‘Il destino di stelle cadenti’, il fato secondo Emanuele Zanardini

Chi si preoccupa del destino delle stelle cadenti? Se lo chiede Cassiopea, protagonista femminile del romanzo Il destino di stelle cadenti di Emanuele Zanardini, la sera di San Lorenzo, mentre osserva il cielo stellato. Nella sua vita ne sono sfrecciate di stelle cadenti, che l’hanno illuminata per un istante e poi sono svanite. Come il padre, che non ha mai conosciuto. “Non credevo che una ragazza potesse essere così felice con me”. Milo si sorprende di tanta fortuna. E infatti non dura molto. Precario nella vita, soprattutto negli amori, si innamora almeno una volta al giorno. Anche di quella ragazza, che sembra un extraterrestre che guarda la sua navicella spaziale volare via. Cassie e Milo, due astri la cui orbita si congiunge per un breve tratto, che torna a dividersi per poi ancora unirsi, in un viavai di attese, di delusioni ma anche di forti emozioni. Quale sarà il loro destino? Vagare da soli nell’immenso spazio della loro esistenza, oppure riavvicinarsi definitivamente per costruire insieme il loro futuro?

«Fermo tra le rotaie di un binario morto. La bruma sale ancora dalla terra e dalle macchie di neve. Il silenzio, senza lo scricchiolio della ghiaia sotto i piedi, ha qualcosa di attraente. Certe notti, poi, è colmo di pensieri ansiosi. Mi sveglio e non ho più sonno e prego che venga presto l’alba […]».

Il romanzo di Emanuele Zanardini, viaggiatore e fotografo, reduce dalla raccolta di racconti del 2016, La guerra è finita! Andate in pace per BookaBook Edizioni, Il destino di stelle cadenti si pone queste domande raccontando la storia di Milo e Cassiopea, due giovani legati da un misterioso fato che li fa incontrare in momenti cardine della loro vita, per poi separarli in attesa di incrociarsi di nuovo. Che ne siano coscienti oppure no i due protagonisti attraversano le loro esistenze, fatte di timide gioie e acuti dolori, intessendo una trama di coincidenze che coinvolgerà nel profondo sia loro che le persone di cui si circondano.

Un destino a volte beffardo e a volte generoso è raccontato in una vicenda che bilancia bene momenti drammatici e leggeri, attraversata da un senso di predestinazione e precarietà che sottolinea ancora di più l’importanza della vita in tutte le sue sfumature. I due protagonisti affrontano l’esistenza armati solo del coraggio e della fiducia della loro giovane età: Cassiopea ha appena iniziato una nuova vita, felice di bastare a sé stessa, ma in una sola notte il mondo intorno a lei cambia per sempre, a causa di una violenza cieca e spietata; Milo è in perenne ricerca dell’amore, ma ha già capito che non si ottiene quasi mai ciò che si vuole, “chiunque viaggia verso la fine del proprio mondo. Spesso senza decidere neppure la direzione”. Cassiopea odia il suo nome – infatti si fa chiamare Cassie – perché “non c’è costellazione alla quale sento di appartenere”; un senso di solitudine che arriverà a fagocitarla, come accade a Milo ogni volta che si innamora della persona sbagliata.

Cassie è una stella scaraventata in un buco nero, una stella che tornerà a brillare solo dopo essersi persa, aver sofferto e aver compreso che tutto ciò che è importante nella vita si conquista lottando. Agli occhi di Milo lei è un’aliena in attesa della sua nave madre, in procinto di tornare nella propria dimensione. Egli è invece senza meta, senza terra, anima errante in cerca di un appiglio per fermarsi, per riposare, sconvolta dalla visione di terrorizzati occhi verde smeraldo che lo accusano. Due mondi lontani avvicinati dal destino, che li rende stelle appartenenti alla stessa costellazione. E alla fine non importa se il loro incontro sarà la base per un rapporto eterno o fugace, perché ci saranno stati l’uno per l’altro in un momento fondamentale delle loro esistenze, e perché avranno sconfessato la credenza di Cassie che “nessuno si preoccupa del destino di stelle cadenti”.

