L’imbroglio, i ritratti ‘fisici’ e ‘squilibrati’ di Moravia

Dialogo, ritratto, descrizione, scelta del soggetto, credibilità e trascrizione del tempo: sono questi gli elementi principali che caratterizzano un romanzo, e senza dubbio i romanzi di Alberto Moravia combinano efficacemente questi ingredienti fin dalla sorprendente esplosione degli Indifferenti dove si agglomeravano e collaboravano spontaneamente come del resto nel romanzo breve L’imbroglio (Milano, 1937) che ci offre cinque saggi che danno vita ad un blocco narrativo organico e compatto. Tale coesione tuttavia è frutto di uno squilibrio interno che conferisce al racconto il ritmo accelerato a un tempo e sospeso; squilibrio che è la molla drammaturgica delle sceneggiature di Moravia e che si caratterizza come un rapporto originale tra ciò che i personaggi sono e ciò che fanno.

Per costringere i personaggi a fare qualcosa, Moravia interviene con uno scatto narrativo grazie al quale la posizione della figura si converte in un’azione, il ritratto psicologico in una composizione ad intreccio, o meglio ad imbroglio, rifacendoci al titolo dell’opera. Impostato come un ritratto, L’imbroglio ci rivela con grande evidenza chi siano i personaggi di Moravia, uno su tutti l’avvocato Tullio Monari, posseduto dal demone dell’avarizia. Ad un certo punto si produce un colpo di vita che imbroglia la passività del protagonista che lo rende attivo; ciò avviene con l’entrata in scena di un altro personaggio, un personaggio antagonista impulsivo che compie un atto improvviso. Più che atto, si tratta di una crisi che sfocia nell’abulia, nell’inquietudine puramente velleitaria del protagonista.

Il romanzo breve si appropria più di ogni altra forma al temperamento di Moravia, prioprio perché è un romanzo di una crisi e lo scrittore romano ha sempre visto e sentito i comportamenti dei suoi personaggi sotto l’aspetto esplosivo della crisi: nella sua narrativa fatto ed intreccio sono dati comunque da una serie di crisi che mettono in moto figure passive e vittime di una passione piuttosto che di un vizio. In questo senso Tullio con l’amore ha una partita aperta, nessuno crede alla sua generosità: con Elena, donna vera e non un ripiego dei soliti amori senza spesa, Tullio diventa attivo, non appena l’avventura minaccia di lasciargli alle spalle il peso costoso di una vita; ma interviene la crisi ed Elena si butta tra le braccia di Tullio per rimanervi. A questo punto il ritratto dell’avaro Tullio si trasforma in un dramma/commedia di una figura non più statica. Quel marchio di indifferenza che Moravia aveva impresso ai personaggi del suo primo e celeberrimo romanzo, si perpetua nei loro successori, ne è un esempio anche l’architetto Silvio Merighi che si dispone a lasciar entrare dentro di sé il gusto di vivere in una grande città, anziché tornare nel paese natale, per imbonire la sua clientela borghese. Anche Merighi si avvia sulla strada dell’indifferenze e della passività, da cui lo scuote violentemente la crisi di Amelia de Cherini, la quale, inaspettatamente ne diviene l’amante; ed ecco l’imbroglio: il giovane Gianmaria giunge a Roma per frequentare l’Università e sente impellente il bisogno di buttarsi in un primo amore per superare la propria timidezza. Ma ciò contiene anche i germi di un vizio e il ragazzo si fissa su una ragazza della quale Moravia subito indica gli aspetti sgradevoli, Gianmaria non riesce a vedere la possibilità di un’avventura meno ovvia, ma certamente più umana ed attraente con la direttrice della pensione, anche lui giungerebbe ad una indifferenza, pago delle proprie attese e speranze se non lo cogliesse l’iniziativa della ragazza, esplosa anche lei istericamente come una crisi.

