Giornata mondiale della poesia, il programma che si svolgerà il 24 marzo, prevede i versi in musica di Leopardi e Alda Merini

Si svolgerà il 24 marzo 2018 presso la Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico, con ingresso libero al pubblico sino ad esaurimento posti disponibili, la 17esima edizione della Giornata mondiale della poesia che avrà come tema: “Siamo fatti per l’Infinito”, con la partecipazione straordinaria di Fabio Armiliato e Giovanni Nuti e inoltre di: Davide Rondoni, Carlos Aganzo, Valentina Colonna, Majo Danilovic, Barbara Herzog, Antoine Houlou, Paolo Lagazzi, Dato Magradze, Massimo Morasso, Ales Steger, Maestro Fausto, Taiten Guareschi, Gian Mario Villalta, Abdallah Falaikawa.

L’evento, con ingresso libero al pubblico fino ad esaurimento posti disponibili, vedrà, quest’anno, anche la straordinaria partecipazione di due eccellenze della musica italiana che apriranno la manifestazione: il tenore Fabio Armiliato e il cantautore Giovanni Nuti che proporranno L’infinito di Leopardi, musicato, per l’occasione, da Nuti che dichiara: “Ho accettato con ‘timore e tremore’ la proposta di Laura Troisi di musicare i versi de ‘L’infinito’ di Leopardi, a cui è dedicato l’evento di quest’anno. Confrontarsi con uno dei componimenti poetici più noti della letteratura mondiale richiedeva una dose di tracotanza e di incoscienza cui neppure tutti i miei anni di frequentazione e osmosi creativa con Alda Merini mi hanno preparato. Ho cercato di accostarmi con consapevolezza e umiltà a questa poesia, sgombro però di troppe letture e troppe interpretazioni, ‘come se’ la leggessi per la prima volta, in modo da far scaturire la mia musica dall’inesauribile ombra di silenzio del Canto leopardiano. Il risultato lo presenterò il 24 marzo insieme all’amico Fabio Armiliato che mi aiuterà a proporvelo con la sua consueta sensibilità interpretativa”.

Il programma prevede al mattino del 24 marzo, presso la Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico, l’apertura con i saluti delle autorità e della Presidente Patrizia Martello, quindi la cerimonia di premiazione del Primo concorso nazionale di Poesia con Immagine via Instagram che ha come tema appunto “Siamo fatti per l’Infinito. In questo modo si vuole celebrare una poesia considerata unanimemente un “bene comune”: un bene immateriale, che ha mosso milioni di miliardi di pensieri, emozioni, inquietudini, visioni, pensieri filosofici, energia esistenziale e che ha reso l’uomo più libero e vicino all’immortalità. Premio per i primi 3 giovani classificati sarà un laboratorio di poesia con Davide Rondoni, poeta e critico letterario e la poetessa Isabella Leardini. Per gli altri vincitori è previsto un diploma d’onore dell’Accademia Mondiale della Poesia.

L’evento, condotto dal regista e attore Alfonso De Filippis, proseguirà poi nel pomeriggio con l’“Infinito”, apertura in musica con Giovanni Nuti e Fabio Armiliato e poi ancora poesia in musica con i versi di Alda Merini, accompagnato da José Orlando Luciano al pianoforte e da Simone Rossetti Bazzaro al violino. Giovanni Nuti interpreterà, sempre con Fabio Armiliato, il duetto Io non ho bisogno di denaro e renderà omaggio a Daniela Dessì con il duetto Genesi, che il grande soprano aveva registrato con lui prima della sua prematura scomparsa (entrambi i brani fanno parte di Accarezzami musica – Il Canzoniere di Alda Merini, il cofanetto che racchiude 16 anni di collaborazione con la poetessa da poco pubblicato).
A seguire la consegna del Premio Catullo che quest’anno andrà a Massimo Morasso per il libro Rilke feat. Michelangelo e un dibattito che avrà come tema “L’Infinito”. Introdurrà Davide Rondoni e parteciperanno Carlos Aganzo(Spagna) Majo Danilovic (Serbia) Barbara Herzog (Svizzera) Antoine Houlou (Francia), Paolo Lagazzi (Italia), Dato Magradze(Georgia), Ales Steger (Slovenia), Maestro Fausto Taiten Guareschi (Italia/Giappone) Gian Mario Villalta (Italia), Abdallah Falaikawa (Kuwait).
Chiuderà la manifestazione “Risonanze PianofortePoesia”, una suggestiva esibizione di musiche e poesie di Valentina Colonna.

