Giulio Paolini alla mostra Panorama-Procida con l’opera ‘Il cielo e dintorni’

La galleria Artiaco di Napoli è lieta di annunciare Giulio Paolini con l’opera Il cielo e dintorni, 1988 a PANORAMA | Procida, mostra diffusa sull’isola di Procida (Napoli) da giovedì 2 a domenica 5 settembre 2021, a cura di Vincenzo de Bellis, direttore associato e curatore per le arti visive del Walker Art Center di Minneapolis.

PANORAMA | Procida è il primo di una serie di appuntamenti espositivi che, sempre con il titolo di PANORAMA, ITALICS dedicherà con cadenza periodica al racconto di alcune tra le località più affascinanti del paesaggio italiano, proseguendo offline lo straordinario viaggio iniziato a ottobre 2020 tra le pagine web della piattaforma Italics.art.

PANORAMA | Procida è un itinerario alla scoperta della bellezza potente dell’isola, in cui arte e natura disegnano un nuovo paesaggio che include la dimensione dell’esperienza. Un happening condiviso che coinvolge l’intero territorio e la sua cittadinanza, costruito in dialogo con Agostino Riitano, direttore di Procida Capitale Italiana della Cultura 2022.

La mostra si compone di oltre cinquanta opere tra scultura, pittura, video, performance e installazioni provenienti da contesti storici e produttivi diversi tra loro. Il percorso si sviluppa lungo venti siti espositivi diffusi sull’isola, tra architetture pubbliche e private, chiese, palazzi storici e aree popolari, trovando il suo centro catalizzatore nella zona dell’antico borgo fortificato di Terra Murata, dominato da Palazzo d’Avalos (1563) un tempo cittadella carceraria.

Disseminando il progetto sul territorio, PANORAMA presenta le sue opere ma presenta anche le case, le chiese, le strade, le terrazze, le piazze e i cittadini stessi di Procida.

Con PANORAMA, ITALICS rinnova il proprio impegno nella promozione della bellezza del Paese nella sua profonda complessità, attraverso lo sguardo dei galleristi italiani.
PANORAMA | Procida è realizzata grazie a Intesa Sanpaolo, Partner del progetto, e a Tod’s che con questo impegno rinnova il proprio supporto alla giovane creatività contemporanea.

Realizzata con il sostegno della Regione Campania, della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre e in collaborazione con il Museo e Real Bosco di Capodimonte, con il patrocinio del Comune di Procida e “Verso Procida 2022”.

‘Venere che benda Amore’ di Tiziano, a Palazzo Te da oggi fino al 5 settembre

Il secondo appuntamento del programma espositivo Venere divina. Armonia sulla terra vede protagonista il capolavoro di Tiziano in prestito dalla Galleria Borghese di Roma.

In occasione di questa esposizione straordinaria, Palazzo Te presenta un ricco programma di appuntamenti: incontri e performance dedicati al mito di Venere saranno ospitati negli spazi del Palazzo tra cui l’Esedra, ripensata per accogliere il pubblico.

Un dipinto famoso già nel Seicento, oggetto di studio da parte di pittori come Antoon Van Dyck, ma anche di storici dell’arte e studiosi che ne hanno variamente interpretato il soggetto: Venere che benda Amore di Tiziano (1560-65) è uno degli ultimi dipinti del maestro veneto, parte della collezione della Galleria Borghese, dal 22 giugno al 5 settembre 2021 in prestito a Palazzo Te nell’ambito del programma espositivo Venere divina. Armonia sulla terra.

“Grazie alla generosità della Galleria Borghese – commenta il Direttore di Fondazione Palazzo Te Stefano Baia Curioni – questo prezioso quadro si mostra a Mantova e a Palazzo Te: un altro nuovo, intenso augurio di ripartenza per la città, un’altra occasione per ritrovarci insieme nel museo.”

L’opera

L’episodio raffigurato è un momento speciale: Venere sta bendando un cupido mentre viene distolta da un altro giovinetto alato che le si poggia su una spalla con sguardo pensieroso, forse preoccupato per le persone che saranno trafitte dalle frecce scoccate da Amore cieco.
Quest’opera di Tiziano suggerisce ancora oggi, dopo cinque secoli, la controversa complessità dell’amore e della bellezza da cui si genera.

Il quadro è datato fra il 1560 e il 1565, gli anni estremi dell’artista. L’immagine, sgretolata e sognante, è costruita con grande maestria: al centro del quadro non c’è nessuno dei protagonisti della scena, ma un’apertura verso un paesaggio al tramonto. In un accordo cromatico sofisticato, il rosa e l’azzurro si ritrovano sulle piccole ali del Cupido bendato e nel blu del panneggio di Venere, opposto al rosso cremisi dell’ancella con le frecce.

I bianchi delle vesti e gli incarnati sono percorsi dalla luce, e i delicati passaggi alle ombre colorate contribuiscono a rendere meno definiti i contorni delle figure, affidati all’occhio dello spettatore e alle sue capacità di afferrarle.

Curata da Claudia Cieri Via e Maria Giovanna Sarti, l’esposizione del capolavoro di Tiziano, Venere che benda Amore, è inclusa in Supercard Cultura, l’abbonamento museale dedicato ai cittadini di Mantova e provincia che consente di visitare liberamente per un anno Palazzo Te. Con l’occasione Fondazione Palazzo Te ha deciso di includere nell’offerta di Supercard Cultura anche l’accesso alla mostra autunnale di Palazzo Te Venere. Natura, ombra e bellezza senza alcun sovraprezzo. Un importante sforzo per confermare la scelta di investire nel rapporto con i cittadini di Mantova e della provincia, per aiutare la ripartenza della cultura e del territorio.

