Breaking News
Home / Scrittori del '900 / Ignazio Silone e il ‘realismo degli umili’
Ignazio Silone
Ignazio Silone

Ignazio Silone e il ‘realismo degli umili’

Ignazio Silone, pseudonimo di Secondo Tranquilli (Pescina, 1º maggio 1900 – Ginevra, 22 agosto 1978), è stato uno dei maggiori esponenti del comunismo occidentale e del partito comunista in Italia, durante il primo periodo della sua clandestinità, non a caso infatti si è accennato più alla sua politica o meglio all’antipolitica dei suoi romanzi. Probabilmente che la sua crisi coincise con l’eliminazione, da parte del Comintern, di Trotzski e di Bukarin, con l’epoca delle purghe staliniste. Si può presumere che prima di quell’epoca Silone fosse un marxista-leninista convinto, che fosse arrivato al comunismo per una protesta morale di fronte allo stato della plebe marsicana di quel primo dopoguerra, che tale protesta si fosse tradotta in un sistema di convinzioni ideologiche e politiche (il materialismo storico), e che esse fossero anche per Ignazio Silone stesso, una leva valida per preparare l’avvento della rivoluzione proletaria e per la redenzione delle plebi contadine della sua regione.

Ignazio Silone: tra socialismo e compassione religiosa

Se riflettiamo sul contenuto etico-politico di Vino e pane, senza dimenticare quello del capolavoro Fontamara e di Una manciata di more, ci renderemo conto che per essi non si può parlare di marxismo. Sicuramente l’ispirazione siloniana è di matrice socialista, di grande impulso umanitario, in cui l’eredità illuministica va a braccetto con la religiosa compassione per la povera gente. Questo sentimento di fratellanza istintiva delle genti marsicane e la solidarietà con la gente oppressa dai soprusi della classe dominante, muove la rivolta della gente di Fucino, l’allegro sarcasmo di Berardo, protagonista di Fontamara, nella lotta dei “cafoni”, il coraggio di Mariettapel che convince i contadini a deviare l’acqua di un ruscello per irrigare le loro terre all’asciutto. In Vino e pane è il protagonista, il personaggio-chiave di questa rivolta clandestina, sotto il regime fascista. Pietro Spina, travestito da prete, ne è la figura emblematica, sino a quando non diventerà, nella crisi ideologica di Ignazio Silone, il “povero cristiano” che rappresenta il nessun potere di fronte al mondo. Anche Una manciata di more, sebbene mostri un’elaborazione meno raggiunta, punta su una volontà di rappresentazione artistica.

Tuttavia l’arte di narrare di Ignazio Silone, di stampo populista è aderente a una precisa realtà sociale e regionale nei suoi aspetti esteriori e, nella sua sostanza. seria e impegnata con la propria materia, deve essere considerata fuori dall’ambito del suo “caso”, come è esterna al marxismo e alla dialettica materialistica. La narrativa siloniana è dunque sulla linea di quel “realismo degli umili”, le cui origini, nel romanzo italiano, sono da riscontrare in Manzoni e in Verga: è in questa ampia cornice che va inquadrata l’opera di Silone, la sua pietà per gli umili unita alla speranza di redimerli. Il mondo paesano di Silone è evocato sulla pagina con una naturale scorrevolezza di figure e paesaggio; l’antica rassegnazione dei suoi “cafoni” ai soprusi di chi comanda, l’accettazione della fatalità, la vanità di sollevarli con una propaganda di formule politiche astratte e la speranza di una redenzione che “un giorno verrà”, tipica della fede cristiana sono le tematiche che rendono corpose le trame di Silone.

 

Bibliografia: G. Titta Rosa, Vita letteraria del Novecento, V.III.

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

Check Also

Kawabata

Yasunari Kawabata, un delicato fiore di loto che galleggia apparentemente sull’acqua, cultore della bellezza

Primo premio Nobel giapponese, con la seguente motivazione: «Per la sua abilità narrativa, che esprime con grande sensibilità l’essenza del pensiero giapponese». Egli è colui che esporta l’idea del Giappone nel mondo. Se la penna dell’amico e allievo Mishima è una lama affilata, un fiore di ciliegio che fiorisce in modo breve ed intenso, quella di Kawabata è un loto, fiore delicato che galleggia apparentemente sull’acqua, ma si appoggia sul fondo melmoso. Tra gli ultimi anni del XIX secolo e i primi anni del XX il Giappone si sarebbe sbarazzato, progressivamente, di Cina, Russia e Corea sedendosi con prepotenza al tavolo delle potenze mondiali. Yasunari Kawabata nacque il 14 giugno 1899 ad Osaka, a 500 chilometri dalla capitale Tokyo, lontano dalla sanguinosa schiuma sovietica che l’ammiraglio Togo avrebbe sollevato, da lì a pochi anni, sconquassando ulteriormente i fragili equilibri estremo orientali. Yasunari era lontano da tutto questo; nell’arco della sua vita non si interessò troppo alla guerra, lasciando quest’onere, e onore, all’amico e discepolo Yukio Mishima. Rimasto orfano a due anni, egli trascorse l’infanzia con un nonno semicieco e bizzarro, che lo educò in modo del tutto peculiare; il piccolo Kawabata si trovò immerso in un mondo dominato dall’arte, dall’erboristeria e dalla astrologia, sviluppando un eclettismo che si rivelò trasversale a tutti i campi della cultura.