Intervista allo scrittore Davide Amante in occasione della designazione di Milano a città della cultura 2020

La città di Milano ospiterà a Ottobre 2020 il vertice mondiale delle città della cultura. Abbiamo chiesto allo scrittore Davide Amante, letterato e milanese doc, di spiegarci meglio questa iniziativa, il suo punto di vista sull’amministrazione della città e le opportunità che essa rappresenta. Milano è stata designata da 38 altre metropoli per aver agito nell’inclusione sociale, nella creatività, nella riduzione delle distanze tra centro e periferia, nell’impegno ambientale.

Incontriamo lo scrittore nel suo attico nel pieno centro di Milano, da dove già si ha una rappresentazione visiva imponente della città: dal Duomo di Milano alle antiche cupole delle chiese fino ai moderni grattacieli in vetro della parte più moderna della metropoli.

 

Lei è d’accordo con la designazione di Milano a città della cultura 2020?
Sì, certo. A mio avviso è una designazione meritata e importante per la città di Milano. Questa è una iniziativa particolare, voluta in origine dal sindaco di Londra, che è riuscita negli anni a coinvolgere oltre 40 metropoli del mondo fra le più attive e impegnate culturalmente. Quindi stiamo parlando già dell’eccellenza della cultura mondiale – così come viene espressa dalle città – e il fatto che Milano sia designata per il 2020 è ancor più significativo considerati i competitor. Va anche detto che è un network di metropoli che collaborano all’iniziativa, pertanto non si tratta di una vera e propria competizione ma piuttosto di portare avanti una comune sensibilità e attenzione al tema della cultura e della creatività, nel senso più esteso.

Perché è stata scelta Milano?
Perché Milano è vitale, esuberante, intensa. Qualche volta anche volgare come spesso accade quando c’è grande vitalità. Ma io vedo una Milano impegnata, che si muove in avanti con fiducia, generosa, portatrice di valori civici solidi, e che è in costante cambiamento. E dove c’è movimento, c’è sempre poesia.

Secondo lei l’Expo Milano 2015 ha determinato questa nomina?
No, non credo. E’ giusto citarlo come un volano perché l’Expo ha dato una grande e necessaria scossa a Milano, coinvolgendo tutti, anche gli scettici. E certamente questa spinta si è riverberata anche e molto sulla cultura. Ma la cultura e la creatività fanno parte di Milano da sempre nella sua storia e nonostante l’opinione un po’ superficiale e frivola che alcuni ne hanno di città che ruota intorno al denaro, chi la conosce davvero sa che Milano ha sempre viaggiato su coordinate culturali e creative di primissimo livello. La differenza semmai è che la città ha sempre voluto amalgamare l’interesse economico e il business con la creatività, e questo a mio avviso è giusto.
L’Expo 2015 ha forse messo in risalto, a livello internazionale, l’impegno di Milano nella cultura nel contesto di questi anni. Ma la cultura e la creatività di Milano sono ben altra cosa, vanno viste in un contesto ben più ampio. E questo senza nulla togliere all’amministrazione milanese che ha ben fatto a mio avviso.

La sua conclusione porta direttamente alla domanda successiva: secondo lei l’amministrazione di Milano ha aiutato ad ottenere questa nomina?
Sì, ritengo che l’amministrazione degli ultimi anni abbia ben fatto. Milano ha sempre avuto una tradizione di sinistra moderata che, senza voler entrare in discussioni politiche che poco mi riguardano, si è dimostrata operosa ed efficace. Trovo che l’attuale sindaco, con la sua squadra, abbia ben lavorato nell’interesse della città in questi anni. Penso che sia un buon momento questo per Milano, tutto considerato. L’attuale amministrazione e in particolare il sindaco Sala e l’assessore alla Cultura Filippo del Corno ne sono gli artefici.

Può spiegarci quali caratteristiche culturali di Milano la rendono meritevole di ospitare il Summit?
Milano è una città rinascimentale che a dispetto di quanto molti possano pensare, ha sempre messo in primo piano la cultura, l’arte, la creatività. In Italia c’è la tendenza a vedere la cultura e l’arte come qualcosa di costituito e completo, del resto le città d’arte e Roma stessa sono sature d’arte e purtroppo vi è spesso la tendenza da parte di molti a riconoscere come arte soltanto ciò che proviene dal passato e che è già stato riconosciuto da altri.

L’arte, al contrario, è innovativa, spezza le regole del passato per crearne di nuove, la vera arte non sta mai alle regole perché crea le proprie di regole, e quasi sempre è disorientante per i contemporanei che la affrontano la prima volta. Penso all’arte povera (di origine torinese ma immediatamente compresa e rilanciata soprattutto da Milano), penso alla Transavanguardia, la musica, la grande tradizione dell’editoria illuminata milanese purtroppo scomparsa, penso a quella moltitudine di artigiani specializzati e raffinati che hanno sempre trovato in Milano un cliente d’eccezione, disposto a spendere e investire, penso all’eccezionale fenomeno della moda stessa.

