Giuseppe Gimmi, rivivere e assaporare la nostalgia degli anni ’80 con un velo di tristezza

“Mi mancheresti anche se non ci fossimo conosciuti” recita un celebre aforisma che pare non avere autore e che trasuda nostalgia. Frase che sembra essere stata scritta apposta per Giuseppe Gimmi, ragazzo pugliese di 22 anni che circa un anno fa ha lanciato l’idea artistica “The Vintage” per raccontare e racchiudere la sua forte passione: gli anni ’80, realizzando una linea di maglie personalizzate, che rappresentano ciò che sceglie di scrivere la gente.

Giuseppe crea, trasformando tutto il materiale con forme e colori completamente anni 80, prendendo spunto da copertine di cinema o musica. Idea vincente la sua, perché racchiude una forma di comunicazione da e per la gente, che diventa subito protagonista, grazie alla scrittura veicolata da una suggestione (ogni maglia prodotta infatti è un pezzo unico). Giuseppe per trarre ispirazione studia le pellicole del grande cinema e la musica anni ’80.

Ha realizzato e consegnato molti lavori a personaggi dello spettacolo, per citarti alcuni: Ronn Moss, Alessandro Cattelan, Marina Di Guardo (mamma di Chiara Ferragni), Rocco Papaleo, Enrico Montesano, Alessandro Borghi, Jerry Calà, ‪Fabri Fibra‬ e tanti altri.

Non ha vissuto quegli anni Giuseppe ma li rivive in primis lui stesso con grande intensità, energia e rispetto, senza lasciarsi guidare solo dal sentimentalismo e dalla nostalgia per non aver vissuto quegli anni che oggi a molti giovani sembrano irripetibili, irraggiungibili.

Per diletto Giuseppe compone anche dei brani musicali che potrebbero un giorno essere racchiusi in una raccolta e pubblicati, tra questi anche l’uscita del mio primo singolo a settembre; ma senza tralasciare lo studio approfondito soprattutto del cinema di quegli anni attraverso la passione per figure come quelle di Alberto Sordi e Carlo Verdone, che ci hanno messo alla berlina i nostri vizi, manie, ansie e tic, in quel momento d’oro del cinema italiano, che univa commedia e tragedia, brillanti invenzioni romanzesche e tetro dramma della Storia. L’ansia che scaturisce dal bisogno di infinito, dalla nostalgia e dal rimpianto di non essere nati in quel periodo e che funge da filo conduttore anche per quanto riguarda, ad esempio, le sonorità e la malinconia di fondo che si respira nelle canzoni di Tommaso Paradiso.

 

1 Come e quando nasce la passione per gli anni ’80?

Nasce tutto da ansie e momenti di solitudine che percorrono la mia vita, fin da bambino, da sogni e miti che si mescolano in un passato come un film di Sergio Leone. L’essere bambino è un qualcosa che noi tutti ci portiamo. Nato in una vecchia masseria pugliese, ho apprezzato e praticamente fatto mio ogni cosa che mi circonda dalla porta che cigola alle ore 6.00 del mattino prima di andare a correre, al canto degli uccelli al profumo dei jeans e delle t-shirt lavate a mano fino ad arrivare alla sera uno dei momenti che io amo, quando tutto sembra fermo, si sentono solo i grilli che cantano e fanno festa e le stelle che brillano nei nostri occhi, penso che tutto questo sia la vita. Ho sempre amato in realtà i miti, dove crescere e imparare. Da qui parte la mia grande voglia di riscoprire quel sapore semplice del passato, che alcune volte può essere anche crudele. Ho iniziato a guardare i primi film essendo del 1997 con tematiche anni 80, quindi diciamo vicini a me anche se molto lontani, da qui ho scoperto che tanti film del passato sono per me una sorta di liberazione anti stress che allontanano le miei ansie facendomi rivivere momenti che sento miei.
Ad esempio, vacanze di natale 83, li c’è un grande fascino, per me c’è tutto, c’è quella grande nostalgia di un Natale fatto di semplicità ma sopratutto di spensieratezza. Quindi per me l’era di quel tempo e di quei miti parte da qui, non tralasciando però altri anni importanti, però a me piace portare sempre questi miti e i loro pensieri anche in una fase attuale. Penso che noi tutti dobbiamo guardare un film di Steven Spielberg, come E.T film incredibilmente magico, ascoltare Lucio Dalla quando si torna a casa dopo un lungo viaggio, piangere quando risuonano le note di c’era una volta in America, ecco la mia vita è questa.

