progetti di inclusione sociale. Come giornalista, dirige il semestrale “La finestra sul Gran Sasso” e la rubrica “Echi di Psiche” per Fix on Magazine. Ha pubblicato diverse opere con Edizioni Jolly Roger e ha co-creato la serie di fumetti “Human’s End” con Marco Sciame. Dal 2021, fa parte di un team di eccellenze italiane supportato dalla Confederazione AEPI ed è cofondatrice del marchio ‘Sinapsi 180’. Per Edizioni Jolly Roger è anche responsabile della collana “Poesia”.

 

‘Le donne di Maddalena’, il romanzo rurale di Giuseppina Mormandi

Edito Blitos EdizioniLe donne di Maddalena di Giuseppina Mormandi esplora un recente passato, fatto di dolore, segreti e donne che erano costrette a tacere. L’autrice affronta il tema della questione femminile nei primi anni del ‘900, quando la donna era un oggetto inattivo all’interno di una società patriarcale il cui utilizzo era solo al fine della procreazione. La maestria con cui Mormandi descrive le atmosfere rurali e semplici, tipiche di un piccolo paese in quell’epoca storica, trascina il lettore in un avvicendarsi di diapositive in bianco e nero, nel corso della lettura, in cui non si può fare a meno di sentirsi parte del racconto e di quel tempo non troppo lontano. Il romanzo è ambientato nell’immaginario paesino di Pietraia, intorno ai primi anni del ‘900; quando la storica levatrice viene a mancare sopraggiunge in quella piccola realtà contadina e semplice, come quasi tutti i paesi dopo la Grande Guerra, Maddalena: una ragazza bellissima discendente da una generazione di donne che aiutano a mettere al mondo bambini. La sua è un’entrata particolare: arriva a Pietraia a dorso di un asino con pochi averi ma con una sedia pulitissima.

 

Maddalena è la nuova Mammana: la donna che aiutava le altre donne a partorire, a celare una gravidanza indesiderata, o dava il suo sostegno a partorienti che avevano vergogna o timore del loro stato. Nonostante, all’inizio, il Paese la accolga con glacialità e indifferenza pian piano Maddalena diventa punto di riferimento per le donne di Pietraia. Confidente, amica e guida la sua figura appare essenziale per quelle donne abbandonate a una piccola e tacita realtà. Attraverso il personaggio di Maddalena ci si interfaccia con un’epoca storica che mette di fronte alle rapide trasformazioni della vita quotidiana e a quanto la donna fosse costretta ad affrontare sfide giornaliere al limite della sopravvivenza. Ma la protagonista del libro di Giuseppina Mormandi non è solo una Mammana, ma è anche una bellissima donna; alta, slanciata e con lunghi capelli neri acconciati per mezzo di lunghe trecce, la sua bellezza diventa fonte di fastidio per gli uomini di Petraia.

‘’Era nata verso la fine dell’Ottocento, di bella presenza, trecce nerissime che portava attorcigliate sulla testa a forma di corona. Di carnagione delicata, con occhi azzurri che contrastavano con la capigliatura corvina; sulle orecchie spiccavano un paio di orecchini d’oro molto particolari, raffiguranti un’ape con incisa sopra la lettera emme stilizzata’’.

Se da un lato don Alessandro, farmacista del paese, anela alla giovane quasi come fosse un sogno proibito e irraggiungibile, il parroco Don Luigi si accosta alla figura di Maddalena con aria supponente e superiore: il mestiere di Maddalena è un’ etichetta, a prescindere, e per via della sua professione, automaticamente, il parroco la considera priva di vergogna, impudente e spudorata.

Nonostante la trama segua le vicende di Maddalena, quello che colpisce del romanzo – oltre alla dovizia di particolari e all’estrema abilità descrittiva di momenti, luoghi, emozioni e atmosfere – è l’intersecarsi di varie storie nell’intero filone narrativo. La questione femminile si snoda attraverso vicende variegate che raccontano il dispiacere e il dolore di tante donne. Maddalena è ormai punto di riferimento per  la popolazione femminile di Petraia: la chiamano non solo per i parti ma per qualsiasi altro problema. La sua, però, è una missione delicata che non lascia spazio a questioni personali; spesso il suo lavoro significa anche raccogliere un fagottino, ben celato agli occhi altrui, e lasciarlo alla ruota del convento delle monache.