Dare a Milano quel ruolo di capitale finanziaria, sebbene tecnicamente sia comprensibile, significa non aver capito niente dei milanesi e delle famiglie milanesi. E’ proprio quando si ha la disponibilità finanziaria che si comprende che senza la curiosità, senza l’anima, senza il sogno a dare una direzione, il denaro non porterebbe da alcuna parte se non alla noia. Per questo motivo proprio in una metropoli ricca come Milano si può ben comprendere e più che altrove la necessità di circondarsi d’arte e cultura.
Milano è sempre stata rinascimentale nel senso che la cultura e l’arte – non quella del passato ma quella del futuro – sono sempre state nelle sue corde. Milano è una grande capitale della creatività e dell’anima italiana, spesso mai abbastanza riconosciuta per questo.

Lei è uno scrittore e sceneggiatore, come vede la letteratura milanese?
Quando non ci sono più i grandi editori disposti a rischiare e capaci di capire la letteratura, rimangono gli amministratori e le redazioni. Questi ultimi mi fanno pensare a un bell’articolo di Vitaliano Brancati ‘Il Borghese e l’Immensità’. La immagina la brava redattrice o il bravo redattore, o anche i bravi blogger, che si recano in tram al lavoro o che scrivono sui loro portatili, pensando al mutuo, alla spesa per il gatto, alla prenotazione delle vacanze e all’aperitivo, scegliere per la pubblicazione il testo di un grande scrittore, uno che sta cambiando le coordinate del proprio tempo, che ha viaggiato fino ai confini più distanti di se stesso e della vita? La immagina la loro sensibilità nel comprendere queste cose? La scelta dei bravi blogger e dei bravi redattori è quella che vediamo sugli scaffali delle librerie, una foresta di piccoli problemi rappresentati con piccole storie e una piccola competenza letteraria. Cèline li chiama i Goncourtisti con gli occhiali o senza occhiali, i professorini che fanno gli scrittori e così andare. Questa purtroppo è la tendenza della letteratura italiana contemporanea ed anche milanese. Ma i grandi scrittori non se ne curano. Scrivono i romanzi. A un certo punto anche i redattori si accorgono della differenza.

Come vede il ruolo della donna in questa Milano moderna?
Questa faccenda della parità nei ruoli e nei poteri di uomo e donna, la vedo del tutto fuori tempo, ridicola. Il problema non dovrebbe neanche più esistere e invece, purtroppo, c’è ancora gente convinta che via sia una qualche differenza qualitativa. Milano ha il vantaggio di essere concreta e moderna, guarda al risultato e di conseguenza sa bene che non c’è alcuna differenza. Anzi, preferirei semmai vedere più donne nei ruoli chiave che uomini, tendo a fidarmi più delle donne.

Lei vive in una area storica della città, come si vive nel centro storico?
La qualità della vita è alta e negli ultimi anni ho riscontrato una continua tendenza al miglioramento. Rispetto alle altre metropoli nel mondo Milano ha un equilibrio irripetibile. Riesce a mantenere un dialogo e una dimensione umane, pur correndo e lavorando sul piano internazionale. E’ un meccanismo raffinato che le altre metropoli, seppur a volte più efficienti, non riescono a comprendere. Io credo che si stia facendo molto negli ultimi anni per migliorare la città, sia da parte dell’amministrazione sia da parte della cittadinanza. Mi pare che molti abbiano compreso l’importanza di fare questo passo. E i risultati cominciano a vedersi.

Può spiegarci come funziona il World Cities Culture Summit?
Il World Cities Culture Summit è sostanzialmente un network di metropoli di tutti i continenti, che da un’iniziativa nata dall’allora sindaco di Londra, riunisce le città culturalmente virtuose che vogliano collaborare a realizzare policy comuni a favore della cultura. Questo Summit porta avanti un comune pensiero per cui la cultura e la creatività hanno un impatto determinante nella pianificazione e nella legislazione intorno alle grandi città. Ogni anno si organizza un summit appunto, un incontro programmatico fra i più alti responsabili di ciascuna città. Tutte le altre città concorrono ad eleggere la città ospitante ogni anno ed è chiaro che l’elezione avviene sul presupposto che questa città abbia dimostrato sensibilità e attenzione alle tematiche culturali e creative.

Quali opportunità può portare questa inziativa alla città?
E’ una ottima occasione per discutere le best practice milanesi in un’ottica di sviluppo della cultura e delle creatività. Non dimentichiamo che a Milano in particolare la cultura è sempre stata un volano economico importante, a cui volentieri hanno storicamente partecipato grandi imprenditori locali. In senso più ampio è il momento in cui da un senso alla produttività economica della città, redistribuendola attraverso la cultura, la creatività e le inziative culturali per creare nuovi stimoli e nuovi percorsi di cui si può avvantaggiare nuovamente tutta la città. E’ un circolo virtuoso in cui imprenditoria e cultura si tengono per mano, avvantaggiando tutti.

