‘Il peccato’ di Giovanni Boine: la necessità di peccare per immergersi nella Vita e arrivare alla purezza

Il peccato (1913) è il romanzo d’esordio dello scrittore italiano Giovanni Boine, morto di tisi a soli 30 anni, che tratta un amore peccaminoso nella provincia ligure: lui artista, lei novizia in procinto di prendere i voti. L’amore è visto da Boine come spaesamento, conflitto interiore, peccato.

Struttura e tematiche del Peccato

Micro-romanzo di formazione diviso in tre parti – «Il limbo», «La qualunque avventura», «Il tormento» -, Il peccato è il racconto del processo di umanizzazione del protagonista, B., intellettuale ventiseienne che, attraverso l’amore per una giovane novizia – il peccato appunto -, distrugge le catene dell’astrattezza, che lo tenevano legato, vincolato a una dimensione asettica, sterile, gelida, iperuranica dell’esistenza, e assume consistenza fisica, carnale, sanguigna, passionale, immergendosi finalmente nel tumulto della vita. Il peccato si configura così come una sorta di esortazione alla vita, ma la vita vera, disinquinata dalle categorie aristoteliche e dai tradizionali lacci morali, riportata alla sua dimensione originaria, primordiale e barbarica quasi, che affonda le radici, tra gli altri, nel Nietzsche più puro e autentico – non il Nietzsche ridicolo e semplicistico, dozzinale feticcio, di D’Annunzio -, in cui è possibile ravvisare numerose analogie con alcuni degli esiti filosofico-letterari più importanti dell’epoca, dalla Persuasione e la rettorica di Michelstaedter al Mio Carso di Slataper.

Oltre ai temi, ciò che colpisce leggendo Il peccato è il modo in cui essi sono espressi. La scrittura di Boine è un vero e proprio fenomeno letterario: franta, spaccata, lacerata, spericolatamente funambolica, riproduce con incisività le spaccature, le lacerazioni e le acrobazie interiori del soggetto, rinunciando a qualunque mediazione – la punteggiatura stessa viene spesso abolita – e imponendosi così come uno degli esiti migliori di quel fenomeno raro che è l’espressionismo letterario italiano.

Boine non ricerca il bello stile, non ricerca la pulizia, la compostezza, la placida fluidità, l’artificiosa scorrevolezza. Boine ricerca l’efficacia e lascia che la personalità del protagonista – la sua personalità, vista l’indiscutibile portata autobiografica del racconto – e la vita irrompano sulla pagina liberamente, inondandola e travolgendola.

L’alterità

All’inizio del Peccato Boine evidenzia subito lo stato di alterità – condizione tipica dell’artista nella modernità, da Baudelaire in poi, rappresentata con grande efficacia, restando sempre nell’ambito della letteratura italiana alternativa del primo Novecento, da Campana e Sbarbaro – in cui si trova il protagonista all’interno della piccola e gretta realtà paesana, nella quale è rientrato al termine degli studi universitari, senza un lavoro stabile, comodo «nell’agio noncurante e discreto di una famiglia di patrizi antichi». Del giovane B. la gente del paese ha «un certo diffidente rispetto come per uno che è d’altra razza che noi», i politicanti del consiglio comunale lo giudicano un «originale».

Né socialista né anti-socialista, oppure entrambe le cose, non prende parte alle conversazioni nei caffè, non gioca, non ha una donna: le «compagnie allegre», composte da quei «giovanotti che capiscon la vita e come si deve […] se la godono», lo hanno «in concetto tra di “prete” e babbeo». Per quanto riguarda le amicizie, B. si circonda di originali come lui, individui più o meno emarginati estranei alla beghina e angusta logica paesana: «ragazzi di diciassette diciotto anni senza un soldo, ragazzi di liceo smilzi a passeggio con sotto il braccio un libro; un giovane capitano di mare che chissà perché aveva piantato il mestiere d’un tratto, specie di matto solitario tutto il giorno a leggere libri […], tutto il giorno in un canto al sole a legger pallido, torvo i suoi libri in disparte…

B. se ne sta in disparte, «come non degnandosi», e per questo suo atteggiamento di distacco, d’indifferenza e per le sue amicizie originali è vittima della «grettezza maligna di una città di provincia e contrasti grotteschi».