 

‘L’assonometria del caso’, il romanzo dai risvolti distopici di Chiara Myriam Novelli

È un romanzo dagli echi mitologici e dai risvolti distopici quello dell’autrice fiorentina Chiara Miryam Novelli, che porta il titolo L’assonometria del caso, che tratta, come tematica principale quella dell’identità. Chiara Miryam Novelli oltre a scrivere romanzi, compone poesie e dipinge, si è formata presso l’Istituto per l’Arte e il Restauro di Palazzo Spinelli a Firenze, divenendo esperta nelle antiche tecniche pittoriche del Medioevo e del Rinascimento e specializzandosi nel recupero di dipinti su tela e su tavola. Grazie al lavoro svolto presso l’Accademia d’Arte di Firenze, Chiara Novelli si è avvicinata con entusiasmo e passione alle arti figurative con tecnica a olio. Al momento ha all’attivo svariate mostre personali e collettive, come ad esempio, a Firenze, presso la Galleria Cimabue, la galleria Florens Art Gallery, Villa Vogel, Limonaia di Villa Strozzi, Galleria Simultanea Spazio Arte, Caffè Letterario “Le Giubbe Rosse”, Gipsoteca di Pescia, Galleria di arte Moderna e Contemporanea di Pisa, Galleria ArteBo di Bologna, Spazio IcLab di Firenze, Basilica di san Lorenzo – Biblioteca Laurenziana.
L’autrice de L’assonometria del caso, esperta d’arte, è vice presidente del “Centro d’Arte Modigliani” di cui cura la sezione dedicata al Cineclub Modigliani Cinema.

Dopo aver compiuto un interessante percorso di Tecniche di Scrittura Creativa, Chiara Novelli si dedica con passione all’attività letteraria occupandosi di poesia, come socia dell’Accademia Vittorio Alfieri di Firenze e di narrativa, come editor, prefatrice, blogger, collaboratore redazionale di Literary e in qualità di responsabile Cultura Letteratura AICS-Firenze.
Chiara Miryam Novelli è anche Presidente dell’associazione culturale “La Città di Murex – Laboratorio Arte e Scrittura di Firenze”, con cui ha organizzato il Concorso Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Parole” arrivato alla sua IV edizione.
Dal 2016 fa parte del Gruppo Scrittori Firenze, in cui partecipa come scrittrice e presidente del concorso nazionale di Narrativa, Teatro, Musica e Arti Visive “La Città di Murex”, oggi alla sua terza edizione. È socia ordinaria dell’EWWA-European Wrinting Woman Association.
Prima di pubblicare L’assonometria del caso (con ed. Amazon-Giunti al punto nel 2018), ha pubblicato la silloge poetica Paradisi fragili (Pagnini Editore, 2012); il libro di racconti La precisione dell’acqua (Iena Reader-Nardini Editore, 2015); una seconda silloge poetica Il cerchio occidentale (PSEditore, dicembre 2015) e la raccolta di racconti 25 piccole storie perverse.

Veniamo ora alla struttura e ai contenuti de L’assonometria del caso: un romanzo abbastanza complesso, pubblicato tramite self publishing e a tal proposito è un peccato che un romanzo come questo venga escluso dall’editoria tradizionale, sebbene presenti tutti i limiti del self-publishing: diversi refusi, poca compattezza e omogeneità nella struttura lo rendono un romanzo abbastanza ostico per la maggior parte dei lettori abituati a storie poco impegnative e lineari. Ma, nonostante alcune pecche, L’assonometria del caso è un libro che merita di essere letto. La sua inorganicità può disorientare il lettore, ma che è funzionale alla storia narrata, intrisa di psicologia, filosofia e mitologia. Tre uomini con lo stesso nome, Zarko Graus, perdono la loro identità per deficit della memoria, per fuggire alla legge, per entrare nelle file del monachesimo ortodosso. Ma il nome ha una vibrazione che è suono, e il suono è geometria, aritmetica, numero. E queste coordinate comuni, dato che tutto in natura è vibrazione, numero e parte di un unico tessuto energetico, fa sì che i tre uomini abbiano tratti destinici comuni e che le loro vite si attraggano e si intreccino. Ma c’è un quarto Zarko Graus, quello vero, quello che non sa nulla dei tre ma, come commissario, si ritrova in pensione con tre casi irrisolti a cui vuole dare soluzione a ogni costo, tre donne che scoprirà legate ai tre uomini con lo stesso nome. Ma anche qui c’è una quarta donna, il quarto caso irrisolto, quello legato a lui.