2 In quale ambito culturale pensi si sia dato il meglio durante gli anni ’80?

Per me gli anni 80 sono stati caratterizzati dalla buona musica e il cinema ma anche dai grandi cartoon. Venendo sicuramente da un cinema fatto da grandi protagonisti gli anni 80 segnano quel cambiamento radicale dove si iniziano a scoprire le vere tendenze di noi tutti, senza più nascondersi, senza più veli. I suoni, i sapori le emozioni erano totalmente diverse. Io come dicevo precedente non gli ho vissuti ma sono qui ora che li racconto. Dentro di me scorre quella grande voglia di conoscere, la conoscenza è per noi l’unico modo per andare avanti. Una dimensione spazio – temporale completamente diversa, ognuno si sentiva protetto da qualche robot o da qualche poster che racchiudeva la propria stanza personale con un mappamondo che girava velocemente per sognare di cambiare il mondo. La musica suonava così forte nella testa da far ballare la gente per un intera estate. Gli anni degli eroi, dei ricordi ma sopratutto delle forti emozioni.

3 Qual è stata per te l’esperienza più esaltante e costruttiva?

Sicuramente l’esperienza più costruttiva in questa mia vita è stata quella di creare un progetto che mi ha portato a scoprire e mi porta ancora oggi a riscoprire la comunicazione. Nel 2017 ho creato un progetto artistico che prende il mio nome dove realizzo delle frasi con forme e colori anni 80 su richiesta personale. Tutto questo mi ha portato a creare un progetto sicuramente fatto di persone che scrivono e si raccontano attraverso una fase di scrittura che poi viene creata da me e applicata in uno studio grafico su delle magliette. Un percorso quindi formativo, che mi ha fatto scoprire la creatività arrivando anche a tanti nomi importanti.

Oltre a questo ho un nuovo progetto in corso, sempre mosso dalle ispirazioni derivanti dal cinema e musica anni 80, ossia quello di specializzarmi nell’affascinante mondo della sceneggiatura in ambito cinematografico.
Per diletto sto anche componendo dei brani musicali che potrebbero un giorno essere racchiusi in una raccolta e pubblicati, tra questi anche l’uscita del mio primo singolo a settembre.

Vorrei esaltare sempre più il mio metodo di scrittura che racchiude, un mondo completamente diverso, tra la realtà è sicuramente il passato. Per me immaginare, creare, sognare amare e imparare sono alla base di tutto. Scrivere, che sia una sceneggiatura o testo musicale ti fa capire in realtà quello che tu vuoi quindi farsi trasportare da quello che il nostro corpo vuole e sicuramente se ci circondiamo di emozioni, di attenzioni ma soprattutto di sogni riusciamo a scrivere e trasmettere qualcosa d’importante. Sognare ovviamente con i piedi per terra perché nella vita nessuno ti regala niente. Una giorno ero a casa sul divano mentre guardavo un documentario sull’importanza della figura di San Giuseppe. Sognare con i piedi per terra quindi, però non perdere mai la capacità di sognare, perché solamente sognando un mondo migliore possiamo aprire le porte ad un futuro.

4 Cosa trovi che manchi manchi di più oggi dell’arte degli anni ’80?

Nulla o forse tutto. Penso che che viviamo noi tutti in un epoca incredibile dove il tempo ci rincorre, dove abbiamo paura di sbagliare dove essere perfetti è giusto. L’arte per me è qualcosa di affascinante quindi libertà d’espressione, dove ognuno di noi deve essere vero, ogni artista ha un mito dietro di sè dove crescere, imparare e sviluppare. Noi abbiamo bisogno di essere imperfetti quindi perfetti perché la vera perfezione si può avere solo se dentro di noi siamo veri. Amare quello che ci piace fare, riflettere prima di giudicare qualcuno o qualcosa, essere liberi di indossare quello che si vuole ed essere liberi soprattutto di essere se stessi.

5 Hai una grande passione per il cinema di Verdone e Sordi, due geni che hanno interpretato e parodiato le manie e i tic degli italiani raccontando un pezzo di storia del costume. Secondo te qual è oggi la favola grottesca che meglio si addice agli italiani?

