‘Cella’, i rapporti ossessivi secondo Gilda Policastro

“Cella” (Marsilio, 2015) di Gilda Policastro implica prima di tutto una riflessione attenta sul linguaggio, sulla narrazione, sulla struttura del libro.

In poesia recentemente l’ italianista si è distinta per le eavesdropping da cui ha ricavato le cosiddette “epifanie del quotidiano”. Allo stesso tempo la sua poesia è poesia di ricerca e un nuovo tipo di poesia aforistica.

Perché il titolo “Cella”? La protagonista a tale riguardo così si è espressa: “Perché mi chiamano Cella, chiedo al cane. Forse perché sto chiusa in casa, perché non vado al di là del cancello, tranne che per la spesa, le necessità. O forse perché amo un uomo che in cella, in effetti, dovrebbe finirci, anche se nessuno ha ancora trovato il modo. La colpa non coincide con la punizione quasi mai. Sarebbe bello se la sofferenza avesse quel risarcimento. Lui mi ha lasciata e ora paga. Invece a rimanere dentro, sconfitta, sono io. Cella».

In verità come afferma Giulio Mozzi il romanzo può essere interpretato in vari modi: 1) come la storia di una donna sottomessa ad un medico potente. L’intera storia è lo sfruttamento sessuale di questa donna 2) come il racconto di una ex brigatista, che viene curata dal medico. La storia tratta della competizione con un’altra donna, ovvero l’amante ufficiale del dottore. Gilda Policastro ha dichiarato nell’intervista a Mozzi che i brani attribuibili con certezza all’ex brigatista sono stati scritti anni prima rispetto al resto del romanzo 3) come la storia di una donna, inventata da Giovanni Principe, amante della protagonista.

Il risvolto di copertina descrive il romanzo secondo la prima interpretazione. La Policastro gioca con il lettore e con i critici. L’io narrante non fa altro che aprire e chiudere parentesi, saltare da una età all’altra o da un luogo all’altro. Si perde in digressioni, in flashback impietosi, in aneddoti. Tutto questo va a costituire il suo vissuto. Non le importa sapere se la sua storia interesserà qualcuno oppure no. Non le importa sapere se ciò può essere più o meno insignificante. Vuole comunque raccontarsi, anche se forse è bugiarda. Forse alcune bugie le dice a fin di bene, cioè per stare meglio con sé stessa. Ma non è questo l’importante.

L’importante è il senso complessivo del suo racconto, il quale, frase dopo frase ci confessa che dal suo quotidiano scaturiscono noia e mancanza dell’amato. La donna ci racconta che è stata torturata sia dalla vita che dai suoi amanti. Con questo romanzo la Policastro ha analizzato le dinamiche psicologiche che sottostanno ad un particolare tipo di relazione di tipo sadomasochista.

Il sadomasochismo non è fisico (se così fosse il dolore sarebbe anche l’anticamera del piacere e ci sarebbe almeno un rilascio di endorfine da parte della sottomessa). L’amante è un sadico dal punto di vista psicologico. Potremmo classificarlo come un narcisista perverso. Non prova empatia per gli altri, che tratta come oggetti.

La Policastro tratta del sesso, ma non ne è ossessionata come molte altre scrittrici odierne, né affronta questo tema per vendere di più, secondo il modello delle tre s (sesso, sangue, soldi), né ammiccando al mercato, ai mass media. L’autrice non brama un posto nei talk-show.

La scrittrice non può esimersi dalla descrizione dei rapporti sessuali per far capire al lettore il tipo di relazione instaurato tra la protagonista e il medico. Quello che interessa mettere in luce alla Policastro forse è la forma di potere che viene esercitato sulla “reclusa”. Il sesso è solo uno degli aspetti per porre l’accento sul rapporto ossessivo che lega i due.

La protagonista è asessuata e allo stesso tempo anaffettiva. Per lei sua figlia è un’estranea. La donna è dipendente dal suo amante. La Policastro qui non si lascia mai prendere dal sentimentalismo, memore della lezione sanguinetiana sull’eccesso di effusioni nella letteratura moderna. La scrittrice non sarà mai una Liala postmoderna, in quanto non rientra certamente tra quelle che vengono definite “pornoromantiche”.

Non è infatti mai pornografica e neanche romantica. La sua reclusa non è una patita del sesso né del sadomaso. La protagonista non vorrebbe una relazione come quella. Non ha un bisogno inconscio di essere punita. Non prova piacere nel dolore fisico e neanche si compiace della sua sofferenza. Semplicemente sopporta tutto perché non ha avuto ottimi esempi da parte dei genitori. Suo padre è stato un “tiranno buono”. Ha lasciato la moglie. Si è indebitato per comprare una villetta. Sua madre ha lasciato fare, pur sapendo che il dentista presso cui lavorava la figlia le metteva continuamente le mani addosso.

Per dirla alla Jung il suo è un caso di ombra rimossa. Non riesce in questo senso a lavorare sul suo passato e neanche sulla sua parte oscura. La protagonista non riesce, nonostante gli sforzi, mai ad affrontare veramente sé stessa. Una vera relazione sadomaso per essere tale implica il consenso da parte di entrambi. Qui la vittima è obbligata alla sottomissione per fare in modo di non perdere l’amato ed è costretta a sottostare ai rituali di sottomissione e ai codici di autorità. Il suo amante vuole il controllo.

Non è un caso che quando la scrittrice descrive una delle sessioni di sesso estremo con il professore (non con il medico, suo amato) in realtà descrive soprattutto il doppio legame, cioè i messaggi contraddittori e l’ostilità del professore. Ancora una volta il senso di questa descrizione è quella che gli psicologi chiamano “la falsa autorità” insita nel doppio legame di Bateson.

I messaggi contraddittori generano incongruenza interna: sono dei cosiddetti “inquinanti” della psiche. Per Bateson esistono due modalità di comunicazione verbale: il discorso vivente ed il discorso morente. Il discorso vivente è caratterizzato da relazioni sociali autentiche, partecipazione attiva, reciproca comprensione. Nel discorso morente invece il linguaggio è imposto ed ogni partecipante è controllato e controllante. Il discorso morente crea un clima ricattatorio ed ostile.

Questo tipo di linguaggio porta all’abuso delle persone. Il discorso morente significa potere, controllo, obbedienza, prevaricazione. Il dito viene sempre messo nella piaga. Le critiche sono fatte ad arte per far perdere fiducia alla vittima. L’obiettivo a lungo termine in molti casi è quello di distruggere l’identità altrui. In questi caso c’è solo discorso morente ed alla protagonista non resta altro che subire. Lo psicologo del lavoro Spaltro, scrisse in un suo libro che “il conflitto non è una patologia relazionale, ma è la relazione in se stessa”.

In fondo la psiche può molto. La psiche può molto (sia nel bene che nel male). È statisticamente provato ad esempio che muoiono meno persone per le festività rispetto agli altri giorni ed anche che ci sono meno viaggiatori durante i disastri aerei o ferroviari (sesto senso? Forse. Ci sono comunque in quei giorni più persone che perdono il treno o l’aereo). Questi sono casi in cui la psiche è determinante nel bene.

Ma può avvenire anche il contrario. La psiche può molto anche nel male. In questo romanzo tutti fanno del male psicologicamente alla protagonista, che però commette un peccato comune a molti attualmente: quello di perdere la sua individualità e la sua autostima per raggiungere una parvenza di amore. Lo stesso Freud a riguardo scriveva che “l’amore è il passo più vicino alla psicosi”.