I punti di forza de L’assonometria del caso sono le tematiche (il destino, l’identità, l’eugenetica, il caso, il rapporto tra le convenzioni sociali, l’etica, il controllo da parte del potere, la speciazione e la scienza) la definizione dei caratteri dei personaggi, i colpi di scena, la suspence che l’autrice riesce a mantenere alta fino alle ultime pagine. Il nome Zarko Graus è un nome che non indica similitudini, se non che, proprio grazie a questo nome, le vite dei protagonisti delle storie dell’Assonometria del caso finiranno per incrociarsi, fondersi, svelare un mistero e salvare il futuro da pericolose macchinazioni. E’ importante sottolineare anche come il titolo del libro di Chiara Novelli è anche il titolo del codice dei segreti nascosti del futuro presente nella vicenda.
Il primo Zarko che incontriamo nel romanzo, nel primo capitolo, è un uomo vittima di amnesia, accolto dai cugini che lo temono perché lui possa scoprire la verità e lo controllano.
Scintille di ricordi si accendono e portano Zarko ad interrogarsi sul passato, fino a scoprire, grazie all’alleanza della figlia della coppia, una spaventosa realtà, ovvero che gli stanno mentendo. L’uomo comprende che la vita sta accadendo grazie ai numeri del tassametro del pakistano.
Il secondo capitolo mostra di Zarko Graus che, a differenza del primo, è consapevole e lucido delle proprie azioni, è padrone delle decisioni decisioni ma non sa invece di essere pedina in mano a “Loro”, persone senza scrupoli che macchinano ai danni dell’umanità e che hanno uno scopo preciso, e che mescolano e mutano, uccidono e ripuliscono per il loro sporco gioco ed interesse dove ritroviamo un medico già conosciuto e la costante matematica che unisce le due storie. Il terzo Zarko è un monaco “figlio del metallo”, in un percorso di redenzione che lo mette di fronte ad un pericolo reale.
Infine conosciamo Zarko, il commissario che indaga intorno a questo intrigo e che farà di queste tre identità l’unione matematica per risolvere i tre casi mai risolti durante la sua carriera.
Prossimo alla pensione, ma non vittima del caso, il commissario Zarko riesce a collegare i punti delle tre storie che fino a questo punto sono rimaste lontane e parallele. Tale unione e la scoperta di alcuni dettagli porterà il lettore alla cruda verità.

Lo stile de L’assonometria del caso è avvincente ma richiede pazienza ai lettori, data anche la complessità delle tematiche che l’autrice è abile nel metterle insieme senza sviare il discorso principale che è quello costruito intorno al Caso, in relazione alla specie, che si vorrebbe controllare attraverso sofisticati algoritmi. Ma l’amore no, l’amore è sempre dentro di noi ed è l’unica cosa che ci salva dall’abbrutimento scientifico progressista. L’autrice inoltre delinea con dovizia di particolari i cambiamenti della testa di Zarko insieme ai suoi movimenti, azioni e attività, in maniera quasi meccanica a sottolineare come la perdita della memoria e il vivere in un mondo tecnocratico possa rendere l’essere umano un robot. Chiara Novelli porta il lettore all’interno di questa lotta per preservare il futuro e il bene comune dando maggior risalto alla narrazione che risulta intricata e molto articolata, sebbene l’autrice si avvalga di periodo brevi e della paratassi, piuttosto che ai dialoghi tra i personaggi. I riferimenti mitologici e soprattutto biblici e, nello specifico, alla Genesi, servono alla scrittrice toscana a spiegare la trama della storia e a mostrare come si tenda sempre a nascondere la verità da parte di chi detiene il potere o l’autorità. Il personaggio di Zarko, alla ricerca della verità e della propria identità ricorda i protagonisti erranti delle opere di Ágota Kristóf, scrittrice tra le preferite di Chiara Novelli, insieme a Flannery O’Connor e Bruno Schulz.

