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“Non voglio morire. Torino 6 dicembre 2007”. Il primo libro sulla tragedia della ThyssenKrupp, di Stefano Peiretti

“Non voglio morire”, è la frase pronunciata da Giuseppe Demasi, 26 anni, la più giovane delle 7 vittime della ThyssenKrupp quella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, quando fu investito dall’incendio con altri sette compagni, Rocco Marzo 54 anni, Rosario Rodinò 26 anni, Antonio Schiavone 36 anni, Roberto Scola 32 anni, Angelo Laurino 43 anni, Bruno Santino 26 anni e Antonio Boccuzzi, l’unico ad essere sopravvissuto.

“Non voglio morire. Torino 6 dicembre 2007” è il titolo del libro di Stefano Peiretti, edito da Echos, il primo che racconta la tragedia della ThyssenKrupp, e che vuole essere un monito alle Istituzioni affinchè intervengano con leggi mirate per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro perchè come recita la Costituzione “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, ma quel che è certo è che di lavoro non si deve e non si può morire.

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Luca Mariani si appassiona al giornalismo sin da bambino e, ormai giovane adulto, desideroso di mettersi alla prova, si ritrova a lavorare nella redazione di un giornale torinese. Il giorno 6 dicembre 2019, Luca s’imbatte nell’articolo della sua collega Chiara Monti, che ricorda il terribile rogo dell’acciaieria ThyssenKrupp avvenuta in quello stesso giorno di 12 anni prima, in cui morirono 7 operai. Un incubo durante la notte lo spingerà a interessarsi di quell’evento doloroso, che sarà destinato a restare una ferita aperta nel tessuto sociale di Torino. Questo sarà il punto di partenza del suo impegno per tenere viva la memoria delle morti sul lavoro.

Comincia un viaggio di approfondimento delicato e rispettoso: il giovane giornalista, grazie al supporto della collega, riesce a incontrare i familiari che gli fanno vivere, attraverso i loro racconti, la tragedia che ha improvvisamente sconvolto la Città di Torino e il mondo intero in quel 6 dicembre 2007. Grazie alle loro parole, l’autore lascia emergere emozioni e ricordi a distanza di così tanti anni dall’evento. Quale futuro è possibile, dopo questo trauma? Come si può trasformare il flusso di emozioni in impegno per trasmettere sempre e comunque speranza?

Il volume porta la prefazione di Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto alla tragedia e poi deputato (XVI e XVII Legislatura). Nelle sue intense pagine, egli consegna il suo vissuto da quella fatale notte e il costante riverbero che essa ha ancor oggi. Particolarmente incisiva è un’immagine che propone, richiamando quanto lo ha colpito nel ritornare nell’ormai abbandonato stabilimento per trovare ispirazione per il suo scritto:

Ho provato un brivido profondo nel vedere un ammasso di foglie, un albero abbattuto da una tempesta precedente, tanta immondizia e un inquietante, pauroso senso di abbandono. Quell’albero, quel luogo che doveva contribuire a non dimenticare, è stato dimenticato, inghiottito dal tempo. L’albero, che doveva essere un simbolo, oggi rappresenta perfettamente il degrado di un non luogo.

L’ennesima beffa, l’ennesima amnesia. Un’amnesia cui questo libro vuole “guarire”, dando voce alla non anestetizzabile e non anestetizzata sofferenza di quanti debbono quotidianamente fare i conti con l’assenza di chi trovò la morte là dove la sicurezza non dovrebbe mai essere barattata con un salario.

Ciò che ha spinto e dato la forza allo scrittore lungo il suo cammino al fianco di chi ha perso i propri cari quattordici anni fa, è stato proprio il contraccolpo della visione di quell’albero caduto, assorbito e svuotato della sua dagli annichilenti resti di quella fabbrica. Desolato non luogo, dimenticato e abbandonato da tutti.

Il “Tempio del sacrificio umano dove Dio, quella notte, è morto tra le fiamme, ammazzato dalla stoltezza e dalla malvagità dell’uomo vile” è stato profanato. E poi quell’albero, simbolo di quella notte, lasciato a terra e mai rialzato. E così ritornando in macchina mi decisi a iniziare questo progetto.

Mi sono detto: ‘Voglio rialzare quell’albero, immaginando che quel legno siano le pagine di questo libro che mi hanno svelato il dramma di un mondo sconosciuto’.

Le scelte stilistiche e di registro dell’autore, soprattutto il rilievo dato ai dialoghi e alla loro intensità, sono nate dalla volontà, tenacemente perseguita, di rendere fruibile a tutte le età il romanzo, affinché la memoria di questo evento non venga mai persa, soprattutto dalle nuove generazioni. Non è un’opera pensata per entrare nel particolare giudiziario e che nemmeno indugia sugli aspetti politici. Indubbiamente, però, è evidente che il volume assuma un ruolo di sensibilizzazione.

La ferita che Torino ha ancora aperta non si potrà mai rimarginare e dovrebbe essere da monito all’intera Italia e ai governanti per avere maggior sicurezza sui luoghi di lavoro.

L’autore

Stefano Peiretti è nato a Torino nel 1988. Laureato in Informatica presso l’Università degli Studi di Torino, diventa consulente informatico, docente e formatore. Appassionato di didattica, psicologia, pedagogia, teologia, letteratura, musica e iconofìlia. Vescovo della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata e attivista per i diritti civili e le pari opportunità.

Autore di “Franco e Gianni – 14 luglio 1964” (2017 – Echos Edizioni) sulla vita della prima coppia omosessuale unita civilmente a Torino nel 2016, “Non sono come tu mi vuoi” (2018 – Echos Edizioni) e “Le trappole dell’anima” (2019 – Pathos Edizioni) sulla violenza di genere percepita, subita e sommersa e di “#CrediInTe” (2020 – Aracne Edizioni) su bullismo e cyberbullismo. Con “Non voglio morire – Torino 6 dicembre 2007” racconta la tragedia della ThyssenKrupp corredata dai racconti inediti dei familiari delle vittime

About Annalina Grasso

Giornalista e blogger campana, 29 anni. Laurea in lettere e filologia, master in arte. Amo il cinema, l'arte, la musica, la letteratura, in particolare quella russa, francese e italiana. Collaboro con una galleria d'arte contemporanea.

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