‘I Macchiaioli. Una rivoluzione en plein air’, dal 24 febbraio al 6 giugno 2021 presso il Forte di Bard, Valle d’Aosta

La stagione 2021 delle mostre d’arte al Forte di Bard si apre con un’importante esposizione dedicata ai Macchiaioli, movimento artistico attivo soprattutto in Toscana che ha rivoluzionato la storia della pittura italiana dell’Ottocento. Dal 16 febbraio al 6 giugno 2021, il polo culturale valdostano ospita la mostra I Macchiaioli. Una rivoluzione en plein air.

Curata da Simona Bartolena, prodotta e realizzata da ViDi – Visit Different in collaborazione con il Forte di Bard, la mostra presenta 80 opere di autori in grado di analizzare l’evoluzione di questo movimento, fondamentale per la nascita della pittura moderna italiana.

Nella seconda metà dell’Ottocento, Firenze era una delle capitali culturali più attive in Europa, punto di riferimento per molti intellettuali provenienti da tutta Italia. Al Caffè Michelangelo, si riuniva un gruppo di giovani artisti accomunati dallo spirito di ribellione verso il sistema accademico e dalla volontà di dipingere il senso del vero. Nacquero così i Macchiaioli, il cui nome, usato per la prima volta in senso dispregiativo dalla critica, venne successivamente adottato dal gruppo stesso in quanto incarnava alla perfezione la filosofia delle loro opere.

Giovanni Fattori, Lettera dal campo

«In un momento di grande difficoltà e smarrimento come quello che stiamo attraversando è indispensabile continuare ad investire nella cultura, prezioso motore di sviluppo per il territorio – evidenzia la Presidente del Forte di Bard, Ornella Badery -. Questo nuovo progetto si colloca bene nella filosofia espositiva del Forte di Bard che ogni anno propone appuntamenti di grande richiamo dedicati all’arte. L’auspicio, nonostante le tante incertezze che stiamo vivendo, è che anche questa mostra possa incontrare i favori del pubblico e della critica ed esser anche motivo ed occasione di crescita e arricchimento personale».

«Questa mostra offre molti spunti per rileggere la storia risorgimentale e quegli anni complessi – spiega il Direttore del Forte di Bard, Maria Cristina Ronc -. Anni rivoluzionari, costellati di nomi e personaggi da riscoprire e da rileggere nella prospettiva del tempo che è intercorso. Il Forte di Bard non è “solo” un luogo espositivo ma prima ancora è un edificio storico e come tale in questa occasione, più che in altre, amplia e dialoga con l’esposizione dei Macchiaioli e con le vite e le opere di questi pittori soldati. Ci piace ricordarne uno. Nino Costa, arruolato nel reggimento dei Cavalleggieri d’Aosta a Pinerolo che dopo varie peregrinazioni si sposta a Firenze e frequenta il Caffè Michelangelo. Lì conosce Giovanni Fattori, certamente il nome più noto tra i Macchiaioli, e che lo stesso Costa rammenterà come colui che “gli aprì la mente e lo incoraggiò”».

Il percorso espositivo all’interno delle Cannoniere del Forte di Bard, prende avvio dalle opere di Serafino de Tivoli, precursore della rivoluzione macchiaiola, che si confronteranno con un lavoro giovanile di Silvestro Lega, dallo stile ancora purista, per giungere alle espressioni più mature della Macchia con Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca, Raffaello Sernesi, Odoardo Borrani e Cristiano Banti, che si allontanano definitivamente dalla tradizionale pittura di paesaggio italiana ma anche dalla lezione della scuola francese di Barbizon, particolarmente incline a indugiare in tendenze formalmente raffinate e legate al romanticismo, per scegliere un approccio più asciutto e severo, cogliendo impressioni immediate dal vero.

Non mancano i dipinti a interesse storico, con i soldati di Giovanni Fattori, né tantomeno quelli firmati dai protagonisti del gruppo dopo gli anni sessanta, quando la ricerca macchiaiola perde l’asprezza delle prime prove e acquisisce uno stile più disteso, aperto alla più pacata tendenza naturalista che andava diffondendosi in Europa. La mostra si chiude con una riflessione sull’eredità della pittura di Macchia.

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21

Parma Capitale Italiana della Cultura non si è fermata e, in virtù della proroga del titolo anche per il 2021, ha lavorato sul suo palinsesto di iniziative – bruscamente interrotte a causa dell’emergenza sanitaria – rimodulato e arricchito di nuove riflessioni scaturite dal recente vissuto, che ha così profondamente mutato il nostro modo di vivere.

La cultura torna quindi a battere il tempo, riappropriandosi dei suoi spazi, consolidando il legame di Parma con il suo territorio e riprendendo a scandire, con rinnovato vigore, la vita della città. La rinascita non può prescindere dalla cultura: ne è testimonianza il ricco programma di eventi, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, concerti musicali, incontri con autori, performance di danza, laboratori per bambini, senza dimenticare i musei e le mostre ospitate nei luoghi culturali della città.

Ma la ripartenza di Parma avviene anche sotto il segno dell’innovazione digitale: la Capitale della Cultura si presenta infatti a cittadini e turisti tecnologicamente all’avanguardia, grazie al lancio di una nuova piattaforma, una app, una card e un nuovo sito di networking per il volontariato, strumenti per coniugare cultura, tradizione e sguardo al futuro, fulcro del suo progetto di candidatura, che forniranno a cittadini e visitatori un modo nuovo di scoprire la città, con tantissimi vantaggi e una tecnologia di ultima generazione alla portata di tutti.

