Gli artigiani del libro: il Laboratorio di Restauro Alberto Guarino di Napoli che non deve chiudere

Il Laboratorio di Restauro Alberto Guarino, della Biblioteca Nazionale di Napoli, fu istituito nel 1977 come uno dei complessi staccati dell’ “Istituto di Patologi del Libro di Roma”.

Il laboratorio è intitolato ad Alberto Guarino, primo direttore del centro di restauro napoletano, colui che più di tutti si è adoperato affinché nella città partenopea fosse intrapreso un progetto per il ripristino degli scritti conservati negli archivi della biblioteca. Ad oggi è uno dei più importanti laboratori di restauro d’Europa. Volumi e Documenti appartenenti alla Biblioteca Nazionale di Napoli vengono qui difesi dall’usura del tempo.

Gli artigiani del libro si adoperano affinché questi scritti non vengano perduti. Il loro lavoro è richiesto sia in Italia che all’estero, anche per programmi di restauro di altre biblioteche e collezioni private. Durante gli anni di attività qui hanno avuto nuova vita molti dei manoscritti e documenti storici nazionali risalenti al periodo Borbonico e al Regno d’Italia.

Il laboratorio è addetto alla salvaguardia delle opere napoletane del poeta e scrittore Giacomo Leopardi e di tanti altri celebri scrittori nazionali e internazionali che hanno regalato a Napoli i loro lavori. Purtroppo negli ultimi anni i finanziamenti ministeriali per progetti e per il personale competente sono diminuiti notevolmente e la struttura si sostiene per lo più con i lavori commissionati da privati con le visite guidate di scolaresche. I dipendenti addetti lamentano una poca collaborazione con le università, le quali potrebbero incentivare progetti e garantire il ricambio generazionale di personale.

Proprio la mancanza di addetti qualificati potrebbe essere motivo che causerebbe la chiusura della struttura per la fine dell’anno 2020. Neanche il Ministero per i beni e le attività culturali ha lavorato affinché il laboratorio di restauro della Biblioteca Nazionale non chiuda: il MIBAC ad oggi non ha indetto alcun concorso per garantire nuovi artigiani che si occupino dei libri qui custoditi.

 

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‘Resurrezione’ di Tolstoj, una lectio magistralis per Pasqua attraverso una storia d’Amore

È di un anno che precede il Novecento, l’ultimo romanzo dal titolo Resurrezione, del grande scrittore russo Lev Tolstoj, secondo alcuni persino superiore a Guerra e pace e ad Anna Karenina e basato su un episodio realmente accaduto al procuratore Koni, amico di Tolstoj.

L’incipit di Resurrezione tra i più esplosivi e seducenti della storia della letteratura –, travolgente, intimo, e denota un’inversione di tendenza, un cambio di passo rispetto a Guerra e pace, poema della Russia e dei suoi salotti, e ad Anna Karenina, tragedia della ricca donna vittima di quella smania di dolore e struggimento che spesso investe gli individui che hanno tutto dalla vita:

«Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro».

Il principe Nechljudov, protagonista maschile di Resurrezione, chiamato a decidere come membro di una giuria popolare della condanna di una prostituta, riconosce in lei la ragazza che aveva sedotto molti anni prima e, dopo aver assistito alla sua ingiusta condanna, matura la volontà di salvarla e di sposarla. Katjuša pare però rifiutare la proposta e le attenzioni del principe, il quale, divorato dal rimorso, decide di seguirla comunque ai lavori forzati in Siberia con l’immutato proposito di redimerla. Egli assisterà infine al riscatto della ragazza e troverà lui stesso, attraverso la lettura del Discorso della montagna di Gesù, la via per riscattare la propria anima.

Fu lo stesso Nechljudov causa della rovina esistenziale e morale della protagonista, sedotta, ingravidata ed abbandonata quand’era ancora una giovanissima e rispettabile fanciulla. La Maslova, divenuta ora una volgare prostituta alcolizzata, viene ingiustamente condannata ai lavori forzati per omicidio, e nel principe, che ha fatto parte della giuria popolare impegnata nella causa della donna, scatta qualcosa, una scintilla che presto assume le dimensioni di un incendio inestinguibile. Nechljudov vuole riscattare la propria colpa e redimere Katiuša, anche sposandola se necessario. Decide di prendersi cura di lei, di seguirla ovunque, anche in Siberia. Un mutamento incredibile, repentino e drastico, che lo porta a recidere con decisione i rapporti con l’alta e vuota società alla quale appartiene, avviene nell’animo del principe. Una resurrezione per entrambi i protagonisti del romanzo.

Resurrezione è un documento molto importante sull’evoluzione del pensiero dello scrittore russi. Anche lo stile è molto originale. Nonostante sia particolarmente intriso di ideologia, molti punti sono romanzeschi a livello magistrale, come le descrizioni dell’amore tra i due protagonisti quando erano giovani, le quali ricordano a tratti il Tolstoj di Guerra e pace e dei paesaggi, dei luoghi, della società russa dell’epoca.

Dopo essere giunto alla conclusione che non con la filosofia o le scienze, ma solo con la fede l’uomo può sperare di comprendere il senso ultimo dell’esistenza, Tolstoj si applica a trovare un modo per conciliare fede e ragione. Egli vuole una fede che risulti chiara per la ragione umana, anzi, che in un qualche modo dipenda dalla ragione: «Io voglio comprendere – scrive Tolstoj, – in modo tale che ogni proposizione inspiegabile mi si presenti come una necessità della ragione». E ancora:

La rivelazione non può essere fondata sulla fede come la concepisce la Chiesa: credere in anticipo a quanto mi verrà detto. La fede è una conseguenza, pienamente soddisfacente per la ragione, dell’inevitabilità, della verità della rivelazione. La fede, nella concezione della Chiesa, è un obbligo, riposto nell’anima umana a forza di minacce e di ammonizioni. Nella mia concezione la fede è tale perché è vero il fondamento su cui si fonda ogni attività razionale.

Benché Tolstoj, accanto alla volontà di carpire con la ragione la fede, affermi anche la necessità di sottomettersi alla volontà divina, ci troviamo davanti ad una contraddizione solo apparente: anche questa necessità infatti può essere compresa dalla ragione.

Lo sforzo del principe, il quale, dopo aver letto il Vangelo, non chiude occhio per tutta la notte, è direzionato alla ricerca di Dio, della vera fede e del giusto modo di vivere. Anche quando non è possibile individuare un tale percorso, il motivo centrale di questo, come di altri romanzi di Tolstoj è strettamente legato a problemi religiosi e morali.