Secondo lei Milano in che cosa può migliorare, riguardo alla cultura?
Milano ha bisogno di più coraggio sui temi della cultura e della creatività. Il World Cities Culture Summit è un nuovo stimolo in questo senso. Se sapremo raccogliere questo stimolo, il coraggio di averlo fatto sarà ripagato, perché una città più colta è una città più pronta ad affrontare il futuro e a creare ricchezza

‘Nata intera’, la nuova silloge poetica di Maria Grazia Nappa

Nata intera è la nuova silloge poetica di Maria Grazia Nappa, pubblicata dalla casa editrice La Gru nella collana Entropia.
Edizioni La Gru, ispirata alle figure di Neri Pozza e Leo Longanesi, combatte il sistema dell’editoria a pagamento, è una delle 14 case editrici italiane selezionate da Greenpeace per il progetto Scrittori per le foreste ed è la casa editrice che ha lanciato Lorenzo Marone, autore Longanesi e Feltrinelli.

Maria Grazia Nappa è una giovane scrittrice casertana che ha sempre amato la natura e odiato i giocattoli preferendo loro scatole vuote da colorare e con cui inventare storie. Immersa nell’arte, è cresciuta ascoltando cantautori italiani e francesi, osservando i dipinti comprati dagli artisti di strada, sfogliando le pagine di autori assurdi e sconosciuti. Parlava poco e fu un incontro con un poeta a cambiarle la vita. Lui le dedicò una poesia ancora prima di presentarsi; una poesia dedicata ai suoi occhi. Lei, dal giorno in cui lesse quei versi, fu catapultata in un’altra dimensione. Una realtà somigliante a un film. Purtroppo, a causa di una sensibilità troppo invadente, iniziò a subire interiormente brutte emozioni riconducibili all’abbandono.

Maria Grazia Nappa ha scritto la sua prima poesia a circa vent’anni. La poesia non è stata una scelta per lei, ma l’unica strada plausibile. Usa i versi per stare bene, per curare l’anima, per salvarsi da se stessa e da un mondo che fatica ad accettare.
A febbraio del 2018 l’autrice campana ha pubblicato la prima raccolta Le brutture dei cuori scalzi (Aletheia). Vive tra Caserta e Vigevano.

Una poesia che dona serenità all’autrice, in virtù del potere chiarificatore e rivelatore della parola, perché, come recita la sinossi del libro: «Una vita passata a scrivere per capire all’improvviso di non essere mai caduta. Non precipitare è stata la mia forza. Addormentarmi in tempo, strappare i graffi dalle tasche del destino. Ammazzarmi solo apparentemente». Nata intera è un atto di pacificazione, la presa di consapevolezza della propria esistenza, di essere nata intera per l’appunto, che si si riesce a toccare e a capire grazie alla scrittura.

 

Non reagire al male

Non reagire al male.

sarai marea contro terriccio,

silenzio contro rancore.

Spegnerai l’eccesso innalzandoti in trasparenza;

ti trasformerai in poesia calando il sipario.

Col tuo dramma,

i capelli spezzati, i ragni nel cervello;

se sarai forza,

diventerai teatro.

 

‘Le notti senza respiro’, la classicità di Enrico Scandurra

Le notti senza respiro, è la terza silloge poetica di Enrico Scandurra, giovane scrittore e giornalista che ha esordito nel 2011 con la raccolta di poesie Tra ospedale e paradiso, edita da Arduino Sacco.

La struttura di quest’ultimo lavoro poetico si articola in “Nove Sezioni”, che come si legge nella prefazione all’opera, si aprono come se per ciascuna di esse, si fosse tenuto uno speciale battesimo. Qui, ci sono epifanìe scaturite da una meditazione non fine a se stessa, ma che s’attacca al lettore, costringendolo a entrare nel mondo dello scrittore. “Nove Sezioni”, ciascuna delle quali contiene un equilibrio numerico di quattro, cinque e sei liriche, per un totale di quarantacinque. durante la lettura si procede, con voluta lentezza, nella scoperta dei gusti letterari del giornalista e scrittore, dalla classicità greco-romana all’attualità devastante di Poe e Majakóvskij, sino a lambire le rive di Spoon River e far ridestare la poetica di Dylan, e Fabrizio de André.

