‘Moti d’inerzia’, di Mariagrazia Spadaro Norella. L’architettura dei personaggi

“Moti d’inerzia”, è il nuovo libro di Mariagrazia Spadaro Norella, costruito sulle infinite combinazioni dell’architettura e pubblicato da Edizioni Libreria Croce di Fabio Croce, in distribuzione da giugno 2024.

La forza di “Moti d’inerzia” risiede senza dubbio nella costruzione di personaggi autentici. Ognuno di essi, sviluppato con cura e profondità, risuona in armonia con gli altri, intrecciando storie di vita che si richiamano a vicenda. I personaggi sono infatti sapientemente miscelati, creando un racconto strategico ed emozionante.

Numerosi sono i temi che l’autrice, attraverso una narrazione coinvolgente e moderna, porta alla luce: dipendenze, figli perduti e ritrovati, solitudini e incapacità di amare, allucinazioni e follia, fino ad arrivare all’abuso sessuale e all’ossessione per le proprie ambizioni. I sogni raccontati da Spadaro Norella svelano il lato oscuro e inedito della loro natura. I protagonisti di “Moti d’inerzia” sognano in grande, e proprio i loro sogni li conducono verso un baratro fatto di privazioni, slanci eccessivi e mortificazioni del corpo. Sono storie emozionanti, dove il sogno si dissolve, lasciando spazio alla disillusione.

L’opera offre profonde riflessioni sulla realizzazione personale e sulla difficile ricerca di un’identità artistica significativa. È un viaggio all’interno dei personaggi, capace di cogliere le loro più intime peculiarità, i loro sogni e i loro peccati. Un testo che, pagina dopo pagina, guida il lettore nelle vite di persone comuni, descritte con un linguaggio fluido e colloquiale.

Il titolo, “Moti d’inerzia”, è perfetto per rappresentare un mondo in cui l’inerzia e il movimento si mescolano, dove l’alternanza tra andare e tornare diventa l’unica via per vivere appieno. Mina, Paola, Simona, Bartolomeo, Pietro, Mattia, e molti altri personaggi apriranno le porte delle loro esistenze ai lettori più attenti, offrendo un’opera moderna che affronta con profondità numerosi temi di grande rilevanza.

I protagonisti di “Moti d’inerzia” – attori, pittori, cantanti, circensi – sono prigionieri dei loro stessi sogni artistici. Ognuno, intrappolato nella propria vita, è incapace di trovare il proprio posto nel mondo. Queste storie, tutte pervase da un’amara ironia e ambientate nelle periferie romane, raccontano di dipendenze, figli perduti e ritrovati, solitudini, incapacità di amare, allucinazioni e follia.

Info biografiche

Mariagrazia Spadaro Norella è nata a Roma nel 1966. Architetto appassionato, si è dedicata principalmente al recupero di aree degradate nelle città come Roma, Milano e Torino, restituendo questi spazi ai cittadini. Ha partecipato a concorsi internazionali di architettura, focalizzati sullo sviluppo di piazze e periferie, oltre che sulla realizzazione di musei e laboratori artistici in scuole ed edifici industriali dismessi. Attualmente si occupa della ristrutturazione di grandi uffici. Parallelamente alla sua professione, ha iniziato a scrivere: dapprima testi tecnici e di settore, poi racconti, culminati nella raccolta “Moti d’inerzia” negli ultimi quattro anni. Nel 2023, ha seguito il percorso di specializzazione “Narrativa/Romanzo Over 30” presso la Scuola Holden di Alessandro Baricco. Attualmente frequenta un corso di sceneggiatura presso la Scuola Tracce a Roma. Il suo sogno è trasformare uno dei racconti della raccolta in un film.

 

‘Non è il paese di Dracula’. Paolo Ciampi esplora la Romania oltre gli stereotipi in un nuovo reportage di viaggio

Da oggi in libreria Non è il paese di Dracula (Bottega Errante Edizioni), il nuovo libro di Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, che ci accompagna alla scoperta della Romania, una terra ricca di fascino e contraddizioni. Cos’è la Romania? Questa domanda, punto di partenza del viaggio, si trasforma in un’opportunità per scardinare luoghi comuni e scoprire un paese ricco di storia, cultura e bellezza paesaggistica. Un viaggio che dalla capitale si snoda attraverso le selve e i castelli della Transilvania, fino a raggiungere le coste più remote bagnate dal Mar Nero.
Un reportage leggero ma documentato che mescola storia, incontri, gastronomia, immaginari. Non sarà dunque facile dare una risposta, in questa terra che continua a fare i conti con un’ingombrante eredità socialista e le insegne al neon della globalizzazione.