Come narra lo stesso Tolstoj, al principe è successo quello che spesso succede a chi vive di solo intelletto, ovvero che un pensiero che inizialmente ci appare come un paradosso, finisce poi per diventare una verità semplicissima ed evidente: <<No, non è possibile che la cosa sia così semplice>>, dice ad un certo punto tra se Nechljudov e conviene che se esistono una società ed un ordine relativo è perché ci sono ancora uomini che hanno compassione e amore per i loro simili, non perché ci sono giudici e legislatori che puniscono.

 

 

Fonte: Academia.edu

Universiadi 2019: l’emozionante spettacolo allo stadio San Paolo di Napoli

Le Universiadi 2019 sono finalmente iniziate. Grande emozione ieri allo stadio San Paolo di Napoli per la cerimonia d’apertura. A mettere la firma di questo emozionante show è l’italiano Marc Balich, già curatore di numerose cerimonie olimpiche e ideatore dell’Albero della vita dell’EXPO.

Le Universiadi, organizzate dalla FISU (Federazione Internazionale Sport Universitari) sono una competizione mondiale, seconda solo alle olimpiadi estive. Dopo l’edizione del 1959 a Torino, le Universiadi estive approdano in Campania. Un grande orgoglio per tutta la regione che metterà a disposizione i suoi 70 impianti per le competizioni sportive tra Avellino, Benevento, Napoli, Caserta e Salerno.

Una notte da ricordare, dunque, per i tremila spettatori sugli spalti e per il pubblico da casa che ha potuto assistere alla cerimonia in Tv. Il terreno di gioco dello stadio si trasforma nel Golfo di Napoli: una grande U campeggia sotto la curva, è l’abbraccio che Napoli e tutta la Campania vuole regalare agli sportivi. Non poteva mancare il simbolo della città partenopea, il Vesuvio che si staglia sulla curva opposta. Uno spettacolare gioco di luci accompagna l’ingresso della sirena Partenope con uno strascico di 60 metri: a vestirne i panni l’Apneista Maria Felicia Carraturo.

“Do il benvenuto in questo bellissimo stadio e nella città dei mille colori, dello Sport, dei giovani, della pace, dell’accoglienza nella città dell’amore. IL mio augurio e quello di tutti i napoletani è che possiate trascorrere giorni di forti emozioni. Ciao guagliò”. Con queste parole il sindaco di Napoli Luigi de Magistris saluta gli atleti.

La festa può cominciare: inizia la sfilata delle 108 delegazioni che parteciperanno all’evento sportivo. Apre la parata l’Albania e chiude il paese ospitante, l’Italia con 303 atleti, accompagnati dalla portabandiera Ilaria Cusinato.

Il sorriso e la giovialità partenopea sono stati l’ingrediente dello show. E si sa, il sorriso è contagioso. Non sono mancanti, infatti, momenti divertenti durante la sfilata: l’ingresso dell’argentina con la maglia numero dieci si è trasformata in un festoso omaggio alla mano de dios, Diego Armando Maradona, la leggenda calcistica napoletana e mondiale. Gli atleti brasiliani in veste di cuochi hanno sfoggiato un bellissimo grembiule con scritto “grazie Napoli per l’accoglienza, per la cultura e per la pizza”.Infine gli atleti uruguaiani che, hanno sfilato con lo striscione “Grazie Napoli, Uruguay ti ama”.

Ottomila sono gli atleti che si sfideranno in 18 discipline: Atletica, Pallacanestro, Pallavolo, Pallanuoto, Ginnastica ritmica ed artistica, Tiro con l’arco, tiro a segno, Tuffi, Scherma, Calcio, Judo, Rugby a sette, Vela, Nuoto, Tennis, Tennis da tavolo e Taekwondo.
Ad accompagnare gli atleti le voci di artisti campani dal rapper Livio Coli, Carmen Pierri ad Anastasio.

Malika Ayane canta L’italiano. Fa il suo ingresso Bebe Vio, la campionessa paralimpica multimedagliata con il Tricolore. Vengono aissate il tricolore e la bandiera della FISU. La cerimonia entra nel vivo con gli omaggi a Totò, De Filippo, alla maschera di Pulcinella. Un’imperdibile occasione per far conoscere la storia e le tradizioni napoletane e campane in tutto il mondo. Alla Kermesse hanno partecipato diverse autorità: il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, il Presidente della Camera Roberto Fico, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Ministri Giancarlo Giorgetti, il Presidente del Coni Giovanni Malagò e il Presidente della FISU Oleg Matytsin.

Una grande festa ma anche un’importante opportunità per ricordare temi importanti come l’immigrazione. Napoli risponde con un messaggio di aggregazione: i cartelli con i nomi degli stati partecipanti vengono condotti da giovani ragazzi migranti, affinché la tavolazza dei colori del mondo sia sempre più ricca e più bella. Non bisogna dimenticare la legalità: ad assistere allo spettacolo la piccola Noemi, la bimba di quattro anni ferita nell’agguato di camorra lo scorso Maggio. La piccola è la vera mascotte delle Universiadi, simbolo di quella Napoli che nonostante le difficoltà trova sempre la forza di rialzarsi. “L’Universiadi passerà, i nostri giovani rimarranno e lo sport li aiuterà a riconoscere i valori” dice il presidente della regione Vincenzo De Luca.

Il momento più atteso è stato l’accensione del braciere olimpico: i primi due tedofori, i due fratelli Diego e Marco Maddaloni, passano la torcia prima a Carlotta Ferlito e poi Alex Meret. L’accensione del braciere è una sorpresa per tutti gli spettatori: la teda accede un pallone, che Lorenzo Insigne, con la maglia della nazionale numero 10, calcia nel cratere del Vesuvio. Così iniziano ufficialmente a Napoli le Universiadi Estive 2019.

L’evento si è concluso con una suggestiva performance del tenore Andrea Bocelli che termina lo show con la canzone Nessun dorma dalla Turandot. Tutti ci auguriamo che gli atleti si possano aggiudicare tante medaglie gioendo per i meritati successi ma soprattutto che a vincere sia l’Umanità, il rispetto, l’amore e lo sport e conferendo alla Campania e ai napoletani una grande possibilità per essere valorizzata e farsi apprezzare in tutto il mondo.

