Il potere curativo della risata che lasci l’amaro in bocca secondo Aldo Palazzeschi

In tempi in cui si ride sempre meno e sempre più per buffonate senza senso, è proprio il caso di riscoprire il potere curativo di una risata che lasci l’amaro in bocca: la lezione di Aldo Palazzeschi. Più di duemila anni fa Orazio asseriva che a raggiungere il punctum è il poeta in grado di unire l’utile al dilettevole parimenti ammonendo e divertendo il lettore. E se è innegabile che un messaggio, debitamente distorto dalla lente dell’ironia, possa acquistar forza, è altrettanto vero che rinunciare a quell’aria pedante e seriosa cui siamo comunemente assuefatti (quasi fosse una patente d’autorevolezza) comporta spesso il rischio di non esser presi sul serio. Aldo Palazzeschi quel punto oraziano l’ha raggiunto, ne ha fatto una professione di vita ed un testamento spirituale.

È rimasto sempre fedele a sé stesso e al personaggio che ha saputo cucirsi addosso, quello del saltimbanco scanzonato e irriverente capace di attraversare gran parte del Novecento facendosi beffe delle rigide classificazioni accademiche, sdegnando persino l’etichetta di avanguardia (i cui labili confini gli sono sempre stati stretti). Il rapporto con Marinetti, che aveva subito accordato protezione allo sconosciuto autore di raccolte poetiche stampate da Cesare Blanc, pigro felino domestico con la passione dei versi, fu certamente fruttuoso se gli diede la possibilità, con L’Incendiario, Il codice di Perelà ed Il Controdolore, di mettere in mostra tutte le sue peculiarità rispetto al coevo ambiente culturale.
Ma gli anni della militanza futurista furono per Palazzeschi soprattutto banco di prova su cui affinare la tecnica, sperimentare ad oltranza e trasgredire i moduli espressivi convenzionali. Da allora non avrebbe più smesso di scrivere, diviso tra prosa e versi, stigmatizzando vizi e virtù di un secolo, denunciando l’insensatezza della guerra, sottolineando il comico che a ben guardare si nasconde anche nel tragico, ma sempre col sorriso sulle labbra.

D’altronde, recita un passo de Il Controdolore,

Se credete che sia profondo ciò che comunemente s’intende per serio siete dei superficiali.

Ebbene sì, perché ridere per Palazzeschi vuol dire soprattutto riflettere, o meglio ancora approfondire gli strani casi della vita e della condizione umana. La risata come un’arma bifronte: da una parte liberatoria fonte di benessere, anche se a scatenarla è il nonsenso, la battuta di spirito o il semplice lazzo, dall’altra specchio del paradosso, della sproporzione tra aspettativa e realtà, del tragicomico che non di rado s’accompagna all’esistenza. Un esempio? Il codice di Perelà. Protagonista è un uomo leggero, talmente leggero da risultare inconsistente, in pratica di fumo. Dopo aver vissuto per ben trentatré anni nella cappa d’un camino, discende dal suo antro fuligginoso e si avventura per le strade del regno di sua maestà Torlindao. Alterne vicende lo condurranno dapprima ad ottenere il gravoso incarico di redigere un nuovo codice di leggi per lo Stato, infine al processo e persino alla condanna perché la sua leggerezza, in un mondo così pesante, è un pericolo che non può essere tollerato. La storia di per sé dà molto da pensare e c’è chi l’ha comparata a quella di Cristo, forte di analogie che Palazzeschi volutamente ostenta, ma mai chiarisce.
Tralasciandone il senso complessivo, avvolto da una nube di fumo che ancora persiste dividendo la critica, sono i tanti incontri di Perelà con gli uomini a denunciare, tra riso e amarezza, i paradossi e le illusioni di cui si nutrono. Ecco, dunque, sfilargli davanti in lenta processione caricature e bozzetti d’umanità: dal poeta che si compiace della sua arte, ottenere il vuoto, al critico condannato a dargli la precedenza nonostante conosca già tutto quello che l’altro scriverà, dal filosofo che è tale per aver detto della propria specie tutto il male possibile, al medico la cui scienza sta nel dire e nel non dire, dalle frivole dame dell’alta società con le loro manie, al pazzo volontario che solo in manicomio è libero di essere ciò che vuole.