L’Accademia Mondiale della Poesia nasce a Verona il 21 marzo 2001 e riunisce 60 poeti, tra i più famosi al mondo, fra cui anche i Premi Nobel della Letteratura, Wole Soyinka, Derek Walcott, Seamus Heaney e, tra i soci fondatori, accanto al Cancelliere Nadir Aziza, il grande poeta italiano Mario Luzi. La costituzione dell’Accademia Mondiale della Poesia nella città che ha visto nascere Catullo, ha accolto Dante e che ha ispirato Shakespeare costituisce un prolungamento naturale dell’iniziativa del Consiglio Esecutivo dell’UNESCO, sotto la Presidenza Esecutiva di Sua Ecc. Mme Sonia Mendieta de Badaroux. La proclamazione del 21 marzo Giornata Mondiale della Poesia da parte dell’UNESCO, ha reso utile la costituzione di un’Istituzione che raggruppasse poeti in rappresentanza dei cinque continenti con lo scopo di promuovere la poesia in tutto il mondo. Obiettivo statutario dell’Accademia Mondiale della Poesia è quello di celebrare ogni anno, la Giornata Mondiale della Poesia proclamata dall’UNESCO, con un grande evento poetico-musicale

Loescher Editore pubblica “Per leggere i classici del Novecento”: un’antologia per scoprire i capolavori del nostro tempo

Per leggere i classici del Novecento è il titolo del nuovo volume della collana I Quaderni della Ricerca/Didattica e letteratura pubblicato da Loescher Editore, storica casa editrice di Torino. Il libro, a cura di Francesca Latini e Simone Giusti, raccoglie 22 saggi dedicati a testi novecenteschi, apparsi sulla rivista “Per Leggere” tra il 2001 e il 2016. Un’antologia unica nel suo genere, che colma l’assenza di contributi critici e filologici dedicati a prove letterarie recenti o addirittura contemporanee, e che rappresenta un’opportunità – a disposizione dei docenti di oggi e di domani – per scrutare con la giusta messa a fuoco opere che per la loro vicinanza cronologica rischiano di scomparire dal nostro orizzonte.

Nei saggi selezionati trovano spazio le analisi di prose liriche, racconti, poesie, poemetti in versi e persino di una canzone, a testimonianza della scelta dei curatori di allargare i confini della scrittura d’arte oltre i tradizionali testi ‘classici’ che, come ricorda Francesca Latini nell’articolo di apertura, Calvino definiva “quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”. Ed è proprio il desiderio di creare “le migliori condizioni” per i nuovi lettori alla base del volume, che affianca il Guido Gozzano di Invernale a maestri come Ungaretti, Montale e Fenoglio; e protagonisti della scena letteraria del XXI secolo del calibro di Giovanni Raboni, Andrea Zanzotto, Alda Merini, alle intense voci contemporanee di Milo de Angelis, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, per arrivare sino al cantautore Francesco Guccini.

Commentare un’opera – scrive nella Postfazione Simone Giusti – è un’attività tra le più artigianali che si trova a compiere lo studioso di letteratura, richiede di mettersi in ascolto del testo, tenendo sempre d’occhio il suo svolgersi nello spazio della pagina […] È un’opera di comprensione, di interpretazione e di valorizzazione che può essere compiuta solo attraverso una pratica di lettura puntuale del testo”. A partire da questa volontà, il nuovo Quaderno di Loescher Editore rivolge un appello al mondo degli studi umanistici e dell’insegnamento scolastico e universitario, per considerare la lettura come pratica indispensabile alla formazione dei docenti.

Un progetto editoriale che guarda a una scuola in cui insegnare non la letteratura, ma con la letteratura, usando le opere per costruire competenze linguistiche e culturali. “L’esperienza ‘mediata’ dalle opere della letteratura e, in generale, dalle storie, – prosegue Giusti – è libera e liberatoria, consente di ‘moltiplicare la vita’, di allenare l’empatia e di sviluppare l’‘immaginazione narrativa’. Un’esperienza che, esattamente come le esperienze reali, lascia tracce di sé nella memoria, preparando il terreno ad altre esperienze, tracciando piste per comportamenti futuri, aprendo la strada ad altre interpretazioni”. 