La Policastro fa dire al suo personaggio principale che “l’amore è sofferenza”. Infatti in questo caso è anche rinuncia, umiliazione, abbandono, perdita. Anche il linguaggio può molto. Esistono le terapie della parola. La parola può anche essere un’arma.

Probabilmente Gilda Policastro vuole descrivere questo particolare tipo di relazione ossessiva per evidenziare la conflittualità inevitabile presente in ogni relazione amorosa e il sadomaso diviene solo uno specchietto per le allodole, e magari portarci nell’inferno della comunicazione. La sua forse è una catabasi della parola e della relazione umana.

La stessa autrice ha dichiarato che voleva raffigurare l’amore come una prigionia. Inoltre la comparsa della brigatista rossa non è un modo per trattare della rivoluzione mancata o della resistenza tradita, ma è un espediente per sottolineare ancora una volta le conseguenze estreme di un rapporto ossessivo. Senza ombra di dubbio il legame tra la protagonista e il medico non può essere considerato una risorsa relazionale. Il medico è un donnaiolo impenitente, che usa e getta le sue amanti.

Quando si accorge di essere amato ecco allora che abbandona la donna.

Cella è anche il racconto di un corpo sottomesso, sfruttato e umiliato. Alla Policastro è sempre interessato il tema della corporeità. Ogni vita in fondo è storia di un corpo, dalla sua nascita al suo declino inarrestabile.

La scrittrice inoltre descrive anche il rapporto tra la “reclusa” e la figlia, che si potrebbe sintetizzare ricordando con le sue stesse parole che il dovere di una madre è quello di tacere e sopportare. Molto realistica è la descrizione degli adolescenti dei giorni nostri, che si filmano in ogni momento ed in ogni cosa che fanno. Molto divertente e parodistico è l’utilizzo da parte della protagonista del linguaggio psicologico.

La Policastro si avvale dell’uso del monologo interiore continuo, di un flusso di coscienza intriso di psicosi e psicologismi. È la storia di un soggetto senza nome e allo stesso tempo del sacrificio di una donna.

Gilda Policastro potrebbe anche scrivere un romanzo senza trama ed essere ugualmente avvincente. Ogni sua parola è ponderata. Il suo è un romanzo sperimentale e per nulla commerciale.

 

‘Sangue di cane’, il caso letterario di Veronica Tomassini per gli anticonformisti culturali

Sangue di cane (Laurana editore) dell’autrice siciliana Veronica Tomassini, è stato un caso letterario per la sua carica eversiva. La Tommasini è un caso a sé stante nel panorama letterario e per la sua particolarità è di difficile canonizzazione. Probabilmente lascerà il segno.

In questo libro (che non è reportage, romanzo noir, giallo, romanzo-saggio o non fiction novel, non è un metaromanzo come molti oggi; non è assolutamente opera di intrattenimento, ma attività di conoscenza delle cose) narra in presa diretta quelle che un tempo si chiamavano a torto situazioni basse con uno stile impeccabile ed al contempo sferzante.

Sangue di cane si pone contro l’establishment letterario, il provincialismo ed il conformismo culturale, eppure riesce a mantenere con grazia una indiscussa letterarietà. L’autrice cerca lo stile e la storia, trovandoli. È difficile cogliere il senso di questo libro, in cui non c’è per niente niente da sorridere.

Trama, contenuti e stile in Sangue di Cane

Tratta di un inferno terreno ed anche del sesso, ma l’autrice non è ossessionata dal sesso. Il suo non è un tour de force nei meandri della perversione, come ad esempio in alcuni libri della sovrastimata Isabella Santacroce. Il linguaggio è crudo, diretto, esplicito. Ha un modo di porgere le cose, che alcuni benpensanti potrebbero  ritenere brutale, ma che in tutta onestà riesce sempre ad essere umano, avvolgente e privo di commiserazione.

Passaggi salienti del romanzo

Il ritmo è incalzante. Lascia senza tregua. Si legge tutto di un fiato. Colpisce sia per la densità che per la scorrevolezza. La giovane protagonista si innamora di un immigrato polacco emarginato, che chiede spiccioli ai semafori, perché, come dice lei stessa: “mi riempivi d’amore, straboccavi d’amore, non sono mai stata amata così”; ma dice anche: “Il nostro amore faceva paura al mondo, gli dei dell’Olimpo storcevano il naso” ed anche “Nel nostro amore ci fu qualcosa di sovrumano a regolare gli eventi, non disumano come dicono certune lingue velenose. Sovrumano. Sai perché? Perché ti conoscevo già, nel luogo dove tutto è preordinato, dove dimora la musica, un luogo dove ognuno di noi è stato anzitempo, dove tutte le parole bisbigliate languono nello scrigno della perennità, dove le note aspettano silenziose la loro ouverture protratta”.

Allo stesso tempo la protagonista confessa che “la reputazione era zerbino su cui strofinarsi le suole di fango” e lei è incurante della reputazione. Il suo matrimonio è “un funerale” perché le persone care sono tutte infelici. Il suo uomo la tradisce spesso, ma lei ci passa sopra.

Il suo compagno vive in un palazzo fatiscente, chiamato casa dei morti, quindi in un parco pubblico, nelle grotte, in una baracca. Slavek, questo il suo nome, vive di espedienti tra risse, deliri alcolici ed aiuti della Caritas. La protagonista ventenne, proveniente dalla media borghesia, è attratta dall’opposto invece che dal simile perché la complementarità la completa.

Esce da sé stessa, libera la sua vita dai limiti imposti dalla società. Ma imparerà a sue spese che l’amore non è solo armonia ed infatuazione, ma talvolta anche ambivalenza e sofferenza. Difficile stabilire chi sia il carnefice e chi la vittima. Nessuno però scende a patti e fa recriminazioni.

Diversità, amore, autolesionismo

Sangue di cane tratta della diversità come arricchimento ed attrattiva, ma anche di persone relegate ai margini, di immigrati alcolizzati e poveri, di prostitute straniere. Tratta di miseria, di espedienti, di fame, addirittura di autolesionismo, di alcol vissuto non come semplice sollievo, ma come unica via di fuga dalla realtà angusta.

Sullo sfondo c’è la comunità di emarginati polacchi: un intreccio di storie, di disagio e di vicissitudini. Il campo di azione è quello degli esseri umani dimenticati. Vengono affrontati solo i problemi concreti della quotidianità. Lo sguardo della Tommasini abbraccia con empatia, connotata da realismo, gli ultimi.

La protagonista è una ragazza che rompe gli schemi sociali perché ci sono regole non scritte da rispettare, se ci si vuole integrare socialmente e se si vuole far contenti genitori e parenti. Per essere delle “brave figlie” bisogna conformarsi alle aspettative e all’immaginario borghese. Come in una vecchia canzone di Alice i parenti sono spesso nel nostro Paese “cinture di castità”.

Echi di Busi e Pasolini

Una ragazza di buona famiglia per far contenti tutti si deve sposare un buon partito. La borghesia deve essere “uccel di bosco“, come scrive Aldo Busi in “Seminario sulla gioventù”: alle figlie borghesi è consentito avere delle avventure esotiche in paesi lontani, ma tutto deve essere senza conseguenze. Certe cose devono essere nascoste o al più sottaciute.

Ecco allora una miriade di false coscienze e di doppie morali, il cosiddetto perbenismo, di cui la Tommasini con la sua sincerità disarmante mette in evidenza l’ipocrisia. La protagonista funge da elemento di raccordo tra il mondo borghese e quello della povertà, però il dialogo è difficile. Essa si mette contro la cosiddetta normalità e di conseguenza anche contro sé stessa, sgretolando le sue certezze.