Prima di un libro è stato un viaggio in cui le sorprese sono andate di pari passo col dissolversi di tanti luoghi comuni. E alla fine il lontano e il vicino si sono mescolati ed è arrivata la sorpresa più grande di tutti: la Romania, ho scoperto, poteva essere lo specchio di ciò che è l’Italia, di ciò che siamo stati e siamo noi italiani. Con le nostre storie intrecciate, ma anche con le tante amnesie e i tanti pregiudizi che dicono più di noi che dei romeni.
È successo in uno dei momenti più straordinari che ho potuto vivere in Romania, mentre cenavo col pesce del Danubio in un villaggio del Delta, a pochi chilometri dal Mar Nero. Mi sembrava di abitare una sorta di nicchia spazio-temporale. La sensazione di essermi lasciato tutto questo grande paese alle spalle ma anche di potermi portare qualcosa di importante al ritorno in Italia.
Allora è da qui che vengono, mi sono detto. E ho pensato alla dentista che ha curato i miei denti e ai muratori che mi hanno rimesso a posto la casa; al ragazzo che ogni mattina mi porge i giornali e ai tanti studenti che ho incontrato nelle scuole: tutti romeni, i nostri nuovi concittadini.

È da qui che vengono, mi sono ripetuto, da questo paese dove sono stato accolto con calore e gentilezza.
E non so spiegarmi bene, ma è pensando questo che ho sollevato un bicchierino di grappa di prugna. Ho brindato a me e alla Romania, a me e all’Italia, a me e all’Europa. E davvero non so spiegarmi bene, ma mi sono sentito migliore.

La Romania e i luoghi comuni. Nella migliore delle ipotesi: si va perché è la terra di Dracula. Ecco, l’ho detto, così mi tolgo subito il pensiero. Non è per questo che sto partendo? Allo stesso modo di quando me ne andai in Galles e Cornovaglia alla ricerca di Re Artù. Allora è per questo che può valere la Romania, per il Principe della Notte? Non ne sono tanto convinto.

L’autore

Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ama intrecciare letture e cammini in città o in montagna, che ha raccontato in libri quali La strada delle legioni, Tre uomini a piedi, Per le Foreste Sacre L’aria ride. Ha all’attivo una trentina di titoli per editori quali Arkadia, Mursia, Vallecchi, Giuntina, Ediciclo, Edizioni dei Cammini, Clichy, Spartaco. È stato selezionato per il Premio Strega nel 2020 con L’ambasciatore delle foreste e nel 2022 con Il maragià di Firenze. Recentemente ha pubblicato anche La terapia del bar e Anatomia del ritorno, mentre per Bottega Errante è già uscito nel 2019 con Gli occhi di Firenze, nel 2022 con Un popolo in cammino, nel 2023 La zingara di Montepulciano. Attivo nella promozione degli aspetti sociali della lettura, partecipa a numerose iniziative nelle scuole. Organizza piccoli festival e rassegne in bar, circoli di periferia e borghi dell’Appennino.

‘Olocausta’ di Giuseppe Mastrangelo. Le parole prima dell’azione

Il 12 settembre del 1919 D’Annunzio guidò un gruppo di militari da Ronchi fino a Fiume. Tra l’inverno e l’estate del 1920 le trattative internazionali portarono ad un compromesso: la città contesa divenne uno stato indipendente. L’8 settembre del 1920 gli uomini di D’Annunzio che occupavano la città la chiamarono “Reggenza italiana del Carnaro”. Con questa istituzione D’Annunzio ottenne il controllo della città. La Reggenza ebbe una costituzione, la Carta del Carnaro, scritta da Alceste de Ambris e rielaborata dal Vate. Questo statuto prevedeva un modello di società utopistico.

L’atmosfera dei ruggenti anni venti rivive nel libro Olocausta di Giuseppe Mastrangelo che si prefigura come un raro esempio di romanzo storico breve italiano contemporaneo.

Il romanzo è ambientato nel periodo storico della conquista e permanenza a Fiume di Gabriele D’Annunzio e della proclamazione della Reggenza del Carnaro. Insieme a figure frutto di immaginazione, quale quella della protagonista, vengono quindi tratteggiati personaggi ed eventi storici reali anche se, ai fini della narrazione, non sempre la biografia delle persone e la cronologia degli eventi corrispondono a come si sono effettivamente svolti.

Il resto è tutto vero. Dal 12 settembre 2019 al 18 gennaio 1921, per la prima e finora unica volta nella storia, un poeta ha guidato una rivoluzione. Una straordinaria avventura che ha visto un popolo e il suo Vate anticipare i costumi di cinquant’anni. In questa città-Stato fu vissuta la prima rivoluzione sessuale della modernità. Un sessantotto sperimentato nei fatti con mezzo secolo di anticipo e dove per la prima volta si imposero realmente i principi della parità dei generi, dell’uguaglianza e del diritto alla felicità, per come codificati nella Carta del Carnaro.