Personaggi comici, a prima vista, la cui statura cambia al mutare della prospettiva, perché nell’opera di Palazzeschi serio e faceto si compenetrano, si scambiano le parti, s’invertono i ruoli come in un gioco. Il tutto inserito in una ricerca espressiva che, almeno nella prima parte, si segnala per l’originalità con cui distrugge il paradigma passatista, sostituisce alla narrazione convenzionale il frammento, adotta la forma dialogo nel vivace scambio di battute tra personaggi che solcano la pagina come la scena d’un palcoscenico. Il mondo del fantastico e del surreale diventa teatro di vicende paradossali, ma paradossalmente polisemiche proiezioni dell’uomo contemporaneo.
Oggi, ad esclusione della qualità di un certo tipo di satira cui s’assiste sempre più di rado, si ride soprattutto per difetto e per approssimazione, sul frivolo e sul vuoto di contenuti. Palazzeschi offre una lezione di vita quanto mai attuale a metà strada tra la burla ed il monito: lasciatelo divertire, il poeta, unitevi a lui, ma abbiate il coraggio di approfondire! Potreste sentir nascere sulla lingua un retrogusto amarognolo: non disdegnatelo.

 

L’intellettuale dissidente

‘Il Palio dei buffi’, il grottesco di Palazzeschi

Il Palio dei buffi è un volume del 1937 che raccoglie i racconti di Aldo Palazzeschi (diciotto, per la precisione) e viene da pensare che i personaggi di queste novelle potessero parlare con l’autore, dovrebbero riprendere l’attacco di una vecchia cantilena di Ardengo Soffici: “Palazzeschi, eravamo tre/ noi due e l’amica ironia…” Ecco, rintracciare quel terzo è forse la chiave per scoprire il segreto dei racconti di Palazzeschi.

Se la narrativa tradizionale, dopo aver creato un personaggio, lo impegnava in un’avventura  che finiva con il diventare la prncipale di tutta una vta; Palazzeschi al personaggio fa capitare qualcosa a cui questi era impreparato. Lo colpisce in un punti inatteso con un’arma infallibile e non senza aver ammiccato a quella presenza che fa da terza nel trio “Palazzeschi eravamo tre”. Nei racconti del Palio dei buffi si denunciano l’alterazione che costituisce lo stile e la personalità dello scrittore fiorentino. C’è una novella che si intitola, come ai tempi del naturalismo, Una vita che per protagonista un pittore emigrato da giovane a Parigi e che si riduce a legatore di libri; gli è morta di tisi la sua compagna di viaggio, nonché il cane e la gatta in cui aveva cercato compagnia. Di ritorno si trova a passare per il Quaiaux fleurs:

<<Sostò davanti ad un gruppo d gerani scarlatti, vi girò intorno e non seppe resistere all’impulso di prenderne uno e di alzarlo da terra, come si prende un fanciullo per stringere e baciare>>.

Incuriosita o forse impietosita, la fioraia gli offre il vaso per la metà del prezzo. Questo stacco ritmico che inaugura un nuovo clima potrebbe essere letto come una liberazione dal penoso “frammento di vita” che le pagine avevano evocato, oppure come una risoluzione lirica di quel dramma. Questo gesto appare gratuito e apre un nuovo “tempo” che si contrappone alla durata intima del racconto.

Il Palio dei buffi: Palazzeschi e il rapporto con i suoi personaggi

Il mondo e la gente di Palazzeschi, nel Palio dei buffi sono gli stessi delle Stampe dell”800 e delle Sorelle Materassi; un mondo in cui si potrebbe mandare come rappresentante il personaggio rinsecchito che è protagonista della novella Gloria che presenta ambienti di una piccola borghesia provinciale e prigioniera di se stessa. Ma Palazzeschi ad un certo punto, volta le spalle alle conclusioni naturali di quest’ambiente respingendo la sua epica grigia e sottopone i suoi impacciati personaggi alla prova dell’assurdo, e, anziché facendolo cozzare contro un ostacolo, glielo toglie e mostra come la prima a cadere la tipica legge di quel mondo: il gusto, il conformismo.