Tuttavia, leggendo Sangue di cane, viene da chiedersi se si possa ancora parlare di borghesia, visto e considerato che riti, codici, miti sono ormai scomparsi e tutti siamo omologati. Pasolini sosteneva che con la televisione siamo diventati tutti piccolo borghesi e se tutti siamo tali allora nessuno è più borghese.

Forse l’unico modo per sfuggire a questa uniformazione di gusti, di stili di vita e di pensiero è sposarsi con una persona di un’altra cultura, proveniente da un’altra realtà. I borghesi hanno dalla loro l’amoralità dei rischi calcolati e degli interessi economici.

Una lettura sociologica di Sangue di cane

La protagonista di Sangue di cane, invece sceglie il proprio partner in base alla bellezza, all’intesa. Ama perché prova pietà senza mai eccedere nel pietismo. I razionalisti vorrebbero sempre cercare una ragione a tutto. Leggendo questo romanzo ci si potrebbe far sopraffare dall’irrazionalismo, ma si tratta di quella che nelle scienze umane viene definita “razionalità limitata”: leggendo queste pagine viene da chiedersi se sia umanamente giusto dare un senso a tutto.

La borghesia, quel poco o molto che resta, fonda tutto sulla ragionevolezza rassicurante, ma l’amore rivela la sua assurdità e perciò la sua terribilità. I romanzi di un tempo trattavano delle affinità elettive. I manuali di psicologia insegnano che l’erotismo può essere analizzato sistematicamente in chiave psicodinamica. Ma leggendo la Tommasini viene da chiedersi se le dinamiche del desiderio siano senza senso e senza storia (“Eravamo l’uno l’angelo dell’altro. E poco importava se uno dei due, un tempo, era stato capace di maneggiare kalashnikov e semiautomatiche”).

La stessa autrice è illuminante, quando scrive: “Dunque sul valore libertà, avrei molto da dire, non è praticabile fino in fondo, trattiene infiniti nodi scorsoi”. In definitiva cosa può una coppia contro il mondo? Più filosoficamente la libertà è più “libertà da” che “libertà di”.

Una sfida alle convenzione e al romanticismo

Inoltre Sangue di cane è una sfida alle convenzioni, al romanticismo, ma anche la sottolineatura che l’amore a “rischio zero” non esiste.  Fromm definiva la coppia occidentale un “egoismo a due”, ovvero un doppio egoismo: invece qui la protagonista dà molto e non riceve altrettanto.

Certamente la chiave di volta per capire il romanzo non è gnoseologica, metafisica o figurativa o perlomeno non solo quest. La Tommasini ci parla dei cosiddetti invisibili. La scrittrice mette bene in evidenza che il controllo sociale prima di tutto è controllo mentale.

Psicologia sociale

Allo stesso tempo leggendo questo libro vengono in mente certi studi di psicologia sociale, in cui chi assume la posizione di deviante (così definito dai ricercatori. Si tratta di persona che ha idee e comportamenti diversi dalla maggioranza) all’interno di un gruppo prima viene interpellato, si cerca di farlo tornare sui suoi passi, facendo opera di convincimento, e poi se ciò non va a buon fine lo si esclude e lo si abbandona al suo destino.

Per l’autrice gli immigrati sono un mondo altro, una alternativa possibile alle contraddizioni insanabili e all’universo concentrazionario di quel poco che resta della borghesia italiana, ovvero una parvenza, fatta di regole asfittiche e ormai prive di valori. Questo è un’opera che invoca il cambiamento, innanzitutto di mentalità, ma anche in senso lato.

Per gli psicoterapeuti, gli psichiatri e gli psicologi si può cambiare con l’analisi psicoterapeutica ed i farmaci. Tutto il loro lavoro implica l’idea che il cambiamento sia possibile e che possa verificarsi una evoluzione della personalità. Alcuni studiosi ritengono che non tutto il nucleo della personalità di base possa però mutare. Dovrebbe esserci un io statico ed un io dinamico, ma è molto difficile dire quali siano le invarianze.

Un romanzo che ci lascia con un interrogativo

Ma in Sangue di cane chi è davvero che deve cambiare? I protagonisti o la società? Forse è più difficile in questo Paese il cambiamento collettivo. Insomma sembra che i cambiamenti sociali, civili, politici qui in Italia siano solo apparenti. La classe dirigente è per il mantenimento dello status quo.

Molti sono rinchiusi nella loro comfort zona. A conti fatti oggi c’è ancora troppo immobilismo per una palingenesi. In sintesi Veronica Tomassini scrive un’opera di carattere sociale senza perdersi in sociologismi; scrive un romanzo che fa sobbalzare dalla sedia perché descrive con crudezza scene e momenti difficili, ma anche  un sentimento e una storia d’amore, oltre a una Siracusa che contiene “sottouniversi” di persone di altra nazionalità.

In Sangue di cane la fluidità verbale ha la meglio  sulla cristallizzazione, il vitalismo sulla rispettabilità, ricordandoci che alla fine ogni vita, se consideriamo solo il lato materiale, è fallimento, sconfitta. La protagonista si definisce psicotica ed è convinta che l’amore salvi, ma alla fine del libro non siamo più sicuri dove stia la salute e la malattia. Poi l’interrogativo se l’amore salvi, purtroppo o per fortuna, resta.

 

Di Davide Morelli

 

‘Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago’ di Anita: una storia d’amore e di forza

Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago, edito dal  Gruppo Albatros Il Filo, è l’esordio letterario dell’autrice genovese Anita.

Anita è nata nel 1988 e vive a Genova. Grazie alla scrittura è riuscita ad affrontare paure e fragilità. Proprio per questo motivo nasce Anita, nome di fantasia che le ha permesso di liberarsi dalla convinzione di essere sbagliata, riconquistando se stessa.

 

Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago: sinossi

Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago è uscito nel 2020. Il romanzo, corredato dalla prefazione di Barbara Alberti, racconta di un amore drammaticamente meraviglioso.

Continuo a pensare incessantemente a quella mattina, a quando mi sono svegliata e la persona che più ho amato nella mia vita non era più accanto a me. Era andato via per sempre. La sera prima ho parlato con lui, gli ho detto quanto lo amavo, l’ho baciato, mi sono addormentata stringendo la sua mano e qualche ora dopo non ho più sentito il suo cuore. La notte passò velocemente. Troppo velocemente. Il suo battito era sempre più debole fino a quando si fermò di colpo. La mattina seguente ero abbracciata al suo corpo disteso, immobile, freddo. Ancora il suo profumo nell’aria ma lui non era più con me. Continuavo a guardare quella pelle sempre più bianca. Sono rientrata a casa dopo due giorni e le lenzuola conservavano ancora la sua sagoma, il suo corpo sembrava ancora sdraiato nel nostro letto. Lo sento ancora vicino, ma non c’è, mi manca l’aria e lui non è qui con me. Non mi basta percepire la sua presenza, io voglio il suo corpo, voglio vederlo. Mi ero illusa stupidamente di potermi abituare all’idea. Speravo con tutta me stessa che questo dolore atroce e terribile fosse meno soffocante, invece mi sento strappare il cuore, come se qualcuno mi prendesse a calci e non riuscissi a difendermi. Ho la terribile sensazione di avere la testa immersa in una vasca d’acqua ghiacciata senza poter tornare su e riprendere fiato. Mi sento soffocare, non riesco a respirare e lentamente sento il buio intorno a me. Un silenzio assordante, un ossimoro che spezza la mia anima, mi toglie la serenità, probabilmente anche la vita, due parole così diverse ma tanto esplicite da farmi tremare anima, mi toglie la serenità, probabilmente anche la vita, due parole così diverse ma tanto esplicite da farmi tremare.