La grazia di Maddalena nella sua professione, fatta con discrezione, scoperchia un altro doloroso punto per le donne del passato: le ruote dell’abbandono, note come ruota degli esposti,  sinonimo di dolore, gravidanze indesiderate, povertà, violenza, miseria. L’autrice fa luce su un passato patimento che ha investito e travolto tante, troppe donne: la vergogna e la paura di una gestazione, le violenze subite da uomini di potere, un modo di vedere l’attività sessuale solo come dovere coniugale, la copulazione atta esclusivamente a scopo procreativo. L’imbarazzo di un argomento tabù come il sesso in un ambiente dominato dagli uomini; una società che marginalizzava il sesso femminile, relegandolo a una condizione di passività che le voleva come incubatrici  per la procreazione in un contesto di povertà e di eterna vergogna cucita addosso, solo per il semplice motivo di esser nata donna o di mettere al mondo altre figlie, donne, convivendo con un bruciante senso di mortificazione.

Il fulcro della trama è, però, legato alla sparizione di Maddalena; la sua scomparsa getterà l’intero Paese nella desolazione completa e nel senso di smarrimento.  Sarà proprio la sparizione della protagonista a recare un intenso colpo di scena all’interno della trama. La sua assenza segnerà la vita delle donne di Paese, facendo comprendere quanto invece la sua presenza fosse essenziale per la comunità intera. Le ipotesi sulla sparizione si avvicenderanno nei discorsi dei paesani che, attoniti, non sapranno cosa pensare di questo improvviso allontanamento. Fino a quando Maddalena farà ritorno, con un finale non scontato e sorprendente.

La trama complessa e avvincente induce il lettore a numerose riflessioni grazie anche alla narrazione in cui si intersecano diverse storie, quasi come fosse un romanzo corale. L’autrice evoca atmosfere di un passato che si intreccia a tematiche di sofferenza femminile attraverso una delicatezza narrativa ed elegante capace di cogliere sfumature di afflizione, resilienza e forza esplorando temi universali come le trasformazioni di una società, il supplizio consunto di anime mute, il potere della solidarietà femminile.

Le donne di Maddalena racconta la dura condizione femminile, l’epidemia di spagnola, l’ombra aleggiante delle ‘’ gestazioni del disonore’’, la mancanza di cultura e la povertà di ambienti rurali e semplici,  i sogni infranti di quelle donne del passato che parevano vivere solo attraverso la vita che davano ai figli. In alcuni tratti della lettura sopraggiunge, quasi involontariamente, un parallelismo con L’Amica Geniale:  in Elena Ferrante La maternità è presentata in tutta la sua complessità, non priva sentimenti negativi, angoscia e sofferenza. Le donne non hanno desiderio sessuale, ma devono subire quello degli uomini, il sesso è un dovere nei confronti dei mariti che non può mai essere negato e anche la procreazione, come nel romanzo di Mormandi, diventa l’unico appiglio alla vita.

Leggendo Le donne di Maddalena di Giuseppina Mormandi si ha come l’impressione di leggere un capolavoro tipico della poetica neorealista; riportando alla memoria antiche consuetudini dei piccoli paesi rurali, l’autrice  fa luce su un mondo dimenticato fatto di lacrime silenti e di donne che hanno combattuto portando nel loro intimo un tormento  muto ma pulsante.

Virilità, ‘oltre il maschio debole’

Prima ancora di diventare cavia per la scienza, punturina performante per qualche film porno inglese, oggetto d’antiquariato fascista su qualche bancarella sul lungomare estivo di Cattolica od ossessione per qualche collettivo femminista, la virilità appare tipo la Madonna, come manifestazione d’origine: nudità dell’uomo innanzi a sé stesso. È forza fisica che si accompagna alla compattezza intellettuale – nel ricordo della Kalokagathia – e alla rettitudine morale – un padre che si fa esempio per manifestarsi al figlio – è la prosperità e la morte, la guerra e la fertilità, il mondo selvaggio di Ercole che doma il leone e di San Michele Arcangelo che azzitta il demonio sotto i suoi calzari: il governo delle forze prorompenti della vita e della natura, così del proprio spirito.