Le novelle di Palazzeschi non si assumono incarichi di constatazione o dimostrazione sociale; esse sono grottesche e liberate n pura fantasia. Ma il grottesco è solo nel gioco meccanico, dove solitamente la combinazione fantastica è destinata a verificare un concetto o un paradosso; Palazzeschi invece porta un interesse lirico: il suo momento è proprio quando il personaggio parte per la tangente. L’autore, che non coincide narrativamente con il suo personaggio, però non lo disumana e lo trattiene a sé con oscuri legami, affidandogli il compito d evadere.

La novella più significativa del Palio dei buffi in questo senso è Lo zio e il nipote dove si descrive come al solito un piccolo mondo provinciale , senza luce, simboleggiato dal signor Luigi, venditori di oggetti religiosi. Una volta morto Luigi si fa avanti la figura del nipote, un uomo che si rovina per amore della vita. Ma lui non vive, vuole vedere la vita e parteciparvi di riflesso. Quest’uomo semplice simboleggia l’evasione da tutte le strettoie: il suo amore indistinto per la vita è grido verso ciò che non si può o che non si dovrebbe fare, ma verso cui tutto l’essere si protende.

La scrittura di Palazzeschi è urbana e pungente  dove si annida l’aggettivo più imprevisto. Il grande merito di Palazzeschi sta, come ha  giustamente notato Debenedetti, nell’aver composto nel Palio dei buffi una serie di figure narrative libere pur essendo compromesse, il sogno di un prigioniero.

‘Conclave dei sogni’: il rifiuto della modernità di Vigolo

Conclave dei sogni è il libro con cui il poeta Giorgio Vigolo ha radunato le sue poesie nel 1935. La raccolta non appare tesa verso una deliberata ricerca di <<modernità>> nello spirito e nella forma. In alcuni passaggi dell’opera si avverte un sapore ungarettiano, in altri non si può fare a meno di pensare a Palazzeschi. Ma da quella modernità poetica, Giorgio Vigolo si esenta, obbedendo ad una diversa idea della poesia. Viceversa, una tipica contemporaneità possiamo trovarla nella sua cultura, nel sostrato teorico, di cui il suo sentimento ha bisogno di liberarsi. La cultura di Vigolo infatti si colloca tra due tipi categorici, quelli di “filosofo” e di “poeta”, di filosofo che serve al poeta e si fa poeta egli stesso.

In Conclave dei sogni, il poeta romano è mosso verso la sua più matura espressione da un’ansia profonda di ritrovare quell’armonia increata, preesistente al tempo, a cui le parvenze esteriori ed effimere del mondo sembrano alludere, mentre nel loro aspetto la tradiscono: <<Questo è convento/di monaci veri:/cimitero,/monastero/clausura per l’eternità>>. Ansia che potrebbe essere filosofica o comunque di natura conoscitiva, ed ecco che la conoscenza speculativa porge a un certo punto un’utile nomenclatura, una suggestione di immagini o di allegorie alla poesia che sta nascondendo. Alla sua radice c’è sempre la pregante favola platonica della caverna in fondo alla quale si disegnano le ombre, parvenze della vera realtà; più che un mondo organico, dunque, Conclave dei sogni disegna un movimento: le vicende di un’attesa e di un raggiungimento, di volta in volta rinnovate dalle varie occasioni ispiratrici.

Vigolo cerca la nascita di una determnata poesia, di “quella che ritrova la misura e la schiera, l’agmine dei segni primieri” e li restituisce al “dettato antico”. A rappresentare quest’ansia di ricerca non basterà più un simbolo esterno e oggettivo; occorrerà una figura che abbia l’intima esperienza della caduta e la figura del corpo rievoca contnuamente quell’armonia da dove esso è disceso: <<Malinconia di esistere con questo/ volto remoto che ci esprime l’anima/ e la sua storia e i giorni alti e perduti/senza più averne la memoria e il senso>>. Assunto a simbolo inconscio e oscuro protagonista di quelle corrispondenze in cui Vigolo cerca rivelazione e poesia, il corpo indirizza anche dall’interno e verso l’interno i suoi richiami. In questo senso non è un caso che in un’epoca ossessionata dai propri sogni, un poeta, per vie parallele, interroghi anch’egli la psiche. Conclave dei sogni rappresenta in fondo, una chiave per interpretare i sogni, spiegati in immagini:

<<Mura ch’io vidi in un sogno d’infanzia

cadermi addosso a strapiombo di torri, a blocchi d’ocrafulva e di tufo

sulla silenziosa via del sonno>>.

