Ida Tursic e Wilfried Mille. Tra concettualità e pittura

Cosa può succedere se un artista francese incontra un’artista serba? Quello che è capitato a Ida Tursic, nata nel 1974 a Belgrado, e a Wilfried Mille, nato a Boulogne sur Mer, lo stesso anno: dare vita a un’esperienza di libertà che però non vuol dire qualcosa privo di senso, o un’accozzaglia di idee disseminate sulla tela per prendersi gioco del visitatore che non comprende a fondo l’arte contemporanea, soprattutto se concettuale unita alla pittura.

Tursic & Mille hanno cominciato a lavorare insieme nei primi anni 2000 in un clima anti-pittura, fatto che ha confermato la loro scelta di diventare pittori, in quanto il principio dell’associazione sarà alla base di tutti i lavori che seguiranno. L’idea di base della loro arte è che “la pittura è il cibo preferito della pittura”, rilevando l’obsolescenza dell’astratto e del figurativo, frazioni minime e concettuali nella pittura del XXI secolo.

I due artisti sperimentano nell’arte la libertà senza legarsi a idee precostruite, potremmo definirli degli anarchici nel senso positivo del termine: come molti artisti contemporanei cui sta stretto soprattutto il figurativo, sostengono che quest’ultimo sia un’espressione sorpassata; tuttavia l’arte si ripete nel corso dei secoli, il figurativo come l’astratto non cesseranno di essere ancora tra i protagonisti nel panorama artistico attuale. La radicalità degli artisti concettuali non risiede tanto nel guardare all’arte da una prospettiva passivamente visiva, ma nel farne un mezzo per un’indagine metodologica e strutturale del reale, un’attitudine interattiva destinata a svilupparsi verso orizzonti sempre più teoretici

Non a caso l’aspetto teorico del concettualismo in Tursic e Mille scaturisce dalla necessità di giungere alla sperimentazione dell’essenza intrinseca dell’arte come funzione, che riformula le categorie culturali preesistenti, al di fuori di ogni convenzionalità. L’arte dunque risiede nella componente valutativa? Certo, ma non solo, e da questo punto di vista l’arte di Tursic e Mille, che non è solo logica ma anche intuizione, per quanto ricca di possibilità, è ancora a uno stadio germinale, un progetto ambizioso che certamente troverà maggiore concretezza nei prossimi anni, affinché il materiale pittorico anonimo si si consolidi maggiormente nel mutamento del dominio tradizionale della pittura: pornografia, scene di film di case in fiamme come Landscape che ricorda l’opera del fiammingo Bosch, paesaggi ed elementi astratti e geometrici si configurano come un sovraccarico di produzioni di immagini che vediamo ogni giorno e da cui siamo subissati, assorbiti.

Tursic e Mille, il cui approccio all’arte è sia concettuale che pittorico, ci mostrano la manipolazione, il riciclo e il dissolversi delle immagini come se fossero rifiuti, quasi a volerci dire che il progetto è fuori dalla tela, al di là delle immagini, esplorando il rapporto tra fotografia e pittura. Per i due originali e ironici artisti europei la pittura è oggetto e analizza sé stessa e le sue parti seguendo la lezione di innovatori come Daniel Buren, Olivier Mosset, Michel Parmentier e il gruppo Support/Surface.

Tursic & Mille sono stati nominati per il Prix Marcel Duchamp 2019.

Come nascono le vostre opere d’arte? Perché avete scelto la pittura come applicazione artistica?
Tursic & Mille: Probabilmente era una soluzione alchemica, nessuno voleva vedere la pittura in Francia in quel periodo, quindi, sapevamo solo cosa fare, quindi il programma era di mostrare tutti i colori possibili e ci sembrava che fosse l’unica cosa da fare. La domanda posta da Mario Merz, Che Fare? Lavoriamo insieme da più di vent’anni, ho la sensazione che tutto quello che facciamo e che abbiamo fatto sia costruito empiricamente. Un dipinto prende un altro, nella logica creativa della bottega con la voglia reale di non congelare mai le cose, per non rimanere bloccati, per non proibire nulla. La storia della pittura è un fondamento sicuro, come ha detto Asger Jorn, la pittura è il miglior cibo per la pittura. Lo affrontiamo a volte in sottomissione, a volte in opposizione. È così che un ritratto realizzato nel 2000 finisce per diventare una natura morta qualche anno dopo, proprio perché siamo attenti al processo della pittura stessa, perché il soggetto può dopotutto essere il dipinto stesso.

E il vostro sodalizio?
È come lavorare da soli ma a due, con un piccolo tocco d’amore.

La qualità che apprezzate l’uno nell’altra?
Mille: La sua tenerezza.
Tursic: il suo modo scanzonato di fare le cose (ora sai chi è il più figo).

Cos’è per voi l’anticonformismo?
Essere anticonformisti è forse semplicemente essere contro ciò che ci si aspetta, anche se, alla fine, tutti tranne lui, quindi può essere davvero molto conformista essere anticonformista.

L’opera Landscape, sembra presagire un’apocalisse prendendo spunto da Sant’Antonio o è una rivisitazione delle opere di Bosch sulle tentazioni del santo?
Oggi facciamo pittura, ovviamente con la storia della pittura…. Sono d’accordo con te, nulla cambia, persistenza degli stessi arcaismi.

Chi sono i vostri punti di riferimento?
La mela e il serpente.

In cosa vi sentite maggiormente innovatori?
Forse oggi stiamo facendo il nostro lavoro, non lo sappiamo

Come definireste la relazione che intercorre tra la vostra pittura e il tempo?
Dipingere è tempo … quindi non ho davvero il tempo di pensarci!

La natura della vostra pittura potrebbe essere definita una sintesi del reale e dell’iconografia?
Non ci interessa davvero, noi facciamo pittura, forse siamo iconoclasti…

La fotografia si può dipingere? Si possono travalicare in modo convincente i due media più importanti del Novecento, ovvero pittura e fotografia? Non si rischia di cadere della promiscuità?
La fotografia è un oggetto, quindi sì, sarà una natura morta che si trasferisce nella pittura. La pittura non è una fotografia, ma è pur sempre un oggetto. Non crediamo in una competizione tra i due medium, la pittura è un modo antico di vedere il mondo e la fotografia è un ottimo modo per catturarlo (e offre spesso buoni modelli per i dipinti). E ora c’è Internet; forse il cambiamento più grande degli ultimi 20 anni.

La vostra priorità è l’intento concettuale o pittorico?
Entrambi, cosa mental e cosa Emmental … un buon dipinto è entrambi … secondo noi  (N.d.A. Questa apparente bizzarra risposta fa riferimento al titolo di una tela recentemente creata dal titolo “La Cosa Emmental” dove al centro della tela è dipinto un pezzo di formaggio emmental, da cui il gioco di parole “la cosa è mentale”)

Quanto è importante per voi che i vostri progetti vengano compresi anche da chi non è di questo settore?
Sappiamo cosa dobbiamo fare e abbiamo grande fiducia nell’intelligenza del pubblico, inoltre, grazie alla pittura, ci sono diversi livelli di lettura.

Prossimi impegni?
Abbiamo appena inaugurato una personale nella sede di Shanghai della Galleria Almine Rech, poi una mostra a Le Portique, Le Havre su Marte. A Seguire nel Museo Le Consortium a novembre, a ancora nella Galleria Max Hetzler di Londra a giugno. E alcune mostre collettive da Massimo de Carlo a febbraio a cura di Brian Rochefort (nello spazio virtuale) e da Alfonso Artiaco a Napoli a giugno a cura di Éric Troncy.

 

Ida Tursic & Wilfried Mille, Portrait

 

Saturno Buttò, corpografie e visioni sacre tra estasi e dolore

L’arte sacra al giorno d’oggi può fare scalpore e dare il via a polemiche sterili e sciocche; è il caso dell’artista veneto Saturno Buttò che cerca di entrare nell’animo umano attraverso la pittura in discontinuità con la tradizione pittorica, sottolineando gli aspetti più sgradevoli ed inquietanti che straniscono chi guarda aspettandosi di trovarsi davanti a un Beato Angelico o Annibale Carracci.

L’artista Saturno Buttò, ph Nicola Casamassima

Buttò sembra sfidare l’appassionato d’arte e non a vedere quello che non vogliamo vedere e che eppure siamo in grado di manifestare ogni giorni inconsapevolmente immersi nella frenesia e nella confusione della società contemporanea. L’artista veneto ci sbatte in faccia la caducità del corpo umano, le manie della mente umana, la pesantezza della nostra anima che si riversa sull’aspetto fisico. Il linguaggio artistico utilizzato da Buttò è magnetico: gotico, bizantino, fiammingo, barocco, nella sua migliore tradizione europea che ricorda artisti come Hugo van der Goes, Rogier van der Weyden, Hans Memling, Jeronymous Bosch per la monumentalità di certe pose e per l’astrazione soprannaturale, fino ad arrivare ad artisti contemporanei come Joel Peter Witkin, Robert Mapplethorpe, Andres Serrano per il modo di concepire la preparazione della tavola come se fosse una scena di un set fotografico e una certa teatralità dello spazio e dei soggetti che lo occupano.

2017 Red Mass, olio su tavola cm. 120×120.

L’intera produzione di Saturno Buttò è una visione di disperazione, dolore, sangue, erotismo, aspirazione verso l’Alto: la rappresentazione della realtà, sviscerata in una rigorosa e contraddittoria iconografia religiosa occidentale nei confronti del corpo, da un lato esibito come oggetto di culto, dall’altro negato nella sua valenza di pura bellezza erotica che promette il paradiso, è anche intesa in senso simbolico da cui scaturisce una tensione che esalta la figura umana presentata una volta con “toni elevati” altre con quelli dell’abbiezione.