Nel noto racconto La provinciale, i bovarysmi della vedova Foresi e di sua figlia Gemma assumono la forma di represse aspirazioni ad una vasta vita borghese, nella quale tutto appare lecito. Ancora una volta il ritratto psicologico si esaurirebbe in se stesso, se non sopraggiungessero molte crisi che culminano nell’entrata in scena di un’ambigua e cinica avventuriera, entro la quale i bovarysmi di Gemma si stagnano. Qui Moravia non ha voluto rinunciare al dramma, sottraendo i personaggi alla loro curva naturale, a differenza di quello che accade nella Madame Bovary di Flaubert. L’autore romano si rifà ai grandi movimenti irrazionali dei personaggi dostojevskiani riportati sulla scala ridotta della crisi borghese, rivestendo di carne la moralità e il costume dei personaggi, infatti ogni figura in Moravia si presenta sotto un prevalente aspetto fisico: nel Negrini de L’imbroglio che si smaschera per un povero lestofante, baro e sfruttatore di donne, viene subito notato con ribrezzo <<un orecchio tondo e perfetto, rifinito come un ombelico>>. Ciò rappresenta la prima spia che fornisce l’indizio della magagna che si cela sotto l’involucro della rispettabilità. Gemma della Provinciale invece viene presentata con queste parole: “Era alta, snella, ossuta, con lunghe e magre cosce eleganti, larga nel petto sfornito e nelle spalle”. Il nudo delle cosce di Gemma, decifrato sotto i vestiti della donna, sarà il richiamo che attirerà su Gemma i desideri del ricco Paolo, rappresentante della società libera e agiata, cui la donna aspira.

A dispetto di tutti gli altri elementi che compongono una personalità, è la carne il materiale di fabbricazione di cui si serve Alberto Moravia, la cui vitalità si rovescia sulle sue figure plastiche come forza di impulsi sensuali; qualunque cosa essi facciano, esemplano sempre i loro gesti sull’impeto della cupidigia che li getti l’uno nelle braccia dell’altro. Dopo D’Annunzio, è stato Moravia il primo a ricostruire una mappatura romanzata di Roma, parlando però di verità poetica, offrendo un mondo che si configura come ipotesi, un mondo che lo scrittore romano condanna sebbene ne sia complice, stando dalla parte dell’inquietudine.

 

 

 

Alberto Moravia, ritrattista della borghesia

(Roma, 28 novembre 1907 – Roma, 26 settembre 1990)

Alberto Moravia è considerato, insieme alla sua consorte Elsa Morante, unita a lui non solo dal sentimento, bensì dall’amore per la scrittura, uno dei migliori, più intensi scrittori che l’Italia abbia mai avuto l’onore di conoscere. Un uomo che cresce in un ambiente famigliare piuttosto difficile; a tal fine sembra doveroso richiamarsi agli anni giovanili, quelli -prima dell’artefice de Gli indifferenti- in cui il bambino Moravia nasce e cresce, nel quale maturano ferite che rimarranno nascoste ma svelate, ben presto, in quelli che potremmo definire i romanzi della borghesia.

Alberto Pincherle Moravia nasce nel 1907 in una benestante famiglia dell’alta borghesia di intellettuali: il padre è architetto e pittore. Fin dai primissimi anni dell’infanzia Alberto inizia la sua battaglia contro la tubercolosi ossea, una malattia che stigmatizza in maniera irreparabile i giorni della spensieratezza e lo costringe allo studio autodidattico, a causa delle cure alle quali deve essere sottoposto, e ai lunghi soggiorni salutari in alta montagna. Nonostante ciò, Alberto va avanti e studia in totale autonomia, come un novello leopardiano. Non possono non restare incisi come l’immagine di un’incudine su ferro -nella sua personalità di scrittore- l’isolamento, la solitudine ed infine la necessità, quasi, di far proprio uno sguardo straniato sull’esistenza e sugli altri uomini. Proprio per questo egli sarà così abile, forse, nella costruzione di personaggi estraniati, trasognati e a tratti inumani: vittime di una sorta di parossismo sentimentale, innamorati di se stessi ed egoisti.