La storia dell’opera

Il dipinto è citato per la prima volta nel 1613, nel poema di Scipione Francucci, dedicato alla raccolta di Scipione Borghese, collezionista a dir poco appassionato di pittura e di sculture antiche e moderne. Francucci descrive il soggetto come “Venere che benda Amore” elencando i comprimari: un altro cupido e le due ninfe Dori e Armilla, una con le frecce e l’altra con l’arco.

La scena è risultata sempre di difficile interpretazione, tanto da acquisire titoli diversi negli inventari successivi, dove al principio del 1620 la vide anche Antoon van Dyck, come testimoniato da un disegno nel taccuino italiano di schizzi, oggi al British Museum. Nel Novecento interpretazioni più complesse si sono basate su fonti letterarie: Hans Tietze ha proposto che Venere stia punendo Amore per essersi innamorato di Psiche, come nelle Metamorfosi di Apuleio, mentre Erwin Panofsky formula un’interpretazione neoplatonica identificando nei due cupidi Eros e Anteros, cioè l’amore passionale e l’amore divino.

Altre letture dell’opera di Tiziano

Letture successive hanno parzialmente incrinato queste interpretazioni: non si può escludere che la scena rappresenti l’Educazione di Cupido, dove l’Amore cieco sta per compiere le prime imprese, disseminando casualmente con le sue frecce innamoramenti e passioni.

Oggi, proprio nell’anno di Venere e con l’occasione di questa collaborazione tra Palazzo Te e Galleria Borghese – spiega Francesca Cappelletti, Direttrice della Galleria Borghese – il dipinto è stato oggetto di nuove indagini ed è stato rimesso al centro di studi di storia dell’arte e diagnostici per andare a fondo su un aspetto importante di questo quadro: la presenza di ripensamenti. Intere figure sono state cancellate lasciando intendere una riconfigurazione complessiva dell’iconografia di Venere. È un modo di lavorare di Tiziano tipico degli anni tardi della sua attività, il dipinto è stato datato intorno al 1560, sebbene in questo periodo non siano molto frequenti nella produzione dell’artista riferimenti alla mitologia classica o a fonti poetico letterarie.”

La mostra Tiziano. Venere che benda Amore è curata da Claudia Cieri Via Maria Giovanna Sarti e si avvale di un comitato scientifico composto da Stefano Baia Curioni, Francesca Cappelletti, Claudia Cieri Via Stefano L’Occaso e della collaborazione con la Galleria Borghese di Roma. Si tratta della seconda tappa del programma Venere divina. Armonia sulla terra inaugurato a marzo con il nuovo percorso Il mito di Venere a Palazzo Te visibile fino al 12 dicembre 2021 e che si concluderà in autunno con la mostra Venere. Natura, ombra e bellezza dal 12 settembre 2021.

Il programma annuale Venere divina. Armonia sulla terra – ideato da Fondazione Palazzo Te per completare una riflessione sul femminile avviata nel 2018 con la mostra Tiziano/Gerhard Richter. Il Cielo sulla Terra e proseguita nel 2019 con Giulio Romano: Arte e Desiderio – è organizzato da Fondazione Palazzo Te Museo Civico di Palazzo Te, promosso dal Comune di Mantova con il patrocinio del MiC, con il contributo di Fondazione Banca Agricola Mantovana e con il supporto di Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani e di Guzzini.

Il progetto espositivo è a cura di Lissoni Associati, il progetto grafico è sviluppato da Lissoni Graphx.

‘Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione. L’opera grafica’ dal 13 giugno a Verbania

Il Museo del Paesaggio riapre la stagione espositiva con la mostra Carrà e Martini. Mito, visione e invenzione. L’opera grafica con opere provenienti dalla collezione del Museo e da una collezione privata milanese, a cura di Elena Pontiggia e di Federica Rabai, direttore artistico e conservatore del Museo.

L’esposizione inaugura presso gli spazi di Palazzo Viani Dugnani a Verbania sabato 12 giugno alle ore 11.30 e resterà aperta fino al 3 Ottobre.

In mostra oltre 90 opere, per lo più di grafica, dei due grandi artisti del Novecento italiano che si sono distinti e affermati proprio grazie all’invenzione di un nuovo linguaggio in pittura e scultura. Completa il percorso dedicato al mito e alla visione una serie di sculture di Arturo Martini, presentate accanto ai bozzetti, ai disegni e alle incisioni.

Carrà. L’opera grafica

In mostra sono esposte circa cinquanta tra acqueforti e litografie a colori, che comprendono tutti i più importanti esiti dell’artista. Si va dagli incantevoli paesaggi dei primi anni venti, tracciati con un disegno essenziale e stupefatto (Case a Belgirate,1922), alla suggestiva Casa dell’amore (1922), fino alle visionarie immagini realizzate nel 1944 per un’edizione di Rimbaud, in cui Carrà, sullo sfondo della guerra mondiale, rappresenta angeli, demoni, creature mitologiche e figure realistiche, segni di morte ma anche di speranza (Angelo, 1944).  Fin dagli inizi, inoltre, Carrà avvia grazie all’incisione un sistematico ripensamento della sua pittura, che lo porta a reinterpretare con acqueforti e litografie i suoi principali capolavori, dalla Simultaneità futurista alle Figlie di Loth, dal metafisico Ovale delle apparizioni al Poeta folle. L’incisione diventa così per l’artista un momento di verifica, ma anche uno struggente album dei ricordi.