Vi sono omaggi ai grandi della storia: artisti, letterati. Eroi senza tempo, di cui è trascritta la mitologia, come l’immancabile Che Guevara, icona trasformata ormai in gadget dai suoi cantore per purtroppo non sanno che trasferire i sogni romantici nella realtà può essere pericoloso perché nascono i mostri del fanatismo e dell’inconcludenza, dell’incapacità di stabilire un vero contatto con la realtà. Non fa mai male bagnarsi con la realtà per denunciare le ipocrisie e le omissioni di chi osanna solo la bellezza di un mito e, in questo senso, Scandurra con i suoi versi essenziali ed “esistenziali”, imbevuti di classicità patisce il ritmo gli detta la realtà, la vita spingendolo a liberarsi di se stesso. Non a caso la silloge si intitola “Notti senza respiro”, perché Scandurra affonda nell’insonnia del dover dire, si appiglia alla sacralità della parola che però gli impedisce di riposare.

I versi liberi trasudano di desiderio di sperimentazione, di comunicazione con il lettore, manifestandogli l’affanno del poeta, e di tormento per lo stare al mondo, per poter poi giungere ad un quiete che non è solo esistenziale ma anche stilistica. Ne risulta una raccolta poetica abbastanza omogenea, dove soprattutto le parole per la sua amata terra rappresentano il punto forte dell’abilità stilistica dell’autore e la sua originalità, oltre le sue semplici capacità evocative in riferimento alla poetica di altri autori.

 

Ogni notte è una notte

Ogni notte è una notte nottambula,
schiava dell’ardore nel combattere il giorno.
ogni notte è una notte di stelle,
cadono a pezzi nel bitume dell’aria.
ogni notte è una notte di streghe,
fanciulle vendute al prezzo del pane.
ogni notte è una notte di pace,
scivola piano in un pozzo di guardie.
ogni notte è una notte di lance,
conficcate nella carne del millesimo amante.
ogni notte è una notte
ed è la notte la regina delle notti.
Il mattino,
il bambino nel ventre di madre.

‘Flipper’ di Kosinski: quando identità è un ostacolo con cui è necessario fare i conti

Le storie dello scrittore polacco naturalizzato statunitense Jerzy Kosinski, di famiglia ebrea, sopravvissuto agli orrori della Polonia nazista e stalinista, ed emigrante nel 1957 negli Stati Uniti, dove iniziò l’attività letteraria in lingua inglese (L’uccello dipinto ha vinto in Francia il Prix du Meilleur Livre Etranger; Passi il National Book Award in Fiction. Dal romanzo Presenze è stato tratto il film Oltre il giardino, per il suo adattamento cinematografico si è aggiudicato il Best Screenplay of the Year Award), sono superfici di acciaio riflettente, e Flipper non fa eccezione: da questo romanzo del 1984 proviene un vago calore, per quanto raccontato con un distacco chirurgico, e una timida partecipazione alle vicende emotive dei personaggi, anche in questo caso (come già accade in Oltre il giardino, L’uccello dipinto, Passi) divisi tra una esistenza di superficie e una realtà interiore con cui si devono confrontare.

La musica non ha esigenze. I compositori sì.

Come nei primi romanzi dove lo scrittore affronta il tema del rapporto tra la sfera sociale, oppressiva e spersonalizzante, e l’individuo, anche in Flipper, quest’ultimo può reagire soltanto isolandosi e affinando «l’arte di essere se stesso». Flipper è incentrato sui giochi di relazione tra quattro personaggi: il compositore decaduto e rassegnato Domostroy, Goddard, un musicista famosissimo che non appare mai in pubblico e di cui nessuno conosce l’identità, la pianista Donna e Andrea, una donna che assume Domostroy per scoprire l’identità di Goddard.

Se la musica di Goddard nasce da un profondo bisogno di esprimersi, quella di Domostroy deriva invece da una ricerca della perfezione; se il primo si annulla attraverso la sua arte traendone una libertà illimitata, nonché la possibilità di darsi al mondo senza filtri e senza compromettere la sua vita privata, il secondo fa aderire uomo e compositore, finendo per vivere, paradossalmente, la sua arte e la sua vita in modo gelido e sempre autovalutativo. È attraverso la musica che si crea un rapporto quasi intimo tra Goddard e Domostroy: i due intuiscono che c’è, in loro, un qualcosa di più grande e difficilmente spiegabile.

Donna e Andrea si rapportano con gli uomini in maniera speculare: una cerca di conciliare il talento musicale con le pulsioni torbide, l’altra tende alla sovraesposizione (anche sessuale), restando però inconoscibile.
Se anche lui, come Goddard, avesse deciso, allora, di nascondersi, sfuggire alla pubblicità e vivere la sua vita in disparte, da recluso, oppure travestito? Lo avrebbe fatto per salvare la sua musica, oppure, ammansendo i suoi nemici e detrattori, per salvare se stesso dalla notorietà e dal pubblico scandalo?