La fortuna di Moravia inizia con il romanzo d’esordio Gli indifferenti (1929): scritto tra il 1925 ed il 1928, divide critica e pubblico. C’è chi lo ama, definendolo un capolavoro, chi invece rigetta ogni virtù in esso rinvenuta. Una cosa è certa: tutto questo discutere, interrogarsi, indignarsi, in un periodo storico nel quale il genere del romanzo era in evidente stato di catatonia, esiliato ai margini del negletto, tutto questo parlare di Alberto Moravia significa accettare che egli è perlomeno riuscito a rovistare negli armadi di tutti, cogliendo non solo scheletri bensì cadaveri viventi. Quel silenzio di protezione di cui la borghesia si era premurata di coprire se stessa con attenzione e monomania, quel soprabito di pelliccia era stato sostituito da una maglia fatta di pezze ricucite. E male, anche.

Gli indifferenti racconta la storia di una famiglia borghese, come tutti i romanzi moraviani: quella di un nucleo familiare in cui vige la regola della menzogna, la virtù dell’egoismo, in cui ognuno è solo soprattutto in presenza degli altri. La borghesia è denudata in tutte le sue falsità ed inganni: l’immoralità, il perbenismo, l’ambizione sfrenata, e, non meno importante: l’ipocrisia. All’interno di una bella casa borghese, in cui tutto sembrerebbe perfetto, vivono personaggi robotizzati dall’abitudine condividere le giornate senza affetto o trasporto reciproco, senza compassione; è un microcosmo chiuso, asfittico e claustrofobico dal quale il protagonista Michele cerca di estraniarsi, allontanarsi. Ma il suo problema non è l’assenza di una coscienza, in lui vivida e vera, è l’incapacità di uscire dal giogo delle maschere. L’impossibilità di acquisire la padronanza delle proprie azioni, di agire e liberarsi definitivamente dal circuito familiare.

Le tematiche che Moravia predilige e che resteranno gli assi portanti della sua narrativa sono l’idolatria smodata per sesso e denaro. Invincibili e indomabili feticci, sono loro i veri padroni della casa di Michele. L’impostazione del romanzo è tipicamente ottocentesca, naturalistica dunque, con il tempo invece lo scrittore maturerà un approccio più ponderato ed intellettualistico alle vicende. Questo grazie ai suoi studi personali e alle influenze culturali: la filosofia esistenzialista, il marxismo e la psicanalisi freudiana. Nonostante Moravia sia un uomo di sinistra, mai si definirà come un intellettuale: sfrutta il marxismo solo come canale privilegiato di potenziamento ed arricchimento culturale, e per affinare il suo gusto critico. Nel 1935 esce il romanzo poco conosciuto, così come sarà poco amato, Le ambizioni sbagliate. Il mancato credito attribuito all’opera è probabilmente dovuto alla macchinosità della costruzione narrativa, tra il giallo ed il noir, che si richiama al modello del grande Dostoievskij.

L’impostazione moraviana dei romanzi resterà quasi sempre di tipo realistico, ottocentesco anche nei racconti come quelli delle raccolte: La bella vita (1935), L’imbroglio, quest’ultima datata 1937. Altra perla letteraria è il racconto lungo dal titolo Agostino, pubblicato nel 1945, il quale ci presenta la storia di un tredicenne di buona famiglia che, durante una vacanza al mare, scopre l’esistenza del sesso e delle disuguaglianze sociali. Si tratta di un’esperienza traumatica, ai limiti del perturbante, che rivela ad Agostino il suo ingresso nel mondo adulto. Il protagonista tutto un tratto di troverà di fronte alla scelta: stare dalla parte dell’infanzia dorata o rinnegare tutto il passato. Non si riconosce più nell’innocente bambino che era fino a poco prima, e inizia a frequentare un gruppo di proletari ai quali si lega di una profonda amicizia. Proprio tale legame indurrà in lui dei dubbi spaventosi circa l’identità borghese, e tutto quanto ad essa legato. Non è infatti “uno di loro”, un proletario e sente fastidio nei confronti della propria famiglia, dell’universo di cui tuttavia continua a far parte. Assume un atteggiamento di distacco critico, alla ricerca di una dimensione neutra, aliena da tale doloroso binarismo (borghesia-proletariato, ricchi-poveri).