Per leggere I classici del Novecento si può ordinare in tutte le librerie (anche online) d’Italia; i docenti possono richiederlo agli agenti Loescher di zona. La Postfazione è online; sempre online è possibile consultare, in versione pdf, l’indice, l’introduzione e il primo capitolo.
QdR Per leggere i classici del Novecento – Indice

Invernale di Guido Gozzano – a cura di Nicoletta Fabio
Il maiale di Umberto Saba – a cura di Marzia Minutelli
Genova di Dino Campana – a cura di Paolo Giovannetti
Stralcio e Perdóno? di Clemente Rebora – a cura di Matteo Giancotti
Dove la luce di Giuseppe Ungaretti – a cura di Francesca Latini
La vite e A Carlo Tomba di Camillo Sbarbaro – a cura di Simone Giusti
Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale – a cura di Tiziano Zanato
L’Appennino di Pier Paolo Pasolini – a cura di Francesca Latini
L’avventura di uno sciatore di Italo Calvino – a cura di Giovanni Bardazzi
Un altro muro di Beppe Fenoglio – a cura di Marco Gaetani
Ferro di Primo Levi – a cura di Anna Baldini
Pensieri di casa di Attilio Bertolucci – a cura di Fabio Magro
Falso sonetto di Franco Fortini – a cura di Davide Colussi
Amerigo di Francesco Guccini – a cura di Paolo Squillacioti
Laggiù dove morivano i dannati di Alda Merini – a cura di Marilena Rea
Periferia e Treni di Antonia Pozzi – a cura di Georgia Fioroni
Le ceneri di Vittorio Sereni – a cura di Rodolfo Zucco
Diffidare gola, corpo, movimenti, teatro di Andrea Zanzotto – a cura Marco Manotta
Ombra ferita, anima che vieni di Giovanni Raboni – a cura di Fabio Magro
L’ordine di Milo De Angelis – a cura di Marco Villa
Children’s corner di Valerio Magrelli – a cura di Claudia Bonsi
Le parentesi di Fabio Pusterla – a cura di Sabrina Stroppa

‘Eroticamore’, il lirismo virile di Alda Merini

Alda Merini poetessa “folle” e innamorata della vita; la si può vedere così, un gabbiano imperioso che si annuncia nelle nebbie costiere, come il fumo di cui la donna si circondava. Aspra e insieme avvolgente, diretta, soggetta agli influssi lunari, scomoda, e incline ad una perenne follia, a metà tra la terra ed il cielo. Il volume Eroticamore è pubblicato nel 2009 dalla casa editrice Lieto Colle e costituisce la punta di peperoncino, la fiamma della vita passionale, carnale della poetessa. Un libro minuto, setoso, che raccoglie pensieri, qualche poesia e un racconto erotico che Michelangelo Camelliti, editore e amico della donna, delinea come “reazione immaginifica ad uno stato di prostrazione in cui versava la poetessa”. Un manoscritto serbato per 14 anni dall’editore su richiesta della Merini, ne accresce il mistico splendore.

Il volume si basa sulla fondamentale concetto che “sconcia” non sia alcun pratica sessuale che, prima dell’essere in auge, venga condivisa e deliberata dagli amanti. L’opera è introdotta dalla Rivelazione Della poesia: incontro con Alda Merini di Gabriella Fantato, e si propone di presentare ai lettori una Alda Merini diversa, intima, profonda, “escavatrice”, una donna innanzitutto che un’artista abbandonatasi all’amore distruttivo per un uomo, non ben identificato, che conduce la protagonista ad esplorare la parte più esecranda, infima di sé: un eros spinto e disinibito, lascivo e “moralmente” corrotto. Tra alti e bassi, una relazione che si dibatte tra il rinnovarsi e il perdersi, e la malattia dell’amante che obbliga la Merini a riflettere sulla morte come anticamera della vita. La Fantato inaugura il libro così: “La scrittura di Alda Merini parte dalla vita, dal dolore e dalla carne che pulsa, ma si eleva oltre: verso luoghi abitati da creature angeliche , o scende nell’ombra, in quell’Ade che vive nell’animo umano”.