È ancora il fallo che diventa divinità oltre la banalizzazione pornografica, tanto in Giappone, quanto nella mitologia romana con Priapo, poi nuda muscolarità – così come nel 2013 la mascolinità fu intelligentemente raccolta in una potente mostra al d’Orsay , “Masculin/Masculin”, l’universo maschile attraverso l’arte – la punta del fioretto nel duello che fece “giustizia” tra Bontempelli e Ungaretti o il ver sacrum, rito arcaico con cui si fondavano nuove colonie, come anche rinnovata competizione tra maschi, fondamento della virilità, come ben inquadra Jack Donovan nel suo Le vie degli uomini:

“Interagiamo socialmente come membri di un gruppo o dell’altro. Questa ripartizione non è arbitraria o culturale, ma sostanziale e biologica. I maschi non devono limitarsi a comportarsi da maschi con le femmine, ma anche con gli altri maschi […] Le donne pensano di poter rendere gli uomini migliori riducendo la mascolinità a ciò che desiderano da essi. Ovviamente, gli uomini vogliono che le donne li desiderino, ma l’approvazione femminile non è l’unica cosa che gli interessa”.

Oltre il maschio debole

Tra i suoni della fondazione interiore, la virilità rimane certificazione di originalità rispetto alla creatura, sanità strutturale, e diventa arma contro la corruzione del tempo e delle anime. È forza generatrice, individuale, conflittuale, un atto equilibrante che migliora l’uomo perché lo rende capace di esplorare i propri limiti, le proprie fragilità, il dolore, il senso del rifiuto, del fallimento, esistendo in una continua dicotomia di attacco e difesa, coraggio e disperazione; l’esatto contrario della pratica del presente, in cui non v’è dialogo con la sensibilità per l’uomo della folla, universale, senza confine, obbligato a un continuo superamento del limite, per questo incapace di pensarsi e di generare un pensiero critico, di approfondire ciò che vive, perché destinato alla replica, alla produzione, a scambiare la felicità con la soddisfazione della gratificazione istantanea, confondendo i contorni di ogni ruolo per confluire nel calderone dell’emozione di servizio, di uno stato di agitazione emotiva permanente.

Così ci ricorda Roberto Giacomelli nel suo Oltre il maschio debole (Passaggio al Bosco):

“Il maschio debole, deprivato di [queste] forze ancestrali indispensabili alla virilità, è senza difese nei confronti di qualsiasi aggressione. Questa subdola strategia, palese o subliminale, impedisce l’integrazione delle naturali pulsioni aggressive, che non riconosciute ed accettate: essere vengono represse, generando disagio psichico”.

La virilità nell’uomo integro, realmente sovrano di se stesso, dunque, è una forza unificante e non distruttrice, generatrice, che trova traduzione e che, oltre ogni insana lettura ideologica, equilibra le dimensioni interiori, affinché la saggezza e la potenza, il carisma e la forza, l’amore e l’odio, il credere e l’agire, l’aggressività e la pace coesistano in un’efficace declinazione.

Elevazione sopra la paura che non è sfida di tossica mascolinità ma un’acquisizione di consapevolezza rispetto alla propria natura umana, debole e fragile, origine di quel thymos caro a Platone e Aristotele, come ira che smuove il cuore e la mente degli uomini nella ricerca della salvezza che non si può barbaramente confondere con l’aggressività: bestemmie per il mondo del conformismo e della demolizione dei sessi nei mille generi possibili, in cui tutto è ridotto alla freddezza scientifica, di cui ci parla anche Harvey Mansfield nel suo Virilità (in Italia per LiberiLibri):

“Sia la psicologia sociale sia la biologia evoluzionistica, infatti, si occupano soltanto della manifestazione più rozza della virilità, l’aggressività, ignorando del tutto, invece, il fenomeno dell’assertività virile. Un uomo virile si fa valere affinché la giustizia in cui crede non resti inascoltata. Si espone per richiamare l’attenzione su ciò che ritiene importante, talvolta su questioni molto più grandi di lui. Il fatto è che la scienza […] ignora completamente il thumos”, come “qualità dell’animo che spinge in particolare gli uomini virili, a rischiare la vita per salvarsi la vita. Siccome la virilità vive di quel paradosso, deve essere necessariamente più complessa del banale istinto all’aggressione, alla dominazione e all’autoconservazione a cui la scienza cerca sempre più di ridurla […]”.