L’assonometria del caso sembra puntare il dito contro l’uomo che si sostituisce a Dio e diventa il terribile Dio del Vecchio Testamento, un dittatore che vede la Terra abitata dagli uomini come un grande lager da gestire e dominare:

Voi siete cittadini del grande campo di concentramento che è oggi la Terra, dove miliardi di uomini e donne dalle identità sempre più indefinite, fragilizzate, divise, come i loro due emisferi interni, vivono senza ribellarsi a governi che operano contro di loro, ubbidienti e riconoscenti alle briciole che questi concedono per sfamarsi con cibo avvelenato, pensare con ragioni volgari, curarsi con medicine dannose, il tutto respirando nella grande camera a gas che oggi è il pianeta.

Un romanzo attuale dunque, che qualcuno potrebbe accusare di complottismo, ma che, alla luce di quello che accade nel mondo, utilizza una chiave di lettura alternativa degli eventi e del nostro consumismo e della nostra manipolabilità. Probabilmente sarebbe stata opportuna anche una riflessione teologica e filosofica più approfondita e l’evitamento di alcune espressioni come “Piango come un vitello”, “Lo so che è brutto” ai fini della perfetta riuscita del romanzo.

 

‘I colori del vetro’ è il nuovo romanzo di Ornella De Luca

I colori del vetro – il tempo riesce a levigare anche il vetro più tagliente- è il nuovo romanzo di Ornella De Luca, scrittrice e collaboratrice della rivista ‘900 Letterario uscito da poco per Rizzoli libri in formato kindle.

Ornella De Luca classe 1991 è nata a Messina. Diplomatasi e laureatasi con il massimo dei voti ha partecipato a numerosi concorsi di scrittura: si è classificata seconda al premio Maria Messina nel 2009 con il racconto Diapositiva di un ricordo; è poi risultata 16esima a livello nazionale al concorso C’era una svolta promosso dalla scrittrice Simonetta Agnello Hornby. Nel 2010 con il romanzo In una prigione di carta si è classificata al 2° posto del premio Nanà e nel 2012 ha partecipato allo stesso concorso nella sezione adulti con il romanzo Raccontami del vento. Nel Dicembre 2011 Ornella ha visto pubblicato il suo primo romanzo Dove la Neva si getta nel mare con la casa editrice digitale EDrops. Nel Settembre 2014 ho partecipato al concorso Parolexdirlo organizzato da Donna Moderna e Scrivo.me classificandosi al primo posto con il racconto Caro giorno che vorrei. Nell’ Aprile 2015 ha pubblicato il romanzo La consistenza del bianco uscito per Onirica Edizioni, un romanzo d’avventura e d’amore a sfondo storico.

I colori del vetro è una storia delicata e appassionante. Un romanzo emozionante che vuole parlare al cuore. La storia è quella di Faith Price bambina rimasta orfana di entrambi i genitori, morti in un brutto incendio. Un trauma questo che, a distanza di anni, Faith non riesce a superare. Con la fine del liceo e la partenza per il college si aprono nuove strade; dovrà costruirsi una nuova vita e trovare il proprio posto nel mondo. La passione per la scultura, la vicinanza di suo cugino Kyle e l’incontro con Aaron, un inaspettato coinquilino, costringeranno Faith a mettersi in discussione e a uscire dal proprio guscio. Ma a spingere Faith a fare una volta per tutte i conti con il passato sarà personaggio misterioso e l’arrivo di un messaggio inaspettato. I ricordi riaffiorano e solo dopo aver fatto i conti col passato sarà possibile per Faith poter guardare con fiducia al futuro e all’amore.

Saprà ancora una volta Ornella De Luca coinvolgere il lettore attraverso un intelligente mix di mistero, suspence e sentimento?