Ma non era un uomo; e molto tempo infelice sarebbe passato prima che lo fosse.

Questo pensa Agostino, ed il romanzo si chiude con un inevitabile quesito: Potrà mai esserci un’integrazione pacifica tra adulti e bambini? Infanzia e maturità? Sogni e realtà? Impossibile dare una risposta, e l’autore non la fornisce. Superata questa fase narrativa (che comprende anche La disubbidienza, 1948), Moravia si trova colto dal vento populista provocato dal Neorealismo, e sforna così alcune opere come La romana, e La ciociara. In questo momento emerge lo scrittore che da voce all’umiltà popolana e gretta. Un interesse per gli umili che però si dimostra più strumentale che reale. La borghesia è solo per poco posta in secondo piano, per contrapporsi alla genuinità dei rozzi contadini. Non a caso, un borghese indignato è Michele (come Michele de Gli indifferenti) mentre esempio di semplicità è il personaggio Cesira. Dopo questa parentesi dedicata alla dicotomia tra proletari e borghesi, Moravia torna a dedicare tutta la sua attenzione ai secondi, evidenziandone le deformità. Questo accade ne La noia, romanzo del 1960 e successo indiscutibile. Lo scrittore qui dimostra continuità con il lontano precedente Gli indifferenti, riportando alla luce la non dimenticata coscienza dell’immoralità borghese e del suo instancabile monito di denunciarne le nefandezze, le crepe interiori.

A chiudere il cerchio degli inetti è Dino: pittore che non riesce più a dipingere, perché non ha la forza di stabilire più dei rapporti autentici e concreti con gli esseri umani, con le cose, con la vita. La tela resta vuota e il nuovo Michele tramuta l’indifferenza sterile di entusiasmi in una noia, un’incapacità di essere, di scegliere.

di Donatella Conte

Lo scialle andaluso: l’eleganza di Elsa Morante

Lo scialle andaluso è il racconto più lungo (e l’ultimo) della raccolta dal titolo omonimo di Elsa Morante. Il racconto richiama vagamente il romanzo Agostino di Alberto Moravia; infatti il tema fondamentale è proprio il rapporto madre-figlio. In Agostino però i sentimenti del ragazzino per la madre sono palesemente erotizzati, tanto da promuovere un’identificazione tra la madre e una prostituta; quelli di Andrea invece, il protagonista dello Scialle andaluso, sono privi di erotizzazione sebbene siano altrettanto possessivi.

Il personaggio di Andrea ricorda piuttosto un altro protagonista dei romanzi della Morante, il più vecchio, ma solo per scrittura, Arturo. nel romanzo L’isola di Arturo, infatti, il ragazzo mitizza la madre, nella terribile delusione generata dal passaggio dall’infanzia all’adolescenza. La madre di Andrea è una giovane siciliana, Giuditta, vedova e madre di due fanciulli è ballerina del Teatro dell’ Opera di Roma. Geloso dell’amore materno per il teatro, Andrea decide di entrare in seminario, ripudiando e cercando di cancellare il vergognoso ricordo della madre ballerina. Il tempo passa e un giorno, quasi il destino volesse farsi beffe di Andrea, durante una passeggiata Andrea vede un manifesto pubblicizzare uno spettacolo di varietà al quale parteciperà la madre. Spinto da un contrastato desiderio, decide di voler assistere all’ esibizione della madre. Proprio quando Andrea sembra deciso a mettere da parte l’odio nei confronti della madre, la verità sarà per lui più scottante che mai. Giuditta, oramai attricetta matura e non più attraente, fischiata dagli spettatori, decide di abbandonare il teatro per dedicarsi esclusivamente ai figli. Inorgoglito,

Andrea passa tutta la notte avvolto nello scialle andaluso della madre, metafora di una casa vera, amorevole, sempre cercata ma mai trovata e quasi sempre respinta. Ma per Andrea, purtroppo, la verità non tarderà a manifestarsi. In pochi momenti sarà chiaro che la rinuncia della madre al teatro non è stata dettata dall’amore dei figli ma dalla consapevolezza dio non riuscire più ad avere alcuna scrittura.