Mastrangelo nel raccontare la sua storia individuale, fa conoscere al lettore un importante pezzo di storia sconosciuto ai più, un significativo esempio di come le idee e i valori democratici possano essere applicati in una comunità. Questo documento è stato un esempio innovativo di come le istituzioni possano essere modellate in modo tale da garantire la massima partecipazione dei cittadini alla vita politica. La Carta del Carnaro è infatti un documento di grande valore storico e culturale, che rimane ancora oggi a testimonianza dei valori della società fiumana, nonché una delle carte costituzionali più interessanti della storia italiana.

Olocausta offre l’occasione all’autore di far comprendere a fondo cosa spinse degli italiani ad aderire alle idee di D’Annunzio tra i promotori di  una legge fondamentale aperta e dinamica, poiché, oltre a servire da strumento ordinatore e stabilizzatore della vita sociale, indicava i processi che dovevano ancora essere realizzati.

L’autore mostra come la Costituzione di Fiume può essere intesa come un ordine politico-sociale carente di concretezza sul piano della prassi reale. Lo statuto non solo rispose all’esigenza del suo momento storico, quella di stabilire la struttura dello Stato, la forma di governo, il modo di acquisizione e di esercizio del potere, l’organizzazione dei suoi organi, i limiti di attuazione, i diritti e le garanzie individuali, i fondamenti dei diritti economici, sociali, politici e culturali, ma servì anche come strumento principale della società del futuro.

Mastrangelo epura la vicenda storica da ogni possibile ideologizzazione concentrandosi sull’aspetto sentimentale e sul potere rivoluzionario che la Carta di d’Annunzio a Fiume quando decise di darsi nel 1920, al momento in cui parve necessario a lui e agli altri membri del suo Comando strutturare quel potere nella forma di un nuovo Stato:

«Stamani» proseguì D’Annunzio. «Stamani dopo una notte di veglia stellata, mi rifluivano nel cuore quella freschezza e quella potenza, mentre guardavo entrare nel porto prezioso come una conca di perla la nave carica di frumento condotta dai miei Uscocchi.» E indicò il bastimento su cui tutti si erano fermati nei loro affaccendamenti per ascoltarlo. «Non aveva campane Fiume, da suonare a stormo? Non aveva bande di rondini, da riempire il cielo di strida? Fiume non ha campane e non ha rondini. Ma ha i suoi grandi Alalà. Compagni, abbiamo il nuovo pane. Sembra pane fatto con il frumento di quel solstizio.

L’entusiasmo degli uomini e dell’unica protagonista donna di Olocausta è contagioso, e ci riporta ad un epoca storica dove emerge in tutta la sua chiarezza l’insofferenza per le categorie politiche ottocentesche di destra e sinistra, giudicate superate dai tempi e incapaci di dare effettiva espressione ai bisogni della nuova società di massa. Alla fine dell’Ottocento infatti , dopo che d’Annunzio fu eletto deputato ed entrò in Parlamento sui banchi della destra, già l’anno successivo, dopo l’assassinio del re Umberto I, annunciò la sua conversione politica: d’ora in avanti, disse, sarebbe stato un uomo di sinistra, perché essendo “uomo d’intelletto vado verso la vita”. 

Va verso la vita Vittoria, soprannominata Olocausta, che subirà un mutamento radicale, insieme a Guido Keller che crede nel potere delle parole:

«Le parole sono azione, Giovanni» rispose senza alcuna esitazione e sempre sorridendo Keller. «Io ho portato qui a Fiume il più grande parolaio del mondo e solo grazie alle sue parole l’avventura è potuta iniziare e andare avanti. Parole di miele innervate nel ferro dei fucili e nella polvere da sparo delle bombarde. Ma senza le parole né i fucili né le bombarde possono attivarsi.»

Non è un caso che Mastrangelo rappresenti il Vate come un grande affabulatore, capace di incantare le masse grazie alla sua ars oratoria, in modo teatrale, come se stesse seducendo una donna. Se il contesto storico ricostruito è ineccepibile, l’azione viene sovrastata dalle parole proprio in virtù dell’importanza che queste rivestono per D’Annunzio, parole che fondevano insieme Bergson e Nietzsche, vitalismo e nichilismo, e facevano da appoggio ad avanguardie più diverse, ma unite dall’odio per la democrazia.

Una riproposizione in chiave romanzesca della Carta del Carnaro forse trova il suo senso proprio con Mastrangelo: nel suo far emergere in controluce le alternative possibili che sussistevano all’indomani della Grande Guerra, giacché essa è in fondo il lascito più ambizioso di un’impresa, quella di d’Annunzio, che contiene ed esprime un dualismo attualissimo: tra gestione autoritaria e gestione liberale e democratica del potere, tra disconoscimento sostanziale e rispetto puntuale dell’alterità, tra cittadinanza esclusiva e cittadinanza inclusiva. 

