‘Fight Club’ di Chuck Palahniuk: un romanzo esistenzialista ricco di svolte semantiche

L’uscita del romanzo Fight Club di Chuck Palahniuk nel 1996 ha indotto molti scrittori, critici e pubblico in generale, loro malgrado, a guardare a questo nuovo autore. Con questo libro estremamente controverso, Chuck Palahniuk ha dato un nuovo gusto al mondo letterario negli Stati Uniti, e sollevando alcuni temi importanti come, l’umiliazione e il consumismo, il romanzo, in breve tempo, ha inondato i negozi di libri di Washington DC, dando il via ad un vivace dibattito critico.

E’ impossibile restare indifferenti di fronte ad una lettura così particolare, che il giudizio sia positivo o negativo è comunque indubbia la capacità di Palahniuk di incuriosire il lettore che dopo poche pagine capisce di trovarsi davanti ad un prodotto unico nel suo genere.

La storia ha come protagonista un anonimo trentenne che nonostante disponga di un buon lavoro è passivo e sfiduciato nei confronti del genere umano, oltre a soffrire di una tremenda insonnia e stress che lo costringono a partecipare a numerosi gruppi di sostegno per malati terminali dove trova il conforto che non riesce ad avere nella vita di tutti i giorni.

Proprio in uno di questi gruppi il protagonista conosce una donna di nome Marla Singer, ma ciò che veramente cambia la sua prospettiva è l’incontro con Tyler Durden, un proiezionista e cameriere che si presenta come una sorte di guru demolitore del moderno capitalismo e di una società votata al consumismo sfrenato, indotto e non necessario. I due trovano conforto per se stessi e per molti altri uomini in incontri clandestini di lotta libera nei sotterranei di bar, cantine, garage, dove sfogare le proprie frustrazioni. Così nasce il “Fight Club”, il primo passo di un surreale disegno più ampio che mira alla distruzione della società.

La trama prende vita in modo frammentario, dal ritmo sincopato, e con diversi salti sia in avanti sia in dietro nel tempo fra una scena e l’altra, alternando immagini allucinatorie, mentre si racconta il male di vivere di un’intera generazione, orfana della cieca adesione ai valori materiali degli anni ’80, ma priva di altri in cui credere. Probabilmente il tema, letto oggi, potrebbe risultare banale: non saremo illuminati da un pensiero rivelatore, in quanto il romanzo è costruito in modo artificioso da farcelo sembrare datato. Tuttavia si potrebbe obiettare che la mente può essere molto artificiosa, visionaria, allucinata, la cui artificiosità è incrementata dal contesto in cui viviamo e da quello che subiamo passivamente senza nemmeno rendercene conto.

Una serie di studi hanno collocato il romanzo Fight Club nella sezione “oggetto di ricerca”, utilizzando la teoria del strutturalismo genetico come strumento chirurgico poi usato come riferimento metodologico riguardante l’applicazione della teoria nella ricerca letteraria.

Senza dubbio Fight Club è un romanzo esistenzialista. L’esistenzialismo è uno dei maggiori flussi di filosofia che abbia mai colorato il mondo intellettuale in Europa. Tale movimento filosofico, iniziò come critica verso la tradizione filosofica classica portata da Socrate e Platone i quali credevano che ci fosse qualcosa in questo universo chiamato “essenza universale” o “natura” che si applica universalmente a tutto ciò che esiste. L’esistenzialismo ha negato tali teorie.

“L’esistenza precede l’essenza”, sosteneva Sartre e non esiste una natura assoluta sulle cose esiste in questo universo prima di quelle cose. Questa nozione pone la situazione esistenziale umana / individuale come il suo inizio. L’esistenzialismo rimanda un individuo come soggetto alla propria esistenza. Un individuo non è “qualcosa” finché non si trasforma in “qualcosa”. Sartre lo spiega brevemente: “… prima l’uomo esiste: si materializza nel mondo, si incontra e solo dopo definisce stesso. “

Di conseguenza, l’uomo è un’entità che ha una libertà infinita. Un individuo è libero di fare tutto ciò che vuole, compreso il superamento del limite dei vari
valori, norme o morale che lo circonda, è condannato ad essere libero. E Fight Club è un libro intriso si nichilismo, sangue, violenza, crudezza. Ma come si combatte il nichilismo e il consumismo tanto criticati? Come annientarli? Ben presto, il Fight Club si evolve in qualcosa di più spaventoso ed inquietante, un movimento anarchico nettamente contrapposto alla società consumistica moderna, che vuole annientarla tout court per ricominciare da zero:

Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, adesso possiedono te.

È solo dopo che hai perso tutto, che sei libero di fare qualunque cosa.

In generale, Fight Club è una manifestazione di un “viaggio esistenziale”, nella fattispecie, il viaggio di un individuo nella sua ricerca di una vita significativa, autentica. Nel romanzo, il Narratore — o il problematico eroe, usando il termine di Goldmann – è un individuo che deve subire il viaggio esistenziale e tale viaggio inizia con una rappresentazione della vita del narratore che si trova nell'”assurdità della vita”. Il narratore è un giovane di successo ed economicamente consolidato, ma si sente vuoto con la sua “vita meccanica” (si occupa di automobili). Odia il suo lavoro e spera sempre di lasciarlo per sempre.

In Fight Club, il problema è, come si diceva, il narratore, il cui nome è sconosciuto fino alla fine della storia. Il narratore, il suo viaggio e la sua relazione con le circostanze da sole costruiscono un aspetto della trama del romanzo che oscilla tra teorie sociali e filosofiche, tra cui spicca quella del Marxismo.

I campi semantici contenuti in questo romanzo descrivono le condizioni e circostanze che circondano la vita del Narratore, e presenti in molteplici
livelli. Quindi, da ciascuno dei livelli menzionati, il Narratore ha provato a compiere un svolta per uscirne. Fuori dal livello precedente, il Narratore si è quindi confrontato di nuovo con campi semantici che mostrano le condizioni e le situazioni a diversi livelli. Quindi il narratore tenta di nuovo  una svolta e, di nuovo, si confronta con le condizioni e circostanze su un livello diverso.