Queste mura e ruderi, l’ocra fulva e il tufo, devono assumersi in un spazio definito da tale musica, magica, ineluttabile che ci porta tutti ad abitarlo, come accade per la famosa ‘siepe’ sul colle dell’Infinito di Leopardi. In Conclave dei sogni, Giorgio Vigolo “petrarchizza” i paesaggi e si dimostra un abile illustratore, basterebbe  leggere solo il poemetto Erebo per rendersene conto, in cui l’aldilà è visto come in una serie di vignette che accompagnano il racconto di un giullare; il poeta le trascrive come altrettanti “dal vero” innalzandole a dono letterario. Al lettore più attento non sfuggirà un’altra caratteristica di Vigolo: la capacità di richiamare la tragedia classica, per cui i personaggi, per entrare nel gioco delle passioni, devono essere eroi, re e sacerdoti.

 

Bibliografia: G. Debenedetti, Saggi critici, seconda serie, Marsilio.

‘Un viaggio con Francis Bacon’, di Franz Krauspenhaar

Franz Krauspenhaar (Avanzi di balera, Era mio padre, L’inquieto vivere segreto), è uno scrittore milanese dal talento eclettico, e la sua biografia ne è la prova. Ha lavorato in ambito commerciale in vari settori merceologici, anche se la sua carriera in qualità di scrittore ha inizio solo alla fine degli anni ’90, pubblicando il suo primo libro a 39 anni. Ad oggi il suo estro creativo ha all’attivo: otto romanzi, un saggio narrativo, quattro libri di poesie e una serie di collaborazioni per la stesura di raccolte poetiche e narrative. I romanzi di Franz Krauspenhaar sono spesso delle autofiction ed egli è solito raccontare le sue storie attraverso la voce in prima persona. Il maestro indiscusso al quale Krauspenhaar sembra riferirsi per quanto riguarda lo stile, la discorsività libera e priva di tabù e colore della pagina è lo statunitense Henry Miller, scrittore altrettanto poliedrico. Tuttavia tra gli autori di riferimento primeggiano altri ‘grandi maestri’ che non possono non essere menzionati, ovvero: Thomas Bernhard, Heinrich Böll, Samuel Beckett, Dürrenmatt e Celine. Dalle premesse sin qui enunciate è possibile dedurre la densità della scrittura dell’autore milanese e apprezzarne al tempo stesso la capacità narrativa fuori dal comune.

Con Un viaggio con Francis Bacon (2010), l’autore propone un viaggio nell’arte di Francis Bacon ma non solo. Infatti all’interno di questa cornice, il narratore intraprende un percorso interiore che si traduce in una ricerca personale nei meandri dell’anima di un artista tra i più complessi e affascinanti. Se l’arte di Bacon nasce dal dolore, dall’ossessione e dalle ferite, non si può restare immacolati da tale contatto che finisce con lo “sporcare” anche il lettore.

Ebbene, la scrittura quando si eleva ad Arte riesce a operare anche questo piccolo miracolo. La narrazione è impressionistica, spazia e comunica con il cinema e la musica, e l’autore, quasi si avvalesse di una macchina da presa, realizza un cortometraggio in prosa. Egli dà voce al dolore muto dell’artista, disserta intorno all’opera d’arte ed evita con estrema padronanza la mera celebrazione fine a se stessa. Quella di Krauspenhaar è una prosa critica che di conseguenza evoca e celebra con maestria il potere che l’arte può esercitare, ovvero racchiudere in sé una miriade di mondi, avviare un dialogo tra le arti laddove matrice è il dolore che si fa ossessione, il sacrificio della parte più profonda dell’artista, quella parte dell’io che resta pur sempre tormentato nonostante il tentativo catartico operato attraverso la creazione artistica.

A tal proposito, potrebbe essere utile riportare alcuni versi di Sergio Corazzini e Aldo Palazzeschi i quali ben si prestano a chiarire ulteriormente tale concetto, quando cantavano:

“Il mio cuore è una rossa/macchia di sangue dove/io bagno senza possa/la penna, a dolci prove/eternamente mossa”.