Sembra che, secondo Kosinski, essere sé stessi sia possibile solo nascondendosi agli occhi degli altri, senza mascherarsi ma scomparendo, negandosi, procedendo per sottrazione; anche di fronte ai loro pensieri, i quattro protagonisti si scarnificano.
Lo scrittore polacco ci suggerisce che è necessario trovare un modo per far coincidere ciò che si è con ciò che si fa: l’identità è un ostacolo con cui è necessario fare i conti. Tutto ciò che contorna l’azione creativa è limitante, costrittivo, se non addirittura soffocante; il creare non è un trastullo, e neanche una vocazione, ma un’esigenza; non un qualcosa che dà gioia, e neanche un movimento che nasce dal dolore, ma un qualcosa che è e basta; e questa visione si impone a tal punto che lo sviluppo della trama appare quasi come una forzatura, un innesto brutale, insoddisfacente e incompleto, per quanto necessario.

Finora, egli aveva sempre scoperto se stesso attraverso le proprie reazioni viscerali: e tali reazioni il più delle volte lo stupivano. Ora, per la prima volta, si preoccupava di ricavare una verità morale da se stesso.
Kosinski si conferma con Flipper un autore radicale, etico e amorale, affamato di assolutezza, asciutto fino alla secchezza; i suoi personaggi rimandano al lettore un vuoto affascinante, insondabile e liberatorio.

 

Fonte: http://www.crapula.it/flipper-jerzy-kosinski/

‘Anna’: l’apocalisse degli adulti di Ammaniti

Anna (Einaudi, 2015) è il settimo romanzo di Niccolò Ammaniti, scrittore romano giunto alla notorietà nel 2001 con il successo di Io non ho paura, e vincitore del Premio Strega nel 2007 con Come Dio comanda, libri che furono entrambi trasposti al cinema dal regista Gabriele Salvatores.

Nel delineare le caratteristiche principali che accomunano tutte le storie di Ammaniti, la penna esperta del critico letterario Alberto Asor Rosa ha scritto che «L’infanzia e l’adolescenza s’impongono fino a produrre un atto di solidarietà fra simili/uguali» (Dall’Introduzione all’edizione 2014 della raccolta di racconti Fango).

Bambini e adolescenti: personaggi preminenti nelle opere di Ammaniti, detentori di una prospettiva unica in cui l’autore ama da sempre calarsi, divengono nell’ultimo romanzo i protagonisti indiscussi di un singolare scenario da cui la realtà degli adulti è scomparsa lasciando solo un’ombra da ricercare con malinconica nostalgia. Anna si ambienta infatti in un mondo post-apocalittico in cui una terribile epidemia ha sterminato l’umanità, risparmiando però i minori di quattordici anni. “La Rossa”, questo è il nome della spietata malattia, pur essendo stata contratta dall’intero genere umano, rimane silente nei bambini, non provocando sintomi né danni, fino al periodo fatale rappresentato dal sopraggiungere della pubertà.

Anna: trama e contenuti del romanzo

Il romanzo segue le vicende di Anna, la protagonista, e del suo fratellino Astor, persi tra i miseri resti di quella che era un tempo la casa della loro famiglia, lande desolate, città distrutte e luoghi invasi da un’aura inquietante e surreale. È in questo macabro contesto che la sopracitata osservazione di Asor Rosa, senza dubbio valida per i titoli precedenti, non può più applicarsi alla trama e allo sfondo narrativo di Anna: la solidarietà fra simili è infatti pesantemente inghiottita da uno spirito primitivo di sopraffazione; i bambini che si aggirano tra le rovine della civiltà non aspirano a creare un reame idillico dove far regnare la proverbiale innocenza infantile, bensì lottano instancabilmente tra loro, si associano in bande di teppisti senza scrupoli o in misteriose sette fondate su un misticismo vacuo, strappano agli altri tutto ciò che possono servendosi del furto e dell’inganno.

Ciò che rende il romanzo Anna interessante è proprio l’immagine non stereotipata e non mitizzata dell’infanzia che in esso viene proposta. Un’immagine cruda, impietosa, sconvolgente ma molto più realistica degli scenari edenici e fiabeschi a cui la letteratura ci ha spesso abituato, come nel caso esemplare del castello misterioso descritto ne Il grande Meaulnes di Alain-Fournier. Ammaniti introduce quindi un elemento controverso capace di sfidare il gusto del pubblico e gli schemi della mentalità comune, una scelta importante per uno scrittore di grande successo internazionale inevitabilmente obbligato a confrontarsi con le logiche commerciali. Tale scelta si concretizza in maniera particolarmente efficace grazie alle descrizioni molto aspre e al linguaggio violento e diretto che da sempre animano lo stile di Ammaniti, uno stile che la critica ha talvolta considerato eccessivo in senso sgradevole proprio a causa dell’indulgenza sui dettagli macabri.

