Jon De Lorraine, giornalista francese sull’omicidio Quentin Deranque: “I media demonizzano la vittima trasformando i carnefici in “combattenti della resistenza”

«Voglio parlare a un fascista,/ prima che io, o lui, siamo troppo lontani…Ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti»; recitava una poesia di Pasolini. Oggi molti ancora pensano che con i presunti fascisti non ci si debba parlare, anzi bisogna massacrarli di botte fino ad ucciderli. E’ quello che è successo al 23enne francese Quentin Deranque qualche settimana fa a Lione, mentre difendeva un gruppo di femministe di destra, pestato a morte da un gruppo di violenti che si definiscono antifascisti e che pensano che “ammazzare un fascista non è reato”. Peccato che Quentin non fosse neppure fascista, come ha spiegato il giornalista e blogger Jon De Lorraine, voce impegnata nel dibattito pubblico francese.

Quentin Deranque, era un cattolico devoto, cantava nel coro e serviva alla mensa dei poveri. Assai riduttivo presentarlo come «nazionalista». Legato inizialmente al gruppo monarchico Action Française sarebbe poi divenuto un simpatizzante del gruppo Audace di Lione. Studente di Matematica e Data Science si era convertito al cattolicesimo tradizionale e frequentava la parrocchia di Saint Georges,  ed e coinvolto nel gruppo Saint-Martin che distribuisce pasti per i più poveri. Allegro, partecipe, mai violento.

Tuttavia essere cattolici praticanti non di sinistra potrebbe costituire apologia di fascismo, per qualche cervello indottrinato che si definisce antifascista e per cui è consentito togliere la vita a chi non la pensa come loro, in barba alla lezione di Pasolini che invece con i fascisti cercava un dialogo.

Tra gli assassini di Quentin, anche un paio di assistenti parlamentari della France Insoumise che sappiamo coccolano gli islamisti, contro i quali le femministe di destra hanno protestato. Tutto infatti è iniziato con una conferenza organizzata da Rima Hassan, eurodeputata di La France Insoumise, il partito di Mélenchon, presso Sciense Po a Lione. Fuori dall’evento si è svolta una protesta pacifica del collettivo femminista identitario Némèsis presieduto da Alice Cordier con uno striscione con lo slogan “Fuori gli islamo-sinistrorsi dalle nostre università” .

 

 

 

  1. I nostri media dipingono Quentin come un simpatizzante dell’estrema destra, un neofascista, persino un monarchico. Chi era veramente Quentin Deranque e perché i media tendono a presentarlo come un estremista?

Quentin era uno studente di matematica di 23 anni all’Università di Lione II, convertito al cattolicesimo. Aveva persino convertito la sua famiglia. Appassionato di filosofia ed etica, i suoi cari lo descrivono come un ragazzo calmo, devoto ai poveri, un missionario del cuore piuttosto che un agitatore. Fu attivo in movimenti identitari e nazionalisti, dopo un periodo con Action Française, ma non aveva precedenti penali e difendeva le sue idee senza ricorrere alla violenza.

I media lo dipingono come “neofascista, monarchico o suprematista” per un semplice motivo: minimizzare il crimine commesso dagli aggressori di sinistra.

Demonizzandolo, invertono i ruoli, trasformando la vittima in un mostro e i carnefici in “combattenti della resistenza”.

È una tattica vecchia quanto la guerra: diffamare il nemico per giustificare lo spargimento di sangue. Ma la verità è che lui era lì per proteggere le femministe nazionaliste durante una manifestazione pacifica, non per seminare il caos.

 

  1. C’è molta tensione in Francia in questi giorni? Cosa potrebbe succedere?

Sì, le tensioni politiche sono elevate nel febbraio 2026, segnate dalla violenza tra gruppi di estrema sinistra ed estrema destra. L’affaire Deranque fa parte di una serie di scontri, in particolare a Lione, con risse e aggressioni segnalate negli ultimi mesi.

Recenti sondaggi indicano che più della metà della popolazione francese percepisce un aumento della violenza politica mortale tra l’estrema destra e l’estrema sinistra.

Nel breve termine, manifestazioni e tributi (come quello del 21 febbraio a Lione, che ha attirato circa 3.200 persone secondo la prefettura) rimangono sotto stretta sorveglianza della polizia per prevenire ulteriori incidenti.

Nel lungo termine, con le imminenti elezioni comunali e presidenziali, queste tensioni potrebbero intensificarsi.