‘L’ultimo continente’ di Alberto Muzzi. Tra thriller, ambiente e geopolitica

L’Antartide è stata scoperta prima di Cristo ed è stata toccata fisicamente nel XVIII secolo, nonostante già Aristotele parli del continente. Questa terra gelida e ghiacciata che contribuisce continuamente ai cambiamenti del nostro pianeta, con le sue dimensioni è uno dei moti principali del sistema naturale/ambientale globale. Il primo che toccò le coste dell’Antartide fu James Cook nel 1774, mentre le prime missioni italiane si facevano in nave partendo dalla Nuova Zelanda.

L’avvocato Alberto Muzzi, cimentandosi in un saggio geopolitico e ambientale dialogato dai risvolti thriller e distopici, sposta l’azione della vicenda raccontata ne “L’ultimo continente” pubblicato dal Gruppo Editoriale Santelli, in un futuro non troppo lontano.

Nel 2039, l’aumento vertiginoso delle temperature ha reso l’Antartide un territorio abitabile. I governi di vari Stati attendono in segreto la scadenza, ormai prossima, del Trattato di Internazionalizzazione dell’Antartide, per appropriarsi di un continente vergine, incontaminato e ricco di risorse naturali. Leo, consulente legale di Roma, viene ingaggiato da Katrine, geologa e figlia del presidente del Sud Africa, per assisterla in una disputa legale contro la Gas Prom, multinazionale norvegese che la ragazza reputa coinvolta nella morte del padre. Mettendo alla prova le sue doti investigative, Leo scoprirà l’esistenza di una società segreta, della quale la stessa Katrine fa parte, chiamata “Protocollo”. I due resteranno intrecciati in una pericolosa missione internazionale da cui dipendono le sorti dei popoli di tutto il pianeta. La storia di questo romanzo, sebbene inventata, è paurosamente plausibile, perché basata su fatti storici, evidenze documentali ed eventi realmente accaduti.

L’ultimo continente richiama alla memoria l’omonimo eco-romanzo di Midge Raymond, ma a differenza del romanzo della scrittrice statunitense, l’opera di Muzzi si concentra sul senso di inquietudine che domina la storia e i rapporti di potere sulle questioni ambientali e climatiche cui fa da contraltare il rapporto sentimentale tra i due protagonisti. In tal senso è degna do nota la costruzione dei personaggi principali. Leo ad esempio è l’antieroe della storia, un uomo comune, che si trova improvvisamente catapultato in un mondo più grande di lui, fatto di segreti e complotti che minacciano la sua vita, Katrine, invece è una donna forte e determinata, guidata dal desiderio di giustizia e dalla volontà di scoprire la verità sulla morte del padre. La loro relazione costituisce di per se un breve racconto sentimentale immerso in una vicenda geopolitica complessa, un inserto romantico che conferisce maggiore umanità ed emotività alla storia.

La scoperta dell’esistenza del “Protocollo”, una società segreta di cui Katrine fa parte, complica ulteriormente la trama. Si tratta di gruppo, che opera nell’ombra, impegnato a prevenire che l’Antartide cada nelle mani sbagliate, proteggendo non solo il continente ma anche l’assetto geopolitico globale; è credibile l’idea di una società segreta che lavora per il bene comune attraverso mezzi non convenzionali? Questo si chiede inevitabilmente il lettore, che si sente non estraneo all’ambientazione distopica, talmente è plausibile e razionalmente realizzabile. Non mancano riferimenti alla stretta attualità e in particolare al gigante energetico russo Gazprom attualmente in declino a causa del crollo delle vendite:

«Seguiamo il filone russo…» rispose cripticamente. Ero indeciso se insistere o meno. Vivevo nel costante timore di “svelare” la mia finzione. Gretel aveva parlato di attività commerciali della Gas Prom. Alex parlava, adesso, di “filone russo”. Feci uno più uno.
«Intende le attività commerciali intrattenute dalla Gas Prom con il governo russo?»
«Esattamente» rispose ancora Alex che, però, non aveva alcuna intenzione di sbottonarsi.

La Russia d’altronde, si presta benissimo a storie dove i complotti e gli intrighi la fanno da padrone, complice la natura misteriosa e incomprensibile dell’orso russo, intuita da Winston Churchill: “La Russia è un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma”, celebre citazione il cui significato sembra davvero aleggiare per tutto il libro, inducendo il lettore ad interrogarsi sul valore della visione politica e culturale adottata da una Nazione.

Muzzi dimostra abilità nel mantenere alta la tensione narrativa, alternando convincenti passaggi thriller, inserti informativi sulla storia delle spedizioni in Antartide, a momenti di riflessione, di analisi storica, attraverso soprattutto lo sviluppo dei personaggi che interpretano spesso i pensieri che si pone il lettore. L’intreccio, sebbene abbastanza complesso, si dipana chiaramente, grazie ai colpi di scena ben congegnati da parte dell’autore che contribuiscono a mantenere alto il livello di suspence.