Una donna che racconta un passato e un presente travagliati con una tenerezza e una fragilità in cui potersi rivedere e confrontare, un viaggio in un amore drammaticamente meraviglioso.

Anita e Agostino uniti da un destino che li dividerà, forse invidioso di un sentimento così travolgente e peccaminoso da scatenare contro di loro la morte: una tragedia che però non li fermerà, continuando a sopravvivere a emozioni come rabbia, odio e paura.

Agostino si è innamorato dello sguardo di Anita, Anita è stata conquistata dalla semplicità genuina di Agostino, ma dopo pochi mesi dall’inizio del loro sentimento vengono travolti dal dramma della malattia, un tumore cardiaco colpisce il giovane. La sentenza dei medici è drammatica: solo un trapianto lo potrà salvare.

Finalmente la chiamata tanto attesa arriva, ma la cattiva sorte non li abbandona: qualche giorno prima ad Anita, dopo aver accusato violenti episodi di difficoltà respiratoria, viene diagnosticato un tumore avanzato ai polmoni e consigliato di iniziare immediatamente le cure, ma lei si rifiuta di intraprendere le terapie per stare vicino ad Agostino, nella speranza di iniziare un percorso di guarigione a fianco del suo grande amore.

Durante gli screening di routine effettuati prima del trapianto i due innamorati si salutano, dandosi un addio silenzioso nella paura che durante l’intervento qualcosa possa andare storto, ma neanche un’ora dopo il cardiologo che avrebbe dovuto operare Agostino spiega ad Anita che, per colpa di un’incomprensione, la famiglia che aveva dato disponibilità per l’espianto degli organi ora non firmerà più il consenso, condannando così il giovane alla morte.

La coppia decide di passare le ultime ore di vita insieme, abbracciata in un letto d’ospedale per darsi un addio straziante agli occhi di tutti, anche del personale medico che nei mesi prima aveva conosciuto quell’amore viscerale e inspiegabile.

Anita ci porterà quindi nella descrizione angosciante di cosa vuol dire affrontare la morte di chi si ama facendone un racconto dettagliato e, circa un anno più tardi, straziata e sfinita dalla perdita dell’amato e dalla malattia che l’ha colpita, deciderà di anticipare la morte ricordando fino all’ultimo quell’uomo che l’ha salvata dalla paura e dalla solitudine, eternamente grata di aver vissuto un amore così totalitario e carnale.

Spaventata da ciò che non sa, si convince che dopo la morte inizierà una nuova vita, alla ricerca inconsapevole di un amore che saprà riconoscere, ritrovando così Agostino e quell’amore diviso da due corpi ma unito da due anime che si cercheranno per sempre.

Dalla penna di Anita ha preso vita una storia dalla grande carica emotiva. Un romanzo scevro dai toni sdolcinati tipici dei romanzi rosa.  Un amore intenso e struggente che vive nel tempo, oltre la vita, oltre la morte ma anche una storia dove malattia e amore si fondono irrimediabilmente. Questi temi non sono di certo nuovi: Romeo e Giulietta ed Anna Karenina sono gli archetipi dell’amore eterno. Bianca come il latte e rossa come il sangue, Ad un metro da te e Colpa delle stelle invece quelli del connubio malattia-amore. Eppure il romanzo emana un’aura innovativa: Avrei voluto portarti sulla luna, ma ho trovato posto solo al lago rappresenta una doppia nascita: da una parte quella dell’opera stessa pagina dopo pagina e, dall’altra, quella di Anita, nome di fantasia che ha permesso all’autrice di liberarsi dalla convinzione di essere sbagliata, riconquistando se stessa.

“Questo libro – spiega la scrittrice – nasce quasi all’improvviso, mentre guardavo fuori dalla finestra ho sentito la necessità di mettere nero su bianco e descrivere i miei pensieri, le mie fantasie e, forse, anche le mie paure. La spinta è arrivata dalla voglia irrefrenabile di dare voce alle emozioni provate, regalando così un volto a tutto questo”.

Un viaggio che il lettore intraprende al fianco della protagonista. Un’opera profonda, ricca di pathos per chi la leggerà e colma di riscatto e catarsi per l’autrice, perché è proprio grazie alla scrittura se Anita è riuscita ad affrontare, appunto, paure e fragilità. E si auspica lo abbia fatto in modo non melenso e retorico, incentrando l’attenzione sul rapporto malattia-relazione d’amore.

 

 

https://www.gruppoalbatros.com/prodotti/avrei-voluto-portarti-sulla-luna-ma-ho-trovato-posto-solo-al-lago-anita/

 

 

L’art star Romero Britto: la visione delle cose tra serialità e ottimismo

Ottimismo, sinergia, vivacità, amore, cromatismo vibrante, serialità: è questa la cifra contenutistica e stilistica del celebre artista pop brasiliano che vive a Miami, Romero Britto, il quale avvalendosi di un messaggio e di un linguaggio di speranza universale, propone un’arte di disarmante ingenuità, che ci fa riscoprire bambini.

Romero Britto ha iniziato come autodidatta il suo percorso artistico affiancandosi agli street artist e prendendo spunto dalle loro forme e dalle loro tecniche. In questa prima fase le opere di Romero Britto sono realizzate su materiali di recupero come ritagli di giornali e pezzi di cartone. Ma solo durante un viaggio a Parigi l’incontro con le opere di maestri quali Matisse e Picasso gli permette di personalizzare la sua tecnica arrivando a precisare il suo stile inconfondibile.
Le opere di Britto sono state esposte in gallerie e musei di oltre 100 paesi, tra cui la mostra in occasione del Salon de la Société Nationale des Beaux Arts al Carrousel du Louvre nel 2008 e nel 2010. Nel 2013 Romero Britto è stato il primo artista vivente ad esporre al Museo Soumaya a Città del Messico. Ha realizzato numerose installazioni di arte pubblica tra le quali spicca la scultura per l’Hyde Park di Londra, la più grande nella storia del parco; è stato artista ufficiale per i Mondiali di calcio del 2010 e ambasciatore della Coppa del Mondo FIFA 2014 in Brasile.

Simile a Roy Linchtenstein e a Keith Haring che contornano le figure con un tratto spesso e nero, l’arte di Romero Britto tende alla semplificazione che si rifà al cubismo e alla street art, e al riduzionismo e alla ripetizione delle figure. Ma cosa ha decretato lo straordinario successo dell’arte di Britto? L’immediata riconoscibilità e identificazione da parte di chi osserva le sue opere, di grande impatto visivo e ovviamente un’importante standardizzazione e marketing, supportati dalla presenza di un discorso forte, uno slogan che arriva a tutti. Quella di Britto è un’arte aperta ma allo stesso tempo responsabile.