Eroticamore, un inno alla carnalità

E chi sono i due protagonisti? Hanno dei nomi? Certamente Alda Merini fa tutto perbene, erige un bel castello di verosimiglianza ma dietro i nomi di Dina e Mario si nasconde “lo sciamano della parola”, proprio quell’Alda che nel piacere giaceva adescata dall’eros più eccentrico e infuocato, rubicondo e libertino. L’inno alla carnalità non è un vizio per Dina e Mario, bensì una preghiera d’amore, una supplica e anche una condanna perché i due, pur amandosi con disperazione non riescono ad evitare di trastullarsi nella solitudine reciproca. Sono due poeti e d’amore possono morire, al contrario di come cantava Lucio Battisti. Chi legge è rapito dal senso, e un’esperienza sensoriale e disciolta nello stile di Merini. Uno stile che si mostra nudo, come la narrazione, una scrittura che ferisce, fa del male a chi scrive e chi legge perché tocca molti punti della riflessione umana: vita, amore, morte, spiritualità, eterosessualità-omosessualità, perversione, trasgressione, gelosia, “normalità” (secondo Merini i poveri sono matti, ma lo sono anche i ricchi, come il Governo che le ha tolto la libertà, perciò dirsi normali o diversi è coprirsi di un velo di maya). Ed è essenzialmente questo aspetto che costituisce la validità del libro, che la poetessa milanese aveva lasciato tra le ultime carte non consegnate al pubblico, perché eccessivo, forse eccessivamente bello da non poter essere pronto alle stampe. Eroticamore è un libro coraggioso e anche osceno, perché non si preoccupa, come l’autrice d’altronde, di fare stragi di pensieri  e critiche di puritani nel suo corso. Vive com’è, nel confine tra lecito ed illecito, come una grande casa aperta al piacere di chi voglia entrare senza pagare.

Suddivisa in parti assimilabili a sorta di capitoli, Eroticamore sfugge alle definizioni. Il libro di divide così in: Un movimento arcano, Corpo d’amore: una storia, nel quale si entra nella voraginoso rapporto, carnale e sentito come colpa non espiabile dalla narratrice, Pensieri privati – dove spazia dalla famiglia, alla disonestà fino all’accusa di Milano città senza sorriso – e infine a chiusura Notizia, una breve biografia della scrittrice a commento dell’opera.

Molto spesso nella narrazione, di ascendenza lirica e che somiglia anche al più incantevole aforismario e in alcuni punti a un diario, in entrambi la Merini eccelle. Si passa dal racconto in prima persona alle considerazioni sulla letteratura, sulla passione e il desiderio di maternità, sulla morte come sulla religione. Mai scade il progredire delle righe verso la fine perché non è totalmente afferrabile il discorso interiore e psichico che muove tramite l’inchiostro dalla mente del poeta alla sua vita reale fino alla carta. Tratti dal libricino alcuni passi intensi e carichi di un lirismo erotico senza confini:

<<Lei stessa forse era diventata il candelabro di una chiesa che non ammetteva altra preghiera che quella insana del suo peccato?>>

<<C’era qualche cosa di maestoso, di magistrale in quell’archetipo del giudizio universale, dove la vita era affiancata alla morte, dove il dolore faceva parte di una nascita estrema e di un inno gotico universale>>.

<<L’uomo, il poeta, tutti siamo in esilio, in attesa di vedere la soluzione della nostra parte interiore e il potere iniziatico scaraventato in quella zona del sogno che, comunemente, si chiama cielo>>.

 

