“Il weekend”, di Peter Cameron

Peter Cameron

<<Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria>>.(Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”).

Le parole di Pavese sembrano siano state cucite addosso al nuovo romanzo dello scrittore americano Peter Cameron, Il week-end, dove piccolezza, meschinità, turbamenti quotidiani, si perdono nella potenza della natura.

E’ trascorso ormai un anno esatto dalla morte di Tony, fratellastro di John e amante, per nove lunghi anni, di Lyle, critico d’arte di New York. Marian, moglie di John, ha così deciso che è giunto il momento di ricreare quell’atmosfera, quei magici momenti che custodisce nel cuore, quei momenti che il tempo non ha cancellato, sbiadito, portato con se. Ma ciò che i due coniugi ignorano è che Lyle, dopo il successo del suo ultimo libro sull’ascesa e sulla caduta dell’arte contemporanea, ha incontrato un giovane, Robert, di cui si è invaghito, in cui ha rigettato le sue speranze , quell’attesa interminabile “che la sua vita stia per cambiare“.

E così, quello che sarebbe dovuto essere un momento fatto di dolcezza, malinconia, lacrime e sorrisi, ricordi di un dolore mai cancellato, diventano una serie infinita di momenti imbarazzanti, parole non dette, silenzi colmi di rabbia e finta indifferenza verso quell’incontro che sporca ogni singolo ricordo, un amore che il tempo, mai, potrà cancellare. Perché, il tempo non cancella le ferite, non può farlo. Il tempo, quello che scorre forse troppo velocemente per chi, come Lyle, è rimasto aggrappato ad una flebile speranza che, un giorno, si possa sorridere ancora, è legato alla consapevolezza che nulla, sarà mia più come prima. Nulla potrà mai più riportare indietro l’amore di una vita intera.

Peter Cameron, ci mostra la dolcezza, la bellezza, la paura, di entrare nei meandri nascosti della mente umana. Sentimenti che si cerca di nascondere ad un mondo indifferente ai nostri dolori, perché ogni dolore appartiene, in modi e misure diverse, solo a chi ha subito quella perdita, quella perdita che con se, porta via anche la speranza di poter, un giorno, essere ancora in grado di sorridere, amare, ricominciare. Attraverso le sue parole, Cameron, porta il lettore in quel mondo segreto, nascosto, chiuso nell’anima di ogni personaggio, di ogni uomo. Un luogo in cui le domande, le ansie, le angosce, le paure, restano sigillate, chiuse e pronte ad esplodere, come un vecchio armadio che non può contenere più nessun abito.

Ma Lyle lo sa, è consapevole del pericolo in cui incorre nel portare questo giovane ventiquattrenne in quel luogo in cui la presenza di Tony è ancora troppo viva, nonostante quell’assenza concreta a cui, nessuno, potrà mai riparare. Perché Tony è li. In ogni oggetto, in una cena in giardino, in un bagno nel lago, in ogni parola, sguardo… in ogni lungo silenzio.

In un tempo labile, veloce, eppure lento e inesorabile, in quel weekend in cui tutto, avrebbe dovuto essere perfetto, la presenza di Tony è ancora troppo “viva” per poter anche solo sperare di dimenticare quella nuova presenza incarnata nel volto di Robert che, in qualche modo, sostituisce, o forse semplicemente occupa, un posto che non può, non deve appartenergli.

Ed è il dolore a dare consapevolezza. Il dolore, quello nascosto al resto del mondo, quello con cui facciamo i conti quando apriamo gli occhi e, solo per un istante speriamo sia stato solo un brutto sogno, cerchiamo di percepire ancora una presenza che, ormai, è solo assenza.

“Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che il tempo porta via è andato, e poi si resta con qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai.”

Un libro che si legge con piacere, per la straordinaria capacità di far immergere il lettore in quell’atmosfera minimalista dove lo scrittore analizza la psiche umana.

‘La casa in collina’: la guerra mondiale e intima descritta da Pavese

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“Pensai incredulo alle colline e alle vigne di quassù. Che anche qui si sparasse, si tendessero imboscate, che le case bruciassero e che la gente morisse, mi parve incredibile, assurdo.” Il Pavese de “La casa in collina” è un Pavese forse inedito: i toni solipsistici di una solitudine quasi “fine a se stessa” di altre sue opere come “Feria d’agosto”, “La bella estate”, appaiono qui come abbandonati.