In realtà il degnarsi non c’entra, il protagonista non è «di quelli che fanno i “puah!” schifiltosi ad ogni cosa fuori di regola»; partecipa alle questioni cittadine, ai dibattiti, si esprime attraverso i giornali, ma l’incomprensione dei concittadini – «ma con chi è? ma cos’è dunque lui per suo conto?» si domandano questi ultimi perplessi leggendolo, proclamando un giorno la sua fede socialista, il giorno dopo rinnegandola – lo porta alla conclusione «ch’era meglio star zitti in disparte.

Non c’era presa, non c’era glutine fra lui e questi altri d’intorno. E forse che in ultimo il torto era suo. Chi lo sa? Affondata così com’era nella sua torbidità elementare chissà che questa gente non avesse un suo più sicuro senso di vita, un suo fiuto a condurla diritta, che non lui maculato d’astratto e di poesie sebbene poi a parole sdegnasse la poesia e l’astratto».

Come tutti i giovani B. è «assoluto», agogna la perfezione, «ma le cose del mondo son di loro natura imperfette e perciò non andate d’accordo». L’«idealità» giovanile non è frutto dell’esperienza, ma «presa fatta e come artificialmente aggiunta sulla iniziale coscienza morale loro. Non ci son giunti vivendo, togliendo, aggiungendo, vivendo. Non l’han fatta in loro, l’han di colpo affermata». Per questo motivo, perché priva della prova fondamentale della vita, l’«idealità» dei giovani è astratta e inconcludente, nient’altro che un cliché. Essi «ipostatizzano l’istinto morale, ne traggon l’essenza assoluta e la fan metro del mondo». Vogliono l’eroismo e detestano qualunque forma di compromesso.

Peccare per giungere alla Vita

B. dice di odiare l’astrattezza, la poesia, esorta se stesso e gli altri a mescolarsi «alla vita degli uomini così come viene», «ma in verità gli piaceva il guardarla come da una specola alta dal mezzo di questo suo cenacolo […] di strambi scontenti e di giudicarla inattivo e da lontano invece che farla, viverla tormentosamente ogni giorno».

In questi passi, in questa aspra critica – e autocritica – della giovinezza è racchiuso il senso del racconto di Boine, il senso della vicenda del suo protagonista ovvero il passaggio, attraverso il peccato – definito tale perché definito e giudicato tale dalla morale pubblica, incatenata a vecchi e stantii pregiudizi che l’autore esorta a scardinare -, dalla «purità della morte» alla «purità della vita», l’emancipazione dall’astrattezza, dall’«idealità», l’uscita dal limbo in favore della vita, del fare la vita, vivendola «tormentosamente ogni giorno».

Dimostrazione di quanto l’astrattezza sia radicata in B., rappresentando la sua condizione esistenziale, è la scelta di tornare, terminati gli studi universitari, nella casa natale, che ama nel profondo, con tutto se stesso, e che rappresenta il rifugio ideale nel quale invecchiare tranquillamente, placidamente – invecchiare è il pensiero del protagonista ad appena ventisei anni, non gioire, non soffrire, non odiare, non temere, vivere insomma, ma invecchiare -, immerso nel silenzio, nel vuoto, nella sottile malinconia antica, decadente. Ma ecco che giunge l’«avventura», subdola, insinuante a stravolgere completamente i suoi piani:

«[…] amava la sua casa tranquilla, lo zittire dormiente della sua grande casa dove fin da bimbo era cresciuto su solitario (penombra per tutto, eco di vuoto, sottile odore di antico ed anche fuori, chiassuoli deserti nella calda quiete del sole); amava i suoi libri ordinati ed anche questo qualcosa di triste come un dolore sotterrato, affondato negli anni, nel pur placido e semplice viso della madre affettuosa. Amava starsene in pace qui e chissà? anche lui distillare pian piano qualche discreta dissertazione, qualche commentario alla maniera dei mistici tutto polposo, tutto buono di vita modestamente profonda e disperderlo anche lui come il nonno, qui, fra i testamenti e gli atti a far meditare e sognare qualche lontano nipote…

La conoscenza di Suor Maria

B. riesce finalmente a conoscere Suor Maria, alta, «gli occhi nel viso ovale grandi, maravigliati neri, ridenti». I due parlano, mentre addobbano l’altare con fiori freschi, odorosi, il parroco accaldato assopito in un angolo, ed è come se si conoscessero da un pezzo. La donna racconta di sé: è in convento da tre anni, ne ha ventuno ed è novizia da un anno; vi è entrata dopo la morte del padre – non le resta che una zia, badessa nell’Ordine, che l’ha convinta a farsi suora.

Durante il racconto della donna è «come se quel che di stilizzato disumano e lontano ch’è in una figura ammantata dall’abito sacro, si disciogliesse pian piano, si rimpolpasse di buona vita vicina, si rifacesse comprensibile e vivo». Della sua conoscenza con Suor Maria B. non parla con nessuno: «Fu, ch’egli, senza volere, s’era dentro creata come una nicchia di segreto romantico dove ci stava in un religioso ondeggiamento d’armonium una figura di giovane monaca da nessuno conosciuta e solo da lui».

Insomma, è come se la conoscenza della novizia, e la novizia stessa, fossero un frutto della sua immaginazione, una piacevolissima fantasia, o meglio, un piacevolissimo sogno nel quale rifugiarsi a occhi aperti, tra una riflessione e l’altra. Il narratore stesso sottolinea l’aspetto sognante, onirico dell’avventura: «la cosa, un po’ strana, gli pigliò dentro l’aspetto vago di un sogno a cui egli cedesse nel torpore della estiva calura». Tra i due giovani intanto si sviluppa una «curiosa amicizia», «amicizia tutta riguardose delicatezze quasi fanciullesche, fatta di cento cosette tollerate-proibite, ma infine ingenua ed onesta».

B. scivola così, giorno dopo giorno, in un perenne stato di ebbrezza in cui tutto vibra di vita, tutto vive, ogni singolo oggetto inanimato, morto, acquisendo un significato misterioso, come un geroglifico: «era come in una sconfinante ricchezza, come in un gorgogliante abbondare di sentimento su ad invadergli la netta intelligenza, a parlargli di vita gli oggetti e le più consuete cose». L’armonium di Suor Maria, ascoltato – precipitasse il mondo – quotidianamente, agisce sul protagonista come una droga, come hashish, come oppio, eccitandolo, fumigandogli la fantasia, mentre il mondo s’arricchisce, tripudia «abbondante e più vasto al di là della geometricità definita».

Il Peccato: due prese di coscienza

La prima parte del Peccato si conclude con la presa di coscienza, da parte di B. e della novizia, del sentimento profondo – troppo profondo -, passionale – troppo passionale, per entrambi, aspiranti asceti – sbocciatogli dentro, inesorabilmente, dopo un lento processo interiore lungo un intero anno, e l’ultima esecuzione di Suor Maria all’armonium risuona angosciante e disperata, lacerante come «un grido, un grido umano d’aiuto», seguito dal tonfo sordo dello sgabello rovesciato e dal rumore dei passi della donna «precipitosi in fuga». Qualcosa in entrambi si è strappato per sempre.