Al via la quarta edizione del Premio Alda Merini

Qualche giorno fa è stata inaugurata la quarta edizione del Premio internazionale Alda Merini 2014.
Il premio è promosso dall’Accademia dei Bronzi col sodalizio culturale delle Edizioni Ursini e con il partenariato della Camera di Commercio di Catanzaro. Quest’anno il premio è decollato nonostante le difficoltà e complicazioni; in un’intervista rilasciata dal presidente dell’Accademia dei Bronzi, Vincenzo Ursini si leggono queste parole: «Malgrado oggi non ci siano le condizioni per affrontare serenamente le ingenti spese che comporta il Premio di poesia ‘Alda Merini’, riteniamo doveroso dar seguito a tale entusiasmante appuntamento culturale per rendere omaggio alla più grande poetessa italiana degli ultimi decenni, ma anche ai tanti autori, noti e meno noti, che ci seguono da anni. A costoro diciamo grazie, nella convinzione che continueranno a seguirci anche quest’anno con l’impegno che ci hanno sin qui dimostrato. Alle istituzioni, invece, lanciamo l’ultimo appello: il premio “Alda Merini” ha bisogno di un vero supporto economico; se questo non dovesse accadere, andremo sicuramente altrove anche se a malincuore».
Nonostante tutte queste difficoltà, con le sole tre edizioni precedenti, il Premio dedicato alla poetessa dei Navigli è diventato un punto di riferimento per i poeti italiani e stranieri. L’obiettivo non solo culturale ma anche sociale dell’associazione e del Premio è stato riconosciuto anche dalle più alte cariche dello Stato, Presidente della Repubblica, Presidente del Senato e Presidente della Camera dei Deputati, che hanno inviato all’Accademia una medaglia ufficiale di riconoscimento. La precedente edizione del Premio Alda Merini è stata vinta da Dante Maffia.
Gli altri poeti finalisti classificatisi ex-aequo sono stati: Maria Pina Abate, Mariella Bernio, Alfonsina Campisano Cancemi e Paola Pancaldi Pugolotti.

I premi istituzionali dedicati al presidente Giorgio Napolitano, al Presidente del Senato Pietro Grasso e alla Presidente della Camera Laura Boldrini, sono stati invece assegnati al prof. Giovambattista De Sarro, direttore del Dipartimento Scienze della Salute dell’Università Magna Graecia, e al Maresciallo Michele Affidato e al Generale di Brigata Ausiliaria della Guardia di Finanza Angelo Raffaele. Il premio speciale “Alda Merini”, destinato a personalità locali, è stato assegnato a don Mimmo Battaglia, al prof. Aldo Garozzo, a mons. Domenico Graziani, a Giulia Zampina e Giovanni Marziano.
Nonostante le numerose difficoltà il Premio  Alda Merini negli anni passati ha avuto un buon successo e ci fa sperare in un futuro dove le iniziative culturali siano sempre più presenti, di alto livello e soprattutto incentivate. Al premio si partecipa gratuitamente, inviando da una a tre poesie, a tema libero, ciascuna delle quali non deve superare i 30 versi.

Alda Merini e la poesia come un’arma tagliente

Ma i poeti, nel loro silenzio, fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle”. Così scrive  Alda Merini (1931-2009), poetessa, scrittrice e aforista italiana, nei “Poeti lavorano di notte”, una tra le bellissime, profondissime poesie contenute nella raccolta “Destinati a morire”.

In pochi versi, la scrittrice sembra creare un vero e proprio manifesto poetico universale, esprimendo il ruolo del poeta e della sua arte. Silenziosamente, la poesia si fa arma rumorosamente tagliente; l’inchiostro, di volta in volta, strumento poliedrico e mutevole, attraverso la mano infervorata del poeta, diviene l’alter ego del poeta stesso, la voce del singolo, quella del popolo, la voce dell’emarginato, del vinto, del vincitore; la voce dell’anima, dell’inesprimibile, la voce del” buio” e quella della” luce”, della vita e della morte. Straordinariamente, diventa voce tra le voci, il grido “unanime”, un grumo di sogni, come direbbe Ungaretti, capace di squarciare il velo che cela la coscienza più profonda e tirar fuori, riportare a galla, come scoperchiando il vaso di Pandora, il bene e il male, il tutto e il niente, insiti nell’ esistenza e nella coscienza umana.

Alda Merini, data la sua esperienza di vita, trasforma la “croce” del proprio percorso psicoanalitico, dell’internamento in manicomio, in “delizia”, con la sua arte poetica, attraverso un animo resosi ancor più sensibile e geniale.

Uno stile limpido, preciso, quello della Merini, con il quale riflettere  sul mondo, esteriore ed interiore. Uno stile fatto di accostamenti di immagini, spesso oniriche e visionarie, frutto di un talento precoce e irruento, che dimora in una mente inquieta e dolente.

Ieri ho sofferto il dolore,                                                                                                                          

   non sapevo che avesse una faccia sanguigna,                                                                                                                                               

   le labbra di metallo dure,                                                                                                                                                                   

  una mancanza netta d’ orizzonti.”