L’assunto del Narratore del romanzo la cui vita diventa via via sempre più aggressiva, ed instabile è che questa è la vita che lui ha sempre cercato, ora diventa . Ma ora odia persino tutta la bellezza che lui non aveva mai avuto. Il tratto cinico del narratore raggiunge l’apice e si manifesta nella scena in cui lui, durante una riunione del Fight Club, combatte con il personaggio di nome Faccia d’Angelo. Il personaggio di Angel’s Face è, come suggerisce il nome, descritto come un bel ragazzo. Durante il combattimento, il narratore sembra molto turbato mentre batte la faccia di Angel’Face  fino a quando il suo volto non ha più tale forma.

Il desiderio di distruggere diviene un punto di svolta per il Narratore per districare i problemi che gli si presentano lungo la strada. Vedendo che il desiderio di distruggere del Narratore nell’ultimo combattimento, crescere in varie città degli Stati Uniti, Tyler Durden, sviluppa il Fight Club nel Project Mayhem. La presenza del campo semantico Project Mayhem contrassegna nuovamente il processo del Narratore nell’entrare in un’altra condizione di vita, a diversi livelli.

Intervista allo scrittore Davide Amante in occasione della designazione di Milano a città della cultura 2020

La città di Milano ospiterà a Ottobre 2020 il vertice mondiale delle città della cultura. Abbiamo chiesto allo scrittore Davide Amante, letterato e milanese doc, di spiegarci meglio questa iniziativa, il suo punto di vista sull’amministrazione della città e le opportunità che essa rappresenta. Milano è stata designata da 38 altre metropoli per aver agito nell’inclusione sociale, nella creatività, nella riduzione delle distanze tra centro e periferia, nell’impegno ambientale.

Incontriamo lo scrittore nel suo attico nel pieno centro di Milano, da dove già si ha una rappresentazione visiva imponente della città: dal Duomo di Milano alle antiche cupole delle chiese fino ai moderni grattacieli in vetro della parte più moderna della metropoli.

 

Lei è d’accordo con la designazione di Milano a città della cultura 2020?
Sì, certo. A mio avviso è una designazione meritata e importante per la città di Milano. Questa è una iniziativa particolare, voluta in origine dal sindaco di Londra, che è riuscita negli anni a coinvolgere oltre 40 metropoli del mondo fra le più attive e impegnate culturalmente. Quindi stiamo parlando già dell’eccellenza della cultura mondiale – così come viene espressa dalle città – e il fatto che Milano sia designata per il 2020 è ancor più significativo considerati i competitor. Va anche detto che è un network di metropoli che collaborano all’iniziativa, pertanto non si tratta di una vera e propria competizione ma piuttosto di portare avanti una comune sensibilità e attenzione al tema della cultura e della creatività, nel senso più esteso.

Perché è stata scelta Milano?
Perché Milano è vitale, esuberante, intensa. Qualche volta anche volgare come spesso accade quando c’è grande vitalità. Ma io vedo una Milano impegnata, che si muove in avanti con fiducia, generosa, portatrice di valori civici solidi, e che è in costante cambiamento. E dove c’è movimento, c’è sempre poesia.

Secondo lei l’Expo Milano 2015 ha determinato questa nomina?
No, non credo. E’ giusto citarlo come un volano perché l’Expo ha dato una grande e necessaria scossa a Milano, coinvolgendo tutti, anche gli scettici. E certamente questa spinta si è riverberata anche e molto sulla cultura. Ma la cultura e la creatività fanno parte di Milano da sempre nella sua storia e nonostante l’opinione un po’ superficiale e frivola che alcuni ne hanno di città che ruota intorno al denaro, chi la conosce davvero sa che Milano ha sempre viaggiato su coordinate culturali e creative di primissimo livello. La differenza semmai è che la città ha sempre voluto amalgamare l’interesse economico e il business con la creatività, e questo a mio avviso è giusto.
L’Expo 2015 ha forse messo in risalto, a livello internazionale, l’impegno di Milano nella cultura nel contesto di questi anni. Ma la cultura e la creatività di Milano sono ben altra cosa, vanno viste in un contesto ben più ampio. E questo senza nulla togliere all’amministrazione milanese che ha ben fatto a mio avviso.

La sua conclusione porta direttamente alla domanda successiva: secondo lei l’amministrazione di Milano ha aiutato ad ottenere questa nomina?
Sì, ritengo che l’amministrazione degli ultimi anni abbia ben fatto. Milano ha sempre avuto una tradizione di sinistra moderata che, senza voler entrare in discussioni politiche che poco mi riguardano, si è dimostrata operosa ed efficace. Trovo che l’attuale sindaco, con la sua squadra, abbia ben lavorato nell’interesse della città in questi anni. Penso che sia un buon momento questo per Milano, tutto considerato. L’attuale amministrazione e in particolare il sindaco Sala e l’assessore alla Cultura Filippo del Corno ne sono gli artefici.

Può spiegarci quali caratteristiche culturali di Milano la rendono meritevole di ospitare il Summit?
Milano è una città rinascimentale che a dispetto di quanto molti possano pensare, ha sempre messo in primo piano la cultura, l’arte, la creatività. In Italia c’è la tendenza a vedere la cultura e l’arte come qualcosa di costituito e completo, del resto le città d’arte e Roma stessa sono sature d’arte e purtroppo vi è spesso la tendenza da parte di molti a riconoscere come arte soltanto ciò che proviene dal passato e che è già stato riconosciuto da altri.

L’arte, al contrario, è innovativa, spezza le regole del passato per crearne di nuove, la vera arte non sta mai alle regole perché crea le proprie di regole, e quasi sempre è disorientante per i contemporanei che la affrontano la prima volta. Penso all’arte povera (di origine torinese ma immediatamente compresa e rilanciata soprattutto da Milano), penso alla Transavanguardia, la musica, la grande tradizione dell’editoria illuminata milanese purtroppo scomparsa, penso a quella moltitudine di artigiani specializzati e raffinati che hanno sempre trovato in Milano un cliente d’eccezione, disposto a spendere e investire, penso all’eccezionale fenomeno della moda stessa.

Dare a Milano quel ruolo di capitale finanziaria, sebbene tecnicamente sia comprensibile, significa non aver capito niente dei milanesi e delle famiglie milanesi. E’ proprio quando si ha la disponibilità finanziaria che si comprende che senza la curiosità, senza l’anima, senza il sogno a dare una direzione, il denaro non porterebbe da alcuna parte se non alla noia. Per questo motivo proprio in una metropoli ricca come Milano si può ben comprendere e più che altrove la necessità di circondarsi d’arte e cultura.
Milano è sempre stata rinascimentale nel senso che la cultura e l’arte – non quella del passato ma quella del futuro – sono sempre state nelle sue corde. Milano è una grande capitale della creatività e dell’anima italiana, spesso mai abbastanza riconosciuta per questo.