O ancora:

“Io metto una lente/Dinanzi al mio core,/per farlo vedere alla gente./Chi sono?/Il saltimbanco dell’anima mia”.

Viaggiare con Francis Bacon, toccare le sponde del cinema, della letteratura, dell’arte e della musica significa scrutare all’orizzonte il vuoto,  guardare in faccia alla contemporaneità, attraverso la mescolanza di stili letterari e strutture narrative diverse; è un racconto molto personale in forma di saggio, alla ricerca della bellezza dell’inquietudine, della sconfitta, di un certo coinvolgimento nella purezza da parte del dolore e del male.

Dice lo stesso  Krauspenhaar:

“L’uomo baconiano è tutti e nessuno, ora l’ho capito. È il venditore in Mercedes incontrato a fine inverno davanti al tabaccaio, ma è anche John Kennedy nel pieno della sua morte violenta. È il ragazzo del Vietnam vittima di uno scontro a fuoco. È addirittura la testa pelata del colonnello Kurtz impersonato da Marlon Brando in Apocalypse now. La filosofia di Kurtz, esplicata nel suo monologo, è una filosofia dell’accettazione della morte e soprattutto dell’assassinio senza riguardo che non è nemmeno immorale, è semplicemente lineare, fino a raggiungere proprio una non sottile linea di straordinaria purezza”.

 

 

Sorelle Materassi di Palazzeschi: la nostra Italia che fu

“Hai presente la pulizia di quelle case di vecchie zie dove la tragedia piu’ grande e’ stata quella del gatto che ha rotto il vaso di vetro spacciato per cristallo di Boemia ?” Questa frase racchiude in se la storia delle Sorelle Materassi, raccontata da Aldo Palazzeschi.

Aldo Giurlani, in arte Aldo Palazzeschi, autore della celebre opera  il piu’ delle volte citata erroneamente come Le sorelle Materassi anzichè Sorelle Materassi, è uno degli spiriti più liberi del Novecento e riflette nella sua opera la propria vita priva di qualsiasi preoccupazione culturale, religiosa, politica e sociale.

L’inizio delle Sorelle Materassi coincide con un racconto minuzioso e prolisso di una delle più belle città d’Italia a tutti nota come la ‘culla del Rinascimento’, ovvero Firenze. Palazzeschi si perde inizialmente in una spasmodica descrizione della bellezza percepita dai suoi occhi di questa incredibile citta’ e cerca dunque di trasmettere ai lettori tale senso di meraviglia, cercando di diffondere la straordinaria bellezza di cui si riempiono i suoi occhi dinanzi a luoghi che tutti conosciamo come incantevoli. Dopo aver descritto in modo leggermente  pedante il paesaggio, l’opera si alleggerisce passando alla descrizione dei protagonisti il tutto ambientato a Santa Maria a Coverciano.

Le sorelle Materassi conosciute in tutto il paese sono due zitelle ricamatrici, Teresa e Carolina, l’una forte e decisa talmente rigida da essersi privata di quella femminilità che invece si ritrova ancora in Carolina. A rendere l’opera decisamente viva è la figura attualissima del giovane viziato e bellissimo Remo, orfano di madre e di padre, cresciuto in condizioni di benessere e assecondato dal padre per ogni sua frivolezza; spensierato, capriccioso e soprattutto senza alcuna voglia di lavorare non riesce a distaccarsi dai suoi cari e dalla sua nullafacenza compiaciuta prima dal padre e poi dalle due zitelle.

Remo diviene il fulcro attorno al quale si articola l’intera opera, è interessante capire come un libro scritto molto tempo fa sia in grado di rispecchiare totalmente, ancora oggi alcuni vicoletti del bel paese; il Sud della nostra Italia infatti è stracolmo di case di questo genere. L’ immaginario collettivo si concentra in particolar modo sulle due zie zitelle che sono sedute curve a ricamare per la gente del paesino e a chiacchierare dei nipoti degli altri volendo in tal modo coprire il non voler far nulla del proprio, il fallimento celato tra le mura della loro abitazione con altri fallimenti, la loro magra consolazione è data dalle sfortune altrui.