Luca Colombo, autore del grottesco ‘Caccia al morto’

Luca Colombo, classe 1986, di Borgomanero, ha esordito non molto tempo fa con il suo primo romanzo Caccia al morto uscito per Graphofeel Edizioni quest’anno che immerge il lettore nel mondo mondo ironico e tenace dell’autore.
Abbiamo deciso di parlare ancora di Luca Colombo e questa volta abbiamo fatto una chiacchierata sui suoi gusti letterari, sul protagonista del suo libro e sui valori, attesi o disattesi, che dovrebbe avere il raccontare e, ovviamente lo scrivere.

Luca Colombo ama e si ispira a scrittori come Pirandello, Morante, Orwell, Rodari, sebbene sia stato il grande cantautore Fabrizio De André a farlo inamorare della parola.

 

1. Quali sono suoi scrittori preferiti? Quelli che le hanno cambiato la vita e che probabilmente la hanno maggiormente influenzato. 

Il mio autore preferito è senza dubbio Pirandello. Tra i favoriti ci sono poi Morante, Orwell e Rodari. Devo però confessare che è stato De André a farmi innamorare della parola. E ciò la dice lunga su cosa penso del premio Nobel assegnato a un cantautore.

2. Con quali aggettivi descriverebbe il suo libro se ne avesse a disposizione solo sei?

Grottesco, surreale, deforme, vivace, insolito, bislacco.

3. Quanto c’è della sua esperienza di scrittore nella singolare vicenda di Filippo?

Vorrei rispondere nulla, ma sarei bugiardo. Chiaramente non ho mai avuto che fare con un’impresa funebre, ma le difficoltà che incontra Filippo come scrittore rimandano a quelle vissute da me in prima persona e, credo, a quelle vissute dalla maggior parte degli aspiranti scrittori.

4. Questo libro è il suo esordio quanto è stato difficile scriverlo? È riuscito a scriverlo
proprio come lo aveva immaginato?

Caccia al morto è un libro elastico, scritto di getto. Altri scritti (antecedenti) hanno richiesto più tempo. Ma non appartengo alla categoria di scrittori che – beati loro – sanno tratteggiare l’intera architettura di un libro ancor prima di aver cominciato a scriverlo.

5. Raccontare è un po’ come un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, in un’epoca in cui la rapidità è un valore che importanza ha per lei l’indugiare e  quanta importanza ha avuto nella scrittura del suo libro?

La rapidità è un valore perché dà accesso a piaceri immediati e schietti, per questo non la disprezzo. L’indugiare, invece, veicola piaceri più temperati, robusti, duraturi. Come ho già detto, Caccia al morto è un libro scattante, ma in generale concepisco una scrittura pigra, oziosa, che si alza dalla poltrona solo per appuntare una frase caustica e inesorabile.

6. Spesso le storie vere hanno un vantaggio sulla fiction, possono non finire mai, possono arrivare dove mai si penserebbe, non trova? Pensa che la scrittura di questa storia riesca a riprodurre l’effetto labirintico della realtà?

I reality show sono la più grande finzione che sia mai apparsa alla tv, ma anche il telegiornale che seguiamo per informarci è una totale finzione: tenta di riprodurre in maniera fedele la realtà, ma in quanto riproduzione è solo un’altra forma di neorealismo. Cinema, letteratura e teatro ci raccontano storie di un vissuto che conosciamo ma che da soli, a volte, non siamo in grado di comprendere; e per aiutarci a comprendere allestiscono una finzione appunto, un’allegoria. In Caccia al morto ho inscenato la caricatura di un’impresa funebre, portando all’ eccesso una serie di dinamiche. L’ho fatto perché individuo nel paradosso lo strumento migliore per rappresentare la realtà che ci circonda.

 

‘Le digressioni del cuore’: l’esordio di Luca Barbanti

Le digressioni del cuore (Edizioni Epsil) è il romanzo d’esordio di Luca Barbanti, classe 1992.