(da: “La Terra Santa”)

La Merini affida alla sua poesia i propri tormenti, consacrandosi all’eternità  intatta, reale, veritiera, senza artifici né retorica. Attraverso questi versi vibra la voce del suo animo, un animo che in essi trova la propria cura, il proprio “canale d’ espressione”, nonostante la “mancanza netta d’ orizzonti” che la realtà, a causa del “male”, prospetta.  Una donna ,prima ancora che una poetessa, che affida ai suoi versi tutto il dolore, l’amore e la follia vissuti. Una donna, una scrittrice, che sia nel mondo letterario che in quello privato non teme di esporsi:

Più bella della poesia è stata la mia vita e la mia vita è stata un inferno dei sensi”, racconta.

Un binomio, arte-follia, che porta al sublime. Un sublime, che riesce a cogliere soltanto chi sa che oltre la logica della mente, esiste la logica del cuore, la logica dell’animo, dove la genialità, senza censure sociali e morali è libera di esprimersi, dove la realtà si fonde con la follia, con il delirio, perché in fondo la normalità è soltanto  ciò che decidiamo che sia. La Merini asserisce :

Sono nata il ventuno a primavera, ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta

D’altronde, scrive lo stesso Freud:

“ E’ tipica della nevrosi e di ogni talento superiore un’eccezionale attività fantastica”.

Nelle liriche della poetessa dei Navigli troviamo un’esistenza ossimorica, dove il “tutto”, il significato più profondo dell’esistenza, non possiamo che coglierlo per antitesi, in quanto la Merini ci insegna che il “tutto stesso è niente”. Non facciamo in tempo ad immergerci nella gioia che scopriamo il tormento; leggiamo la lucidità razionale e limpida di una donna vissuta e forte, e viaggiamo,  allo stesso tempo,  sulle ali della sua fragile e disincantata fantasia, sollevati dall’ebbrezza del delirio. Restiamo profondamente attaccati alla vita anche quando desideriamo la morte. Ci inebriamo di un’erotica sensualità affabulatrice e maliziosa e proviamo al contempo  un casto e religioso pudore .

Tutto questo ritroviamo nei suoi versi, tutto questo nella sua esistenza, tutto ciò riscopriamo nella nostra, se,” tolte le bende”,  abbiamo il coraggio di affrontare la luce e l’oscurità con la stessa goliardica curiosità.

E’ la vita che ci dà un senso, sempre se noi la lasciamo parlare

E l’inchiostro, plasmato dai suoi versi, diventa così la voce della vita stessa.  E la Merini , poetessa della vita, è capace di ascoltarla, fino in fondo, perché è capace di accettarla, nel bene e nel male :

“ Io il male l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente. E’ diventato poesia. E’ diventato fuoco d’amore per gli altri”

La poesia, nelle mani della  Merini,  diviene strumento mediante il quale esprimere l’inesprimibile. Uno scudo, una difesa, un’arma, l’unica possibile in quelle circostanze, come i dolorosi e disumani internamenti, con il quale difendere la propria dignità, conservare la propria umanità, non dimenticare la propria sensibilità, ma anzi farla risplendere, se è possibile, ancora di più. La poesia, medicina migliore per la sua anima, l’ancoraggio nel mare in tempesta, l’equilibrio nel disequilibrio, la redenzione, la salvezza.  Una poesia con la quale capiamo quanto sia difficile e dolorosa l’esistenza, ma anche quanto  l dolore contribuisca a renderla degna di essere vissuta, formandoci e rendendoci, talvolta, migliori. È soltanto attraverso le tenebre che scorgiamo la luce, è attraverso la morte che ci accorgiamo della vita, è mediante il dolore che apprezziamo la gioia.

“Il dolore è necessario..”

La Merini ce lo insegna, con i suoi versi, che divengono un tripudio di sensi, un’esaltazione orgiastica dell’ esistenza, ma anche con la sua esperienza, raccontandoci di una donna che nonostante i svariati tormenti non ha perso la voglia di cogliere la vita e di trasformarsi insieme a lei.

Sono una piccola ape furibonda..”