Palazzeschi ci offre uno straordinario spaccato dell’Italia che fu, la nostra Italia con le sue piccole e grandi virtù: il senso del pudore, del decoro, del risparmio, della misura, lo spirito di sacrificio, l’operosità, l’imbarazzo celato dal rossore. Esiste ancora questa Italia per qualche si prova della nostalgia oggi? Da qualche parte probabilmente persiste e sopravvive, soprattutto nei piccoli paesi, ma in eterno connubio con il bigottismo e il pregiudizio, oggi come un tempo.

Colpisce anche la figura di Remo, la cui bellezza può essere motivo di orgoglio ma certamente non un merito. Leggendo le Sorelle Materassi si ha la sensazione di vedere una di quelle abitazioni dove le luci sono quasi sempre spente, dove la cucina è sempre pulita e le finestre non si aprono; per vedere ciò che accade fuori si preferisce spostare la tenda… Solo quando c’è il bel Remo la casa comincia a funzionare e guai ad offenderlo, a lui tutto è concesso e se torna tardi non fa nulla, nemmeno se combina qualche guaio, tanto ci sono le zie.

Chissà quante donne a quei tempi hanno desiderato che un Remo arrivasse dietro la loro porta a rendere le loro esistenze più leggere e frivole senza sapere che noi altre avremmo potuto godere in abbondanza di li a poco di certi personaggi, e che avremmo dovuto svuotare i nostri portafogli e che alla fine sarebbe stata la nostra piccola ricchezza ad esser prosciugata; un personaggio moderno e raro a quei tempi quello di Remo…oggi  non ci sconvolgerebbe. Remo finisce per spendere più di quanto guadagnano le due zie, ma  l’unico motivo per cui la decadenza economica non è per le zitelle un grosso problema sta tutto nell’ esuberanza di questo giovane che tra una macchina nuova e qualche bella fanciulla sembra dare l’illusione a queste povere signore di partecipare ad una vita a cui loro non hanno potuto accedere neppure con l’immaginazione, d’altronde sarebbe stato vergognoso a quei tempi.

Lo stile di Palazzeschi è comico e tragico al tempo stesso, ricco di metafore e similitudini, aggettivi aulici, divertente il lettore che si trova davanti ad una storia grottesca ed angosciante, racchiudendo in sè tutti i colori della cultura fiorentina. Da rileggere e rivalutare questo romanzo ormai dimenticato di uno scrittore che ingiustamente viene indicato come “minore”.

 

“Il codice di Perelà”: il Cristo mancato di Aldo Palazzeschi?

Fiaba o romanzo? È questa la prima domanda che ci dovvrebbe venire in mente, avendo tra le mani “Il codice Perelà” di Aldo Palazzeschi. È lo stesso autore che ci avverte, in una frase riporatata in tutti commenti di tutte le edizioni: “Perelà è la mia favola aerea, il punto più alto della mia fantasia”. L’opera che ci troviamo davanti non può essere però una fiaba, almeno strutturalmente. Apparso nel 1911, con il sottotitolo di “romanzo futurista”, subito si presenta per quello che effettivamente è: dialoghi brevi e serrati, assenza di descrizioni, assenza di una qualsiasi voce narrante, ambientazioni fisiche appena accennate.

Le vicende di quest’uomo, fatto di fumo, che per trentatrè anni (età casuale?) ha vissuto in un camino, ascoltando tre vecchie che parlavano di filosofia (“una filosofia leggera, però”), imparando molto di come funziona il mondo, appaiono non certo prive di un certo stimolo al divertissment puro e frivolo. Non sempre, nel corso dell’opera, sarà possibile compiere una esegesi dei gesti di cui il protagonista si renderà protagonista. Il fatto che il Re gli affidi addirittura la redazione di un codice e che tutte le varie signore gli vogliano narrare le loro storie, quasi ritenendolo un redivivo arbitro del gusto di memoria latina, fanno forse pensare che nel romanzo Perelà debba svolgere un ruolo speciale, che, proprio in virtù della sua natura, gode tra gli uomini di una ammirazione e di una stima infinita. In questo personaggio, prima che in questo romanzo, la critica ci ha visto molte cose: l’interpretazione che più incuriosice, e su cui è meritevole una riflessione, è quella che fa corrispondere Perelà al Cristo. Eccone quelle che possono essere delle analogie.