Carlo Carrà La casa dell’amore II o Interno o La massaia 1924

La Stagione iniziale (1922-1928)

Le prime incisioni di Carrà – tutte acqueforti, con l’unica eccezione della litografia I saltimbanchi, destinata a una cartella edita a Weimar dal Bauhaus – risalgono al 1922-1923. E’ però nel 1924 che l’artista si dedica sistematicamente all’incisione, grazie agli insegnamenti di Giuseppe Guidi, che quell’anno aveva aperto un laboratorio calcografico nella sua stessa casa, in via Vivaio 16 a Milano. Esegue infatti trentatré acqueforti e stampa i rami che aveva inciso, ma non impresso, nel biennio precedente.

Carrà adotta un segno sintetico, duro, capace di esprimere il suo mondo di figure e luoghi sottratti al tempo. E’ soprattutto il paesaggio ad attrarlo, che vuole trasformare in “un poema pieno di spazio e di sogno”. Fin dagli inizi, però, l’incisione serve a Carrà anche per rielaborare opere precedenti, in un’incontentabile ricerca espressiva. Questa fervida stagione iniziale ha un’appendice nel 1927-1928, quando Carrà, che in quel periodo aderisce al gruppo del “Selvaggio” (la rivista toscana animata da Maccari, a cui sono vicini Soffici, Rosai, Morandi e altri artisti) esegue litografie e acqueforti caratterizzate da un linguaggio più pittoricistico.

La Stagione delle Litografie (1944-1964)

Nel 1944, dopo un intervallo di sedici anni dalle ultime incisioni, Carrà torna a dedicarsi alla grafica. A differenza degli anni Venti, quando aveva praticato soprattutto l’acquaforte, ora è la litografia a impegnarlo, sia in bianco e nero che a colori.

Le tavole di Carrà si raggruppano quasi sempre in progetti articolati. Nel 1944 pubblica la cartella Segreti, in cui prende vita un paesaggio trasognato (il lago di Como, visto da Corenno Plinio dove l’artista era sfollato nel 1943) immerso in una quiete irreale.

Sempre in questo periodo si dedica intensamente all’illustrazione. Nello stesso 1944 esegue dodici tavole per Versi e prose di Rimbaud, dove compare un mondo di angeli, demoni e segni di morte (riflesso dei tragici momenti della guerra). Nel 1947 illustra L’Après-midi et le Monologue d’un Faune di Mallarmé, tradotto da Ungaretti.

A partire dal 1949, ormai alla soglia dei settant’anni, ripensa invece sistematicamente alla propria opera.

Nella cartella Carrà 1912-1921 (Venezia 1950) e nei due album Carrà n. 1 e n. 2 dei primi anni Sessanta riprende opere del periodo futurista, primitivista e metafisico. Tutto il corteo di muse e maschere inquietanti nate quaranta-cinquant’anni prima gli si ripresentano alla memoria con la levità di un dagherrotipo, o con cromatismi leggeri e impalpabili. Come apparizioni.

Arturo Martini. L’opera pittorica e grafica

Alla fine degli anni trenta Martini prende sistematicamente a dipingere, accettando la sfida di un linguaggio per lui quasi nuovo, di cui deve assimilare pazientemente la tecnica.

In pittura non è il maestro celebrato, ma un principiante che parte quasi da zero e conosce imperfezioni, incertezze, fallimenti. Certo, in passato, soprattutto da giovane, aveva eseguito disegni, incisioni e anche qualche quadro, ma quelle prove non bastano a dargli la padronanza del mestiere e nelle sue lettere alla moglie Brigida rivela tutte le sue ansie, insieme alle sue speranze.

“Non mollo l’osso, devo spuntarla, deve nascere la mia pittura” le scrive e più tardi: “Mi par d’aver trovato con questa nuova speranza la vita, perché di scultura non ne potevo più, ero nauseato”.

Il 17 febbraio 1940 alla Galleria Barbaroux di Milano, Martini inaugura la sua prima mostra di pittura. Ventitré quadri, dipinti tutti nel 1939 tra Vago, Burano e Milano.

“E’ certo l’avvenimento maggiore della cronaca artistica dell’annata […] Martini ha raggiunto […] i gradini più alti della pittura contemporanea” aggiungeva euforico Guido Piovene, allora critico d’arte del Corriere della Sera.

“Il risultato è stato inaspettato, la critica entusiasta […] le vendite al modo che si comperasse pane in periodo di carestia” riconosceva anche Martini.

Preceduta in gennaio da un articolo trionfale, sempre di Piovene, sul diffuso supplemento del Corriere (“Martini è un grande scultore, ma da questo momento v’è un grande pittore in più”); governata da una concezione idealistica dell’arte, secondo cui i generi non contano e “i buoni scultori sanno anche disegnare”, la critica non aveva lesinato le lodi per quelle tele che univano il segno approssimativo dell’espressionismo lirico a una solidità appunto da scultore.

Anche un osservatore esigente come Savinio giudicava i quadri di Martini “rapidi, poetici, geniali”.

Arturo Martini La siesta 1946

Le circa quaranta opere in mostra sono comprese tra il 1921 e il 1945 coprendo tutta la carriera dell’artista, a iniziare dal lavoro a matita su carta Il circo del 1921 circa, importate disegno del momento di “Valori plastici” quando Martini è molto prossimo a Carrà e in genere a una personale rivisitazione della congiuntura metafisica.

Ricorda la grafica di Carrà per i corpi bloccati dentro un segno sigillante, e, nel contempo, sembra di cogliervi un’eco di Parade di Picasso, il grandioso sipario eseguito a Roma nella primavera del 1917 quando anche Martini frequentava sporadicamente la capitale.