Il giornalista francese Jon De Lorraine

 

  1. Chi sono le famiglie degli estremisti di sinistra che hanno ucciso Quentin?

Le informazioni pubbliche sulle famiglie dei sospettati rimangono limitate, poiché l’indagine giudiziaria tutela l’anonimato e l’omissione di dati personali irrilevanti. Tuttavia, sui social media e su alcuni media sono circolate voci e fake news, che suggeriscono origini sociali diverse, spesso esagerate o infondate, come legami con personaggi influenti o circoli privilegiati. Fonti attendibili indicano che diversi sospettati sembrano provenire da famiglie importanti, con background educativi o familiari che suggeriscono un certo grado di integrazione in circoli consolidati, sebbene nulla sia stato confermato ufficialmente. Sette uomini, di età compresa tra 20 e 26 anni, sono stati incriminati (sei per omicidio colposo volontario e uno per complicità). Tra i nomi citati dalla stampa ci sono: Jacques-Élie Favrot (25 anni, ex assistente parlamentare del deputato LFI Raphaël Arnault, co-fondatore della Jeune Garde Antifasciste a Lione nel 2018, gruppo sciolto nel giugno 2025 per incitamento alla violenza), Adrian Beysseyre (25 anni, altro recente collaboratore del team di Arnault, accusato di omicidio colposo volontario) e Robin C. (24 anni, assistente parlamentare di Arnault con lo pseudonimo di Robin Michel, sospettato di aver protetto un criminale per aver aiutato un altro sospettato a sottrarsi alla giustizia). Anche Adrian Beysseyre aveva completato un tirocinio con Arnault prima di diventare assistente. Tra gli altri sospettati figurano Dimitri V., Alexis C., Paul L. e Jules P., tutti descritti come associati o membri della Jeune Garde (Giovane Guardia), che contava diverse decine di membri attivi a Lione prima del suo scioglimento. Almeno quattro dei sospettati erano affiliati a questo gruppo, noto per le sue azioni antifasciste. L’indagine continua a far luce sui loro ruoli esatti, ma non sono stati resi pubblici ulteriori dettagli sulle famiglie.

 

I tre profili più importanti:

Jacques-Élie Favrot (25 anni):

Assistente parlamentare del deputato di LFI (La France Insoumise) Raphaël Arnault. Membro di spicco della Jeune Garde Antifasciste (Giovane Guardia Antifascista), fondata a Lione nel 2018 da Raphaël Arnault. Il gruppo è stato effettivamente sciolto nel giugno 2015 (per incitamento alla violenza e utilizzo di metodi considerati violenti). È stato accusato di complicità in omicidio volontario per istigazione (e non di omicidio diretto, poiché non avrebbe inflitto i colpi mortali) e posto in custodia cautelare. Il deputato del LFI Arnault ha annunciato di aver avviato un procedimento per la risoluzione del suo contratto a seguito del suo arresto.

Adrian Beysseyre (25 anni):

Un altro stretto collaboratore/recente collaboratore del team di Raphaël Arnault (ha lavorato nel team fino a poco prima dei fatti; aveva anche precedentemente completato un tirocinio con Arnault). Accusato di omicidio colposo volontario, in custodia cautelare.

Robin C. (24 anni):

Assistente parlamentare

 

  1. Quale reazione ha dato l’opinione pubblica francese alla premier italiana Giorgia Meloni?

Giorgia Meloni ha definito la morte di Quentin Deranque “una ferita per tutta l’Europa”, denunciando un clima di odio ideologico legato all’estremismo di sinistra. L’opinione pubblica è divisa: tuttavia, non c’è dubbio che si esprima chiaramente come una legittima espressione di solidarietà; altri, al centro e nel disastro, la percepiscono come un’ingerenza o una manipolazione politica.

Percepisce la sua posizione e la sua parola contro l’estremismo sinistro sempre più radicale, e non crede alla reazione di Macron.

 

  1. Sarà fatta giustizia?

Il processo procede velocemente: una volta che la persona è stata arrestata e il suo stato è stato formalmente incriminato (sei di omicidio volontario e una di complicità per istigazione, ovvero Jacques-Élie Favrot, pour la quale la pena massima è di 30 ans de inclusione). Il procuratore di Lione ha chiesto la custodia cautelare per sei di loro a causa del rischio di disordini pubblici, collusione e fuga, et cinque sono attualmente in custodia cautelare. Gli indagati negano per lo più l’intenzione di succidere, alcuni ammettendo violenza non correlata alle morti, ma riconoscendo la loro presenza sur la scena. L’accusa classifica gli atti come omicidio volontario con circostanze agitanti (commesso da un gruppo, con improvvisate come bastoni e bottiglie), che potrebbe portare a fino a anni de reclusione per gli imputati principali, o all’ergastolo se l’accusa di omicidio da parte di un gruppo organizzato viene confermata. Referti medici (per confermare un trauma cranico mortale), video di conoscenza e testimonianze (incluse confessioni parziali) supportano la tesi dell’accusa. Altre quattro persone sono in stato di pericolo, il mio compagno deve essere citato in tribunale per offrire una difesa penale. Il Ministro dell’Interno e il Governo hanno invitato alla calma e hanno promesso una risposta chiusa alla violenza politica, con una possibile estensione ad altre idee ideologiche. In questo caso, la procedura rimane seguendo il suo normale iter legale; dipende dalla procedura e dalla lastra viene raccolta.