Sorrisi, cuccioli, facce gioiose, popolano i lavori di Britto la cui monotonia è diventata stile, stile di mercato, marchio di fabbrica e sinonimo di successo. Britto è un poeta del colore, non un narratore di storia, a lui interessa emozionare e rallegrare qui e ora il visitatore di una sua mostra o un acquirente di una sua opera. Senza dubbio Romero Britto è un abile imprenditore di sé stesso ma di lui colpisce la tendenza a distaccarsi da certi approcci nichilisti e osceni propri dell’arte contemporanea che tenta di rappresentare l’invisibile. Britto ci mostra un pezzo di mondo che spesso snobbiamo o ridicolizziamo; ci dice che l’arte non è solo quella cosa che scoperchia i pezzi di mondo inosservati intorno a noi, ma illumina anche l’oscurità che è dentro di noi, mostrando una cosa nota come se fosse la prima volta, come può essere un cuore. Il fine dell’arte non è forse anche quello di darci una sensazione della cosa, sensazione che deve essere visione, e non solo riconoscimento? Romero Britto ci cambia le lenti degli occhiali per farci scoprire quello che vediamo quotidianamente.

Come spiega il suo straordinario successo?
Penso che il successo sia ciò che facciamo, perché ciò che mi piace e ciò che mi fa svegliare la mattina è andare nel mio studio a creare immagini. È qualcosa che ho in comune con il resto del mondo. Tutti vogliamo stare bene. Tutti voi volete essere rispettati. Vogliamo sentirci come se tutti fossimo degni di vivere e che siamo qui per qualcosa. Quindi penso che quando vengo alla mia arte, vengo nel mio studio per fare queste cose. E ho inserito tutto questo nel mio lavoro. Le persone lo vedono e reagiscono di conseguenza. Ecco perché il mio successo è dovuto al fatto che la gente sente che la mia è arte.

Cosa pensa e spera che le persone abbiano capito di più sulla sua arte?
Penso che la maggior parte delle persone abbia capito è che non importa da dove vieni, quale religione, che background culturale hai, importa il desiderio dii essere amato e amare, e l’espressione di tale desiderio. Vorrei che anche chi non considera l’amore, la comprensione e la compassione come priorità nella loro vita, possa comprendere che l’amore è tutto quello di cui mi occupo.

La pop art può anche essere “introspettiva”?
Penso che siamo in grado di essere cose diverse, diversi momenti della giornata. A volte possiamo essere molto estroversi, molto introspettivi. A volte possiamo essere più o meno chiari. La realtà spesso è confusa e caotica. Sembra non esserci niente di stabile. Siamo fragili e vulnerabili.

Si ricorda il suo primo lavoro artistico?
Ricordo molte opere, ma non esattamente il primo pezzo d’arte. Ricordo il primo pezzo d’arte che ho visto. La prima opera d’arte che ho creato da bambino è stato molto tempo fa.

Cosa ne pensa della pubblicità seriale? Non crede che il branding di un’opera d’arte sia in un certo senso “umiliante” per l’unicità dell’opera stessa?
Penso che dovremo sicuramente adattarci ai cambiamenti e che sia necessario prestare più attenzione all’arte. E credo che un’opera d’arte dovrebbe essere in prima pagina nei giornali come le notizie principali o apparire in TV in prima serata, ma, sfortunatamente, questo non succede. Quindi dico sicuramente: non vederla come una cosa negativa!

Andy Warhol ha affermato che la pop art è un modo di amare le cose. È d’accordo?
Sì, è un punto di vista interessante e ha senso: le masse, le persone nelle strade, a casa e in gruppo, amano certe cose perché esprimono loro stesse. Le persone adorano la riciclabilità e serialità e vogliono che si riproduca e ripeta continuamente.

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Il momento più brillante e gratificante della sua carriera?
Ci sono ancora molti momenti nella mia carriera che adoro e che mi fanno divertire. Penso ad esempio alla mia enorme scultura ad Hyde Park, la più grande installazione artistica nella storia del parco. È stato davvero speciale avere la scultura pubblica lì, a Londra. E poi i taxi con la mia arte sopra. È stato un momento davvero esaltante per me. È come avere passato e futuro che confluiscono nello stesso posto. Quindi è stato davvero fantastico. Ci sono così tanti momenti. È davvero difficile da spiegare. Sono stato molto fortunato perché ho molti bellissimi ricordi a Londra.

La sua arte trasmette positività, allegria, ottimismo. È la sua natura, la sua volontà di trasmettere messaggi gioiosi? E come descriverebbe l’emergenza sanitaria globale che stiamo vivendo?
Sicuramente, sono un ottimista. Sfortunatamente, ci sono così tanti ostacoli lungo la strada che rendono la nostra vita impegnativa. Noi esseri umani siamo uniti dalle nostre differenze culturali e dell’educazione, aspetti che definiscono la nostra identità e che ci hanno portato a dove siamo oggi. Dobbiamo affrontare i cambiamenti e capire cosa sta succedendo, per poi prenderci cura di noi stessi e assicurarci che il nostro mondo di domani sia al sicuro.

Lei è brasiliano e lavori a Miami, esiste una diversa concezione dell’arte tra Brasile e Stati Uniti?
Penso che l’arte sia arte ovunque. Penso che alla fine della giornata, il pubblico sia presente nell’arte. C’è un universale e alcuni artisti possono solo spiegare qualcosa che solo un villaggio può capire o un determinato gruppo di persone. Quindi penso che questa sia la sfida. Impiegare un sacco di tempo per un pubblico che sta cercando di dire qualcosa che solo qualcuno in Brasile potrebbe capire o in Texas. Ma quando hai un’intenzione più universale, è molto più facile per te diffondere il tuo messaggio.

Cosa pensa dell’arte italiana? Quali artisti apprezza di più?
Ho in mente così tanti artisti italiani che amo, a partire dai grandi maestri del passato come Michelangelo. Intendo dire che ci sono così tanti artisti italiani che nel corso degli anni, hanno dato un contributo così grande per l’arte. l’Italia è ricca di cultura. La galleria Deodato sta vendendo il mio lavoro in Italia e ogni volta che qualcuno dall’Italia acquista una mia opera, mi sento molto orgoglioso e onorato perché è come se ci fosse un pezzetto della mia arte ogni giorno nella vita delle persone in Italia.

Quando sta per progettare e costruire un’opera, pensa immediatamente alla sua commerciabilità?
No, quando creo un’opera d’arte, sicuramente non sto pensando a cosa verrà subito dopo. Non posso saperlo, non sto calcolando nulla. Ma sono stato molto fortunato che la mia arte piaccia davvero alla gente.

L’opera più divertente che le è stata commissionata?
Il lavoro più divertente che mi è stato commissionato … Direi che è stato anche il più flop: quando pronunciai un’orazione con il vestito di Dolce Gabbana per una sfilata. È stato molto divertente.

A cosa sta lavorando adesso? Può anticipare qualcosa?
Sto lavorando a molti progetti. Così tanti, dal digitale, a progetti per la televisione fino ai cartoni animati, passando per la moda. Sono abituato a fare e succede così tanto nel mio studio ogni giorno.

‘Modern love’ di Amazon Prime Video: amore “moderno” o amore senza tempo?

L’amore declinato nelle sue mille sfaccettature è il protagonista di Modern Love, la nuova miniserie statunitense distribuita da Amazon Prime Video a partire dallo scorso 18 ottobre e che richiama subito alla mente Love Actually. Il tv show diretto da John Carney, consta di 8 episodi ognuno incentrato su una storia d’amore, reale o romanzata tratta dall’omonima raccolta in uscita sul New York Times.