Le digressioni del cuore di Luigi

La vita di Luigi De Stradi, trent’anni, romano, prosegue tranquilla fra il lavoro in hotel e la frequentazione con Giulia, quest’ultima destinata a tramontare a causa del prossimo trasferimento della ragazza in Galles per fare del volontariato. Come se non bastasse questo cambiamento radicale nella sua vita, interviene un’amica di vecchia data, Faysa, la quale chiede al protagonista il più difficile dei favori: occuparsi per qualche tempo di suo figlio Issah, nato dal matrimonio della donna con un italiano. Lei infatti deve tornare in Nigeria per lavoro e non può portarlo con sé a causa dei pregiudizi razziali del padre; il marito, inoltre, è una persona violenta e incapace di prendersi cura del figlio.

Luigi si ritrova dunque con un bambino che ha subìto forti pressioni psicologiche da cui è uscito insicuro, disorientato, vittima di bullismo razziale da parte dei compagni di classe. Dopo un primo scontro, i due diventano però amici, al punto che Luigi arriva a combattere in prima persona le battaglie del piccolo Issah e a insegnargli il rispetto di sé e la cura del prossimo.

Le digressioni della trama

Le digressioni del cuore è un romanzo solo in potenza e su diversi fronti. I temi trattati sono tipici del genere di formazione: abbiamo a che fare con la genitorialità, il passaggio verso la fase adulta, i rapporti interpersonali. Ma quasi tutti questi temi – così come molti altri sotto-temi quali il razzismo, il femminismo, i rapporti lavorativi, il tradimento, le difficoltà nell’affrontare i cambiamenti ecc. – risultano poco approfonditi e s’intersecano senza veramente intrecciarsi. Sembrano quasi chiusi in camere stagne, separati fra loro.

Tutto ruota intorno al protagonista de Le digressioni del cuore che, come suggerisce il titolo, si perde spesso in digressioni mentali dalla carica debolmente emotiva; queste però, a causa di una mancata cura della struttura narrativa, anziché dare spessore al romanzo lo indeboliscono. Il lettore arranca appresso alle divagazioni (che sono cosa ben diversa dalla digressione narrativa, anzi ne sono forse la controparte negativa), senza riuscire a seguirle né a interessarsene in quanto sono puramente descrittive e collegate al solo Luigi, che spesso sciorina eventi accaduti oppure opinioni personali senza mai dar loro un vero spessore psicologico, intellettuale ed emotivo. Un esempio:

«Due mesi passarono molto velocemente – nemmeno me ne resi conto – e ci avvicinammo al Natale, la mia festività preferita, quella che un po’ tutti adorano. Il Natale mi fa tornare bambino, mi fa pensare ai ricordi più belli, alle canzoncine delle scuole elementari, ai regali che vorresti ricevere, al carbone che vorresti evitare, alla volontà di credere in qualcosa di magico: le renne e il Babbo Natale che ognuno sognava di vedere e con cui sperava di parlare almeno una volta.

Quel giorno salii sul treno come al solito […]»

Terminato il passo, che nulla aggiunge allo sviluppo della trama o alla comprensione di situazioni o personaggi, il lettore non può che chiedersi: “E allora? Perché mi parli di questo?”.

Stesso problema accade con interi capitoli: il libro consta di 180 pagine, ma la vera trama inizia a pagina 71, quando Faysa irrompe nella scena. Ciò che viene prima, fatte salve le descrizioni del rapporto di Luigi con Giulia e con i colleghi di lavoro (utili a farci comprendere la sua personalità ingenua e sognatrice, ma anche salda all’occorrenza), risulta a tutti gli effetti inutile. Lo stesso accade con ciò che viene dopo: ci sono due interi capitoli, il quinto e il decimo, in cui il protagonista ci racconta eventi che non hanno alcuna rilevanza nella trama: nel quinto avviene uno strano e sconclusionato scontro con un gruppo di femministe, durante il quale si leggono purtroppo perlopiù stereotipi da una parte e dall’altra («Tutto ciò che riguarda noi donne è bello! Tutto ciò che è rosa è potente: noi siamo il passato, il presente e il futuro!»; «la prossima volta cerchi anche di indossarli gli abiti da donna, come, ad esempio, tanto per dirne uno, il reggiseno»); nel decimo si parla di come, anni prima, Luigi sia stato vittima di frode da parte di un suo collega. Anche qui ci si chiede: “E allora? Perché mi parli di questo?”.