L’Italia negli occhi dei grandi stranieri, da Cioran, Goethe, Borges a Pasolini, passando per Churchill

La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani; di esaltatori del genio trascurato e innocente, come di finissimi castigatori del malcostume. Ci sono due modi per conoscere un paese: visitarlo di persona o studiarlo sui testi. Se il paese in questione è il proprio la prima opzione si depenna da sé. Studiare la storia del proprio paese e sviscerare tutto quanto sia stato realizzato dai più acuti osservatori è la sola strada da battere. Molti di questi concordano con l’icastica affermazione cambiare tutto per non cambiare niente (a voler fare i filologi, la frase originale è “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”) e si sa, l’Italia è sempre stata vista come un paese di voltagabbana, di impudenti scanzafatiche, di cittadini machiavellici quanto basta, per il resto guicciardiniani, nel senso che ciascuno bada al proprio particulare e del resto poco importa. La storia patria abbonda di italiani antitaliani e di italiani arcitaliani, di esaltatori del genio trascurato e innocente che da sempre ci distingue, come di austeri e finissimi castigatori del malcostume che da sempre, anch’esso, ci distingue. Chi avrà ragione? Ci chiediamo sempre cosa ne sarà dell’Italia e gli internazionali à la page ci accusano di provincialismo (forse a ragione, anche Cioran sosteneva che una nazione che passa il tempo a riflettere su se stessa non ha futuro), per una volta allora si lasci perdere il proprio ombelico e ci si lasci guidare da illustri penne straniere che in passato hanno solcato l’Italia, che l’hanno vissuta e fedelmente raccontata.

Diciamo subito le cose come sono: l’Italia la si ama o la si odia, tertium non datur. Gli unici che hanno il diritto di amarla e oltraggiarla al contempo sono gli italiani stessi. Gli stranieri hanno sempre visto l’Italia come una terra in bianco e nero, gonfi di pregiudizi positivi o negativi che fossero, mentre l’italiano vive nel grigio di sentimenti contrastanti: a volte si pensa all’Italia come al paese più bello del mondo, altre volte si sogna un bombardamento al napalm dal Brennero a Pachino. Curiosamente – ma non ci sorprende – l’opinione dell’Italia e degli italiani nel passato era ben diversa dall’immagine dei Berlusconi pizza e mandolino che ci viene spiattellata in faccia ogni volta che varchiamo i confini. Oggi si ha la sensazione che molti stranieri ritengano l’Italia un paese meraviglioso e ricco di un patrimonio che non ha eguali nel mondo, peccato però per la gente che vi abita, rozza, inconcludente e ritardataria. Sarà pur vero, saranno le esigenze del tardo capitalismo, ma la flemma che ci ha da sempre caratterizzati veniva additata come il pregio di un popolo in grado di vivere senza affanni.

Goethe, felicissimo di scoprire il Belpaese, scrisse un Viaggio in Italia colmo d’estasi e di ammirazione, in cui annota che

tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni bisogno è copiosamente soddisfatto, produca anche gente d’indole felice, capace d’aspettare flemmaticamente dall’indomani ciò che le ha portato l’oggi e di vivere, quindi, senza pensieri. Appagamento istantaneo, moderato godimento, lieta sopportazione d’effimeri mali!

A meno di improbabili accessi calvinistici, sembra un bel modo di vivere, anche se non si è più nel 1787 e l’Italia non è certo quella di allora. Ma ancora Goethe batte sul chiodo del binomio flemma contro fatica, che oggi è il binomio nord Europa contro Europa mediterranea, riscontrando negli italiani un’industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già di arricchirsi ma di vivere senza affanni. Non è tutta una questione di Pil, diremmo oggi, ma di saper vivere bene pur mancando di sfarzo e avanguardie. Con una punta di orgoglio nazionale, per chiudere sul binomio di cui sopra, è lecito compiacersi del fatto che un ultratedesco come Goethe appunti:

cupa è l’idea che ci si fa in Italia del mondo oltramontano, anche a me tutto ciò che sta al di là delle Alpi appare tetro.

Bruciante passione di Goethe in Italia fu l’ammirazione della classicità, le vestigia di Roma e la gloria antica. Non fu certo il solo a subirla. Jorge Luis Borges, ancora negli anni Settanta, riteneva l’Italia l’Impero Romano e Roma, volente o nolente, la caput mundi che fu. Dopotutto la cultura che Roma produsse ed esportò, prendendo anche a prestito quella greca, si trasferì intrisa di cristianità al Medioevo europeo e di lì agli stati nazione che ne sorsero, fino alle Americhe. Questa fascinazione per l’Italia come unica superstite tangibile della Roma antica, culla della civiltà europea, è una costante nella storia. Dai primi viaggiatori del Cinquecento alle frotte di turisti che visitano Pompei e il Colosseo, in questo senso, poco è cambiato.

Di certo i visitatori odierni difficilmente sono come Goethe o Borges. Oggi si frequenta un posto da turisti, non da viaggiatori. Goethe sognò l’Italia fin da bambino e vi arrivò solo in età adulta, soggiornandovi per quasi un anno quando già conosceva lingua, storia, opere d’arte, culti, riti e miti. Era venuto a vedere tutto ciò con i pochi occhi, ad ascoltare la viva voce di un popolo che già frequentava su carta. Viaggi del genere in pochissimi potevano permetterseli. Oggi la necessaria democratizzazione del turismo permette spostamenti rapidi e fugaci ed è forse un bene ma, per dirla con Giorgio Gaber, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia. A proposito di turismo di massa, Stendhal scrisse che Firenze è solo un museo pieno di stranieri: essi vi trasportano i loro costumi. Era il 1817.

Molti credono che l’Italia altro non sia che un immenso museo a cielo aperto; che oggi il frutto del genio italiano può solo essere osservato e rimpianto, mentre in tempi andati esso era attivo e figliava con tanto godimento. Un fondo di verità si trova in questa teoria: c’era senz’altro un’alta società capace di farsi ammirare da illustri visitatori stranieri, erano attivi teatri che inscenavano opere oggi consideriate classici imprescindibili, la società letteraria si movimentava ed esponeva, i prodotti della fantasia e dell’industria giravano il mondo forgiando il mito del made in Italy. Si fatica a ritrovare qualcosa di simile. Tuttavia alcune leggende andrebbero sfatate: già Stendhal, in Roma, Napoli e Firenze – visitò molte altre città –, notava con stupore che in Italia i nobili leggono pochissimo, figuriamoci i borghesi e i lavoratori comuni.