L’autore

Alberto Muzzi, avvocato, laureato in Diritto Commerciale Internazionale all’Università di Firenze. Consulente in materia di impresa e diritto ambientale. Appassionato di viaggi e di scrittura, trae ispirazione dalle mete che ha visitato.

‘Luna senza Aria’, il fantasy sui generis di Virginia Scarfili

Con una scrittura magnetica e fantasiosa Virginia Scarfili accompagna il lettore all’interno di un romanzo fantasy, Luna senza aria dove i personaggi sono ben caratterizzati ed empatici. Un romanzo adatto a tutte le età.

“Ogni scelta che facciamo è una nuova realtà… il dejà vu è una rapida occhiata dall’altra parte. Quasi tutti lo sperimentiamo…sentiamo di essere già stati in quel luogo perché, in effetti, noi ci siamo stati ma… in un’altra realtà. È un altro percorso… la strada non intrapresa”

“Si tratta di un fantasy diverso dal solito e forse già questo può destare una certa curiosità. Lo definirei sui generis, c’è la magia, ma non solo: il lettore si troverà immerso in dimensioni nuove, nello spazio sconfinato a lottare tra l’amore e un destino già deciso; a risolvere enigmi attraverso citazioni letterarie che porteranno la protagonista alla risoluzione di segreti e che l’accompagneranno per l’intero romanzo. Dicevo di un fantasy sui generis perché è anche molto terreno; Luna va all’università e condivide l’appartamento con coinquiline che senza sapere dei suoi poteri l’aiuteranno a risolvere misteri” ha dichiarato l’autrice. “Tutte le persone che circondano la vita di Luna sono fondamentali, e sono tante davvero. Ogni personaggio del romanzo è un pezzo del puzzle che la protagonista dovrà incastrare per far tornare a posto le cose che diciotto anni prima avevano subito un brusco cambiamento. E, soprattutto, il lettore si ritroverà, senza rendersene conto, ad ascoltare musica, vedere film, assistere a un musical, leggere poesie e libri, tutto durante la lettura di Luna senz’Aria”.

Luna e Aria sono le prescelte da cui dipenderà la salvezza dell’oscuro pianeta Lemniscata, un mondo mentale che orbita tra la Terra e la luna creando il segno dell’infinito e legato all’isola di Lunaria dove le ragazze vivono. Luna non ha mai conosciuto la madre Dalia, scomparsa dall’isola diciotto anni prima. Quando Dalia si ripresenta a Lunaria, le zie di Luna, con le quali ha sempre vissuto, le proibiscono di parlare con lei. Intanto Aria scompare dall’isola e per ritrovarla Luna ha bisogno dell’aiuto della madre, l’unica che conosce la maniera per attraversare il pianeta Lemniscata. Tra segreti, enigmi e colpi di scena, Luna non capirà fino alla fine se potersi fidare di Dalia, andando contro tutte le persone a lei più care. La conoscenza di un ragazzo terrestre la travolgerà, rendendo più difficile l’arduo compito che le spetta.

L’autrice

Virginia Scarfili, classe 1977,siciliana di Catania vive a Cesena. Laureata in Lettere e specializzata in Storia della Lingua Italiana, lavora come docente di Lettere a scuola e insegna dizione e ortoepia a teatro. Con De Agostini ha pubblicato il fantasy Luna per Aria nel 2014, i cui diritti appartengono di nuovo all’autrice dal 2023. Nel 2015 auto pubblica su Amazon il chick lit Pensavo fosse dieta invece era Dukan divenuto Fuori di dieta quando nel 2016 Rizzoli chiede i diritti.

“Segreto a più voci” di Fernando Bermúdez tradotto per la prima volta in Italia da Edizioni Spartaco

Fernando Bermúdez, Premio Cortázar 1994 e Premio Juan Rulfo 1997, è per la prima volta in Italia, ospite di “Un borgo di Libri 2024. Intelligenza naturale…” a Casertavecchia (borgo antico di Caserta), festival diretto da Luigi Ferraiuolo, per la presentazione del suo nuovo atteso romanzo “Segreto a più voci”.

Domenica 15 settembre nella cattedrale di Casertavecchia, Bermúdez è stato presentato il romanzo “Segreto a più voci”, tradotto dallo spagnolo da Giovanni Barone e pubblicato in prima edizione assoluta in Italia dalla casa editrice indipendente Edizioni Spartaco, libro atteso da lettori e critica da trent’anni, dopo la fortunata raccolta di racconti “La metà del doppio”, che è valsa allo scrittore prestigiosi riconoscimenti.