«Trasformiamo il dramma della pandemia in un’opportunità: non solo non abbiamo perso il programma di Parma Capitale della Cultura, ma utilizzeremo i mesi del 2020 per ampliare il calendario di appuntamenti verso il clou del prossimo anno» dichiara Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna «Avevamo detto che non avremmo permesso al virus di cancellare questo riconoscimento e rinnovo il ringraziamento alle istituzioni, agli organizzatori, al Governo e al ministro Franceschini per aver prorogato al 2021 le iniziative di Parma Capitale. È una grande opportunità per la città e per tutto il territorio emiliano-romagnolo: utilizzeremo questo periodo per rendere questo evento ancora più speciale».

«Parma Capitale è tornata, ma a dire il vero non se n’è mai andata. L’emergenza vissuta ha cambiato parte dei nostri ritmi e delle nostre priorità, per questo avvertiamo oggi più che mai il bisogno di ripartire e di riprenderci quel che in questi mesi ci è stato improvvisamente tolto» commenta Federico Pizzarotti, Sindaco di Parma. «Per Parma Capitale non ci saranno cambiamenti progettuali, ma nuove idee e strumenti messi a disposizione dalla tecnologia. Ancora una volta, soprattutto oggi, siamo convinti che la cultura dovrà funzionare da collante nella società: ripartire dalla cultura per ripensare le città, l’Italia e il nostro mondo, in un momento difficile e in continua evoluzione».

«Parma Capitale Italiana della Cultura aveva costruito il suo discorso e ogni suo progetto a partire dal tema della rigenerazione del Tempo, chiedendosi come la cultura può trasformare il nostro vivere la memoria, il presente e le sfide che il futuro richiede» aggiunge Michele Guerra, Assessore alla Cultura del Comune di Parma «Mai come oggi, nel pieno della metamorfosi sociale, culturale ed economica che siamo stati costretti a fronteggiare, avvertiamo che è possibile ripartire da dove siamo stati interrotti. Nessuno stravolgimento di una linea progettuale che sa ancora parlarci con voce chiara e autorevole, ma nuovi strumenti che ci mettano in condizione di comprendere come debba essere la cultura, in tutte le sue forme, a favorire il riavvicinamento sociale e darci nuova consapevolezza rispetto ai tempi di vita che dobbiamo ricostruire».

Piattaforma e app

Due risorse privilegiate simbolo di una ripartenza che più che mai vuole focalizzarsi sulle potenzialità del digitale con un approccio human-centric, pensato per semplificare l’esperienza di ciascun visitatore e, contemporaneamente, amplificarne l’effetto di immersività di luoghi, opere ed eventi. Sia la piattaforma – della quale Parma 2020+21 si è dotata per meglio supportare i visitatori e gli utenti – sia la app – scaricabile gratuitamente da Play Store e Apple Store – permetteranno di conoscere ogni angolo e ogni sfaccettatura della città, di scoprire il territorio circostante con tutte le sue ricchezze, di pianificare un turismo enogastronomico di qualità.

Gli utenti potranno usare la app per visite virtuali e immersive a 360 gradi già da casa; pianificare una visita personalizzata che coinvolga luoghi di interesse, eventi e itinerari enogastronomici ad hoc; usufruire di audioguide e di un sistema di prenotazione del posto in coda; avere suggerimenti di eventi e luoghi in linea con i propri interessi.
Entrambi i sistemi possono offrire informazioni specifiche anche per programmare itinerari e visite per persone con disabilità.
Sono inoltre strumenti preziosi per garantire un’esperienza in assoluta sicurezza: consentono infatti di prenotare il posto in eventi gratuiti e di monitorare le code, evitando il sovraffollamento.

Parma Card

Uno strumento agile, disponibile sia tramite app che prossimamente in versione cartacea, che dal 1 settembre 2020 permetterà a cittadini e turisti di accedere con prezzi competitivi e molti benefici al sistema turistico-culturale del territorio e ai suoi trasporti. Tutte le strutture aderenti sono parte del programma “Parma Città Sicura”, che garantisce il rispetto delle prescrizioni igienico-sanitarie post-Covid. La card per i cittadini di Parma e provincia ha validità annuale, quella per i turisti è valida per 3 giorni (72 ore) e consente l’accesso al bike sharing e ai trasporti senza limitazioni per una persona. Acquistabile sulla piattaforma, tramite app o nei luoghi convenzionati, ha un costo di 20 euro se la si acquista nel 2020 e di 21 euro se la si acquista nel 2021. Per i cittadini di Parma e della provincia è disponibile la promozione Early Bird: fino al 30 agosto il costo è di 15 euro e la validità è fino al 31 dicembre 2021.

Il sistema digitale – piattaforma, app e card – è stato sviluppato da Fabbrica Digitale e realizzato grazie al sostegno di TIM, partner ufficiale platino di Parma Capitale.

Un nuovo sito di matching dedicato al volontariato

Altra novità disponibile online è il sito di networking per il volontariato della città (www.miimpegnoaparma.it), creato dal Comune di Parma in collaborazione con CSV Emilia – Forum Solidarietà e il coordinamento scientifico di Promo PA Fondazione, per promuovere l’impegno civico e la cittadinanza attiva.
Promuovendo l’incontro e l’integrazione dei rapporti tra il volontariato e la cultura, il sociale, lo sport, l’ambiente e, in generale, con la composita energia del territorio che si concentra attorno all’idea di Capitale, il portale intende essere una reale opportunità di aggregazione e crescita collettiva, ben oltre il 2020.