VENETIAN MASKS BAUTTA, MORETTA COLOMBINA 2010, olio su tavola 140×100

Le paradossali figure umane di Saturno Buttò, attori e attrici dark della loro indole, potrebbero vagabondare tranquillamente in un romanzo di Dostojevskji o Bulgakov, divisi tra il Bene e il Male, tra voglia di salire al Cielo e quella discendere nel sottosuolo, portando sulle spalle il fardello della libertà che è il vero abisso che affascina tutti: Buttò ci fa vedere quanto siamo attratti dal male, ma la sua scoperta e intellegibilità significa anche vittoria e bellezza tanto cara all’artista, perché possiamo essere certi che il mondo di può conoscere e persino nell’inferno terreno, possiamo vivere di attimi che hanno del miracoloso. Gli uomini e le donne di Buttò sono entità che de-creano, cercando di smarcarsi da menzogne idealizzate per giungere alla verità soprattutto attraverso la sensibilità più che con la ragione. I visi e i corpi dei suoi protagonisti (soprattutto donne a volte illuminate dalla Grazia il più delle volte invece luciferine, richiamano alla mente alcuni versi terribili di Baudelaire: “Ahimè! Tutto è abisso – l’azione, il desiderio, il sogno, la parola! E tra i miei capelli che si rizzano completamente sento passare di frequente il vento del Terrore”.

2012, Pietà Oil on wood, 80×97

Non solo. Come cantava il celebre poeta francese, le tavole (non tele, a dimostrazione che la sua arte vuole inserirsi nella grande tradizione pittorica del Quattrocento, Cinquecento e Seicento) di Buttò sembrano esprimere al contempo un senso di attrazione e repulsione per il mondo contemporaneo e per l’essere umano stesso che è il medesimo da sempre. D’altronde gli incubi hanno origine divina e l’artista di Portogruaro innalza la decadenza mentale che corrisponde a quella fisica, a stato demoniaco che ha la stesso valore sacrale e solennità delle opere bizantine e classiche, mostrando come lo stesso concetto di “sacro” sia ambiguo”. La rappresentazione degradante della sensualità, propria di Baudelaire, e in particolare delle combinazioni donna-desiderio-morte-decomposizione rispondono ad una tradizione cristiana sempr esistita, specialmente verso la fine del Medioevo, che nella personale interpretazione di Buttò diviene rappresentazione di uno sterile appagamento dei sensi dell’uomo contemporaneo in una visione di artificiosità. A differenza di Baudelaire, Buttò è artista divertente e divertito, ludico che ancora non sa se credere o meno, certamente cerca, osserva, è attratto dalla spiritualità come se questa fosse un magnete, e la cupezza religiosa che ha grande potere evocativo, quell’oscurità che ha sempre accompagnato la fede e di conseguenza anche l’arte.

2013 The unnatural human history, Oil on wood, 35×46

Sorprende come un’opera in particolare, ovvero “Blade Lovers” possa richiamare alla mente le parole del poeta maledetto in merito all’amore: “L’amore è molto simile a una tortura o a una operazione chirurgica. Anche se i due amanti sono molto innamorati e colmi di reciproci desideri, uno dei due sarà sempre più calmo o meno invasato dell’altro. Quello, o quella, è l’operatore, ovvero il carnefice; l’altro, o l’altra, l’assoggettato, la vittima”.

L’amore dunque, anche per Buttò può avere sia l’aspetto romantico, dolce, che quello balordo e ubriaco, che ha il colore del sangue, una sete carnale dunque; così come la Natura, seguendo ancora il pensiero di Baudelaire, non ha nulla di bello, è solo caos e abominio divino, contro il quale l’uomo può combattere possedendo lui l’arma della bellezza, la sua bellezza, che è artificio ed imitazione della natura stessa.

2017-Zoe-70×67, Olio su tavola

L’altra componente quasi sempre presente delle opere di Buttò è il sangue che ha valenza sacra, rituale, sessuale, vitale, alimentare. Il sangue, come dice anche la Bibbia è il sostrato materiale della vita del corpo che è a sua volta l’unità di misura dell’artista veneto che si muovo tra purezza e impurità. La vita, di cui il sangue come sostanza è principio, impregna la “carne”, basti pensare che nei primi cinque libri dell’Antico Testamento la parola “carne” è quasi del tutto priva di una connotazione morale negativa, nella misura in cui denota tutta la materia organica dotata di vita.

DEATH AND THE MAIDEN 2020 olio su tavola 70×70 cm

Dati questi elementi, si può affermare che Buttò, riprendendo le parole dell’antropologa Camille Paglia, ignori l’armonia, l’ordine e la bellezza della Natura dietro un apparente caos che chiamiamo tale solo perché non siamo in grado di riconoscere determinati segni, flussi e cicli. Il caos è tutto nella mente e nella visione spesso distorta dell’uomo, che Buttò vestendo spesso i panni del dandy, rappresenta nelle sue sfumature, compresa quella dell’insofferenza verso tutto ciò che è naturale. Anche dietro l’apparente blasfemia e pornografia (che non è una sorella dell’arte, come sostiene l’artista, semmai una banale deriva che prende chi non sa fare Arte anche un urinatoio) delle opere di Buttò. Si legge dunque un desiderio di veicolare bellezza, ironia e gioia di vivere, dando voce alle pulsioni e ai mutamenti (anche sessuali) dell’uomo, persino del santo, del martire, ai suoi riti primitivi e quotidiani, alle ierogamie, alle messe nere, lasciandoci con almeno un paio di domande: l’estasi religiosa è anche un’esperienza sessuale che è semplicemente una prova che si è vivi? Bisogna davvero annientare il proprio corpo per avvicinarsi a Dio? E una quasi certezza: il mondo sotterraneo, buio e pauroso non è la sede del male e delle tenebre, ma anche in esso vive la nostra anima. Ciò che sta sotto non sempre è sinonimo di degrado, ma può significare semplicemente profondità. Quella profondità che non capiamo da dove provenga ma che ci fa vivere anche “involontariamente” come ci mostrano molti dei personaggi di Buttò che hanno la “tentazione di esistere”, per dirla alla Cioran e come Cioran, l’artista veneto, esorcizza i nostri fantasmi, sublimandole tenebre per approdare all’amore, profumando i protagonisti delle sue opere, che apparentemente sanno di marcio, incastonandoli nella solennità dell’arte metafisica e nella bellezza del soprannaturale.

2019, RH negative, Oil on board – 70 x 70 cm

La carriera espositiva di Buttò comincia nel 1993, anno in cui viene pubblicata anche la sua prima monografia “Ritratti da Saturno: 1989-1992″. Da allora seguono numerose esposizioni personali in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Oltre ad altri due volumi monografici “Opere 1993-1999″ e “Martyrologium” (2007), la galleria Mondo Bizzarro di Roma in occasione della recente mostra ha pubblicato l’ultimo catalogo in ordine di tempo: “Blood is my favourite color” (2012).

Chiara nails-2010-Oil on wood cm. 100×70

 

 

 

1 Cosa l’ha spinta verso l’arte sacra?

Il sacro è prima di tutto un interesse legato alla nostra cultura e al senso di appartenenza piuttosto che alla devozione in sé. Inoltre la spiritualità, nel mio lavoro, è una parte della ricerca che vuole indagare sulla natura umana nella sua completezza. Tuttavia credo di aver avuto, da sempre, una certa “attitudine” per il trascendente. Sono affascinato dalla liturgia cristiana, il suo cerimoniale, la musica sacra. Insomma la monumentalità espressa nel rito liturgico. Poi, naturalmente, c’è l’arte figurativa, italiana ed europea quella che va dal ‘400 al ‘600 che, per quanto mi riguarda, ha dato un contributo essenziale in questa direzione.

 

2 C’è più luce o oscurità ad avvolgere il il sacro e la fede religiosa?

Ancora oggi io non riesco capire se sono un credente oppure no. Rimane il fatto che questo “mistero della fede” è un’altra grande questione che alimenta il mio immaginario. Non dimentichiamo che è il mistero e tutto ciò che non conosciamo a renderci curiosi. Senz’altro ci vedo più oscurità che luce nel fenomeno in sé . Questo perché non ho una grande considerazione dell’uomo, in generale. Al di là di una personale e intima spiritualità, spesso non ben definita, nella religione ci vedo tutte le “debolezze” di una politica coercitiva. Probabilmente necessaria, ma assolutamente troppo invasiva. Dove, di fatto, non c’è coerenza, anzi, dove ci sono tante contraddizioni. Tuttavia è anche proprio in questa “oscurità” che la mia immaginazione trova alimento… é in un contesto così poco trasparente che nascono e si rinnovano continuamente le idee, che si rivelano essere esercizi di emancipazione. Io lo devo ammettere, la “cupezza” della nostra religione è stata sempre molto evocativa.

3 Cosa considera sacro l’uomo contemporaneo e perché?

Non sono un sociologo, ma, per quello che vale, posso esprimere la mia opinione sulla base di quello che percepisco quotidianamente. Ormai l’informazione e in un qualche modo la cultura sono appannaggio dei più. Questo ridimensiona molto il senso del sacro tradizionale. Oggi si tende a celebrare l’idolo più del dio. Non è particolarmente edificante come condizione, ma basta osservare le tendenze giovanili per capire che c’è più attenzione verso una rock star che per Gesù. Insomma io vedo una graduale e continua disgregazione dei valori sacri e la colpa è anche della chiesa che non si apre mai abbastanza in fretta ai cambiamenti sociali.

2020 – Surgical Decoration-60×60 oil on board

 

4 Le sue opere traboccano si sensualità, inquietudine, gusto per il gotico e per il grottesco, ma anche di spiritualità e ricerca di profondità e del definito, in questo modo vuole solo rappresentare la figura umana di oggi o la sua è una riflessione sull’uomo di ogni tempo?