Non dobbiamo mai lasciare sola l’Italia, perché l’Italia è la nostra mamma. Alberto Sordi per me come penso per l’intero popolo italiano è l’Italia. Un uomo incredibile, elegante e intelligente, vedendo tanti suoi film e leggendo libri si capisce che certi valori, certe emozioni scorrono nelle sue vene. Amare l’Italia, raccontare i suoi difetti e i suoi pregi non è da tutti. Lui è stato l’unico in assoluto a raccontare tutto questo, raccontare il sapore che avevano i vicoli delle vecchie città, le compagnie infinite , raccontare di una Roma completamente diversa da quella attuale, sul nostro schermo Albertone è stato furbo, ingenuo, scapolo, vedovo, uomo d’affari pregiudicato, cinico etc.

Alberto Sordi è stato e sarà sempre un mito dove ognuno di noi dovrà riflettere. Tra le miei più importanti figure di vita c’è anche di Carlo Verdone. Un padre per me, un uomo incredibilmente universale che è entrato a far parte della mia vita. Ansie, tic degli italiani etc, penso che sia uno dei registi attuali più importanti del nostro paese e che non c’è ne saranno più così. Ha saputo puntare sull’umanità, sulle debolezze ma anche sulla fragilità dei suoi personaggi, sicuramente ci sono tante influenze importanti nella sua vita dall’incontro con Sordi, all’incontro fondamentale con Sergio Leone etc
Io ho avuto la fortuna d’incontrarlo per un breve spazio durante un festival del cinema qui in Puglia. Mi piacerebbe un giorno, raccontarli di me, perché ogni volta che scrivo tutto questo io mi commuovo, raccontare l’importanza della sua figura nella mia vita, del suo amore che ha saputo insegnare ed insegna attraverso il cinema, facendoci capire i difetti sicuramente di noi tutti ma soprattutto le fragilità.

Molti di noi nascondono tutto questo, noi tutti abbiamo tutt’ora oggi la forza e la capacità di reagire ma soprattutto capire che tutto quello che ci circonda è il massimo. Solo noi possiamo far pian piano ritornare quei vecchi sapori, ma soprattutto quelle nostre fragilità dove arrampicarsi e scalare vette importanti per un’Italia più bella, possiamo farlo solo insieme. Sicuramente tutto questo lo possiamo fare prendendo spunto e imparando da due mostri del cinema come Alberto Sordi e Carlo Verdone.

6 Come stai vivendo questo importante momento storico? Come pensi l’avrebbe raccontato Sordi?

“Maccarone… m’hai provocato e io te distruggo, maccarone! Io me te magno!”. Avrebbe esordito così secondo me facendoci capire il valore di stare a casa. Sinceramente me la sto vivendo molto bene, perché sono un ragazzo tranquillo che ama tanto la casa ma nello stesso tempo mi mancano persone importanti. Ho scoperto è riflettuto su tante cose in questo periodo, innanzitutto rallentare e godermi sempre più ogni singolo momento, come apparecchiare, prepararsi un buon piatto di spaghetti e un buon vino rosso e gustarlo ma sopratutto apprezzando il suo grande sapore davanti ad un film o una serie tv. Capire il significato ma sopratutto l’importanza delle persone che mi circondano. Nel mio tempo libero tra una sceneggiatura e l’altra ho iniziato a coltivare un piccolo orticello dove piantare prodotti naturali e freschi ed ascoltare buona musica. C’è tanto da fare, leggere libri dare un bacio a mamma o papà e ringraziarli per tutto quello che fanno, andare a correre, aspettare la propria donna o il proprio uomo e capire, che appena la situazione migliorerà solamente un abbraccio può far scomparire tutto questo.

7 La tua sembra essere una semplice “operazione nostalgia” , invece si tratta di un vero e proprio input a riscoprire quegli anni in modo razionale. La tua è dunque una nostalgia propositiva e energica..

Assolutamente. Amo la modernità, i cambiamenti devono essere visti sempre come qualcosa di migliore. Tutti però penso che devono conoscere l’educazione, rispetto reciproco etc da dove poter ripartire. Conoscere la grande commedia italiana, da Totò, da i film di Fantozzi a quelli di Sergio Leone etc. Vorrei che tutti ascoltassero le più grandi colonne sonore come quelle di Ennio Morricone, leggessero libri sulla vita come la Repubblica di Platone che ho scoperto grazie ad un mio punto di riferimento in questa vita che è Tommaso Paradiso. Tutto questo sto cercando di trasmetterlo attraverso fasi di scrittura che possono essere cinematografiche, musicali oppure artistiche.