Lei è uno scrittore e sceneggiatore, come vede la letteratura milanese?
Quando non ci sono più i grandi editori disposti a rischiare e capaci di capire la letteratura, rimangono gli amministratori e le redazioni. Questi ultimi mi fanno pensare a un bell’articolo di Vitaliano Brancati ‘Il Borghese e l’Immensità’. La immagina la brava redattrice o il bravo redattore, o anche i bravi blogger, che si recano in tram al lavoro o che scrivono sui loro portatili, pensando al mutuo, alla spesa per il gatto, alla prenotazione delle vacanze e all’aperitivo, scegliere per la pubblicazione il testo di un grande scrittore, uno che sta cambiando le coordinate del proprio tempo, che ha viaggiato fino ai confini più distanti di se stesso e della vita? La immagina la loro sensibilità nel comprendere queste cose? La scelta dei bravi blogger e dei bravi redattori è quella che vediamo sugli scaffali delle librerie, una foresta di piccoli problemi rappresentati con piccole storie e una piccola competenza letteraria. Cèline li chiama i Goncourtisti con gli occhiali o senza occhiali, i professorini che fanno gli scrittori e così andare. Questa purtroppo è la tendenza della letteratura italiana contemporanea ed anche milanese. Ma i grandi scrittori non se ne curano. Scrivono i romanzi. A un certo punto anche i redattori si accorgono della differenza.

Come vede il ruolo della donna in questa Milano moderna?
Questa faccenda della parità nei ruoli e nei poteri di uomo e donna, la vedo del tutto fuori tempo, ridicola. Il problema non dovrebbe neanche più esistere e invece, purtroppo, c’è ancora gente convinta che via sia una qualche differenza qualitativa. Milano ha il vantaggio di essere concreta e moderna, guarda al risultato e di conseguenza sa bene che non c’è alcuna differenza. Anzi, preferirei semmai vedere più donne nei ruoli chiave che uomini, tendo a fidarmi più delle donne.

Lei vive in una area storica della città, come si vive nel centro storico?
La qualità della vita è alta e negli ultimi anni ho riscontrato una continua tendenza al miglioramento. Rispetto alle altre metropoli nel mondo Milano ha un equilibrio irripetibile. Riesce a mantenere un dialogo e una dimensione umane, pur correndo e lavorando sul piano internazionale. E’ un meccanismo raffinato che le altre metropoli, seppur a volte più efficienti, non riescono a comprendere. Io credo che si stia facendo molto negli ultimi anni per migliorare la città, sia da parte dell’amministrazione sia da parte della cittadinanza. Mi pare che molti abbiano compreso l’importanza di fare questo passo. E i risultati cominciano a vedersi.

Può spiegarci come funziona il World Cities Culture Summit?
Il World Cities Culture Summit è sostanzialmente un network di metropoli di tutti i continenti, che da un’iniziativa nata dall’allora sindaco di Londra, riunisce le città culturalmente virtuose che vogliano collaborare a realizzare policy comuni a favore della cultura. Questo Summit porta avanti un comune pensiero per cui la cultura e la creatività hanno un impatto determinante nella pianificazione e nella legislazione intorno alle grandi città. Ogni anno si organizza un summit appunto, un incontro programmatico fra i più alti responsabili di ciascuna città. Tutte le altre città concorrono ad eleggere la città ospitante ogni anno ed è chiaro che l’elezione avviene sul presupposto che questa città abbia dimostrato sensibilità e attenzione alle tematiche culturali e creative.

Quali opportunità può portare questa inziativa alla città?
E’ una ottima occasione per discutere le best practice milanesi in un’ottica di sviluppo della cultura e delle creatività. Non dimentichiamo che a Milano in particolare la cultura è sempre stata un volano economico importante, a cui volentieri hanno storicamente partecipato grandi imprenditori locali. In senso più ampio è il momento in cui da un senso alla produttività economica della città, redistribuendola attraverso la cultura, la creatività e le inziative culturali per creare nuovi stimoli e nuovi percorsi di cui si può avvantaggiare nuovamente tutta la città. E’ un circolo virtuoso in cui imprenditoria e cultura si tengono per mano, avvantaggiando tutti.

Secondo lei Milano in che cosa può migliorare, riguardo alla cultura?
Milano ha bisogno di più coraggio sui temi della cultura e della creatività. Il World Cities Culture Summit è un nuovo stimolo in questo senso. Se sapremo raccogliere questo stimolo, il coraggio di averlo fatto sarà ripagato, perché una città più colta è una città più pronta ad affrontare il futuro e a creare ricchezza

Haruki Murakami: narratore di storie normali dominate dalla Τύχη che trascende l’uomo

[ads1]Tanto famoso quanto schivo, Murakami preferisce che si parli della sua poetica più che della sua persona, in un atteggiamento quasi antitetico all’altro mostro sacro della letteratura giapponese contemporanea, Banana Yoshimoto. I suoi romanzi, come il suo Paese, risentono fortissimamente degli influssi pop americani, dalla lost generation nella letteratura, al jazz e il blues nella musica e agli anni d’oro di Hollywood nel cinema. Alla prosa postmoderna si unisce una sensibilità tutta orientale, sebbene abbia più volte dichiarato di non amare i narratori più classicisti, come Yukio Mishima e Yasunari Kawabata.

Cosa rappresenta quel piccolo uomo nato il 12 gennaio 1949 in Giappone? Haruki Murakami nasce a Kyoto ma il periodo fondamentale della sua formazione, umana ed artistica, lo passa a Tokyo, dove arriva nel 1968. Per chi non ne fosse a conoscenza, il 1968 non è solo la stagione di Charles Manson e le Brigate Rosse. Il 1968 è una stagione pregna di significato, una stagione di scontri e rivendicazioni che scuote il mondo intero come un terremoto . Anche il Giappone non viene risparmiato da queste scosse telluriche e lo stesso Murakami, un adolescente solitario con il vizio della buona musica e della letteratura, è inglobato in questa spirale; vi assiste, si eclissa ma ne resta segnato, come si può evincere dalla morte del marito della signora Saeki, che in Kafka sulla Spiaggia trova una morte tragica quanto assurda, ucciso in mezzo ai moti rivoluzionari senza alcuna ragione.