Il sito integra tutti i diversi settori in cui si può svolgere un’attività di volontariato: dalla cultura al sociale, dalla salute allo sport, dall’ambiente all’enogastronomia, per creare un sistema di ricerca e gestione del volontariato uniforme ed efficace. Sul portale sarà possibile non solo pubblicare e consultare offerte, ma anche trovare video formativi.

Un progetto che non è collaterale a quello della Capitale della Cultura, ma ne è parte integrante e complementare: la crescita di una cittadinanza attiva nella cultura è un obiettivo di Parma 2020+21, che intende la cultura stessa come elemento cardine per il raggiungimento della sostenibilità sociale. La collaborazione tra il mondo del volontariato e quello degli organizzatori di eventi è stata pensata per creare un prodotto che resti alla città e rappresenti un lascito concreto e permanente di Parma 2020+21.

HIGHLIGHTS PROGRAMMA ESTATE-AUTUNNO 2020

Parma riparte quest’estate con un ricco calendario di eventi, per entrare poi in autunno nel vivo del programma della Capitale Italiana della Cultura 2020+21. Tra riaperture di ciò che si era bloccato nei mesi scorsi e nuove produzioni originali, turisti e cittadini potranno trovare appuntamenti per tutti i gusti: grandi mostre e installazioni, la musica del Festival Verdi, le rassegne gastronomiche e quelle dedicate alla scienza, passeggiate nella natura e la grande letteratura.

ESTATE

Florilegium
Fino al 19.12.20 | Oratorio di San Tiburzio
È una cascata naturale composta dalla coabitazione di 200mila fiori la prima personale italiana dell’artista britannica Rebecca Luise Law, curata da OTTN Projects nell’ambito di Pharmacopea, progetto promosso dal Gruppo Chiesi e Davines.

I quadri di Pietro. Capolavori della Collezione Barilla d’Arte Moderna
Fino a fine 2021 | Pinacoteca Stuard
Ha riaperto il progetto espositivo a cura di Giancarlo Gonizzi, voluto e organizzato dal Comune di Parma e dalla Famiglia Barilla, che mette in mostra – un quadro al mese – alcune delle più interessanti opere della Collezione Barilla di Arte Moderna, non esposte al pubblico da più di 25 anni.

Fornasetti. Theatrum Mundi
Fino al 14.02.2021 | Complesso Monumentale della Pilotta
Una mostra, a cura di Barnaba Fornasetti, Valeria Manzi e Simone Verde, che fa dialogare le forme classiche del Complesso della Pilotta con il design contemporaneo di Piero Fornasetti. Una produzione di Complesso Monumentale della Pilotta, in collaborazione con Associazione Fornasetti Cult.

Festa della Musica
20-22.06.2020 | Sedi varie
Tre giorni all’insegna della musica e non solo, per celebrare la Festa della Musica del 21 giugno. Numerosi gli appuntamenti organizzati tra concerti e spettacoli.

Il tempo della Scienza. Citizen science per conoscere la natura delle aree protette
20.06.2020 – 18.10.2020 | Sedi varie
Una rassegna di Parchi del Ducato – in collaborazione con WWF, LIPU e APS “Io non ho paura del lupo” – per conoscere le diverse specie animali che popolano i parchi, le loro abitudini e il lavoro di monitoraggio e conservazione della biodiversità dei tecnici che ne permette la salvaguardia.

Sentiero d’arte – Langhirano Torrechiara 2020
20.06.2020 – fine 2021 | Da Langhirano a Torrechiara
Da un’idea di F.lli Galloni Spa nasce questa passeggiata di bellezza e contemplazione che collega i principali luoghi che caratterizzano l’area del Comune di Langhirano: un itinerario attraverso prati e colline, boschetti e vigneti, in un ambiente naturale rimasto immutato nei secoli. Il progetto è a cura di Ass. Sentiero d’arte Langhirano Torrechiara Odv, in collaborazione con Comune di Langhirano.

Tappa a Parma del Premio Strega
22.06.2020 | Arena estiva del cinema Astra, ore 21
L’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma, in collaborazione con la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, organizza una serata con i sei autori finalisti del Premio Strega 2020: Jonathan Bazzi, Gianrico Carofiglio, Gian Arturo Ferrari, Daniele Mencarelli, Valeria Parrella e Sandro Veronesi, intervistati dalla giornalista Alessandra Tedesco.

Il Bello e il Buono dell’Emilia, Itinerari narrativi alla scoperta del territorio, con stile”
dal 02.07.2020, ogni giovedì d’estate
Rassegna di appuntamenti digitali con un narratore d’eccezione, Davide Rampello, Direttore Artistico Fidenza Village, che ci porterà alla scoperta delle meraviglie e delle bellezze dell’Emilia; obiettivo del progetto è la narrazione identitaria del territorio e dei suoi valori.

Nicoletta Lembo: tra buio e luce

La pittrice italiana contemporanea Nicoletta Lembo nasce a Castagneto Carducci (Livorno). Il lavoro del padre (guardia di finanza) la porta a spostarsi in varie parti d’Italia. La Toscana è la regione in cui visse più a lungo, dove la madre lavorava sulle sculture in marmo. Nicoletta, ammirando il lavoro della madre, si innamora dell’arte e inizia fin da piccola a disegnare, colorare. L’amore per l’arte cresce insieme e si appassiona in particolare al mondo della pittura tanto da desiderare di imitare un giorno i grandi pittori.