Anche l’inclusione della componente fantascientifica e l’ambientazione post-apocalittica meritano una riflessione. Si tratta di elementi tutt’altro che innovativi, ben presenti nella narrativa precedente (l’esempio più vicino è senza dubbio La strada di Cormac McCarthy), ma soprattutto nel cinema americano, che da decenni propone al pubblico scenari catastrofici ormai familiari incentrati sull’estinzione del genere umano. Nel romanzo di Ammaniti, tuttavia, il tema apocalittico sembra porsi come il punto di arrivo di un percorso coerente che si è delineato nelle opere precedenti attraverso lo sguardo disincantato dell’autore rivolto a una società allo sbaraglio e orientata verso l’autodistruzione. Non è un caso che, già nel 1996, il più esteso dei testi pubblicati nella raccolta Fango si intitolasse L’ultimo capodanno dell’umanità, titolo in apparenza ingannevole, perché l’esplosione descritta nel racconto non colpisce l’intero pianeta, ma soltanto un complesso di palazzine a Roma, ma di fatto calzante, in quanto l’umanità che la storia mette caoticamente in moto non è altro che un emblema universale di annientamento collettivo.

Alle immense megalopoli del cinema americano, distrutte da invasioni aliene e catastrofi nucleari, Anna contrappone una Sicilia spaventosamente inedita, abbandonata gradualmente a sé stessa con la fine della civiltà degli adulti, e dominata sempre più dal mondo rurale e selvaggio che varca a poco a poco i limiti artificiali delle città.

Difficile è comprendere il valore che nel romanzo ricoprono la speranza e la voglia di rinascita, che pur essendo presenti nei pensieri della protagonista e nelle illusioni diffuse tra la popolazione sopravvissuta, non riescono mai a concretizzarsi o a trovare un appoggio razionale degno di credibilità. Se da un lato i nomi di Anna e Astor, entrambi con l’iniziale A, sembrano richiamare l’idea di un nuovo inizio per il mondo, dall’altro la forza dell’epidemia appare incontrastabile, e i segni del morbo rimangono dietro l’angolo, in attesa di manifestarsi con l’inizio dell’adolescenza, l’età dove si entra nella “vita reale”, che invece diviene l’età dove si incontra la morte. E qui, in questo senso di inesorabile sconfitta, in questa angoscia che, per la prima volta in un romanzo di Ammaniti, supera di gran lunga l’ironia, si colloca forse il vero messaggio dell’opera, del tutto implicito e velato in un nichilismo senza uscita, eppure deducibile nella sconfortante conclusione della trama: oltre la speranza di salvezza, la possibilità di un riscatto, e persino oltre la sopravvivenza, ciò che conta sono i legami, la condivisione, il vivere insieme conservando intatti i sentimenti.

10 frasi per innamorarsi di Elsa Morante

Elsa Morante (Il gioco segreto, Diario, Menzogna e sortilegio, Lo scialle andaluso, L’isola di Arturo, La Storia), si è posta in un ambito letterario diverso da quello del neorealismo tanto in voga ai suoi tempi. Il percorso interiore della scrittrice romana è caratterizzato dal superamento delle dimensioni spazio temporali consuete per esplorare ambiti contornati da elementi magici e suggestivi che Elsa Morante ha sempre saputo rendere concreti e “reali” con grande maestria, attraverso affascinanti giochi di parole. Rifiutando forme proprie dello sperimentalismo, la Morante configura la Storia come elemento di salvezza in cui gli elementi negativi sono il Potere e lo Stato, mostrando come nella vita sia necessario soffrire. Non è un caso che il suo libro più controverso è stato proprio la Storia, romanzo scorretto ma vero, oggetto di numerose polemiche e fraintendimenti. Elsa Morante è stata una donna forte e fragile allo stesso tempo, un’incendiaria, per la quale la letteratura è ha rappresentato la vita stessa, compagna dello scrittore Alberto Moravia in una relazione molto travagliata e amica di Pier Paolo Pasolini.

 

1.“L’intenzione delle femmine è di degradare la vita. È questo, che ha voluto dire la leggenda degli Ebrei, raccontando la cacciata dal Paradiso terrestre per volontà di una femmina”. (L’isola di Arturo)

2.”Vivere senza nessun mestiere è la miglior cosa: magari accontentarsi di mangiare pane solo, purché non sia guadagnato”. (L’isola di Arturo)

3.“La peggiore violenza contro l’uomo è la degradazione dell’intelletto”.

4.“Il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarielli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purché non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro, invece, è una cosa inutile, e mortifica la fantasia”. (L’isola di Arturo)

5.“La vera anarchia non può ammettere la violenza”. (La Storia)

6.”L’amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana”.

7.”Napoli è tante cose, e molti sono i motivi per cui la si può amare o meno, ma soprattutto Napoli è una grande capitale, ed ha una stupefacente capacità di resistere alla paccottiglia kitsch da cui è oberata, una straordinaria possibilità di essere continuamente altro rispetto agli insopportabili stereotipi che la affliggono”.