Da quest’anno fatidico qualcosa cambia in Haruki, capisce che il fato è qualcosa contro cui non si combatte e decide di vivere come gli pare; invece di formarsi sui polverosi libri di scuola, quei volumi colmi di classicismo stantio, legge avidamente tutto quello che proviene dall’altra parte del mondo, in particolare la letteratura americana, in particolare la “Lost Generation”. Il suo feticismo per il Grande Gatsby è tale da farlo trasudare nelle magnifiche pagine di Noruwei no mori, romanzo sentimentale che lo consacra al grande pubblico. Nonostante ciò, non vi può essere differenza più grande tra Francis Scott Fitzgerald e lui, il primo esibizionista ed il secondo schivo, il primo protagonista dei ruggenti anni venti e il secondo comparsa del riscatto nipponico.

Sebbene delle regole gli sia sempre importato poco, tanto da farsi sospendere dal dormitorio in cui viveva per atti vandalici, riesce alla fine a laurearsi in letteratura, pur con svariati anni di ritardo sul rullino di marcia. Potrebbe essere la rampa di lancio per una carriera di tutto rispetto ma il ragazzo, dopo essersi sposato giovanissimo, decide di aprire un bar e di gestirlo con la moglie. Il luogo di lavoro non è altro che una estroflessione di quello che alberga nei recessi di Haruki Murakami: pareti bianche da riempire di pensieri e nessuna finestra ad ammorbare il suo vastissimo mondo interiore. Sigaretta dopo sigaretta, in quel bar che verrà magnificamente descritto in A sud del confine e a ovest del sole, non ha altro tempo che non sia ripagare il debito che ha contratto per aprire il Peter Cat. Le pareti sono sempre più grigie, in testa vorticano i pensieri ma non si sente ancora pronto, manca ancora la scintilla, manca ancora quel qualcosa che si verificherà nel 1978: in L’arte di correre, Haruki scrive che l’illuminazione per il primo romanzo gli venne da una pallina scagliata in aria da un battitore durante una partita di baseball. Sensibilità tutta orientale. Il primo romanzo è Vento, primo capitolo della “tetralogia del Sorcio” che comprende anche Flipper, Nel segno della Pecora e Dance Dance Dance. Già in questa serie di romanzi vi è tutta la poetica di Murakami, uno scorcio malinconico di Giappone in cui il protagonista senza nome si sente invischiato, una palude che lo avvince ma dal quale non può uscire senza un aiuto esterno, senza un evento kafkiano che lo getti nel mondo, quello vero, quello al quale non appartiene e al quale non vuole appartenere, dovendo risolvere suo malgrado gli intrighi dei potenti, misteriosi e senza nome come lui, solo un po’ più grandi, solo un po’ più importanti.

Niente di speciale, tanti riferimenti letterari, tanta musica e molte riflessioni sulla vita in generale. Eppure c’è quel qualcosa che attira il lettore, lo invischia in quelle storie normali, in cui un elemento accidentale cambia tutte le carte in tavola, una ragazza con quattro dita, un flipper uscito dal mercato, una pecora che incarna il militarismo del Giappone. Se l’opus magnum è sicuramente 19Q4, una storia ciclopica in cui due mondi paralleli si scontrano e si toccano senza potersi mai incontrare, in cui una killer, che uccide i molestatori di donne indifese, sembra profetizzare non solo il #metoo attuale ma anche Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino, per capire davvero Murakami bisogna leggere Kafka sulla spiaggia.

Non ci sono processi, non ci sono strane colonie penali, non ci sono insetti giganti ma solo un vecchio autistico di nome Nakata, che uccide un whisky e parla con i gatti, e un ragazzino di nome Tamura Kafka, che ha rapporti sessuali con la madre e si fa masturbare dalla sorella. La sessualità in Murakami è sempre fortissimamente presente, sebbene lo abbia sempre imbarazzato parlarne al di fuori della sua letteratura. La sua giustificazione è la necessità, il dovere di parlare di quello di cui si deve parlare, in una visione finalistica dell’esistenza umana che è esplicitata dall’alter ego di Tamura nelle ultime pagine di questo romanzo:

“Il tempo grava su di te con il suo peso, come un antico sogno dai tanti significati. Tu continui a spostarti, tentando di venirne fuori. Forse non ce la farai, a fuggire dal tempo, nemmeno arrivando ai confini del mondo. Ma anche se il tuo sforzo è destinato a fallire, devi spingerti fin laggiù. Perché ci sono cose che non si possono fare senza arrivare ai confini del mondo”.

Ecco la chiave per interpretare Haruki Murakami, ecco la sua rilettura in chiave postmoderna dell’opus kafkiano: esiste una Τύχη che trascende l’uomo, schiavo di Lachesi e agnello sacrificale di Atropo. Non ci serve andare altrove, non ci serve espatriare, il nostro destino è scolpito nell’imperscrutabile masso della memoria e la scelta è solo una falsa speranza a cui ci aggrappiamo. Nel mondo però, esistono eccezioni, esistono scappatoie, come quella porta di emergenza in mezzo all’autostrada di Tokyo che collega i due mondi di 19Q4. Forse non tutto è perduto e Haruki lo sapeva, ma l’ha semplicemente scordato. Nel datato Noruwei no mori Watanabe deve scegliere: può scegliere il confortevole passato di Naoko, l’insicura sicurezza dei ricordi, o l’eccitante futuro di Midori, scommessa già vinta al momento della puntata.

Watanabe/Murakami sceglie Midori, sceglie la vita, e forse Danny Boyle si ispirò a lui per il celeberrimo manifesto di Trainspotting, nove anni dopo. Improbabile, così come improbabili sono le scappatoie dalla realtà inventate da Haruki Murakami, celate agli occhi di tutti e accessibili solo a chi sa guardare. Eppure, a ben vedere, Watanabe sceglie Midori perché non può fare altrimenti; Naoko si uccide, anche se lui non lo può sapere. Non si parlava prima della sensibilità giapponese? Ora, dai confini del mondo delle isole Hawaii, Haruki Murakami è in attesa di quel Nobel che gli sfugge da anni. Semplicemente, potrebbe essere il fato.