Sull’idiozia degli opposti estremismi: fascisti e antifascisti nel 2018, opposti cameratismi esercitati da cervelli depensanti

Nell’Italia del 2018, non ancora uscita dalla più devastante crisi economica che il moderno capitalismo abbia mai generato, ci tocca stare a discutere di fascismo e antifascismo. Il rosso e il nero, magari quello di Stendhal, ché se si leggesse di più e si cianciasse di meno tutti ne guadagneremmo. Invece no, in giorni di manifesta inconsistenza del dibattito pubblico e di molle decadenza dei valori politici, durante la campagna elettorale più noiosa e demenziale che vivente ricordi, si scopre d’un tratto che la domanda che turba il sonno di tutti gli italiani è: tornerà mai il Duce ad affacciarsi al balcone di palazzo Venezia? Come tale interrogativo sia diventata la più cogente questione politica di questi tempi rimarrà un mistero buono al più per stralunati studiosi di psicologia sociale.

Fatto è che giovani smaniosi di sentirsi qualcosa e impauriti dal non avere nulla da raccontare ai propri nipoti, addolorati per non aver vissuto i gloriosi anni della contestazione, nostalgici di cortei e presidi, della vita politica che mai più si ripresenterà – alle volte, sai com’è, il mondo cambia – si uniscono a meno giovani che quell’era l’hanno vissuta e raccontata, raccolti nelle due opposte fazioni, coesi dalla ridicola pretesa di dispensare verità e civiltà. Da un lato il rosso degli antifascisti, dall’altro il nero dei fascisti. Tutti fuori tempo massimo.

Stupisce la microcefalia degli uni e degli altri. Come si può ancora sostenere la bontà della prassi politica che originò un regime violento e autoritario nell’estremizzazione dei più meschini valori piccolo-borghesi? C’è davvero da essere intellettualmente poveri. Non meno piccini sono gli antifascisti che urlano al dramma politico e al pericolo imminente di un aumento della produzione d’olio di ricino. Fuori dalla storia, sia i fasci che gli anti. È come se in Francia, negli anni 70 dell’800, ci si accapigliasse tra giacobini e antigiacobini, roba da sbellicarsi dalle risate, per un paese che ha appena perso la guerra contro i prussiani. Ecco, nell’Italia del 2018 non ancora uscita dalla più devastante crisi economica che il moderno capitalismo abbia mai generato, in cui si sfalda la coesione sociale e si derubricano a fatti di cronaca questioni che ci tireremo appresso per i decenni a venire, ci tocca stare a discutere di fascismo e antifascismo.
Non si va qui sostenendo che non esiste un problema legato ai movimenti fascisti e alla loro eventuale pericolosità sociale. Si abbia però il coraggio di affermare che si tratta di perfetti imbecilli cui rispondono altri perfetti imbecilli, in un’orgia dionisiaca di coglionaggine estetica e politica. Non è questione di legittimità, è questione di priorità. Il Titanic affonda mentre l’orchestra continua a sviolinare e i passeggeri di prima classe sorseggiano champagne bisticciando coi camerieri che non hanno piegato a dovere le lenzuola.