8.”Una speranza, a volte, indebolisce le coscienze, come un vizio”.

9.”Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te”.

10.”Che il segreto dell’arte sia qui? Ricordare come l’opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l’inventare è ricordare”.

 

 

Premio Strega 2016: i dodici finalisti

Premio Strega 2016:i finalisti

Come ogni anno il Comitato direttivo del Premio Strega 2016 ha selezionato, tra i ventisette segnalati, i dodici libri presentati lo scorso 1° aprile dagli “Amici della domenica”. La Fondazione Maria e Goffredo Bellonci promossa da Liquore Strega con il patrocinio di Roma Capitale e il sostegno di Unindustria – Unione degli Industriali e delle Imprese Roma Frosinone Latina Rieti Viterbo, lavorano a questa nuova edizione del celebre Premio Strega. Il Comitato del Premio che ha selezionato i dodici libri, presieduto come sempre da Tullio De Mauro, è composto da Melania Mazzucco, Valeria Della Valle, Enzo Golino, Giuseppe D’Avino, Simonetta Fiori, Paolo Giordano, Alberto Foschini, Giuseppe Gori, Luca Serianni e Maurizio Stirpe. Come da tradizione ogni libro è presentato da due autori i libri in gara per questa settantesima edizione sono:

L’uomo del futuro edito da Mondadori di Eraldo Affinati presentato da Giorgio Ficara e Igiaba Scego.
La scuola cattolica edito da Rizzoli di Edoardo Albinata presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi
Dove troverete un altro padre come il mio edizioni Ponte alle Grazie di Rossana Campo
presentato da Valeria Parrella e Antonio Riccardi
Dalle rovine edizione Tunué di Luciano Funetta presentato da Lorenzo Pavolini e Luca Ricci
Le streghe di Lenzavacche di Simona Lo Iacono presentato da Paolo Di Stefano e Romana Petri
La reliquia di Costantinopoli edito da Neri Pozza di Paolo Malaguti presentato da Marcello Fois e Alberto Galla
Il cinghiale che uccise Liberty Valance edizioni minimum fax di Giordano Meacci presentato Giuseppe Antonelli e Diego de Silva
L’addio edito da Giunti di Antonio Moresco presentato da Daria Bignardi e Tiziano Scarpa
Conforme alla gloria edizione Voland di Demetrio Paolin presentato da Maria Rosa Cutrufelli e Elisabetta Mondello
La figlia sbagliata edizoni Frassinelli di Raffaella Romagnolo presentato da Fabio Geda e Giuseppe Patota
Se avessero edito da Garzanti di Vittorio Sermonti presentato da Franco Marcoaldi e Serena Vitale
La femmina nuda edizione La nave di Teseo di Elena Stancanelli presentato da Francesco Piccolo e Silvia Ronchey

Le presentazioni ufficiali dei 12 candidati si terranno sabato 30 aprile a Sanremo e il 5 maggio a Benevento. Non sfugge la presenza, anche quest’anno di una buona partecipazione di editori indipendenti. La prima votazione per selezionare la cinquina dei finalisti si terrà come tradizione a Casa Bellonci. Mercoledì 15 giugno ci sarà lo spoglio dei voti degli Amici della Domenica ai quali si aggiungono i voti di quaranta lettori forti selezionati da librerie indipendenti italiane associate all’ALI e i voti di venti collettivi espressi da scuole, università e Istituti Italiani di Cultura all’estero. La seconda votazione e la proclamazione del vincitore avverranno invece venerdì 8 luglio presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
La dozzina selezionata dal Comitato direttivo concorre inoltre alla terza edizione del Premio Strega Giovani. La giuria dello Strega giovani è composta da circa 500 ragazze e ragazzi, di età compresa tra i 16 e i 18 anni in rappresentanza di 50 licei e istituti tecnici italiani ed esteri. Il vincitore sarà annunciato lunedì 13 giugno alla Camera dei Deputati.

Come ogni anno auguriamo a tutti buona fortuna e, nell’attesa di scoprire il vincitore del Premio Strega 2016, iniziamo la lettura di questi dodici autori!

La dimensione civile di Carlo Michelstaedter

Carlo Raimondo Michelstaedter nasce a Gorizia il 3 Giugno del 1887 da una famiglia di origine ebraica. Viene educato presso un convento religioso e dopo essersi iscritto alla facoltà di matematica presso l’università di Vienna,  frequenta l’accademia di belle arti e si avvia agli studi di filosofia nella città di Firenze. Michelstaedter legge D’Annunzio, Leopardi, Tolstoj, Ibsen, Parmenide, Sofocle, Eschilo, Schopenhauer, senza ombra di dubbio per lui determinanti. Ritenuto un esistenzialista ante-litteram, nelle sue opere Dialogo della salute e Poesie vengono analizzati i temi già studiati durante la sua gioventù, ossia la tragicità della morte così temuta ma vista anche come traguardo dell’esistenza e affermazione di sé. L’uomo, secondo Michelstaedter, risulta diviso tra realtà e mistificazione di essa, tra vita e morte in antitesi.