Boine cattura sulla pagina quel «vario tumultuare dell’universale vita», da lui percepito violentemente in tutta la sua caotica fluidità, che si allinea all’ampiezza disomogenea e totalizzante dello spirito. Quanto più la distinzione tra interno ed esterno si potenzia, tanto più i confini tra le due parti si assottigliano fino a scomparire nel risultato artistico: c’è nel suo mondo, che mostra sincronicamente «cento miliardi di variissime vite armonicamente viventi», anche il foglio stesso impiegato da Boine e la sua idea concepita nell’atto della scrittura. Il suo mondo è una ‘vallata chiusa’, come quella in cui si svolge la vicenda del signor B. e di Suor Maria, una cavità in cui gli echi interiori e quelli della realtà si intrecciano sonoramente: «la mia vita è amalgama, è pienezza aggrovigliata e commossa di pensiero e d’immagine».

Allo scrittore non interessa raccontare una storia, ma denunciare il dramma della sua anima, colma di contrasti insanabili. La necessità di compiere il peccato, per immergersi nella vita, è denunciata alla quarta pagina del romanzo, quando ancora la storia non è iniziata e lo scrittore è impegnato a presentare la scenografia: i giovani, dice, «non sanno il peccato: hanno la purità della morte, non la purità della vita».Boine è consapevole che arriva alla «purità sostanziosa» soltanto chi ha molto peccato: fare, vivere, salire, provarsi e risolversi – «dobbiamo fare»– rappresentano le tappe di un percorso evolutivo che è negato a chi non si concede di affondare le mani nel fango della vita e decide di permanere nel ‘limbo’ della realtà, vergine e reso forte dalle illusorie sicurezze che consentono una severità giudicante.

Giovanni Boine, «Il peccato»: dalla «purità della morte» alla «purità della vita». Introduzione e prima parte

Kostas Karyotakis: quando l’arte si identifica con la vita stessa

Kostas Karyotakis è la figura più rappresentativa della generazione dei poeti greci degli anni Venti, caratterizzata dalla lezione del simbolismo francese, soprattutto di Baudelaire, quindi dall’identificazione dell’arte con la vita; e, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, dal tentativo di creare una poesia militante. Dettami che connotarono il particolare percorso poetico di Karyotakis, anche se il poeta non s’identificò mai con nessuno di essi.

La raccolta d’esordio, Il dolore dell’uomo e delle cose (1919), suscitò l’interesse della critica, ma con la seconda, Nepenti (1921) il poeta si affermò definitivamente negli ambienti ateniesi. Il titolo Nepenti, da quanto ci informa il curatore del volume, Filippomaria Pontani, sarebbe un richiamo al pharmakon népenthès di Baudelaire (cioè l’oppio), accostamento confermato dalla Ballata per i poeti senza gloria d’ogni tempo in cui il riferimento ai maudits è esplicito: «Hanno vissuto sconsolati i Poe / hanno vissuto morti i Baudelaire, / ma è data loro l’Immortalità».

Kostas Karyotakis: una scrittura realistica e ironica

Con la terza raccolta, Elegie e Satire (1927), si delinea una profonda trasformazione del percorso poetico di Karyotakis: la scrittura è realistica, distaccata, ironica nel suo rapportarsi ai valori sociali; a ridimensionare valori e idee personali contribuiva una sorta di autoironia che sconfina nel sarcasmo. Le vicende personali (la routine dell’impiegato statale da funzionario di prefettura, la sifilide, l’incapacità a risolvere il legame con la poetessa Maria Poliduri, sua collega d’ufficio) incoraggiarono questo cambiamento. Elegie e Satire è stata avvicinata alla poetica di Kavafis ma, se l’ironia kavafiana è comprensiva verso le debolezze umane, la pungente ironia di Kariotakis tradisce un certo disprezzo per sé e per gli altri: «I travet si consumano e si scaricano / come pile a due a due dentro gli uffici. (Da elettricisti, per sostituirli, / fungeranno la Morte ed il Governo). // Seduti su una sedia, scarabocchiano / fogli bianchi e innocenti, senza scopo.(…) // E a loro resta solo quell’onore / quando risalgono le strade, a sera, / alle otto: la carica li spinge. // Castagne in forno, e pensano alle leggi, / pensano al cambio valutario, e scrollano / le spalle, questi poveri travet». (Impiegati statali).