D’improvviso le illusioni del ragazzo cadono; Andrea capisce che ogni cosa legata a Giuditta è ha a che fare con l’inganno. Amareggiato, deluso, sconfitto, sconvolto, Andrea per l’ennesima volta si sente tradito e abbandonato. Ad una vita disingannata si sostituisce e si impone l’accettazione di un’ illusione. Avvolto infine tra il perdono e il rancore Andrea sembra un personaggio senza fortuna, condannato da un destino tragico e senza risoluzione. Ed è per questo forse che:

“Egli vorrebbe immaginare il futuro se stesso, e si compiace di prestare a questo Ignoto aspetti vittoriosi, abbaglianti, trionfi e disinvolute! Ma, per quanto la scacci, ritrova sempre là, come una statua, un’immagine, sempre la stessa, importuna: un triste, protervo Eroe avvolto in uno scialle andaluso”

Ne Lo scialle andaluso la scrittrice è misurata ed elegante nel raccontare la difficile relazione tra madre e figlio, riuscendo ad unire il linguaggio popolare a quello più ricercato.

La vita interiore: la dissacrazione dei valori borghesi

“Questo è il mio ultimo romanzo” (A. Moravia).

Alberto Moravia

Alberto Moravia si dedica alla stesura de La vita interiore, pubblicato nel 1978,  per ben sette anni. Diviso in tre parti (La casa di appuntamenti, Gli anni criminali e Il gruppo e l’orgia) si presenta come un’incalzante intervista, un discorso a due tra la protagonista e l’autore.