La corrente letteraria che meglio può aiutarci a comprendere la sua formazione di tipo tardo-romantico è il decadentismo, dentro cui egli segnò una netta divisione tra il trionfo della storia dell’uomo e la consapevolezza della sua miseria e vanità. Ancora una volta abisso, inquietudine e dualismo. Considerato uno dei più grandi pensatori del primo novecento, la sua filosofia esistenzialista condanna la società in cui ai reali valori si sono sostituiti ormai i timori e l’angoscia che pervade l’uomo fino a svuotarlo;  Michelstaedter si dichiara infatti contrario all’organizzazione sociale in quanto corromperebbe l’uomo al quale invece spetta la ‘persuasione’ e la libertà da ogni tipo di vincolo.

Ne La Persuasione e la Rettorica (anche sua tesi di laurea) l’uomo infatti è paragonato ad un peso legato ad un gancio che pende ed il suo desiderio è quello di scendere sempre più in basso, in un conflitto dove la rettorica è non-essere e la persuasione è essere, l’unica strada da seguire con un grande atto di volontà e di amore esclusivo verso se stessi. La dannazione umana, il non bastare a se stessi, la rassegnazione a tutto questo, trovano, potremmo dire, una giustificazione filosofica che non è certamente nuova ma che ci permette di collocare l’autore al fianco di Pirandello e in contrapposizione al Croce e alla sua teoria della ”sistemazione”.

Nell’opera All’Isonzo l’autore è sempre più schiavo delle sue nevrosi e questo lo si evince dal simbolismo di cui si serve quando sceglie il mare o il vento per rappresentare la sua profonda crisi interiore, quindi la natura, privato però, in quanto umano, del privilegio dell’alternanza tra luce e buio. Esemplari sono i versi contenuti nel testo Nostalgia : “Che mi giova, o natura luminosa, l’armonia del tuo gioco senza cure?”.  Noi attendiamo il momento della luce, pur vivendo nell’oscurità ed essendone abituati.

Michelstaedter compie un vero e proprio viaggio nella psiche dell’uomo, probabilmente ascetico ed individualista. Certo è chiara l’influenza del pensiero leopardiano in alcuni stilemi adottati, nel suo procedere oltre il lamento, nel suo bisogno estremo di andare a fondo. Gli autori ai quali si ispira vengono chiamati da Michelstaedter stesso ”veri pessimisti” e al primo posto c’è sicuramente Petrarca, tra i pochi in grado di scandagliare tra i dolori dell’esistenza. Chi non chiede la vita e non teme la morte dev’essere disposto a dare tutto, senza chiedere niente. Questa la sua etica, anche quando sarà costretto ad accettare il suicidio di persone care come rinuncia.

Autore, filosofo, ”poeta civile”, Michelstaedter, scrivendo, racconta il malessere ed i tumulti dell’animo, lo fa costantemente, finquando l’insoddisfazione, il dolore o, pare, la consapevolezza di essere gravemente ammalato non lo spingono a reagire con la rivoltella, si suicida infatti in un caldo pomeriggio di ottobre del 1910. Le sue opere ci sono giunte postume, perché prive fino alla fine della forma alla quale ambiva.

 

Se camminando vado solitario

Se camminando vado solitario
per campagne deserte e abbandonate
se parlo con gli amici, di risate
ebbri, e di vita,

se studio, o sogno, se lavoro o rido
o se uno slancio d’arte mi trasporta
se miro la natura ora risorta
a vita nuova,

Te sola, del mio cor dominatrice
te sola penso, a te freme ogni fibra
a te il pensiero unicamente vibra
a te adorata.

A te mi spinge con crescente furia
una forza che pria non m’era nota,
senza di te la vita mi par vuota
triste ed oscura.

Ogni energia latente in me si sveglia
all’appello possente dell’amore,
vorrei che tu vedessi entro al mio cuore
la fiamma ardente.

Vorrei levarmi verso l’infinito
etere e a lui gridar la mia passione,
vorrei comunicar la ribellione
all’universo.

Vorrei che la natura palpitasse
del palpito che l’animo mi scuote…
vorrei che nelle tue pupille immote
splendesse amore. –

Ma dimmi, perché sfuggi tu il mio sguardo
fanciulla? O tu non lo comprendi ancora
il fuoco che possente mi divora?…
e tu l’accendi…

Non trovo pace che se a te vicino:
io ti vorrei seguir per ogni dove
e bever l’aria che da te si muove
né mai lasciarti.