A questo bisogna aggiungere due ulteriori problemi riguardo a Le digressioni del cuore. Il primo è l’assenza di un vero e proprio conflitto interiore del protagonista, poiché la maggior parte delle situazioni (il tradimento nei confronti di Giulia con la sensuale Valentina, il rapporto con Issah, le minacce del padre del bambino) si risolve da sé, senza un reale intervento di Luigi. Manca, insomma, quel che in gergo si definisce “arco di trasformazione del personaggio”, elemento fondamentale per uno sviluppo del plot narrativo che sia anche interessante per il lettore.

Il secondo problema è l’assenza di un vero e proprio finale: il romanzo termina con Luigi che decide di mandare a quel paese il padre del ragazzino; poi lui, Giulia e Issah escono per andare al cinema. E allora ci si chiede: che succederà col padre che, legalmente, ha tutto il diritto di vedere il figlio? Come andrà a finire la storia con Giulia dopo la sua partenza? Quando Faysa ritornerà dalla Nigeria si riprenderà il figlio?

C’è da dire che questi gravi problemi non sono colpa solo dell’autore Luca Barbanti, le cui potenzialità da scrittore sono tutte lì in mostra pronte a essere sfruttate; bensì anche (o soprattutto) dell’editore e dell’editor: del primo perché ha mandato alle stampe un testo nient’affatto pronto per la pubblicazione, ma che anzi avrebbe necessitato di una revisione strutturale; e del secondo perché semplicemente non ha svolto il suo lavoro, o comunque l’ha svolto male, lasciando evidenti buchi di trama, ripetizioni, capitoli superflui e refusi.

In definitiva Le digressioni del cuore è un romanzo che avrebbe richiesto almeno un altro anno di lavoro, e che si è avuta invece la fretta di pubblicare. Ed è un vero peccato.

“Zaira”, l’esordio di Carola Baudo

Zaira (Epsil edizioni) è il romanzo d’esordio di Carola Baudo, classe 1989. Il suo è un romanzo molto introspettivo, ma che sfocia anche nel genere sentimentale e di formazione. La storia sembra seguire due trame quasi parallele, che si incontrano in diversi punti ma che, di fatto, sembrano essere autonome. Ciò che le unisce è, appunto, Zaira.

Zaira, una ragazza interrotta

l’autrice Carola Baudo

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Avendo da poco chiuso una storia importante con Davide, si trova, come fin troppo spesso accade, in un periodo di stasi, in cui gli eventi del passato recente e del futuro prossimo si trovano bloccati e sospesi. Studio, lavoro, amicizie, affetti: tutto passa attraverso la ragazza, la quale non riesce proprio a dimenticare questa storia così importante e disperata, una di quelle storie che lasciano il segno, e la cui fine segna sempre o quasi l’interruzione di progetti di vita comune. A sopportare/supportare Zaira nel suo percorso di rinascita c’è l’amica Farah, che non ha mai avuto storie importanti, non si è mai innamorata ma, soprattutto, è molto espansiva, ironica e propositiva. Tutto all’opposto di Zaira che, invece, risulta chiusa, introspettiva e a tratti cupa.

Tutto cambia (o sembra cambiare) quando Farah conosce Paolo e Zaira Stefano. Laddove la prima conosce finalmente l’amore (cosa che la scombussola non poco, portandola a rivedere alcune posizioni su cui ruotava la sua vita), la seconda si ritrova convinta di aver finalmente superato la storia con Davide. Ma così non è: dopo alcuni tira e molla, i due capiscono che la cosa non s’ha da fare; e soprattutto Zaira comprende come, per riprendere in mano la propria vita, sia essenziale affrontare i momenti di transizione da soli; salvo cambiare idea proprio sul finale, nel quale sembra vincere invece una sorta di seconda occasione con Davide.