Questa storia atemporale, ci viene raccontata da Desideria. A dominare le sue azioni è una voce interiore che le dice cosa fare e la interroga, la induce alla riflessione e la sprona ad agire per tutto il tempo della lunga intervista. Il suo stile, che abbraccia una vastissima diversità di forme narrative,  appare ora oggettivo, freddo e lucido.
Desideria vive in una famiglia ricca, presso il quartiere romano Parioli, con una madre ostile alla quale sente sin da piccola di non appartenere. Desideria è una bambina grassa e come tale, subisce umiliazioni di ogni tipo da chi dovrebbe, invece, garantirle protezione. Assiste agli incontri consumati dalla madre nella loro abitazione, osserva, si pone delle domande, tace. Non vive certamente bene la sua condizione di bambina grassa,(ogni avvenimento le tornerà poi alla mente come qualcosa di irrisolto, un momento incompiuto, in cui non potendo reagire, non le restava altro che covare). La madre adottiva, Viola, non perde occasione per ricordarle quanto sia sbagliata, diversa da lei, lontana dai suoi canoni di figlia perfetta; allo stesso tempo nutre uno strano amore materno. Desideria non vuole sentirsi un peso, sa di non meritarlo, di non avere colpe, eppure non puo’ difendersi, o almeno non da subito. Come in un continuo infinito flashback abbiamo modo di penetrare nella sua infanzia, quasi di assistere agli episodi di cui fu protagonista.
Risparmierò, metterò da parte e quando mi sembrerà di avere una somma sufficiente, andrò dalla signora  che adesso chiamo mamma e le dirò: quanto hai speso finora per me? Tanto? Bhé, ecco i soldi che hai speso, né più né meno. Adesso siamo pari, non ti debbo più nulla. Ti ringrazio di tutto e ti dico addio. Ma quando credi che potrai fare la puttana? Penso che prima passerò l’esame di maturità e poi prenderà una decisione.” “Ma le puttane devono essere belle. Tu, secondo me, sei troppo grassa per fare la puttana”.
In questo modo, si confessa.  Il male di cui ci parla è indelebile. Desideria rivede sempre Viola e tutto ciò che rappresenta.
Paragonata a Giovanna D’Arco, Desideria fa un voto di castità, promettendo di salvare la sua verginità fino al giorno in cui sarebbe sparita la Voce dalla sua testa .
Ad  un certo punto cambia, per volere suo, per volere della Voce, si trasforma non solo fisicamente e comincia, così, la sua Rivoluzione. La voce stessa è la rivoluzione. La madre finisce per essere attratta dal nuovo aspetto assunto dalla figlia, come se non esistessero più limiti e freni nella condotta di vita di questi borghesi senza scrupoli e Desideria non fa altro che dissacrare ad uno ad uno quei valori inesistenti ed effimeri che le famiglie borghesi del tempo avevano fatto propri. Condanna la morale di cui erano, nonostante tutto, vittime, poiché vista come un ostacolo ed un impedimento e la denuncia che ne fa di quel mondo è davvero spietata.
Durante questi nuovi giorni di rinascita, cerca l’appoggio di altri ”compagni d’avventura”, li trova;  si innamora di Giorgio,  lo studia, ma poi se ne separa.Riportiamo un dialogo tra Desideria e Giorgio che sottolinea l’audacia dello scrittore: Il tuo segreto è che, dopotutto,  anche tu hai una coscienza, magari sepolta sotto un monte di merda, e questa coscienza consiste nel fatto che sai di essere corrotto fino al midollo e siccome lo sai desideri morire, non esistere più, tornare ad essere quello che eri prima di nascere, vale a dire un feto, un embrione, nulla. E sai come me ne sono accorta? Me ne sono accorta dal modo con il quale quel giorno hai fatto l’amore orale. Mentre stavo supina, con le gambe spalancate e tu inginocchiato davanti a me mi baciavi il sesso, ho sentito con precisione che non cercavi il tuo piacere, ma volevi semplicemente morire, sì, morire  dentro il mio ventre che per te, in quel momento, era il ventre di tua madre, cioè rifare a ritroso il cammino che avevi già fatto venendo al mondo, acciambellarti dentro di me,  come il feto, con le braccia conserte e gli occhi chiusi, e poi regredire indietro indietro, tornare ad essere un embrione, un grumo di vita, un nulla.
 
In seguito alle esperienze più estreme vissute in nome di ciò che le dettava la Voce, arriverà, in fine, a pianificare il sequestro della madre e ad uccidere sia il suo amante,  Tiberi, che un altro dei protagonisti, Quinto. Come se, in fondo, tutte le lotte portate avanti avessero solo condotto al nulla. Il romanzo resta come inconcluso, “sospeso”.
In realtà, questa contrapposizione tra mondo popolare e borghese non è così netta : Tutti i personaggi di cui ci parla sono caratterizzati da una stessa “atonia spirituale”, sono come fermi, congelati nel loro ruolo, all’ossessiva ricerca di sesso e denaro. I rapporti umani sono spinti da questi due motori, nulla è autentico. Ad interessare l’autore sono gli atteggiamenti psicologici  dei suoi personaggi. Moravia resta, in questo senso, un pessimista che prende coscienza della realtà e l’analizza servendosi di nuovi strumenti come la psicoanalisi e le scienze sociologiche. E così facendo, non fa altro che descriverci la società sessantottina e fornircene un disegno.
Considerato da alcuni critici scandaloso e addirittura “privo di contenuto”, resta sicuramente uno dei romanzi più letti dello scrittore, che parrebbe non aver mai abbandonato le idee su cui si è poggiato il suo più grande romanzo: Gli Indifferenti , proprio come se non avesse mai finito di scriverlo.
Di Anna Vitiello.

