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‘Storie irrilevanti’ di Matteo Deraco, EDILab Edizioni

Matteo Deraco, spinto dalla passione per la scrittura studia sceneggiatura cinematografica, per poi arrivare alla narrativa che è, ancora oggi, il suo strumento di espressione preferito.

Dopo anni di concorsi dedicati ai racconti decide di mettersi alla prova e raccogliere i suoi scritti pubblicando “Racconti di storie irrilevanti” con EDILab Edizioni.

A fare da sfondo a questa raccolta di racconti è la città di Roma. Dopo anni passati a bramare la solitudine Matteo si interroga su quanto il mondo intorno a lui sia cambiato, e cerca un posto in cui finalmente essere sé stesso, libero dai preconcetti e dai giudizi degli altri. Nel primo racconto l’autore si chiede giustamente quale sia il prezzo per diventare grandi. Il racconto “Pornoerotico” ha un ottimo finale a sorpresa. Il racconto “Puzza di inchiostro” è un’ottima descrizione dei premi letterari italici. Ma in ogni racconto vi sono cose molto interessanti ed aforismi,  che ricordano quello che Raboni scrisse della poetessa Vivian Lamarque, ovvero che le sue intuizioni erano delle coltellate oltre ad essere illuminanti.

Questo non è un libro ispirato dalla paura della morte, dalla precarietà dell’esistenza, da una cifra trascendente, ma in esso vi è sottotraccia, implicito  un autentico atto di fede nei confronti della vita. La vitalità trasuda da ogni pagina. Non è un libro filosofico sull’essere e il nulla, ma è un’opera che riguarda i problemi veri dei giovani. Deraco è un ottimo compagno di viaggio, che parla col cuore in mano. È una raccolta di racconti ben scritta, ma in cui Deraco non ricerca la letterarietà a tutti i costi. Non c’è la ricerca spasmodica della descrizione puntigliosa né dell’intreccio avvincente.

Le storie vengono definite “irrilevanti” dall’autore per modestia e non perché lo sono veramente. Ogni racconto è un exemplum. Roma non viene descritta ossessivamente, ma solo alcuni episodi della vita giovanile romana. Forse l’autore definisce le sue storie “irrilevanti” perché a Roma niente scandalizza e fa notizia, come sintetizzava egregiamente Flaiano con la storia dell’avvento di un marziano nella città eterna, che dopo qualche ora non se lo filava più nessuno.

Infatti le storie di Deraco non sono scritte tanto per stupire, ma per chiarire a sé stesso e al lettore certe dinamiche della vita. Sembra quasi che l’essenza stessa dell’opera stia nei fitti dialoghi e nelle considerazioni sempre interessanti sull’esistenza, che non diventano mai elucubrazioni cervellotiche. Lo scrittore rifugge da ogni intellettualismo e trova leggi generali della vita. Non ha retaggi nei confronti del “secolo breve”. Ha i piedi ben piantati nel duemila.

Non rispolvera il vecchio né lo rimpiange. Parla di sesso ma non in modo volgare. Il suo è un punto di vista maschile senza essere maschilista. Non è centrato su sé stesso, ma orientato verso gli altri. Il dettato è sempre trasparente. È sempre chiaro e se qualcuno volesse disquisire sul discrimine chiarezza/oscurità bisogna ricordarsi che lo hanno già fatto magistralmente Fortini e Parise sulle pagine del Corriere della Sera nel 1977.

Nei racconti di Deraco assistiamo ad una pluralità di voci. Se prendiamo i canoni di Alfonso Berardinelli riguardanti lo stile dell’estremismo  (retorica dell’oltranza,  ontologia, prevalere della teoria sui fatti) Deraco non si adegua al conformismo autoriale. È un libro equilibrato, agrodolce; le riflessioni in esso contenute hanno un certo spessore gnomico. È anche un libro sincero perché Deraco non ha mai paura di mostrare la sua baldanza né la sua vulnerabilità. Sicuramente sono sottintese due cose in questa opera: 1) la parola può risarcire quasi ogni ferita della vita, la può risanare. 2) il mondo è un teatro come in Pirandello e Schopenhauer.  L’autore mette in scena autenticamente sé stesso o gran parte.

Questa è una narrativa adeguata alla realtà,  ma che non si adegua ideologicamente ai tempi. Deraco non è figlio della sua epoca, la sua ricerca lo porta al di fuori del mainstream,  del pensiero dominante; si libera invece dagli idoli senza cadere preda di irrazionalismi.  Tondelli scriveva che leggiamo letteratura moderna per “ritestualizzare il nostro mondo” ed in effetti con Deraco ci aggiorniamo sul mondo italico, soprattutto quello giovanile. Inoltre il cristianesimo è Dio che si fa uomo ed allora perché non leggere un libro che diverte e allo stesso tempo tratta delle nostre debolezze umane? Concludendo, questo libro si può riassumere efficacemente con le parole di Antonio Machado, che diceva di cercare assieme a lui la verità.  Deraco vuole coinvolgere il lettore non solo emotivamente  ma anche dal punto di vista conoscitivo ed esistenziale. Alla fine con lui si approda anche a delle verità umane ed esistenziali. Ciò non è affatto poco. Ecco alcuni estratti molto convincenti del libro:

“Perché penso che diventeremo come tutte le coppie che parlano solo di lavoro e con l’andare del tempo smettono di sorridersi, ma si rifugiano nell’altra persona solo per vomitare rotture di coglioni. Poi, per non sentirci più, ci ritroveremo su un divano

ognuno con il proprio cellulare in mano a scorrere su e giù le pagine internet senza nemmeno vedere quello che stiamo guardando.”

“Non so per quale motivo, ma a un certo punto le persone semplicemente cambiano, per un periodo vesti di blu poi, di punto in bianco passi al verde poi, dopo un po’ di tempo passi al rosso, cose del genere. Fa parte della natura di ognuno. Perlomeno di chi è normale, perché poi c’è anche chi, semplicemente, passa da un estremo all’altro, senza coerenza. Rinnegare sembra essere la moda del 2020. Rinnegare la fede politica, rinnegare la fede calcistica, rinnegare la fede, rinnegare gli amici, rinnegare la famiglia, rinnegare l’amore, rinnegare l’odio, rinnegare i propri sogni. Alla fine si finisce per rinnegare se stessi.”

“L’aria di Roma mi schiaffeggia e io resto un po’ imbambolato. L’odore di schifo mi entra nelle narici. Sa di merda e di vomito, di smog e di cimitero.Mi stranisce. Mi fa vacillare.Eppure mi piace sempre.”

“Vado avanti così, un pezzo separato dall’altro, e io separato da tutto, cercando di tenere tutto insieme, ed è questo che rende la cosa logorante, estenuante. È questa

la parte dura: dover tenere tutto insieme, ed è dura proprio per la mia incapacità di legare le cose.Tutto assomiglia a un fottuto puzzle, con dei pezzi che creano il quadro generale solo quando sono separati. Non ci riesco a metterli insieme quei maledetti pezzettini, e renderli parte della mia vita, li vivo separatamente, in maniera disgiunta gli uni dagli altri.”

 

About Davide Morelli

Nato nel 1972 a Pontedera (Pisa), laureato in psicologia. Articolista su alcune testate giornalistiche online e collaboratore di riviste online e blog.

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