Segue Carnevale del 1924, incisione pubblicata sulla rivista “Galleria” accompagnata da una breve poesiola non-sense sul “Carne-vale”. Si differenzia per levità di tratto dalle coeve xilografie pubblicate sulla stessa rivista, caratterizzate invece da tratti pesanti e scultorei.

Nel 1942 realizza 11 disegni preparatori – tutti in mostra – del Viaggio d’Europa per l’illustrazione dell’omonimo racconto di Massimo Bontempelli.

Tra questi disegni preparatori e la versione definitiva delle illustrazioni c’è lo stesso rapporto che sussiste tra i bozzetti delle opere monumentali e l’esito finale.

Rigidi e puramente orientativi questi “bozzetti” sono serviti a Martini per un primo approccio al soggetto del racconto bontempelliano e, pur testimoniando la presenza di alcuni topoi martiniani – il dormiente, l’incontro di due figure, gli squarci spaziali – e di un generale clima “metafisico”, è evidente il loro carattere provvisorio e di studio.

Illustrazioni dell’Odissea

Del 1944-45 sono il gruppo di incisioni predisposte da Martini per l’illustrazione della traduzione italiana dell’Odissea a cura di Leone Traverso, poi non pubblicata.

Eseguite a Venezia, rivelano un lato straordinario della versatile fantasia martiniana, anche qui orientata a sperimentare materiali “poveri” e linguaggi poveri, al limite tra immagine e pura suggestione timbrica. Pubblicate postume soltanto nel 1960 sono tra le prove più convincenti della grafica martiniana.

Accanto a queste prove dell’artista sono esposte dieci sculture come La famiglia degli acrobati, Can can, Adamo ed Eva, Ulisse e il cane, Testa di ragazza, Busto di ragazza e tre tele: Sansone e Dalila, La siesta e Paesaggio verde per rafforzare il tema della differenza tra disegno e realizzazione finale delle opere, pezzi unici di grande valore storico e artistico.

 

La pittura iperbolica di Ventrone stupisce e incanta. Oltre 2500 visitatori a Urbino

Le opere di Luciano Ventrone catturano la luce in un modo così straordinario da incantare chiunque si avvicini ad ammirarle. La mostra in corso alle Sale del Castellare di Palazzo Ducale a Urbino ha già totalizzato oltre 2500 visitatori e segna in modo positivo la riapertura della stagione delle mostre 2021.

Dal titolo “Luciano Ventrone. Il pittore dell’iperbole” la mostra omaggia il grande artista contemporaneo a poche settimane dalla sua improvvisa scomparsa. «Le persone vengono a vedere le opere di Luciano Ventrone perché vogliono meravigliarsi. – evidenzia Sgarbi – Ventrone ha saputo affermarsi come grande maestro nella figurazione, con un virtuosismo eccezionale. L’artista sembra cercare un assoluto, una essenza, che, nell’opera, accresce la realtà, non si limita a riprodurla. È di più. Ventrone è il pittore dell’iperbole. E iperboliche, esagerate, barocche appunto, sono le sue opere, piuttosto che iperrealistiche. Una grande illusione».

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle ore 10 alle 18, con ingresso gratuito.

Luciano Ventrone è un maestro impareggiabile della pittura e sa catturare la luce in modo sublime imprimendola nel colore. La mostra di Urbino espone quarantacinque opere, di cui alcune mostrate al pubblico per la prima volta in assoluto. Il critico Federico Zeri ha definito Luciano Ventrone L’ultimo erede di Caravaggio”, con la sua rappresentazione della realtà oltre il reale.

Lavorando direttamente sulla fotografia, Ventrone è in grado di cogliere quei dettagli non visibili all’occhio umano e che meravigliano sempre lo spettatore. Da scoprire prima con un’osservazione ravvicinata, quasi da microscopio, per poi allontanarsi dai dipinti e scoprirne la totalità. Diceva Ventrone della sua arte: “Lo studio della pittura non è la mera rappresentazione dell’oggetto ma è colore e luce: i giusti rapporti fra le due cose danno la forma nello spazio. Il soggetto non va visto come tale ma astrattamente”.

Luciano Ventrone è tra gli artisti italiani maggiormente conosciuti a livello internazionale. Ha esposto nei più importanti musei e gallerie, da Roma a Milano, da Londra a Singapore, da New York a Mosca e San Pietroburgo. Nelle sue opere crea mondi suggestivi, carichi di vissuto e di emozione. La scelta dei soggetti lo lega a grandi pittori del passato, tuttavia la sua attenzione per l’applicazione della pittura, il suo trattamento del colore e della luce lo pongono tra i contemporanei.

La mostra, promossa dal Comune di Urbino, è un progetto di Contemplazioni, in collaborazione con l’Archivio Luciano Ventrone, con il coordinamento generale di Gianluca Bellucci.

«La mostra di Luciano Ventrone – sottolinea il sindaco Maurizio Gambini assume un significato speciale: diventa il simbolo di una rinascita delle attività culturali nella nostra città, dopo una lunga pausa forzata, a causa della pandemia da Covid-19 che ci ha accomunato al resto del mondo. Luciano Ventrone ci ha lasciato di recente, all’improvviso. A Urbino  questa mostra si carica quindi idealmente dell’energia vitale dell’autore e ci trasmette un’eredità creativa che rimarrà per sempre a disposizione degli amanti dell’arte».