Dopo aver conseguito il diploma di maturità tecnica, e svolto parte degli studi a Napoli, la Lembo si trasferisce in Puglia per un lungo periodo e inizia gli studi presso l’accademia delle belle arti di Lecce. Si laurea con il massimo dei voti presentando la tesi sul Boccione, al quale si ispira e influenza le sue prime opere.

La pittrice Nicoletta Lembo

Dopo essersi trasferita nella provincia di Salerno, paese dei nonni paterni, e dopo un percorso sullo studio delle luci e dei colori l’architettura, l’artista trova una propria dimensione artistica: figure e paesaggi astratti in cui si evidenziano con facilità le forme. Dunque, le sue opere dapprima sono una rappresentazione in astratto delle forme, successivamente diventano un’interpretazione semplice della realtà.
Nel corso della sua carriera ha organizzato e partecipato a molti eventi importanti che le hanno consentito di incontrare e di confrontarsi con altri artisti.

Le opere della pittrice italiana contemporanea richiamano i propri ricordi d’infanzia, l’amore per l’arte che rispecchia il lavoro della madre. Da ciò si deduce come l’artista vive profondamente tutto ciò che vive e che fa parte della sua vita, per poi far rivivere le emozioni nelle proprie opere attraverso angoli bui e zone di luce.

L’arte di Nicoletta lembo, dunque, è un ritratto dalla propria esistenza, nasce e si sviluppa dal suo mondo interiore che riporta nei suoi dipinti con pennellate veloci, forti e incisive.

Oggi dalle sue opere si nota che l’artista ama privilegiare le tonalità calde, tratti decisivi e accordi cromatici di elevato impatto. Tende alla perfezione assoluta che esprime intensamente ciò che sente e che cerca di conquistare completamente l’osservatore.

Il ‘Cristo deriso’ di Cimabue, pomo della discordia tra Usa e Francia

Un grande conflitto diplomatico e culturale si sta creando in questi giorni, andando ad infittirsi sempre più. Infatti, benché sia già stato venduto a privati, la Francia ha vietato l’esportazione di un dipinto appena scoperto: il Cristo Deriso di Cimabue e intende conservarlo nelle sue collezioni nazionali.

Il ministero ha annunciato il rifiuto a rilasciare il certificato «in seguito al parere della Commissione consultiva dei tesori nazionali», lasciando nella trepidazione l’intera comunità degli intenditori d’arte.

Tutto ha avuto inizio nella cucina di un’anziana signora di Compiègne, piccolo comune a nord di Parigi. Su una parete era appesa una tavola in legno di pioppo, dipinta a tempera d’uovo su fondo oro. La donna riteneva si trattasse di un’icona religiosa greca. In occasione di un trasloco l’ha fatta stimare ed ecco il verdetto: l’esperto d’arte antica Eric Tarquin ha garantito che l’opera è proprio di Cimabue, quel Cenni di Pepo fiorentino, vissuto tra il 1240 e il 1320, che fu maestro di Giotto.

Non si era sbagliata di molto quindi la vecchia proprietaria di Compiègne se si considera che il grande artista operò in una corrente pittorica ancora legata al classicismo bizantino, pur elaborando un suo personale linguaggio rispetto alle rappresentazioni sacre, con uno stile più realistico di cui il suo discepolo darà splendidi frutti.

Il Vasari lo cita come colui che nacque “per dar i primi lumi all’arte della pittura”. Prima di lui ne scrive Dante, collocandolo nella Divina Commedia assieme a Giotto. È Cimabue in persona questa volta ad essere coinvolto nella giostra impazzita del mondo della Cultura, fra aste da capogiro, ricchi collezionisti e Stati ingordi di opere d’arte.

La piccola tavola andata all’asta per “Atéon” il 27 ottobre scorso è stata aggiudicata per la vertiginosa somma di 24.180.000 euro, quattro volte la stima iniziale dunque, compresa tra i 4 e i 6 milioni di euro. Ma la Francia si oppone: il quadro di Cimabue è patrimonio nazionale e non può lasciare il Paese.

Il ministro della cultura Franck Riester non ha firmato il certificato di esportazione in attesa di vedere l’opera collocata al Louvre, insieme alla “Maestà” dello stesso maestro e in compagnia di molti altri dipinti Italiani.

Considerato uno dei grandi innovatori nella storia dell’arte, Cimabue è noto per aver eseguito solo una decina di opere su legno, nessuna firmata: il “Cristo Deriso” sarebbe un elemento di un polittico del 1280 con scene della Flagellazione di Cristo, opera piccola ma assai significativa, un prezioso tesoro per qualunque degna collezione.

Ma la domanda ad ora resta aperta: sarà un’opera pubblica o privata?
La battaglia vede in campo da una parte i nuovi proprietari, una coppia di collezionisti cileni residenti negli Stati Uniti, esperti di arte italiana Rinascimentale, dall’altra lo Stato francese che ha ottenuto per il “Cristo deriso” lo status di tesoro nazionale, ossia 30 mesi nei quali l’opera resterà in Francia e si potranno raccogliere i fondi per comprarla. Il codice del patrimonio stabilisce altrimenti la possibilità di una conciliazione.

