Ada Negri, graffiante e solitaria poetessa osteggiata dal mondo

Ada Negri nacque a Lodi il 3 febbraio 1870. Rimasta orfana del padre all’età di un anno, dovette adattarsi a vivere nelle misere stanzette della portineria di casa Barni, dove la nonna svolgeva compiti di portinaia; la madre, Vittoria Cornalba, lavorava presso il lanificio per far studiare la piccola “Dinin”.

Biografia di Ada Negri

Iscritta alla “Scuola Normale Femminile”, il 18 luglio 1887 conseguì la patente di maestra elementare ed iniziò ad insegnare, prima a Codogno, poi a Motta Visconti, dove passò il periodo più felice della sua vita (come ricorderà molti anni dopo in alcune belle pagine autobiografiche di Stella Mattutina). In quegli anni nacquero le sue prime poesie di appassionata denuncia, confluite nel 1892 nella prima raccolta, Fatalità, pubblicata da Treves e salutata entusiasticamente da Giosuè Carducci.

Per la fama acquistata divenne docente al “Gaetana Agnesi” di Milano, dove si trasferì con la madre, entrando in contatto con vari membri del Partito Socialista Italiano, tra cui Filippo Turati, Benito Mussolini, Anna Kuliscioff (di cui si sentiva sorella ideale); visse un’intensa e travagliata vicenda d’amore con il giornalista Ettore Patrizi, che ben presto però si trasferì in America lasciando nella scrittrice una grande delusione.

Dal fallimentare matrimonio (1896) con Giovanni Garlanda, industriale tessile di Biella, nacquero Bianca, ispiratrice di molte poesie, e Vittoria, che morì a un mese di vita; poi il matrimonio tramontò e Ada proseguì la sua ricerca letteraria, incontrando un crescente successo di pubblico e di critica. Nel 1913 per un anno si trasferì a Zurigo con la figlia, per tornare a Milano allo scoppio della guerra. Nel frattempo la sua fama cresceva e si consolidava, fino a farle ottenere nel 1931 il Premio Mussolini per la carriera e nel 1940 (prima e unica donna) il titolo di Accademica d’Italia, dopo che già negli anni venti aveva sfiorato il Nobel (assegnato invece nel 1926 a Grazia Deledda). Nel capoluogo lombardo morì l’11 gennaio 1945.

Stile e contenuti della poetica

L’anelito di ribellione che era prevalente nelle raccolte giovanili si è via via evoluto e riscattato, da convinzione ideologica si è trasformato in consapevolezza teologica, si è cristianizzato e umanizzato, tanto che l’anziana poetessa ha avuto modo di cogliere l’illusorietà del credo socialista vagheggiato in gioventù, e può, quasi in punto di morte, invocare il Signore perché compia in lei il mandato che ella sente di non aver saputo portare a compimento.

“Io non ho nome, io sono la rozza figlia dell’umile stamberga, plebe triste è la mia famiglia”; Così si legge della lirica “Senza nome”, che fa parte del libro rivelazione Stella mattutina, uscito nel 1921, e che ebbe un successo così vasto e concorde di pubblico e di critica come probabilmente la sua autrice non aveva ottenuto mai.

Stella mattutina

Piacque la fedeltà al genere autobiografico che la individuava tipicamente, e piacque lo sforzo formale di dare il respiro lungo del romanzo a un’ispirazione sempre molto frammentata tra poesie e novelle, come ha sostenuto Anna Folli. Steso di getto in poco più di sei mesi, rifatto sulle bozze come d’abitudine, il libro sembrò realizzare il sogno d’arte di Ada Negri: scrivere furiosamente, a rotta di collo, soltanto per sé, per liberazione, quasi senza saperlo; ma nello stesso tempo, come per incanto, trovare il gesto e l’accento, il tono e l’espressione, la verità. I versi della raccolta poetica mostrano quali sentimenti albergano nell’animo della poetessa lodigiana: amarezza, odio, ribellione nei confronti di una società che fonda i suoi modelli sulla ricchezza e la discriminazione. Persino l’intelligenza e ancor di più il talento sono spesso ignorati, quasi snobbati, derisi, e solo pochi riescono a “brillare” in questa selva materialista. Ada Negri ha raccontato, con stile graffiante e singolare, i patimenti della sua infanzia e della sua adolescenza, e pur scoprendo in sé una vena poetica importante, sa che il mondo che la circonda le è ostile e non la favorisce in nulla.