Quando Pasolini pose la lapide sulla società italiana come il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa – sia detto con un sorriso amaro – non aveva scoperto nulla: è sempre stato così. Ancora Stendhal testimonia che qui un uomo che fosse stato intelligente e capace lo avrebbe mostrato nei fatti, con i commerci, le tresche politiche e quelle amorose, non con la fantasia. La scrittura è sospetta tanto quanto è pericoloso pensare; pericoloso in tutti i sensi: all’epoca gli autori di saggi, tragedie, commedie (di romanzi neppure l’ombra) finivano in galera come niente fosse, accusati di eversione o spionaggio. I Berlusconi e i Briatore che si vantano di non aver mai letto alcunché non sono eccezioni nate ieri, duecento anni fa li avremmo trovati tali e quali. Così come avremmo trovati artisti squattrinati e talenti in disperazione. Si parla di proletariato intellettuale e di artisti sottopagati ma tali sono sempre stati, quando non lavoravano alla corte del principe o per il partito. La storia si ripete.

Cambiamo versante, nel peregrinare tra luoghi e tempi, tra i crinali delle virtù e le valli del vizio. Un’altra tirata comune è la mancanza di orgoglio nazionale e di senso del dovere, fatta eccezione per quando gioca l’Italia del pallone. Già Winston Churchill se la rideva, tra una boccata d’avana e un calice di champagne, motteggiando che gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. Peccato che a Churchill stesso capitò una disavventura in quanto a onor di patria. Andò a visitare un quartiere di Londra distrutto, il giorno che venne bombardato dai tedeschi, e vi trovò un barbiere aperto tra le macerie sulla cui vetrina un cartello recitava business as usual, lo slogan coniato da Churchill stesso. Fiero e orgoglioso, il primo ministro mostrò il barbiere alla folla prendendolo ad esempio per l’intera nazione. Nessuno ebbe il coraggio di dirglielo, ma quel barbiere era Pasquale Esposito, napoletano.

Esposito viveva a Londra dal 1915 perché, barbiere su una nave da crociera inglese, scese al primo porto dopo la dichiarazione di guerra italiana, per paura di essere chiamato alle armi. Chi è l’eroe e chi il vigliacco? Chi il furbo e chi il fesso? In Italia, da sempre, sono la stessa persona. Quanto al senso del dovere, per rispettarlo bisogna che un dovere ci sia, dunque che vi siano valori condivisi, moralità salda e Stato forte. Non è facile incontrarli nella storia nazionale degli ultimi secoli, non a caso Stendhal ci racconta che

su centocinquanta azioni (…) il milanese fa centoventi volte ciò che gli piace proprio in quel momento. Il dovere, sanzionato dall’infelicità che tien dietro al suo mancato rispetto, e opposto alla propria inclinazione attuale, a lui appare appena trenta volte su centocinquanta azioni.

Ma non è affare esclusivamente lombardo, ecco il fondo del carattere nazionale di questa estremità d’Italia: una puerilità appassionata. Questa gente conduce una vita dolcissima; mai l’idea del dovere si affaccia loro in mente. Si dirà che era il 1817, che tutto è mutato, ma la storia – non ci stanchiamo di ribadirlo – si ripete.

Manca il senso del dovere e forse non è un dramma, manca l’orgoglio nazionale e forse ce ne sarebbe un po’ bisogno. Una cosa che certo non manca è il patriottismo d’anticamera: guai a chiunque tocchi la propria regione o la propria città! Sempre Stendhal ci illumina definitivamente, sancendo che

questo popolo non è compatto. (…) Ogni città esecra le sue vicine e ne viene ricambiata con odio mortale. I sovrani ottengono dunque senza fatica il divide et impera.

La politica è sempre stata una disgrazia in Italia, non si è mai trovata coesione e unità d’intenti a livello nazionale dalla caduta dell’Impero Romano, qui il governo è sempre stato visto come un delinquente che ruba dai quindici ai venti milioni l’anno; sarebbe totalmente squalificato chi pretendesse di difendere i suoi provvedimenti; sarebbe atteggiamento ridicolissimo, e che nessuno capirebbe.

Non si fa che parlare di antipolitica e di populismo, forse sarebbe meglio rendersi conto che solo il Novecento è stato il secolo delle ideologie e della politica di massa, una piccola parentesi nella millenaria storia di questo paese. Il malcostume politico si riversa anche nell’economia: a quante vessazioni non è esposto un proprietario! Per essere proprietario in questo paese occorre avere un titolo e un grande nome. È sempre Stendhal che parla, due secoli fa. Non serve neppure commentare l’attualità delle sue considerazioni.

Proprio uno strano paese, il nostro. Ricco di arte quanto di malcostume, glorioso quanto meschino, superbo e goffamente tronfio. Qualcuno, non ricordo chi, disse che l’Italia è un paese ancora in piedi perché non saprebbe da che parte cadere. Forse proprio questa ne è la forza, rimanere a ondeggiare come una bellissima bandiera issata sul pennone dell’inconcludenza, sempre viva e splendente ma assolutamente inutile. Non si può sfuggire al proprio destino, l’Italia è radicalmente mutata rispetto a quella di due secoli e mezzo fa, eppure Goethe sembra andare a spasso per le nostre strade non più di ieri, quando scrive che

tutto ciò che mi circonda è pieno di nobiltà, è l’opera grande e rispettabile d’una forza umana concorde, il monumento magnifico non già d’un principe sovrano, ma d’un popolo. E se pur (…) il commercio langue e la potenza della Repubblica declina, nondimeno la sua grandiosa struttura e il suo carattere non cesseranno un istante di apparire all’osservatore degni di venerazione. Come tutto ciò che è provvisto di esistenza sensibile, anch’essa soggiace al tempo.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

I peccati dell’innovazione tecnologica, la New Economy con il suoi web e robot

La nostra epoca è caratterizzata da una crescente innovazione tecnologica presente in tutti gli ambiti della nostra vita. Accanto a questa spinta allo sviluppo, s’instaura una nuova struttura economica: la cosiddetta New Economy, che si contraddistingue dalle forme economiche del passato per il fatto di essere caratterizzata da elementi inediti: opera in un mercato globale; riesce ad abbattere egregiamente i costi di lavoro ed è localizzata in uno spazio indefinito: la rete. Nel libro Al posto tuo: così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Riccardo Staglianò spiega bene il modo in cui le nuove tecnologie incarnano lo spirito della New Economy. La crescita esponenziale dello sviluppo tecnologico è diretta verso l’automazione dei metodi di produzione e la digitalizzazione dei servizi.