Il Pavese che fa pronunciare a Corrado quelle parole è forse un autore già all’apice della sua maturità letteraria, senza neanche che, come la maggior parte della critica scrive, occorra aspettare “La luna e i falò”.
Composto nell’immediato dopoguerra, “La casa in collina” è un racconto “diverso” della resistenza, della guerra: diverso perché il protagonista Corrado non partecipa alla resistenza, ma ne avverte il disagio. Detto così, però, l’intento che Pavese vuole trasmetterci con quest’opera, appare disatteso: in realtà possiamo benissimo dire che Corrado partecipi alla resistenza e alla guerra, ma vi partecipa in maniera “intima”. In questo caso il luogo della guerra  e della resistenza non è il campo di battaglia, ma è l’anima del protagonista. Allo stesso modo è interessante vedere come, durante il racconto, si rincorra una certa similitudine tra “le colline” e appunto l’anima tormentata del protagonista: le colline come luogo dell’anima, sembra una descrizione più che mai appropriata.

La casa in collina è proprio la casa delle due donne (Elvira e la madre) che Corrado raggiunge la sera, rincasando dall’osteria che si trova a valle, dove è solito intrattenersi con Cate (un suo vecchio amore), Dino (il figlio di Cate), il cane Belbo, Fonso (il partigiano). Dalla collina Corrado vedrà Torino in fiamme, vedrà risplendere i fuochi degli attacchi tedeschi che possono essere paragonati a quei film di fantascienza che parlano di sbarchi alieni, con le luci delle astronavi che illuminano il cielo, insomma come qualcosa di già soltanto visivamente spaventoso.

A sprazzi però il protagonista si lascia andare a delle speranze, come la similitudine tra l’avanzare della primavera e la fine della guerra: similitudine che però sarà disattesa.
La narrazione si fa più nervosa quando accade l’episodio chiave: i tedeschi catturano Cate e gli altri dell’osteria: Corrado è disperato, fugge tra le colline e capisce che i tedeschi di lui non sanno niente perché probabilmente nessuno tra Cate e gli altri, hanno parlato. Ma capisce che allo stesso tempo le colline non sono più un riparo per lui: “Non c’era su quelle colline un cantuccio, un porticato, un cortile donde almeno per quella notte guardare le stelle senza batticuore?”

“In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, ma volevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo”. Così Elvira trova per Corrado un buon rifugio, il collegio dei preti a Chieri: lì sarà al sicuro, tra le mura del collegio, tra i volti dei ragazzi, tra le parole dei preti. Ma anche lì il terrore non lo abbandonerà: le orecchie sempre tese, i sensi sempre accesi per cogliere qualche pericolo. E una sera il terrore si presenterà reale: qualcuno al collegio può fare la spia. Il sospetto cresce angosciosamente in Corrado che per alcune sere non esce dalla sua stanza: alla fine un frate gli dirà che sarà meglio che si allontani un po’ dal collegio, per sicurezza. E così incomincia un vagabondaggio misero che porterà Corrado a comportarsi come un agnello indifeso in mezzo agli oscuri boschi: giorno dopo giorno cercherà di raggiungere la piazza del paese, poi si nasconderà tra le strade, sempre con il sottofondo degli spari, delle bombe e degli autocarri.

Verrà il momento che Corrado tornerà al collegio, ma gli studenti non ci saranno più: neanche Dino, che lo aveva raggiunto, sarà al suo fianco. Allora la sua solitudine, oltre che essere interiore, si farà anche materiale: arrivano notizie inquietanti dal mondo al di fuori della mura del convento. Corrado si interroga su Cate, su Belbo, si sente in colpa, possiamo dire, per questo suo stato di rifiugiato, per essere scappato. Verrà anche il momento che Corrado deciderà di tornare a casa, di affrontare le colline.
E ora l’immagine di questa “barriera di colline” che il protagonista  deve attraversare è molto diversa dalle “verdi colline” all’inizio del racconto: inizierà così un cammino da fuggiasco, per tornare a casa, si informerà sugli spostamenti dei tedeschi dai paesani che incontra, sbaglia molte volte strade, torna indietro, si nasconde.

Incontra un posto di blocco dei partigiani, che, non senza diffidenza, lo faranno passare. Si imbatte, da spettatore insieme a un vecchio contadino, a una rappresaglia di partigiani contro i Tedeschi: ma la scena non è descritta, è descritto solo il modo in cui Corrado si nasconde insieme al vecchio contadino e con il quale avverte solo la raffica di spari e il rumore dei carri. Quando l’imboscata sarà finita, l’uomo  esce allo scoperto: cammina tra i morti non permettendosi minimamente di scavalcarli, quasi come una forma di bigotto rispetto, forse, peggio ancora, di imbarazzo. Alla fine riuscirà a tornare a casa, sano e salvo. Ma il peggio lo aspetta ancora. Corrado sta male, si sente in colpa, avverte un grande disagio per quello che è accaduto ma non riesce a trovare una spiegazione.