Ma ad infoltire la trama di questo groviglio si aggiunge la dipartita dell’anziana ex proprietaria di Compiègne: gli eredi sono costretti a pagare un’imposta di successione dell’ammontare di 9 milioni di euro. Un gioco forza tutto questo dove la derisione sembra scivolare dalla pittura all’attualità, mentre misericordia ed umiltà restano ben salde sulla tavola dipinta.

Ora il quesito è: sul grande palcoscenico di domanda e offerta come si pone la Patria del maestro Cimabue?

Per il momento la Francia è la più agguerrita delle parti; e Franck Riester ministro francese della cultura afferma ottimista, in seguito all’ottenimento del blocco, che:

Grazie ai tempi concessi da questa misura, potranno essere effettuati tutti gli sforzi affinché quest’opera eccezionale possa arricchire le collezioni nazionali.

 

https://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/cimabue-cristo-deriso-francia-usa-italia/

‘Rifrazioni dell’Antico. Opere di Sergio Monari’, in mostra dal 5 ottobre a Villa Torlonia di Roma

L’esposizione Sergio Monari. Rifrazioni dell’Antico, a cura di Niccolò Lucarelli e promossa da Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale, sarà ospitata al Casino Nobile dal 5 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020.

Era dal 1993 che Roma non accoglieva una mostra sull’artista Sergio Monari; molto più ampia di quella ospitata a suo tempo al Teatro Argentina, in questa di Villa Torlonia l’artista sceglie di inserire le sue opere non in un luogo asettico ma in un edificio già ricco di storia, di simboli e di significati. Le diciotto sculture allestite nello spazio neoclassico del Casino Nobile sono ispirate a temi e personaggi della mitologia greco-romana, cercano il dialogo con le opere della collezione Torlonia, in un gioco di reciproco arricchimento e reinterpretazione.

L’allestimento si dispiega, opera dopo opera, su capitoli modellati in forma di umane sembianze, pulsioni, aspirazioni, dubbi e timori: la poesia, l’amore, la guerra, il destino, il tempo, la morte. Fisicità e concettualità s’incontrano e compongono una vivace agorà, specchio di una polis complessa e contraddittoria, assai lontana da quella vagheggiata da Platone, in cui l’avidità divora l’essere umano.

L’opera Migrante preda, cuore concettuale della mostra, simbolo della coraggiosa pioniera Medea che lascia la terra natia con la volontà di far incontrare la sapienza di due mondi lontani, suggella metaforicamente l’incontro della scultura di Monari con Villa Torlonia e la collezione di statue antiche, così come quello fra la sua Colchide e la nostra Corinto.

Accompagna la mostra un catalogo in forma di libro d’artista, edito da Montanari di Ravenna, con testi del curatore e della critica Raffaella Salato.

Sergio Monari (Bologna, 1950) ha avviato l’attività artistica nei primi anni ottanta riscuotendo ben presto consenso di critica e di pubblico sia in Italia che nel mondo.

La prima mostra estera di Monari risale al 1986, a Lubiana, e nel corso del tempo si sono aggiunte anche Parigi e New York. Nel 1984 e nel 2011 è invitato a esporre alla Biennale di Venezia, mentre nel 2015 una sua opera è stata scelta per la rassegna “Tesori d’Italia”, all’Expo di Milano.

Si sono occupati della sua opera importanti critici fra i quali Calvesi, Crispolti, Manzoni, Portoghesi e Tomassoni.
Dall’anno accademico 2006/2007 Monari è docente di Tecniche e materiali della scenografia e di Scultura al corso di Scenografia del Melodramma, nella sede cesenate dell’Accademia di Bologna.

Il segno di particolare, forte idealizzazione, cui Sergio Monari sottopone il proprio linguaggio scultoreo, presuppone una identificazione tra scultura e poesia il cui significato non è per niente comune agli usi molteplici che il dizionario odierno ha fatto o non ha fatto dell’ idea di scultura; e soprattutto, in evidente disaccordo con quanto per solito si ascrive alla desinenza Iaocontesca che liquida ogni residua immaginazione ausiliaria all’antica omologia tra arte della parola e arte plastica.

Come ha giustamente affermato Luca Cesari, un’implicazione che giustifica tutt’oggi – e non per via di parafrasi – l’angolatura della diversa abilità al disegno e alla pittura che talora esibisce lo scrittore – (nonché alla scultura, se ricordiamo il caso di C. G. Jung). Nel caso di Monari si tratta di un’implicanza non meno esemplare, avvertibile anche all’impronta, osservando le sculture tonde (e gli oggetti che meritano di essere scrutati come altrettante, straordinarie, figure a tondo) le quali non vanno pensate sotto il segno di una tragica speranza di reagire al non senso, al senza nesso della storia attuale mercè l’intonazione al sublime e una neoantichità appena ironica riconnessa a tutto quel che potrebbe riprodurre un segno archeologico di Mancanza e insieme di Castigo.

L’Umanesimo scientifico di Leonardo da Vinci, ancora attuale a 500 anni dalla sua morte

«Corpo nato della prospettiva di Leonardo Vinci, discepolo della sperienza. Sia fatto questo corpo sanza esemplo d’alcun corpo, ma  solamente con semplici linie» (Codice Atlantico, f. 520 r, c. 1490). Questa annotazione, dal tono apparentemente criptico, risulta appuntata su un grande foglio di studi geometrici e tecnologici, risalente alla fase centrale del lungo primo periodo milanese di Leonardo (1482-1499).