Si possono citare tre esempi plastici in grado di riassumere al meglio la portata di queste innovazioni: il primo è l’invenzione di Baxter e Sawyer, due robot in grado di svolgere rispettivamente compiti industriali semplici e operazioni più precise solo attraverso una semplice programmazione eseguita da un lavoratore privo di competenze tecniche; il secondo è il software NarrativeScience, capace persino di scrivere, attraverso un sistema algoritmico, articoli giornalistici impostati secondo un determinato stile o taglio editoriale; il terzo è Amazon, negozio globale online divoratore della concorrenza locale, che sfrutta i propri dipendenti e i negozi che vendono attraverso la sua piattaforma per poter essere iper-funzionale e iper-competitivo.

Sono due i fenomeni problematici determinati dalle tendenze innovatrici rappresentati in questi esempi. Il primo fenomeno è relativo alla sostituzione dei lavoratori con le macchine: uno studio di Frey e Osborne, ricercatori all’Università di Oxford, sostiene che il 47% dei mestieri ricade nella categoria ad alto rischio di sostituzione nel prossimo futuro. Da una parte, la minaccia fa riferimento alla sostituzione dei lavori manuali attraverso l’automazione dei metodi di produzione; dall’altra invece, l’invasione di sistemi algoritmici e informatici comporta la sostituzione dei lavoratori negli ambiti lavorativi di natura intellettuale. Sono due gli ordini di problemi determinati da questo rimpiazzo di manodopera per mezzo di queste metodologie. Il primo è strettamente economico e occorre affrontarlo partendo da un presupposto relativo al funzionamento del capitalismo: la teoria del plus-valore di Marx. Il modello marxiano descrive il modo in cui il datore di lavoro si approprierebbe della differenza economica tra il costo della manodopera del lavoratore e il prezzo finale della merce.

Questa teoria spiega anche il motivo per cui il sistema capitalistico selvaggio ha una tendenza verso cicli di crisi economiche: il datore di lavoro subisce le spinte al ribasso dei prezzi delle merci dalla concorrenza presente sul mercato, che conseguentemente lo condiziona all’abbassamento del costo della manodopera. Per aggirare questa tendenza, il datore di lavoro ricorre all’utilizzo di macchine per rendere più produttivi i lavoratori. Ma l’aumento di produttività non è un bene: la maggior produttività per mezzo delle macchine non solo comporta un minor numero di lavoratori, ma porta a produrre un surplus di beni, a cui consegue la distruzione del valore della merce e, a sua volta, al crollo del mercato.

Negli anni Settanta, questa tendenza alla crisi viene affrontata attraverso la pratica della delocalizzazione in Paesi emergenti come l’India o la Cina, luoghi in cui il costo della manodopera era bassissimo. Oggi invece, sembra che l’ideale da perseguire per affrontare questa tendenza sia il lavoratore robot: una manodopera automatizzata i cui costi di manutenzione sono infinitamente più bassi rispetto agli stipendi dei lavoratori da impiegare per lo stesso livello di produttività. Risulta ovvio però che se la soluzione del capitalismo rimane “maggior produttività al minor costo possibile” il continuo abbassamento dei costi della manodopera comporterà la distruzione della classe media, nonché l’annullamento della sua forza d’acquisto: sacrificio richiesto per il piacere di poter produrre a poco, e non più al prezzo giusto. Il secondo ordine di problemi relativo alla sostituzione dei lavoratori è prettamente etico, e fa riferimento al tema della deresponsabilizzazione. L’effetto più eclatante del progresso tecnologico è l’emancipazione progressiva delle nostre azioni dai vincoli morali. Gli strumenti tecnologici non vengono più creati per raggiungere un particolare fine, bensì sono loro a stabilire, grazie alle possibilità che offrono, ciò che si può o si deve fare: a vincolare le nostre azioni c’è solamente il limite tecnologico che non siamo riusciti ancora ad oltrepassare.

Nel momento in cui il principio che determina le scelte politiche, economiche e sociali non tiene più conto delle conseguenze etiche di una determinata innovazione, si giunge al punto in cui non vi è più possibilità di applicazione della responsabilità morale agli effetti delle azioni umane. Gli effetti collaterali dannosi o indesiderati devono essere considerati alla luce dell’azione che li produce. Oggi invece, questo discorso sugli effettivi rischi delle tecnologie sembra essere sostituito dall’idea di “danno collaterale”; idea che suggerisce come effetti positivi e negativi non concorrano sullo stesso piano, anzi: le conseguenze negative prodotte dalla tecnica ma ignote fino a quel momento, sembrano accadere fatalmente e casualmente, senza consequenzialità tra l’applicazione e i suoi effetti. Occorre invece calcolare i rischi dell’innovazione tecnologica; chiedersi che cosa possa pesare maggiormente per la società; e una volta trovata la risposta, scegliere se proseguire con quel tipo d’innovazione oppure arrestarla. Ad esempio, in termini di responsabilità morale, è meglio un uomo o un sistema tecnologico alla guida di un’automobile?

Il secondo fenomeno problematico di questa spinta innovatrice della New Economy è la precarizzazione del lavoro; tendenza particolarmente riscontrabile in due punti. In primo luogo, la New Economy produce sistemi di monetizzazione alternativi come il crowdsourcing (modello di business incentrato sulla collaborazione esterna di persone a progetti aziendali) e la sharing economy (“economia della condivisione”): concezioni economiche che all’apparenza possono risultare positive, rivoluzionarie e richiamanti modalità di condivisione eco-sostenibili; ma se contestualizzate e analizzate, rivelano tutta la loro portata precarizzante. Il 2007 è l’anno in cui scoppia la peggior crisi economica dalla Grande Depressione, la quale non fa altro che impoverire la classe media. È in questo momento che subentra la soluzione: “la sharing economy vi tende una mano d’aiuto! La sharing economy può aiutarvi ad arrotondare lo stipendio o a permettere di pagare l’affitto!”. Ma la verità la si può trovare provando a rispondere ad una domanda molto semplice: perché abbiamo bisogno di guadagnare più di prima? La sharing economy rappresenta veramente un’evoluzione dell’economia? Risulta evidente che la sua nascita è collegata alla crisi economica e alle sue drammatiche conseguenze.

La precondizione di questa sharing economy infatti è stato un mercato del lavoro depresso che, a partire dal 2008, si è caratterizzato per un abbassamento dei posti di lavoro fissi e parallelamente da una crescita impetuosa dei lavori part-time: chi ha perso un lavoro vero è costretto a ricorrere a numerosi microlavoretti, attraverso i quali si sperimenta nuovamente il lavoro a cottimo in versione 2.0. Mechanical Turk, il servizio internet di crowsourcing di Amazon Web Service, è solo uno degli esempi di sistemi a cottimo in cui la paga per ogni singolo lavoro non solo è bassissima (si parla di qualche centesimo di retribuzione a prestazione); ma dai guadagni ottenuti bisogna togliere un sacco di cose, come le cure mediche e le spese per la manutenzione della propria strumentazione; ma soprattutto non è previsto nessun contributo da versare per l’ottenimento della pensione. Si tratta quindi di sistemi economici del tutto insufficienti a risolvere le problematiche causate dallo sviluppo tecnologico: non contribuiscono minimamente a limitare le disuguaglianze economiche prodotte dalla concezione di sviluppo a loro affine, perché non pagano neanche le tasse utili al welfare.