8 Cosa pensi delle commedie italiane di oggi?

Servirebbe ripartire e non dimenticare mai quelle vecchie pellicole che hanno cambiato la vita di noi tutti. Sicuramente ci sono tanti talenti però poco veri. La gente ha bisogno di leggere ma sopratutto vedere qualcosa di vero, ha bisogno di ridere, di piangere e quindi di percepire un ciclo verosimile che riesca a racchiudere la propria vita. Il cinema e l’unico modo per arrivare a Dio perché crea un mondo dove vanno ad abitare i nostri sogni o fantasmi, e la musica sottolinea questo nostro percorso.
Quindi cercare di essere più veri fuori ma sopratutto con se stessi e nello stesso tempo di abbandonare il mondo dell’apparire.

9 Cosa speri di trasmettere alle persone che hanno vissuto quegli anni e a chi invece non era ancora nato?

Viaggiando tanto, tra treni aerei o mezzi ho capito che la gente che ha vissuto un certo tipo di passato, quindi un età diversa ha bisogno di ricordare ma sempre con una prospettiva positiva. Il passato come dicevo prima non è sempre così bello, ci sono delle macchie nella nostra anima che non vanno mai via ma ci sono anche dei momenti belli che frequentiamo tramite sogni o emozioni. Io sono un semplice e umile ragazzo, un ragazzo di campagna che ancora crede nel cambiamento, nel romanticismo, e nei ragazzi come me che possono fare la rivoluzione e credo che la gente che ha vissuto questi anni si deve riscoprire ed emozionare come quando tornano a vedere una foto da fanciulli, ma nello stesso tempo ci deve educare a cambiare tutto questo. Quindi una sorta di prospettiva positiva dove rispecchiarsi e unirsi.

 

Giuseppe Gimmi con Enrico Montesano

10 Il tuo più grande sogno?

Il mio più grande sogno? Sognare ancora, e farlo sempre. Rivivere e assaporare la nostalgia del passato con un velo di tristezza, dove il tutto mi conduce ad una dimensione atemporale , in cui vivono realtà e sogno, presente e passato. Vorrei tanto un giorno raccontare i miei pensieri la mia creatività in giro tra teatri e testi musicali. Mi piacerebbe scrivere idee o storie da consegnare a registi importanti, tutto quello che voglio è semplicemente un mondo migliore da raccontare e da guardare insieme come una coppia di anziani che guarda il cielo stellato da una finestra, in una sera calda d’estate.

 

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15 anni senza Alberto Sordi, fenomeno tutto italiano, intraducibile all’estero, il cui riso che suscita nello spettatore scaturisce da una deviazione dell’infantilismo

Oggi potremmo ancora ridere con Alberto Sordi? Esistono ancora, gli italiani raccontati da Albertone? Facile rispondere di no, e del resto Sordi stesso, almeno negli ultimi 25 anni di carriera, raramente era riuscito a produrre maschere potenti: l’ultima volta con i due funerali della commedia all’italiana, Un borghese piccolo piccolo e I nuovi mostri; poi, solo Monicelli lo aveva recuperato con un ruolo all’altezza, archeologico e riassuntivo, Il marchese del Grillo (1982). Oggi gli italiani alla Sordi, i finti moralisti o i commercianti d’armi, gli arrampicatori sociali e i mezzibusti è difficile ritrarli con un briciolo di simpatia. Per fare delle commedie è quasi impossibile non scantonare verso la fiaba o verso il demenziale.

Sordi, si è detto, fa ridere solo in Italia. Un critico francese, guardando un suo film, chiese una volta ai colleghi italiani: “Ma come è possibile ridere del Male?” Il che, a suo modo, è un riconoscimento grandissimo. Eppure la figura di Sordi conosce una sua evoluzione, a partire da una vena più lunare verso una aderenza maggiore al proprio tempo. I suoi anni felici sono quelli del boom economico e quelli immediatamente precedenti.