Le solitarie

Tra le opere di Ada Negri, spicca anche Le solitarie: 18 ritratti di donne appartenenti a ceti umili, a esclusione di poche donne benestanti, per la maggior parte eccentriche, o dal punto di vista esteriore (ricorrente è la presenza del fisico brutto o anomalo, che ne giustifica l’emarginazione) o psicologico, per la posizione che loro malgrado si trovano a vivere rispetto alla ‘normalità’. La stessa Ada Negri parla di questi ritratti femminili presentandoli come “umili scorci di vite femminili sole a combattere: malgrado la famiglia, sole: malgrado l’amore, sole: per propria colpa o per colpa degli uomini o del destino, sole. Le conobbi, le studiai, le riprodussi, cercando di attenermi il più crudamente possibile alla verità. Ahimè!… Troppe volte la verità è più amara di un tossico.”

Si tratta di esistenze al limite dell’isolamento e dell’abnegazione di sé, sotto il peso di un ambiente socialmente ostile che l’autrice compenetra con partecipazione emotiva e sapienti doti narrative. I racconti hanno conosciuto da subito una grande fortuna, alcuni di loro sono stati pubblicati sul Corriere della Sera o importanti rivista del tempo, anche perché funzionali a un sotteso scopo di denuncia sociale che troverà un’importante eco nella letteratura femminista di secondo Novecento. Ada Negri fu partecipe dei movimenti femminili dell’epoca, aperta sostenitrice degli ideali socialisti. Le solitarie sono diventate un importante riferimento per la conquista dei diritti civili delle donne.

Cade la neve

Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve
cade.

Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e sui giardini,
dorme.

Tutto d’intorno è pace,
chiuso in un oblìo profondo,
indifferente il mondo
tace.

 

Fonte: https://www.adanegri.it/node/17

Ada Negri: il “dono” della vita

Ada Negri nasce a Lodi nel 1870 da umili origini. La sua produzione poetica comincia sin dai primi anni della sua età adulta, che la vedono maestra elementare a Motta Visconti, un paesino della provincia di Milano. Qui pubblica le sue prime poesie su varie riviste, per poi pubblicare nel  1892 la sua prima raccolta, Fatalità, che riscuote un gran successo e che conduce la poetessa lombarda a Milano. Nella città meneghina, anche grazie ai temi sociali trattati nella raccolta, la Negri entra in contatto con gli ambienti politici milanesi, specie col partito socialista, conoscendo Turati, MussoliniAnna Kuliscioff.

Negli anni a Milano la Negri pubblica altre raccolte incentrate su temi sociali, facendo diventare la società e la politica un tema peculiare di questi anni della sua poetica. Nel 1896 fa esperienza del matrimonio e attraverso questo anche della maternità che ne segnerà la poetica. Negli ultimi decenni della sua vita infatti la poetica della Negri si interessa sempre più del mondo introspettivo ed emotivo. Col tempo la sua produzione letteraria, dove figurano anche un romanzo autobiografico ed altre raccolte poetiche, insieme al suo successo editoriale, le garantiscono un discusso patrocinio del regime fascista che ne riconoscerà i meriti e che farà della Negri la prima intellettuale donna ad entrare nell’Accademia d’Italia, nel 1940. La scrittrice, denunciatrice della miseria dei contadini e dei minatori, si spegne a Milano nel 1945.