 

Per informazioni: Info Point IAT tel. +39 0722 378205 / +39 0722 2613 – info@vieniaurbino.it / iat.urbino@regione.marche.it

 

‘I Macchiaioli. Una rivoluzione en plein air’, dal 24 febbraio al 6 giugno 2021 presso il Forte di Bard, Valle d’Aosta

La stagione 2021 delle mostre d’arte al Forte di Bard si apre con un’importante esposizione dedicata ai Macchiaioli, movimento artistico attivo soprattutto in Toscana che ha rivoluzionato la storia della pittura italiana dell’Ottocento. Dal 16 febbraio al 6 giugno 2021, il polo culturale valdostano ospita la mostra I Macchiaioli. Una rivoluzione en plein air.

Curata da Simona Bartolena, prodotta e realizzata da ViDi – Visit Different in collaborazione con il Forte di Bard, la mostra presenta 80 opere di autori in grado di analizzare l’evoluzione di questo movimento, fondamentale per la nascita della pittura moderna italiana.

Nella seconda metà dell’Ottocento, Firenze era una delle capitali culturali più attive in Europa, punto di riferimento per molti intellettuali provenienti da tutta Italia. Al Caffè Michelangelo, si riuniva un gruppo di giovani artisti accomunati dallo spirito di ribellione verso il sistema accademico e dalla volontà di dipingere il senso del vero. Nacquero così i Macchiaioli, il cui nome, usato per la prima volta in senso dispregiativo dalla critica, venne successivamente adottato dal gruppo stesso in quanto incarnava alla perfezione la filosofia delle loro opere.

Giovanni Fattori, Lettera dal campo

«In un momento di grande difficoltà e smarrimento come quello che stiamo attraversando è indispensabile continuare ad investire nella cultura, prezioso motore di sviluppo per il territorio – evidenzia la Presidente del Forte di Bard, Ornella Badery -. Questo nuovo progetto si colloca bene nella filosofia espositiva del Forte di Bard che ogni anno propone appuntamenti di grande richiamo dedicati all’arte. L’auspicio, nonostante le tante incertezze che stiamo vivendo, è che anche questa mostra possa incontrare i favori del pubblico e della critica ed esser anche motivo ed occasione di crescita e arricchimento personale».

«Questa mostra offre molti spunti per rileggere la storia risorgimentale e quegli anni complessi – spiega il Direttore del Forte di Bard, Maria Cristina Ronc -. Anni rivoluzionari, costellati di nomi e personaggi da riscoprire e da rileggere nella prospettiva del tempo che è intercorso. Il Forte di Bard non è “solo” un luogo espositivo ma prima ancora è un edificio storico e come tale in questa occasione, più che in altre, amplia e dialoga con l’esposizione dei Macchiaioli e con le vite e le opere di questi pittori soldati. Ci piace ricordarne uno. Nino Costa, arruolato nel reggimento dei Cavalleggieri d’Aosta a Pinerolo che dopo varie peregrinazioni si sposta a Firenze e frequenta il Caffè Michelangelo. Lì conosce Giovanni Fattori, certamente il nome più noto tra i Macchiaioli, e che lo stesso Costa rammenterà come colui che “gli aprì la mente e lo incoraggiò”».

Il percorso espositivo all’interno delle Cannoniere del Forte di Bard, prende avvio dalle opere di Serafino de Tivoli, precursore della rivoluzione macchiaiola, che si confronteranno con un lavoro giovanile di Silvestro Lega, dallo stile ancora purista, per giungere alle espressioni più mature della Macchia con Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca, Raffaello Sernesi, Odoardo Borrani e Cristiano Banti, che si allontanano definitivamente dalla tradizionale pittura di paesaggio italiana ma anche dalla lezione della scuola francese di Barbizon, particolarmente incline a indugiare in tendenze formalmente raffinate e legate al romanticismo, per scegliere un approccio più asciutto e severo, cogliendo impressioni immediate dal vero.

Non mancano i dipinti a interesse storico, con i soldati di Giovanni Fattori, né tantomeno quelli firmati dai protagonisti del gruppo dopo gli anni sessanta, quando la ricerca macchiaiola perde l’asprezza delle prime prove e acquisisce uno stile più disteso, aperto alla più pacata tendenza naturalista che andava diffondendosi in Europa. La mostra si chiude con una riflessione sull’eredità della pittura di Macchia.

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21

Parma Capitale Italiana della Cultura non si è fermata e, in virtù della proroga del titolo anche per il 2021, ha lavorato sul suo palinsesto di iniziative – bruscamente interrotte a causa dell’emergenza sanitaria – rimodulato e arricchito di nuove riflessioni scaturite dal recente vissuto, che ha così profondamente mutato il nostro modo di vivere.

La cultura torna quindi a battere il tempo, riappropriandosi dei suoi spazi, consolidando il legame di Parma con il suo territorio e riprendendo a scandire, con rinnovato vigore, la vita della città. La rinascita non può prescindere dalla cultura: ne è testimonianza il ricco programma di eventi, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, concerti musicali, incontri con autori, performance di danza, laboratori per bambini, senza dimenticare i musei e le mostre ospitate nei luoghi culturali della città.

Ma la ripartenza di Parma avviene anche sotto il segno dell’innovazione digitale: la Capitale della Cultura si presenta infatti a cittadini e turisti tecnologicamente all’avanguardia, grazie al lancio di una nuova piattaforma, una app, una card e un nuovo sito di networking per il volontariato, strumenti per coniugare cultura, tradizione e sguardo al futuro, fulcro del suo progetto di candidatura, che forniranno a cittadini e visitatori un modo nuovo di scoprire la città, con tantissimi vantaggi e una tecnologia di ultima generazione alla portata di tutti.