Nel perfetto bilanciamento delle condizioni evocate esiste la virilità. L’istinto del maschio a dominare e dominarsi, proteggere e non soffocare, affrontare e non umiliare, se stesso e il sesso opposto, è orientato da una “morale del Bene” che punta alla generazione della felicità e della realizzazione per mezzo di valori e principi portanti, come l’onore e il rispetto, la diplomazia e la forza, l’onestà e la pietà – insieme ad altri – oggi vissuti come pericoloso retaggio limitante il progresso antropologico nel mondo dell’indistinto. Gli uomini, dunque, ritrovino la “disponibilità a sudare e sanguinare” (Jack Donovan) perché combattere, come ci ricorda Sam Sheridan, non è tanto una superficiale “prova di virilità”, bensì qualcosa che ha a che fare con la conoscenza di sé (…)”

 

‘’L’altra Metà di Giove’’ di Rossini-Lupi, cambiare la vita attraverso il passato

L’altra metà di Giove è il romanzo di Mariateresa Rossini e Jacopo Lupi edito Lupieditore che indaga le profondità dell’animo umano e, soprattutto, sottolinea quanto il passato sia fondamentale nella storia di ognuno, arrivando alcune volte condizionare in modo complesso il presente. Una lettura scorrevole che, tuttavia, attraverso il viaggio emotivo e personale del protagonista scandaglia sfumature e aspetti della vita umana che, spesso, emergono sotto forma di battaglie interiori quando meno lo si aspetta. Il filo conduttore dell’intero romanzo sembra racchiuso in un quesito che, indirettamente, si pone al lettore: le ombre e i legami del passato, il tempo che è stato, quanto possono condizionare la vita quotidiana? Partendo da questa domanda il romanzo conduce il lettore, in modo magistrale e delicato, verso una riflessione profonda: è possibile spezzare le catene che tengono prigionieri in un tempo remoto difficile metabolizzare, ed è possibile guarire emotivamente rinascendo in un nuovo presente fatto di libertà e leggerezza, emotiva soprattutto.

Il protagonista del romanzo è Giove, un giovane ragazzo universitario dal nome importante, un nome  che da bambino era stato causa di scherno ma a cui ha sempre tenuto tantissimo. Un ragazzo con, all’apparenza, una vita tranquilla: nel corso della lettura numerosi personaggi (Sun, Ambra, Cristal, Richie la Dottoressa Soul) daranno numerosi spunti di riflessione al lettore, in una trama che capitolo dopo capitolo sembra sempre aggiungere un tassello in più facendo percepire a chi si accosta alla lettura l’autenticità dell’intero romanzo. La vita di Giove scorre lenta accanto al ricordo vivido dell’amato Nonno Giulio: un personaggio emblematico, un avvocato ‘’vecchia scuola’’ dedito al suo lavoro ma con un rimpianto doloroso,  quello di non esser riuscito a salvare la moglie Rosa – che lui amava chiamare Rose – persa in una fredda giornata di primavera.

‘’Ero tanto felice in quei momenti, e la vicinanza di nonno Giulio non mi faceva sentire quella solitudine che ogni tanto percepivo. […]Spesso da piccolo, anche quando ero in compagnia, quella sensazione di mancanza, di malinconia, mi veniva a fare visita, ed era faticoso far finta di nulla, mascherarla con un sorriso per non far preoccupare i miei genitori. Con il nonno invece era diverso, riuscivo a dirgli sempre tutto, a fargli le domande che ai miei genitori non riuscivo a fare, e lui sapeva sempre come consolarmi, come farmi tornare a star bene’’.