Nato a Buenos Aires nel 1962, Bermúdez vive a Stoccolma dove ha riunito un circolo di autori latinoamericani lì residenti, il Grupo Estocolmo, e vi coordina laboratori di scrittura. È docente di Linguistica moderna all’Università di Uppsala e membro della Writers Society Sweden.

In segreto a più voci, protagonista è un ragazzino la cui voce si alterna con quella di María Carmen, una donna stravagante che ogni giorno depone fiori sulla tomba di Perón e che finisce per essere testimone di un fatto di cronaca che colpì molto la società argentina del tempo: la profanazione della cappella funebre e il furto delle mani del corpo imbalsamato del presidente.

Le due storie si alternano ed entrano in contatto, costruendo un contrappunto che acquista sempre maggiore intensità fino a sovrapporsi in un finale sorprendente.

Bermúdez utilizza e decostruisce diversi generi letterari, dal poliziesco al romanzo di formazione, dai racconti del terrore al romanzo storico, giocando sulla tensione tra realtà e finzione.

Segreto a più voci : trama

Un ragazzino ascolta le ultime parole del padre ormai in fin di vita. Durante l’agonia, l’uomo svela all’adolescente “una teoria cospirativa secondo la quale l’allora presidente argentino Juan Domingo Perón è già deceduto e che un gruppo di congiurati sta cercando di occultare la sua morte per mantenere il potere”. Da qui prendono vita le storie di Paulino, il Paraguaiano, Maria Carmen.

Addirittura, questa donna stravagante, mentre va a portare i fiori sulla tomba del presidente defunto, assiste alla “profanazione della cappella funebre e al furto delle mani del corpo imbalsamato del presidente”. Un fatto che la fa apparire come la Maria Maddalena che sarà testimone della Resurrezione di Gesù; e proprio tale similitudine, lascia pensare che ogni lettore possa dare vita al proprio romanzo.

Segreto a più voci. Contenuti e stile

Segreto a più voci è una pregevole opera di letteratura che richiama Finzioni di Borges, come il grande scrittore argentino, anche il suo connazionale Bermudez Borges, in realtà, non si preoccupa tanto della scrittura ma piuttosto della lettura, e soprattutto del lettore, in quanto l’atto dello scrivere nasce proprio da un fine didattico: è il narratore a spiegarci come va il mondo in cui viviamo e che arreca in noi tanta confusione. Ma colui al quale si rivolge chi scrive, il destinatario comprende davvero il linguaggio di quel testo?

L’universo variegato proposto da Bermudez, in cui le vite degli uomini comuni sono mischiate a quelle dei grandi nomi della storia, e in particolare a quello di Peron che aleggia su l’intero romanzo, può essere una finzione che diventerà ipotesi e poi realtà? Bermudez mostra come la letteratura possa penetrare la vita, modificarla, elevarla, sublimarla, attraverso l’immobilizzazione del tempo, richiamando alla mente una frase del racconto I Teologi di Borges: “Il tempo che fuggì resta nella memoria; sarò di certo capace di ricostruire quel che allora accadde”.

Bermudez imbastisce una storia complessa e affascinante il cui fine è quello di risultare credibile per il lettore: ogni personaggio, ogni scenario, ogni interpretazione sembrano suggerire il pensiero: ma io cosa c’entra con questa storia? Mi può riguardare?

L’autore si avvale di uno stile asciutto e diretto, primo di retorica, ma ricco di ricordi che fluiscono in un flusso narrativo che a volte sembra un fiume in piena, altre volte si arresta, quasi in stallo, pervaso da un senso di morte. Peron è un archetipo; una sorte di Ade che tira i fili dei personaggi terrestri anche dall’oltretomba, rappresenta il trauma storico con cui l’Argentina ancora oggi deve convivere, la storia che l’Occidente ancora non conosce a fondo.

Alcuni personaggi nel romanzo si percepiscono anche se non vengono citati, come il dittatore Jorge Rafael Videla, perché ogni romanzo è figlio della Storia collettiva e personale, agitata dalle nevrosi, dalle paure e dai conti non fatti con essa, di ognuno di noi.

 

La casa editrice

Edizioni Spartaco è nata nel 1995 a Santa Maria Capua Vetere: l’avventura è cominciata con quella che per decenni è stata l’unica guida della città, nonostante il formato sia diventato tascabile e il prezzo più economico. Dal 2003 ha solcato il mare della distribuzione nazionale, un oceano irto di insidie, infestato dai mostri sacri dell’editoria, bastimenti più forti economicamente e più potenti per tradizione e autorevolezza presso i media, capaci di pubblicare opere immortali oppure di scivolare sull’acqua con leggeri bestseller dalla vita intensa ma breve.