La mia vorrebbe essere una riflessione sull’uomo nella sua completezza, non considero la natura umana così diversa nel tempo. I temi dominanti rimangono sempre gli stessi e primi fra tutti sessualità e spiritualità, appunto. Tuttavia io vivo il mio tempo storico. E dunque mi pongo in relazione al soggetto attraverso tutte le implicazioni possibili oggi. Nel dipingere una figura umana contemplo la sua personalità insieme all’archetipo, questa osservazione genera una condizione di identità e identificazione che ne determina la contemporaneità!

5 I suoi personaggi sono in tensione tra Alto e Basso, tra erotismo e dolore, purezza e degrado. È

questo per lei il sublime artistico?

Direi assolutamente si! Diversamente agirei con altre forme e contenuti. Come accennavo sopra la priorità è determinare una contemporaneità nell’esecuzione di un opera e questo si manifesta (nel mio caso) con una visione a 360 gradi sull’individuo. Contemplandone ogni dettaglio, per quanto disturbante. Una formula obbligata se non si vuole scadere in una sorta di arte decorativa fine a se stessa.

6 Quali artisti l’hanno influenzata maggiormente?

L’arte ellenistica, il nostro rinascimento e in qualche modo il glamour Hollywoodiano sono stati un grande stimolo per la mia ricerca. Devo aggiungere anche alcuni fotografi contemporanei: Joel Peter Witkin, Robert Mapplethorpe, Andres Serrano sono stati di ispirazione per il mio lavoro. Non ho trovato invece riferimenti nella pittura del ‘900. Fatta eccezione per Francis Bacon non mi sono mai sentito particolarmente interessato verso altri artisti figurativi. In sintesi il modello sul quale baso il mio lavoro è un connubio tra l’arte classica (supporto tecnico) e una ricerca fotografica non documentaristica (parte concettuale).

Icon of virtue ,oil on wood 70×70

7 L’arte contemporanea che ha successo è solo quella riproducibile e concettuale?

Io direi proprio di sì. Ed è giusto che sia così. Lo affermo mio malgrado, dal momento che la mia ricerca va in direzione opposta. Ritengo cioè un punto alto l’unicità e non riproducibilità dell’opera. Purtroppo il problema di questi media (mi riferisco a pittura e scultura) è, quasi sempre, la totale mancanza di originalità, di contemporaneità della rappresentazione. Una sorta di anacronismo che permea il lavoro di pittori e scultori tradizionali, concentrati perlopiù a dimostrare la loro bravura tecnica piuttosto che rischiare l’impopolarità inseguendo percorsi più originali. Ci sono delle eccezioni (almeno lo spero, naturalmente), ma è un po’ come è successo nel secolo scorso con Lucien Freud, Balthus, Bacon stesso. Pochi artisti di grande personalità semplicemente “non allineati” e dunque ingestibili da un sistema che si basa sui numeri del mercato dell’arte.

2020 La sposa ebbra 120×120

8 Ne “La sposa ebbra” sembra consumarsi un rito laico dove il vino rende possibile l’estasi cristiana delle sante che però assume risvolti bizzarri…

In un qualche modo lo si potrebbe leggere anche così. Del resto è mia opinione che molti siano i punti in comune tra Paganesimo e Cristianesimo. In questo caso, dal sacramento del matrimonio, la sposa e le due damigelle si trasformano in sacerdotessa e baccanti di chissà quale rituale, grazie al vino. Il mio intento era quello di manifestare una idiosincrasia verso le regole in generale. Molto sinteticamente: il caos dionisiaco che prende il sopravvento sull’ordine apollineo.

9 L’arte contemporanea esprime poetiche complesse proprio nel superamento interdisciplinare delle dicotomie tra uomo e tecnologia. Lei come si pone di fronte a questo fenomeno?

E’ prerogativa dell’arte anticipare cambiamenti e mutazioni di ordine sociale. Sempre di più siamo testimoni di un percorso nuovo intrapreso dall’umanità che ci porterà a convivere con situazioni dove la dicotomia uomo-tecnologia non sarà più tale. E’ una riflessione che mi accompagna da molto tempo, tuttavia non credo di avere gli strumenti tecnici adatti per esprimere compiutamente tale fenomeno. Decisamente i media extra-pittorici si riveleranno più adatti. Con l’arte figurativa per non scadere in “banali soluzioni illustrative” bisogna porre l’attenzione a piccoli dettagli capaci di far intuire tali poetiche. Un percorso più difficile, ma non improbabile… In fondo è proprio questo il problema delle arti tradizionali rispetto ai nuovi media, lo stesso concetto espresso poco sopra. Se non si è capito, io sono decisamente critico nei confronti dell’arte figurativa. Compresa la mia s’intende.

10 Cos’è per lei il corpo? Il Cristianesimo è l’unica religione secondo la quale a risorgere saranno anche i corpi, tanto che un teologo di cui non ricordo il nome sosteneva che se si vuole sapere se una persona è davvero cristiana bisogna chiederle se questi crede alla resurrezione dei corpi o all’immortalità dell’anima, la Bibbia pullula di erotismo. Insomma il corpo siamo noi? È la nostra  identità che la contemporaneità indica come un retaggio culturale, una sovrastruttura, che si può cambiare?

Il corpo è la mia unità di misura! Nel mio lavoro mi sono sempre rapportato al corpo, prima (in quanto forma) e solo dopo alla mente (deve essere per deformazione professionale). I vari detti popolari tipo: “Mens sana in corpore sano” non sono poi buttati lì a caso. Dunque per me è il punto di partenza, senza il quale mi sentirei incapace di pensare in termini creativi. Naturalmente il corpo è anche bellezza, rivelazione, desiderio e mistero (ancora una volta). Il Cristianesimo è la religione del corpo, ed io nutro una profonda riconoscenza, proprio in virtù del fatto che essa lo ha celebrato e reso oltremodo iconico. Un percorso iniziato dai greci che caratterizza l’occidente nella sua visione del mondo in cui io, semplicemente, mi riconosco. Detto questo però non oso affermare che il “corpo siamo noi”. Non ho e non ci sono certezze e qui ritorniamo al “mistero della fede” sopra espressa. Posso invece aggiungere che il corpo umano si modificherà! Come tutto del resto del creato, anche noi viviamo in una continua trasformazione. Forse qualcosa di importante in questa direzione è già iniziato, prevedo una fusione tra generi maschile e femminile relativamente presto. Sempre che si riesca a salvare il pianeta nel frattempo.

Damson e Lola 2-2003- Oil + gold on wood cm. 160×100

11 I protagonisti delle sue opere sembrano essere spiate più che accompagnare, guardate con amorevolezza da Dio, è in parte così?

Ma certamente! Questo è un retaggio della religione cattolica che ci ha inculcato idea del peccato. Cosa che trovo stimolante sia ben chiaro. Anche perché poi viene contemplato il perdono, seppur dopo un sincero pentimento e qui si potrebbe discutere… Comunque sia, le mie rappresentazioni hanno, molto spesso, a che fare con un rituali considerati peccaminosi o comunque con pratiche decisamente intime legate sia alla religiosità che alla sessualità. Questa è la ragione per cui le scene si svolgono in ambiti dove non c’è luce naturale. Stanze chiuse, luce controllata artificialmente, una messa in scena quasi teatrale dove i protagonisti compiono un determinato rituale, intimo perlopiù, forse rivolto a pochi iniziati… in definitiva è la giusta osservazione da fare: il fruitore diventa un privilegiato voyeur intento “spiare” ciò che nell’opera sta accadendo.

12 L’esposizione che l’ha gratificata di più?

Ci sarebbero più esposizioni personali a cui sono particolarmente legato da bei ricordi, a Roma, Los Angeles e San Francisco. Ma citerò la personale di Spinea VE del 2018, perché la location era speciale. Non una galleria ma una chiesetta del ‘600 dove le mie opere dialogavano con gli affreschi del luogo. Inoltre per l’occasione ho realizzato quella che per me potrebbe rivelarsi come l’unica pala d’altare possibile “Paradise Decadence” (giusto perché si trattava di una chiesa sconsacrata).

13 Le sue tavole paiono volerci dire: accettare il Mistero della fede, della Vita, solo così possiamo in parte placare le nostre ossessioni e relazionarci a Dio, in tal senso, il tormento è un passaggio necessario?

Difficile rapportarsi alla vita escludendo tormenti interiori. Però possiamo ironizzare…

14 Cosa pensa dia più fastidio o irriti delle sue opere e cosa vorrebbe irritasse di più in senso positivo, smuovendo qualcosa in chi li osserva?

Credo che le persone, ancora oggi, si aspettano di osservare in un dipinto figurativo temi conformi alla tradizione pittorica. Dunque soggetti come il paesaggio, la natura morta e il ritratto. E nel caso di quest’ultimo, che esso sia sostanzialmente “composto”. Delegando alla fotografia o altri media extra-pittorici diciamo così, “tematiche diverse”. A me invece diverte l’idea di toccare corde più profonde, dipingendo! Escludendo paesaggi e nature morte che non mi appartengono, nel rappresentare la figura umana voglio entrare nel profondo dell’anima. Mettere in rilievo aspetti del tutto personali, intimi. Evidenziarne fragilità e debolezze. Il desiderio, la libido, le parafilie. Sottolineare la transitorietà e caducità dell’aspetto fisico. E, soprattutto, ribadire quanto siano vicine tematiche come la sessualità e la spiritualità. E’ del tutto normale che qualcuno trovi disturbante il mio modo di rappresentare il mondo. Ma a me sta bene così! Sono in pace con me stesso e non mi interessa il giudizio. Sono consapevole di quanto tutto sia estremamente relativo.