L’abile esercizio nella resa virtuosistica di un corpo circolare dalla superficie finemente sfaccettata, secondo una trasposizione prospettica impeccabile, che però non si cristallizza in staticità dimostrativa ma si svolge in un peculiare dinamismo spiraliforme, doveva essere stato ispirato a Leonardo da quei formidabili ritratti di corpi poliedrici (i cosiddetti mazzocchi, astrazioni geometriche desunte dai tipici copricapo omonimi), resi celebri dalla tradizione del disegno fiorentino della prima metà del Quattrocento (emblematici gli esempi di Paolo Uccello).
Il tratto inconfondibile di Leonardo, che pare conferire alle forme vita propria, trasfigura questo oggetto in una sorta di corpo organico, dalle spire attorte e pulsanti come quelle di un serpente ma più propriamente assimilabile a un animale fantastico o anche a invenzione puramente intellettualistica, prodotta per effetto di semplici linee e prescindendo dall’imitazione o riproduzione di un corpo reale.

Nonostante il retaggio neoplatonico di una mistica presa d’atto di quanta parte dei prodigi naturali sia destinata a rimanere incomprensibile all’uomo – «La natura è piena di infinite ragioni che non furono mai in isperienzia» (Ms I , f. 18 r, c. 1497-98) –, una scienza compiuta, infatti, non potrà mai prescindere per Leonardo dall’apporto dell’esperienza, come, significativamente, recita il capitolo d’esordio del Libro di Pittura (da originale perduto, c. 1500-05), che, come noto, è una compilazione postuma dell’allievo Francesco Melzi, che aveva ereditato imanoscritti e disegni vinciani, collazionandoli in un grande trattato apografo, la cui prima parte contiene una impegnativa rivendicazione ideologica della filosoficità e scientificità della pittura: «E se tu dirai che le scienzie, che principiano e finiscano nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si niega per molte ragioni; e, prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la quale nulla dà di sé certezza».

Non casualmente, il connubio sinergico di natura ed esperienza torna, in congiunzione con l’immagine della specularità dei processi di creazione della natura e invenzione dell’uomo (e dunque di equiparazione della spezie umana a una seconda natura), in uno dei  brani più affascinanti usciti dalla penna di Leonardo, che offre la sua personale declinazione del sistema neoplatonico di corrispondenze reciproche tra micro e macrocosmo:

Cominciamento del Trattato de l’acqua. L’omo è detto dalli antiqui mondo minore e certo la ditione d’esso nome è bene collocata, impero ché, siccome l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il somigliante; se l’omo ha in sé ossi, sostenitori e armadura della carne, il mondo à i sassi, sostenitori della terra; se l’omo ha in sé il laco del sangue, dove crescie e discrescie il polmone nello alitare, il corpo della terra à il suo oceano mare, il quale ancora lui crescie e discrescie ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto laco di sangue diriuano vene, che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite vene d’acqua; mancano al corpo della terra i nervi, i quali non vi sono, ma i nervi sono fatti al proposito del movimento, e il mondo sendo di perpetua stabilità, non accade movimento e non accadendo movimento i nervi non vi sono necessari; ma in tutte l’altre cose sono molto simili (Ms A, f. 55 v, c. 1492).

L’uomo, dunque, per Leonardo da Vinci è non soltanto un artifex in grado di imitare la natura ma è anche egli stesso un mondo minore, un microcosmo che ripropone in altra forma le stesse strutture e funzioni del macrocosmo naturale. Come ha perspicacemente evidenziato di recente Pietro Marani, Leonardo rivela qui «la sua concezione meccanicistica del mondo e dell’universo, che si riflette ovviamente anche nella sua arte», in quanto dimostra «nella terminologia, che è sempre una spia di questa unità dei mondi che Leonardo ha presente, l’impiego dello stesso lessico, della stessa concezione unitaria portata da Leonardo nei diversi settori della conoscenza da lui scandagliati, siano essi l’arte, la scienza, l’architettura o la meccanica»

 

Fonte: https://www.academia.edu/20803738/_A_similitudine_de_la_farfalla_a_lume_._L_umanesimo_scientifico_di_Leonardo_da_Vinci

L’Italia fa riscoprire l’arte al mondo, il senso del bello di pittori italiani di talento in un libro di Camillo Langone

L’arte contemporanea, estenuata dai continui balzi in avanti delle avanguardie novecentesche, sembra aver smarrito bellezza e genio, tecnica e costanza, stile ed originalità. Il paese di Michelangelo e Caravaggio, Leonardo e Raffaello può, ancora una volta, contribuire a salvare l’arte ed il bello, valorizzando gli epigoni di una tradizione secolare ed ineguagliata. V’è un artista italiano esperto nella pratica dell’encausto, tecnica nella quale fallì anche uno come Leonardo, avvezzo ad operare con la cera anziché con l’olio garantendo ai suoi capolavori una durata plurisecolare. Un altro, connazionale e pittore, dipinge maestose cadute oniriche, tra cui si ricorda una geniale precipitazione di Pasolini defunto che si ricongiunge a Petrarca, Pound ed alla madre. Lust, but not least, un trentenne del Belpaese che vanta tra le sue opere dodici pale d’altare. E’ in corso un nuovo Rinascimento? Il Vaticano è tornato all’arte di Raffaello e Michelangelo?