Benché dominata dall’idea di sfinimento e di dissoluzione, la lirica di Karyotakis trae vigore dalla sua forza espressiva; le stesse dissonanze, create dalla difformità dei registri lessicali e stilistici e delle soluzioni metriche, si potrebbero valutare come manifestazioni del dissidio, caratteriale e politico, che lacerò il poeta. L’eredità della sua lezione, subito degenerata nel lamentoso fenomeno del karyotakismo, fu poi raccolta con ben altri esiti da alcuni dei maggiori poeti della generazione degli anni Trenta.

L’autoironia non risparmia nemmeno i suoi versi: «Non è più un canto, questo, non è un’eco / umana. Senti: arriva / come l’ultimo grido, a notte fonda, / di qualcuno che è morto» (Critica). Karyotakis si tolse la vita nel 1928 con un colpo di pistola, a Preveza, in Epiro, dove era stato trasferito. Il suo gesto concludeva l’identificazione tra l’artista e la sua arte. In Suicidi ideali, una delle liriche più intense di Elegie e Satire, dopo una descrizione particolareggiata dei preparativi alla morte degli aspiranti suicidi, dichiara che si tratta di gesti inutili di un’idea, quella di togliersi la vita, giacché sono «sicuri in cuore che rimanderanno». Il valore della poesia di Karyotakis è stato riconosciuto, tra gli altri, anche da Giorgio Seferis e Ghiannis Ritsos che gli dedicò alcuni versi. Essa costituisce un capitolo importante nella storia della letteratura greca.

 

Fama postuma

Vuole la nostra morte la natura infinita,
la chiedono le bocche purpuree dei fiori.
Se torna primavera, torna per poi lasciarci,
e dopo non saremo più neppure ombre d’ombre.
La nostra morte aspettano il sole e la sua luce.
Vedremo un’altra volta un simile tramonto
trionfale, e fuggiremo dalle sere d’aprile,
dirigendoci ai regni oscuri di laggiù.
Forse, dietro di noi i versi resteranno,
dieci versi soltanto resteranno, un po’ come
i piccioni che i naufraghi mandano alla ventura,
e recano il messaggio quando non è più tempo.

 

Fonte: Semicerchio,it

‘La vita è altrove’, il saggio-romanzo di Milan Kundera

“E non c’è niente di più bello dell’attimo che precede la partenza, l’attimo in cui l’orizzonte del domani viene a farci visita per raccontare le sue promesse.” Sembra essere racchiusa in questa frase l’essenza del romanzo La vita è altrove (1973) dello scrittore, poeta e drammaturgo ceco naturalizzato francese Milan Kundera, reso celebra dal grande romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere (1989), realistico e metafisico nello stesso tempo.

Dal momento esatto in cui Jaromil viene concepito, egli è il poeta. Così vuole sua madre. Le sue fantasie la porteranno a credere che il proprio figlio sia nato non per fecondazione del marito, ma di un Apollo di alabastro. Sarà con questo spirito che la madre accompagnerà il figlio, invisibilmente, nel letto dei suoi amori, lo assisterà nei momenti che precedono la morte; la morte di un giovane poeta che ha reso le sue fantasie, la sua stessa realtà.

Con la sua scrittura, a metà strada tra il saggio letterario e il romanzo, Kundera ci accompagna nella vita di Jaromil, un giovane poeta ceco che deciderà di immergere la propria vita in quel mondo poetico e letterario rappresentato dalle sue opere. Una madre apprensiva, una madre onnipresente, quella madre creata da Kundera, secondo quegli stereotipi letterari che, forse, non possono esistere nella realtà.