15 Qual è il suo archetipo preferito?

Mi viene in mente “La Grande Madre” e l’origine della bellezza. Che poi è anche l’origine dell’arte. Cito Camille Paglia: “Tutto ha inizio dalla natura ctonia, dal culto terrestre della Grande Madre! In natura non c’è nulla di bello. La natura è un potere elementare, rude e caotico. La bellezza è la nostra arma contro la natura: per mezzo di essa facciamo oggetti e diamo loro un limite, simmetria e proporzione. La bellezza arresta e raggela il flusso turbolento della natura.” Mi affascina!

16 Prossimi impegni?

In termini di programmi espositivi poco o nulla a causa della pandemia in corso. Sto pensando ad un nuovo catalogo monografico e presentarlo, magari, in contemporanea ad una personale. In studio procedo con il mio programma lavorativo sempre incentrato sulla produzione di tavole ad olio che, malgrado tutto, prosegue con discreta continuità.

Laura Villani. La cacciatrice metafisica

Andare oltre l’apparenza fisica della realtà, al di là dell’esperienza dei sensi, rappresentare il mistero, evocare una potenza muta prima del Logos, che abbiamo perduto in una solitudine esistenziale, dove molto spesso sono le cose a rubare il posto alle figure umane, le quali, probabilmente mal sopportano che un oggetto possa sopravvivere alle loro vite. In questi momenti si articola il processo creativo dell’artista pavese Laura Villani; la sua carriera è nata con le incisioni; la pittura arriva nel 1993 con la partecipazione al premio San Carlo Borromeo al Museo della Permanente di Milano. Cinque anni più tardi partecipa al Tokyo International Print Triennal e al Print Internacional de Cadaqués (luogo caro a Salvador Dalì). Espone a Parigi, Roma, Firenze e Venezia e, nel frattempo, allestisce tre mostre personali.

Non ci sono figure umane, eppure è come se esse fossero appostate da qualche parte e se ne avvertisse l’inquietudine. D’altronde l’artista è la prima a supervisionare questo microcosmo fatto di oscurità e, parafrasando Gustav Mahler, è come una cacciatrice nella notte: non sa se colpire e cosa colpire. Laura Villani riflette sul rapporto spazio-tempo e Uomo-Natura, avvalendosi del buio per rappresentare la dimensione interiore ed eterna dell’essere umano: l’oggetto sembra stregare il soggetto diventando immobile e assoluto, gli angoli creano spaesamenti e smarrimenti ma sembrano suggerire anche a cercare un nuovo tipo di contatto con la Vita, mentre si sta in silenzio e si attende una nuova germinazione. Quello di Laura Villani è un universo innocente, pieno di spazio, dove l’artista riesce a trovare un tempo assoluto. E se l’uomo è assente è perché, ancora troppo preso dal possesso materiale, non è ancora pronto a ricevere questo dono immenso. Effettivamente le opere di Laura Villani richiamano alla mente il poemetto profetico dello scrittore inglese Eliot, La terra desolata, dal quale l’artista ha tratto la dimensione onirica e la cifra simbolista (più medievale che ottocentesca), per superare la desolazione e approdare a una rinascita e a una nuova visione del mondo partendo dalla conoscenza del nostro passato, della nostra storia, della nostra memoria.

Laura Villani

 

Quando ha iniziato a interessarsi di arte? Ricorda la sua prima opera?
Direi fin da piccola. Osservavo mio padre disegnare. Bravissimo e instancabile utilizzava tante tecniche, ma la sanguigna e i pastelli erano le mie preferite. Potevo usare i suoi meravigliosi pastelli a olio e questo mi dava un grande piacere. Avevo sempre a disposizione fogli di carta su cui sbizzarrirmi con forme e colori. Inventavo paesaggi dai cieli coloratissimi. E poi trascorrevo le ore a osservare le opere dei grandi maestri sui libri d’arte che in casa abbondavano. Penso che la passione per la pittura risieda in me da sempre.

Cosa pensa dell’arte contemporanea? Quali artisti stima di più?
Troppo globale uniformante, onnivora onnicomprensiva. Troppo tesa a sorprendere, troppo legata alla velocità (di creazione e di fruizione), troppo vincolata ai mercati alle mode. Insomma troppo di tutto. In questo caos vorticoso è facile perdere il contatto con la storia, con le radici, con la propria identità. Apprezzo gli artisti che, rimanendo loro stessi, riescono a esprimere il proprio sentire e a emozionare con il loro lavoro e il loro intento poetico.

Considera la sua arte pre-civiltà o post-apocalittica?
Non saprei dire. Questo è un quesito che consegno allo spettatore. Sicuramente rappresento un mondo sospeso, svuotato dal tempo che ci appartiene. Sono alla ricerca di un mondo innocente. Un mondo pieno di spazio. Abitato da un tempo infinito, che dalla soglia del nostro presente ci riconnetta al candore arcaico dei lontani primordi, e dalle profondità del passato, ci rifletta possibili scenari futuri. E in questo universo quasi eliotiano riesco a trovare un tempo assoluto, dove l’uomo non compare. Non è ancora pronto a ricevere questo dono immenso. Al suo posto introduco le cose, i suoi oggetti, i simbolici custodi di queste terre immortali. Dialogano con il paesaggio in un silenzio proteiforme. Ci suggeriscono forse un nuovo tipo di contatto, più ampio e più profondo, con la natura e con la vita.

Come nasce una sua opera? Da un’ispirazione? Osservando la realtà? Da un desiderio nascosto?
Nasce sempre da una visione che affiora dal mio immaginario. La fermo sulla carta con un piccolo disegno e poi la traduco in pittura.

Trova che l’arte di oggi abbia dimenticato l’aspetto metafisico, anagogico?
In generale probabilmente sì ma, soprattutto in ambito pittorico, ci sono molti artisti che si esprimono evocando un altrove filtrato dalla loro personale visione.

Quale domanda dovrebbe porsi l’arte? Dato che per molto tempo si è pensato che fosse bellezza, e che fosse semplice…
Penso che in questo preciso momento l’arte abbia più che mai il compito di stimolare una riflessione più profonda sul destino dell’uomo, suggerendo una dimensione più alta.

La sua arte intende penetrare l’animo umano per farlo emergere dall’ombra. Secondo lei l’essere umano è corrotto fin dalla nascita o è tendenzialmente buono?
Secondo me l’uomo ha incentrato, oltre misura, la sua esistenza sul possesso materiale. Da qui nasce gran parte della sua corruzione.

L’artista è quasi sempre in dialogo con sé stesso e con le domande assolute che valgono in ogni tempo? Lei si sente in questa condizione?
Penso di sì, per me è così. La mia ricerca mi porta a riflettere sull’esistenza, sul valore del tempo in relazione allo spazio e sul rapporto tra uomo e natura.

 

Quale tecnica predilige?
La pittura a olio.

La sua arte vuole dare qualche risposta o cerca di confondere e allo stesso tempo affascinare avvalendosi del mistero?
Con la pittura potrei riuscire a stimolare interrogativi sul mondo in cui viviamo, suggerire magari nuove connessioni, ma dare delle risposte sarebbe un po’ difficile. Vorrei rivelare un mondo possibile oltre la nostra realtà visibile, aprire un piccolo varco.

Quale esibizione le ha dato maggiore soddisfazione?
Anche se non è ancora avvenuta, so che sicuramente sarà Le cose di Vincent a cura di Marco Goldin.

Ci parli del suo ultimo progetto Van Gogh. I colori della vita e soprattutto della sua personale nell’ambito di questa collettiva. Si sente in qualche modo vicina al grande artista olandese?
Si tratta appunto della mostra Van Gogh. I colori della vita, curata da Marco Goldin. Presentata a gennaio di questo anno al Kröller Müller Museum di Otterlo in Olanda e inaugurata in ottobre, al Centro Altinate San Gaetano di Padova. Insieme a questa grande esposizione dedicata a Vincent Van Gogh (sono presenti in mostra novanta sue opere tra dipinti e disegni) Goldin ha ideato undici personali per undici pittori contemporanei, che saranno allestite nella stessa sede della monografica riservata al grande artista olandese. Io faccio parte degli undici artisti invitati. A ognuno di noi è stato chiesto di interpretare una tematica tratta dal mondo pittorico di Van Gogh. A me Marco Goldin ha assegnato gli oggetti, intitolando la mia personale: Le cose di Vincent. Ho così scelto e studiato gli oggetti che potessero avvicinarsi di più al mio mondo, cercando di interpretarli attraverso la mia visione. È stato un lavoro intenso ed estremamente stimolante. Di Van Gogh mi piace molto l’aspetto visionario della sua pittura, l’originalità e l’unicità del suo linguaggio espressivo. Amo il suo periodo olandese, la sua tavolozza dai colori bruni e muscosi. Da essa emergono gli echi della pittura del Seicento per la quale io ho una grande predilezione, da Caravaggio a Georges de La Tour a Rembrandt, Zurbaran. Le loro ombre, le loro luci collegano l’emotività alla percezione.

Ancora a proposito di Van Gogh: in una lettera al fratello Theo del 1882, Vincent dice: “Artista significa cercare sempre senza mai riuscire a trovare del tutto”… È d’accordo?
Assolutamente sì. È un cammino che si snoda e prende forma per stratificazioni. Procede e si evolve con lentezza, a volte a fatica a volte con slanci improvvisi. E quando pensi di aver trovato ciò che stavi cercando, un altro pensiero ti assillerà di nuovo…

Il suo più grande sogno?
Esporre, esporre e viaggiare molto per esporre.