Il primo episodio, che fa da pilota, presenta un tipo d’amore particolare, quasi atipico: l’amicizia tra la protagonista e il portiere del palazzo dove abita. Maggie (Cristin Milioti) è una giovane adulta, che si è trasferita da poco più di un anno in una nuova città. Come è noto, ambientarsi in un contesto diverso dal proprio non è mai semplice, ma la nostra signorina Mitchell non è davvero sola, il suo “migliore amico” è proprio lì con lei. Guzmin (Laurentiu Possa), infatti, si dimostrerà premuroso, paterno, attento e protettivo, e colmerà le mancanze affettive della giovane con la sua presenza in più occasioni. Emerge qui a chiare linee che anche l’amicizia è una forma d’amore, forse la più sincera.

L’episodio successivo viaggia su due binari amorosi: un amore perduto e un amore ritrovato. Durante l’intervista con Julie (Catherine Keener), giornalista del Sunday Magazine, Joshua (Dev Patel), giovane sviluppatore di un’applicazione di dating, racconta di essersi buttato a capofitto nel lavoro dopo una fortissima delusione d’amore. La reporter, comprendendo perfettamente i sentimenti del ragazzo, non può fare a meno di aiutarlo. Lei stessa in passato, ha “perso” il suo primo amore Michael (Andy Garcia). La narrazione procede attraverso una serie di flashback e flashforward in cui le storie dei due protagonisti si intrecciano continuamente lasciandoci fino alla fine con una grande curiosità. La vicenda amorosa di Julie risulta la più emozionante grazie anche al finale che lascia un po’ d’amaro in bocca.

Il terzo tipo d’amore, è l’amore verso se stessi. Lexi (Anne Hathaway), ad uno sguardo superficiale, sembrerebbe una ragazza comune, vivace, che conduce la propria vita in maniera semplice. Una sera di ritorno dal lavoro decide di iscriversi ad un sito di incontri. La descrizione che proporrà di sé ci lascerà stupiti perché farà emergere la difficile storia di questa protagonista. La ragazza, come lei stessa afferma, ha un problema, che non le permette di instaurare legami affettivi duraturi. “Riuscirà a trovare qualcuno che la amerà davvero per come è realmente?” La nota attrice riesce a esprimere sia la gioia che la sofferenza provata dal suo personaggio, ricoprendo con la giusta emotività un ruolo abbastanza ostico da interpretare.

Personaggi principali della quarta puntata sono Sarah (Tina Fey) e Dennis (John Slattery), una coppia sposata da tanti anni, ormai in crisi, che per trovare una soluzione ai numerosi problemi si rivolge ad una terapeuta. La donna lamenta di sentirsi fortemente trascurata ed esclusa dalla vita del marito accusandolo di pensare solo al lavoro. I due cominciano a seguire la terapia di coppia ma con scarsi risultati. Dopo l’ennesima litigata però si verifica un risvolto inaspettato. Riusciranno a riunirsi oppure no? Questo episodio rappresenta uno spaccato familiare abbastanza comune, due persone che mettono al primo posto i propri figli e cercano di superare le difficoltà.

Il quinto episodio propone una coppia di protagonisti che di primo acchito sembrerebbero non avere alcun punto in comune. Yasmine (Sofia Boutella), popolarissima e bellissima influencer, e Rob (John Gallagher Jr.), il classico ragazzo della porta accanto. I due escono per il secondo appuntamento che si svolge per la maggior parte del tempo in ospedale. Nonostante lo scenario non sia dei migliori, la sincerità, l’onestà e il cuore puro di Rob, permettono di svelare una Jasmine del tutto inattesa, senza filtri, senza maschere. L’amore al tempo dei social, dietro i quali la ragazza nasconde la sua reale essenza, assume qui una connotazione quasi “positiva”. Con le persone giuste, quelle che non ti giudicano dalla “copertina” è facile mettersi a nudo e mostrarsi per ciò che si è davvero nel profondo.

L’episodio seguente riguarda Tami (Myha’la Herrold) e Maddy (Julia Garner), due amiche che si ritrovano per festeggiare il compleanno della prima. Maddy resta molto colpita dalle parole d’orgoglio pronunciate dal padre di Tami in quella occasione di festa. La ragazza, difatti è orfana di padre da quando aveva undici anni e questa mancanza dell’immagine paterna le provoca forte sofferenza. Ciò la spinge ad intrecciare un rapporto ambiguo con un socio senior dello studio dove lavora che la porterà a maturare nuove consapevolezze. La puntata provoca indubbiamente un effetto straniante all’inizio, chiarito poi solo nella scena finale.

Il penultimo episodio tratta l’amore tra persone dello stesso sesso. Tobin (Andrew Scott) e Andy (Brandon Kyle Goodman) legati da un amore profondo decidono di allargare la famiglia. Si rivolgono dunque ad una agenzia di adozioni per valutare le diverse procedure. Dopo l’ennesimo rifiuto conoscono Carla, una homeless, che fa proprio al caso loro. Sembrerebbe andare tutto bene fin quando la ragazza non si trasferisce stabilmente per terminare la gravidanza. Ecco che cominciano le prime discussioni, Tobin in particolar modo la accusa di essere irresponsabile e immatura. Sarà proprio lui però che alla fine le starà accanto, affrontando con lei uno dei momenti più importanti nella vita di una donna. L’episodio mette in luce una realtà molto diffusa ai giorni nostri, quella della famiglia “allargata”che, seppur con notevoli difficoltà, riesce a superarle grazie all’amore.

L’ultimo episodio ci lascia indubbiamente tristi e felici allo stesso tempo, perché chiude il bellissimo cerchio dei sentimenti. L’amore tra Margot (Jane Alexander) e Kenji (James Saito) è un amore adulto, maturo. Entrambi vedovi, si incontrano alle olimpiadi geriatriche e si innamorano perdutamente. L’amore è eterno, l’uomo no. Margot si ritrova nuovamente sola con i suoi pensieri, ma nulla la distoglie da un’ultima corsa. Mentre corre, la donna ritrova se stessa, la voglia di vivere, la serenità tanto agognata. Lei non lo sa ma indirettamente incontra anche i suoi “compagni di viaggio”: Carla, Maggie e Guzmin, Joshua e Julie, Rob e Yasmin, Lexi, Sarah e Dennis, Maddy. Ed è sempre emozionante come la prima volta, quando si guarda il primo episodio. Vedere questi personaggi e riconoscerli, quasi come fossero persone realmente incontrate.

In poco più di mezz’ora gli episodi racchiudono messaggi emozionanti che toccano le corde del cuore in ogni scena. Sono storie di vita quotidiana, in cui ognuno può riconoscersi. La serie non solo ci mostra che l’amore può avere numerosi volti, ma ci spinge anche a riflettere su temi delicati quali il bipolarismo, la maternità. Rapporti di coppia in frantumi, storie di amori persi, di amori ritrovati, di amicizie intense. La grande attenzione sulla scelta dei titoli, che racchiudono perfettamente l’essenza del racconto, la delicatezza con cui sono affrontate le tematiche, la presenza di un cast d’eccezione (tra cui Andy Garcia, Dev Patel, Ed Sheeran, etc.), capace di emozionare anche solo con uno sguardo, sono gli ingredienti perfetti per la ricetta di Modern Love. Lo show dell’amore e dei sentimenti, rivolto a tutti, dai ragazzi agli adulti. Del resto l’amore è la forma di espressione più bella in assoluto.

 

 

Borges presente a Sanremo 2019 con la sua “E’ l’amore”, l’unico criterio per misurare il tempo

Sanremo 2019 è cominciato e Nek, tra i ventiquattro big partecipanti, si è presentato con la sua Mi farò trovare pronto, scritta insieme a Paolo Antonacci e a Luca Chiaravalli. La canzone trae ispirazione da una delle poesie preferite del cantautore, “È l’amore” di Jorge Luis Borges, celebre poeta argentino.