“Mi accorgo che ho vissuto solo un futile isolamento, una inutile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra in un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscirne mai più”. Corrado alla fine del racconto non si assolve, non assolve il suo comportamento, anzi, si dissocia dal suo “io” dei mesi precedenti.
Molti tra i critici parlano di “egoismo” del protagonista che poi si risolve nella presa di coscienza di non essere riuscito a salvarsi, in realtà, perché “ogni caduto somiglia a chi resta”, perché alla fine i morti che ha visto per le strade possono somigliargli, ogni morto sconosciuto potrebbe essere addirittura lui, in realtà.

Il termine “egoismo” porta però intrinsecamente una ombratura di colpevolezza, di peccato: ma possiamo davvero incolpare Corrado di aver agito da miserabile egoista durante la guerra? Corrado è stato davvero un pavido per non essersi unito ai partigiani? Possiamo certamente assolvere la figura di Corrado, perché alla fine della storia riesce a rendersi conto di una cosa ancora più banale, ma per questo ancora più difficile: “Solo per i morti la guerra è finita davvero”.

Francesco Palma: “Passato immortale”

Francesco Palma, classe 1974 , è un giovane scrittore calabrese, cultore della storia antica,  e della numismatica (sia antica che moderna) e questi  studi  portati avanti con passione emergono dal  suo  primo  libro “Passato immortale”, una storia fantastica proiettata verso un passato atavico piuttosto che sul futuro.

Il passato che alimenta la memoria e la storia personale che diventa Storia da rievocare alle prossime generazioni spingono la vicenda dei protagonisti sorretta, più che da dialoghi incisivi da accadimenti incalzanti, rivelatori di un altro mondo cui appartengono Christin e Manuel.

Christin è una ragazza inglese bella , molto sensibile ed  intelligente che  perde prematuramente la madre a causa di una malattia incurabile, evento che inciderà profondamente sull’importante passaggio dall’età adolescenziale a quella della maturità. Dopo questa triste circostanza la sua vita cambia troppo in fretta per via del dolore interiore, di misteriose coincidenze e fenomeni inspiegabili dei quali non riesce a decifrarne il senso e, tra questi, quello più incomprensibile è l’apparizione di un fantasma  che sembra perseguitarla. Non riesce ad  arrivare ad una soluzione e di conseguenza nemmeno la  propria esistenza e, in breve tempo, la vita inizia a controllare lei. Giunge in  l’Italia dove troverà Manuel, un giovane archeologo, con il quale,  divide un’affinità mentale ed emotiva totale, dimenticandosi del suo fidanzato Peter. Affinità che con il tempo si tramuterà in amore.

Prima con la forza dell’amicizia e poi con quella dell’amore, Christin e Manuel si lasciano trasportare dagli eventi caotici nei quali riescono a vedere nella vastità dei secoli luoghi sconosciuti e imperscrutabili dove si trova la soluzione del mistero che devono ricondurre nel presente per ridare pace a un passato lontano e alle loro stesse esistenze.

Il filo rosso della trama è rappresentato dalle frasi “Fidati dell’ombra della sera” pronunciata dalla madre di Christin e “Le risposte sono nei libri” che accompagnano Christin e Manuel durante il loro percorso conoscitivo in cui sono coinvolti fortemente anche il padre e la nonna di Christin.

Francesco Palma unisce con una certa disinvoltura la storia d’amore (che ha poco a che vedere con i tipici approcci dei ragazzi di oggi) tra i due giovani protagonisti e il tema oscuro ed inquietante del passato che ritorna sempre, non ci abbandona mai, ‘immortale’ appunto il reale con il soprannaturale,attraverso divagazioni storiche, frasi misteriose, e avvenimenti dal sapore mitologico.

Un buonissimo esordio letterario.

Top ten ottobre 2013

VOLO FABIO
LA STRADA VERSO CASA
MONDADORI
CAMILLERI ANDREA
LA BANDA SACCO
SELLERIO
PARODI BENEDETTA
E’ PRONTO!
Rizzoli

VITALI ANDREA
DI ILDE CE N’È UNA SOLA
Garzanti Libri
CASATI MODIGNANI SVEVA
PALAZZO SOGLIANO
SPERLING & KUPFER
BOSCO FEDERICA
NON TUTTI GLI UOMINI VENGONO PER NUOCERE
MONDADORI
YOUSAFZAI MALALA
IO SONO MALALA
Garzanti Libri
MALVALDI MARCO
ARGENTO VIVO
SELLERIO

AVALLONE SILVIA
MARINA BELLEZZA
Rizzoli
CAO IRENE
IO TI SENTO
Rizzoli

 