Zaira, una ragazza frammentata

Zaira è all’ultimo anno del corso di laurea in lettere moderne presso La Sapienza di Roma. Lavora come cameriera per pagarsi gli studi e l’affitto nella capitale. La ragazza infatti è fuggita a quindici anni da una casa in cui vivevano un padre manesco e una madre incapace di reagire. Dopo un periodo insieme ai nonni, Zaira si è ritrovata a Roma, pronta a iniziare una nuova vita; ma segnata, ovviamente, dalle esperienze adolescenziali. Un giorno conosce la sua vicina di casa Giulia la quale, scopre più tardi, è in realtà la sorella. Tramite la nuova conoscenza, infatti, Zaira viene a sapere di essere stata adottata. Si apre così una serie di domande: dovrei conoscere i miei veri genitori? Come dovrei comportarti con chi mi ha adottato?

Grazie a Giulia, dunque, la ragazza riesce a ricostruire parte del suo passato, e in questo modo è in grado anche di affrontare sotto un’altra luce ciò che sta per arrivare: ossia il futuro, gravido di novità.

Un romanzo rapido. Forse troppo

Zaira è un testo interessante che affronta tematiche nient’affatto leggere come le separazioni, l’abbandono, il modo in cui il passato influenza il futuro. È scritto con un stile colloquiale, adatto, per linguaggio e uso del gergo, a una studentessa giovane e di classe media. Quello che lascia un po’ perplesso è la “fuggevolezza” del testo: gli eventi che accadono sono molti in sole 162 pagine, al punto che a volte sfuggono alla vista. Ci sono momenti in cui la narrazione, forse, avrebbe dovuto fermarsi per lasciare spazio alle riflessioni che inevitabilmente si accavallano nella testa di chi sta vivendo certe esperienze.

Due sono le occasioni in cui questa rapidità si palesa maggiormente. La prima è quando Zaira scopre che Giulia è la sorella: «Una doccia fredda sarebbe stata meglio, persino una pistola puntata alla testa lo sarebbe stata. Giulia era mia sorella, ecco perché mi aveva trasmesso qualcosa di strano appena l’avevo vista, e poi mia madre non era mia madre… Insomma, la testa mi scoppiava e non capivo niente. Crollai sul divano, esausta. Tutto quel tempo, tutti quegli anni trascorsi senza sapere nulla. Come avevano potuto nascondere una cosa così? E la mia vera madre? Mio padre? Le domande mi rimbombavano nella mente. Dovevo assolutamente parlare con Giulia».

E poi, dopo il colloquio con la ragazza: «Una volta a casa rimasi a lungo seduta sul divano con lo sguardo perso nel vuoto, con Pit che mi leccava una mano in cerca di coccole. Avevo una sorella, i miei genitori mi avevano adottata, sembrava un film, non poteva essere reale! Pensieri sconnessi mi affollavano la mente, ero preoccupata per la mia madre adottiva e non vedevo l’ora di saperne di più di quella naturale. Mi feci una tazza di camomilla e tentai di dormire ma immaginavo sarebbe stata una lunga notte».

La seconda occasione è quando la nonna di Zaira scopre lo stesso evento, circa trenta pagine dopo:

«Bene, comunque volevo dirti che oggi vado a Rieti per il weekend con Farah. Te la ricordi Farah? Poi ho conosciuto Giulia, mia sorella, quando ci vediamo ti racconto».

«Tua sorella? Tesoro, non ti capisco. Però sono felice che andate a stare tutti insieme per qualche giorno, vi svagate. Farah me la ricordo. È passato tanto tempo, dovete venire a trovarci, vi faccio quella crostata che vi piace tanto».

Certe rivelazioni sono talmente travolgenti da provocare degli scombussolamenti interiori che non possono in alcun modo risolversi, sulla carta, con poche righe.

Zaira è insomma un bell’esordio: scritto bene, con un’ottima padronanza del linguaggio, sa affrontare tematiche ben precise, attribuendo ai personaggi una propria voce e ricostruendo abbastanza fedelmente la struttura sociale degli universitari contemporanei. Tuttavia una certa fretta e una certa leggerezza nell’affrontare determinate tematiche lo rendono un romanzo che, forse, avrebbe richiesto maggior tempo, sia in termini di lunghezza che di elaborazione.