Una piccola casa editrice, una casa editrice del Sud, una casa editrice di Terra di Lavoro (e nemmeno di Caserta centro) deve avere più coraggio: come il capitano MacWhirr di Conrad, deve affrontare il tifone che le fa sfiorare il baratro ogni volta, deve tenere duro e andare avanti. Anzi, non deve, il bello sta nella sfida, nello scegliere di ritagliarsi uno spazio di libertà, complici gli autori che meglio e con più efficacia riescono a raccontare, a dire, a comunicare. E non ti va di fallire un progetto così bello, perché “incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta”. Lo ha detto Errico Malatesta, anche lui nato a Santa Maria Capua Vetere. Edizioni Spartaco, di Malatesta, ha pubblicato l’Autobiografia mai scritta. Ricordi (1853-1932), a cura di Piero Brunello e Pietro Di Paola, edito anche in Germania dalla casa editrice Nautilus Frug Schrift, alla quale sono stati venduti i diritti.

 

 

 

Sergio Tavčar racconta la nascita della redazione sportiva di Telecapodistria. ‘I pionieri’ in libreria dal 4 settembre

Sergio Tavčar, leggendario giornalista sportivo di Telecapodistria, dopo il successo de “L’uomo che raccontava il basket” (Bottega Errante Edizioni), torna in libreria il 4 settembre con “I pionieri” (Bottega Errante Edizioni), un libro in cui racconta la nascita della redazione sportiva di Telecapodistria e le sue rocambolesche avventure. 

È il 1971 quando a Capodistria, cittadina a pochi chilometri da Trieste, ma dentro la Federazione Jugoslava, nasce una televisione di confine che farà la storia del giornalismo. Sono gli anni di Tito e della cortina di ferro. Telecapodistria inizia a trasmettere con mezzi di fortuna i più grandi eventi sportivi a livello mondiale. Lo fa in lingua italiana e il suo segnale raggiunge tutto il Nord Italia e gran parte delle regioni adriatiche: l’Italia scopre così Sergio Tavčar, un giornalista diretto, privo di filtri, che racconta il basket e tutti gli altri sport in modo unico.

Ne “I pionieri” Sergio Tavčar narra il giornalismo in mezzo all’esplosione degli anni Settanta lungo il confine, della televisione dell’era berlusconiana, dei grandi nomi dello sport come Dan Peterson e Guido Meda, delle trasferte alle Olimpiadi o ai Mondiali: una serie di storie e aneddoti dove si ride, ci si stupisce e si riscopre una memoria sportiva collettiva.

Sergio Tavčar presenterà “I pionieri” in anteprima martedì 3 settembre al Teatro Miela di Trieste alle ore 18.00. Modera l’incontro Stefano Lusa, giornalista e caporedattore di Radio Capodistria.

Sergio Tavčar ci ha svelato come ancora oggi non si sappia spiegare il successo di Telecapodistria: «non sono mai riuscito a capirlo, in quanto noi giovani telecronisti allo sbaraglio tutto avremmo pensato, meno che qualcuno in Italia potesse non solo ascoltarci, ma addirittura apprezzarci. Ragion per cui tutta l’epopea che si è creata attorno a Telecapodistria mi lascia ancora oggi attonito. Nella mia vita personale Telecapodistria è stata semplicemente tutto, un sogno infantile diventato realtà, è stato qualcosa per la quale mi pagavano, ma che avrei fatto anche gratis. Ripeto, non era un lavoro, era un puro e semplice divertimento, era un modo per parlare al microfono in modo del tutto spontaneo, fuori da ogni paludata retorica, dicendo le cose per come le vedevamo, magari sparando ogni tanto qualche battuta della quale poi ridevamo con Sandro Vidrih in macchina al ritorno a casa».

Telecapodistria è stata una palestra per molti commentatori sportivi che ancora oggi ora ascoltiamo nelle tv nazionali. Sergio Tavčar ci spiega che con la redazione sportiva di Telecapodistria «hanno cominciato a essere presenti su una rete che all’epoca si vedeva praticamente in tutta Italia tutta una serie di telecronisti che poi si sono fatti un nome, da Gianni Cerqueti e Massimo Marianella, passando per Sandro Piccinini e Franco Ligas per finire con Guido Meda. Non solo, ma anche tutta la struttura che era a capo di Fininvest, quando hanno cominciato a lavorare con noi sono stati per la prima volta alle prese con telecronache in diretta, per cui, per quanto sembri incredibile, siamo stati noi di Capodistria, temprati dalla nostra decennale arte dell’arrangiarci, a dare loro le dritte giuste. Suppongo che per esempio Giovanni Bruno possa confermarlo».

Sergio Tavčar continua a occuparsi di sport e ha commentato le Olimpiadi di Parigi 2024 sulle pagine del quotidiano “Primorski dnevnik”. Ci è venuto spontaneo farci raccontare come è cambiato oggi il lavoro del giornalista sportivo e come si sentiva a raccontare un’olimpiade dal punto di vista di una piccola trasmissione jugoslava.