Tra Un americano a Roma (1954) e il suo esordio alla regia, Fumo di Londra del 1966, ci sono oltre 50 film, di cui almeno un terzo memorabili. È l’unico momento in cui il meschino italiano di Sordi è anche un modello positivo, o trova un riscatto: e i finali di film come Tutti a casa (1960) o Una vita difficile (1961), con lui che trova la morte imbracciando le armi contro i nazisti, o prende a schiaffi il commendatore simbolo del benessere, sono esempi indimenticabili. Dopo, la sua maschera diventerà più amara che feroce, spesso declinando nella variante passiva-aggressiva della Vittima (Detenuto in attesa di giudizio, Bello onesto emigrato Australia…) che magari è anche un Mostro o può diventare tale (La più bella serata della mia vita, ancora Un borghese piccolo piccolo).

Alberto Sordi, da Nando l’americano a Roma al soldato in La grande guerra

Negli anni 80 l’attore unì i suoi personaggi in un filo unico, nella lunga trasmissione Storia di un italiano. L’idea era di porsi come personaggio esemplare dell’italiano nel ‘900: un esempio, se non integralmente positivo, almeno da guardare con indulgenza. In effetti, i film da lui interpretati sono stati proprio questo, in maniera più o meno cosciente. E va aggiunto che “Alberto Sordi” è anche l’opera collettiva di grandi sceneggiatori e registi: Rodolfo Sonego ovviamente, e poi, ognuno col suo mattoncino, Monicelli, Risi, Comencini, Age e Scarpelli, Zavattini, Steno, Scola, Fulci, Fellini.

Tutti a casa, il capolavoro restaurato di Comencini nella sezione Classici

Eppure la grandezza di Sordi non è solo nella sua forza di rispecchiamento, ma anche nel suo opposto. È la storia di un italiano, la sua, ma ancor meglio la storia di un iper-italiano, nel senso dell’ipperrealismo: un’imitazione allucinata, che diviene disturbante. Monicelli racconta che all’inizio della carriera, sul palcoscenico, Sordi lasciava tutti sconcertati, suscitava reazioni scomposte, come un autentico provocatore, che non si era mai visto prima.

Alberto Sordi, i premi e gli onori di un ‘italiano medio’

In seguito, questo comico anarcoide trova una perfetta coincidenza con l’italiano medio: ma sotto sotto continua a raccontarlo in maniera parossistica, non-realistica, inserendo una vena atroce in ogni apparizione. In un bellissimo saggio-patchwork sull’attore, Alberto Sordi. L’Italia in bianco e nero (Mondadori), Goffredo Fofi lo vede come una serie quasi caleidoscopica di influssi e di incroci, ma all’inizio, come prologo, racconta un incontro simbolico: quello, nella Roma ottocentesca, tra Nikolaj Gogol e Giuseppe Gioacchino Belli. Ecco, piace immaginare che alla nascita dell’attore trasteverino abbiano presieduto questi due astri, di umor nerissimo, conservatori e anarchici come lui.

L’opinione di Pasolini

In un intervento di Pasolini su Il Reporter del 1960, si legge a proposito di Sordi:

Vediamo un po’: in fondo il mondo della Magnani è, se non identico, simile a quello di Sordi: tutti due romani, tutti due popolani, tutti due dialettali, profondamente tinti di un modo di essere estremamente particolaristico (il modo di essere della Roma plebea ecc.). Eppure la Magnani ha avuto tanto successo, anche fuori d’Italia: il suo «particolarismo» è stato subito compreso, è diventato subito, come si usa dire, universale, patrimonio comune di infiniti pubblici. Lo sberleffo della popolana di Trastevere, la sua risata, la sua impazienza, il suo modo di alzare le spalle, il suo mettersi la mano sul collo sopra le «zinne», la sua testa «scapijata», il suo sguardo di schifo, la sua pena, la sua accoratezza: tutto è diventato assoluto, si è spogliato del colore locale ed è diventato mercé di scambio, internazionale. È qualcosa di simile a quello che succede per i canti popolari: basta trascriverli, aggiustarli un po’, toglierci la selvatichezza e l’eccessivo sentore di miseria, ed eccoli pronti per lo smercio a tutte le latitudini.
Alberto Sordi, no. Parrebbe intraducibile. Lo si direbbe un canto popolare che non si può trascrivere. Ce lo vediamo, ce lo sentiamo, ce lo godiamo noi: nel nostro mondo «particolare.