 

Elsa Morante: una vita dedicata alla letteratura

“È curioso come certi occhi serbino visibilmente l’ombra di chi sa quali immagini, già impresse, chi sa quando e dove, nella retina, a modo di una scrittura incancellabile che gli altri non sanno leggere – e spesso non vogliono.” (Cit. “La Storia” di Elsa Morante)

Elsa Morante con Alberto Moravia a Capri

Elsa Morante. Una donna che probabilmete sapeva di dover dedicare la sua vita alla letteratura. Una donna che ha amato, in una vita tormentata, la scrittura più di ogni altra cosa. Una donna che, oggi come ieri, lascia un segno indelebile attraverso le sue opere, parole mai scritte, pensieri donati al mondo. Un mondo che, mai, potrà dimenticarla.

Nata, come i suoi fratelli minori, da una relazione extraconiugale della madre, Irma Poggibonsi, con Francesco Lo Monaco, Elsa Morante trascorre l’infanzia nella casa di Augusto Morante, istitutore al riformatorio per minorenni, il quale riconosce, e cresce quei bambini come fossero suoi. Terminato il liceo, l’adolescente Elsa va via da casa: per mantenersi, dà lezioni private ed inizia a collaborare con diverse testate giornalistiche. La mancanza di un solido appoggio economico, non le consentono di continuare gli studi presso la facoltà di lettere. Negli anni tra il 1936-1941 lavorerà presso il settimanale “Oggi”.

Più tardi conoscerà, tramite il pittore Capogrossi, Alberto Moravia, che sposerà nel 1941. Nello stesso anno viene pubblicato il suo primo libro, “Il gioco segreto“, in cui è raccolta parte dei testi narrativi destinata ai giornali. L’anno successivo appare il libro di fiabe “Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina”, illustrato dalla stessa scrittrice.

Dal 19 gennaio al 30 luglio del 1938 scrive il “Diario“, dal quale emergono quelle personali e familiari inquietudini che rendono la Morante, ancora una volta, una delle più grandi scrittrici del ‘900. Il gusto per la finzione, emerso in quest’opera, risale ai primi tempi in cui una giovane Elsa si avvicina alla scrittura, attraverso la stesura di filastrocche e racconti per bambini. Il” Diario” sarà pubblicato solo nel 1990.

Durante gli anni del matrimonio con Moravia, conosce  e stringe importanti rapporti con i più grandi scrittori del tempo, Umberto Saba, Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani, Sandro Penna ed Enzo Siciliano. Importante fu il rapporto stretto con Pier Paolo Pasolini, (nel cui film “Accattone” fa un’apparizione e col quale  aveva viaggiato in India).

Verso la fine della seconda guerra mondiale, per sfuggire al pericolo nazista, ormai fin troppo esteso, Moravia e la Morante, si allontanano da Roma, rifugiandosi a Fondi, un paesino in provincia di Latina a pochi chilometri dal mare. Un luogo che apparirà spesso nelle opere successive di entrambi gli scrittori. La Morante ne parlerà soprattutto nel romanzo “La Storia“.

Nel 1943 inizia la stesure del suo primo romanzo, “Menzogna e sortilegio“, interrotto per seguire il marito, come già accennato, nel piccolo paesino di Fondi in quanto, date le accuse mosse nei confronti dello stesso Moravia di antifascismo. All’interno della narrazione, l’autrice mostra al proprio pubblico la vita e i casi di una benestante famiglia meridionale destinata alla decadenza. Tutto ciò tramite lo sguardo febbrile e tormentato di una giovane donna isolatasi dal mondo. E’ proprio in questo frangente che la Morante si allontana  dal modello neorealistico: la scrittrice mostra, da subito, la sua predilezione per il magico e la fantasticheria, in una chiave colma d’angoscia nel confronto con la realtà.