Forse, più prosaicamente, pensereste che ci si stia dilettando ad immaginare un’Italia di bellezza e di arte nell’odierno orizzonte di desolazione e sconforto economici, politici ma anche culturali. E invece questi pittori esistono, è vera la loro fama ed è vera la considerazione di cui godono nel mondo, ma soprattutto è vera la grandezza delle loro opere, in cui si coglie il senso più autentico del bello. Li ha descritti tutti Camillo Langone, giornalista del Foglio, in un agile saggio dall’eloquente e veritiero titolo Eccellenti Pittori, un canone di pittori di prim’ordine, tutti italiani e tutti viventi, da cui è sorto un sito internet per pubblicizzare e divulgare l’opera di questi artisti e da cui è nato anche un concorso, ove si stabilisce il miglior quadro italiano dipinto nel corso dell’anno presente.

Il libro destò clamore al momento della sua pubblicazione, due anni fa, e visto che è un diario della pittura italiana vivente, dunque fluida e sempre cangiante, può risultar datato, ma non è sterile leggerlo e parlarne visto che la retorica contro cui questo libro si batte è più che mai in auge. La retorica è quella nota, quella dell’Italia piagnona e vittimista, quella dell’Italia disfattista e distruttiva, quella degli italiani che cedono al passatismo e al pessimismo e deridono l’Italia presente confrontandola coi fasti artistici e letterari dell’Italia passata. Ma anche la retorica dell’Italia che vuole essere al passo coi tempi, con la globalizzazione e con la post-modernità, con l’Ovest e con il Nord del mondo, ma finisce per essere più provinciale dei provinciali, affetta da inspiegabili ed a volte patetiche esterofilie, le stesse che hanno portato ad infliggere alla marmorea e candida Piazza della Signoria l’improbabile scultura gialla sgargiante di Koons, dal testo discutibile e totalmente fuori contesto.

Langone vuole mostrare il carattere menzognero e risibile di questo discorso dominante: non è vero che l’Italia abbia smesso di essere la culla dell’arte, della pittura e dei grandi pittori; è vero invece che i pittori ci sono, brillanti e geniali, la differenza col passato è che non sono valorizzati ma disconosciuti, misconosciuti o condannati all’indifferenza. Avviene per l’arte un fenomeno che è ormai noto in politica e nella cultura in generale, messo in luce anche dall’ultimo numero del Bestiario: gli italiani, anziché pensare l’italianità come eccezionalità e risorsa, la vedono come un’anomalia da cui emanciparsi, un marchio d’infamia da lavarsi via. Così, anziché coltivare la propria specificità, anche pittorica, si adeguano al gusto dell’Occidente senescente e decadente, presentandone una replica spesso anche peggiore e caricaturale. Ma anziché essere periferia artistica dell’Occidente, l’Italia avrebbe i pittori per potersi mostrare come punto di svolta di un’arte post-moderna che ha ormai raggiunto un punto morto. Langone qui coglie nel segno quando denuncia la deriva dell’arte contemporanea, che da Duchamp in poi non è più riuscita a partorire nulla fuorché il nulla, che non è sacra, ma non è neppure più dissacrante; che non è bella ma è brutta, spesso orrida e inquietante; che non ha più originalità ma è una stanca replica di provocazioni ormai logore, che non provocano altro che noia. Se c’è un filo rosso che accomuna tutti gli eccellenti pittori, per il resto diversissimi in quanto a provenienza, biografia e poetica, è proprio questo contatto con la realtà, questa concezione della pittura come raffigurazione, non come astrazione.

Particolare dell’opera di Greta Bisandola

Qui Langone, tra le tantissime (è tanta l’erudizione necessaria a chi vuole stare sempre dalla parte del torto…) suggerisce una citazione fondamentale, di Jean Danieloù secondo cui “arte è percepire la profondità del reale”. Ci ricorda Simone Weil che dice che bene è dare all’altro più realtà, e Filippo La Porta, che in un suo libro sulla poesia (Poesia come Esperienza) sostiene che la grandezza poetica stia nel saper raccontare la propria realtà, il proprio vissuto, raccontando così la vita degli altri, di tutti.

In questo orizzonte post-moderno sentiamo l’esigenza di un nuovo criterio che, dopo i cambiamenti incendiari del Novecento torni a farci capire cos’è buono, cos’è vero e cosa è bello: la realtà potrebbe essere un discrimine significativo. Chi si allontana dalla realtà s’incattivisce, perde gli altri e se stesso, perde la realtà e ciò che gli resta sono solo astrazioni, quando non proprio visioni ed elucubrazioni, che lo allontanano dall’etica ma anche dall’estetica; chi invece vive la realtà, ci si immerge, la coglie e da questa attinge, lui sa perseguire il bene ed il bello, cogliendone frammenti nella quotidianità e nella concretezza. Langone però non offre la realtà come solo criterio: l’introduzione fornisce una serie di criteri di autori illustri che possono aiutare a distinguere il bello anche ai profani dell’arte per metterli al riparo dalle derive soggettivistiche che hanno reso l’arte attuale incomprensibile perfino ai critici professionisti ed ai mecenati, che spesso comprano solo per investire, vendere e guadagnare. L’autore si appoggia sull’autorità di molti giganti, ma forse una sintesi che condensi il criterio ultimo che aiuti ad individuare il bello la offre Arthur Schnitzler, secondo cui le caratteristiche dell’arte devono essere “armonia, intensità, continuità”.