Fonte: Hoepli.it

‘Paesi Tuoi’: la porta principale del neorealismo italiano

“Paesi Tuoi” è il primo romanzo di Cesare Pavese: scritto dall’autore nel 1939 ma pubblicato nel 1941. Rappresenta un forte punto di svolta per la narrativa del novecento: il libro di Pavese infatti si andrà a collocare in quella che molti chiameranno “corrente neo realista”. Imprescindibile caposaldo della letteratura italiana, “Paesi Tuoi” preannuncia il tema fondante della sua opera letteraria: il rapporto tra città e campagna. Questo, però, è solo il tema principale da cui nascono e si diramano vari altri temi concatenati: città contro campagna vuol dire anche solitudine contro alienazione, vuol dire indagare il periodo del dopo guerra italiano, descrivere la “stanchezza” della gente che lavora, descrivere un mondo che sta tentando non solo di risorgere, ma che sta anche profondamente cambiando. E in questo cambiamento si insinuano i corpi malmessi dei contadini, gli sguardi persi dei migranti verso la città, si percepisce il disagio e la fatica di tutte quelle persone che si impegnano a costruire le fondamenta di una nuova nazione.

Il mondo della campagna, il mondo della fabbrica, le colline e le luci della città: in poche parole questi sono i temi di “Paesi Tuoi”, che inizia e racchiude allo stesso tempo tutta l’opera pavesiana. Berto, un operaio torinese, conosce nel carcere dove è stato rinchiuso per aver investito un ciclista, un goffo uomo di campagna, Talino, un istintivo che è stato accusato di aver incendiato dolosamente una cascina di un rivale che aveva corteggiato la sorella di cui egli stesso è stato un amante incestuoso. Appena usciti dal carcere, Talino riesce a convincere Berto, che è esperto meccanico, a seguirlo in campagna, a Monticello, lontano dalle leggi che governano la società umana; lì egli potrà lavorare alla trebbiatrice.

Berto lo segue a malincuore, perché sospetta che quel goffo contadino covi dentro di sé qualche suo oscuro piano diabolico e si voglia servire di lui. Ed effettivamente Talino lo ha invitato in campagna per farsene scudo contro una eventuale vendetta di quel tale a cui aveva bruciato il capanno. Giunto in paese, Berto rimane turbato alla scoperta della campagna: l’odore del fieno, la vista di quelle colline a forma di mammelle, la famiglia di Talino, il padre di quest’ultimo, Vinverra, le sorelle terrose, tutto lo sorprende e lo affascina.  Soprattutto lo affascina però la sorella di Talino, Gisella: solo ella gli appare diversa, di un’altra razza, non quella della campagna. Berto quindi comincia a farle la corte per un senso di prorompente sensualità che emana da quegli stessi luoghi e per solidarietà con lei. Ma Talino ha avuto rapporti incestuosi con la sorella, ed ora non resiste alla nuova realtà dell’amore di Gisella per Berto:  nel giorno della trebbiatura, mentre la gente è tutta affaccendata e congestionata dal sole e dalla polvere, mentre Gisella porge da bere al meccanico e respinge il fratello che le fa due occhi da bestia, con un salto, Talino pianta nel collo di Gisella il tridente.

L’assassino ha come prima reazione quella di fuggire, e va a nascondersi nel fienile. Il giorno seguente però fa ritorno a  casa, dove la sorella giace ancora preda di una terribile agonia. Nonostante la drammaticità della situazione Vinverra sprona la famiglia a tornare al lavoro, e la ragazza viene lasciata a morire. Talino viene arrestato dai carabinieri e Berto se ne torna in città. “Paesi tuoi” al suo tempo viene accolto dalla critica e dal pubblico dell’epoca come un romanzo fortemente anticonformista e scandaloso per alcune tematiche tabù come quella della passione incestuosa. Anche il linguaggio, che mescola all’italiano medio tratti dialettali rilevati e, talora, violenti, viene accolto con sorpresa.

Il focus principale, che rimane simbolico e che serpeggia per “Paesi tuoi” è il contrasto tra civiltà e natura in tutte le sue forme: quando Berto arriva in campagna è esterrefatto dal mondo cui viene a contatto, un mondo che non avrebbe mai pensato esistesse, un mondo incivile, dove l’uomo cerca di governare la natura proprio come fosse un animale impazzito. La realtà rurale che traspare in filigrana nel romanzo è una realtà antica, una fotografia ingiallita, un paesaggio molto distante dai ritmi e dal carattere che si respira in città. Il finale è il risultato del rapporto conflittuale tra città e campagna, appunto: due mondi che non possono convivere serenamente: il dramma finale è la metafora dello scontro tra la natura viva, istintuale, viscerale, passionale del mondo di campagna (incarnato da Tallino)e la natura distaccata, sospettosa, calcolatrice, sorniona ed esperta del mondo di città, incarnato da Berto. Berto è quindi l’uomo urbanizzato, senza appartenenza, che si deve confrontare con un mondo antico, distante, fatto di riti e simboli: la differenza tra Berto e Tallino sta tutta nella descrizione, tipicamente pavesiana, dei caratteri fisici segnati dalla fatica.