Una vita come tante, quella di Giove, che sarà trasformata da un colpo di scena: un evento improvviso, infatti, costringerà il protagonista a fare i conti con le parti oscure e adombrate del proprio essere, nonché con la propria fragilità. A questo proposito, è possibile notare come il romanzo affronti con estrema maestria sia il tema dei legami familiari, e la loro l’influenza nel quotidiano, sia l’importanza del confronto con sé stessi: scendere, rimestare, trascendere e rinascere.

Naufragare per poi riemergere: le Costellazioni Familiari

La bellezza di questo libro, che può essere configurato in  un romanzo di formazione,  si può notare anche dalla capacità degli autori di affrontare tematiche complesse in toni delicati e liliali ma, soprattutto, è interessante riscontrare come il lettore possa immedesimarsi nelle battaglie interiori del protagonista e nel concetto di rinascita. La narrazione non è statica ma si inserisce in un contesto che se da una parte induce alla riflessione sulla base degli eventi che dovrà affrontare Giove, dall’altra esplora l’interessante concetto delle Costellazioni familiari. Il protagonista non solo andrà a confrontarsi con quelle ombre lugubri celate per troppo tempo dentro se stesso ma questa dimensione  lo ‘’investirà’’ anche in un senso più tangibile e concreto, non solo per mera astrazione; Giove, infatti, nel corso della trama sarà travolto da culmini di disperazione  ma sarà proprio grazie a questo oscuro spazio della sua vita che riuscirà a tornare in carreggiata sui binari della propria esistenza attraverso un viaggio interiore , profondo, meditato e doloroso. Accanto a lui c’è sempre la figura di Sun: complicata ma luminosa, metafora di luce in un susseguirsi di circostante tetre che oscurano la vita di Giove.

La relazione con Sun sarà essenziale per il protagonista in quanto, grazie al suo personaggio, riuscirà a giungere a una completa comprensione del proprio Io. In questo senso emerge l’interessante concetto delle Costellazioni Familiari di Bert Hellinger, tecnica di analisi e terapia che si sviluppa nell’ambito della psicologia sistemica e che riprende aspetti di altre teorie come lo psicodramma di Moreno, l’ipnosi di Milton Erickson e la psicologia della Gestalt. La pratica delle Costellazioni Familiari analizza come i legami familiari celati influenzino il quotidiano e quindi scelte e dinamiche del soggetto. Un passato che influenza il presente: le Costellazioni Familiari rendono consapevole una persona che si trova imprigionata in dinamiche cristallizzate, offrendo delle soluzioni per risolverle . Una presa di coscienza contrassegnata da metodi risolutivi per liquefare tutto ciò che di tetro si è assorbito da quel nucleo di origine che è la famiglia, arrivando a condizionare il presente della persona e impedendo il raggiungimento dell’autentica felicità.

 

‘’Emilia guardò Sun confusa, le avvicinò le labbra a un orecchio e le sussurrò: «Le Costellazioni possono aiutare a liberare i blocchi emotivi e a portare alla luce schemi familiari nascosti. Molte volte, ciò che viviamo nel tempo presente è legato a dinamiche familiari che risalgono a generazioni fa. Quando lavoriamo su questi schemi, possiamo guarire e avere relazioni più sane con noi stessi e con gli altri»’’.

 

L’altra metà di Giove. La complessità delle emozioni umane foriera di rinascita

 

Nel corso della trama il passato si presenterà al protagonista: le influenze dei legami familiari su Giove si tradurranno in conflitti che il giovane dovrà affrontare e cercare di dipanare. Uno schema che ogni lettore può aver vissuto nel corso della propria vita; la lotta interiore del protagonista diventa occasione di spunto riflessivo e, in questo senso, gli autori offrono una visione globale di tutte le emozioni sperimentate: c’è la battaglia, ma anche l’emozione, il sentimento e soprattutto la complessità. Complesso, come spesso capita di pensare, non è sinonimo di prolisso.