I fascisti continueranno a disconoscere la Repubblica, a berciare che si stava meglio quando si stava peggio e che il fascismo fu un’eccellente prassi politica. Di contro gli antifascisti continueranno a sbandierare la propria superiorità civile e morale e a vantare la necessità di antifascismo a oltranza, finché i fascisti continueranno ad esistere. Quanto ancora durerà questa tarantella? Non che, stante il regime repubblicano, non vada combattuto il fascismo – sarebbe una contraddizione – ma possibile che si debba perpetrare questa guerra intestina, come se non bastassero i caduti e il sangue versato in tutto il ‘900? A proposito, un appunto doveroso riguarda il 25 aprile. Fondare un regime sulle ceneri di una guerra civile, lasciando che i vincitori si arroghino il diritto di cittadinanza anche e soprattutto morale mentre gli sconfitti subiranno l’eterna dannazione e l’esclusione dal consesso sociale, fa solo danno all’intera nazione.
L’epopea resistenziale fu gloriosa, nessuno lo mette in dubbio, ma il 25 aprile non è come il 14 luglio dei francesi, anniversario della presa della Bastiglia. Lì una borghesia in armi si sollevò per liberare la società dal giogo di nobili e chierici evidentemente parassiti per il terzo stato: il popolo si liberò dell’usurpatore, semplificando. Diversa cosa è poggiare il mito della Repubblica, innalzare il monumento della conquista democratica, sul sangue di italiani caduti in una terribile lotta fratricida che vide opporsi due ideologie e due blocchi del paese intero. Bisognerebbe includere, non escludere e continuare a oltraggiare, almeno per pietas umana se proprio non si vuole creare un’autentica comunità nazionale.

Altra faccenda è poi quella dei metodi adottati da entrambe le parti. Si dovrebbe raccontare che Berlinguer e Almirante si incontravano di notte fuori Roma perché si stimavano e entrambi combattevano lo strapotere democristiano, ma sarebbe inutile. Non vogliamo riciclare vecchi concetti come il fascismo dell’antifascismo ma insomma, se gli antifascisti usano gli stessi metodi dei fascisti qualche dubbio sulla superiore civiltà dei primi sorge a chiunque. È un peccato, ché di antifascismo vero, sincero e in primis culturale ce ne sarebbe davvero bisogno, ma questo viene annacquato dalla prassi di straccioni che espongono orgogliosamente il fallo inturgidito ammantato di bandiera rossa. Neppure la nobiltà d’animo di un duello: pestaggi, irruzioni, oltraggi, scontri di strada, come fossimo ancora negli anni 70, mentre la classe politica e intellettuale si lagna col dinamismo di una partita a bocce.

La questione o la si risolve così o non la si risolve: è incostituzionale ricostituire il partito fascista, allora se si ritiene che Forza Nuova e CasaPound lo siano, si bombardi di e-mail le redazioni perché sollevino seriamente il problema, si tolga il sonno a deputati, senatori e consiglieri d’ogni rango perché si attivino affinché vengano sciolti e banditi o, se ciò non si può fare, almeno si impedisca loro di manifestare pubblicamente quando è evidente che ne seguiranno problemi d’ordine pubblico. Il resto è demandato al decantare della cultura nazionale e alla maturazione delle coscienze individuali, capitolo troppo lungo per essere qui squadernato. Certo è curioso che questi movimenti che dovrebbero rifiutare il gioco democratico fanno attività politica come qualsiasi altro partito. Sembrano così meno fascisti di quel che potrebbero essere. È più difficile per gli anti combatterli sul terreno della dialettica politica ma tant’è, o li si scioglie o li si lascia fare, tanto più che messi insieme catturano un briciolo del consenso che fu del MSI, il quale sedeva tranquillo in parlamento mentre si dichiarava il diretto erede della Repubblica Sociale Italiana.

Opposti cameratismi esercitati da cervelli depensanti, niente di più. Non per la legittimità delle posizioni espresse, ma per la primitività dei metodi, per il puzzo e il rumore e il chiasso frastornante cui sia fascisti che antifascisti ci costringono. Proprio non ce la si fa ad adeguarsi ai tempi, a superare la faziosità di ideologie che esercitano fascinazione ma non rappresentano un sentiero percorribile. Tra parentesi, ci sia concesso di dubitare della reale cognizione delle ideologie che sia gli uni che gli altri avanzano. Quanto abbiano studiato, quanto avvertano l’urgenza di un regime in camicia nera o di una lotta di classe senza quartiere, è tutto da dimostrare. Non si fa che voltare le spalle ai giorni prossimi per ripararsi maldestramente sotto le querce del passato.
Guardare al futuro richiede fantasia, ambizione, immaginazione e coesione: perché tanta fatica, perché cercare, dopo soli centocinquantasette anni dall’unificazione, di diventare davvero una nazione. Non è bene, nazione è un concetto fascista, patriarcale, retrogrado e reazionario. Sia così, allora. Divertitevi mentre il paese scivolerà lungo il declivio della dissoluzione, della decadenza e della discordia, consapevoli che non sorgeranno soli dell’avvenire e i manganelli riposeranno solo nelle patrie caserme. I tempi erano maturi, cari fascisti e cari antifascisti, ed è anche vostro il piede che ha messo lo sgambetto all’intera Italia. E pensare che una volta avevate lo stesso nemico.

 

Alessio Trabucco-L’intellettuale dissidente

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