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Salamanca

‘Un anno a Salamanca’, il diario di viaggio di Alessandra Agnoletti

L’interminabile tragitto in autobus, dalle 14.00 alle 16.30, con il Madrid-Salamanca Express, sotto il sole cocente di Spagna mi ha dato la possibilità di riflettere sugli ultimi frenetici giorni di preparativi, saluti, impegni. Giorni riempiti di tutto purché niente e nessuno mi facesse desistere dalla mia partenza. Neppure un istante ero rimasta sola con me stessa a pensare. Troppo rischioso: avrei valutato razionalmente la cosa, avrei ceduto ai sensi di colpa, alla richiesta di mia madre, di mia nonna di restare accanto a loro. Ogni sera ero più stanca della precedente cosicché mi addormentavo senza prendere coscienza della mia incoscienza.

Ed eccomi qua! Era una Spagna sconosciuta quella che appariva al mio sguardo attraverso i vetri dell’autobus, così spoglia, desertica, senza città, né case… Di quel giallo settembrino dei campi di grano mietuto, delle radure castigliane, pascolo dei tori de lidia[1].

Ben diversi erano i ricordi catalani di Barcellona, dove ero stata ospite sei mesi prima di mia cugina che studiava lì: il porto, le ardite architetture della Sagrada FamiliaParc Guell, Casa Batlò, così avanguardiste da far dimenticare il carattere nazionale.

Riconobbi la Cattedrale di Salamanca in lontananza: era proprio come nel libro che mi ero procurata: così maestosa e imponente, dominava dall’alto i tetti del casco antiguo[2].

Prima di partire, nel nostro ultimo incontro a Bologna, Anabel mi consegnò con fiducia le chiavi dell’appartamento di Salamanca in calle Alfonso de Castro che condivideva con altre due studentesse canarie, dove sarebbe dovuta tornare a ottobre e dove per mia fortuna si era liberata una stanza. La via non era nota al tassista, che subito sbagliò strada.

Arrivata alla porta, mi prese un gran batticuore. Al citofono dissi solo:

<Soy la chica italiana[3]>, animata di buona volontà Salii. Non mi era stato possibile avvertire le future coinquiline del mio arrivo, visto che in casa loro non c’era il telefono. Mi guardarono come fossi un fantasma con tanto di zaino.

Grazie a Dio ce l’avevo fatta, ma il magone mi saliva in gola. Non potevo comunicare! Non capivo niente… ma cosa avevo fatto a partire?

Consolante era il fatto che Isa, Maria e Gustavo, il suo ragazzo, erano proprio come me li aveva descritti Anabel. Erano loro i miei nuovi compagni di avventura.

Salam

Maria e Isa erano canarie dunque il loro castigliano presentava un accento più soave e ogni parola che pronunciavano era aspirata e troncata dalla loro pronuncia. La loro carnagione era olivastra e i capelli e gli occhi neri. Isa era un poì robusta e con un naso a patatina, studiava giurisprudenza ma ad ogni esame era mal di pancia e dissenteria per giorni. La sua sensibilità andava di pari passo con un atteggiamento inizialmente introverso e timido.

Maria era più esuberante, rumorosa, chiacchierona: amava essere al centro dell’attenzione e fare il clown. Si comportava in modo talvolta prepotente e da maschiaccio anche con il fidanzato Gustavo, più accomodante e quasi sottomesso. Lui, studente di ingegneria, era castigliano puro di Leon anche se, contrariamente a tutti gli stereotipi del maschio spagnolo, era biondo con pelle e occhi chiari. Comunque si presentarono tutti disponibili e simpatici nei miei confronti, con una certa curiosità per la novità di avere una coinquilina italiana.

Dopo una buona nottata di sonno, mi alzai decisa ad esplorare la città che avrei abitato per alcuni mesi. Come mio solito, preferii il mio senso di orientamento all’aiuto della mappa. Così girovagai senza fretta fino a Gran Via e per la calle San Pablo giunsi alla chiesa convento di San Esteban. La facciata era scolpita a sbalzo nella pietra rosata salmantina, come un libro miniato, come gli argenti giudei, trasmetteva all’occhio pur distratto tutta la drammaticità del messaggio cristiano nella maestosità dell’opera. Annesso alla chiesa vi era un chiostro, un museo e il convento.

Ritrovai poi la cattedrale e, proprio di fronte ad essa scorsi per la prima volta la Plaza de Anaya con il palazzo napoleonico sede della facoltà di Filologia. Ricordando le parole di Anabel riconobbi la scalinata della facoltà, sempre gremita di studenti che leggevano, suonavano, cantavano o semplicemente approfittavano dei favori del sole.

Tornai all’appartamento. Non avevo visto la Plaza Mayor, vanto nazionale e Patrimonio de la humanidad[4]. I miei compagni si burlarono di me non poco, in quanto ero riuscita a percorrere chilometri in senso circolare senza mai attraversare la plaza, centro della città e della vita sociale dei salmantini. In serata Maria e Gustavo, che in quei giorni viveva da noi, mi accompagnarono in centro mostrandomi anche la vecchia università. Davanti all’elegante facciata scolpita a sbalzo, come cesellata, voluta dal re Alfonso X nel lontano 1215, visitatori occasionali e studenti a testa in su cercavano la rana portafortuna, nascosta tra i particolari. Il detto diceva che chi fosse riuscito a vederla sicuramente avrebbe superato gli esami in programma per l’anno.

Al ritorno ci fermammo al bar sotto casa a bere qualcosa e provai il mio primo pincho[5]Era uno stuzzichino di una pietanza a base di carne, pesce o altro che accompagnava l’ordinazione di una qualsiasi bevanda. Ancora non sapevo che sarebbe diventata una delle cose alle quali avrei legato per sempre il mio ricordo di Salamanca.