Mente e cuore, saggezza e folle ebbrezza, senso ed intelletto, consapevolezza ed incoscienza, fanno di Alda l’emblema universale dell’ “umanità”, commediografa del “teatro della vita”, autrice e spettatrice del “carnevale dell’esistenza”, rendendola unica ed indimenticabile.

 

Alda Merini, la poetessa dei Navigli

Alda Merini

“Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta Genova…” Queste le parole della poetessa e scrittrice Alda Merini tratte dal suo testo autobiografico, raccontandosi alla giornalista Cristiana Ceci nell’autunno del 2004. 

E’ proprio attraverso le brevi note autobiografiche che siamo a conoscenza della sua infanzia; ragazza sensibile e di carattere malinconico, isolata e poco compresa dai suoi genitori, ma molto brava ai corsi elementari … “lo studio fu sempre una mia parte vitale”. Frequenta i tre anni di avviamento al lavoro presso l’Istituto “Laura Solera Mantegazza” a Milano e cerca di essere ammessa al Liceo Manzoni, ma non riesce perché non supera la prova di italiano. Nello stesso periodo si dedica allo studio del pianoforte, strumento da lei particolarmente amato. A soli quindici anni scopre il suo talento artistico e sotto la guida di Giacinto Spagnoletti esordisce come autrice giovanissima.

A 18 anni sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie di Milano, avendo da lui quattro figlie: Emanuela, Barbara, Flavia e Simona. Un uomo geloso, grande lavoratore, ma che lei ha amato molto, nonostante il suo essere poco incline a capire e condividere la sua passione per la poesia. La loro situazione economica non è delle più rosee, eppure la Merini continua a perseguire il suo sogno, il suo talento era innato.

Nel 1947 l’autrice incontra “le prime ombre della sua mente” e viene internata per un mese nella clinica Villa Turro a Milano. Quando ne esce alcuni amici le sono vicini, indirizzandola in esame presso alcuni psicoanalisti. Ovviamente a questo seguiranno altri internamenti, costringendo così le figlie ad essere mandate in Istituto e successivamente ad essere addirittura affidate ad altre famiglie. Solo col tempo sono poi venute a conoscenza dei reali motivi del loro affido, così come loro stesse raccontano: “una notte nostro padre era rientrato a casa dopo essere andato in giro con gli amici e aver speso tutti i soldi e fu proprio in quella notte che nostra madre gli scaraventò contro una sedia facendolo finire in ospedale. Soffriva molto lei, non di gelosia, soffriva perché veniva picchiata quando lui era ubriaco, ma lei lo amava e si crogiolava nell’illusione che lui cambiasse. Questa grande sofferenza non l’abbandonerà più e sarà la stessa sofferenza che segnerà e condizionerà anche il futuro di noi figlie…”.

Nel 1951, su suggerimento di Eugenio Montale e di Maria Luisa Spaziani, l’editore Giovanni Scheiwiller stampa due poesie inedite dell’autrice in “Poetesse del Novecento”.  Al suo primo volume di versi intitolato “La presenza di Orfeo”( tra le cui liriche, ricordiamo le più significative e intense: “Lettere”, “Luce”, “La presenza di Orfeo” e “La notte”) esce la seconda raccolta di versi “Paura di Dio”, a cui fa seguito “Nozze Romane” e nello stesso anno, edito da Bompiani, esce l’opera in prosa “La pazza della porta accanto”.

Riportiamo la bellissima poesia “Luce” 1949 , dedicata a Giacinto Spagnoletti:             

Chi ti descriverà, luce divina

 che procedi immutata ed immutabile

 dal mio sguardo redento?

 Io no: perchè l’essenza del possesso

 di te è “segreto” eterno e inafferabile;

 io no perchè col solo nominarti

 ti nego e ti smarrisco;

 tu, strana verità che mi richiami

 il vagheggiato tono del mio essere.

 

 Beata somiglianza,

 beatissimo insistere sul giuoco

 semplice e affascinante e misterioso

 d’essere in due e diverse eppure tanto

 somiglianti; ma in questo

 è la chiave incredibile e fatale

 del nostro “poter essere” e la mente

 che ti raggiunge ove si domandasse

 perchè non ti rapisce all’Universo

 per innalzare meglio il proprio corpo,

 immantinente ti dissolverebbe.