 

Laura Villani. La cacciatrice metafisica

Chun Kwang Young. Aggregazioni di Vita

Un ricordo d’infanzia può diventare una parte importante di un’opera d’arte? A quanto pare per l’artista sudcoreano classe 1944 che vive e lavora a Seul, Chun Kwang Young, tra i più interessanti e quotati del momento, la risposta è più che affermativa. Nel suo caso il ricordo d’infanzia è rappresentato da carta Mulberry che, tinta col tè o con altri pigmenti naturali, gli consente di unire pittura e scultura in superfici animate da miriadi di pacchettini di questa carta di gelso coreana. Quello che a prima vista si percepisce guardando un’opera di Kwang Chun sono grandi e complesse sculture generate dalla tessitura di migliaia di minuscoli pacchetti triangolari colorati che ricordano le immagini della superficie lunare, come se l’arte di Kwang Chun fosse un qualcosa che ancora pochissimi hanno scoperto, capito e apprezzato.

L’universo dell’artista sudcoreano mette in scena opposti (ricchi e poveri, oriente e occidente, tradizione e modernità) che lottano per il predominio fino a ricomporsi in un’armonia cosmica che diviene anche storica e sociale. L’assemblaggio espressionista di Chun Kwang Young, che si ispira ad artisti come Pollock, Beuys, Rothko e altri, è intriso di riferimenti alla cultura sudcoreana e alla filosofia del Confucianesimo, la quale prevede la sacralizzazione del secolare, aspetto che emerge dalle opere di Kwang Young che si fanno mondo per raffigurare organicamente le relazioni intra-umane, espressioni del trascendente e di conseguenza della natura morale dell’uomo.

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Grazie all’abilità di Chun di integrare i materiali tradizionali e soprattutto il confucianesimo nel contesto contemporaneo internazionale, questo artista che vede armonia anche in questo mondo così frenetico, è presente con le sue opere-evento in numerose collezioni pubbliche, tra cui The Rockefeller Foundation e le Nazioni Unite (New York), il Woodrow Wilson International Center for Scholars (Washington, D.C.), il Philadelphia Society Building (Pennsylvania), il Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Seoul) e il Museo d’Arte di Seoul, la National Gallery of Australia, (Canberra), il Victoria and Albert Museum e il British Museum di Londra e il Museo Nazionale delle Belle Arti di Malta, in collezioni di prestigiose università americane come la Yale University Art Gallery e la Columbia University of Law.

Come e quando hai iniziato a interessarti all’arte?
Chun Kwang Young: Mentre studiavo negli Stati Uniti tra i 20 e i 30 anni nel 1970-82 e mi sono integrato in quella società, ho sentito un senso di differenza in quasi tutto, inclusa la mia cultura, le mie esperienze e il valore della vita. Quindi, piuttosto che fare un nuovo lavoro creativo, ho capito che se non parlavo di qualcosa di mio, non avrebbe avuto senso e volli tornare in Corea e condividere i miei pensieri. Penso che la mia sia un’arte vera e non importa se tutti lo capiscano, io comprendo il valore della mia esistenza quando mi dicono che faccio qualcosa di “unico”.

Come definirebbe artisticamente il momento storico che stiamo vivendo?
K. Y.: Un’epoca piena di caos. Prima di discutere di arte in questo modo, abbiamo la sensazione di essere fuori dalla categoria in cui dobbiamo preoccuparci. L’arte dovrebbe sedurci, essere stimolante, irritante e persino infantile.

Quali artisti hanno influenzato di più la sua produzione creativa?
K. Y.: Joseph Beuys, Jackson Pollock, Gerhard Richter, Nam June Paik, Mark Rothko.

Com’è lo stato di salute dell’arte sudcoreana?
K. Y.: Anche se eravamo un paese piccolo e povero circa 100 anni fa, c’erano opere d’arte che sono oggi ammirate nei musei d’arte di tutto il mondo per la loro straordinaria cultura, permeata di pensieri confuciani e spirito accademico. Durante il periodo coloniale e la grande guerra, i valori di questa cultura sono stati distrutti e di conseguenza la cultura e le arti sono state a lungo trascurate, mentre l’economia si è sviluppata notevolmente. Ci sarebbe piaciuto avere il mecenatismo dei Medici. Tuttavia, sono grato e orgoglioso che una manciata di artisti che stimo stia ancora ricevendo attenzione in tutto il mondo, e credo che il futuro sarà luminoso.

Cosa ne pensa dell’arte europea e in particolare dell’arte italiana?
K. Y.: Ci sono stati numerosi artisti meravigliosi soprattutto grazie allo sviluppo del Cristianesimo e alle commissioni religiose, e come prova di questo, ci sono molte tracce d’arte che il mondo oggi invidia; adesso che la forma e il metodo sono cambiati, io vorrei proseguire un nuovo valore della bellezza all’avanguardia.

Cosa disprezza o la infastidisce di più dell’arte contemporanea?
K. Y.: “Ascesa e caduta”. Ogni volta che c’è un momento di prosperità, come un periodo di declino, ognuno si vanta dell’arte del passato. Il passato è passato e ora viviamo in un mondo caotico e in un’epoca di declino. La dignità del valore originario dell’arte scompare, dovrebbe essere sensazionale e stimolante far vedere le nostre condotte malsane, il nostro brutto sulla scena dell’arte, giustificandolo schermando il tempo del cambiamento come se fosse la cosa giusta, e renderlo un argomento di discussione. Come artista, mi sento scettico riguardo la mia vita selettiva.

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Il mondo è per lei una sorta di collisione di informazioni che crea confusione e instabilità?
K. Y.: Lavoro nella speranza di poter trasmettere i miei pensieri che rimarranno in conflitto anche nel futuro, in quanto posso andare per la mia strada senza essere spazzato via dalla situazione attuale anche se le mie azioni non dovessero ricevere attenzione.

Sente un senso di pace quando rappresenta il ​​caos sulle sue tele o forse il caos non esiste?
K. Y.: Cerco di non lasciare tracce di confusione nel mio lavoro. Pertanto, sono sempre felice quando lavoro per la mia arte. Pertanto, mi sento libero e in pace mentre lavoro, e sono grato e felice che Dio mi abbia sempre dato un mondo di espressioni uniche nelle mie opere.

Perché ha scelto l’espressionismo astratto per i suoi lavori?
K. Y.: Sono nato nel mondo, e non sento il bisogno di metterlo su tela in un oggetto che avrebbe le stesse qualità di tutti oggetti naturali del mondo. Chiunque può godersi la natura aprendo la finestra, così lascio tracce dei miei pensieri nelle mie forme. Proprio come uno chef cucina meravigliosamente piante naturali colte dal campo e le mette sul tavolo, io registro il mio mondo raffinando tutti i pensieri che avevo sperimentato e pensato a modo mio.

Per essere un grande artista, pensa che si debba sempre indagare oltre i confini del conosciuto?
K. Y.: Non credo che sia così. Sono interessato a com’è il mondo di un bambino perché in me vedo le tracce delle sensibilità di un bambino di 6 o 7 anni. L’artista deve avere un modo chiaro di spiegare il proprio mondo agli altri ed essere fedele alle proprie visioni.

La mostra più bella che ricorda?
K. Y.: Le mie mostre del cuore sono: una personale all’Aldrich Contemporary Art Museum (Connecticut, USA) quella al Brooklyn Museum (New York, USA) e, naturalmente, ci sono state molte altre belle mostre che mi hanno toccato il cuore, tra cui Joseph Beuys, Jean Michel Basquiat e Mark Rothko, Egon Schiele, Vincent Van Gogh. Penso che gli artisti che ho menzionato abbiano trasmesso la loro arte in modo unico.

Prossimi impegni?
K. Y.: Sono ancora in buona forma, quindi continuerò sempre a lavorare su nuove opere con gioia e felicità come ho sempre fatto.

Matteo Lucca. L’opera d’arte come rivelazione

Pane, nutrimento, accoglienza, Terra, Uomo, sono queste le parole chiave della ricerca artistica di Matteo Lucca, nato a Forlì nel 1980 e laureato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca, che mira a stabilire un dialogo tra Uomo e Terra, si esprime attraverso diversi materiali, ma negli ultimi anni l’artista si è concentrato sull’uso del pane, realizzando sculture e installazioni per diversi contesti tra i quali: 2016 l’installazione “uomini di pane” nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi; 2017 presso Isorropia Home Gallery, Milano e Magazzeno Art Gallery di Ravenna; 2018 un ciclo di mostre presso i musei diocesani.

L’arte di Matteo Lucca è sacrale e rituale, e in tal senso l’opera finita va letta come una parte della Terra che abitiamo e di cui ci nutriamo: noi siamo pane, nutrimento per gli altri ma anche esseri umani piccolissimi di fronte alla maestosità e potenza della Natura, la cui voce si perde tra le nostre frenesie, ossessioni ed egoismi. Lucca si pone con delicatezza nei confronti della Terra e della sua opera da realizzare, perché sa di trovarsi a casa sua e sa che nella Natura c’è tutta la poesia di cui ha bisogno per sentirsi ispirato.

Le sculture di pane, ceramica, creta e terracotta ci ricordano che la Terra può essere anche un luogo da abbandonare e in cui perdersi, un vaso non perfettamente plasmato per noi umani che ci sentiamo padroni del mondo. Per Matteo Lucca invece la Terra è una casa accogliente da preservare senza lasciarsi troppo trascinare dagli slogan ecologisti e ambientalisti. La sua è un’arte primitiva e ancestrale che trasmette calore, da toccare con mano per riscoprire quanto il pane, anche se mangiato tutti i giorni, non stanca mai perché è sempre nuovo e ci riporta indietro nel tempo, all’origine di ogni cosa, ai primi due chicchi di grano che si sono abbracciati per formare il primo pane, il nostro cibo, la nostra rivelazione di fronte alla quale possiamo scoprirci fragili e impreparati; la cifra dell’essere umano.