Facciamo allora qualche nome di pittore eccellente: Massimiliano Alioto, Nicola Verlato, Giovanni Gasparro, Paolo Annibali, Marco Arduini, Romano Bertuzzi, Greta Bisandola, Roberto Ferri, Paolo Fiorentino, Letizia Fornasieri, Giulio Frigo, Angelo Davoli, Valentina D’Amaro, ecc…sebbene Langone dimentichi artisti come Lorenzo Chinnici, Luigi Cervone e Pietro Simonelli, tanto per fare qualche altro nome.

Opera di Giovanni Gasparro

Un’opera d’arte deve avere una forma precisa, la tecnica è fondamentale, è assurdo sostenere, con l’arte concettuale, che saper dipingere sia secondario per un artista, ma la tecnica da sola non basta, altrimenti si è non artisti ma artigiani; occorrono anche intensità-forza, determinazione, costanza-; e continuità, cioè che la propria arte innovi ma si riallacci ad una tradizione, che definisca con esattezza una poetica, che si distingua dagli altri artisti, che abbia una propria inconfondibile originalità. Tecnica, costanza, forza, tradizione, originalità, stile, ecco una serie di canoni da richiedere e ricercare ad un quadro perché gli si riconosca bellezza e genio. Ne manca uno, forse il più importante, che viene indicato non a caso nel primo criterio del libro, ricavandolo da una frase di Marc Augè: “L’Opera d’arte deve dare speranza”. Ecco, contro l’arte dei paesi civili, progressisti e nichilisti, contro le opere d’arte meccaniche e disumanizzanti, contro le proiezioni digitali e le opere senza titolo, forse dovremmo esporre orgogliosi la nostra arte, un faro di speranza in un contesto di disperazione. Perché forse è solo a questo che dovrebbe spingerti un quadro: a credere a qualcosa.

 

Di Luca Gritti-L’intellettuale dissidente

La collezione Salini in mostra al Palazzo Pubblico di Siena fino al 15 settembre

A partire dal 15 giugno straordinari capolavori di arte medioevale senese provenienti dalla collezione privata dell’architetto e mecenate Simon Pietro Salini (Roma 1932), eccezionale raccolta mai esposta prima nel suo insieme, trovano ospitalità nei Magazzini della sala nel Palazzo Pubblico in piazza del Campo a Siena, nell’ambito di una grande mostra promossa dall’Amministrazione Comunale congiunta al volere del noto imprenditore romano appassionato di arte romanica, grazie ai quale fiorisce l’evento estivo in calendario fino al 15 settembre con ingresso gratuito.

La mostra, curata personalmente da Salini, offre agli occhi dei visitatori un imperdibile ed affascinante excursus storico-artistico suddiviso in sei sezioni attraversando a piè di decenni tre secoli di arte senese dal ‘200 al ‘400 tra la profusione di oro delle preziose tavole dipinte, piccoli e grandi gioielli pittorici, oltre a sculture, oreficerie e maioliche, con l’obiettivo di raccontare e di far rivivere ad appassionati, curiosi, nonché studiosi l’evoluzione della tradizione artistica del vitale centro toscano, il quale tra ‘200 e ‘300 manifestò una certa apertura al Gotico transalpino giunto in città grazie all’oreficeria, alla miniatura e alla scultura di Nicola Pisano, il grande scultore e capomastro de Apulia approdato in Toscana verso il 1245, lavorando nel cantiere della cattedrale.

Il percorso espositivo, dunque, si presenta tanto ricco quanto originale fu l’attività della scuola senese grazie all’apporto di personalità artistiche di grande livello come il maestro Duccio di Buoninsegna (1255 circa- 1318/19), il quale, dotato di personalissimo talento in ambito pittorico, segnò la declinazione di quella rigida e severa espressività di matrice bizantina introducendovi per la prima volta elementi gotici in pittura caratterizzandosi per una maggiore dolcezza di forme ed espressioni sui modelli dei maestri Cimabue prima e sullo studio di Giotto poi.

Una straordinaria croce dipinta, dove Cristo appare trionfante e vivo, infatti, opera del pittore senese è esposta in questo evento, accanto ai capolavori di Giovanni Pisano, de i Lorenzetti e di Simone Martini, nomi che hanno sigillato un importante capitolo della storia culturale di Siena in età medievale e della storia dell’arte europea, e che in questa sede è trasmesso nell’età contemporanea nella ricreata atmosfera del Castello di Gallico – dimora storica che si erge sull’altopiano delle crete senesi, poco distante dal villaggio di Montecalvoli, nella quale Salini ha raccolto negli ultimi anni una ineguagliabile collezione ora in mostra- nell’indiscusso capolavoro assoluto di età gotica, simbolo del potere civile della città di Siena, sottolineando il valore della straordinaria produzione artistica senese come identità civica.

La mostra dal titolo Siena. Dal ‘200 al ‘400. La collezione Salini è aperta al pubblico con ingresso gratuito così come disposto da Salini, lasciando, inoltre, ai visitatori la facoltà di scegliere di donare un’offerta per beneficenza. Tuttavia nella sua affascinante offerta culturale per vastità e per profusione d’oro, la collezione, patrimonio inestimabile, resterà nelle mani di un privato, che a conclusione di una imperdibile occasione come questo evento, essa ritornerà certamente ad essere conservata e protetta nel chiuso di un castello ma al di fuori del circuito della comunità, aberrando quel valore identitario per cui l’opera d’arte è fine a se stessa.

Siena. Dal ‘200 al ‘400. La collezione Salini

Palazzo Pubblico, Piazza del Campo, Siena

15 giugno/ 15 settembre

Tutti i giorni dalle ore 10 alle 19

Ingresso gratuito