 

L’intellettuale dissidente

Luis Sepùlveda, un killer sentimentale per un noir originale

Le storie di killer, si sa, sono torbide. Sanno di vecchie polaroid, di fumo di sigarette ammezzate, di liquori aspri, di lerciume e sangue; e sanno di disumana confidenza con ognuno di questi elementi. Si potrebbe riconoscere un normale noir, senza particolari difficoltà, fin dalle primissime parti dell’opera. Si potrebbe, per giunta, decidere di abbandonare la lettura dell’ennesimo ‘mattone’ letterario, vinti dal tedio dell’aver già colto il prolisso disegno dell’autore, pur di non morire d’un libro scontato e malamente farcito. Tristemente ‘semplice’, oggigiorno, concepire storie simili: ambientazioni scure ed umide; personaggi poco raccomandabili; particolari scabrosi e registri coloriti. Totalmente diversa è la lettura del romanzo di Luis Sepùlveda, Diario di un killer sentimentale, risalente all’ormai lontano 1996: una storia che si legge, si rilegge, si vive con trasporto, e non si abbandona mai. In un uno spazio di poco più settanta pagine, l’autore ha inserito tutto un mondo nuovo, nell’ormai collaudato cosmo del roman noir.

Nella finzione letteraria, la narrazione è suddivisa in sette giorni: la quantità di tempo necessaria alla Creazione, o, verosimilmente, all’ottima realizzazione di un’opera ben fatta. L’io narrante è quello stesso del protagonista, un abile e quotato killer professionista al servizio dell'”uomo degli incarichi”, una persona mai incontrata fisicamente (“perché così funzionano le cose tra professionisti”). Il brillante assassino, nel punto più pieno della sua carriera, commette un errore: s’innamora di una giovanissima donna francese, che lo trascina in una costosa ed incauta vita aristocratica. Una giostra lussureggiante, interrotta dal protagonista esclusivamente per i viaggi di lavoro, al solo scopo di raggiungere le sue vittime, e ripartire.

All’alba, però, di una nuova commissione, un incarico con “sei zari sulla destra ed […] esentasse”, la bellissima francese tronca  la relazione, facendo piombare il protagonista in un insano vortice di ripensamenti e di monologhi profondi, insieme con la sua coscienza che agisce tramite la sua stessa immagine riflessa nello specchio, o tramite le foto dell’obbiettivo da eliminare. Tutta una serie di errori e tentennamenti che portano alla contrattazione di un pensionamento anticipato, fissato, ovviamente, al compimento di quell’ultimo lavoro. Nonostante i passi falsi e le incertezze, il killer si fa strada fino alla fine, trascinandosi dolorosamente fino al culmine di quell’ultimo omicidio, in un finale dal colpo di scena agrodolce.

Diario di un killer sentimentale, è un noir avvincente, spregiudicato ed efferato quanto basta. Una narrazione esile, asciutta ed agile, che alcuni canuti accademici annoiati, ai tempi, definirono scontata, ma che sorprende e colpisce il lettore ignaro come un colpo d’arti marziali, secco ed efficace. Un’opera in cui la crudeltà fredda del romanzo nero si mescola coi tormenti interiori di un’anima inaspettatamente fragile, e con debolezze e problematiche tutte umane, e tutte nuove, in un sottogenere già collaudato, ma abilmente svecchiato. “[…] perché era vero, l’amavo, ma non potevo agire diversamente in quel mio ultimo lavoro”.

Sacks: ‘L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello’

Spesso si sente dire che la storia non è fatta solo dai vincitori ma anche dai vinti, dai dimenticati e dagli oppressi. Sarebbe più giusto dire che i vinti, i dimenticati, gli oppressi ma anche coloro che conducono una vita ordinaria, magari banale, non sono necessariamente determinanti nel corso della storia. Forse dire che qualcuno “ha fatto la storia”, ricordato o meno, significa epicizzarlo, ideologizzarlo, innalzarlo, in qualche modo. Che dire, tuttavia, di chi rimane a terra? Forse che la dignità dei pedestri debba essere a tutti i costi calpestata dalle orme dei giganti? Che una diversità di valore esista, pare assodato, ma chi viene considerato meno valido in virtù di una minore utilità della sua esistenza, merita davvero il disprezzo, l’indifferenza? L’oblio, senz’altro, sopraggiunge necessario. Che dire, invece, di chi una vita normale non può condurla? Dei deficienti, dei cosiddetti idiotsavant, dei menomati, degli handicappati? Probabilmente la pietà si mostra come la forma più raffinata e apprezzata di sprezzo, come il modo più consono per registrare, senza sporcarsi la coscienza, un certo tipo di dislivello. Il neurologo e scrittore Oliver Sacks, morto l’anno scorso, non può non averne tenuto conto, scrivendo L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello: ogni paziente, per quanto bizzarra sia la sua situazione, per quanto stravagante, fuori dall’ordinario, curiosa sia la sua vita, ha un diritto peculiarmente umano di avere il suo posto nel mondo, ha diritto al rispetto, nonché alla libertà di esprimere se stesso nel modo che gli è più congeniale.

Questo splendido saggio neurologico di Sacks fu pubblicato per la prima volta nel 1985 a New York e in esso il neurologo ha modo di raccontare in modo stringato ma lirico parte dei numerosi casi clinici di cui aveva avuto esperienza negli anni; si compone di quattro rubriche che si concentrano su pazienti affetti da disturbi affini: Perdite, Eccessi, Trasporti, Il mondo dei semplici.

Sacks, un neurologo controverso

Sulla comunità scientifica che si è scagliata contro il metodo, si dice, poco ortodosso del dottor Sacks, non si discuterà qui. Si tenga presente che a chi l’ha accusato di “scambiare i suoi pazienti per una carriera letteraria”, Oliver Sacks ha replicato, con plauso del mondo umanistico, che i suoi scritti non sono volti ad una cinica esibizione di un talento letterario, bensì alla ricerca del rispetto, allo stimolo verso determinate dinamiche sociali e sociologiche. Si deve insistere, infatti, sulla presa che tale saggio non deve avere necessariamente sui medici e su chi è “del mestiere”: la lettura di queste storie ha il compito di suscitare in chi sfoglia le pagine una maggiore consapevolezza e un occhio più critico e cosciente nei confronti di chi gli sta intorno. A tal proposito, si riporta un passo tratto dal racconto intitolato La disincarnata, che focalizza l’attenzione su una paziente affetta da un disturbo che spezza le connessioni tra cervello e corpo, in soldoni, rendendola scoordinata nei movimenti e priva di una vera coscienza del suo corpo, che va per conto proprio. Quando, dinanzi ai medici, non ha parole per descrivere il suo stato, Oliver Sacks aggiunge:

Non ha parole e anche noi non ne troviamo. E la società non ha né parole né comprensione per simili stati. I ciechi almeno ci trovano premurosi: riusciamo ad immaginare il loro stato e li trattiamo di conseguenza. Ma quando Christina si arrampica faticosamente su un autobus, trova solo un’incomprensione sgarbata e stizzosa: ‘Hey, signora, ma che fa? È cieca? È ubriaca?’. E lei, che cosa può rispondere: ‘Non ho la propriocezione?’. Questa mancanza di sostegno e di solidarietà sociali rende ancor più pesante il fardello di Christina: è un’invalida, ma la natura della sua invalidità non è chiara; non è, dopotutto, palesemente cieca o paralitica, o impedita in modo visibile, e il più delle volte viene trattata come una commediante o un’idiota. Ecco che cosa succede a chi è affetti da disordini dei sensi nascosti. Christina è condannata a vivere in un mondo indescrivibile, inimmaginabile, ma forse sarebbe meglio dire un ‘non mondo’, un nulla”.

L’inconsistenza della social catena

Il problema sta tutto nell’inconsistenza della social catena. Talora, nell’oppressione della social catena: Madaleine, nel racconto Le mani, vive nella stessa condizione di un neonato di poche settimane poiché, all’età di sessant’anni, i suoi familiari continuano a vivere la sua vita per lei, a nutrirla, a vestirla, a lavarla, essendo lei inconsapevole delle facoltà nelle sue mani, che non sa come usare. Il dottor Sacks, con un metodo che altri medici che si ritengono più esperti hanno definito “alla cieca”, stimola per induzione il movimento delle mani di Madaleine allontanandola dal cibo. Ella, per un bisogno animalesco, naturale, allunga le braccia e lo afferra. Passo dopo passo, quella signora, protagonista del racconto forse più toccante dell’intera raccolta, diventerà una sensibile scultrice di fama discreta.

Non che ogni paziente abbia avuto la fortuna di affermare il proprio genio alla stessa maniera, si andrebbe ad operare un controsenso rispetto a quanto affermato all’inizio; e sarebbe un torto, infine, nei confronti di Ray dai mille tic, della signora affetta dalla malattia di Cupido, della ragazza che muore tornando con la mente in India, della nostalgica incontinente.

Pietro Citati, nella sua recensione al libro, ha detto che la prima musa di Sacks è la meraviglia per la molteplicità dell’universo, una meraviglia quasi infantile, ingenua, sicuramente molto narrativa e affascinante. E questo saggio, che prende il nome, si ricorda, dal primo racconto, è uno di quei testi da leggere e poi consigliare a tutti, medici e malati, lettori di romanzi e di poesia, cultori di psicologia e di metafisica, vagabondi e sedentari, realisti e fantastici.

Ritrovarsi incasellati nella definizione di classico è una fortuna (o merito) che appartiene ad un numero veramente esiguo di prodotti letterari ed è davvero una rarità che tra questi figuri un testo di letteratura scientifica o, per meglio dire, medica. Che il saggio di Sacks possa andare incontro a questa sorte, che se ne possa dire “ha fatto la storia”, è solo l’innocente speranza di chi scrive.

‘Atti osceni in luogo privato’, l’irriverente romanzo di formazione di Missiroli

Atti osceni in luogo privato dello scrittore riminese Marco Missiroli (Feltrinelli, 2015) ha per protagonista Libero, che più che un personaggio, rappresenta un’idea di istinto. Tutto comincia con una cena. Libero Marsell ha soltanto dodici anni, si è appena trasferito dall’Italia con mamma e papà. Sballottato in Francia, assiste al tradimento della madre, che si innamora del migliore amico di famiglia. A dominare l’inizio è il turbamento visivo del ragazzo, alle soglie del suo sviluppo sessuale, l’immagine della madre baciata da un uomo che non è suo padre. Uno choc, ex abrupto Libero entra nel mondo degli adulti ed è costretto a crescere sperimentando i sentimenti e condizioni proprie dell’essere umano: infatuazione ed amicizia, eccitazione, innamoramento e delusione, solitudine e libertà. Da qui in avanti una storia di formazione che condurrà Libero Marsell, tra coraggio e paura, di nuovo in Italia, a Milano, alla ricerca di se stesso e alla perdita della bussola emotiva e sessuale, inciampando o lanciandosi nelle vite di diverse donne, in una autoanalisi profonda e talvolta contorta che trova nel personaggio di Marie una complice ideale ed amica, bibliotecaria e oggetto di desiderio, fino alla scoperta dell’oscenità esistenziale.

Atti osceni in luogo privato: stile e contenuti

Atti osceni in luogo privato è un romanzo che vale la pena di essere sugli scaffali dei nostri lettori. Un libro di ricerca, formazione, autocritica e ironia anche di amarezza, che fa capire subito davanti a che tipo di scrittore ci troviamo. Marco Missiroli è uno che scrive senza chiedersi se andrà di moda, tanto che è stato criticato proprio per questo, per quei fraseggi troppo curati, articolati, poco limpidi. Atti osceni in luogo privato è un esempio di come la letteratura italiana possa ancora tirare fuori il meglio di sé. Non possiamo solo rimpiangere le letture di Moravia, Morante, Pirandello. Dobbiamo costruire un canone diverso, un approccio inedito versi i nuovi autori che stanno formando il nuovo filone dei grandi. Che poi ci sia valore anche nel piccolo (piccole case editrici o libri poco conosciuti), è giusto dirlo.

La copertina del libro potrebbe ingannare, perché sembrerebbe – ma non è – un libro erotico. Uno di quelli che i lettori da metropolitana acquistano distrattamente, non che sia una colpa ci mancherebbe, ma questo volume non è per lettori occasionali. Pretende molte conoscenze, le dà per scontate, allude a titoli come Lo straniero di Camus, Mentre Morivo di Faulkner, giusto per citarne un paio.

L’autore di Senza coda, Il buio addosso e del Senso dell’elefante, adotta uno stile coraggioso. Può non piacere, il modo di scrivere di Missiroli. E’ comprensibilmente vero. Un po’ zuccherato, non melenso, curato fino alla virgola, a volte sbavato e un poco scorretto. Come quelle calligrafie d’artista, o del medico di famiglia, che ogni tanto sul foglio lasciano traccia di una ribellione da non sottomettere a nessuna disciplina, nemmeno alla narrativa. A volte pecca di un esageato tentativo di comporre neologismi.
Non è certo politically correct l’incipit, e vince proprio per la sua imprendibilità “oscena” e invincibile, sfacciata:

Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa.