Il libro è un viaggio totalizzante in un mondo interiore decostruito e , in alcune pagine, quasi onirico che giunge nel finale a una costruzione cosciente  spiegando e analizzando ogni sfumatura dell’animo e dell’emotività umana. La complessità analizzata nel testo di Lupi e Rossini è sinonimo di arricchimento interiore, di propensione al dettaglio, ma non di difficoltà nel senso più funereo del termine ma di intrico che si risolve con una rinascita luminosa e abbagliante, anche se questo significa dover fare i conti con circostanze ferali e funeste. Un libro che offre una prospettiva diversa:  a volte il passato è limitante, ma la rinascita è possibile e anche la libertà.

‘Moti d’inerzia’, di Mariagrazia Spadaro Norella. L’architettura dei personaggi

“Moti d’inerzia”, è il nuovo libro di Mariagrazia Spadaro Norella, costruito sulle infinite combinazioni dell’architettura e pubblicato da Edizioni Libreria Croce di Fabio Croce, in distribuzione da giugno 2024.

La forza di “Moti d’inerzia” risiede senza dubbio nella costruzione di personaggi autentici. Ognuno di essi, sviluppato con cura e profondità, risuona in armonia con gli altri, intrecciando storie di vita che si richiamano a vicenda. I personaggi sono infatti sapientemente miscelati, creando un racconto strategico ed emozionante.

Numerosi sono i temi che l’autrice, attraverso una narrazione coinvolgente e moderna, porta alla luce: dipendenze, figli perduti e ritrovati, solitudini e incapacità di amare, allucinazioni e follia, fino ad arrivare all’abuso sessuale e all’ossessione per le proprie ambizioni. I sogni raccontati da Spadaro Norella svelano il lato oscuro e inedito della loro natura. I protagonisti di “Moti d’inerzia” sognano in grande, e proprio i loro sogni li conducono verso un baratro fatto di privazioni, slanci eccessivi e mortificazioni del corpo. Sono storie emozionanti, dove il sogno si dissolve, lasciando spazio alla disillusione.

L’opera offre profonde riflessioni sulla realizzazione personale e sulla difficile ricerca di un’identità artistica significativa. È un viaggio all’interno dei personaggi, capace di cogliere le loro più intime peculiarità, i loro sogni e i loro peccati. Un testo che, pagina dopo pagina, guida il lettore nelle vite di persone comuni, descritte con un linguaggio fluido e colloquiale.

Il titolo, “Moti d’inerzia”, è perfetto per rappresentare un mondo in cui l’inerzia e il movimento si mescolano, dove l’alternanza tra andare e tornare diventa l’unica via per vivere appieno. Mina, Paola, Simona, Bartolomeo, Pietro, Mattia, e molti altri personaggi apriranno le porte delle loro esistenze ai lettori più attenti, offrendo un’opera moderna che affronta con profondità numerosi temi di grande rilevanza.

I protagonisti di “Moti d’inerzia” – attori, pittori, cantanti, circensi – sono prigionieri dei loro stessi sogni artistici. Ognuno, intrappolato nella propria vita, è incapace di trovare il proprio posto nel mondo. Queste storie, tutte pervase da un’amara ironia e ambientate nelle periferie romane, raccontano di dipendenze, figli perduti e ritrovati, solitudini, incapacità di amare, allucinazioni e follia.

Info biografiche

Mariagrazia Spadaro Norella è nata a Roma nel 1966. Architetto appassionato, si è dedicata principalmente al recupero di aree degradate nelle città come Roma, Milano e Torino, restituendo questi spazi ai cittadini. Ha partecipato a concorsi internazionali di architettura, focalizzati sullo sviluppo di piazze e periferie, oltre che sulla realizzazione di musei e laboratori artistici in scuole ed edifici industriali dismessi. Attualmente si occupa della ristrutturazione di grandi uffici. Parallelamente alla sua professione, ha iniziato a scrivere: dapprima testi tecnici e di settore, poi racconti, culminati nella raccolta “Moti d’inerzia” negli ultimi quattro anni. Nel 2023, ha seguito il percorso di specializzazione “Narrativa/Romanzo Over 30” presso la Scuola Holden di Alessandro Baricco. Attualmente frequenta un corso di sceneggiatura presso la Scuola Tracce a Roma. Il suo sogno è trasformare uno dei racconti della raccolta in un film.

 

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