Il dramma finale di Paesi tuoi è il simbolo della bestialità dell’istinto umano, che è rimasto intatto nel mondo di campagna: Tallino non può che esserne atterrito. Ma c’è di più: Berto vive la tragica fine di Gisella ossessionato dalla consapevolezza di una morte annunciata, che avrebbe potuto essere evitata, se solo egli ne avesse avuto la convinzione. Berto è la rabbia che cova e che  si trasforma in follia, una rabbia che trova nella gelosia solo la miccia per esplodere, ma che in realtà ha cause e genesi molto più profonde: la povertà, la condizione misera della vita, l’abbrutimento dell’animo, un sentimento di ingiustizia verso il mondo.

Potremmo dire oggi che Pavese quasi opera una descrizione “pasoliniana” dei suoi personaggi, tutti verosimilissimi: pasoliniana perché sembra quasi scorgere un occhio attento, sensibile a tutti i più significativi particolari, sembra quasi di vedere  attraverso la macchina da presa di Pasolini che raccoglieva i particolari più bassi e più veri della vita: in questo romanzo ci riferiamo a cosa se non che al tema dell’amore incestuoso, ingrediente quasi diabolico. Questo Naturalismo che mira a un senso più profondo, fu quasi immediatamente colto dalla critica degli anni fascisti: Paesi tuoi è importante a sua volta, in quanto rompe con la cultura dell’epoca in cui la retorica fascista primeggiava. Insomma, è come una provocazione, perché sconvolge tutti gli schemi e tutte le idee che allora si facevano della letteratura. Il paesaggio non viene descritto come in precedenza, ma con una serie di metafore: ad esempio, le colline langhigiane vengono soprannominate “mammelle” ed acquistano un significato simbolico dal punto di vista sessuale. Un altro esempio: la terra viene associata alla figura del corpo femminile ancora per sottolineare il simbolo della fertilità umana. In definitiva il paesaggio non ha il comune ruolo di sfondo ma è funzionale, quasi un personaggio che ha un suo peso nell’ambito della vicenda. Proprio come specchio dei suoi tempi, diranno vari critici anni dopo, il fondamento di “Paesi Tuoi” è questa vena simbolica che, attraverso la brutale, improvvisa e inaspettata violenza di Tallino, sembra voler richiamarsi alla più generale violenza della storia dell’uomo, il destino a cui nessuno può sottrarsi: che in quegli anni si chiamava seconda guerra mondiale.

Intervista a Valeria Serofilli a cura di Pasquale Matrone

Pasquale Matrone intervista l’autrice di successo Valeria Serofilli  per “La Nuova Tribuna Letteraria”.

Che senso ha, oggi, dedicarsi alla poesia? A che serve farlo?

“La poesia, oggi, è quel che manca, la sola in grado di fermare l’apparente ronzio del quotidiano e la sua creatività e forza salvifica, sono quanto mai necessarie in questa realtà di linguaggio – manipolazione.

Scrivere è per me una necessità e trovo gratificante  l’atto della scrittura in quanto, facendo mio il pensiero di  Pavese, questo “ (…) riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare ad una folla” (C.Pavese , Il mestiere di vivere, 1946).

Se il titolo di una delle mie precedenti pubblicazioni “Chiedo i cerchi” (puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2008) intendeva indicare quello che io chiedo alla poesia, la misura della circolarità, quei cerchi che noi creativi abbiamo dentro e che si tratta solo di separare per farne scrittura, nella mia recente pubblicazione “Amalgama” (in Valeria Serofilli – La parola e la cura, Monografie di poeti contemporanei, collana “I Quaderni di Poiein”, puntoacapo Editrice, Novi Ligure, Luglio 2010),
mi riferisco a come intenda la poesia: un impasto, una mescolanza tra l’idea mentale e la sua forma scritta ma anche del foglio con l’inchiostro e soprattutto fra il poeta e il lettore. L’ulteriore alchimia, rifacendosi infatti ad uno dei significati etimologici del termine, la determinante e la più fertile, è appunto quella tra il poeta e chi la riceve in quanto la poesia è un nesso tra due misteri: quello del poeta e quello del lettore. Forse é proprio in virtù di questo connubio che scrivo. L’aspetto artigianale del mestiere di scrivere a mio avviso non costituisce tuttavia che uno degli aspetti della scrittura. Urge, oggi più che mai, una parola poetica in grado, per la sua universalità, di eternizzare, andando al di là del contingente e del particolare, come sottolina il grande Aristotele.”

Dedico a lei, professor Matrone, e ai lettori de La Nuova Tribuna Letteraria  la mia lirica “Inchiostro” da Amalgama (op.cit.), che intende porsi come  l’allegoria dell’atto dello scrivere:

“L’aratro ha mietuto / distanze impari e ne / è nato inchiostro probabile/ per farne capoverso”.