Matteo Lucca

Lei realizza corpi umani con il pane. Come è nata quest’idea? Pensa che luomo sia così fragile o è solo una trovata artistica?
Il mio lavoro sul pane nasce come un naturale processo di ricerca che sento profondamente legato al mio vissuto personale. La necessità è stata quella rispondere alla domanda: come posso essere nutrimento per l’altro? Questo mi ha portato alla terra, al pane e all’uomo. Per diversi aspetti mi ha condotto verso un’origine simbolica e archetipica legata ai materiali, ai significati, e verso riflessioni sull’essere umano e sul corpo. Dal punto di vista pratico ho realizzato un mio calco in terracotta, ho costruito un forno a legna e lì dentro ho iniziato a cucinare le mie figure di pane. Inizialmente volevo fossero cotte bene perché dovevano essere opere da mangiare (e così è stato) ma non è sempre facile riuscire in questo intento in quanto il mio forno, fatto di bidoni, mattoni e lamiere, insieme al fuoco ingestibile, ha reso le cose difficili. Così, fin dalle prime volte ne sono uscite alcune figure troppo cotte. L’incidente si è fatto rivelatore di qualcosa che ha ampliato le prospettive e le riflessioni fin dall’inizio. Il mio approccio in questo lavoro è quello di essere una guida che interviene il minimo indispensabile: la mia funzione è quella di creare le condizioni affinché si inneschi un processo creativo e pormi piuttosto come accompagnatore di quell’evoluzione che è tendenzialmente autonoma. Il pane dentro allo stampo lievita e si cuoce, dove incontra la forma del corpo la calca, dove trova spazio fuoriesce e cresce liberamente seguendo un suo naturale processo di lievitazione. Il fuoco è l’elemento principale che dà vita a tutto questo. Il mio incontro con l’opera corrisponde alla rivelazione di qualcosa di sempre nuovo e sconosciuto, ma che mi è anche familiare e mi pone domande. A volte quell’incontro è profumato, mi porta in casa ed è denso di vita; altre volte mi porta a dover incontrare e accogliere il qualcosa che mi turba. Penso che questo turbamento abbia a che fare con la fragilità. Sì, penso che l’uomo sia fragile ed è una ricchezza immensa. È quando la fragilità si manifesta che la bellezza si svela o trova la via per esprimersi. È in relazione alla fragilità e al senso di finitezza delle cose che cerchiamo di evolvere. Negare la fragilità significherebbe perdere una parte di noi che ci rende capaci di emozionarci e amare. Significherebbe negare una verità che ci rende autentici e umani.  Quella fragilità vive nelle mie opere perché parlano di vita. Sta nelle crepe, nelle bruciature e nelle parti chiare, sta nelle parti mancanti e prese a morsi o consumate, nelle parti commestibili e non commestibili. Ritengo di avere grande rispetto per l’arte e l’essere umano, e di aver sempre mosso la mia ricerca artistica per soddisfare qualcosa di profondo. La trovata artistica la lascio ad altri con altri bisogni e con un altro senso etico.

Preferisce lavorare il pane o la ceramica?
Attualmente non so fare una scelta tra i due, li sento entrambi necessari, sia per gli aspetti simbolici sia per il diverso rapporto che stabiliscono con il corpo.  Nel pane il corpo è rappresentato ed è veicolo di contenuti. Nel lavoro con il pane, la terracotta è a servizio dell’opera, ma centrale nel processo. Diversamente quando utilizzo l’argilla come media principale, allora la rappresentazione del corpo scompare e diventa centrale l’azione e la relazione diretta del mio corpo sull’argilla. Sento che entrambi i materiali hanno un forte legame tra loro e con me, ma il pane non potrebbe esserci senza la terra.

Bread woman 2017

In un certo senso lei cuoce lessere umano nei forni. Cosa non le piace dellUomo?
È tutt’altro che così. Se si perde di vista il simbolo perdiamo il senso di ciò che realmente accade e si rischia di interpretare male. Nel forno non si cuoce l’essere umano ma vi prende vita. Il forno è simbolicamente inteso come ventre materno dentro il quale si genera la vita. Tutto il processo di panificazione è legato al tema della maternità e del femminile, tanto che anticamente in certe società solo le donne potevano fare il pane perché solo loro hanno confidenza col dare la vita e con l’atto di nutrire. Nonostante le mie opere risultino spesso scomode o inquietanti, tutto il mio lavoro parte dalla vita ed è inevitabile che, ricercando una verità, si presenti nel lavoro che faccio anche la morte perché entrambe parte della stessa cosa.

Qual è il valore sociale della sua arte?
Il valore sta nel tentativo di essere il più onesto e autentico possibile in ciò che faccio, l’arte non è che lo specchio di questo. Cercare di essere veri con sé stessi e di conseguenza con la propria arte è già un valore importante che si consegna alla società.

Cosa significa per lei offrire il proprio corpo come nutrimento per gli altri, quando per molti il corpo è solo un accessorio da portare in giro, da spettacolarizzare, da mercificare?
Per me è una direzione non facile, ma che guida le mie scelte. Essere nutrimento significa esserci per l’altro. Ciò mi mette spesso in contrasto tra il mio tentativo di voler riuscire nell’intento e il non riuscire perché in conflitto con i miei limiti e demoni. La differenza la fa il: “nonostante tutto esserci”.  Una riflessione che a volte ho fatto sul mio lavoro è stata proprio questa: le mie sculture, nonostante le loro parti non commestibili, le loro spaccature e spesso il loro aspetto poco invitante, sono fatte di pane e la loro condizione di esistenza è quella di essere cibo. Esserci, nonostante tutto come nutrimento. Questo aspetto mi fa pensare molto alle relazioni e a come costantemente ci inducono a fare i conti con noi stessi.  Quando il corpo diventa accessorio, spettacolarizzazione e merce perdono il valore di quell’esserci e di vivere quell’incontro. Forse anche questo è una risposta alla fragilità. A volte però è una scelta inevitabile o qualcosa di imposto, allora si apre un altro capitolo di riflessione.

Come ha vissuto e sta vivendo lemergenza Covid-19? Come pensa debba riorganizzarsi anche il sistema arte?
Come per tutti non è stato semplice vivere quel periodo. Non rientro nella categoria degli artisti che hanno avuto bisogno di produrre. Piuttosto è stato per me un momento per fare spazio e raccogliere. Ritengo che da questo punto di vista sia stato utile per me riuscire a fare questo, ci sono stati anche momenti belli e ricchi di intuizioni.  Riguardo il sistema dell’arte non saprei come si dovrebbe riorganizzare. In questo momento si vive il tentativo di rimanere aggrappati “al come è sempre stato” e al timore di muovere passi verso qualcosa di nuovo che rappresenta l’incognita e la paura di fallire. Sicuramente si dovranno riconsiderare i valori di base su cui si poggia la cultura e muoversi in funzione di quelli. Chi avrà il coraggio di fare scelte di senso e contenuti sarà ripagato in futuro, almeno, è ciò che auguro.

Mani, scultura in pane

Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni?
Premesso che ogni mostra è per me una grande soddisfazione, forse la prima in classifica è quella che ha segnato l’inizio della mia stagione del pane. È stata nel 2016 nel cuore delle Foreste Casentinesi in un altopiano del parco chiamato San Paolo in Alpe. In quell’area avevo collocato 12 opere immerse nella natura. L’unico modo per arrivare era percorrere per mezz’ora un sentiero in mezzo al bosco per poi trovarsi in quello scenario nel quale si trovano ruderi di vecchie abitazioni contadine e di una chiesa. Era molto forte la relazione tra le mie figure, i ruderi ed il paesaggio. Senza parlare dell’odore del pane di quando si stava sotto vento. A quel primo evento ne sono seguiti altri, fra cui la prima mostra fatta con Isorropia Homegallery che ha rappresentato un altro momento decisivo della mia crescita.

Progetti in cantiere?
Per ora due mostre in Cina, per le quali spedirò a breve le opere, e un progetto teatrale nel quale sarà in scena un mio lavoro.

Si sente per certi versi un artista ambientalista?
Mi piacerebbe, ed esserlo di più. Diciamo che rappresenta un obiettivo e che ancora non mi sento di definirmi tale. Ma se osservo alcuni aspetti del mio lavoro nei materiali e nei contenuti allora posso essere tra gli ambientalisti. Non in una maniera diretta come potrebbe fare un attivista, ma in un modo in cui la riflessione che faccio sull’uomo va in una direzione naturale in cerca di un’autenticità della vita.

Un giorno nella vita di Frida Kahlo

L’allestimento proposto alla Fabbrica del Vapore, a Milano, è un compendio tridimensionale sulle varietà artistiche che compongono la carriera della pittrice messicana. Il titolo della mostra “Il caos dentro” dispiega la sua lungimiranza nel voler mostrare, concentrarsi a voler mostrare, la poliedricità del quotidiano d’artista che ha fatto emergere le tele che il mondo ha imparato a conoscere.

Il viaggio diventa quasi da indagine, anche da indagine, analisi, psicoanalitica, dal momento che si propone di fatto al visitatore ogni tassello personale che ha contribuito a forgiare le abilità figurative di Frida Kahlo.
Si sbuca, ovverosia, improvvisamente sui sentieri della semiologia dell’arte, della fenomenologia, quasi, allungandoci verso tutte le aule, o gli spazi ricavati per la mostra.

Il percorso interdipliscinare, personalmente, perchè è di questo che si tratta, onestamente, ha il suo picco narrativo al secondo piano, nella stanza dei vestiti lunghi. E qui si va per sentieri etnografici, se è vero come è vero, che i dodici capi di abbigliamento proposti vogliono mettere in luce le radici fortemente popolari e tradizionali che emergono con forza dai lavori di Frida.