In secondo luogo, Internet introduce varianti strutturali nella società e nell’economia rispetto al passato. Una delle idee più eversive del web 2.0 è stata quella della gratuità: un certo numero di merci si può trovare online gratuitamente. I contenuti vengono offerti gratis perché i professionisti remunerati (come i programmatori, i musicisti o i giornalisti) vengono sostituiti con gli utenti, che condividono in maniera totalmente volontaria e gratuità i contenuti da loro creati. L’utente produce e l’utente consuma: nasce una nuova figura: il prosumer. L’unico a guadagnarci in questo schema però non è questa nuova figura, bensì chi gestisce la piattaforma.

Ma il motivo della gratuità delle merci online non è relativa solo alla sostituzione del professionista con l’utente. Google, Facebook e Instagram sono servizi completamente gratuiti soprattutto perché cediamo loro volontariamente una quantità di informazioni digitali incredibili: informazioni raccolte nei database aziendali con lo scopo di classificare categorie di consumatori diverse e di individuare così le tendenze di consumo, per mezzo delle quali si può determinare a quali fasce di persone e in quale momento un dato prodotto può essere venduto più facilmente. In questo modo, il prosumer non produce solamente contenuti, ma anche i dati utili a scoprire le tendenze: la necessità di creare domanda per un certo tipo di bene viene annullata addossando questo ruolo al consumatore, che diventa autonomamente il sorvegliante di se stesso.

La sostituzione dei lavoratori e la precarizzazione del lavoro sono i due fenomeni della New Economy che comportano un’evidente crescita di disuguaglianza e disparità economico-sociale tra due “classi”: da una parte, l’élite proprietaria di robot o piattaforme informatiche; dall’altra la massa di lavoratori precari, utenti peraltro di quelle stesse piattaforme. Come affrontare queste disuguaglianze crescenti, frutto della New Economy e di un’innovazione tecnologica sempre in crescita e sempre più imprevedibile? Quali sono i modi per affrontare quest’epoca? In Tesi sulla filosofia della storia, Walter Benjamin delinea sostanzialmente due possibilità. La prima è negare che l’innovazione tecnologica sia progresso, rifiutandola come fecero i luddisti nel 1813, le cui battaglie certamente non comportarono l’arresto dello sviluppo, ma non furono in ogni caso vane: grazie alle loro lotte, il tema dei problemi derivati dall’automazione venne sdoganato e l’avvio di contrattazioni nei mercati di lavoro consentirono di migliorare le condizioni in fabbrica.

La seconda possibilità è accettare lo sviluppo tecnologico e piegarlo a proprio vantaggio. Nel libro La nuova rivoluzione delle macchine, Andrew McAfee elabora delle misure politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche: migliorare le prospettive dei lavoratori alla luce di una crescita economica e produttiva complessiva. Le più importanti sono: il miglioramento dei metodi d’istruzione e d’insegnamento per mezzo delle nuove tecnologie; incentivare l’imprenditoria ed in particolare le start-up, ritenute vettori fondamentali per creare posti di lavoro e inventarne di nuovi; investire sulla ricerca scientifica e sulle infrastrutture, mettendo in moto una politica keynesiana; mettendo in pratica modalità di tassazione pigouviana, ovvero mirata a scoraggiare determinate attività come l’inquinamento, o sulla rendita, come la proprietà di terreni, la quale non subirebbe la riduzione dell’offerta sul mercato. Queste proposte politiche sono accompagnate da raccomandazioni a lungo termine, come l’idea di un’imposta negativa, che consiste nell’ottenere una frazione di tassazione pagata dal governo nel momento in cui il reddito risulta essere al di sotto di una determinata soglia.

È evidente però che queste misure politiche non solo non tengono contro dei problemi ecologici conseguenti ad una continua crescita produttiva complessiva, ma non scalfiscono minimamente le fonti che producono la disuguaglianza: non esistono ancora proposte veramente efficaci che si fanno promotrici di una tassazione sui metodi di produzione automatizzati o sul web. Gli Stati infatti non sono in grado di agire fiscalmente perché le aziende e le imprese private non solo riescono ad aggirare la tassazione, ma sono anche in grado di minacciare i governi rispetto a determinate misure fiscali. Il potere dei grandi colossi economici riesce a soppiantare il potere politico attraverso il ricatto: possono legittimamente disattivare il funzionamento di servizi digitali, ormai diventati essenziali in questo sistema economico-sociale.

Nel 2014 ad esempio, Google riesce a ricattare il governo spagnolo di Rajoy: l’approvazione della legge che avrebbe obbligato l’azienda a pagare gli editori per l’utilizzo dei loro contenuti, evidentemente non piaceva. Così, il giorno prima dell’entrata in vigore, Google decide di disattivare il servizio News del suo motore di ricerca, con la perdita del 10-15% del traffico sulle pagine web delle testate giornalistiche. Ma d’altronde, s’incentiva questo sistema ogni volta che acquistiamo un prodotto a basso costo su Amazon. E lo si fa senza badare a tutte le ripercussioni che un atto semplice come questo produce: è la New Economy, bellezza! Ma la convenienza vale quanto ciò che si sta perdendo?

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

 

Sui sentieri d’Irlanda, paese visceralmente indipendente, globalizzato a modo suo, che ama il progresso ma non lo baratta con la propria originalità

Un paese che ha dato i natali a Oscar Wilde, George Bernard Show, a James Joyce dovrebbe attirare la curiosità di chi voglia capire in che condizioni ambientali nascano creatività e genio. Questo approccio, per quanto idealista, non è fuorviante per capire l’Irlanda, terra di fini scrittori, di generosi bevitori di birra, di cordialissimi padroni di casa e di altre variegate conformazioni di carattere. Al fine di immergersi in un mondo così diverso occorre scaricare una serie di preconcetti mediterranei: il primo è che tutti ti vogliano fregare. In Irlanda anche i più sospettosi e introversi hanno un filo di incanto verso il prossimo. In secondo luogo, una coordinata importante è il tempo. Il tempo dell’Irlanda è lento ma non abbastanza da dare l’idea di accidia. Tutti hanno qualcosa da fare ma uniscono a questa condizione, la consapevolezza che c’è abbastanza tempo per farlo. Lo si vede dalle file al benzinaio, dalle code ai semafori: gli irlandesi sono distesi, indifferenti, celano sorrisetti di autocompiacimento: l’attesa non li snerva, forse ne corrobora la giovialità, forse negli intervalli vuoti architettano qualche buona battuta da usare nei pub.