E la crepa si genera anche nell’universo narrativo. Il termine pompino scandalizza più di un romanzo scritto con i piedi? E’ probabile. Non a caso, scrosciano e sono piovute critiche ed apprezzamenti. Perché Atti osceni è un romanzo degli anni ’60, e il lettore vincolato al contesto storico e alle tendenze attuali, non può comprenderlo ed assimilarlo completamente. Forse anche per l’omissione della tecnologia dalla storia:
L’autore stesso ha spiegato la scelta di Atti osceni in luogo privato: “Non volevo raccontare il sesso ai tempi di WhatsApp. Ho eliminato tutta la tecnologia da questo libro. Altrimenti Libero avrebbe scopato a 14 e mezzo, non a 20”.

“O” come oscenità

Ma il romanzo, nonostante l’effetto vintage, resta impresso e durevolmente. In che modo? Con l’irriverenza, la strafottenza con cui Missiroli parla della caccia alla compagna sessuale giusta, la sobrietà nel narrare la scoperta del corpo e l’autoerotismo, l’ostinazione nella ricerca della felicità, e la voglia di libertà, maschilismo criticato ma tuttora esistente tra gli individui, la sincerità cruda, la ricerca sapiente delle parole che sa di snobismo, l’essere così deliziosamente francese e al di sopra di una contestualizzazione, o ad una corrente culturale. Atti osceni è un po’ quello che le opere di Moravia furono per i contemporanei. Uno schiaffo alla critica, perché indecisa e un’invidiosa perplessità di chi scrive sforzandosi di conquistare il pubblico. E si mostra così osceno, senza veli e quasi perturbante, quando descrive la propria eccitazione. In questo passo descrive Marie, sua amica e bibliotecaria che Libero ama dall’età preadolescenziale. Un’infatuazione che si trasforma col tempo un rapporto dal valore quasi psicoterapeutico. Un’amica vera, alla quale però Libero associa un’attrazione perenne. La dipinge così:

Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria.

 

Atti osceni in luogo privato farà ancora parlare di sé, e darà fastidio a molti, ma ai più resterà come un piccolo classico da rileggere con nostalgia degli anziani senza eros che riguardano le vecchie fotografie. Atti osceni ha il plus che manca a molti libri sfornati oggi dalle grandi case editrici. Una sua anima, un proprio perché. Quale? L’oscenità del rischio di piacere, o di essere odiato.

Domenico Dara torna in libreria con ‘Appunti di meccanica celeste’

Domenico Dara, classe 1971, finalista del Premio Italo Calvino 2013, tornerà in libreria il 6 ottobre, dopo aver mostrato il suo Breve Trattato sulle coincidenze a tutta Italia. Lo fa con Appunti di meccanica celeste (Nutrimenti), un titolo seducente, che fa già scalpitare il pubblico. L’autore ci ha anticipato qualcosa riguardo il suo ultimo lavoro a due anni dal successo del Breve Trattato.

– Ciao, Domenico. Sono passati due anni dalla pubblicazione del “Breve trattato sulle coincidenze”. Vorresti, o meglio, riusciresti a fare un bilancio delle emozioni di questo brillante periodo d’esordio?

Sono stati due anni intensi, straordinari, per alcuni versi inattesi. Ho conosciuto tanta gente, ho avuto il privilegio di parlare a molti del mio libro, e soprattutto è maturata una consapevolezza che prima non avevo. È bello fare i conti con abitudini che prima erano solo timide proiezioni di vita.

Il protagonista del tuo primo capolavoro, il postino di Girifalco, ha conquistato lo Stivale. Il 6 ottobre, invece, vedrà la luce “Appunti di meccanica celeste”. Dobbiamo aspettarci un appeal ugualmente potente?

Alla luce del successo del Breve trattato sono consapevole della difficoltà rappresentata dal secondo lavoro. Non so se l’appeal è ugualmente potente, non spetta a me affermarlo, ma spero che i lettori che hanno apprezzato la prima opera apprezzeranno anche gli Appunti. Vivo questa seconda uscita con molta serenità: non mi sento affatto sotto esame, e non c’è mai stato un attimo in cui ho fatto confronti in termini qualitativi con il Breve trattato. Ho scritto un libro che mi piace, e questo è ciò che conta.

– “Appunti di meccanica celeste”. Un titolo, come ci stai piacevolmente abituando a constatare, particolare, romantico, quasi solipsistico ed ossimorico. Ti andrebbe di esplicarlo, anche in maniera vaga, astratta, surrealistica?

Il titolo fa riferimento a un personaggio particolare, Archidemu Crisippu, lo stoico, che dalla sua finestra che dà sulla piazza principale del paese, osserva le genti muoversi convincendosi che anche gli uomini si muovono come corpi celesti, seguendo traiettorie e orbite già tracciate. Si devono a lui i frequenti accostamenti tra le azioni umane e le leggi dell’universo. 

– E dunque, che storia ci hai riservato, per questa tua nuova fatica? Puoi anticiparci qualcosa?

I protagonisti sono sette personaggi colti in un momento in cui la loro vita è come sospesa, stagnante: Lulu il pazzo che vaga per il paese suonando le foglie e aspettando il ritorno della madre; Archidemu Crisippu schiacciato dai sensi di colpa per il fratello scomparso; l’epicureo don Venanzio, amatore sopraffino; Cuncettina ‘a sìcca, che sospira al figlio mai nato; Angeliaddu che desidera il padre che non ha mai avuto, Mararosa che maledice Rorò per averle rubato l’amore della vita. Notte di San Lorenzo, tutti e sette esprimono un desiderio sulla stessa stella cadente. Il giorno dopo, richiamato forse da quei desideri ogni anno gli stessi, arriva a Girifalco un circo diverso dal solito,  una carovana avvolta da un’aura incantata, un corteo di elefanti e domatori, trapezisti, lanciatori di coltelli e illusionisti. La novità scuote la gente ed eccita gli animi, e cambierà per sempre le sorti dei sette protagonisti del romanzo.

– L’ambientazione del tuo primo romanzo è stata la tua cara Calabria, precisamente la magica Girifalco degli anni Sessanta. In quale teatro onirico si muoveranno i tuoi nuovi personaggi? E qual è, in breve, tra tutte, la creatura che ti ha soddisfatto maggiormente?