Tutto aveva avuto inizio quel 28 settembre 1996, con il volo Milano Linate-Madrid Barajas delle 10.00. Per anni avevo pensato a come rendere possibile quel viaggio, anche se non ne conoscevo la destinazione, né la vera motivazione. Volevo andare, per me, per il mio orgoglio, che aveva già sepolto un amore in cambio della libertà di questo sogno.

Si chiamava Davide, eravamo stati fidanzati per anni, ma al bivio del matrimonio a 22 anni o proseguire gli studi e la speranza di realizzarmi professionalmente io avevo scelto quest’ultima e lui alla prima occasione mi aveva lasciata.

Sull’aereo avevo conosciuto una studentessa Erasmus come me che però si fermava a Madrid per sei mesi. L’incontro era stato provvidenziale: visto la mia capacità di espressione in spagnolo non sarei mai riuscita ad arrivare

rapidamente a Salamanca se Cristina,  si chiamava in questo modo, e un suo amico non mi avessero accompagnato in auto fino alla stazione dei bus di Conde Casal. Non ci siamo mai più rincontrate e purtroppo ben poco so di lei se non che avrebbe studiato a Madrid.

Sono sempre state le coincidenze fortuite a mostrarmi il cammino, quando non conoscevo il sentiero.

Che male c’era nel sognare un po’! Ero stata ridicola la mattina dell’esame di ammissione. Glielo avevo detto io che non sapevo nulla di latino al professore, ma ugualmente mi fece leggere Cicerone ed improvvisai una traduzione con la sua gentile collaborazione. Per quanto riguardava lo spagnolo, altro requisito per ottenere quella borsa, poche nozioni imparate dal libro di un’amica il giorno prima mi bastarono per dare l’impressione di cavarmela.

Anabel fu la mia ancora di salvezza: si rivelò subito disponibile e mi diede tutte le informazioni di cui avevo bisogno sulla città, l’università, la facoltà di Filologia, a cui anche lei era iscritta, ma soprattutto mi aiutò a non cedere alla paura. Di che cosa? Paura di non essere felice per un sogno che si può realizzare, di scoprire che le novità spaventano, scuotono.

Davanti a un caffè parlammo per ore e mi raccontò un po’ della sua storia:

Appena arrivata a Bologna visse in uno studentato dove conobbe il suo ragazzo, Antonio. Era molto dispiaciuta di dover ritornare in Spagna, ma prima avrebbe trascorso le vacanze in Abruzzo, al paese del fidanzato. Era più giovane di me di un paio d’anni, ma molto piu’ determinata, sicura di se e delle proprie scelte, indipendente. Il suo aspetto ricordava una ballerina di flamenco: lunghi capelli neri portati raccolti dietro con uno spillone, occhi verdi e profondi, pelle olivastra e orecchini di argento lavorato che le pendevano alle orecchie e con un effetto simile a una danzatrice araba del ventre e una veggente che legge la sfera di cristallo.

Era necessario essere forti per porre davanti alla realtà, la mia famiglia o quel che ne era rimasto: sarei andata a studiare a Salamanca, per l’intera durata del nuovo anno accademico, separandomi da mia madre e mia nonna, entrambe vedove e sole, lasciandomi alle spalle i miei doveri nei loro confronti, ma anche le delusioni d’amore e la frustrazione di non essere riuscita a coltivare un rapporto migliore con mio fratello, ormai distante e inavvicinabile, arroccato sulle sue posizioni.

Sì, io ero la sorella maggiore e dunque avevo sempre percepito il ruolo di responsabilità nei suoi confronti che mi ero sobbarcata da quando era nato, ma da qualche anno il nostro rapporto era irrimediabilmente cambiato: io avevo vissuto una relazione totalizzante che lo aveva messo da parte nel momento della sua adolescenza, proprio quando dopo la morte di nostro padre, avrebbe avuto bisogno di una guida più stabile. D’altra parte lui aveva preso ad escludermi a voler essere più adulto di quel che era spingendosi alla ribellione su tutti i fronti: nel seguire altre compagnie, a fumare, forse anche a impasticcarsi, a tornare all’alba dalle discoteche della riviera, chiudendosi in camera con la musica tecno a tutto volume per evitare il dialogo, perdendo ben due anni di studi alle superiori, scegliendo di stare con una ragazza madre ex tossica, molto più vecchia di lui.

Sì, avrei abbandonato la mia famiglia e tutto il mio mondo per il desiderio egoistico di scoprire cosa c’era al di la’ del mio paese, per trovare me stessa e per dimenticare e allontanarmi dai problemi familiari che non riuscivo a risolvere e da quell’opprimente realta’ provinciale che non mi dava più stimoli.

Dopo aver rotto il fidanzamento, il mio ex si era subito messo con un’altra e in un paesino di provincia dove tutti conoscono tutti mi sentivo tradita dalle stesse amiche e vittima di sguardi compassionevoli. La spinta a dar prova di trasgressione, a diventare diversa dopo essere stata respinta mi portava giorno dopo giorno sempre più lontano da quel che ero e volevo veramente.

Dovevo ricostruire la mia persona acquistando consapevolezza della mia interiorità ferita, ma anche del mio valore prima di autodistruggermi rimanendo ancorata al passato e deprimendomi per la perdita del mio primo importante amore.

Per questo ero venuta a Salamanca!

 

 

 

[1]Tori di razza

[2] Del centro storico.

[3] <Sono la ragazza italiana>.

[4] Monumento protetto dall’Unesco come patrimonio artistico mondiale.

[5] Stuzzichino di piatti tipici col quale si accompagna la bevanda. Nel Sud, chiamato “tapa”

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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