Partiamo da Dublino. La prima impressione che si ha a Dublino è quella di un grande villaggio. Come nei villaggi tutta la vitalità è schiacciata al livello della strada, al piano terra o quasi. I palazzi raggiungono al massimo il terzo-quarto piano, tranne qualche rara eccezioni, e questo conferisce al paesaggio un clima di condivisione che in una metropoli è un’ insolita peculiarità. Per dare un’idea più efficace di questa sensazione occorre individuare la sua antitesi naturale, Milano, in cui, per qualche ragione, si ha l’idea che il vero gioco si stia giocando negli ultimi riservati piani di qualche palazzone.
Se Milano usa tutta la sua frenesia la mattina per prendere i mezzi pubblici, Dublino la spende la sera nei pub, e se a Milano la serietà è una garanzia di qualità, a Dublino ingenera sospetti.
Tutto questo però non ha contrappesi sul lato dell’efficienza, che oltre la Manica è una virtù scontata e proprio per questo amabile. Inutile elencare i vari luoghi di attrazione che sono disseminati a Dublino, dal disteso e magnifico Trinity College alle interessanti Gallerie, andarci è doveroso e divertente ma forse non è la cosa più importante. A Dublino non c’è molto da vedere, c’è più da sentire, da provare. In questo senso il viaggiatore oculare potrebbe rimanerne deluso o quanto meno perplesso.

I pub, come giustamente fa notare la mitica Lonely Planet, sono la prima meta perché sono la via d’accesso all’anima profonda del posto, un’autentica Stele di Rosetta per capire un linguaggio e un’ antropologia antica e immutata. I pub sono ovunque e sono tutti un po’ bui come devono essere le interiora di qualcosa. Bere birra è importante, non berla è possibile a patto di rimanere un po’ fuori dal gran gioco di società. Ma questo non dispiace all’osservatore, che per natura sa apprezzare anche le distanze. Se Dublino è interessante, la vera Irlanda, quella fuori Dublino, è perfino iniziatica. Uscire da Dublino significa traversare un luogo originario, profondo, in cui la parola geologia ha un significato tangibile e stupefacente per noi che veniamo da terre ricoperte da scorze enormi di cemento: basti pensare alle imponenti scogliere occidentali, al tavolato del Burren, al più morbido Kerry, linee molto diverse che delineano un volto policromo e poliforme di cui si rimane infatuati. Le zone che ho visto arrivando nella bellissima cittadina di Galway sono quasi disabitate, si incontrano case sparse a svariati chilometri di distanza. Le case sono discrete, nel senso che presenziano con discrezione. Hanno colori chiari e tetti molto inclinati che riprendono le sfumature dell’ardesia. Nei centri abitati che si incontrano lungo le vie di comunicazione, le dimore diventano a mano a mano più colorate quasi a segnalare con gioioso incanto la presenza di una contrada umana. Il punto forse è proprio questo. Se George Bernard Shaw scrisse che gli angeli in paradiso non sono nessuno di speciale, è anche vero che in alcune zone della Terra, vista la rarefatta demografia, gli uomini possono esserlo.

Galway è una graziosa città sull’oceano, un luogo ventoso in cui l’orizzonte è quasi sempre grigio scuro, un ultimo lembo di terra in cui si capisce meglio che altrove la parola confine. Continuando giù si incontra il tavolato calcareo del Burren e poi altri paesaggi, pieni di laghetti, animali selvatici e indisturbati esseri umani. I paesini sono legati al centro da imponenti cattedrali gotiche che molto spesso fiancheggiano un campo santo con le caratteristiche alte croci con l’anello, simbolo della cristianità irlandese. Non è difficile incontrare nel sud strade stracolme di B&B come nella zona di Killarney: non lasciatevi confondere dal nome un po’ inflazionato, sono gioielli rari: molte volte sono fattorie che offrono ospitalità a buon mercato, altre sono raffinate ville di campagna con visuali epifaniche sulla natura.

Galway city

Al di là della bellezza, c’è qualcos’altro però in Irlanda, un’idea politico-esistenziale o qualcosa che somiglia ad una profezia positiva. Nell’Irlanda come è oggi c’è un’alternativa per il mondo di domani: un ritorno alle relazioni, ai luoghi d’incontro, una progressiva riabilitazione della vita con gli altri. A differenza di qualche ristorante conformemente alternativo delle zone nostre, nei pub di Dublino non c’è mai scritto “Posa il cellulare, comunica!”, ma nessuno lo usa perché la convivialità prevale e ha qualcosa di sacro. Quanto al rapporto con la natura, tutto lascia immaginare un equilibrato contratto con la civiltà, in cui quest’ultima si rassegna ad essere una parte del tutto. Il clima che si respira non è quello scanzonatamente alcolico che la vulgata scolaresca riporta in Italia, né c’è solo profonda meditazione come vorrebbero gli integralisti del paesaggio, ma entrambe le cose insieme fanno dell’Irlanda la patria di un metodo di meditazione: uno zen atipico, strutturato come un’ideologia e leggero come una piuma. Ultima nota, la guida a sinistra dà la sensazione di essere contromano: è una sensazione gradevolissima e propedeutica alla comprensione di quella terra.

 

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/societa/sui-sentieri-dirlanda/

Regalare un libro a Natale, quale? Cinque consigli per gli acquisti

Regalare un libro vuol dire molto di più di consegnare un regalo. Anche quest’anno, in questa corsa affannosa verso scaffali di supermercati, negozi e locali stracolmi di chi si è ridotto all’ultimo minuto per regalare qualcosa agli amici e ai propri cari, cosa c’è di meglio di un libro a Natale o per il nuovo anno a venire ? Un libro non è solo la sana lettura da riservarsi in questi giorni che significano anche pausa dal lavoro e dalla solita routine, un libro è un’occasione, è un momento prezioso per ognuno di noi. Un angolo destinato alla propria mente e alla propria anima.