La canzone di Nek parla dell’impossibilità di farsi trovare pronti quando arriva l’amore poiché la sua forza è talmente invasiva e imprevedibile da sconvolgere tutto, tanto da non poter controllare il sentimento.
Il testo della canzone di Nek a Sanremo 2019 si riallaccia alla poesia di Borges soprattutto per quanto riguarda un aspetto: l’amore è il solo criterio che abbiamo per misurare il tempo, il resto non può nulla in questo senso, nemmeno la conoscenza. L’ispirazione per scrivere questo testo è arrivata anche grazie ad un viaggio nelle favelas brasiliane.

È l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura delle sue carceri, come in un incubo atroce.
La bella maschera è cambiata, ma come sempre è l’unica.
A cosa mi serviranno i miei talismani:
l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione,
le gallerie della Biblioteca, le cose comuni,
le abitudini, la notte intemporale, il sapore del sonno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.
È, lo so, l’amore: l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce,
l’attesa e la memoria, l’orrore di vivere nel tempo successivo.
È l’amore con le sue mitologie, con le sue piccole magie inutili.
C’è un angolo di strada dove non oso passare.
Il nome di una donna mi denuncia.
Mi fa male una donna in tutto il corpo.

Letti entrambi i testi il punto in comune, l’ispirazione che li lega appare subito chiara: l’amore scandisce il tempo, sia in senso negativo che in senso positivo, soprattutto quando si vive a distanza.
Nel testo della poesia di Borges si parla di un amore che lega a doppio filo il desiderio della presenza della persona amata e la sua lontananza; tutto perde significato quando la persona amata è lontana, lo scorrere del tempo così come la conoscenza, e attività come “l’esercizio delle lettere”, “la vaga erudizione”, “la galleria delle Biblioteche” non hanno più significato. Perdono di senso, inoltre, anche le attività quotidiane come “il sapore del sonno” o “le abitudini”.

Il tempo non passa nella misura di ciò che si fa nella quotidianità ma nella misura del sentimento dell’amore: si velocizza in presenza della persona amata e rallenta quando si è distanti; viene scandito dalla voce, dal respiro della persona amata quando si è insieme e dalla sua attesa ogni qualvolta si è distanti.

Nella poesia di Borges l’amore è inteso come dolore, visto come una prigione che può arrivare a soffocare chi lo prova, dando spesso angosce e sofferenze che si riversano concretamente nella vita quotidiana quando, per esempio, il poeta scrive nei suoi ultimi versi: “C’è un angolo di strada dove non oso passare./Il nome di una donna mi denuncia./Mi fa male una donna in tutto il corpo”. In queste parole diventa chiaro quanto mai il dolore del poeta anche solo nell’incrociare la donna che gli ha spezzato il cuore, talmente forte da tradursi in pena fisica.

Si tratta dunque di una forma di angoscia esistenziale intrinsecamente legata al desiderio amoroso puro. È il luogo della mancanza, di qualcosa che era e non è più. Se l’amore si genera da una mancanza, ecco il “rischio” di innamorarsi più di una volta nella vita: non amiamo qualcuno con le sue qualità, amiamo una pulsione, quella maschera è ormai cambiata, ma come sempre è l’unica. Allora certo che riscoprire in me l’amore fa venir voglia di nascondermi o di fuggire: perché l’innamoramento avviene contro la consapevolezza – e la volontà aggiungerei – dell’Io, irrompe nella realtà dell’Io con tutta la sua forza dirompente e inarrestabile.
Questa potenza non si può controllare: a nulla valgono i talismani ben elencati che gli oppone il poeta e che guarda caso sono tutti sinonimi di una vita regolata dall’esercizio delle lettere, dalle abitudini, dal sonno. Ormai l’unica misura del suo tempo è lo starci o il non starci di lei. Ancora una volta presenza, ma soprattutto assenza che rievoca presenza nel ricordo.

L’amore di Borges, innanzitutto, è quanto di più lontano dall’amore sensuale: la donna di Borges non c’è proprio, perché il suo, di amore, è vissuto nell’assenza dell’amata che suscita il ricordo di quello che è stato. E che non è più.

Fonte

È l’amore: testo e commento della poesia di Borges

Sotirios Pastakas, autore della nuova raccolta poetica ‘Jorge’: “l’amore è diventato un lusso”

Ogni volta che qualcuno si chiede se questa vita abbia un senso, Jorge si lecca i baffi. Mentre il mondo corre e si affanna per sfuggire al “debito quotidiano”, Sotirios Pastakas – considerato da parte della critica come il più grande poeta greco vivente – guarda negli occhi il suo gatto Jorge e scopre un nuovo universo, più lento e meno violento.
Pastakas che in una vecchia raccolta scriveva: “Non mi lamento. / Mi è andata bene / nella vita: sono riuscito / ad acquistare un attico. / Finalmente posso piangere / con vista sul Partenone”, ha abbandonato il suo passato, la sua professione da psichiatra, e molte delle sue certezze.

Grazie alla collana Zeta de I Quaderni del Bardo Edizioni, curata da Nicola Vacca, Pastakas torna in Italia con la sua nuova raccolta intitolata appunto Jorge.

 

Lei scrive che nulla è reale per il suo gatto, ma cosa è reale per lei?

Il corpo. Questo bellissimo verso di Walt Whitman: “cosa sarebbe l’anima senza il corpo”, ha segnato la mia vita sia di psichiatra, sia di uomo. Non dimentichiamoci pure l’assioma di Fachinelli quando affermava che “il corpo è politico”.
Il corpo come produttore di pensieri, di sogni, di letteratura e, col suo permesso, di poesia. Non abbiamo altra ricchezza che il nostro corpo, l’unico nostro bene.

In diversi punti sembra esserci quasi un’identificazione fra lei e Jorge, il gatto protagonista dei suoi versi. Questa raccolta è anche una prova per guardare il mondo attraverso una nuova e insolita angolazione?

Ti sono grato per la tua rigorosa lettura di Jorge. Hai colto proprio il punto della “simbiosi” tra felino e umano. Abituato a mettere in pratica l’empatia nei miei rapporti con i pazienti, il mettersi continuamente nei panni dell’altro (un esercizio che mi ha bruciato come psichiatra), ho avvertito la necessità inconscia di guardare me stesso attraverso gli occhi del non-umano.

Naturalmente, tutto questo è venuto fuori a posteriori. Come sai, quando uno si mette a scrivere non sa mai dove andrà a parare. Il poemetto Jorge è stato scritto nello spazio di una settimana nel 2007, durante un mio viaggio in Cile, agli antipodi del mondo, nel mondo capovolto.

Nonostante i dialoghi con Jorge, si percepisce nella raccolta un sentimento di solitudine universale. Gli uomini fuori dalla finestra inconsapevolmente soli e lei dentro che avverte il silenzio di una tavola vuota. È d’accordo? 

Da Kafka, a Celan attraverso il massimo poeta del Novecento Samuel Beckett, e una miriade di poeti minori, sappiamo che l’unico modo di affrontare l’onere di chiamarsi uomo è quello di continuare a sperare. Sperare distruggendo. La distruzione dei punti di vista e la creazione di una nuova prospettiva li avverto come gli obblighi assoluti del poeta.

Teme che la traduzione in un’altra lingua possa tradire il senso e le sfumature della sua poesia?