Perelà sarà portato davanti a una corte e condannato, proprio come Cristo: sarà condannato per aver fatto credere di essere in potenza di fare cose grandiose, quando in realtà non è stato cosi. Anzi, ha indotto al suicidio un uomo. Durante il processo la condanna è unanime: come era stato esaltato cosi ora viene sprofondato con le considerazioni più meschine da parte dei testimoni. Forse un parallelo con la vicenda del Cristo, prima osannato poi condannato dagli stessi uomini? Il Cristo era capace di miracoli, il Perelà  no, ma è ricoperto della stessa aura di straordinarietà: allora forse sarebbe più corretto parlare di un Cristo mancato?

La condanna decisa è quella della segregazione nel Calleio, su una altura brulla e arida: e questo solo per intercessione del Re, la “massa” (come è scritto nel romanzo), ne voleva l’uccisione. È in questo punto che la narrazione sfuggente ora assume dei tratti quasi neo realistici, con le descrizioni dei luoghi e dei comportamenti delle persone, ansiose di vedere arrivare il condannato nel suo “carcere”. Imprigionare un uomo fatto di fumo. È possibile? Come presto “la massa” si rende conto, non è possibile. Perelà non si troverà, è fuggito attraverso le sbarre. Nessuno sa dove sia andato.
Nell’ultimo squarcio di narrazione, tornata stavolta ad essere affidata di nuovo ai pensieri e alle parole della “massa”, intuiamo che tanti grandi aquile solcano il cielo per “strappare a Dio il velo del suo mistero”. Oppure sono “degli uomini che vanno a consegnare di propria mano la loro anima a Dio?” Non si riesce a capire cosa vediamo nel cielo, ma l’obiettivo di chiunque stia volando è quello di andare a “cercare il signor Perelà”.

Come il Cristo, anche “Sua Leggerezza” Perelà è asceso infine al cielo: resta da chiedersi forse cosa lo abbia spinto a scendere tra gli uomini, che hanno dimostrato, per la seconda volta, di non sapersi tener stretto un Messia. Anche stavolta li avrà perdonati?
“Il codice di Perelà” è un romanzo ricco e variegato che affronta la realtà in termini favolistici e affidandosi ad un’allegoria errmetica che fanno sorgere spontanea la domanda: Perelà è un antiromanzo ambiziosamente cristologico?

Aldo Palazzeschi, scrittore futurista…ma non solo

Personalità eccentrica, Aldo Palazzeschi ha rappresentato uno dei primi motivi di rottura nella letteratura italiana di inizio novecento. Nonostante il suo nome sia legato prevalentemente ad opere riguardanti il filone futurista, non risulta esauriente incardinare Palazzeschi in un’unica categoria di appartenenza.

Nato nel 1885 esordisce come poeta nel 1905 con il libretto di versi “I cavalli bianchi”. Nel 1909, dopo la pubblicazione della terza raccolta di versi, “Poemi”, che gli procura fra l’altro l’amicizia con Marinetti, aderisce al Futurismo (di cui Marinetti è il deus-ex-machina) e, nel 1913, inizia le sue collaborazioni con <<Lacerba>>, la storica rivista di quella corrente letteraria.

Nell’estate del 1916 è richiamato alla leva militare, ma fu quasi per niente coinvolto nelle manovre militari. Si ritrovano i ricordi di quel periodo nei suoi bozzetti di “Vita militare” e nel libro autobiografico “Due imperi… mancati” (1920). Durante gli anni del fascismo, Palazzeschi non partecipa alla cultura ufficiale nonostante gli sforzi intrapresi in questo senso da Filippo Tommaso Marinetti; compie qualche viaggio a Parigi e dal 1926 collabora a <<Il Corriere della sera>>.

Dei futuristi ne ammira la lotta contro le convenzioni, contro il passato recente intriso di fumoserie, gli atteggiamenti di palese provocazione tipici del gruppo, le forme espressive che prevedono la “distruzione” della sintassi, dei tempi e dei verbi (per non parlare della punteggiatura) e propongono “le parole in libertà”.