Che siano tra i ”libri più venduti” , esposti all’ingresso o depositati nei luoghi un po’ più polverosi di una libreria, ‘loro’ ci sono sempre, non ci deludono mai ed aspettano solo di essere acquistati.

Di seguito, cinque proposte che non deluderanno le aspettative di nessuno.

1. Storie di fantasmi per il dopocena , di Jerome K. Jerome, uno scrittore ”da treno”. Il libro, di scorrevole lettura, contiene un insieme di storie avvincenti che hanno come protagonisti dei divertenti fantasmi e tanti sono i misteri che li riguardano e che si celano attorno ad una inquietante ”camera azzurra”.

2. Orfani bianchi, di Antonio Manzini. La protagonista è una donna moldava che viene a vivere a Roma e lascia  dietro di sé tutto il dolore di una vita che somiglia a quella di mille donne pronte a rinunciare a tutto nella speranza di una vita migliore. Lontana anche dal figlio, Mirta,  finisce per sentire come sue le storie di altre donne solo apparentemente diverse da lei ma comunque speculari.

 

3. La casa del sonno, di Jonathan Coe. Ci troviamo nei primi anni ottanta, ad Ashdow dove un gruppo di studenti dalla condotta di vita estrema convive in un clima di caos assoluto. La città di Ashdow si trasforma poi in una clinica dove si cura la narcolessia e dove ”si avverano sogni e si dissolvono visioni”. Un sonno che, in misura diversa, è il sonno di tutti.

 

4. Cuccioli per i bastardi di Pizzofalcone, di Maurizio de Giovanni. Il noto scrittore napoletano ci racconta le vicende di un gruppo di poliziotti ”i bastardi” che cerca di riscattarsi dalla idea sbagliata che la città si è fatta sul loro conto. In questo romanzo, al centro delle vicende vi è la storia di una giovane domestica ucraina che ci terrà con il fiato sospeso fino alla fine. Contemporaneamente, scompaiono alcuni randagi dalla strada. Storie che camminano assieme potremmo dire. Il racconto infatti diventa sempre più corale. Impossibile non divorarlo fino all’ultima pagina.

 

 

5. Zazie nel metro, di Raymond Queneau. Zazie è una ragazzina ”ribelle” che arriva nella Parigi scombussolata degli anni ’50. Ed è proprio intorno al metro che ruotano i suoi insoliti ed interessanti incontri. Sicuramente il romanzo più famoso dell’autore, è definito un romanzo di formazione nonché ”una favola moderna”.

 

Giochi Paralimpici Rio 2016: tutte le medaglie italiane

Ieri 18 settembre, all’ 1:00 ora locale sono stati celebrati gli ultimi istanti di questa edizione dei Giochi Paralimpici. Per l’ultima volta il Maracanà ha avuto l’occasione di farci immergere nel colorato e armonioso mondo carioca. Sono stati undici, i meravigliosi giorni, in cui abbiamo avuto la fortuna di ammirare un fantasmagorico spettacolo. Gli atleti con sudore, energia e una strepitosa forza d’animo si sono sfidati per vedere garrire il proprio vessillo sul podio.

Il paese che ha visto più volte issare la propria bandiera, è stata la Cina, che ha portato a casa 239 medaglie, posizionandosi prima nel medagliere. Dietro di lei la Gran Bretagna, L’Ucraina, gli USA, l’Austria, la Germania, i Paesi Bassi, il Brasile e l’Italia, che dopo 40 anni entra a far parte di nuovo delle migliori dieci posizionandosi al nono posto. A seguirla, la Polonia.

Giochi Paralimpici 2016: l’Italia fa il pieno di medaglie

Dopo un tiepido esordio è arrivato il trionfo dalla delegazione azzurra, che ha conquistato  39 encomi, mantenendo così la promessa di migliorare i risultati dei Giochi Paralimpici londinesi.

Il primo a dare inizio alle danze è stato Francesco Bettella che, insieme al compagno Federico Morlacchi, hanno decorato il medagliere. Successivamente Giovanni Achenza e Michele Ferrarin  fregiato il medagliere di un bronzo e di un argento, nel triathlon. La medaglia numero 4 è arrivata dalla nostra portabandiera, Martina Caironi, nel salto in lungo, che sale sul secondo gradino del podio, dopo aver eguagliato e superato il suo record personale. Un altro argento e due bronzi vengono raccolti nel nuoto, rispettivamente con Cecilia Camellini, Giulia Ghiretti e Vincenzo Boni. Federico Morlacchi ha ulteriormente impreziosito il medagliere, vincendo il primo Oro della sua Carriera, nei 200m misti. Giulia Ghiretti invece ha collezionato il suo secondo bronzo. Altri encomi sono arrivati nel nuoto, con l’ argento di Bettella e di Ajola Trimi, il bronzo di Ferem Morelli, l’oro di Francesco Bocciardo e del consacrato campione Morlacchi.

Trionfo nel ciclismo e medagliere sempre più ricco

L’altro sport che ha regalo più medaglie all’Italia è stato il ciclismo, capitanato dall’instancabile Alex Zanardi, che ha guadagnato un oro nel crono, un argento nella prova in linea della Handbike e un oro nella staffetta con Podestà-Mazzone. 3 medaglie d’oro sono arrivate da Vincenzo Podestà, Luca Mazzone e Paolo Cecchetto, 2 argenti  da Mazzone, 2 bronzi da Francesca Porcellato e uno da Giancarlo Masini, Fabio Anobile e Andrea Tarlao.

Il medagliere azzurro si è arricchito ulteriormente con l’Oro della giovane promessa della scherma Bebe Vio, e con il bronzo del fioretto femminile a squadre. Disco d’argento per Tapaia. Anche il tiro con l’arco ha centrato due medaglie, con Simonelli e la squadra Mijno-Airoldi. Oro anche per Assunta Legnante nel lancio del peso. Ancora due bronzi nel tennistavolo: uno vinto da Kalem singolarmente e l’altro conquistato in squadra con Rossi.

La raccolta di encomi ha continuato ad impreziosirsi grazie all’atletica, con un bronzo di Alvise de Vidi, un oro di Caironi e un argento di Contraffatto, che hanno chiuso il medagliere paralimpico. Un’altra pagina dello sport è stata scritta: questo evento sportivo si è trasformato in un grande investimento per il futuro, all’insegna dello slogan “YES I CAN”, rendendo l’impossibile, possibile.

I Giochi Paralimpici finiscono per rimanere: ci auguriamo infatti che l’imponente energia che si è sprigionata, possa trasmettersi a tutti e perdurare nel tempo senza dispersi mai, in attesa di potenziarsi a Tokyo 2020.