La vita è altrove è ambientato in Cecoslovacchia, a cavallo tra gli anni trenta e la fine degli anni quaranta. Il nostro protagonista, Jaromil, vive e cresce tra gli agi, quei vizi donatigli dalla madre capace di creare un mondo che non sembra reale. Jaromil, in seguito ad una serie di scottanti delusioni, trasformerà la sua vita nelle sue opere; nelle sue poesie ci sarà ciò che la vita non è stata in grado di offrirgli.  In questa sua fuga dalla quotidianità, comincerà a scrivere poesie e racconti creando le avventure di un giovane personaggio vincente, Xavier. Jaromil si immedesimerà a tal punto nel suo personaggio da arrivare a immaginare di vivere una vita parallela poetica e romantica, che fa da contraltare a una realtà che lo lascia profondamente insoddisfatto. 

Durante gli anni del secondo dopoguerra, con la presa del potere da parte dei comunisti in Cecoslovacchia, il protagonista riesce a conquistare il successo nel ruolo di poeta di regime, scrivendo versi involontariamente demenziali sulla costruzione di centrali elettriche e macchinari agricoli. Assorbito da un coinvolgente idealismo comunista e inebriato dal successo ottenuto come poeta, Jaromil perde ancora di più il contatto con la realtà. Arriverà a convincersi di essere il suo eroe. Sarà quella la sua realtà, sarà quella la sua vita. Ma la vita non lascia scampo, non abbandona i propri protagonista nella finzione e nella menzogna. La vita è pronta a scaraventare e riportare il ragazzo alla vita vera. Quel sonno in cui sembra essere caduto, quell’illusione sta per terminare. Attraverso una pesante umiliazione, il nostro protagonista, sarà costretto ad aprire gli occhi, forse, per la prima volta. 

Il poeta, la madre, la giovinezza, la rivoluzione, questi i temi centrali trattati da Kundera all’interno di un’opera che porta il lettore a porsi domande, sulla vita, sulla realtà, su quel mondo immaginario nel quale ognuno di noi si getta profondamente quando la vita sembra essere troppo dura, quando questa vita non lascia spazio ad un sorriso.

Il protagonista in quest’opera resta, senza dubbio, la poesia con tutto ciò che essa porta dentro di se. Sarebbe, forse, più corretto dire, con tutto ciò a cui essa porta il poeta, l’uomo, il fanciullo, il giovane poeta nella sua rivoluzione. Ma la poesia non può essere un riparo assoluto dalla vita, dal dolore. La vita è altrove… La vita resta in quella quotidianità che cerchiamo di fuggire, quella che spesso non lascia scampo, quella fatta di dolori, paure, ma anche gioie inaspettate. La vita è altrove…

All’interno del romanzo lo stile si presenta particolare: l’autore si appella spesso al lettore, richiama i capitoli precedenti o successivi, ci avvisa che narrerà vicende saltandone altre. La prosa di Kundera ci sorprende sempre poiché non segue le regole comuni della finzione letteraria, ma instaura un rapporto col lettore che lo rende complice della finzione stessa. Lo scrittore gioca con il lettore, al quale regala pagine piene di intensità, riuscendo sempre a trasmettere gli stati d’animo dei protagonisti.

Realtà e finzione si fondono all’interno del romanzo di Kundera. Realtà che diventa finzione, o viceversa. E allora giunge un dubbio, un’interrogativo. Quanto si può vivere nella finzione? Quanto si può vivere nella realtà senza fuggire in un mondo poetico e finto che riscalda il cuore? Quanto si può vivere in quelle illusioni che ci allontanano dal dolore, prima che questo dolore esploda senza lasciare il tempo di capire?

Poi la fine. L’ultimo respiro. Quella finzione non è più realtà. Da quella realtà non si può più fuggire. Ancora, un ultimo respiro. Sostiene infatti Baudelaire: “Bisogna essere sempre ubriachi… di vino, di poesia o di virtù, a vostra scelta”. Il lirismo è ebbrezza, e l’uomo si ubriaca per potersi fondere più facilmente col mondo”. Sembra che sia stata scritta apposta per Milan Kundera.