Ha ragione Pasolini, Sordi è un fenomeno tutto italiano, comprensibile solo a noi italiani perché il genere di riso che suscita Sordi un po’ ci fa vergognare, in quando ridiamo dei nostri vizi, delle nostre viltà, del nostro qualunquismo e delle nostre ipocrisie. Ma lo comprendiamo perché è un tipo di riso che scaturisce da una deviazione dell’infantilismo come sostiene il grande intellettuale e che invece di produrre bontà come in Anna Magnani o in Charlot, produce vigliaccheria, egoismo ed opportunismo. Tuttavia questa cattiveria commuove noi italiani perché in fondo sappiamo cosa si cela dietro: una necessità improrogabile, il doversi adattare a questo mondo, che non consente di vedere i bisogni e i sentimenti degli altri. Ecco perché l’italiano piccolo-borghese perdona i personaggi di Sordi. Conclude Pasolini:

Questa comicità di Sordi piccolo-borghese e cattolica, fondamentalmente senza nessuna fede, senza nessun ideale, non urta e non urterà mai la censura italiana: urta e urterà sempre chi possiede una sensibilità civica e morale, cioè la media dei pubblici francesi e anglosassoni. Non vorrei che questa potesse parere una eccessiva «stroncatura» di Sordi: in fondo, probabilmente senza rendersene conto, il tipo che egli così intelligentemente e vividamente ha inventato, era necessitato fuori da lui, dalla società in cui egli vive in assoluta acribia. Per diventare un vero grande comico, «universale» (come si dice) gli ci vuole un po’ di senso critico: un po’ di cattiveria intellettuale, finalmente, dopo tanta cattiveria viscerale! C’è infatti la possibilità di inserire nel suo personaggio quel tanto di pietà, cioè di conoscenza di sé e del mondo, sia pure irrazionale e sentimentale, che gli manca. Egli deve essere meno ellittico, meno ammiccante: noi, che ci siamo in mezzo, lo capiamo subito, gli stranieri (cioè il mondo, cioè lo spettatore in assoluto), no. Egli deve rendere esplicita quell’estrema ombra di pietà che nel suo infantilismo pure permane e può commuovere, malgrado le mostruosità di cui è capace.
E dico che tutto questo è possibile perché due volte Sordi c’è riuscito: una volta per merito del dialogo, una volta per merito del regista. Intendo riferirmi a una particina indimenticabile, a una specie di «a solo» che Sordi ha eseguito nel Medico e lo stregone; e, soprattutto, alla Grande guerra. In questi due casi, finalmente, Sordi vive di due elementi, entrambi operanti: il Sordi bebé antropofago, cattivo, amorale, e il Sordi poveraccio morto di fame sostenuto suo malgrado da una forza morale, dalla pietà che in infinitesima parte sente e per il resto incute.
Se in Sordi entrasse definitivamente questa contraddizione, se egli capisse che non si può ridere se al fondo del riso non c’è della bontà – pur esercitata o repressa in un mondo nemico – la sua comicità finirebbe di essere uno dei tristi fenomeni della brutta Italia di questi anni, e potrebbe, nei suoi modesti limiti, contribuire almeno a una lotta riformistica e morale.

 

 

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2018/02/23/news/15_anni_senza_alberto_sordi-189475632/

Un borghese piccolo piccolo: condanna al costume italiano

Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli è un significativo esempio di ciò che ha caratterizzato la grande commedia all’italiana, la cui cifra è quella di aggredire e deformare, anche in maniera spietata, la realtà, estremizzando situazioni e personaggi, sebbene con questo e altri film come Brutti sporchi e cattivi si decreti la fine della gloria della commedia italiana, virando la propria critica nell’angoscia e nel grigiore, non più nel riso amaro. In questo senso i film di Monicelli, sin dalla svolta epocale rappresentata dalla pellicola della fine degli anni ’50 I soliti ignoti, passando per La Grande Guerra, Il Generale della Rovere fino ai successi commerciali Brancaleone e Amici miei (atto I e atto II), hanno sempre un risvolto politico, raccontando l’evoluzione della società e del costume italiano.

Un borghese piccolo piccolo: una condanna al costume di un intero Paese

Se nella vita non avete altro obiettivo che curare il vostro orticello stando bene attenti a delimitarne i confini, sappiate che c’è un manuale fatto apposta per voi. In Un borghese piccolo piccolo, tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, troverete tutte le informazioni che cercate. E non state a preoccuparvi troppo del fatto che il film sia uscito nel 1977, perché l’immobilismo della società, nonché il fatto che si tratta di un vero e proprio ‘classico’, sono garanzia di attualità.