Oltre a essere poetessa e scrittrice che ha al suo attivo numerose pubblicazioni, lei è anche una promotrice culturale brillante, instancabile, aperta alle novità e alla sperimentazione. Perché lo fa?

“Sono lieta di questa domanda che mi consente di parlare oltre che della mia produzione personale anche dell’attività di promozione culturale cui mi dedico da tempo in quanto mi ritengo un entusiasta del settore.

Promuovo ormai da un decennio gli Incontri Letterari al Caffè dell’Ussero di Pisa allo scopo di riprendere la tradizione degli incontri letterari presso questo locale storico, a me caro fin dalla sua frequentazione ai tempi dell’università, vero monumento della cultura italiana nel quattrocentesco palazzo Agostini sul Lungarno pisano, in passato luogo di ritrovo di molti esponenti di rilievo del panorama letterario ed artistico fra i quali Leopardi, Guerrazzi, Fucini, Carducci, Giusti e Mazzei. E’ in fase di costituzione l’Associazione Culturale di promozione sociale AstrolabioCultura proprio al fine di potenziare le varie iniziative culturali di cui sono promotrice, quali in particolare il Premio Astrolabio Poesia, gli Incontri al Caffè dell’Ussero di Pisa e al Relais di Corliano, pubblicazioni, reading poetici, letture e dibattiti, conferenze, nonché per dare accoglienza ed ospitalità agli autori partecipanti agli incontri dell’Ussero e ai premiati dell’Astrolabio, provenienti da ogni parte d’Italia e anche dall’estero. Per creare inoltre un trait d’union tra gli eventi culturali da me promossi e gli autori della puntoacapo Editrice con cui collaboro come curatrice della collana “I libri dell’Astrolabio”, annessa al premio omonimo.”

Quando e per quali ragioni ha avvertito in sé il bisogno di scrivere?

Come amo ripetere scrivo da un giorno d’eclisse, per l’esattezza dall’eclisse totale di sole dell’ 11 agosto del 1999, ”costantemente immersa” – come evidenziava Alberto Caramella nella prefazione a Nel senso del verso – “nell’atmosfera del magico momento nel quale il sole si fa luna”.

Per questo motivo sono particolarmente legata alla lirica “Eclisse” di cui la data costituisce parte integrante del titolo rappresentando il termine post quam. Le mie prime poesie, per le quali si parlò paradossalmente di ermetismo, risalgono in realtà alla tenera età di nove anni, quando probabilmente avvenne il salto dal diario, che scrivevo con assiduità dai sei anni, ad una forma di scrittura per così dire, più impegnata.

La poesia nasce in me spontanea “come le foglie vengono ad un albero”, ricordando l’aforisma di John Keats.

Lei è Presidente del Premio di Poesia “Astrolabio” che, negli anni, ha mietuto consensi da parte degli addetti ai lavori. Come e con quali finalità è nato il premio?…

“Il Premio Astrolabio Poesia, a suo tempo istituito dalla compianta scrittrice pisana Renata Giambene, interrotto nel 2000 e a cui ho ridato nuova linfa rinnovando la sezione poesia, quella a me più consona, viene da me organizzato con cadenza biennale sempre con successo di pubblico e di critica. Il Premio ha come scopo di promuovere la parola poetica ed evidenziare, nel panorama letterario attuale, opere di autori degne di attenzione. Nelle scorse edizioni hanno voluto gratificarci con la loro partecipazione autori di ogni età e provenienti da ogni regione d’Italia e anche dall’estero ( Grecia, Olanda, Croazia,e Stati Uniti), a confermare che l’amore per la poesia ha una diffusione capillare su tutto il territorio e in tutte le fasce di età. La Giuria è composta da Mauro Ferrari ( poeta, Direttore puntoacapo Editrice), Ivano Mugnaini (scrittore e critico letterario), Giulio Panzani ( poeta e giornalista)
Andrea Salvini (antichista) e Antonio Spagnuolo ( poeta e Direttore della rivista telematica Poetry Wave). Nella edizione del 2010 si è articolato in tre sezioni. Prima sezione: volume edito di poesia per un’opera in versi pubblicata a partire dal 2000. Seconda sezione: poesia inedita. Silloge inedita di almeno 10 poesie e al massimo di 20
Terza sezione: poesia singola a tema, che si è andata a sostituire alla sezione audio libro della precedente edizione del Premio. E a cui si  partecipava inviando da una a tre poesie inedite e mai premiate in altri concorsi ispirate al tema dell’incontro fra diversità culturali, tema proposto dalla Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO 2010, oppure ispirate ai versi delle mie liriche “Inchiostro”e “Preghiera del poeta” contenute nel già citato volume Amalgama:
Quando uscirà / il mio nuovo libro / avrà pagine di vento, i colori del tramonto / la pelle dei bambini/ di tutto il mondo” (da: Preghiera del poeta).”