I sette protagonisti vivono e abitano ancora una volta a Girifalco, ma in anni più vicini ai nostri. Di loro non saprei sinceramente indicare chi mi sta di più a cuore poiché in tutti riconosco una parte di me, posso però affermare che il più difficile da gestire è stato lo stoico Archidemu, un personaggio complesso, vero continuatore del postino pensatore.

– Col tuo Breve trattato, hai impressionato anche con  la tua abilità di sedurre lettori di ogni dove, con un lessico sapientemente costellato di termini ed espressioni dialettali girifalcesi. Quello degli Appunti, è lo stesso Dara, o il registro è cambiato?

Il registro è rimasto invariato, poiché mi sembra impossibile scrivere una storia a Girifalco senza mutuarne il linguaggio. Ho dunque optato ancora una volta per la formula che mescola italiano e dialetto, anche se quest’ultimo è stato utilizzato con più parsimonia rispetto al Breve trattato.

Focalizza i tuoi lettori del Breve Trattato. Visualizza, poi, chi non è ancora stato iniziato ai misteri delle tue pagine. Un messaggio per gli uni, ed uno per gli altri . . .?

A coloro che hanno letto il Breve trattato apprezzandone la storia, i personaggi e il linguaggio, posso dire che non resteranno delusi. Per chi invece non conoscesse ancora ciò di cui stiamo parlando, è l’occasione giusta per entrare in un mondo che, ne sono certo, non li lascerà indifferenti.

Domenico Dara, autore di “Appunti di meccanica celeste”

 

Se è vero che, per dirla con un insegnamento del nolano Bruno, si raccoglie ciò che si semina, l’augurio a Domenico Dara e al suo Appunti di meccanica celeste è quello di continuare a seminare, ancora e ancora. Ad maiora semper!

‘Ecco la storia’: l’audace metaromanzo di Pennac

Ecco la storia è un romanzo pubblicato nel 2003 dal celebre scrittore francese Daniel Pennac, attivo anche come insegnante in un liceo parigino per quasi trent’anni e sceneggiatore teatrale.

Terminata da poco la fortunatissima saga del “capro espiatorio” Malaussène, che aveva visto la luce nel 1985 con il romanzo Il paradiso degli orchi, Pennac abbandona il mondo ironico e fiabesco dei suoi vecchi personaggi per spostarsi in un campo narrativo non meno bizzarro: Ecco la storia è infatti un singolare intreccio di realtà e finzione, un libro perennemente in bilico tra fantasia e autobiografia, con una trama che non procede in maniera lineare, ma si muove su un percorso contorto e imprevedibile.

«Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico» dichiara un insolito incipit con un verbo al condizionale. Viene introdotta così la vicenda del sudamericano Manuel Pereira da Ponte Martins, figlio di un ricco latifondista, dotato fin da bambino di una forte ambizione a esercitare il potere, sogno che egli realizza ben presto attraverso un delitto e un colpo di stato. Terrorizzato dalla profezia di una veggente che gli ha predetto la morte per mano del suo stesso popolo, Pereira si fa sostituire da un sosia, che istruisce a dovere prima di fuggire in segreto dal paese. Il sosia sceglierà poi un altro sosia, il quale ne sceglierà a sua volta un altro, in un intricato gioco narrativo che rievoca un tema-cardine della commedia classica. È un processo potenzialmente infinito, che può ripetersi illimitatamente, ma che dovrà in realtà arrestarsi a causa dell’inaspettata evoluzione di questa stramba fiaba del potere.

La voce narrante, che si identifica con lo scrittore stesso, interrompe con frequenza la storia del dittatore Pereira e dei suoi sosia, lasciandola sospesa nel vuoto ed evidenziando così il carattere tutto ipotetico della trama – e della scrittura in generale -, come si evince fin dall’inizio dall’uso del condizionale. Lo scrittore interviene per narrare aneddoti autobiografici, vicende che rivelano la genesi del libro, incontri con persone reali che la fantasia dell’autore ha poi trasfigurato in personaggi fittizi. Queste lunghe e invadenti parentesi costituiscono il vero spirito dell’opera, che si presenta come un metaromanzo capace di stravolgere i parametri convenzionali della narrativa. Far procedere la trama diviene così una semplice opzione, una possibilità che preme per essere realizzata, ma che perde sempre di più la sua consistenza.

Le parti autobiografiche, che il lettore vede come segmenti di pura realtà, si contaminano a poco a poco con il mondo della finzione: si rimane dunque sorpresi nello scoprire che alcuni eventi raccontati da Pennac sulla sua vita non sono di fatto mai avvenuti, e che persino il personaggio di Sonia, con cui egli intrattiene lunghe conversazioni, non è mai esistito.

Ancor più che alla definizione di metaromanzo, è lecito affermare che Ecco la storia si avvicini all’idea novecentesca di iper-romanzo, quel «luogo d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili»,  come spiega magistralmente Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. Pennac, in fondo, fa proprio questo: crea una macchina per moltiplicare le narrazioni, costruisce storie che si intrecciano su una cornice che risulta a sua volta modellata dalle vicende che da essa si dipartono. L’audacia che sta dietro a una simile scelta di scrittura avvicina Ecco la storia a opere come Se una notte d’inverno un viaggiatore dello stesso Calvino e La vita, istruzioni per l’uso di Georges Perec.

La riflessione, tuttavia, non si limita alla sola letteratura: il gioco di Pennac coinvolge anche il cinema, che entra prepotentemente nella trama attraverso i personaggi di Charlie Chaplin e Rodolfo Valentino. E proprio la visione del film di Chaplin Il grande dittatore permette al primo sosia di Pereira, che ha lasciato la patria per diventare un grande attore, di rispecchiarsi nella figura del barbiere senza nome e di formulare contorti ma profondi pensieri sul potere, il sacrificio e l’identità.

Facendo appello a una sensibilità letteraria che sarebbe arduo pretendere indistintamente dal grande pubblico, con Ecco la storia Pennac sembra ricordarci che un libro può avere pieno diritto di esistere e di essere letto anche senza essere scorrevole dalla prima all’ultima pagina, anche se la narrazione rinuncia alle vie lineari a cui siamo tanto abituati, anche se ci fa smarrire e ci conduce lontano, lì dove non vorremmo andare.