La vetta massima che raggiunge nella sua epoca futurista è costituita da “Il codice Perelà”, nel 1911. In realtà la sua adesione al futurismo non dura tanto: la sua personalità indipendente e la sua posizione pacifista entrano in rotta di collisione con la campagna per l’intervento in guerra dei futuristi, evento che lo porta anche a riavvicinarsi a forme più tradizionali di scrittura di cui ne è esempio il sarcastico e teatrale romanzo di successo “Sorelle Materassi”.

Vive le tribolazioni studentesche degli anni sessanta sostanzialmente come un “classico rimasto in vita”, cioè da ottantenne: prende con ironico distacco gli allori che i poeti della neoavanguardia innalzano di fronte al suo nome, riconoscendolo come precursore. Scrive infatti a Sanguineti: <<Coloro che furono avanguardisti cinquant’anni fa, saranno i più acerrimi nemici degli avanguardisti d’oggi, giacché la loro avanguardia è passata alla storia senza che se ne siano accorti, e a quella come ostriche sono rimasti attaccati. E dunque, caro Sanguineti, che cos’è mai questa avanguardia?>>

Palazzeschi mette in atto una versificazione giocata sul piacere, irragionevole ed impudente, della pura sonorità. Basta citare la canzonetta “E lasciatemi divertire!” della raccolta “L’incendiario” per capirlo:

“Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!”

Viene maliziosamente da pensare se questo modo di concepire il ruolo e la condizione del poeta non sia dovuto, in realtà, ad una mancaza di talento poetico, per cui l’autore si giustifica adducendo come causa dell’assenza di una “vera”( tradizionale) poetica al mutamento dei tempi e dei gusti del pubblico…

Secondo il poeta e scrittore il pubblico non è più interessato alle ragioni della poesia che perde di valore sociale ( un pò come avviene in D’Annunzio): non c’è più domanda e di conseguenza cambia l’offerta poetica che non può essere più quella tradizionale. E si fanno avanti le buffonerie, il grottesco, il divertimento, la presa in giro, il paradosso, il motto di spirito ; il poeta è un clown che sollecita gli sberleffi, smantellando l’io lirico:

“Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia”

L’animo del poeta, che viene messa a nudo, è una maschera che riduce a merce la propria arte. Come ha notato il Professor Antonio Saccone nel saggio “Qui vive/sepolto/un poeta”, Palazzeschi non è interessato a trarre dal trattamento burlesco delle opere tradizionali di pensare e di sentire indicazioni volte a rifondare le tavole della poesia e del mondo. Il senso alienato, irrigidito, svuotato di quelle opere, è mandato in frantumi e snaturato in non-sense, il richiamo al pubblico intelligente, sollecitato ad esercitare il riso dissacratore sugli stereotipi culturali, a smascherarne, le convenzionalità, distanzia sensibilmente Palazzeschi dalle argomentazioni marinettiane, in cui quella componente fondamentale che è la partecipazione del pubblico funziona nel senso dello scontro permanente.

A differenza di Corazzini che patisce un luttuoso vittimismo, Palazzeschi potrebbe essere definito un nichilista giocoso come dimostrano i seguenti versi:

“Avete dei pensieri neri?
Veniteli a svagare
dentro i cimiteri”.

Fra le sue ultime opere uscite dalla sua penna all’alba degli ottant’anni troviamo “Il buffo integrale” (1966) in cui lo stesso Italo Calvino riconosce un modello per la propria scrittura, la favola surreale “Stefanino” (1969), “Il Doge” (1967) e il romanzo “Storia di un’amicizia” (1971). Negli ultimi anni della sua vita è insignito di numerosi premi e riconoscimenti, a testimonianza del grande esempio che aveva rappresentato per intere generazioni di letterati. Muore quasi novantenne nel 1974 a Roma.

Palazzeschi non si è mai sentito completamente di appartenere ora a questa ora a quest’altra corrente. Meravigliose e molto indicative per la sua poetica, sono però queste parole che affidò alla rivista <<Lacerba>>: <<bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride… Bisogna rieducare al riso i nostri figli, al riso più smodato, più insolente, al coraggio di ridere rumorosamente…>>.
Palazzeschi in fondo è stato questo: ironico, beffardo, sognatore, disimpegnato. Futurista, ma non solo.