 Gli incontri letterari da lei promossi al Caffè storico dell’Ussero di Pisa e quelli che hanno luogo al Relais dell’Ussero di Corliano sono diventati, per poeti e scrittori, un appuntamento importante. È contenta dei risultati sino ad ora raggiunti?

“L’attività di presentazioni di libri ed autori, come anche avere un Premio letterario, rappresenta un grande vantaggio per disporre di un panorama ampio e variegato della produzione letteraria sia di autori affermati che esordienti. Nell’ambito del Calendario degli Incontri all’Ussero di Pisa e Corliano (www.corliano.com), alternandosi tra narrativa, poesia, critica e saggistica è per me una soddisfazione poter constatare  che, ad oggi, sono stati nostri ospiti riviste letterarie nazionali ed internazionali fra le quali Gradiva International (Pubblication) di Luigi Fontanella, Atelièr di Giuliano Ladolfi, Il Cavallo di Cavalcanti di Franco Romanò e Case Editrici nazionali come Puntoacapo di Novi Ligure, Armando Siciliano Editore, Leonida di Reggio Calabria, nonché Gaffi editore di Roma che a sua volta ci ha indirizzato Filippo La Porta.

Inoltre il ripristino e la gestione del Sottovolta dello storico locale dell’Ussero, con le tre bacheche esterne retroilluminate .“

Si sente compresa e gratificata dalla critica letteraria militante?
“La critica letteraria militante è un concetto ampio e diversificato: molticritici di rilievo hanno dedicato ai miei testi e alla mia attivitàun’attenzione approfondita di cui sono grata. Altri si sono dedicati ad altri autori ed altre forme espressive, come è giusto che sia. Fra i critici e autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati miei testi o

hanno scritto note e commenti sui miei lavori mi piace ricordare  Luigi Blasucci, Alberto Caramella, Luigi Fontanella, Giuliano Ladolfi, Lorenzo Fort, Maria Grazia Lenisa,Dante Maffia, Pasquale Matrone,Ivano Mugnaini, Aldo Onorati, Floriano Romboli, Paolo Ruffilli, Franco Santamaria, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Bárberi Squarotti.

Nel complesso, posso dirmi gratificata, anche considerando che il mio progetto
espressivo è ancora in corso ed inoltre considero un riscontro altrettanto
importante anche quello dei lettori e degli appassionati di letteratura”.

Molti di quelli che amano scrivere sono convinti di poterlo fare senza mai leggere… Dichiarano, con candore, di aver letto poco nel passato e di non avere tempo sufficiente per farlo nel presente… Condivide questa mia impressione?

” Personalmente ritengo al contrario che solo attraverso una lettura il più
possibile ampia, in grado di spaziare dai classici ai moderni, e a molti
generi e temi, si possa poi proporre un proprio percorso espressivo, autonomo
e personale. È necessario, cioè, partire dai modelli, assimilandoli con
cura, per poi potersene staccare, senza mai dimenticarli, tenendoli come
punto di riferimento imprenscindibile”.

“Ut pictura poesis”. È stata da sempre fedele a questa regola oraziana. Cosa da me sottolineata già molti anni fa e che ancora mi sento di ribadire… Chiarisca anche ai lettori de La Nuova Tribuna Letteraria le ragioni profonde di questa sua scelta.

“La mia seconda pubblicazione in poesia “Tela di Eràto”, edita da Sovera Multimedia di Roma nel 2004 e da lei a suo tempo presentata, si attiene al principio più consono e vicino al mio orizzonte interiore quale l’oraziano “ut pictura poesis” e il titolo stesso della raccolta intende evocare il concetto di pagina – tela. L’istanza conoscitiva che muove il mondo letterario delle parole e quello artistico delle immagini è infatti fondamentalmente la stessa e risponde ad analoghe esigenze e attraverso l’uso di tematiche e stili diversi i messaggi sono non solo confrontabili ma anche complementari fra loro. In quest’ottica ad ogni lirica ho associato un’opera pittorica. Questo perché l’ispirazione che mi porta a scrivere poeisa scaturisce da un iniziale stimolo visivo; in un secondo tempo, all’interno di un’ampia gamma di opere pittoriche, ho ricercato il soggetto maggiormente in grado di ricreare l’hic et nunc che ha generato il momento creativo. L’immagine viene così assimilata nel tessuto poetico conferendogli quella completezza ottimamente sintetizzata nel citato principio oraziano.”