«Trasformiamo il dramma della pandemia in un’opportunità: non solo non abbiamo perso il programma di Parma Capitale della Cultura, ma utilizzeremo i mesi del 2020 per ampliare il calendario di appuntamenti verso il clou del prossimo anno» dichiara Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna «Avevamo detto che non avremmo permesso al virus di cancellare questo riconoscimento e rinnovo il ringraziamento alle istituzioni, agli organizzatori, al Governo e al ministro Franceschini per aver prorogato al 2021 le iniziative di Parma Capitale. È una grande opportunità per la città e per tutto il territorio emiliano-romagnolo: utilizzeremo questo periodo per rendere questo evento ancora più speciale».

«Parma Capitale è tornata, ma a dire il vero non se n’è mai andata. L’emergenza vissuta ha cambiato parte dei nostri ritmi e delle nostre priorità, per questo avvertiamo oggi più che mai il bisogno di ripartire e di riprenderci quel che in questi mesi ci è stato improvvisamente tolto» commenta Federico Pizzarotti, Sindaco di Parma. «Per Parma Capitale non ci saranno cambiamenti progettuali, ma nuove idee e strumenti messi a disposizione dalla tecnologia. Ancora una volta, soprattutto oggi, siamo convinti che la cultura dovrà funzionare da collante nella società: ripartire dalla cultura per ripensare le città, l’Italia e il nostro mondo, in un momento difficile e in continua evoluzione».

«Parma Capitale Italiana della Cultura aveva costruito il suo discorso e ogni suo progetto a partire dal tema della rigenerazione del Tempo, chiedendosi come la cultura può trasformare il nostro vivere la memoria, il presente e le sfide che il futuro richiede» aggiunge Michele Guerra, Assessore alla Cultura del Comune di Parma «Mai come oggi, nel pieno della metamorfosi sociale, culturale ed economica che siamo stati costretti a fronteggiare, avvertiamo che è possibile ripartire da dove siamo stati interrotti. Nessuno stravolgimento di una linea progettuale che sa ancora parlarci con voce chiara e autorevole, ma nuovi strumenti che ci mettano in condizione di comprendere come debba essere la cultura, in tutte le sue forme, a favorire il riavvicinamento sociale e darci nuova consapevolezza rispetto ai tempi di vita che dobbiamo ricostruire».

Piattaforma e app

Due risorse privilegiate simbolo di una ripartenza che più che mai vuole focalizzarsi sulle potenzialità del digitale con un approccio human-centric, pensato per semplificare l’esperienza di ciascun visitatore e, contemporaneamente, amplificarne l’effetto di immersività di luoghi, opere ed eventi. Sia la piattaforma – della quale Parma 2020+21 si è dotata per meglio supportare i visitatori e gli utenti – sia la app – scaricabile gratuitamente da Play Store e Apple Store – permetteranno di conoscere ogni angolo e ogni sfaccettatura della città, di scoprire il territorio circostante con tutte le sue ricchezze, di pianificare un turismo enogastronomico di qualità.

Gli utenti potranno usare la app per visite virtuali e immersive a 360 gradi già da casa; pianificare una visita personalizzata che coinvolga luoghi di interesse, eventi e itinerari enogastronomici ad hoc; usufruire di audioguide e di un sistema di prenotazione del posto in coda; avere suggerimenti di eventi e luoghi in linea con i propri interessi.
Entrambi i sistemi possono offrire informazioni specifiche anche per programmare itinerari e visite per persone con disabilità.
Sono inoltre strumenti preziosi per garantire un’esperienza in assoluta sicurezza: consentono infatti di prenotare il posto in eventi gratuiti e di monitorare le code, evitando il sovraffollamento.

Parma Card

Uno strumento agile, disponibile sia tramite app che prossimamente in versione cartacea, che dal 1 settembre 2020 permetterà a cittadini e turisti di accedere con prezzi competitivi e molti benefici al sistema turistico-culturale del territorio e ai suoi trasporti. Tutte le strutture aderenti sono parte del programma “Parma Città Sicura”, che garantisce il rispetto delle prescrizioni igienico-sanitarie post-Covid. La card per i cittadini di Parma e provincia ha validità annuale, quella per i turisti è valida per 3 giorni (72 ore) e consente l’accesso al bike sharing e ai trasporti senza limitazioni per una persona. Acquistabile sulla piattaforma, tramite app o nei luoghi convenzionati, ha un costo di 20 euro se la si acquista nel 2020 e di 21 euro se la si acquista nel 2021. Per i cittadini di Parma e della provincia è disponibile la promozione Early Bird: fino al 30 agosto il costo è di 15 euro e la validità è fino al 31 dicembre 2021.

Il sistema digitale – piattaforma, app e card – è stato sviluppato da Fabbrica Digitale e realizzato grazie al sostegno di TIM, partner ufficiale platino di Parma Capitale.

Un nuovo sito di matching dedicato al volontariato

Altra novità disponibile online è il sito di networking per il volontariato della città (www.miimpegnoaparma.it), creato dal Comune di Parma in collaborazione con CSV Emilia – Forum Solidarietà e il coordinamento scientifico di Promo PA Fondazione, per promuovere l’impegno civico e la cittadinanza attiva.
Promuovendo l’incontro e l’integrazione dei rapporti tra il volontariato e la cultura, il sociale, lo sport, l’ambiente e, in generale, con la composita energia del territorio che si concentra attorno all’idea di Capitale, il portale intende essere una reale opportunità di aggregazione e crescita collettiva, ben oltre il 2020.

Il sito integra tutti i diversi settori in cui si può svolgere un’attività di volontariato: dalla cultura al sociale, dalla salute allo sport, dall’ambiente all’enogastronomia, per creare un sistema di ricerca e gestione del volontariato uniforme ed efficace. Sul portale sarà possibile non solo pubblicare e consultare offerte, ma anche trovare video formativi.