Nell’estate del ’44 ritorna a Roma, portando a galla un già complicato e difficile rapporto con Moravia. Un rapporto che alterna momenti di intenso amore ad altri di distacco e malessere. In Elsa Morante, infatti, il bisogno di autonomia contrasta con una forte esigenza di protezione e di affetto. Allo stesso modo desidera e rifiuta la maternità, a cui rinuncia pur rimpiangendo la possibilità, un giorno. di poter abbracciare quella gioia e quell’amore che solo alle madri è destinato. “Bisogna sapere che io, per mia sorte, fui sempre di quelli che s’innamorano in modo eccessivo e inguaribile, e dei quali nessuno mai s’innamora.”

Elsa Morante con Pierpaolo Pasolini

Nel 1948, dopo un viaggio in Francia e in Inghilterra, esce “Menzogna e sortilegio”, con cui vince il premio Viareggio. Moravia e la Morante, si trasferiscono in un attico in via dell’Oca, che ben presto diverrà uno dei più frequentati ritrovi del mondo intellettuale romano. Nei primi anni Cinquanta la Morante tiene un nuovo diario, che sarà però presto interrotto. Collabora con la Rai, viaggia, scrive il racconto “Lo scialle andaluso” e lavora alla redazione del suo secondo romanzo “L‘Isola di Arturo” che esce 1957, vincendo il premio Strega. Anche qui, in uno dei più grandi romanzi del ‘900, la Morante mostra quel dono che fu suo fin da quelle prime parole scritte, il dono di saper entrare nel cuore e nell’anima dei proprio lettori mostrando quel dolore, quell’inquietudine e bisogno d’amore che, da sempre, l’hanno caratterizzata.

Nel 1959, durante un viaggio negli Stati Uniti, conosce e stringe un’intensa amicizia con il pittore Bill Morrow. In quegli stessi anni, la  scrittrice, mostra ancora il proprio bisogno di indipendenza, libertà, trasferendosi in un appartamento, del tutto privato, nella Roma degli anni ’60. Compirà ancora un ultimo viaggio con il marito prima dell’ormai “inevitabile” divorzio nel 1962, anno in cui si troverà ad affrontare un enorme ed incessante dolore per la morte del pittore Morrow, precipitato nel vuoto da un grattacielo.

Gli anni successivi saranno per l’ormai affermata scrittrice, tragici e dolorosi per la Morante. Continuerà a vivere tormentata dal dolore per la perdita dell’amico, mostrerà ancora una volta e per lungo tempo la sua chiusura verso il mondo, portando con se una paura incontrollabile, ingestibile, quella della vecchiaia.

Durante la conferenza del 1965 “Pro e contro la bomba atomica” (edita da Adelphi nel 1987) e nelle poesie de” Il mondo salvato dai ragazzini “(1968), mostra una nuova forte inquietudine per i pericoli che minacciano l’umanità insieme ad un nuovo desiderio di intervento sul mondo.

Nel 1976, uscirà il suo terzo romanzo “La Storia“, il quale otterrà un enorme successo nonostante le riserve e le cretine espresse dal pubblico e da alcuni critici letterari. Nel 1976 inizia la stesura del suo ultimo romanzo “Aracoeli”, che porterà a termine e pubblicherà solo nel 1982, essendosi fratturata nel 1980 un femore. Dopo aver subito un intervento chirurgico, trascorre gli ultimi anni di vita a letto, non potendo più camminare. Nell’aprile del 1983 tenta il suicidio aprendo i rubinetti del gas, ma viene salvata da una domestica. Dopo un nuovo intervento chirurgico rimane in clinica, a Roma, dove muore d’infarto il 25 novembre del 1985.

Il 25 novembre del 1985 ci lasciava una donna il cui tormento, il cui bisogno di libertà e amore incondizionato hanno, forse, influenzato ogni singolo lettore che abbia aperto la propria anima e la proprio mente a quelle “immense” parole che, ancora oggi, sembrano volare nell’etere.

Bisogna sapere che io, per mia sorte, fui sempre di quelli che s’innamorano in modo eccessivo e inguaribile, e dei quali nessuno mai s’innamora.”