 Fonte: “La Nuova Tribuna Letteraria”

“L’assassino”: l’arguta psicologia di George Simenon

Georges Joseph Christian Simenon (1903-1989) è autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico come ideatore del personaggio Jules Maigret, commissario di polizia francese. Prolifico scrittore, inizia la sua carriera a poco meno di sedici anni, a Liegi, come giornalista nella sua città natale. Trasferitosi a Parigi negli anni venti, diventa autore di narrativa popolare ottenendo grandi successi. Negli anni ’70 produce un considerevole numero di romanzi (gialli e non), tale da renderlo uno degli autori più letti e tradotti del XX secolo.

“L’assassino” (in originale francese “L’assassin”), è appunto uno dei suoi romanzi, edito nel 1937 da Gallimard e pubblicato in italiano nel 2011 dalla casa editrice Adelphi ,tradotto da Raffaella Fontana.

Hans Kupérus è un medico, ma anche un uomo corpulento, metodico, abitudinario, riservato. Ha da sempre un’ambizione frustrata: quella di diventare presidente dell’unico posto di ritrovo del piccolo paese in cui è cresciuto: il circolo del biliardo. È un martedì di gennaio e Kupérus è ad Amsterdam per una periodica riunione medica dove è solito fermarsi anche a dormire per tornare il giorno successivo, ma al convegno questa volta non si presenta. Entra in un’armeria e compra una pistola anche se non sa ancora cosa farne, poi riprende il treno per tornare in paese a Sneek.

È ormai trascorso un anno da quando un biglietto anonimo l’aveva messo al corrente che la moglie, quando lui andava in città, passava la notte fuori casa tradendolo proprio con la persona che da sempre veniva eletto tacitamente, per la sua altolocata posizione, presidente del circolo impedendogli di coronare il suo modesto sogno. Non lontano dalla stazione d’arrivo, il treno improvvisamente si ferma e Kuperus prende una decisione. Scende di nascosto e si reca nel capanno dove è certo di trovare i due amanti. Colti sul fatto, li uccide. Poi getta i corpi nel lago che, ghiacciando, li occulterà per tutto l’inverno. Quindi rientra in paese e passa al solito caffè, chiacchiera con gli amici e torna a casa. Al rientro Neel, la domestica, gli comunica che la moglie è andata a trovare dei parenti e che sarebbe rientrata il giorno dopo. Kuperus, come se fosse la cosa più normale, ordina a Neel, sulla quale aveva da sempre fantasticato, senza mai osare nulla, di raggiungerlo in camera da letto. Dopo un debole tentativo di dissuasione lei cede alle sue richieste. Da quella volta, Kuperus rinnova ogni sera la pretesa che viene silenziosamente soddisfatta, divenendo sempre più  coinvolto in questo strano menage. Così comincia questo romanzo noir , intrigante e  gelido come il suo protagonista, in cui Simenon segue la discesa nell’abisso di uno dei suoi eroi più tipici: uno di quelli che osano “passare la linea” e ne pagano il prezzo.

Pur utilizzando uno stile narrativo asciutto e poco incline a estetismi letterari, le opere di Simenon dimostrano una notevole capacità di ritrarre con arguta psicologia vicende dal sapore profondamente umano. Si parla addirittura di borghesizzazione del racconto giallo: uomini umili appartenenti alla borghesia, si trovano coinvolti in vicende drammatiche, passando sotto la lente di un osservatore attento e analitico, che nelle sue opere non si dilunga in descrizioni favolistiche, ma anzi ad esse dedica poche ed esaustive righe. Tutto è realtà e naturalmente anche il bigottismo e l’ipocrisia della società perbenista che condanna senza pietà l’assassino. Simenon attraverso la vicenda criminale e la discesa nelle tenebre della coscienza di Kuperus, dà grande prova di conoscere profondamente l’ambiente di provincia (in questo caso quella olandese ma è universale).

Molti dei romanzi di Simenon sono diventati film, sceneggiati e serie televisive. “L’assassino” è stato portato sullo schermo da Ottokar Runze, in un film tedesco dal titolo “Der Mörder”, uscito nel 1979.

Top ten settembre 2013

HOSSEINI KHALED 
E L’ECO RISPOSE
Piemme 


 

LA RISPOSTA E’ NELLE STELLE 
FRASSINELLI 

 

CAO IRENE 
IO TI GUARDO
Rizzoli 

 

CAO IRENE 
IO TI VOGLIO
Rizzoli 

 

BROWN DAN 
INFERNO
MONDADORI 

 

CAO IRENE 
IO TI SENTO
Rizzoli 

 

JAMES E. L. 
CINQUANTA SFUMATURE DI NERO
MONDADORI 

 

JAMES E. L. 
CINQUANTA SFUMATURE DI ROSSOMONDADORI 

MONALDI RITA – SORTI FRANCESCO 
IMPRIMATUR
Bezige Bij, De 

 

DICKER JOEL 
LA VERITA’ SUL CASO HARRY QUEBERT 
BOMPIANI 
 

 

 

 

 

Fonte: Hoepli.it