Tavčar ha risposto con la solita franchezza che «era molto meglio che non raccontarla per una grande televisione, nella quale devi mediare fra una quantità enorme di interessi distribuendo programmi, interviste e studi fra tutta una serie di sport che solo in quell’occasione hanno modo di mettersi in mostra. Per noi, non condizionati da nulla, era facilissimo: trasmettevamo le cose veramente importanti trascurando tutta la paccottiglia. Forse anche per questo ci guardavano in tanti. I cambiamenti sono stati epocali a causa delle nuove tecnologie. Oggi basta premere un bottone del telefonino per sapere vita, morte e miracoli di ogni atleta. Ai miei tempi bisognava ricercare le notizie sui giornali, anche e soprattutto stranieri, per la cronaca per noi sloveni, serbi, croati, francesi, svizzeri, russi e tedeschi dell’est, oltre ovviamente a quelli italiani, e la cosa richiedeva pazienza e tenacia. In tutto ciò uno si faceva anche un’idea di come pensasse quella gente e soprattutto imparava, anche se passivamente, molte lingue, per cui era anche una formidabile palestra per l’acquisizione di una robusta cultura generale. Lo stesso vale per il mondo dello sport, anche se in questo caso lo sviluppo delle tecnologie informatiche soprattutto nel campo dell’allenamento e dell’alimentazione ha ridotto di molto l’influsso devastante del doping che sta sempre più diventando un artificio quasi superato».

“I pionieri” è un libro fatto di ricordi, aneddoti, come dice Tavčar: «ce ne sono tantissimi, anche se per me il momento più divertente della mia carriera è stato quando ho trasmesso la telecronaca di una pessima partita di basket che è finita verso mezzanotte, per cui ho chiuso la telecronaca con una battuta che mi è venuta spontanea: “Caro telespettatore, se ci sei ancora, grazie per averci seguiti e buonanotte”. Ho riso in macchina per tutta la strada del ritorno». 

L’autore

Nato a Trieste nel 1950, Tavčar ha lavorato come telecronista sportivo dal 1971. Conosciuto in tutta Italia grazie alla diffusione di Telecapodistria già negli anni Settanta, acquisì una ancora maggiore popolarità durante gli anni Ottanta, quando assieme a Dan Peterson formò quella che molti appassionati di basket reputano la miglior coppia di commentatori che la pallacanestro abbia mai avuto. È considerato un giornalista controcorrente per le sue posizioni nette, grande amante dello sport basato sulla tecnica e detrattore di quello incentrato sugli aspetti fisico-atletici. Per BEE ha pubblicato L’uomo che raccontava il basket (2022).

‘L’Altra Russia di Eduard Limonov’, di Luca Bagatin. L’eredità di Limonov

“L’Altra Russia di Eduard Limonov”, partito dissidente russo rifondato nel settembre 2020, raccoglie l’eredità del Partito NazionalBolscevico (PNB), fondato negli Anni ’90, dallo scrittore Eduard Limonov, dal filosofo Aleksandr Dugin e dal chitarrista punk Egor Letov. Vero e proprio incontro di spiriti eclettici, contro-culturali, artistici e soprattutto di giovani, il PNB – messo fuorilegge, in Russia, nel 2007, con l’accusa di “estremismo” – fu il principale partito di opposizione di piazza al totalitarismo liberal-capitalista di Boris Eltsin prima e di Vladimir Putin poi.

E così “L’Altra Russia di Eduard Limonov”, che ne raccoglie il testimone. Unico partito al quale, ancora oggi, in Russia, è impedito di presentarsi alle elezioni e i cui attivisti vengono perseguitati. Il saggio di Luca Bagatin racconta tutto questo e molto altro ancora, anche attraverso la voce di molti dei protagonisti.

Il saggio, con prefazione dell’editore italiano di Eduard Limonov, Sandro Teti, è impreziosito – per gentile concessione dell’autore dell’opera – da una copertina raffigurante Eduard Limonov, realizzata dal giovane artista russo Stepan Biryukov, specializzato in ritratti di scrittori e poeti russi, attraverso un’innovativa tecnica iperrealista.

L’autore

Luca Bagatin, nato a Roma nel 1979, è blogger dal 2004 (www.amoreeliberta.blogspot.it). Già collaboratore di riviste di cultura esoterica e risorgimentale, attualmente collabora con “Olnews”, “Electomagazine” e “Liberalcafé”, oltre che con la rivista online “L’Ideologia Socialista”. Suoi articoli sono stati tradotti e pubblicati in Francia, Serbia, Brasile e in lingua fiamminga. E’ autore di saggi sulla storia della Massoneria, sul mondo femminile, sull’erotismo e sul socialismo.

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