Molti autori e scrittori riconoscono Ada Negri come un’ intellettuale di regime, e in effetti la scrittrice fu innegabilmente vicina al partito fascista e non si ribellò al regime nei suoi dettami. Ma la sua posizione non fu di condivisione, piuttosto di indifferenza e se vogliamo di inerzia nei confronti della dittatura e la poesia era ciò che davvero la interessava, la sua vicinanza al partito va intesa come una posizione di convenienza. A prescindere da tutto ciò, il suo comportamento politico non avrebbe dovuto penalizzare la sua opera, come è invece accaduto, rendendo la poetessa una tra le meno studiate o apprezzate dal secondo dopoguerra in poi.

Ada Negri: Il dono

Una tra le poesie più evocative e interessanti di Ada Negri è Il dono, poesia che da il titolo all’omonima raccolta pubblicata nel 1935:

Il dono eccelso che di
giorno in giorno e d’anno
in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu
dolcezza anche il pianto),
non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta
io dico: “È oggi”: ad ogni giorno
che tramonta io dico: “Sarà
domani”. Scorre intanto
il fiume del mio sangue vermiglio
alla sua foce: e forse il dono
che puoi darmi, il solo che valga,
o vita, è questo sangue:
questo fluir segreto nelle vene,
e battere dei polsi,
e luce aver dagli occhi;
e amarti unicamente perché sei la vita.

La poesia segue una metrica libera (c’è la presenza e l’avvicendarsi di versi ottonari, novenari e decasillabi, ma non sempre in ordine), una ritmica spezzata dalla punteggiatura presente e viva che dà al lettore la sensazione di un’ attesa.

Il dono eccelso che di
giorno in giorno e d’anno
in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu
dolcezza anche il pianto),
non venne: ancor non venne.

Ed è proprio di un’attesa che parla la poesia, un’ attesa vitale nell’attesa di una risposta a qual è il dono della vita. Questo dono supremo che si fa attendere da anni e anni e che sfortunatamente non viene ancora. Si può percepire la reazione tragica, insita nella mancata venuta di questo dono, nel verso:  “Non venne: ancor non venne” l’attesa diventa sempre più triste, cupa e tragica, pesante come disillusa.

Ad ogni alba che spunta
io dico: “È oggi”: ad ogni giorno
che tramonta io dico: “Sarà
domani”

L’attesa poi diventa speranza inesauribile, la speranza che il dono si palesi oggi, dopo tanta attesa e quella ancora più forte che anche se oggi non è arrivato, arriverà domani. E’ una speranza che sa anche di incertezza, che si affievolisce al suo pronunciarsi.

Scorre intanto
il fiume del mio sangue vermiglio
alla sua foce

Il tempo però in questo gioco di attesa e speranza, continua a passare e vive nella poetessa, scorre come il fiume del suo sangue.

e forse il dono
che puoi darmi, il solo che valga,
o vita, è questo sangue:
questo fluir segreto nelle vene,
e battere dei polsi,
e luce aver dagli occhi;
e amarti unicamente perché sei la vita.

E alla fine l’epilogo arriva, l’attesa del dono è vana, perché il dono è già presente in ogni giorno di attesa. La presa di coscienza è abbastanza pessimista o se vogliamo realista, il dono, il solo che valga è questo vivere, questo attendere, questo tempo che abbiamo in cui cerchiamo, svisceriamo la realtà in attesa di qualcosa di segreto e vale la pena di amarlo solo perché esso è vita.

Anche se può sembrare un epilogo distensivo, che prende coscienza della vacuità di attendere, esso rivela tutta la sua positività nella realtà della sua affermazione: la vita è un dono e va amata perché è vita, perché c’è luce negli occhi, sangue nel corpo e battito nel cuore.

E’ bene precisare che questa è una poesia appartenente al periodo conclusivo della produzione poetica di Ada Negri, della sua vecchiaia, si può dire; ma malgrado ciò si può riconoscere in questi versi una giovinezza e una speranza mai perduta, il dono dopo una vita di attese alla fine giunge e ci si rende conto che il dono è quello di essere ancora capaci di sognare e di vivere.