Un progetto che non è collaterale a quello della Capitale della Cultura, ma ne è parte integrante e complementare: la crescita di una cittadinanza attiva nella cultura è un obiettivo di Parma 2020+21, che intende la cultura stessa come elemento cardine per il raggiungimento della sostenibilità sociale. La collaborazione tra il mondo del volontariato e quello degli organizzatori di eventi è stata pensata per creare un prodotto che resti alla città e rappresenti un lascito concreto e permanente di Parma 2020+21.

HIGHLIGHTS PROGRAMMA ESTATE-AUTUNNO 2020

Parma riparte quest’estate con un ricco calendario di eventi, per entrare poi in autunno nel vivo del programma della Capitale Italiana della Cultura 2020+21. Tra riaperture di ciò che si era bloccato nei mesi scorsi e nuove produzioni originali, turisti e cittadini potranno trovare appuntamenti per tutti i gusti: grandi mostre e installazioni, la musica del Festival Verdi, le rassegne gastronomiche e quelle dedicate alla scienza, passeggiate nella natura e la grande letteratura.

ESTATE

Florilegium
Fino al 19.12.20 | Oratorio di San Tiburzio
È una cascata naturale composta dalla coabitazione di 200mila fiori la prima personale italiana dell’artista britannica Rebecca Luise Law, curata da OTTN Projects nell’ambito di Pharmacopea, progetto promosso dal Gruppo Chiesi e Davines.

I quadri di Pietro. Capolavori della Collezione Barilla d’Arte Moderna
Fino a fine 2021 | Pinacoteca Stuard
Ha riaperto il progetto espositivo a cura di Giancarlo Gonizzi, voluto e organizzato dal Comune di Parma e dalla Famiglia Barilla, che mette in mostra – un quadro al mese – alcune delle più interessanti opere della Collezione Barilla di Arte Moderna, non esposte al pubblico da più di 25 anni.

Fornasetti. Theatrum Mundi
Fino al 14.02.2021 | Complesso Monumentale della Pilotta
Una mostra, a cura di Barnaba Fornasetti, Valeria Manzi e Simone Verde, che fa dialogare le forme classiche del Complesso della Pilotta con il design contemporaneo di Piero Fornasetti. Una produzione di Complesso Monumentale della Pilotta, in collaborazione con Associazione Fornasetti Cult.

Festa della Musica
20-22.06.2020 | Sedi varie
Tre giorni all’insegna della musica e non solo, per celebrare la Festa della Musica del 21 giugno. Numerosi gli appuntamenti organizzati tra concerti e spettacoli.

Il tempo della Scienza. Citizen science per conoscere la natura delle aree protette
20.06.2020 – 18.10.2020 | Sedi varie
Una rassegna di Parchi del Ducato – in collaborazione con WWF, LIPU e APS “Io non ho paura del lupo” – per conoscere le diverse specie animali che popolano i parchi, le loro abitudini e il lavoro di monitoraggio e conservazione della biodiversità dei tecnici che ne permette la salvaguardia.

Sentiero d’arte – Langhirano Torrechiara 2020
20.06.2020 – fine 2021 | Da Langhirano a Torrechiara
Da un’idea di F.lli Galloni Spa nasce questa passeggiata di bellezza e contemplazione che collega i principali luoghi che caratterizzano l’area del Comune di Langhirano: un itinerario attraverso prati e colline, boschetti e vigneti, in un ambiente naturale rimasto immutato nei secoli. Il progetto è a cura di Ass. Sentiero d’arte Langhirano Torrechiara Odv, in collaborazione con Comune di Langhirano.

Tappa a Parma del Premio Strega
22.06.2020 | Arena estiva del cinema Astra, ore 21
L’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma, in collaborazione con la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, organizza una serata con i sei autori finalisti del Premio Strega 2020: Jonathan Bazzi, Gianrico Carofiglio, Gian Arturo Ferrari, Daniele Mencarelli, Valeria Parrella e Sandro Veronesi, intervistati dalla giornalista Alessandra Tedesco.

Il Bello e il Buono dell’Emilia, Itinerari narrativi alla scoperta del territorio, con stile”
dal 02.07.2020, ogni giovedì d’estate
Rassegna di appuntamenti digitali con un narratore d’eccezione, Davide Rampello, Direttore Artistico Fidenza Village, che ci porterà alla scoperta delle meraviglie e delle bellezze dell’Emilia; obiettivo del progetto è la narrazione identitaria del territorio e dei suoi valori.

Nicoletta Lembo: tra buio e luce

La pittrice italiana contemporanea Nicoletta Lembo nasce a Castagneto Carducci (Livorno). Il lavoro del padre (guardia di finanza) la porta a spostarsi in varie parti d’Italia. La Toscana è la regione in cui visse più a lungo, dove la madre lavorava sulle sculture in marmo. Nicoletta, ammirando il lavoro della madre, si innamora dell’arte e inizia fin da piccola a disegnare, colorare. L’amore per l’arte cresce insieme e si appassiona in particolare al mondo della pittura tanto da desiderare di imitare un giorno i grandi pittori.

Dopo aver conseguito il diploma di maturità tecnica, e svolto parte degli studi a Napoli, la Lembo si trasferisce in Puglia per un lungo periodo e inizia gli studi presso l’accademia delle belle arti di Lecce. Si laurea con il massimo dei voti presentando la tesi sul Boccione, al quale si ispira e influenza le sue prime opere.