 

 Si ripete per me l’antica fiaba

 d’Amore e Psiche in questo possederci

 in modo tanto tenebrosamente

 luminoso, ma, Dea,

 non sia mai che io levi nella notte

della mia vita la lanterna vile

 per misurarti coi presentimenti

 emanati dai fiori e da ogni grazia.

E la suadente  “Superba è la notte”:

 La cosa più superba è la notte

quando cadono gli ultimi spaventi

e l’anima si getta all’avventura.

Lui tace nel tuo grembo

come riassorbito dal sangue

che finalmente si colora di Dio

e tu preghi che taccia per sempre

per non sentirlo come rigoglio fisso

fin dentro le pareti.

Nel 1979 Alda Merini riprende la sua attività di scrittrice, dando il via ai suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza del manicomio, testi contenuti in quello che può essere inteso, come scrive Maria Corti il suo capolavoro: “La Terra Santa” con la quale vincerà nel 1993 il Premio Librex Montale.

Nel 1983 muore il marito e, rimasta sola ed ignorata dal mondo letterario,la poetessa cerca inutilmente di diffondere i propri versi. In quel periodo dà in affitto una camera della propria abitazione ad un pittore di nome Charles e inizia una relazione telefonica con l’anziano poeta Michele Pierri che sposa successivamente. Nonostante la protezione e le cure del marito (primario di cardiologia), Alda Merini sperimenta gli orrori dell’ospedale psichiatrico di Taranto, facendo poi successivamente ritorno a Milano. In quello stesso anno riprende a scrivere e incontra vecchi amici; sono proprio questi gli anni fecondi sia dal punto di vista letterario, che di raggiungimento di una serenità. Nell’inverno del 1989  la poetessa frequenta il caffè-libreria “Chimera”, situato poco lontano dalla sua abitazione sui Navigli e offre agli amici del caffè i suoi dattiloscritti. Sarà in questo periodo che nasceranno libri come “Delirio amoroso” (1989) e “Il tormento delle figure” (1990).

Alda Merini mentre si reca a “La Chimera”

Nel 1997 viene pubblicata la raccolta di poesie “La volpe e il sipario”; nel 1999  “Aforismi e magie”, dove viene raccolto il meglio di quel genere. Nel 2002 viene stampato dall’editore Salani un volumetto dal titolo “Folle, folle, folle d’amore per te”, con un pensiero di Roberto Vecchioni (che nel 1999 aveva scritto “Canzone” per Alda Merini) e nel 2003 la “Einaudi Stile Libero” pubblica un cofanetto con videocassetta e testo dal titolo “Più bella della poesia è stata la mia vita”. Nel 2009 esce il documentario Alda Merini, una donna sul palcoscenico, del regista Cosimo Damiano Damato, presentato alle Giornate degli Autori della 66ᵃ Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film, prodotto da Angelo Tumminelli per la Star Dust International srl di Roma, vede la partecipazione di Mariangela Melato e le fotografiedi Giuliano Grittini. Dall’incontro del regista con la poetessa nasce una grande amicizia e tante poesie inedite inserite nel documentario. A tutt’oggi il film non è mai stato distribuito e commercializzato.

Alda Merini muore il 1°novembre 2009 a causa di un’infezione tumorale. Nel 2010 esce postumo l’album “Una piccola ape furibonda – Giovanni Nuti canta Alda Merini”, contenente undici brani (otto poesie inedite) e una ghost-track con Alda Merini che canta con Giovanni Nuti  “Prima di venire” e nel 2013 è omaggiata da Norman Zoia (con lei a Milano nel 1990 alla sesta rassegna internazionale di poesia) a pagina 19 di “passi perversi”: Nobile grazia di Venere e coraggio di Madre / dolcezza dell’umano genere / di angelo di stile.

Spiritualismo, misticismo (soprattutto nell’ultimo periodo della sua produzione), celebrazione della vita, dell’amore, della passione e della natura che diviene un tutt’uno con la poetessa  sono gli elementi principali della poesia della Merini, dalla quale emerge una profonda cattolicità in tutta la sua ambivalenza.Alda Merini a saputo trasformare la sua “diversità” in energia poetica, la sua malattia in  un’occasione nuova  per i suoi pensieri da trasformare in parole bellissime. La malattia, la follia fungono per la Merini da tramite per il raggiungimento della profondità spirituale.