Dalle connotazioni etnografiche si passa al personale, al dettaglio del dolore della malattia eterna inflittale da un pessimo incidente. Un passo prima dei vestiti, allora, si fanno vedere i busti ortopedici in gesso che sono il simbolo del sostegno e della cura a lei necessaria nonostante Frida stessa era solita affermare di “non essere malata, ma di essere rotta”.

Più che una mostra questa è stata un’esperienza, un viaggio profondo nella vita di chi ha dovuto sempre lottare per la propria minima sopravvivenza. E l’esposizione propone gli strumenti, i mezzi grazie ai quali Frida Kahlo è riuscita ad imporsi all’attenzione dell’arte a livello mondiale.

 

L’art star Romero Britto: la visione delle cose tra serialità e ottimismo

Ottimismo, sinergia, vivacità, amore, cromatismo vibrante, serialità: è questa la cifra contenutistica e stilistica del celebre artista pop brasiliano che vive a Miami, Romero Britto, il quale avvalendosi di un messaggio e di un linguaggio di speranza universale, propone un’arte di disarmante ingenuità, che ci fa riscoprire bambini.

Romero Britto ha iniziato come autodidatta il suo percorso artistico affiancandosi agli street artist e prendendo spunto dalle loro forme e dalle loro tecniche. In questa prima fase le opere di Romero Britto sono realizzate su materiali di recupero come ritagli di giornali e pezzi di cartone. Ma solo durante un viaggio a Parigi l’incontro con le opere di maestri quali Matisse e Picasso gli permette di personalizzare la sua tecnica arrivando a precisare il suo stile inconfondibile.
Le opere di Britto sono state esposte in gallerie e musei di oltre 100 paesi, tra cui la mostra in occasione del Salon de la Société Nationale des Beaux Arts al Carrousel du Louvre nel 2008 e nel 2010. Nel 2013 Romero Britto è stato il primo artista vivente ad esporre al Museo Soumaya a Città del Messico. Ha realizzato numerose installazioni di arte pubblica tra le quali spicca la scultura per l’Hyde Park di Londra, la più grande nella storia del parco; è stato artista ufficiale per i Mondiali di calcio del 2010 e ambasciatore della Coppa del Mondo FIFA 2014 in Brasile.

Simile a Roy Linchtenstein e a Keith Haring che contornano le figure con un tratto spesso e nero, l’arte di Romero Britto tende alla semplificazione che si rifà al cubismo e alla street art, e al riduzionismo e alla ripetizione delle figure. Ma cosa ha decretato lo straordinario successo dell’arte di Britto? L’immediata riconoscibilità e identificazione da parte di chi osserva le sue opere, di grande impatto visivo e ovviamente un’importante standardizzazione e marketing, supportati dalla presenza di un discorso forte, uno slogan che arriva a tutti. Quella di Britto è un’arte aperta ma allo stesso tempo responsabile.

Sorrisi, cuccioli, facce gioiose, popolano i lavori di Britto la cui monotonia è diventata stile, stile di mercato, marchio di fabbrica e sinonimo di successo. Britto è un poeta del colore, non un narratore di storia, a lui interessa emozionare e rallegrare qui e ora il visitatore di una sua mostra o un acquirente di una sua opera. Senza dubbio Romero Britto è un abile imprenditore di sé stesso ma di lui colpisce la tendenza a distaccarsi da certi approcci nichilisti e osceni propri dell’arte contemporanea che tenta di rappresentare l’invisibile. Britto ci mostra un pezzo di mondo che spesso snobbiamo o ridicolizziamo; ci dice che l’arte non è solo quella cosa che scoperchia i pezzi di mondo inosservati intorno a noi, ma illumina anche l’oscurità che è dentro di noi, mostrando una cosa nota come se fosse la prima volta, come può essere un cuore. Il fine dell’arte non è forse anche quello di darci una sensazione della cosa, sensazione che deve essere visione, e non solo riconoscimento? Romero Britto ci cambia le lenti degli occhiali per farci scoprire quello che vediamo quotidianamente.

Come spiega il suo straordinario successo?
Penso che il successo sia ciò che facciamo, perché ciò che mi piace e ciò che mi fa svegliare la mattina è andare nel mio studio a creare immagini. È qualcosa che ho in comune con il resto del mondo. Tutti vogliamo stare bene. Tutti voi volete essere rispettati. Vogliamo sentirci come se tutti fossimo degni di vivere e che siamo qui per qualcosa. Quindi penso che quando vengo alla mia arte, vengo nel mio studio per fare queste cose. E ho inserito tutto questo nel mio lavoro. Le persone lo vedono e reagiscono di conseguenza. Ecco perché il mio successo è dovuto al fatto che la gente sente che la mia è arte.

Cosa pensa e spera che le persone abbiano capito di più sulla sua arte?
Penso che la maggior parte delle persone abbia capito è che non importa da dove vieni, quale religione, che background culturale hai, importa il desiderio dii essere amato e amare, e l’espressione di tale desiderio. Vorrei che anche chi non considera l’amore, la comprensione e la compassione come priorità nella loro vita, possa comprendere che l’amore è tutto quello di cui mi occupo.

La pop art può anche essere “introspettiva”?
Penso che siamo in grado di essere cose diverse, diversi momenti della giornata. A volte possiamo essere molto estroversi, molto introspettivi. A volte possiamo essere più o meno chiari. La realtà spesso è confusa e caotica. Sembra non esserci niente di stabile. Siamo fragili e vulnerabili.

Si ricorda il suo primo lavoro artistico?
Ricordo molte opere, ma non esattamente il primo pezzo d’arte. Ricordo il primo pezzo d’arte che ho visto. La prima opera d’arte che ho creato da bambino è stato molto tempo fa.

Cosa ne pensa della pubblicità seriale? Non crede che il branding di un’opera d’arte sia in un certo senso “umiliante” per l’unicità dell’opera stessa?
Penso che dovremo sicuramente adattarci ai cambiamenti e che sia necessario prestare più attenzione all’arte. E credo che un’opera d’arte dovrebbe essere in prima pagina nei giornali come le notizie principali o apparire in TV in prima serata, ma, sfortunatamente, questo non succede. Quindi dico sicuramente: non vederla come una cosa negativa!

Andy Warhol ha affermato che la pop art è un modo di amare le cose. È d’accordo?
Sì, è un punto di vista interessante e ha senso: le masse, le persone nelle strade, a casa e in gruppo, amano certe cose perché esprimono loro stesse. Le persone adorano la riciclabilità e serialità e vogliono che si riproduca e ripeta continuamente.

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Il momento più brillante e gratificante della sua carriera?
Ci sono ancora molti momenti nella mia carriera che adoro e che mi fanno divertire. Penso ad esempio alla mia enorme scultura ad Hyde Park, la più grande installazione artistica nella storia del parco. È stato davvero speciale avere la scultura pubblica lì, a Londra. E poi i taxi con la mia arte sopra. È stato un momento davvero esaltante per me. È come avere passato e futuro che confluiscono nello stesso posto. Quindi è stato davvero fantastico. Ci sono così tanti momenti. È davvero difficile da spiegare. Sono stato molto fortunato perché ho molti bellissimi ricordi a Londra.

La sua arte trasmette positività, allegria, ottimismo. È la sua natura, la sua volontà di trasmettere messaggi gioiosi? E come descriverebbe l’emergenza sanitaria globale che stiamo vivendo?
Sicuramente, sono un ottimista. Sfortunatamente, ci sono così tanti ostacoli lungo la strada che rendono la nostra vita impegnativa. Noi esseri umani siamo uniti dalle nostre differenze culturali e dell’educazione, aspetti che definiscono la nostra identità e che ci hanno portato a dove siamo oggi. Dobbiamo affrontare i cambiamenti e capire cosa sta succedendo, per poi prenderci cura di noi stessi e assicurarci che il nostro mondo di domani sia al sicuro.

Lei è brasiliano e lavori a Miami, esiste una diversa concezione dell’arte tra Brasile e Stati Uniti?
Penso che l’arte sia arte ovunque. Penso che alla fine della giornata, il pubblico sia presente nell’arte. C’è un universale e alcuni artisti possono solo spiegare qualcosa che solo un villaggio può capire o un determinato gruppo di persone. Quindi penso che questa sia la sfida. Impiegare un sacco di tempo per un pubblico che sta cercando di dire qualcosa che solo qualcuno in Brasile potrebbe capire o in Texas. Ma quando hai un’intenzione più universale, è molto più facile per te diffondere il tuo messaggio.

Cosa pensa dell’arte italiana? Quali artisti apprezza di più?
Ho in mente così tanti artisti italiani che amo, a partire dai grandi maestri del passato come Michelangelo. Intendo dire che ci sono così tanti artisti italiani che nel corso degli anni, hanno dato un contributo così grande per l’arte. l’Italia è ricca di cultura. La galleria Deodato sta vendendo il mio lavoro in Italia e ogni volta che qualcuno dall’Italia acquista una mia opera, mi sento molto orgoglioso e onorato perché è come se ci fosse un pezzetto della mia arte ogni giorno nella vita delle persone in Italia.

Quando sta per progettare e costruire un’opera, pensa immediatamente alla sua commerciabilità?
No, quando creo un’opera d’arte, sicuramente non sto pensando a cosa verrà subito dopo. Non posso saperlo, non sto calcolando nulla. Ma sono stato molto fortunato che la mia arte piaccia davvero alla gente.

L’opera più divertente che le è stata commissionata?
Il lavoro più divertente che mi è stato commissionato … Direi che è stato anche il più flop: quando pronunciai un’orazione con il vestito di Dolce Gabbana per una sfilata. È stato molto divertente.