La pittrice Nicoletta Lembo

Dopo essersi trasferita nella provincia di Salerno, paese dei nonni paterni, e dopo un percorso sullo studio delle luci e dei colori l’architettura, l’artista trova una propria dimensione artistica: figure e paesaggi astratti in cui si evidenziano con facilità le forme. Dunque, le sue opere dapprima sono una rappresentazione in astratto delle forme, successivamente diventano un’interpretazione semplice della realtà.
Nel corso della sua carriera ha organizzato e partecipato a molti eventi importanti che le hanno consentito di incontrare e di confrontarsi con altri artisti.

Le opere della pittrice italiana contemporanea richiamano i propri ricordi d’infanzia, l’amore per l’arte che rispecchia il lavoro della madre. Da ciò si deduce come l’artista vive profondamente tutto ciò che vive e che fa parte della sua vita, per poi far rivivere le emozioni nelle proprie opere attraverso angoli bui e zone di luce.

L’arte di Nicoletta lembo, dunque, è un ritratto dalla propria esistenza, nasce e si sviluppa dal suo mondo interiore che riporta nei suoi dipinti con pennellate veloci, forti e incisive.

Oggi dalle sue opere si nota che l’artista ama privilegiare le tonalità calde, tratti decisivi e accordi cromatici di elevato impatto. Tende alla perfezione assoluta che esprime intensamente ciò che sente e che cerca di conquistare completamente l’osservatore.

Il ‘Cristo deriso’ di Cimabue, pomo della discordia tra Usa e Francia

Un grande conflitto diplomatico e culturale si sta creando in questi giorni, andando ad infittirsi sempre più. Infatti, benché sia già stato venduto a privati, la Francia ha vietato l’esportazione di un dipinto appena scoperto: il Cristo Deriso di Cimabue e intende conservarlo nelle sue collezioni nazionali.

Il ministero ha annunciato il rifiuto a rilasciare il certificato «in seguito al parere della Commissione consultiva dei tesori nazionali», lasciando nella trepidazione l’intera comunità degli intenditori d’arte.

Tutto ha avuto inizio nella cucina di un’anziana signora di Compiègne, piccolo comune a nord di Parigi. Su una parete era appesa una tavola in legno di pioppo, dipinta a tempera d’uovo su fondo oro. La donna riteneva si trattasse di un’icona religiosa greca. In occasione di un trasloco l’ha fatta stimare ed ecco il verdetto: l’esperto d’arte antica Eric Tarquin ha garantito che l’opera è proprio di Cimabue, quel Cenni di Pepo fiorentino, vissuto tra il 1240 e il 1320, che fu maestro di Giotto.

Non si era sbagliata di molto quindi la vecchia proprietaria di Compiègne se si considera che il grande artista operò in una corrente pittorica ancora legata al classicismo bizantino, pur elaborando un suo personale linguaggio rispetto alle rappresentazioni sacre, con uno stile più realistico di cui il suo discepolo darà splendidi frutti.

Il Vasari lo cita come colui che nacque “per dar i primi lumi all’arte della pittura”. Prima di lui ne scrive Dante, collocandolo nella Divina Commedia assieme a Giotto. È Cimabue in persona questa volta ad essere coinvolto nella giostra impazzita del mondo della Cultura, fra aste da capogiro, ricchi collezionisti e Stati ingordi di opere d’arte.

La piccola tavola andata all’asta per “Atéon” il 27 ottobre scorso è stata aggiudicata per la vertiginosa somma di 24.180.000 euro, quattro volte la stima iniziale dunque, compresa tra i 4 e i 6 milioni di euro. Ma la Francia si oppone: il quadro di Cimabue è patrimonio nazionale e non può lasciare il Paese.

Il ministro della cultura Franck Riester non ha firmato il certificato di esportazione in attesa di vedere l’opera collocata al Louvre, insieme alla “Maestà” dello stesso maestro e in compagnia di molti altri dipinti Italiani.

Considerato uno dei grandi innovatori nella storia dell’arte, Cimabue è noto per aver eseguito solo una decina di opere su legno, nessuna firmata: il “Cristo Deriso” sarebbe un elemento di un polittico del 1280 con scene della Flagellazione di Cristo, opera piccola ma assai significativa, un prezioso tesoro per qualunque degna collezione.

Ma la domanda ad ora resta aperta: sarà un’opera pubblica o privata?
La battaglia vede in campo da una parte i nuovi proprietari, una coppia di collezionisti cileni residenti negli Stati Uniti, esperti di arte italiana Rinascimentale, dall’altra lo Stato francese che ha ottenuto per il “Cristo deriso” lo status di tesoro nazionale, ossia 30 mesi nei quali l’opera resterà in Francia e si potranno raccogliere i fondi per comprarla. Il codice del patrimonio stabilisce altrimenti la possibilità di una conciliazione.

Ma ad infoltire la trama di questo groviglio si aggiunge la dipartita dell’anziana ex proprietaria di Compiègne: gli eredi sono costretti a pagare un’imposta di successione dell’ammontare di 9 milioni di euro. Un gioco forza tutto questo dove la derisione sembra scivolare dalla pittura all’attualità, mentre misericordia ed umiltà restano ben salde sulla tavola dipinta.

Ora il quesito è: sul grande palcoscenico di domanda e offerta come si pone la Patria del maestro Cimabue?

Per il momento la Francia è la più agguerrita delle parti; e Franck Riester ministro francese della cultura afferma ottimista, in seguito all’ottenimento del blocco, che:

Grazie ai tempi concessi da questa misura, potranno essere effettuati tutti gli sforzi affinché quest’opera eccezionale possa arricchire le collezioni nazionali.

 

https://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/cimabue-cristo-deriso-francia-usa-italia/

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