Un borghese piccolo piccolo vi insegnerà tutte le tecniche per ‘sistemarvi’, in modo tale che possiate continuare indisturbati la vostra vita fatta di soddisfazioni piccolo-borghesi. E se siete già sistemati, sarà uno strumento imprescindibile per estendere il vostro ‘status’ anche ai vostri figli. Perché il benessere è un qualcosa che deve durare nel tempo, il benessere va pianificato. Pianificazione è sinonimo di benessere. Se seguirete pedissequamente tutte le istruzioni, il vostro orticello non sarà che il punto di partenza per arrivare in Paradiso passando per il giardino della massoneria. Tuttavia, come i foglietti illustrativi contenuti negli scatoli dei medicinali, Un borghese piccolo piccolo ha cura di non omettere i possibili ‘effetti collaterali’, e vi rende edotti del fatto che c’è una (remota, per carità) possibilità che le cose non vadano esattamente come le avevate previste. Talvolta quell’armonia che vi eravate faticosamente conquistati – anche a colpi di ‘compromessi massonici’ -, può essere alterata dal ronzio di un insetto, che, nato in palude, cede alla tentazione di librarsi, per una volta, tra alberi perfettamente ordinati e sentieri fioriti: anche l’insetto non rimane indifferente al fascino dell’orticello.

Così può capitare che vostro figlio venga coinvolto in una sparatoria proprio mentre sta per andare a vincere il concorso per la vita comoda. Ed è proprio quello che succede al protagonista del film, Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi che qui dimostra grandi doti drammatiche, superando la maschera della macchietta), che una volta messo di fronte a quella che è per lui un’’alterazione’ inaccettabile della sua pianificazione, avrà come unica ragione di vita la vendetta, la soppressione dell’elemento di disturbo, l’uccisione dell’insetto. Le sue pulsioni vendicative non sono soltanto figlie del dramma della perdita del povero figlio Mario (Vincenzo Crocitti); nascono, principalmente, dall’incontro ravvicinato e improvviso con il disordine, il peggior nemico della piccola borghesia. Perché il disordine costringe a pensare, riconsiderare, riprogrammare tutta la propria vita. E allora Vivaldi persuade se stesso e la moglie di poter ripristinare l’ordine perduto attraverso il sequestro  dell’assassino (involontario) del figlio; sequestro che, tuttavia, si dimostra inadeguato a colmare il vuoto lasciato, in quanto l’agonia del ragazzo, che i coniugi Vivaldi speravano tenesse loro occupati per un tempo indeterminato, sarà molto breve per il rapido sopraggiungere della morte. Nuovo disordine inaspettato, dunque; disordine cui i coniugi Vivaldi reagiranno in modo solo formalmente differente. Perché se la moglie Amalia di lì a poco perderà la vita a causa della sua depressione logorante, Giovanni si illuderà di continuare a vivere. Ma sarà solo una caccia agli insetti.

Un borghese piccolo piccolo, muovendosi tra dramma e commedia, scava nelle miserie umane del quotidiano offrendo allo spettatore un ritratto feroce del costume italiano, tutt’altro che consolatorio, costituito da raccomandazioni e clientelismi; è un’Italia impaurita, egoista, disillusa e disperata quella rappresentata da Monicelli che però qui non ha optato per una satira ficcante, in un momento storico (siamo ormai alle porta degli edonistici anni ’80) dove gli italiani non fanno più ridere, non ‘inciampano’ più, presi come sono dal soddisfacimento dei propri miseri interessi; per questo motivo Monicelli ha realizzato un film attingendo dai problemi di quella società aspramente criticata da Pasolini. E il film sembra, per certi aspetti, un omaggio allo scrittore brutalmente ucciso solo due anni prima. Vincenzo Cerami, autore del romanzo da cui trae spunto la pellicola, era infatti amico di Pasolini, e il suo editore, Garzanti, era sia amico sia coimputato dell’autore di Ragazzi di vita. Non solo. Anche il finale del film è un rimando a Pasolini, in quanto la seconda ‘vittima’ di Vivaldi è interpretata da Ettore Garofolo, un ragazzo di borgata che aveva esordito come attore in Mamma Roma.