A cosa sta lavorando adesso? Può anticipare qualcosa?
Sto lavorando a molti progetti. Così tanti, dal digitale, a progetti per la televisione fino ai cartoni animati, passando per la moda. Sono abituato a fare e succede così tanto nel mio studio ogni giorno.

Sergio Padovani, il senso del sacro come condizione intrinseca dell’uomo

Tommaso d’Aquino affermava che le immagini di arte sacra sono “figure di cose corporee” e che “il raggio della Divina Rivelazione non viene distrutto dalle figure sensibili con le quali viene velato”. Oggi molti artisti cercano di confrontarsi con l’arte sacra senza tenere presente gli elementi principali che le danno vita, producendo opere che non hanno l’elemento teologico spirituale, ma sono solo un’effimera se non irriverente e inconsapevole raffigurazione del sacro.

Non è certamente il caso di Sergio Padovani, artista modenese, il quale per diversi anni è stato musicista nella sperimentazione e nella ricerca. Autodidatta, nel 2011 è stato selezionato per la 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia, sezione regionale Torino e nel 2016 per la Biennale del Disegno di Rimini. Nel corso del suo percorso artistico ha vinto il Premio Arte, il Premio Arte Laguna, il Premio Wannabee e il Premio Yicca. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni in Italia e in Europa e in permanenza presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra di Imola, al MACS di Catania, alla Galleria Estense di Modena, al Museo Ruggi d’Aragona.

Osservando le opere di Padovani si ha la sensazione di essere davanti ai fotogrammi di Faust, film premiato al Festival di Venezia nel 2011 di Sokurov che riflette sull’errare umano. Difatti Padovani, autore del Polittico dei vulnerabilimiserabili, raffigura presenze ingombranti ed esibizioniste che si fanno spazio per affermarsi anche nel mercato dell’arte. Esse si muovono con difficoltà in una danza macabra (che magari ha per sottofondo La ballata degli impiccati di De André) che somiglia a un viaggio picaresco in cui siamo trascinati, coinvolti in un perpetuum mobile, in una sintesi visionaria di grande impatto, come si può notare nell’opera La casa che arde viva, da considerarsi una sorta di manifesto della nostra epoca dove l’esaltazione di formule vuote come “I tempi cambiano” regna sovrana, infatti non si sa cosa stia bruciando, cosa ci sia di prezioso in quella casa, che è il nostro mondo, la nostra società, ma tutti sentono puzza di bruciato.

L’umanità di Padovani è spesso surreale e bizzarra, un insieme di rovine da visitare, addentrandosi nei simboli, nella corposità dei colori. Padovani fonde tradizione e innovazione, temi iconografici tardo-medievali e realtà contemporanea, esplicando la trascendenza come sentimento umano, avvalendosi di materiali quali resina e bitume per mostrare come epoche lontane possano toccarsi.

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 Le sue opere per lo più richiamano alla mente l’arte medievale nel suo aspetto più oscuro e macabro. Cosa la affascina di più dell’arte medievale?
 Lo spirito contemporaneo e la sua funzionalità. L’arte medioevale è stata uno specchio reale dei principali avvenimenti religiosi e politico-sociali, per non parlare degli accadimenti storici, su tutti la Peste del 1346. L’Artista medioevale aveva la funzione quasi “artigianale” di creare opere funzionali non semplicemente da ammirare: dovevano essere comunicazioni e descrizioni del presente, intrise del sentimento generale, utili a comprendere il momento da ogni tipo di classe sociale. Quello che amo di più è quando questo tipo di arte si impossessa del fatto storico e quasi perentoriamente lo trascina in un sentiero ricco di visionarietà, superstizione, credenze, luoghi comuni, lo riconduce senza sconti al feroce, volubile, fantasioso e impietoso linguaggio del popolo. Mi sembra un “innesco” creativo e moderno, più che mai attuale anche nel 2020.

Che rapporto ha con la morte?
Un ottimo rapporto. Non lo dico scherzando. Subisco una sincera dicotomia: da un lato le mille domande che temiamo morbosamente tipiche della materia ignota (quando sarà, perché, come, cosa succederà dopo, ecc), dall’altro le mille domande illuminanti che stimolano la nostra vita, tipiche della medesima materia ignota (che potrebbero essere, ovviamente, le stesse) e che, nel mio caso, sono fonte di creazione incessante. Siamo esseri mortali e l’unico modo di trovare un trait d’union col nostro peregrinare credo sia impossessarsi del concetto della propria mortalità. Ha senso convivere con la morte proprio perché, chiamando in causa De André “la morte non muore mai”.

Quali artisti secondo lei hanno meglio rappresentato la morte?
Ne potrei nominare tantissimi, specialmente tra quelli facilmente ritrovabili nella mia pittura. Ma mi sento di citare alcuni, a cavallo dei tempi e degli stili, tra quelli meno visibili nel mio lavoro, ma la cui influenza, è ugualmente fondamentale: Jacopo Ligozzi, Hans Baldung Grien, Alfred Kubin, Herbert Boeckl, Paul Delvaux.

I personaggi delle sue opere rappresentano vere e proprie storie in cui si percepisce l’intervento divino. Cos’è per lei la trascendenza?
Molto prosaicamente potrei rispondere che è la percezione determinante e necessaria per cui un avvenimento o, appunto, una storia rappresentata, trovi la sua reale spiegazione. In fondo tutti noi pensiamo, anche inconsciamente, che qualcosa della nostra vita capiti sempre al di là della nostra volontà, che sia immanente o trascendente non importa: è un sentimento umano. Ecco, credo che la trascendenza per me sia un potente sentimento umano.

la casa che arde viva, olio, bitume, resina su tela, 110X70 cm, 2019

Come vede l’arte sacra oggi?
Ne vedo una collocazione più estetica che funzionale. E sicuramente molto meno logica rispetto al senso che aveva quella di Beato Angelico o Duccio di Buoninsegna, giusto per fare un esempio. Io stesso, ogni qual volta mi avvicino al sacro lo faccio in una condizione inevitabilmente soggiogata dall’illustre tema pittorico. Credo fermamente che sia il compito dell’artista contemporaneo fare i conti con le precedenti scuole di pensiero e le derivanti tematiche. Nel mio caso il senso del sacro nei dipinti è essenziale tramandarlo come condizione intrinseca dell’uomo all’interno del suo cammino. Anche come personaggio all’interno di un quadro. In moltissima, enorme pittura trovo la sacralità non manifesta, anche quindi dove non dovrebbe esserci: basti pensare ad opere come Il 3 maggio 1808 di Goya.

Chi sono i vulnerabili miserabili nel mondo dell’arte contemporanea?
Sono presenze ingombranti che si trascinano all’interno di mondi che fanno propri, divorandoli dall’interno. Da de André passo a Gaber e dico che “farsi largo galleggiando” diventa per loro condizione imprescindibile. Migliaia di foto in posa con l’opera, di cosiddetti “work in progress”, di opere riprodotte in serie non per cifra stilistica ma per cifra economica, di tele bianche che aspettano di essere dipinte ma che, in qualche modo, per il solo fatto di essere posizionate in uno studio, devono comunque risultare “interessanti” agli occhi delle comunità social, sembra essere la modalità prima per diffondere arte oramai dovunque; ma la trovo frutto di una concezione di divulgazione artistica estremamente vulnerabile rispetto a quella di chi ci ha preceduto, e, spesso, la vulnerabilità porta a trovare il peggio di noi, traducendosi in una miserrima ed inutile esibizione. Una cosa è divulgare il proprio lavoro, un’altra è divulgare sé stessi.

Visto il suo passato da musicista, crede di tradurre le note in colori e figure? Riesce a esprimersi meglio nell’ambito artistico?
No, non credo di farlo. Anche se il rapporto tra la mia musica e i miei quadri è assolutamente stabile, l’unico collegamento reale è l’approccio alla materia. Come in musica la sperimentazione era il corpus dell’insieme, anche sulla tela lo sperimentare senza previsioni o disegni preparatori diventa il senso definitivo. Quindi, in un certo senso, essere stato musicista ha contribuito a farmi capire meglio la mia direzione pittorica.

Le sue opere sono sfuggenti, corpose, deformate, mortifere. È l’allegoria occidentale del nostro modo di vedere il Cristianesimo come una religione a cui si dà sempre meno importanza e che in fondo non dà fastidio?
Forse, da qualche parte, c’è dentro anche quello. Non solamente. Le mie pitture le vedo come imbuti capienti dove tutto quello che mi contagia trova fluidità e amalgama. Preconizzare la mia pittura è più importante quasi del dipingerla, in questo senso la mia testimonianza da contemporaneo si aggrappa al circostante (di ogni tipo e forma) per trascinarlo in questi imbuti e poterlo ricucire una volta uscito.

L’esposizione che l’ha emozionata di più e le ha dato consapevolezza del suo talento?
Più che del mio talento ho la consapevolezza di fare quello che mi piace e come più mi piace farlo. Mi interessa solamente capire dove tutto questo mi condurrà, nel bene o nel male. L’esposizione che mi ha coinvolto maggiormente, a oggi, è stata la mia ultima personale “L’invasione” a cura di Camillo Langone, negli incredibili spazi di The Bank Contemporary Art Collection a Bassano del Grappa. Emozionante non solo per la felice conclusione di un intensissimo periodo pittorico che ha portato alle opere esposte, ma anche e soprattutto per essere stato l’artista che ha inaugurato un grande e prezioso spazio che, in pochissimo tempo, è divenuto di importanza vitale per l’arte in Italia.

Impegni futuri?
Tanti e molto impegnativi. Sperando, tenuto conto dei tempi, di realizzarli il prima possibile.

 

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