Il rischio è ovvio. Saba diceva che la traduzione di una poesia è guardare e toccare una bellissima stoffa di velluto dalla parte della fodera. Nella lingua greca abbiamo l’esempio di Kavafis che viene tradotto e apprezzato in tutte le lingue del mondo.
Un segno di grandezza, come ha insegnato Borges, è quando l’opera sopravvive ai maltrattamenti di curatori e traduttori, come e successo a Don Chisciotte per almeno quattro secoli. Jorge arriva in doppia versione (inglese-italiano) e sono fiero di questa edizione.

Si può amare un animale allo stesso modo di una persona? E cos’è per lei l’amore, questa parola oggi così inflazionata?

Assolutamente no: non bisogna cadere nel patetico, gli animali sono animali. Prendersi cura di un altro essere, è una forma di amore. L’amore scarseggia perché nessuno vuol farsi carico di un altro essere. Nessuno si sacrifica più, e alle prime difficoltà si scompare. Dobbiamo ammettere che il sesso ha stravinto la sua partita con l’amore. L’uomo dei nostri giorni vuole fottere e basta. L’amore tra esseri umani è diventato un lusso in assoluto.

Si dice che i gatti abbiano sette vite, quante ne occorrerebbero all’uomo per trovare la felicità?

Bisognerebbe immigrare tutti negli Stati Uniti! L’unico paese che ha programmato la felicità nella sua costituzione, il famoso articolo 4, se non ricordo male. Una volta in America però, si scopre che il capitalismo ha fallito perché al posto della felicità proclamata per i suoi cittadini produce solo degli esseri infelici.
Come aveva già previsto Antonio Gramsci questa nostra civiltà ha fallito proprio perché non produce felicità. Bisogna reinventarsi da capo e essere felici, e non spendere sette vite in speranze.

 

https://www.tpi.it/2018/12/24/sotorios-pastakas-poesie-intervista/

 

‘Atti osceni in luogo privato’, l’irriverente romanzo di formazione di Missiroli

Atti osceni in luogo privato dello scrittore riminese Marco Missiroli (Feltrinelli, 2015) ha per protagonista Libero, che più che un personaggio, rappresenta un’idea di istinto. Tutto comincia con una cena. Libero Marsell ha soltanto dodici anni, si è appena trasferito dall’Italia con mamma e papà. Sballottato in Francia, assiste al tradimento della madre, che si innamora del migliore amico di famiglia. A dominare l’inizio è il turbamento visivo del ragazzo, alle soglie del suo sviluppo sessuale, l’immagine della madre baciata da un uomo che non è suo padre. Uno choc, ex abrupto Libero entra nel mondo degli adulti ed è costretto a crescere sperimentando i sentimenti e condizioni proprie dell’essere umano: infatuazione ed amicizia, eccitazione, innamoramento e delusione, solitudine e libertà. Da qui in avanti una storia di formazione che condurrà Libero Marsell, tra coraggio e paura, di nuovo in Italia, a Milano, alla ricerca di se stesso e alla perdita della bussola emotiva e sessuale, inciampando o lanciandosi nelle vite di diverse donne, in una autoanalisi profonda e talvolta contorta che trova nel personaggio di Marie una complice ideale ed amica, bibliotecaria e oggetto di desiderio, fino alla scoperta dell’oscenità esistenziale.

Atti osceni in luogo privato: stile e contenuti

Atti osceni in luogo privato è un romanzo che vale la pena di essere sugli scaffali dei nostri lettori. Un libro di ricerca, formazione, autocritica e ironia anche di amarezza, che fa capire subito davanti a che tipo di scrittore ci troviamo. Marco Missiroli è uno che scrive senza chiedersi se andrà di moda, tanto che è stato criticato proprio per questo, per quei fraseggi troppo curati, articolati, poco limpidi. Atti osceni in luogo privato è un esempio di come la letteratura italiana possa ancora tirare fuori il meglio di sé. Non possiamo solo rimpiangere le letture di Moravia, Morante, Pirandello. Dobbiamo costruire un canone diverso, un approccio inedito versi i nuovi autori che stanno formando il nuovo filone dei grandi. Che poi ci sia valore anche nel piccolo (piccole case editrici o libri poco conosciuti), è giusto dirlo.

La copertina del libro potrebbe ingannare, perché sembrerebbe – ma non è – un libro erotico. Uno di quelli che i lettori da metropolitana acquistano distrattamente, non che sia una colpa ci mancherebbe, ma questo volume non è per lettori occasionali. Pretende molte conoscenze, le dà per scontate, allude a titoli come Lo straniero di Camus, Mentre Morivo di Faulkner, giusto per citarne un paio.

L’autore di Senza coda, Il buio addosso e del Senso dell’elefante, adotta uno stile coraggioso. Può non piacere, il modo di scrivere di Missiroli. E’ comprensibilmente vero. Un po’ zuccherato, non melenso, curato fino alla virgola, a volte sbavato e un poco scorretto. Come quelle calligrafie d’artista, o del medico di famiglia, che ogni tanto sul foglio lasciano traccia di una ribellione da non sottomettere a nessuna disciplina, nemmeno alla narrativa. A volte pecca di un esageato tentativo di comporre neologismi.
Non è certo politically correct l’incipit, e vince proprio per la sua imprendibilità “oscena” e invincibile, sfacciata:

Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa.

E la crepa si genera anche nell’universo narrativo. Il termine pompino scandalizza più di un romanzo scritto con i piedi? E’ probabile. Non a caso, scrosciano e sono piovute critiche ed apprezzamenti. Perché Atti osceni è un romanzo degli anni ’60, e il lettore vincolato al contesto storico e alle tendenze attuali, non può comprenderlo ed assimilarlo completamente. Forse anche per l’omissione della tecnologia dalla storia:
L’autore stesso ha spiegato la scelta di Atti osceni in luogo privato: “Non volevo raccontare il sesso ai tempi di WhatsApp. Ho eliminato tutta la tecnologia da questo libro. Altrimenti Libero avrebbe scopato a 14 e mezzo, non a 20”.

“O” come oscenità

Ma il romanzo, nonostante l’effetto vintage, resta impresso e durevolmente. In che modo? Con l’irriverenza, la strafottenza con cui Missiroli parla della caccia alla compagna sessuale giusta, la sobrietà nel narrare la scoperta del corpo e l’autoerotismo, l’ostinazione nella ricerca della felicità, e la voglia di libertà, maschilismo criticato ma tuttora esistente tra gli individui, la sincerità cruda, la ricerca sapiente delle parole che sa di snobismo, l’essere così deliziosamente francese e al di sopra di una contestualizzazione, o ad una corrente culturale. Atti osceni è un po’ quello che le opere di Moravia furono per i contemporanei. Uno schiaffo alla critica, perché indecisa e un’invidiosa perplessità di chi scrive sforzandosi di conquistare il pubblico. E si mostra così osceno, senza veli e quasi perturbante, quando descrive la propria eccitazione. In questo passo descrive Marie, sua amica e bibliotecaria che Libero ama dall’età preadolescenziale. Un’infatuazione che si trasforma col tempo un rapporto dal valore quasi psicoterapeutico. Un’amica vera, alla quale però Libero associa un’attrazione perenne. La dipinge così:

Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria.

 

Atti osceni in luogo privato farà ancora parlare di sé, e darà fastidio a molti, ma ai più resterà come un piccolo classico da rileggere con nostalgia degli anziani senza eros che riguardano le vecchie fotografie. Atti osceni ha il plus che manca a molti libri sfornati oggi dalle grandi case editrici. Una sua anima, un proprio perché. Quale? L’oscenità del rischio di piacere, o di essere odiato.

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